romanzo a puntate (29)

Copyright © Eric Bandini 2010
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Questo romanzo, ambientato fra Milano e Genova nel luglio del 2001, è un’opera di fantasia. I personaggi, i luoghi nominati e gli eventi che vi si svolgono sono inventati, gli eventi e le persone eventualmente reali, che fanno da sfondo alla narrazione come ai personaggi, sono tratti da fatti di cronaca riportati dai notiziari o dai quotidiani e liberamente interpretati a fini creativi e immaginari. Ogni altro e qualunque riferimento a persone, luoghi, cose, eventi realmente esistiti o esistenti è puramente casuale e/o esclusivamente funzionale ai fini immaginari della narrazione. Ogni deduzione o interpretazione storica, filosofica o letteraria è meramente funzionale alla narrazione romanzesca quale opera di fantasia.

Una storia italiana
Capitolo XXIX°
(29)
Milano
Venerdì, 20 Luglio 2001
Nel tragitto che il dott. Gridero percorse con la sua vettura, al seguito del veicolo dell’Antonnomi con il suo chauffeur, un mucchio di idee, di sospetti e propositi gli si accavallavano in testa, prima fra tutte la falsa ingenuità con la quale il soggetto gli si era presentato, tutta la sua ipocrita cortesia, l’ostentata dabbenaggine e l’esposizione di qualcosa che nessuno gli aveva richiesto; bisognava ammetterlo, gli aveva praticamente smontato ogni velleità di accusa, non tanto per la voglia di incastrarlo, ché quella semmai gli era aumentata, quanto per tutto ciò che era stato messo in chiaro e che rappresentava il teatrino delle apparenze con le quali è sempre necessario fare i conti anche se sono palesemente fasulle. Mossa da autentico politico ma molte domande restavano in piedi e a questo punto avrebbe potuto fargliele solamente in maniera giudiziaria, da inquisitore, e non aveva dalla sua elementi importanti per forzare la mano e cominciare a mettere in connessione certe vicende che nella sua mente dovevano trovare una importante radice frammezzo alle subdole convenienze e connivenze dell’Antonnomi col Cazzarola. Per esempio, quell’informazione ottenuta tramite i Telecom® Services riguardo ad un certo tizio che sarebbe dovuto andare a Trieste dietro mallevata azione di quel giovane avvocato garantito da un importante studio legale come si andava ad incastrare nell’azione complessiva? Perché il fatto era assodato, quel tizio lo volevano fuori dai piedi, almeno temporaneamente, era una richiesta del Cazzarola o dell’Antonnomi?

Del primo certamente, visto che il contatto fra questi due era avvenuto dopo la certificazione dell’allontanamento di questo soggetto, ma che ruolo aveva o avrebbe potuto giocare? In questi dettagli sentiva sfumare i suoi poteri di indagine, perché non avrebbe potuto inquisire mezza Milano rincorrendo tutte le connessioni, agganci, conoscenze di queste belle personcine, e quella donna di cui l’Antonnomi gli aveva parlato come di un’amicizia innocente rappresentava di certo una base avanzata nell’Amministrazione locale di Monza ma dimostrare questo e tutto il contesto del prelevamento di questa “giovane” sarebbe stata un’impresa impossibile.
Ora puntava molto su questa ragazza, sperava di ottenere indizi sufficienti per congiungere le vicende di quelli che riteneva i due principali protagonisti ma stava andando a giocare una mano al buio, senza alcun elemento in mano, senza informazioni al riguardo, avrebbe potuto contare solo sul suo intuito, se avesse chiamato in causa qualche agente – e qui pensò al commissario Bellosi con qualcuno dei suoi ragazzi – la vicenda avrebbe preso un andazzo incontrollabile con una diserzione generale di ogni indizio utilizzabile e deviazioni in ogni direzione con la finale rottura di ogni connessione fra il Cazzarola e l’Antonnomi.
In mezzo a questi dubbi vorticavano i fantasmi di certe comunicazioni subdole e nascoste, e apparentemente incongruenti, come se un misterioso personaggio muovesse a piacere certe azioni per scombussolare la vicenda o per darle una piega secondo le sue intenzioni, non che si sentisse manovrato ma occorreva essere guardinghi anche in quella direzione, nella vicenda percepiva importanti interessi ma non riusciva a dar loro corpo, a legarli l’un l’altro in una sequenza comprensibile e dimostrabile. Ora si scopriva piuttosto ingenuo a venirsene al seguito di questo furbone, come se si fosse fatto accalappiare e assecondare, lui, un magistrato, una persona importante, che se ne veniva ad agire così fuori dagli schemi ordinari delle indagini, che di norma faceva eseguire da personale delle forze di polizia; qui però non se la sentiva di mandare qualcuno che potesse scodellare un tesserino e dire bellamente di essere un poliziotto, qui la questione era sul piano personale fra sé e l’Antonnomi, se vi avesse frapposto un terzo la cosa avrebbe perso senso, quel contatto diretto con le investigazioni sarebbe stato attenuato e forse smarrito, non ultima l’ipotesi di vedersi rientrare i suoi messi con le orecchie basse per minacce di denuncia circa pretesi abusi e indebite intromissioni. Ora aveva il vantaggio di essere riuscito a farsi invitare dall’Antonnomi medesimo e ciò gli dava una buona scusa ma poche speranze.

La macchina dell’Antonnomi si era fermata presso un edificio che aveva l’aspetto di un piccolo vecchio stabilimento, anche se la parola stabilimento era esagerata per la dimensione dell’immobile, in tempi non troppo remoti vi doveva essere stata esercitata una modesta attività artigianale, poi l’inurbamento e l’avanzamento della società moderna lo aveva inghiottito in un miscuglio di attività commerciali frammisto di edifici di tipo residenziale, una buona posizione per qualcuno che voleva mantenersi in vista senza perdere l’opportunità di uno spazio produttivo o creativo.
La facciata di stile liberty si focalizzava in un portone ampio presso cui lo stava aspettando l’Antonnomi, che aveva lasciato il suo amico nella vettura. Lo raggiunse in fretta e insieme entrarono in quello che avrebbe dovuto essere una specie di reception o ufficio di rappresentanza ma dietro ad un bancone di legno che occupava lo spazio frontale davanti all’entrata non c’era nessuno, da un lato un’apertura senza porta conduceva in un altro ambiente dove si sentiva vociare, Antonnomi fece strada, voltandosi verso il dott. Gridero, per fargli capire di seguirlo. Entrarono in un piccolo capannone adattato ad esigenze di sartoria, c’erano alcune macchine da cucire ma senza personale all’opera e grandi tavoli ingombri di tessuti e disegni, tutto l’ambiente era intonacato di bianco e illuminato artificialmente da neon e faretti che producevano una luce omogenea senza quelle sfumature che di norma stonano con la luce diurna, un ovvio dispositivo per operare scelte cromatiche azzeccate; rotoli di tessuto di varie dimensioni, forme e colori schierati su delle impalcature da un lato occupavano un’intera parete. Il dott. Gridero si guardò intorno incuriosito, sopra la porta da cui erano entrati c’era un’immagine e fu colpito da come quella figura, benché si capisse che era stata prodotta da una mano diversa, in qualche maniera gli facesse venire in mente il disegnino che aveva trovato sul suo tavolo al rientro dalla pausa pranzo, il soggetto però era singolo e raffigurava qualcuna di spalle, volto non visibile, a mostrare delle cosce e delle natiche ben tratteggiate, il tutto in un semplice bianco e nero graphic style.

La sua mente elucubrava cose poco descrivibili e forse nemmeno esternabili in parole mentre il suo sguardo osservava un quartetto di persone che parlavano fra loro sorridendo amabilmente mentre si avvicinava in compagnia del suo ospite. Poi la sua mente riprese il senso dell’ordinario raziocinio quando estrapolò visivamente una giovane veramente di bell’aspetto che discorreva con un tale mingherlino e azzimato in un paio di calzoni attillati con una camicia che esaltava la forma del suo busto semi-anoressico e che parlava con una certa enfasi delle vocali centrali e finali di parola, molto sensuale e anche molto gaio, sulla trentina e con una calvizie travisata da una rasatura cortissima. Non erano ancora state fatte le presentazioni che il dott. Gridero aveva già capito quale fosse, in mezzo a quel quartetto, quella Mina Calludole salvata dall’Antonnomi, detratta la presenza dell’allegro intrattenitore, che di certo doveva essere il padrone della baracca, e una donna di circa cinquant’anni che si limitava a sorridere per compagnia affiancata da una vaporosa trentacinquenne dai capelli fulvi, imboccolati e voluminosi e con un fisico dalle forme aggraziate, benché pienotte. L’Antonnomi arrivò presso di loro, li salutò e poi presentò il dott. Gridero che era rimasto un passo indietro aspettando di essere introdotto.
I nomi confermarono in quella bella ragazza il presunto anello di congiunzione fra i due lati delle sue indagini, però la sua attenzione era un poco distratta quando, presentando la rossa formosetta con il nome di Ada l’Antonnomi sorvolò un po’ troppo in fretta sulla sua presenza per passare a introdurre l’ultima delle persone presenti, una collaboratrice di Teo Vanzi, stilista e realizzatore dei prodotti di sartoria creati in quel luogo, la quale si limitò a sorridere e a tendergli la mano per poi allontanarsi verso uno dei tavoli dove pareva avere a mezzo qualcosa. Anche Teo Vanzi, dopo avere fatto all’Antonnomi sperticati complimenti per la sua simpatia e amicizia e per la “bella improvvisata” si disimpegnò immediatamente dicendo:
– Sembra che abbiate faccende da discutere, vi lascio alle vostre cose. Poi fermati un minuto – disse Teo Vanzi verso l’Antonnomi –, ho alcune cose da domandarti.

E mentre Teo Vanzi si allontanava con un passo impettito e allegro contemporaneamente l’Antonnomi, nascostamente dal dott. Gridero, con la mano fece verso Ada il classico segno di smammare, ché non era il caso di dare troppe opportunità al nemico. Ada sorrise senza riuscire a dissimulare completamente un leggero imbarazzo e l’Antonnomi sperò che il dott. Gridero stesse guardando da un’altra parte perché con uno di quella risma è meglio non provarci neanche a menarlo per il naso, non troppo comunque; quindi Ada se ne andò direttamente verso l’uscita senza più voltarsi e il dott. Gridero parve non curarsi di lei, cosa che rassicurò minimamente l’Antonnomi; era certo che non gliel’aveva proprio data a bere con la bella storiella che aveva scodellato nel suo ufficio poc’anzi, ma separare almeno temporaneamente i soggetti era il minimo che potesse fare.
L’atmosfera si fece immediatamente seria, benché tutti e tre, Mina, l’Antonnomi e il dott. Gridero si stessero sorridendo la più sfrontata cordialità. Mina qualcosa doveva avere intuito ma nelle presentazioni era stato fatto solo il nome del dott. Romeo Febo Gridero, la sua professione non era stata nominata, ora le cose andavano messe in chiaro.
– Questo signore – disse Antonnomi verso Mina – è un magistrato del tribunale e vorrebbe fare due chiacchiere con te, nulla di ufficiale o di preoccupante ma è meglio essere a posto nei confronti della Giustizia.
– Riguardo a…? – chiese Mina alternando il suo sguardo sui due.
– Beh, dovrai convenire che non è proprio una situazione usuale quella in cui ti sei venuta a trovare… intendo la tua presenza in quel luogo da dove ti ha tirato fuori la Polizia Municipale di Monza…
Mina capì che c’era qualcosa che non sapeva e che doveva certificare per conto dell’Antonnomi, per cui cercò di stare sul sicuro senza tirare in ballo estranei e circoscrivere la situazione per farla apparire terminata.
– Credo che stiate esagerando tutti quanti – Mina assunse un aspetto deciso che ColuiIlQuale alias l’Antonnomi non gli aveva ancora osservato e per un istante pensò che stesse per succedere l’irreparabile.
– Sarebbe a dire? – chiese il dott. Gridero con una gentilezza pelosa che malcelava la marea di domande che avrebbe avuto intenzione di porre a tutti e due.
– Non so come questa cosa si è prodotta, non so se dipende dalla scarsa comunicativa fra i sessi o dal fascino un po’ morboso che in genere l’allarmismo suscita nelle persone ma se sono andata in quell’appartamento è stato solo per compiacere un’amica, che è a sua volta amica di quella Fernanda che lo abita. Tutto qui.
«Capolinea», pensò il dott. Gridero che aveva già intuito la prontezza di spirito della ragazza, «Se c’è qualcosa da scoprire questa lo seppellirà». In ogni modo aveva individuato il soggetto e il commissario Bellosi avrebbe avuto presto qualcosa da verificare.

– E chi sarebbe questa amica? – insistette il dott. Gridero.
– Quella che passerà a prelevarmi da qui per portarmi a casa se mi date il tempo di telefonarle.
I due uomini si guardarono in faccia; la faccia dell’Antonnomi appariva molto più soddisfatta di quella del dott. Gridero, che sorrideva pure ma stava masticando amaro.
– Dunque nulla di cui preoccuparsi – disse l’Antonnomi al dott. Gridero.
– Apparentemente…
– Vede com’è semplice? Basta chiarirsi.
«Se pensi che la cosa finisca qui stai fresco», pensò il dott. Gridero.
– Chi sarebbe questa Fernanda? – insistette il dott. Gridero.
Mina aveva già il telefono in mano e guardò distrattamente Antonnomi quasi chiedendogli silenziosamente di rispondere al suo posto, cosa che avvenne nella più naturale delle maniere mentre Mina diceva:
– Scusate un momento… – e si indaffarò a comporre il numero.
– È una ragazza con problemi sociali che ha avuto la possibilità di abitare temporaneamente in quella struttura protetta…

– Protetta, certo… – ironizzò il dott. Gridero, che non aveva intenzione di mollare l’osso.
Il dott. Gridero si fece l’idea che non sarebbe stato male fare due chiacchiere anche con quest’amica in arrivo ma era un’opportunità un po’ troppo da forzare. Gli sarebbe bastato identificarla per cui si guardò intorno cercando qualche spunto per tirare in lungo fino alla comparsa di questa nuova persona coinvolta. Poi si persuase che qualche domanda generica non avrebbe fatto alcun danno e avrebbe potuto spingere la sua curiosità un po’ più addentro alla vicenda. Mina stava telefonando e si capiva che erano chiacchiere fra donne ma si capiva anche che stava parlando qualcosa nell’apparecchio mentre fingeva tutt’altro con la sua persona. Diede l’indirizzo del posto e chiese quanto ci poteva mettere ad arrivare a prelevarla perché non vedeva l’ora di arrivare a casa. Chiudendo la comunicazione disse al dott. Gridero:
– La mia amica sarà qui in una decina di minuti, se vuole può chiederlo a lei.
Questa disponibilità immediata gli parve subito sospetta, specie perché non richiesta, come una sorta di blando lapsus freudiano. «Ci puoi giurare che chiederò, bel faccino», pensò fra sé il dott. Gridero.
Per un breve lasso di tempo nessuno ebbe alcunché da dire, sebbene per parte del dott. Gridero l’argomento fosse tutt’altro che sviscerato e cercava di immaginarsi quella bella giovane in compagnia del Cazzarola al momento incensurato come se lo poteva immaginare dalla foto segnaletica che aveva mostrato al commissario Bellosi. Quale razza di favori o minacce s’erano scambiati i due per giungere ad un compromesso così contorto con al centro questa ragazza era ora una domanda centrale nella sua fantasia investigativa, perché qui nessuno gliel’aveva raccontata giusta, nemmeno questa “brava ragazza”, come l’aveva definita l’Antonnomi, che magari era brava all’università ma per il resto pareva esserci molto di ché. Poi pensò ad uno stratagemma per tirare in ballo il nome del Cazzarola, giusto per vedere che faccia avrebbero fatto entrambi e fare capire loro che lui, poi, aveva capito quello che aveva voluto capire. Si sovvenne che codesto Walter Cazzarola era noto presso alcuni come il Cinese e pensò di buttare là quel nomignolo giusto per veder che effetto avrebbe fatto, ma si ravvide convincendosi che affrontare l’argomento troppo frontalmente non avrebbe fatto altro che sobillare il bugiardo che si nasconde in ciascuno davanti alla Legge, meglio girarci intorno e tastare la situazione, e comunque sparare bordate a casaccio non era nel suo stile, anche se a volte ci provava.
Così prese a braccetto l’Antonnomi allontanandosi da Mina e facendogli al contempo un gesto come a scusarsi della riservatezza che voleva temporaneamente instaurare con il potente politico e quando furono a distanza di qualche metro dalla ragazza, assumendo un atteggiamento pensieroso e ingenuo gli chiese:

– C’è però una cosa che mi suona strana nella vicenda che mi ha raccontato, ciò che non capisco è dove sta tutta la pericolosità della situazione che questa bella giovane avrebbe sperimentato in quella struttura protetta – e disse protetta guardando l’Antonnomi tanto dritto negli occhi che pareva volesse ipnotizzarlo –, dov’è la minaccia? C’è qualcosa che mi sfugge o che non mi ha raccontato?
L’Antonnomi mascherò a fatica un’espressione del tipo «Se pensi di ciurlarmi su questo te lo puoi scordare», poi insistendo con le sue maniere cortesi, dopo una brevissima pausa di silenzio rispose:
– In effetti un particolare che non le ho detto c’è e spero che non mi coinvolga troppo se la metto a parte di qualcosa che un politico non dovrebbe sapere o trattare.
– Sentiamo… – disse il dott. Gridero
– Quella tipa che abita quella struttura…
– Protetta – lo interruppe ironicamente il dott. Gridero
– Beh, quella tipa – e qui il dott. Gridero percepì immediatamente la distanza fra “bella e brava ragazza” che indicava la Calludole Mina e “la tipa” che indicava genericamente un soggetto su cui potevano liberamente addensarsi tutti i peggiori sospetti – ha nei sui trascorsi delle frequentazioni davvero pericolose, per tacere di certe vicende che riempirebbero le pagine dei giornali e i notiziari della TV per un po’ di tempo.
– Per esempio? – insistette il dott. Gridero, che stava cercando di capire dove voleva andare ad estendersi questa informazione autentica usata come menzogna per coprire qualcos’altro.
– Non mi chiederà di fare dei nomi, sa… nella mia posizione…

– Uno sforzo non potrebbe farlo? Rimarrebbe solo fra noi, questo non è mica un interrogatorio – disse il dott. Gridero con la più subdola gentilezza che poteva esprimere.
– Anagraficamente parlando nomi non ne conosco ma so che un certo Giangi gli faceva da protettore…
– Insomma – sbottò il dott. Gridero – con tutta questa protezione queste donne si sentono così in pericolo da dover fare ricorso ad una persona come lei?
Era una battuta e forse anche un po’ infelice ma non voleva mollare l’osso e fargli capire che la sua posizione era un tantino stonata nella logica di quella vicenda.
– Ma guardi che di quel tizio mi hanno riferito cose orribili, è un violento, con un sacco di precedenti da fare spavento… e ci può giurare che gli sta alle costole per riprendersela come se fosse un oggetto.
– E lei di questo tizio conosce solo questo appellativo che ha tutta l’aria di un soprannome…
– È tutto quello che so, e anche riguardo alla richiesta di una mia intercessione non sono in grado di fornirle ragguagli precisi, sa con tutte le persone che conosco e con cui vengo in contatto…
– Naturalmente – insistette il dott. Gridero sul piano ironico.
Il dott. Gridero riprese a braccetto l’Antonnomi e si riavvicinarono a Mina che si era distratta ad osservare tessuti e creazioni nelle varie fasi di evoluzione e quando furono tutti e tre riuniti a normale tiro di voce il dott. Gridero pensò che forse un colpo di mortaio lo poteva anche sparare, giusto per vedere quale scompiglio avrebbe creato.
– A proposito di soprannomi… il nomignolo di Cinese le dice qualcosa? – disse allungando il viso in direzione dell’Antonnomi senza perdere di vista la “bella e brava ragazza”, da cui pure si aspettava una reazione.

Mina guardò in alto, verso il soffitto, come se la domanda non la riguardasse ma di sguincio il magistrato la colse in un atteggiamento troppo distratto per essere vero mentre il suo anfitrione guardò il pavimento fra la punta delle sue scarpe e poi alzando la faccia resse il suo sguardo dicendo il più convinto:
– Questo nome mi è sconosciuto.
«Che brava gente», pensò il dott. Gridero. Al contempo pensò anche che una verifica su questi dettagli il commissario Bellosi gliela avrebbe fatta più che volentieri e si senti lievemente appagato, solo lievemente perché non gli aveva estratto molto ma qualcosa da controllare ce l’aveva e a volte basta molto poco per aprire spiragli davvero interessanti.
Mina riprese l’atteggiamento di brava ragazza felicemente e ingenuamente distratta dalle cose del mondo e riponendo il telefono sfoderò il sorriso più gentile per dire all’Antonnomi:
– Penso che dei ringraziamenti siano d’obbligo nei suoi confronti, benché il suo aiuto si stato superfluo o forse perfino eccessivo, in quella casa non succede alcunché di equivoco e quella Fernanda è davvero un tipo simpatico…
– Lei non ha idea di chi possa essere stato a metterle a disposizione l’aiuto del dott. Antonnomi? – chiese il dott. Gridero guardando Mina dritto negli occhi e tenendo contemporaneamente d’occhio il politico di sguincio.
Mina alzò le spalle e fece una smorfia di allegro imbarazzo, poi disse:
– A dire la verità l’ho saputo dopo che c’era una persona così importante ad interessarsi della faccenda, io ho semplicemente visto qualcuno in divisa entrare nell’appartamento a fare domande a quella ragazza, che si è molto spaventata e ho pensato che non dovevo fare altro che seguirli, sennò mi avrebbero costretta, pare che siano necessarie delle autorizzazioni…
– Per proteggere, ovviamente… – interloquì il dott. Gridero, poi proseguì – Un’azione ben congegnata dott. Antonnomi…
– Tutto a fin di bene…
Il dott. Gridero capì che ormai facevano pappa e ciccia, se lo rimpallavano come volevano, gli avrebbero potuto raccontare qualunque cosa e avrebbero potuto giustificare qualsiasi situazione, benché sempre in maniera imperfetta, perché la puzza di imbroglio lui la sentiva benissimo anche lì, in presenza di quell’anima candida dalla meravigliosa fisionomia, in qualche maniera l’Antonnomi l’aveva subornata alle sue convenienze e lei ci stava, di certo non solo metaforicamente. Questa quasi certezza gli fece balenare un dubbio che volle togliersi lo schiribizzo di verificare immediatamente e disse rivolto a Mina:
– Lei conosce una certa Wanda Brigonzi?

Mina a quel nome aggrottò le sopracciglia in maniera sincera ma l’Antonnomi questa volta non riuscì a mascherare un sussulto di qualche parte del corpo che il dott. Gridero non era riuscito ad identificare ma che aveva costretto l’Antonnomi a fare un movimento di gambe per cercare una posizione differente e poi s’era voltato a guardare all’intorno come se volesse a tutti i costi apparire estraneo alla vicenda, poco ci mancava che si mettesse a fischiettare un motivetto per ingannare l’attesa dell’amica di Mina e la fine di questa piccola tortura che si era autoinflitta nell’ufficio del dott. Gridero credendo di averla già sgamata quando invece s’era data al zappa sui piedi.
Poi Guenda arrivò per davvero, si udì una voce femminile nei pressi dell’entrata da dove erano passati il dott. Gridero e l’Antonnomi giungendo sul posto, una voce femminile che diceva:
– È permesso? Si può entrare?
Quindi la faccia di Guenda fece capolino dall’ingresso e quando vide Mina le corse incontro con un’affettuosità esagerata e di certo anche un po’ ipocrita. Quando furono vicine le due giovani si baciarono sulle guance. Teo Vanzi, occupato ad un tavolone immenso in compagnia della sua collaboratrice sorrise nel vedersela sfilare davanti per andare incontro alla sua amica verso il fondo del capannone, le osservò compiaciuto che il suo atelier fosse così utile alla felicità e alla buona disposizione della gente, che bel quadretto. Il dott. Gridero e l’Antonnomi si scambiarono un’occhiata silenziosa, forse l’unico punto di convergenza che avessero mai avuto dall’inizio dei loro colloqui in quella giornata, se avessero potuto parlare avrebbero detto all’unisono «Le donne…».
Il dott. Gridero però non perse la sua mordacia investigativa e appena le due giovani ebbero terminato le loro smancerie alzò un indice moderatamente gentile e inquisitore e chiese:
– Lei sarebbe la signorina…
– Guendalina Tramazzi – disse Guenda con una sollecitudine inaspettata, e gli tese la mano.
– Piacere, dott. Gridero – rispose il magistrato mantenendo le distanze, e poi senza darle tempo di sapere con chi stesse parlando continuò – Ha accompagnato lei la signorina Calludole in un certo appartamento di Monza, presumibilmente ieri?
L’Antonnomi non resistette:
– Il signore qui presente è un magistrato del tribunale… oh… è qui in visita di cortesia, non è mica un interrogatorio…
Il dott. Gridero lo fucilò con uno sguardo mentre Mina incalzava:
– Vuole sapere se ieri sera mi hai accompagnato tu spontaneamente a casa di Fernanda per una pura visita di cortesia o per altri motivi che non saprei…
Guenda, che era più navigata di Mina, non ebbe bisogno di ulteriori imbeccate:
– Oh, certo… per una visita di cortesia, siamo buone amiche…
– Oh… buonissime mi pare di vedere…
Quindi il dott. Gridero constatato che niente più poteva essere detto senza che uno dei tre o tutti e tre all’unisono lo pigliassero per i fondelli decise che ne aveva avuto abbastanza, salutò cortesemente e singolarmente ciascuno dei tre e tolse il disturbo limitandosi a lanciare un ultimo minaccioso:
– Arrivederci.
E scomparve da dove era entrato.
Quando furono liberi dalla presenza ingombrante della legge ciascuno a modo suo diede sfogo ai normali istinti di convivenza e cordialità. Guenda, che aveva riconosciuto l’Antonnomi lo osservava alternando lo sguardo fra lui e Mina con l’evidente domanda che gli stava ruzzolando fra un orecchio e l’altro senza che questa si decidesse a rimbalzargli definitivamente sulla lingua. Che la sua amica avesse agganciato un pesce di quell’importanza era una cosa che doveva sviscerare ad ogni costo ma data l’imponenza del personaggio aveva dei timori che riusciva a trattenere a stento esibendo delle piccole gaffe e incertezze. L’Antonnomi se ne accorse e pensò che era giunto anche per lui il momento di togliersi dal posto, che cosa si sarebbero poi raccontato le due era una faccenda che non osava approfondire ma fidava sulla prontezza e complicità che avevano mostrato in presenza del dott. Gridero per cui si limitò a stringere la mano ad entrambe facendo nascostamente l’occhiolino a Mina, quindi si allontanò da loro per andare a salutare il Vanzi. Le due non persero tempo, appena sole si guardarono in faccia e si misero immediatamente d’accordo per andare a casa di una delle due o in qualunque altro posto, qualche cosa di importante doveva essere divulgato. Passarono davanti al Vanzi, intento a dialogare con l’Antonnomi e di passo celere, quasi di corsa uscirono e si infilarono in macchina ridendo come due ragazzine.
La curiosità di Guenda non resistette. Appena sole in macchina, benché impegnata alla guida, la guardò stupefatta e le disse:
– Quello là è…
– Proprio lui – rispose Mina.
– Caspita ma dove l’hai rimorchiato?
– Non ci crederai ma è lui che mi ha fatta cercare e ora mi protegge da quel Cazzarola, non so ancora esattamente per quale motivo ma la cosa mi piace…
– Che tu fossi in fuga da quel tizio s’era capito, anche per quello che avevano detto i tuoi amici ma che tu poi in macchina non mi abbia voluto dare dettagli… a me, che sono la tua migliore amica! Questa poi…
– Non volevo coinvolgerti troppo, è stato per il tuo bene e forse anche per il mio.
Il silenzio che intercorse fra questa affermazione e la successiva domanda d’obbligo fu brevissimo e irresistibile:
– Te lo sei fatto? – chiese Guenda con un sorriso tra il malizioso e l’invidioso.
– Sono cose mie, che cosa vuoi sapere.
– Te lo sei fatto!
Mina non disse nulla e questo silenzio autorizzò Guenda a proseguire il suo balletto di domande piccanti.
– E a letto com’è? Sono curiosa da morire…
– Una roba ordinaria, però è stato carino… ed è anche stato così gentile, educato…
– Quindi vi vedrete ancora…
– Mmh, chissà… può darsi…
– Vi vedrete ancora!
– Ehi… – disse Mina a Guenda – queste sono cose molto riservate!
– Puoi contare su di me. E Germano?
– Per adesso li tengo tutti e due, tanto è molto difficile che entrino in contatto uno con l’altro, sono due mondi non comunicanti.
– Stai diventando intrigante, bisogna che mi tieni al corrente, voglio sapere tutto!
– Mmh… magari non proprio tutto…
– Ehi, ancora non ho capito come hai fatto a finire fra le braccia dell’Antonnomi e piantare Fernanda nel suo appartamento.
– In effetti ci siamo lasciate in una maniera poco piacevole.
– Spiegati meglio…
– Qualcuno ha mandato i vigili urbani, quelli di Monza intendo, a casa di Fernanda, ci hanno chiesto i documenti e poi senza tanti complimenti hanno fatto sloggiare me e lasciato la tua amica in uno stato di quasi prostrazione per il senso di colpa nei miei confronti.
– Ma non possono, è un abuso.
– Io non mi sono opposta, non c’era nulla che potessi fare. Poi l’Antonnomi mi ha fatto capire che c’è qualcuno che si è preoccupato per me e non mi ha voluto dire chi sia, però mi ha detto che sono stata praticamente prelevata su sua iniziativa
– Che idea ti sei fatta? Non è una cosa normale.
– Non so cosa pensare, però lui pare un tipo a posto, anche se dall’atteggiamento vagamente bigotto e tipicamente maschilista, nulla di particolare nel panorama generale della società in cui viviamo.
– Vabbè, adesso sei fuori dalla vicenda, vediamo di spassarcela un po’ – e sorrise verso l’amica.
Il dott. Gridero con le pive nel sacco se ne tornò al suo ufficio, dove aveva lasciato in attesa il Dabbono, che era restato là ad attendere, docilmente, passivamente. Ne ebbe un po’ pena quando lo vide seduto su quella panca ma non si lasciò commuovere, anche questo tizio doveva avere una parte nella vicenda e non gli avrebbe detto alcuna verità, avrebbe detto solo le menzogne che avrebbe pensato di potergli spacciare e/o le verità che a suo giudizio sarebbero state ininfluenti per sé e per i suoi complici eventuali. Lo fece accomodare nel suo ufficio e prima di iniziare a sondarlo cercò di metterlo a suo agio dicendogli che quello era solo un dialogo informale, che voleva sentire da lui certe conferme, certe informazioni riguardo a delle persone di malaffare che ruotavano intorno a certi giri di denaro e stupefacenti che sfioravano anche le facoltà di lettere e di legge.
Quando lo ebbe fatto sedere nel suo ufficio notò immediatamente il lieve nistagmo dei suoi bulbi oculari, lieve ma percepibile e capì subito che questo era una specie di vittima di quel Cazzarola, pensò che se lo avesse fatto trattenere per un motivo qualunque avrebbe potuto sfruttare il suo prossimo stato di astinenza per estorcergli qualche informazione e poi mollarlo al suo destino, perché quello era un soggetto non troppo coinvolto nella parte succulenta di ciò che stava cercando di scoprire, ma pur sempre agganciabile da quei tizi.
– Allora, Sig. Dabbono, lei è studente, vero?
– Sì, alla facoltà di lettere e filosofia.
– Lei conosce questo signore? – e gli scodellò sotto al naso la foto segnaletica di Ahmed con tutto il suo pedigree.

Bonbon alzò di scatto le sopracciglia e il cuoio capelluto con tutta la chioma evidenziando un tic e uno stato di sorpresa che non era riuscito a reprimere del tutto, scosse il capo in una negazione muta ma non disse nulla. Era evidente che lo conosceva, al dott. Gridero non era sfuggito quel movimento incontrollato, anzi, gliel’aveva fatta vedere a bell’apposta.
Nell’ostinazione del Dabbono il dott. Gridero tirò fuori la foto del Cazzarola, non “segnaletica”, colto di sorpresa in compagnia di sconosciuti e gli scodellò sotto al naso pure quella. Bonbon scosse il capo nuovamente a significare un ulteriore no, però la sua faccia era l’espressione del terrore, certo non di quelle espressioni cinematografiche o teatrali talmente stereotipate che devono essere intese a largo raggio, ma l’esperienza di interrogatori del dott. Gridero gli faceva capire molte cose che gli interrogati tendono stranamente a trascurare di dire o a ignorare scientemente. Dunque un nesso esisteva ma non aveva alcuna prova. Però era un nesso importante perché se questo Dabbono si congiungeva con il Cazzarola e i suoi loschi affari la sua frequentazione della facoltà di lettere e filosofia lo metteva in connessione con la Calludole Mina e per estensione con l’Antonnomi. Una tesi troppo ampia che richiedeva una mole di lavoro indicibile ma con le opportune scremature si sarebbe potuto intraprendere una direzione investigativa interessante. Pensò che da questo tizio non avrebbe potuto estrarre molto di più delle sue incontrollate esternazioni somatiche, però lo avrebbe potuto spaventare un po’, giusto per tenerlo sulla corda quanto basta per fargli commettere qualche imprudenza.
– Lei fa uso di droghe Sig. Dabbono?
– Può essere successo… casualmente… sa… alle feste a volte…
La sua risposta fu pronta e incerta a sufficienza per confermare la tendenza alla reticenza dei soggetti di quella risma, nulla di nuovo, ordinaria routine.
– Lo sballo, capisco – disse serenamente il dott. Gridero fingendo una conoscenza del gergo giovanile che in realtà, per la sua posizione e per il modo e il contesto in cui ne aveva fatto uso, certificava una distanza incolmabile fra sé e i “giovani”.
Bonbon fece una smorfia strana, come se gli avesse concesso per un breve istante il diritto di entrare nella sua vita e nei suoi divertimenti. Poi fece una domanda.
– Il motivo preciso per cui mi ha fatto convocare?
– Gliel’ho già spiegato, semplici domande come quelle che le ho appena posto – questa richiesta di ulteriori spiegazioni circa la sua convocazione segnò per il dott. Gridero il momento di mollarlo alla sua vita con il dubbio di essere sotto osservazione – anzi, se vuole può andare, è libero di andarsene anche subito.
Bonbon si alzò lentamente, come se temesse che una manona gigantesca gli piombasse sulla spalla per rimetterlo seduto a subire altre domande. Si guardò intorno con un imbarazzo dissimulato e nella lieve contentezza di potersi allontanare impunito salutò il magistrato e uscì dall’ufficio infilando il corridoio come se fosse la pista di lancio della libertà.

Prossimamente il trentesimo capitolo








































































