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Una storia italiana – Romanzo a puntate (09)

romanzo a puntate (09)

Copyright © Eric Bandini 2010

Depositato come opera originale presso la S.I.A.E. – O.L.A.F. Deposito n° 2010001634 del 12/04/2010


Tutti i diritti sono riservati. È vietata qualsiasi manipolazione e/o alterazione, totale o parziale, dei contenuti di questo testo, ivi inclusa la traduzione in altre lingue senza previa autorizzazione della proprietà letteraria. È vietata la riproduzione a stampa senza previa autorizzazione della proprietà letteraria. È vietato l’utilizzo diverso, totale o parziale dell’opera, da quanto consentito tramite l’acquisizione legale di una copia con autorizzazione scritta della proprietà letteraria all’uso e/o commercializzazione. È vietata la riproduzione totale o parziale del testo di questo scritto in siti web senza l’autorizzazione della proprietà letteraria.



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Questo romanzo, ambientato fra Milano e Genova nel luglio del 2001, è un’opera di fantasia. I personaggi, i luoghi nominati e gli eventi che vi si svolgono sono inventati, gli eventi e le persone eventualmente reali, che fanno da sfondo alla narrazione come ai personaggi, sono tratti da fatti di cronaca riportati dai notiziari o dai quotidiani e liberamente interpretati a fini creativi e immaginari. Ogni altro e qualunque riferimento a persone, luoghi, cose, eventi realmente esistiti o esistenti è puramente casuale e/o esclusivamente funzionale ai fini immaginari della narrazione. Ogni deduzione o interpretazione storica, filosofica o letteraria è meramente funzionale alla narrazione romanzesca quale opera di fantasia.


Una storia italiana

Capitolo IX°

(09)

Milano

Giovedì, 19 Luglio 2001

Trifarro, aggiunto il suo monolocale, una stanza con annessi bagno e cucina separati, non in stile camerata da caserma come quello di Bonbon ma comunque sempre sottodimensionato alle esigenze di un quarantenne in virtù della precaria funzione di aggiunto alla facoltà di Lettere e Filosofia, il dott. Fosco non riuscì a trovare pace nel tentare di dare un volto a quella voce che gli aveva sussurrato quella frase neanche tanto sibillina, anzi praticamente in chiaro: «Occhio a stasera». La sentenza rapidamente indirizzata alla sua distratta attenzione pareva avere vaghi accenti meneghini, ma in una frase di così poche parole non era possibile esserne certi. Una cosa sembrava assodata, il tipo che gli aveva biascicato quell’informazione doveva o poteva essere a conoscenza di molte più cose, sia sul Cinese che sulle vittime dello stesso, non escluse le relazioni di queste fra loro. Pensò e ripensò al momento in cui usciva da quella porta che tintinnava in tutta la sua struttura per concedergli un passaggio nella sua apertura ridotta, a quelle tende bianche che all’interno filtravano la luce del sole trasformandola in una specie di ghiaccio caldo, all’abbacinante cortile nello zenit di quel 19 luglio che gli aveva fatto strizzare gli occhi concentrandosi su dove doveva andare invece di fare attenzione a quel soggetto a mezzo metro da lui che pareva industriato in tutt’altre faccende e casualmente incrociasse il suo cammino e invece prodigava sussurri e sospiri che andavano a segno nella sua attenzione differita da circostanze a lui non abituali.

Monolocale

Non ricordava alcunché di preciso del tipo, come se si fosse trattato di una specie di fantasma, una sagoma indefinita, un ectoplasma. A mente fredda gli parve quasi una slealtà, ma pensare una cosa del genere era sicuramente un atteggiamento infantile; sarebbe stato possibile definirla una trasgressione forse, una presa in giro, un po’ come dire «Occhio che stasera vi facciamo neri!». Però anche questa considerazione non gli tornava con il modo di fare del Cinese, questo tipo di sbruffoneria non si accordava con il suo comportamento in generale; si certo, per essere sbruffone lo era, eccome, ma non di quel tipo di strafottenza che, occorre ammetterlo, richiede un minimo di ironia, quando non anche di autoironia, perché le prese per il **** possono anche andare a finire a rovescio, la biscia si può rivoltare al ciarlatano e allora sai che ridere per il ciarlatano, e invece quelli di ridere non ne avevano mica voglia, quelli volevano le cose a modo loro, punto e basta, senza patacche e senza rotture di scatole.

No, quel tipo così come lo aveva colto, o per meglio dire “mancato”, non si incastrava nella vicenda, c’era qualcosa che non combaciava per nulla e la voglia di scoprire qualcosa su questo personaggio o almeno dargli una collocazione in quella storia cominciata la mattina stessa si faceva sempre più pressante, e a questo riguardo il tempo non abbondava. Si distese sul letto nella penombra delle persiane semiabbassate meditando se ritelefonare per contattare ancora l’Armando. Due volte nello stesso giorno dopo anni che non si frequentavano gli risultava eccessivo, qualche risposta strana se la sarebbe beccata, però quella voce, quella sentenza quasi sibilata lo tirava per la manica, lo attizzava a rispondere, lo incitava in una maniera sleale e quasi irresistibile, come una guanto di sfida e un animaletto oscuro e inafferrabile che sgattaiolava nel suo cervello istigava «…e allora io, …e allora io». Calma, calma, calma, si disse il Fosco, la cosa non va presa di petto, qui serve un ragionamento che aggiri l’ostacolo e lo illumini da una posizione nuova e insospettabile, sia per l’osservato che per l’osservatore, l’unica persona è l’Armando. L’Arturo già gli aveva dato le indicazioni per rintracciarlo, sarebbe bastato rifare il giro e cercarlo nei posti bazzicati. Balzò in piedi, ricompose la cucina dal rapido pasto che aveva consumato, si rinfrescò in bagno e uscì di nuovo in direzione dell’Armando.

Quasi le tre del pomeriggio, pareva di stare di fronte ad una fornace accesa, un debole vento di forgia muoveva l’aria senza rinfrescarla. L’idea di salire in macchina parcheggiata in un luogo che vedeva ora il pieno sole non lo stuzzicò neanche. Si diresse alla fermata di un autobus che lo portasse nei paraggi della Conchetta, dalla Gorla un giretto di dieci dodici chilometri con il fondato sospetto di dovere scarpinare un tot prima di reperire l’Armando. Prima tappa l’abitazione, secondo il senso logico di un operatore del crimine non si lavora con un caldo del genere, e già la definizione “lavoro” esulava dalle migliori intenzioni del suo ex amico. Fosco presentiva una vaga certezza di trovare presso il suo domicilio o l’uomo che stava cercando o un’informazione diretta al suo immediato reperimento. Dopo una mezz’ora di sballottamento e qualche cambio di mezzo giunse nei pressi di Porta Genova dove decise di scendere e affrontare la ricerca a piedi, l’indirizzo fornitogli dall’Arturo sembrava ad una distanza camminabile dallo stop del mezzo pubblico secondo la guida di Milano che si era portato appresso nel caso le ricerche richiedessero dettagli toponomastici, nessuno pretende davvero di conoscere a memoria una città come Milano.

Naso in aria e occhio alla guida come un turista prese la direzione verso il recapito conosciuto dell’Armando e dopo avere percorso un certo numero di centinaia di metri, che non avrebbe stimato in tale quantità, altrimenti ci avrebbe pensato bene prima di scartare la soluzione “vettura privata parcheggiata nel sole”, giunse all’ingresso carrabile di un cortile sovrastato da edifici presso uno dei cui lati si leggeva “segue numerazione” con i numeri che stavano all’interno di quella cittadella condominiale e fra i quali era compreso il civico fornitogli dall’Arturo la mattina stessa. Nessun cancello e nessun ostacolo ad indicare privato domicilio, Fosco entrò nel cortile, la base irregolare di un parallelepipedo circondato da facce e vertici irregolari che lasciavano scoperta la parte superiore dominata dall’incupito azzurro estivo del pomeriggio, per qualche strana distrazione Fosco si domandò come mai il cielo di 2 ore dopo mezzogiorno è diverso dal cielo di 2 ore  prima di mezzogiorno, quasi un segnale di decadimento, o forse una soggettiva interpretazione di “decadimento” indotta dalla consapevolezza dell’esistenza, nei tempi dell’infanzia pensava che il giorno fosse equamente diviso dal mezzogiorno, che ciascuna delle sue due metà equivalesse all’altra in una verità sancita dalla parola “mezzogiorno”.

Scacciò questi pensieri assurdi alla vista di una persona in quel desolato contenitore di umani e gli si avvicinò per chiedere eventualmente informazioni, titubante sulla convenienza di fare domande al riguardo di qualcuno che si guadagna la maggior parte del suo vivere di nascosto dalla forza costituita; alla luce di questa ultima considerazione meditò di dare prima un’occhiata ai campanelli. Il tipo, dall’aspetto pensionato, stava al davanzale di una finestra del piano rialzato proprio presso l’ingresso del civico ove, secondo le indicazioni dell’Arturo, avrebbe dovuto trovarsi il domicilio dell’Armando. Fosco consultò i nomi sui campanelli ma dell’Armando non v’era traccia, vero però che alcuni non recavano targhetta. Il tipo alla finestra lo aveva osservato mentre scrutava la schiera dei pulsanti con i nomi e ora distratto da altre cose fissava un punto davanti a sé, Fosco gli si avvicinò andando ad occupare la sua visuale nella direttrice di quella fissità che pareva immutabile, il tipo riconobbe l’invasione del suo spazio visivo e lo guardò, Fosco chiese diretto.

– Sa mica se abita qui l’Armando? – Fosco disse solo il nome sperando di poter omettere il cognome, mantenendo così una certa riservatezza, o almeno gli pareva.

– Armando quale? Ce ne sono due qui degli Armandi, c’è quello del secondo piano – e fece un gesto fuori dalla finestra ad indicare un punto nell’edificio che secondo le sue intenzioni doveva puntare al piano secondo dell’immobile da cui si stava affacciando – e poi c’è un altro Armando…

Fosco non lo lasciò terminare, già fiutava la logorrea, per cui si buttò a descrivere fisicamente il suo ex amico nelle dimensioni spaziali di altezza e corporatura, nonché vaghi accenni di aspetto fisico somatico. Il tipo dopo averlo lasciato parlare un poco si buttò sicuro.

– Ah sì, l’Armando… a quest’ora lo trova alla trattoria, quando esce da qui – e indicò l’ingresso carrabile da dove Fosco era entrato – gira a destra va dritto per due trecento metri e poi dentro un altro cortile tipo questo, ma più vecchio, c’è la trattoria dove va di solito l’Armando che cerca lei. È sempre in giro quell’Armando lì, a casa ci sta poco…

Fosco fece un gesto di ringraziamento nell’allontanarsi verso la strada. Sul marciapiede prese la direzione indicata e arrivò al cortile descritto dal tipo. Uno spazio non asfaltato reso idealmente più ampio dalla non eccessiva altezza degli edifici all’intorno, irregolari a due o tre piani al massimo e quindi con una maggiore luminosità; sul lato esposto a sud, in pieno sole, rampicava un glicine affiancato da calicanti irregolarmente distribuiti a formare prima una specie di alta siepe e poi una sorta di pergolato senza uva in comunione con il glicine. In quell’ombra bucata qua e là dai raggi che filtravano dal fogliame Fosco intravide la sagoma conosciuta dell’Armando, che già lo aveva focalizzato. Quattro tavoli con sedie di plastica occupavano la maggior parte di quell’ombra davanti ad una vetrina dalla struttura di legno parata dalla metà in giù da tende merlettate di ispirazione antica e che recava la scritta TRATTORIA senza alcun altro epiteto o denominazione, Armando era solo e in considerazione dell’orario qualsiasi altro cliente sarebbe stato da escludere. Fosco si compiacque per l’Armando, il posto era davvero piacevole e pochi rompiscatole sarebbero stati in grado di trovarlo, guardandosi intorno prima di raggiungerlo si rese conto del motivo di quella scelta, tutto il cortile manteneva un degrado tipo anni settanta, con edifici irregolari e di differenti fatture, mattoni a vista, intonaci dipinti e variamente scalcinati, irregolarità edilizie piuttosto da demolire che da sanare, ciuffi d’erba che spuntavano da una ghiaia sparsa e maldistribuita su cui si evidenziavano le impronte a carruggio della macchine, alcune delle quali stavano parcheggiate ad un lato della corte.

Armando lo osservò sedersi al suo tavolo e rilassarsi contro lo schienale in un giusto riposo dopo la fatica della ricerca. I due si squadrarono senza parlare, Armando aveva un sorriso fra il compiaciuto e l’ironico, ma Fosco vi lesse una sorta di felicità che non sapeva se attribuire all’amenità del posto, alla buona cucina che quella trattoria di aspetto antico ammiccava da dietro quelle tende a mezza vetrina o al piacere di rivedere qualcuno che ti ha evitato per tanto tempo ed ora sembra avere davvero bisogno di te.

– Ci siamo dimenticati qualcosa questa mattina? – chiese Armando con fare apparentemente casuale.

– C’è una cosa che ho bisogno di chiarire, ma è una cosa strana, anche se domandabile. È successo un piccolo fatto mentre uscivo dal quel posto, di cui non so darmi tutte le spiegazioni e mi servirebbe un’illuminazione possibilmente prima di sera.

Fosco si guardò intorno, poi chiese ad Armando.

– Possiamo parlare tranquilli?

– Penserei di sì, ma il condizionale è sempre d’obbligo.

– Non molto rassicurante, ma quello di cui ti devo parlare non dovrebbe essere una cosa pericolosa.

– Sentiamo.

– Tu mi hai visto, mi hai guardato quando sono uscito all’aperto oggi in quel cortile – Armando fece un vago e dubbioso cenno di sì con il capo –, beh c’era un tale che non puoi non aver notato, un tipo sui trenta, trentacinque che è uscito con me da là dentro e a cui io non ho fatto caso, non saprei descriverlo né dare altre indicazioni se non sull’età che poteva avere apparentemente. Questo tizio quando io sono uscito ha borbottato qualcosa a mezza voce che ho inteso come «Occhio a stasera». La cosa fa contrasto con tutto quello che è successo là dentro, e poi perché informarmi, perché darmi delle indicazioni? Questa faccenda non ha un senso. Cosa centra questo tizio? Tu non puoi non averlo visto.

?

– Sì ricordo che c’era un tale, e anche a me è sfuggito ogni particolare, quando tu sei venuto fuori ho guardato verso di te e non ho fatto molta attenzione a quel tipo, che sì, doveva avere quell’età che hai detto. Non credo di poterti aiutare e non capisco quale sia il problema.

– Il problema è che ho la sensazione che questo tipo non sia completamente associabile a quelli che stavano là dentro – e qui Fosco disse “quelli che stavano là dentro” guardandosi intorno sollecitato dalla sua intima convinzione “Sono paranoico, si, ma sono sufficientemente paranoico?” e parlava osservando il cortile come a scrutare la presenza di persone nascoste, orecchie in ascolto eccetera evitando di fare riferimenti o accenni diretti a “quelli che stavano là dentro” facendo la massima attenzione a non nominarli –, ho una convinzione che quel tizio stia in qualche maniera a cavallo fra due mondi, il punto di connessione fra le convenienze di ciascuno e il crocevia per le deviazioni più convenienti. Credo che possa succedere qualcosa di inaspettato e imprevedibile.

Armando alzò il capo e guardò un punto in mezzo alle frasche bucate dai raggi di quel sole pomeridiano senza dire niente, poi osservò Fosco per un lungo istante e disse.

– Credo che stai parlando un po’ difficile per uno come me e in ogni modo, dal punto di vista di qualcuno che si guadagna da vivere come faccio io più o meno tutte le cose sono inaspettate e imprevedibili. Ma qualcosa me la fai venire in mente. C’era un tale, in quei tempi che te vuoi scordare ma che in qualche maniera hanno fatto in modo che ci troviamo qui oggi, che ti piaccia o no, beh, c’era un tale che quando gli capitava qualcosa di strano o che non aveva in nessun modo previsto o che gli risultava bizzarro oltre maniera e che non riusciva a spiegarsi usava sempre un’affermazione: «…sarà stà la banda de la Tösa». Non chiedermi cosa sia la banda della Tösa, non l’ho mai capito, ma c’è sempre qualcosa in tutte le situazioni che ti fa domandare perché, per cosa, eccetera. Beh, sarà stà la banda de la Tösa…

– Mi sembra che questa risposta non risponda un gran ché. L’unica Tosa che mi viene in mente è quella che c’era prima di Porta Vittoria, centocinquant’anni fa, la Porta Tosa.

Porta Tosa

– Io non ero ancora nato, non c’entro niente.

Nessuno dei due rise. Fosco, che nel parlare all’Armando si era sporto un poco verso di lui, si rilassò nuovamente contro lo schienale. La calma di quel cortile aveva un aspetto di riservatezza e lontananza da tutto come il giardino di una casa nobiliare in decadenza tranne che in quel posto c’era solo decadenza e niente nobiltà, i rumori del traffico sulla strada principale giungevano a malapena a causa della posizione sfalsata della trattoria rispetto allo sbocco sulla pubblica via, solo qualche raro colpo di clacson o la sgasata di qualche automobilista innervosito dal caldo che alzava le marce basse superava l’ostacolo fisico degli edifici e giungeva a segnalare un mondo in movimento fuori da quell’angolo di estraniazione. Il silenzio di Armando mise Fosco in leggero imbarazzo, come se gli stesse nascondendo qualcosa o non volesse fargli capire dettagli che avrebbero potuto dare serie indicazioni sulle sue reali attività, ma più intimamente Fosco si sentiva come escluso dal mondo dell’Armando e cominciò a ricavare l’impressione di una superiorità da parte sua in un campo in cui lui era perfettamente fuori gioco. Concretamente Armando avrebbe potuto addentrarsi nel mondo di Fosco, certamente non a livello accademico, ma quanto basta per comprendere la vita e le attività di qualcuno che si guadagna l’esistenza in una facoltà universitaria, mentre Fosco non avrebbe mai potuto addentrarsi nel mondo di Armando senza addentrarsi anche in qualche commissariato e magari in qualche galera in qualità di ospite. Per una serie di strane alchimie umane l’Armando in questo momento stava un gradino al di sopra del Fosco, non in maniera palese, non avrebbe potuto vantare alcunché con nessuno né gloriarsi o sfotterlo per un motivo qualunque, Fosco tuttavia intravedeva una sensibilità verso il mondo filtrata da un lungo periodo di attività illecite che conferiva all’Armando una visione di cose, persone, eventi e luoghi completamente diversi dalla visione dell’uomo qualunque, ammesso che l’uomo “qualunque” sia definibile o individuabile. Fosco pensò che la sua seconda sortita nella vita dell’Armando non aveva prodotto alcunché di certo; una specie di incomunicabilità dovuta a fatti pregressi e un muro di omertà per proteggere le proprie vicende e forse anche l’esistenza del Fosco medesimo mettevano l’Armando in condizione di non poter parlare o di non volere parlare per giustificati motivi.

La banda della Tösa, pensò Fosco, e quasi gli venne da ridere fra sé richiamando alla mente quella scultura conservata al Castello Sforzesco e che un tempo stava per l’appunto alla Porta Tosa, quell’immagine di donna che aveva visto, ragazzo delle scuole medie, durante una visita guidata e presso la quale si erano fermati, lui e altri compagni, ad ammirare quel sesso esposto in quel gesto di sfida e apparentemente incongruo. Certe statue, anche mal conservate, sembrano voler dire molto di più di altre in ottime condizioni, magari per la stranezza o l’inusualità delle pose, o magari solleticano solo la fantasia popolare. Quando Armando gli aveva buttato là quella frase, «…sarà stà la banda de la Tösa», la prima cosa che gli era venuta in mente era stata proprio quel bassorilievo o statua che dir si voglia, ma quella considerazione così di prima botta non lo conduceva a nulla di logico, però l’aggancio fornito dall’Armando lo intrigava, forse voleva mandargli un messaggio che non avrebbe potuto comunicargli in chiaro, un segnale di qualcosa di cui egli non si era mai avveduto per via delle sue frequentazioni da individuo qualunque, a cui nascostamente aggiunse “per fortuna” perché non aveva mai rimpianto la scelta di quel novembre 1975.

– Senti Armando, ti lascio il mio numero di telefono; nel caso la banda della Tösa ti comunicasse qualcosa di importante al riguardo fammi sapere – e scarabocchiò un numero di telefono su di un biglietto del tram che raccolse da terra dopo essersi guardato attorno alla ricerca di qualcosa di scrivibile.

Dopo avere appoggiato sul tavolo il cartoncino con il suo numero di telefono Fosco provò un vago senso di paranoia perbenista, dopo tutto l’Armando si guadagnava da vivere in maniera alternativa e la Legge forse non era d’accordo con le sue attività, anzi certamente non lo era dietro sua confidenziale ammissione, per cui lasciare una traccia di sé nelle mani di qualcuno che può essere indagato in ogni momento poteva anche non essere un’astuzia ma la disponibilità odierna e il sopimento dei vecchi rancori gli faceva vedere la cosa con totale distacco e in ultima analisi avere contatti con qualcuno che si è conosciuto nell’adolescenza, qualunque siano le sue propensioni, non costituisce alcun crimine, solo rapporti umani.

L’Armando non parlava, né lo guardava; pareva che aspettasse qualcosa da lui, una conferma, un cenno, un segno di intesa, anche muto, ma Fosco non ebbe alcuna illuminazione, nessun guizzo mentale che lo connettesse al mondo invisibile dell’Armando.

Armando raccolse il biglietto e ruppe il suo silenzio, si volse verso Fosco .

– Non ti ho ancora chiesto come hai fatto a trovarmi, il mio indirizzo lo conoscono in pochi.

– Arturo – disse Fosco a mezza voce, quasi fosse stanco per il caldo – comunque grazie per non avermelo domandato subito, un piccolo gesto di fiducia.

– Arturo, certo. Ci siamo visti qualche mese fa e poi ci siamo persi di nuovo. Ti è servito a qualcosa quello che abbiamo fatto stamani? Sono stato utile a qualcosa?

– Lo saprò al più presto stasera, ma è possibile che occorra un po’ più di tempo. Speravo che tu mi potessi dare qualche informazione su quel tizio di cui ti ho detto prima, ma vedrò di cavarmela ugualmente.

– Non sapevo che i doveri di un insegnate precario prevedessero anche queste incombenze.

– E in effetti non le prevedono, è una specie di complicazione che mi sto autoinfliggendo. Diciamo che mi sto rendendo utile per qualcuno che può essere aiutato semplicemente perché non desidera ciò che qualche tizio vuole fargli capitare.

– Ehi, cambiando argomento, in questi giorni ti immaginavo a Genova…

– Avrei voluto esserci, ma ho degli impegni qui e sembrano incrementare, forse ci vado domani.

La conversazione stava diventando banale, ancora un po’ e avrebbero cominciato a parlare dei loro acciacchi e delle loro malattie, stile anticamera del medico di famiglia, Fosco si guardò in giro per cercare una scusa e tagliare al corda, Armando se ne accorse e buttò là una baggianata.

– «…sarà stà la banda de la Tösa» – e rise sguaiato come ai tempi dell’adolescenza.

– Beh Armando, ci si vede. Scusa se ho disturbato il tuo ritiro. Questo posto è fantastico.

Armando lo salutò con un gesto della mano e lo seguì con lo sguardo fino a vederlo scomparire nell’accesso che immetteva sulla pubblica strada.

Fosco si diresse immediatamente alla fermata dell’autobus più vicina, svuotato di entusiasmo e iniziativa, la sua idea di consultare nuovamente il suo compagno di infanzia non aveva prodotto risultati, il tipo che voleva individuare restava anonimo e nulla di più era dato sapere sulla serata programmata dal Cinese.

Il calore che saliva dall’asfalto e l’afa poco ventilata del pomeriggio lo imbozzolavano in un torpore che induceva una vaga sonnolenza, un desiderio di essere disteso all’ombra e al fresco senza dover camminare o doversi industriare ad alcunché. La fermata dell’autobus era nel sole, nessuno oltre a lui in quell’ora di metà pomeriggio. In quella necessaria disposizione all’attesa tentò di distrarsi vuotandosi di ogni attenzione, guardando all’intorno, cercando qualcosa che lo distraesse dalla calura e che lo facesse pensare a qualcosa d’altro ma la necessità di dover incontrare di nuovo i suoi studenti quella sera stessa per motivi praticamente personali non lo abbandonava e sebbene il suo sguardo cercasse ostinatamente una distrazione, almeno momentanea, l’incombenza che si era assunta verso di loro gli faceva presenti i suoi obblighi.

Cercò di distrarsi leggendo i nomi scritti in una calligrafia femminile nel palo che issava la tabella della fermata dell’autobus, che sottostavano a mo’ di firme in calce ad un verso banal-popolare di una canzonetta in voga qualche anno prima, il tutto contornato da cuoricini e fiorellini stilizzati: Katia, Deborah, Gessica. Gettò un’occhiata ad un annuncio stampato in formato A4 e incollato al palo del lampione a qualche metro da lui, senza alcuna curiosità di leggere quello che c’era scritto sopra e meravigliandosi che qualcuno avesse strappato alcuni lembi appositamente pretagliati recanti un numero di telefono da chiamare “se interessati”; si era domandato più di una volta chi mai potesse veramente prendere uno di questi lembi e telefonare per davvero, più di una volta gli era venuto il sospetto che l’occasionale inserzionista-attacchino ne staccasse qualcuno a bell’apposta quale forma di invito, un segnale per chi nota il piccolo dazebao che dicesse “qualcuno si è già interessato, prendine uno anche tu prima che finiscano”; o forse chissà, qualcuno si interessava per davvero. Notò una vettura parcheggiata con il ruotino di riserva al posto di una ruota titolare. Verificò che i lampioni fossero in fila lungo il marciapiede, non lo erano. Il terzo lampione a circa sessanta metri era leggermente più arretrato. Guardò sull’asfalto, proprio sotto lo scalino del marciapiede della fermata, una strana serie di segni bianchi che parevano tirati col gesso in un riquadro rettangolare di circa venti centimetri per trenta; parevano formare un qualcosa ma non si capiva bene. Inclinò il capo da un lato per cercare un nuovo angolo di osservazione ma nulla di significativo gli si fece palese, girò il capo dall’altra angolazione possibile senza cambiare posizione cercando di dare una interpretazione che aveva sentore dovesse esistere, poi spinto dall’idea di avere intravisto qualcosa compì i due passi che mancavano per scendere dal marciapiede e cercò l’angolazione giusta per decifrare. Era proprio «La Tösa», replicata sull’asfalto con uno stencil.

Il disegno pareva realizzato con il gesso fatto passare velocemente sopra una maschera presumibilmente di cartoncino preventivamente ritagliato dei tratti sommari che dovevano essere realizzati, al di sotto della raffigurazione c’erano altri segni che parevano simboli ma che avrebbero potuto essere sbavature nell’esecuzione del ricalco. Rimase stupito e leggermente paranoico.

Prossimamente il decimo capitolo

Una storia italiana – Romanzo a puntate (08)

romanzo a puntate (08)

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Questo romanzo, ambientato fra Milano e Genova nel luglio del 2001, è un’opera di fantasia. I personaggi, i luoghi nominati e gli eventi che vi si svolgono sono inventati, gli eventi e le persone eventualmente reali, che fanno da sfondo alla narrazione come ai personaggi, sono tratti da fatti di cronaca riportati dai notiziari o dai quotidiani e liberamente interpretati a fini creativi e immaginari. Ogni altro e qualunque riferimento a persone, luoghi, cose, eventi realmente esistiti o esistenti è puramente casuale e/o esclusivamente funzionale ai fini immaginari della narrazione. Ogni deduzione o interpretazione storica, filosofica o letteraria è meramente funzionale alla narrazione romanzesca quale opera di fantasia.


Una storia italiana

Capitolo VIII°

(08)

Milano

Giovedì, 19 Luglio 2001

Trifarro uscì da quel colloquio con le idee confuse, non per il solito imbarazzo riguardo a qualcosa che si deve fare e verso cui non si ha nemmeno cognizione di come cominciare, tutt’altro, si sentiva piuttosto rimescolato in tutte le sue convinzioni, il Wazzarola non lo aveva sopraffatto dialetticamente né gli aveva rivolto minacce e ingiurie ad evidenziare un pericolo per la sua vita, nulla di tutto ciò, il semplice contatto con quelle persone, così certe del rendimento economico, magari anche ideologico perché nessuno rinuncia alla scusa di avere un motivo per qualunque cosa stia facendo, così radicate nell’azione e nella convinzione riguardo al loro comportamento lo spiazzava da un punto di vista esistenziale, poneva in uno stato di inutilità tutta la sua esistenza, tutta la sua dedizione ad un senso delle cose; non che Fosco non prevedesse l’opportunità dell’errore, sempre in agguato, la distrazione che conduce ad un risultato o un atteggiamento incongruo, ma questa attitudine indomita ad eseguire atti violenti contro persone, o quanto meno ad approfittarsi delle persone contro la loro volontà – atti che gli umani intimamente aborriscono dalla notte dei tempi da quando hanno consapevolezza di sé e del gruppo di appartenenza ma che certuni per tramite di strani percorsi esistenziali mettono comunque in pratica -, queste cose gli pareva che uno le dovesse compiere in stato di ottundimento o di incapacità di ragionare.

In aggiunta a ciò, la vantata conoscenza dei suoi fatti adolescenziali da parte del Wazzanese lo faceva sentire esposto ad ogni rappresaglia verbale da parte di chiunque, e a questo riguardo aveva cominciato a domandarsi quale ruolo avesse avuto l’Armando nella divulgazione di fatti che erano accaduti: 1) molti anni addietro, 2) nella conoscenza dei soli esecutori. Poi però rimuginò su qualcosa a cui avrebbe dovuto pensare già molto tempo prima. L’Egisto, il fattore x, l’incognita ostinata e perseverante che sta dietro a tutto ciò che si muove, palpita, respira, vortica, orbita, nuota, fluisce, annichilisce, incrementa, causa, persevera, insomma il fattore incognito che sta alla base di tutto ciò che si muove ed è mosso in questo universo. Egisto, con la sua dabbenaggine poteva avere messo a disposizione di persone sbagliate le informazioni corrette su fatti sbagliati avvenuti per davvero, senza essere magari consapevole del danno a posteriori. Non era neanche il caso di fargliene una colpa, specie a venticinque anni di distanza, e ad ogni buon conto occorreva associarvi anche la dabbenaggine dell’Armando, che nel lontano 1975 si era fidato ad intraprendere un’azione di furto d’arma con qualcuno di cui egli stesso non aveva un giudizio molto positivo. Queste inutili recriminazioni non rappresentavano alcun supporto morale allo stato di prostrazione in cui si era improvvisamente trovato di punto in bianco. Sapeva di dovere fare qualcosa, e contattare Germano e gli altri ragazzi era pianamente nei suoi immediati pensieri, tuttavia il fatto di sentirsi sbalzato fuori dai programmi che aveva fatto per quel fine settimana e coinvolto in qualcosa il cui svolgimento di primo acchito pareva non prevederlo attivo o coinvolto in prima persona, e ritrovarsi poi agganciato da meccanismi umani che in aggiunta ad una parte attiva della sua esistenza stavano rimestando nella sua vita privata senza fare complimenti, lo rendeva alieno a qualsiasi forma di presente. Però, al fondo degli avvenimenti, si sentiva tirato in ballo dal fattore incognito, lo stesso inesorabile e per cause opposte ineliminabile, e allora arrabbiarsi, dannarsi, imprecare, è tutto inutile, ci sei e devi giocare la tua mano, pensò Fosco, puntualmente pensò anche un’altra cosa, che non è possibile determinare un’origine delle cose, e sentirsi trascinati controvoglia in qualcosa da cui si pensa di non poter uscire è già una valutazione errata, da un punto di vista estremo non è possibile dire se anche nella “pre-determinatezza” della vita vi siano unicamente caos e casualità e il fatto di trovarsi a pensare non giustifica un fondo organizzato a tale scopo; non era esattamente un sollievo ma in larga parte lo sganciava dalla logica dal Cazzarola, non una redenzione ma almeno una presa di distanze. Non si ricordò da dove gli provenisse ma si sovvenne di qualcosa che aveva letto: «Della realtà delle cose molti ne deducono con senno privatamente… e con gli occhi bassi giungo al termine della mia strada». Trasse il telefono per chiamare Germano.

Telefonate a colori.
Telefono modello «2001»

Alfeo aveva l’aspetto di un prete in vacanza, puntualmente nerovestito e un’aura di delusione costantemente repressa sul volto e al contempo una velatura di demoniaca propensione al lato oscuro dell’esistenza che lo redimeva da quella sensualità da sagrestia, da confidenza bonaria per il consiglio giusto da dare a tutti che si registra solitamente nelle persone di chiesa. Alfeo parlava raramente e quasi esclusivamente se interrogato. I BDdLC stavano muti per la calura e l’intontimento postprandiale, aggravato dai 34° C. Mina aveva recuperato un’amica in mensa e la presenza di questi aggiunti teneva l’argomento orientale fuori dalle topiche attuali di conversazione. Germano giocherellava con il telefono mentre questo squillò, lasciò sfilare tutta la compagnia lungo via Brera e rispose, Mina si voltò a guardarlo, come Sandro e Gianni. Mentre l’Oscuro/lo Scuro gli passava a fianco lo sentì chiedere a Mario «Ma che anno frequenta ‘sto Cinese?», a cui Mario fintamente sorpreso chiese di rimando «Cinese chi?», e candidamente Alfeo «Massì, quello di cui parlava Bonbon durante l’orazione di Trifarro», Mario fece spallucce inarcando le sopracciglia e accompagnandosi con una smorfia delle labbra per mostrare il più candido stupore senza profferire alcunché. Alfeo parve lasciare decadere l’argomento. Mario si voltò verso Germano con un’espressione interrogativa ma questo stava rispondendo all’apparecchio.

Mentre si predisponeva ad ascoltare le indicazioni e le informazioni di Trifarro Germano pensava a Bonbon e alla sua doppiezza, ma conoscendolo da qualche anno più che altro pensava alla sua pavidità, indotta o coadiuvata dalla dipendenza.

Descrivere una frase recepita a mezza voce dà sempre una sensazione di vecchie comari intente a spettegolare, eppure Fosco doveva comunicare quella cosa, in buona sostanza quella era l’unica affermazione concreta che avesse reperito con la sua sortita, il resto erano tutte chiacchiere e vanterie assurde. Cercò di ripensare al tizio che l’aveva pronunciata mentre usciva dal garage/bottega del Walter e tutto ciò che gli tornava in mente era la sagoma di un tizio sui trenta, trentacinque al massimo, e gli era rimasto il sospetto che la dritta gli fosse stata rifilata a bell’apposta; che senso aveva dargli indicazioni circa le loro intenzioni? Anche dalla differenza di età si rilevava una anomalia, tendenzialmente dieci o quindi anni di differenza possono separare più che unire, lì per lì non vi aveva fatto caso o impropriamente l’aveva giustificato come un normale rapporto di lavoro, benché illecito, che può raggruppare indistintamente persone di età differenti, però ora ragionando a mente fredda sulle indicazioni preventivamente fornite dall’Armando si stava facendo l’opinione che il suggeritore era un aggiunto che pareva non accordarsi con il “tutto e subito” indicato dall’Armando e indirettamente confermato dalla corte del Cinese. Cercava di rammentarsi il volto di questo tipo ma tutto era avvenuto così in fretta e in un vortice di sensazioni diverse che gli risultò inutile a formarsi un’immagine riconoscibile. Fantasticava su ignote e plausibili possibilità per dare un senso a quell’aiuto, nel caso lo fosse, che gli era arrivato quando aveva dato l’incontro per terminato, ma tutto rimaneva nel vago, restava da dire a Germano una cosa molto semplice.

– Qualunque siano i vostri programmi per stasera cambiateli e rimante in gruppo, non restate isolati, per nessuna ragione. Per domani vedrò di sistemare qualcosa. Ci sentiamo di nuovo questa sera.

La conversazione telefonica era stata secca, senza preamboli, senza saluti calorosi, senza repliche o richieste di spiegazioni. Germano era conscio almeno quanto Trifarro di ciò che poteva accadere. Non si trattava di sballi finiti male, di cose fra ragazzi, di dosi terminate in paranoia o al pronto soccorso, cose che, sebbene non ne avesse mai sperimentato gli effetti, non temeva in maniera particolare, forse perché necessariamente autoindotte e quindi ragionevolmente evitabili. Ora c’era qualcuno in questa città che per motivi che non era dato di conoscere, ma che di certo fiorivano da un’ignoranza coatta e inestirpabile, voleva qualcosa che si intrecciava con la sua esistenza e il fatto stesso di “volere” una persona come una cosa mandava Germano fuori dai gangheri, sentiva una rabbia sorda e bassa nella sua coscienza, come se dalla radice del suo essere emergesse un lato violento sconosciuto e inatteso, per quanto sperimentato in alterchi adolescenziali mai degenerati, una rabbia che poteva domare ma che portava sempre con sé pessimi suggerimenti.

Si era fatto un appunto, dietro consiglio di qualcuno più adulto di lui, di non prendere mai decisioni quando si è arrabbiati; il problema è che in stato di incazzatura le decisioni ti passano davanti al cervello, vedi come un altro te stesso fare una cosa che il te stesso razionale non condivide ma che non può più controllare, non è lo stato dissociativo, perché le due facce le vedi entrambe e le vedi comunicare fra loro senza risposta; è uno stato di trance consapevole e cosciente in cui la forza della coscienza è sopraffatta dalla forza dell’istinto e la cosa non è piacevole, non per Germano e sicuramente per nessun altro dotato di un cervello decente. Questo qualcuno più adulto lo aveva consigliato di mettere le cose da decidere davanti a sé stesso e restare in attesa che le cose producessero la soluzione, la decisione sarebbe arrivata da sé. Un’attività che poteva andare bene per un monaco o per qualcuno che ha del tempo a disposizione; ora nell’attuale non c’era tempo per la meditazione né per aspettare soluzioni illuminate. Finché devi decidere per te forse te lo puoi permettere, ma ora Germano doveva decidere anche per Mina, e occorreva anche il suo consenso per qualunque decisione.

Mina ora stava parlando con Guendalina, una sua amica dei tempi del liceo, e già questo non dava una mano. Quando osservava Guendalina parlare con la sua ragazza ne ricavava sempre l’impressione del tipo di donna che in confidenza avrebbe potuto domandare a Mina «…e a letto com’è?», e qualche dubbio sul fatto che Mina, nel caso, non si sarebbe trattenuta dal rispondere ce l’aveva e ogni volta che le vedeva confabulare immaginava senza alcuno sforzo la sua privacy messa a repentaglio. Germano considerava Guendalina un tipo deviante, obliquo, il tipo che cerca sempre e in ogni modo di infilarti un dito nel ****, metaforicamente parlando s’intende, giusto per vedere che cos’hai mangiato a colazione. Sapeva poco della sua vita privata, per intenderci quella che svolgeva lontano dai loro sguardi, e certamente anche lontano dagli sguardi e della Legge e della genitorialità, caso mai contasse ancora qualcosa, essendo la donna definitivamente adulta da almeno un lustro. Nonostante l’aspetto fisico piacevole, quel suo atteggiamento vissuto, che non era neanche il caso di dire provocatorio che nell’ordine dei significati ormai fa rima con fashion e con pubblicità, e di atteggiamento superiore la rendeva per metà patetica e per metà pericolosa, senza che nessuna delle due meta prevalesse per davvero a formare con decisione una persona patetica o una persona pericolosa, rendendola invece parzialmente abile per entrambe le cose, una specie di svampita trasgressiva. Guendalina aveva tutta l’aria di volersi imbucare nella serata dei BDdLC & C., si arruffianava Dott. Cynicus, blandiva un po’ per volta tutti i BDdLC e perfino con Alfeo si dimostrava gentile, il ché, considerata l’indole di entrambi come totalmente incomunicante, stante la prolissità della ragazza e il monastico quasi monosillabismo del goth, era già un chiaro indice. Germano poteva permettersi di temporeggiare ancora un po’, giusto per vedere se l’ospite non gradito si decidesse a togliere il disturbo in autonomia, ma le sue illusioni furono infrante dalla domanda della donna con nome adatto ad un palmipede che rivolgendosi a Mina pose la domanda killer.

– Allora dove andiamo questa sera?

Domanda che prevedeva acclusa la presenza della ex liceale nella forma “prendere o lasciare”, poiché l’altra ex liceale nonché amica della suddetta non avrebbe dissentito da una tale proposta. Le due ragazze si voltarono prima verso Germano, con il classico sorriso implorante che nasconde una decisione inoppugnabile, pena strascichi personali a non finire, e anche gli altri si voltarono verso Germano aspettando una risposta che non venne. Nel breve attimo di silenzio che seguì l’Oscuro/lo Scuro ipotizzò ad alta voce.

– E se andassimo al Sole Nero?

Ci fu un momento di interdizione, primo per la novità di una proposta da parte di Alfeo, che solitamente parlava in occasione di solstizi, equinozi, la notte di Santa Valpurga, la festa di Halloween e altre sue occasioni comandate, e poi per una sortita in un locale dark che rappresentava una cosa al di fuori degli schemi di tutti i presenti. Germano colse l’occasione al volo affermando un occhéi e cercando una conferma nello sguardo di tutti gli altri che assentirono previo rapido scambio di occhiate fra loro a verifica dell’unanimità; poteva così trasferire tutte le preoccupazioni al riguardo insieme con Mina e la ghenga al completo senza dover fare opera di convincimento né esposizione di minacce, come paventato dal Trifarro riguardo al cambio di piano.

… festa di àllouin?!?

Rimaneva il problema di disimpegnarsi per la serata al Lorenteggio come già accennato da Argia e Zaira ma l’occasione particolare poteva prevedere una trasgressione al protocollo sociale, poiché informare qualcuno del cambio di programma avrebbe significato fare un telegiornale con sottotitoli in cinese. Germano seguiva i suoi compagni nella passeggiata senza parlare, leggermente distaccato dal branco sovrastato dal cicaleccio monovocale della Guendalica che starnazzava di vestiti, pettinature, shopping, e altre femminilità, Mina in devota auscultazione. Li osservava senza avere né l’intenzione né l’occasione di far loro presente che il breve messaggio di Trifarro era stato comunicato con intonazioni di preoccupazione che andavano prese sul serio, Fosco non era il tipo da perdere la testa e dare falsi allarmi. Sandro si fermò per farsi raggiungere da Germano e quando furono vicini gli disse qualcosa a mezza voce.

– Allora? Che cos’ha detto Trifarro?

– Che butta male. Trifarro non è il tipo da creare falsi allarmi e va preso sul serio. Per fortuna sembra che grazie ad Alfeo questa sera resteremo uniti, in un luogo diverso da quello che avevamo preventivato. Che nessuno si sogni di avvisare Argia.

– Quella tipa chi è? – gesto corporeo mimato a indicare la Guendalina.

– Un’amica di Mina. Non chiedermi altro, ne so più o meno quanto te.


Il monolocale che Bonbon condivideva con altri tre studenti al quartiere Cagnola era talmente mono che i quattro occupanti che contribuivano per centomila ciascuno alle quattrocentomila mensili di affitto evitavano di frequentarlo per quanto loro possibile, non per motivi di socialità, che in genere nei vent’anni tendenzialmente non esistono, quanto per un reale sovraffollamento dell’ambiente ad appello completo, con conseguente carenza di spazio. I due letti a castello, che il proprietario aveva fornito doppi esclusivamente per i limiti del soffitto, erano posti paralleli l’uno all’altro contro una delle pareti ed erano inframmezzati da stipetti addossati al muro fra castello e castello che pretendevano di sopperire alle funzioni di armadi propriamente detti; i letti proiettavano la lunghezza delle loro strutture castellane quasi oltre la metà del restante ambiente il quale ospitava sul lato opposto al reparto notte un lavello affiancato da una cucina a gas e un tavolo con sedie in numero di tre, e già questo dava indicazioni a chi avesse voluto intendere. Un frigorifero, di evidente recupero, intralciava il disimpegno che introduceva al bagno e anche all’ingresso, oltre che al locale mono. In considerazione della bella giornata e dell’assenza da Milano di un paio di coinquilini per il fine settimana, Bonbon era rientrato al domicilio, combattuto fra i suoi doveri di studente, che lo guatavano dai libri ammonticchiati nel suo angolo/biblioteca e il desiderio di farsi una piccola parte di quella bustina ottenuta a scapito della privacy di una sua collega. Disteso nella sua branda tentava di prendere una decisione nel vuoto completo della sua mente, ripulita da ogni autentico interesse che non mostrasse propensioni al soddisfacimento del suo bisogno di endorfine, in costante aumento.

Qualunque cosa pensasse o tentasse di pensare includeva, in maniera lontana e volutamente ignorata, quindi presente, il desiderio di tirare la roba di quell’involto trasparente e lievemente panciuto e riappacificarsi con la scimmia. Il testo di filologia che stava tentando di leggere giaceva aperto sul suo ventre mentre il suo sguardo inseguiva la trama della rete della branda sovrastante che nell’intrecciarsi di molle di uguale dimensione lo rimandava a ricordi infantili in casa della nonna, quando richiamato dalle grida della medesima si andava a nascondere sotto il suo letto e al riparo di quelle impalcature e strutture di ferro e legno si sentiva protetto, pur nella consapevolezza di dover sortire prima o poi per fame o per altri bisogni. Quei momenti di sicurezza così rubati gli parevano ora delle isole temporali di felicità che non era più in grado di recuperare né di sperimentarne più gli eccitanti effetti, per quanto infantili. Ora qualsiasi cosa pensasse o tentasse di pensare sfociava in un nulla mentale che lo indirizzava al desiderio ineliminabile di soddisfarsi di roba, in alternativa se riusciva a mettere in moto pensieri e/o ragionamenti comuni questi contenevano sempre una distrazione, un’indicazione, un richiamo alla bamba. In questo stato di semi-consapevolezza trasse di tasca il telefono portatile che aveva già ripetuto alcuni squilli e si predispose a rispondere meccanicamente, vagamente distratto e un po’ annoiato. La voce di Rico chiuse il sipario delle sue rappresentazioni mentali e lo cacciò fuori dal teatro della sua mente richiamandolo a più urgenti e sgraditi impegni di cui si era reso debitore. La voce del sudamericano suonava strafottente come al solito e senza alcuno sforzo immaginò di fianco a lui Ahmed con la sua inespressività minacciosa.

– Devi darmi una risposta per questa sera. Le cose hanno preso un andazzo veloce.

Bonbon cercò di titubare, di esitare, quasi per darsi una scusa morale davanti a sé stesso, ma sapeva già in partenza che avrebbe snocciolato tutti i dettagli del ritrovo a casa del Beltrami per una festa definita “dei rimasti”, quelli che ancora non erano partiti per le vacanze, in occasione della dipartita per le stesse dei suoi procreatori, leggasi appartamento a completa disposizione. Rico non gli diede scampo e scosse il suo torpore con un incalzante.

– E allora?

– Sì… c’è una festa questa sera in un appartamento nel quartiere del Lorenteggio, non lontano dai navigli e…

– Stop, stop, stop… vediamoci a quattr’occhi…

– Dove?

– All’ultima consegna prima di oggi.

– C**** ma è lontano…

– Fatti un giro in metro, ci vediamo là fra mezz’ora.

– Non ce la faccio, la stazione più vicina è a un chilometro. Aspettami alla Crocetta.

– Idiota. D’accordo.

Da casa sua alla stazione metro più vicina c’era in effetti un chilometro forse più, il quartiere Cagnola non è servito direttamente, il tram e l’autobus sono troppo lenti, senza contare il caldo. Bonbon si avvia come un automa, accantona per il momento i suoi problemi per affrontarne altri o forse incrementarli. Scende rapido le scale e nella calura del primo pomeriggio si avvia a piedi verso la stazione metro QT8.


Alla stazione Crocetta Rico lo stava aspettando giusto fuori dai tornelli nelle interiora della metro, qualche grado più fresche del cemento asfalto sopra le loro teste. Gli occhi non erano quattro ma sei, Ahmed pareva inseparabile da Rico, nell’opinione di Bonbon facevano coppia come i carabinieri in servizio, con scopi contrari. Rico gli fece un cenno del capo per fargli capire di uscire all’aperto, in Corso di Porta Romana. A giudicare dai gesti bruschi e nervosi il duo pareva essere in preda ad una certa paranoia, lo precedettero lungo la scala che usciva all’aperto e lo attesero appoggiati alla ringhiera, quando anch’egli ebbe raggiunto il livello stradale gli indicarono la direzione della Velasca, che torreggiava lontano sulla dritta, oltre altre strade, pareva una direzione presa a caso. Bonbon non fece storie e non disse nulla, si incamminò verso dove gli era stato indicato e dopo pochi passi Rico lo raggiunse mentre Ahmed restò indietro fingendosi indifferente e ignorandoli.

Torre Velasca

– Ehi, sei rincitrullito? – gli chiese Rico con un tono *********.

– Di cosa stai parlando?

– Ehi, sembra che sei nato oggi… al telefono ascoltano tutti, non dovevi fare nomi di nessun tipo.

– Che nomi ho fatto?

– Della stazione della metro.

– E sai che roba, sta su tutte le piantine per turisti e non.

– Allora sei scemo. – gli gridò contro Rico con un’espressione arrabbiata che gli faceva risaltare tutte le rughe della fronte, quindi calmandosi un poco e nel contempo sbirciando all’intorno cambiò leggermente tono – Senti spiegami tutto per quello che hanno in mente per questa sera.

– Non c’è molto da spiegare. Ci sarà una festa organizzata da un tale che si chiama Beltrami, uno studente di Milano che abita con i suoi genitori in un appartamento fra Via Lorenteggio e Via Giambellino. I suoi genitori sono andati in vacanza e lui vuole organizzare una festa con un po’ di gente della facoltà. So per certo che Mina ci sarà, ma ci sarà anche Germano e un bel po’ di altra gente, ne ho avuto la conferma indiretta, ho sentito una ragazza che chiedeva a Germano se ci andavano anche loro e lui ha detto praticamente di sì.

– Praticamente quanto?

– Beh, l’ho sentito dire che lasciava decidere a Mina, di solito quella se c’è una festa non si tira mai indietro…

– Ci devi essere anche tu dentro a quella festa e devi tenere il telefono acceso.

– Sentite io la dritta ve l’ho data, adesso sono affari vostri, io non ne voglio sapere più niente…

– Eh no, non si abbandona così la situazione, tu ci devi garantire che là dentro ci sarà la persona che cerchiamo, la cosa non deve andare a vuoto.

– Ma ci saranno un sacco di persone, beh, insomma, almeno una ventina di persone e io non voglio entrare in nessun casino con gente che conosco…

– Tu in un casino ci sei già dentro fino al collo, tu sei esposto come pochi altri davanti al Cinese…

– Se è per quelle due o tre dosi che mi avete dato io ….

– Io, io, io… tu non decidi nulla, tu te le sei prese, te le sei fatte e adesso esegui.

Bonbon restò senza dire nulla, deluso e, per quanto se lo poteva permettere nei loro confronti, anche arrabbiato. Era convinto di avere compiuto ciò che gli era stato chiesto la mattina stessa ed ora gli veniva sottoposto un rilancio della situazione che non aveva nessuna intenzione di portare avanti. Però il tono del portoricano era convincente e Bonbon non era mai stato un tipo d’azione, uno pronto a sfidare la sorte anche per motivi non esattamente specchiati. E poi la bamba se l’era fatta per davvero almeno in parte e intimamente nel venire all’appuntamento si aspettava di essere ricompensato ulteriormente con un’altra fornitura extra e gratis, magari non un quantitativo così consistente come il resto di quella che aveva nascosto in uno degli incastri dei letti a castello prima di uscire e presentarsi qua in Corso di Porta Romana alla stazione metro della Crocetta.

Rico ora gli camminava al fianco senza parlare e lo osservava a tratti cercando di capire l’affidabilità del loro pollo. Che fosse necessaria una dose della tranquillità il Cinese l’aveva già messo in conto e gliela aveva fornita perché la rifilassero a Bonbon nel caso fosse necessario un convincimento con le buone. Prima però dovevano metterlo a cuccia con le cattive e fargli capire che non si piglia per il c*** gente come loro.

– Senti Bonbon – ora il tono di Rico era suadente, sembrava l’amicone dell’infanzia, il tipo che conosci da sempre, con cui puoi rammentare i bei vecchi tempi – se portiamo a buon fine questa faccenda qualcosa viene fuori anche per te, tu-sai-chi ci tiene parecchio a questa storia. Tu devi solo farci sapere quando arrivano alla festa, ci dai un colpo di telefono e al resto pensiamo noi…

– E poi sono fuori dalla vicenda? – querulò Bonbon uccidendo il suo amor proprio intuendo dove Rico volesse andare a parare.

– Diciamo di sì.

Bonbon restò in silenzio un istante voltandosi all’intorno con uno sguardo perso, poi come preso da un istinto di ribellione sortì qualcosa.

– Sentite io quelli li conosco troppo per permettermi di fare loro qualcosa di spiacevole. Io vi do l’indirizzo e poi ve la vedete da soli, che cavolo c’entro io con queste cose? Voi questa mattina avevate detto che sarebbe bastata una indicazione da parte mia, una semplice informazione e adesso volete che io vi tenga aggiornati su tutto quello che fanno e che hanno intenzione di fare, io…

– Senti Bonbon – il tono di Rico si manteneva suadente – ti ricordi quella bella bustina che Ahmed ti ha dato questa mattina? La vorresti un’altra?

Questa era davvero sporca, un brutto tiro. Nel cervello di Bonbon si combatté immediatamente e rapidamente una specie di guerra civile fra le forze del bene le forze del male, dove queste ultime, dopate e fuori da un ragionevole controllo da parte della coscienza vinsero a mani basse. Tuttavia l’opera di convincimento del sudamericano proseguì.

– …perché vedi, se Ahmed non è soddisfatto di come ti comporti invece della bella bustina ti farà sentire la lama del suo coltello.

Bonbon percepì dietro di sé la minacciosa presenza del nordafricano e sebbene non lo vedesse, né avesse voglia di voltarsi a guardarlo, gli riuscì facile associare la freddezza del suo sguardo con il gelo della lama del suo coltello. Snocciolò tutti gli ulteriori dettagli richiesti nel più breve tempo possibile; fra coloro che lo conoscevano la fama di Ahmed era preceduta da quella del suo coltello.

Prossimamente il nono capitolo.

Una storia italiana – Romanzo a puntate (07)

romanzo a puntate (07)

Copyright © Eric Bandini 2010

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Questo romanzo, ambientato fra Milano e Genova nel luglio del 2001, è un’opera di fantasia. I personaggi, i luoghi nominati e gli eventi che vi si svolgono sono inventati, gli eventi e le persone eventualmente reali, che fanno da sfondo alla narrazione come ai personaggi, sono tratti da fatti di cronaca riportati dai notiziari o dai quotidiani e liberamente interpretati a fini creativi e immaginari. Ogni altro e qualunque riferimento a persone, luoghi, cose, eventi realmente esistiti o esistenti è puramente casuale e/o esclusivamente funzionale ai fini immaginari della narrazione. Ogni deduzione o interpretazione storica, filosofica o letteraria è meramente funzionale alla narrazione romanzesca quale opera di fantasia.


Una storia italiana

Capitolo VII°

(07)

Milano

Giovedì, 19 Luglio 2001

Rinverdire vecchie e sgradevoli memorie era per Fosco una piccola tortura esistenziale, non provava rancore verso nessuno, ma certe cose gli piaceva che se ne restassero rintanate nel lontano passato a cui egli riteneva che appartenessero senza risorgere per motivo alcuno, inoltre l’acquisita maturità aveva posto queste connessioni con fatti trascorsi in una condizione di paranoia trasgressiva e relazionale tanto in uso da sempre fra i cosiddetti “umani” e la sola idea di dover contattare qualcuno di quel suo mondo adolescenziale lo catapultava in uno stato di quasi depressione. Riguardo a chi potesse essere il Cinese aveva una vaga idea però sapeva chi poter contattare per avere dettagli su quest’individuo e poter avere un confronto diretto, o detto in termini canonici, un appuntamento. In virtù dei rari contatti che ancora intratteneva con l’Armando e anche con l’Egisto e tutti gli altri della sua adolescenza, poiché non aveva mai abbandonato Milano, era grossomodo in condizione di reperirli nel giro di qualche telefonata per avere da loro più circostanziate notizie. Telefonata che fece non appena ebbe lasciato i suoi studenti in Via Del Perdono, o per meglio dire gli studenti del suo professore dei quali egli era il badante pro tempore.

Telefonate in bianco e nero?

Fare queste telefonate era una cosa poco simpatica per l’aggiunto di storia della filosofia moderna, a parte il rischio di essere intercettati, più che un rischio una certezza in virtù delle attività mai dismesse di alcuni dei suoi ex amici e anche per una innata tendenza della Società stessa alla morbosa auscultazione dell’altrui vita per cui bisogna sempre usare delle precauzioni da iniziati a riti segreti, Fosco ricavava sistematicamente la sgradevole sensazione di essere vagamente preso per il c*** nel momento in cui si metteva in contatto con quel mondo, non apertamente ma in una certa subdola maniera che neanche i più raffinati trasgressori avrebbero potuto mettere in atto. Sì perché la trasgressione è una moda, e come tutte le mode ha i suoi maestri. Che cosa abbia da trasgredire uno che è consapevole di trasgredire è cosa che, secondo Fosco Trifarro, bisogna chiedere agli addetti alla trasgressione. La cosa comica è che solitamente i trasgrediti s’in******* con i trasgressori, il ché sarebbe ancora normale, ma esiste uno scambio continuo di ruoli, così chi è trasgredito oggi diverrà trasgressore domani e l’in********* cambia ruolo e personaggio in continuazione, per cui l’uso di Citrosodina® non è una cosa rara per calmare quel gatto arrabbiato nella pancia, quindi…

Quel giorno evitò il giro di telefonate facendone semplicemente una, all’Arturo, da cui si fece dire dove trovare l’Armando nell’immediato mezzogiorno per informarsi in viva voce dall’ex amico riguardo a ciò che gli interessava.

Locandina di film anni ’70

Essendo il ramo del crimine fuori da ogni orario ufficiale delle attività riconosciute, la localizzazione dell’Armando rappresentava un problema ma era di fatto limitata a pochi luoghi assiduamente frequentati: l’abitazione, alcuni bar, e un paio di trattorie, il tutto racchiuso nel quartiere dove sia l’Armando che il Fosco avevano trascorso la loro adolescenza. Arturo confermò e Fosco prese un autobus per la zona che gli era stata indicata. La via crucis dei pochi bar elencati dall’Arturo portò subito all’individuazione dell’Armando, seduto in un locale anonimo intento ad un’analisi impegnativa della Gazzetta dello Sport®, Fosco si avvicinò e bussò sul tavolo per richiamare la sua attenzione, Armando lo guardò sorpreso, attraverso quel suo sguardo distante e apparentemente malinconico di cui Fosco aveva imparato a diffidare già molti anni addietro. Contemplò l’ex amico analizzando nella sua persona il trascorrere degli anni, considerò anche per la sua fisionomia un analogo decadimento, con la differenza di una capigliatura ancora folta a suo favore, non che l’Armando fosse calvo completamente, ma la sua fronte si era ampliata parecchio verso l’alto. Un tipo anziano dalla voce stridula, intento alla lettura di un differente quotidiano, alzò improvvisamente il capo richiamando l’attenzione del barista per commentare una rapina ad un distributore avvenuta il giorno precedente. Armando si alzò e senza dire nulla e senza che nulla gli fosse detto prese la direzione dell’uscita del locale insieme a Fosco, le rade frequentazioni avevano prodotto una sorta di distacco dalle banalità del tipo “come stai”, “cosa fai”, “come ti va”, e altre amenità che nella maggior parte dei casi si dicono più per ascoltare il suono della propria voce che per un vero interesse verso il proprio interlocutore, più per confermare a se stessi di essere davvero delle personcine ammodo, il ché non rappresenta un’offesa in sé, magari una larvata forma di presunzione. Fosco e Armando sapevano intimamente di frequentarsi poco volentieri e per motivi veramente necessari, anche se al fondo di ciascuno di loro era rimasto un briciolo di quell’affetto che si porta per tutte le persone conosciute nella propria gioventù; per la maggior parte delle persone odiare per davvero non è “davvero” possibile, come per Holden Caulfield si sente in qualche oscura maniera la mancanza di tutti, anche di quelli negativi.

Fuori dal bar il sole li abbacinò entrambi, Armando si mise un paio di Ray-Ban® di quelli con le lenti a pera e il cerchietto nella congiunzione alla radice del naso, una roba vagamente da squali, da tipi duri e magari anche aggressivi, mentre Fosco si ricacciò i suoi Ray-Ban® stile John Belushi in Blues Brothers, modello Wayfarer, però con la montatura “color” tartaruga, reminescenze anni settanta. Percorsero senza parlare qualche decina di metri in una direzione che nessuno dei due aveva deciso, poi Armando si voltò verso Fosco aspettando una domanda, che Fosco pose.

– Tu conosci un tale che chiamano “Il Cinese”?

– Non è un soprannome raro, sai quanti cosiddetti Cinesi nati a Milano e dintorni che parlano meneghino e mangiano il risotto allo zafferano ci possono essere da queste parti?

– È uno che ha la metà dei nostri anni, ed è un emergente, uno che non scherza, uno che non si tira indietro, probabilmente traffica.

– E chi è che non traffica nel nostro ambiente, a volte pure io, con un certo disgusto, ma si deve campare. Comunque credo di capire chi intendi, è uno che ha messo su un giro suo, con dei forestieri, dei… come si chiamano… extracomunitari. Nordafricani, gente dell’est Europa, qualche sudamericano, che non si capisce dove li ha pescati. Comunque si sta facendo largo e …

– Se avessi bisogno di parlargli adesso tu saresti in grado di …

– Cos’è, ti sei messo a sniffare?

– Che c**** dici… no, non è per me, è per qualcuno degli studenti, ma non nel senso che vuoi propinarmi. C’è qualcuno che si sta ficcando in un grosso guaio, o sarebbe meglio dire che questo Cinese lo vuole infilare in un grosso guaio, e vorrei evitarglielo se mi è possibile.

– Guarda che se quello che vuoi incontrare è il tipo che immagino, e se quel tipo che immagino che sia si è messo in testa una cosa tirerà dritto in ogni caso.

– Ma tu puoi mettermi in contatto con lui, adesso?

– Hai pure fretta…

– Questo genere di cose hanno la tendenza ad accadere con la rapidità di una mazzata, per cui la fretta è d’obbligo. Se posso fare qualcosa, e voglio poter fare qualcosa, la farò adesso, e comunque è possibile che lui mi conosca, non ne sono certo, ma può avere frequentato la facoltà o seguito un corso qualche anno addietro, oppure può essere in contatto con certuni degli studenti, non so bene. È uno della cintura milanese, della zona, o forse di un comune della provincia.

– Devi mettere in conto la differenza di età. Forse posso metterti in contatto con il Cinese che cerchi, ma la cosa non sarà facile né immune da pericoli. Non è più come ai nostri tempi, questi sono più arrabbiati di quanto potessimo essere noi, che dopo tutto credevamo di avere degli ideali…

– Datti una calmata, questo “noi” mi sembra un po’ fuori luogo. Mi basta solo che tu mi porti da questo tizio, o che mi introduci a qualcuno che mi ci possa accompagnare. Avrà un luogo dove abita, che frequenta, un ritrovo, o qualcosa di assimilabile.

– Sempre schizzinoso eh? Cos’è, hai paura di mescolare la tua posizione universitaria con qualcuno dei tuoi vecchi amici?

– Senti Armando, se sono qui è perché non sono schizzinoso e ti ho spiegato molti anni fa come stanno le cose; se puoi aiutarmi fallo adesso, ma niente prediche per cortesia, nessuno di noi due è in grado di fare la morale all’altro, ci conosciamo da troppo tempo.

Armando rimase in silenzio per qualche istante, osservò in tralice il suo coetaneo che ricambio lo sguardo senza dire nulla. Una strana sensazione di nostalgia mista a malinconia derivata dall’incomprensione reciproca teneva entrambi sulla difensiva, più che altro paura di scoprire sé stessi davanti a qualcuno che può confermare qualcosa di sgradevole del lontano passato. Armando prese la parola.

Locandina di film anni ’70

– Beh, senti, senza tergiversare, questi della nuova generazione sono molto più spicci, irruenti, fanatici quasi. Non hanno nessuna considerazione, non vedono oltre la sera stessa. Sono davvero pericolosi, sembrano totalmente fuori da ogni realtà, anche se bisogna ammettere che sono più svegli e intelligenti e questo fatto li rende ancora più imprevedibili. Non esistono più i personaggi mitici, i nomi da tenere a mente, tutto corre con una fretta indiavolata e nessuno si cura di nessuno né di alcunché. È come se non ci fosse più alcun confine, alcun limite, tutti vogliono tutto e subito. Sei sicuro di volere incontrare quel tipo?

– Sì, e subito.

– Sei in sintonia con i tempi. Beh, ci sarebbe un terrone che fa parte della ghenga di questo Cinese, un africano secco come il palo di un lampione, non proprio nero, sai… di quelli del nord Africa, marocchino, tunisino, non lo so di dov’è, però lui può portarti dalla persona che cerchi.

– Noto che il politically correct non ti ha contagiato.

– Cusa l’è?

– Portami da questo nordafricano.

– Ehi, calma. Non è mica come andare al cinema. Bisogna preparare l’incontro, non puoi presentarti lì da loro «Ueh, ciao, dobbiamo parlare!», quelli prima ti pestano e poi ti chiedono cosa vuoi prima di farti fuori, ma non è detto che lo facciano dopo.

– Ochéi, ochéi, và avanti con la procedura. Ma inizia subito il tuo protocollo.

– Mi sembra che non hai inteso quello che volevo comunicarti, è davvero gente pericolosa. Ma se proprio li devi incontrare, vieni con me.

Percorsero alcune centinaia di metri a passo spedito nella calura assolata, fra le case e i palazzi irrorati dalla luce verticale della giornata estiva, in ampi e forti controluce di ombre distinte e riflessi di asfalto e pareti illuminate dal sole, dettagli di palazzi in netto chiaroscuro, timpani dalle ombre allungate, sguardi di androni che sbucavano su cortili interni verdeggianti come piccoli paradisi recintati e splendenti dei riflessi del fogliame inframmezzato da riverberi variopinti, ingressi rabbuiati dal contrasto della luce che promettevano una piacevole frescura, facciate di case e palazzi dai dettagli assimilabili ma sempre diversi, mattoni a vista e tinte pastello, persiane richiuse, portoni semiaperti, qua e là rumore e tintinnare di stoviglie e posate. Milano in pausa pranzo, caso mai se lo possa permettere.

Nei pressi di un incrocio Armando si fermò, non aveva ancora parlato da quando si erano incamminati con decisione. Si voltò verso Fosco e gli disse di aspettare lì, sarebbe tornato lui a chiamarlo, quindi all’incrociò sparì dietro l’angolo. Mani in tasca e borsa a tracolla Fosco si rassegnò ad attendere.

Non gli era ancora venuto in mente di guardare l’ora che l’Armando sbucò da dietro l’angolo dov’era scomparso poco prima facendogli segno con una mano di seguirlo. Fosco raggiunse Armando e insieme, svoltato il cantone, si diressero verso un paio di tavolini esposti sul marciapiede davanti ad un bar, dove nell’ombra del telone di questo si indovinava qualcuno che guardava nella loro direzione, immersi nella luce verticale di luglio. Da lontano il tipo pareva totalmente inespressivo, da vicino lo era per davvero, di una inespressività minacciosa. Il nordafricano li osservava da dietro un paio di lenti a specchio di occhiali anonimi senza parlare e senza fare alcun movimento. Quando furono vicini il tipo si alzò senza dare loro l’opportunità di fermarsi e li precedette lungo il tragitto che già stavano compiendo, senza degnare di uno sguardo il locale dove era seduto il soggetto lo seguirono, Fosco al traino di Armando. Poche decine di metri più avanti la loro guida infilò un passo carraio che si introduceva in un caseggiato multiforme, ramificato in diversi cortili interni intercomunicanti e connessi ciascuno con strade diverse che giravano attorno allo stesso isolato. Nell’ombra densa di uno di questi androni carrabili il nordafricano si fermò di scatto e si voltò verso Fosco, che dovette manovrare un rallentamento per evitare di incespicare addosso ad Armando.

– Cosa vuoi tu dal Cinese? – disse rude il nordafricano in un italiano dalle eco strane.

– Ho bisogno di parlargli, è possibile?

Il nordafricano si tolse gli occhiali e la sua inespressività restò quasi immutata, sembrava lo sguardo di un serpente, più che guardarlo lo fiutava, e c’era da giurarci che era in grado di “fiutarlo” per davvero. Fosco non si lasciò impressionare, questi atteggiamenti erano da mettere in conto, in certi ambienti sono un obbligo, è l’istinto che comanda.

– Il tuo amico garantisce per te, se fai c****** pagate tutti e due. Che cos’hai nella borsa?

– Fogli di carta e qualche libro.

Fosco l’aprì verso il tipo che diede un’occhiata all’interno e vi infilò una mano per sfogliare i libri con un pollice e appurare che lo fossero per davvero quindi gli tastò la vita al di sotto della cintura sollevandogli i calzoni fino a scoprire le caviglie. Poi questo con un cenno del capo gli indicò una porta a vetri piuttosto larga oscurata da tende interne, che in tempi passati doveva essere l’ingresso di una bottega di qualche artigiano inghiottito dalla globalizzazione ed ora trasformata in qualcosa di vivibile per scopi non troppo evidenti. Fosco guardò in alto dove poteva da sotto l’ingresso carrabile in cui si trovava, come per sincerarsi che non vi fossero pericoli nascosti. L’irregolarità del caseggiato, i giochi di luce sulle superfici che si intrecciavano in molteplici direzioni con una disposizione architettonica imprevedibile ma gradevole gli evocarono reminiscenze della sua infanzia però la tensione che stava sperimentando mantenne il tutto ad un livello basso di coinvolgimento emotivo, la sua attenzione era tutta protesa verso quella vetrina adombrata e dalle tende e dalla sua esposizione a nord nella luce quasi verticale, uscito dall’androne vi camminava verso con il sole in faccia, si voltò verso Armando che dall’oscurità del voltone gli fece un gesto di assenso, come per dire “vai tranquillo”, caso mai fosse il caso, il nordafricano impassibile e immobile di fianco a lui. Dalle lontane aperture sulla strada giungevano incanalati come a ondate smorzati rumori di traffico. Nessuno alle finestre e i balconi erano deserti, si sentiva tuttavia tintinnare di cucina e qualche vociare neanche tanto sommesso ma comunque incomprensibile.

Davanti alla vetrina decise di non bussare, afferrò la maniglia ed aprì una porta che era inscritta nella globalità dell’apertura, un rettangolo inserito in un rettangolo più grande che copriva tutta la cavità nella muratura. Vi fu un gemito da parte della struttura intera nello sforzo dell’apertura figlia e un lieve dibattimento di qualche parte del serramento non bene connesso, l’interno piuttosto ampio era illuminato dalla vetrata stessa oscurata da tende bianche fissate nel telaio e la luce era lattiginosa e soffusa, come di nebbia calda. Non c’erano altre finestre né aperture dirette sull’esterno, da una porta sulla parete opposta all’ingresso proveniva una luce digradante nel giallo arancio che si stemperava nella vaga azzurrità dell’ambiente filtrato dalle tende candide, Fosco la indovinò provocata dalla luce diretta del sole sulla parete esterna posteriore di questa specie di antro. Sentiva parlare di voci maschili, accenti conosciuti e inflessioni esotiche, nessuno ad accoglierlo. Senza dire nulla si fece sull’ingresso senza porta che conduceva nel locale attiguo da dove provenivano il vociare e la gialla luce riflessa. Cinque uomini, tutti giovani, molto più giovani di lui, erano seduti su divani e poltrone scompagnate che parevano l’improvvisazione di un ritrovo occasionale. Su di un tavolinetto c’erano bicchieri e bottiglie, ma nessuno stava bevendo. Il posto si rivelò molto più ampio di quello che si poteva indovinare da dove era entrato. Un’altra porta conduceva in un locale adiacente alla sua sinistra, da cui proveniva una luce uguale, di fronte a lui, dietro le persone che lo stavano osservando senza parlare una finestra con una veneziana semi-abbassata, a tenere fuori i raggi diretti del sole. Fosco cercò di indovinare chi fosse il Cinese, scrutò i volti alla ricerca di indizi adatti a causare un soprannome del genere o da collegare ad un Cazzarola lombardo di nome Walter, cercò di farsi venire in mente volti noti della facoltà. Gli sguardi fissi su di lui gli parvero tutti uguali ed era ostacolato dal controluce che doveva affrontare per guardare verso di loro in direzione della finestra sulla parete di fondo, sembrava una posizione strategica studiata.

– Dott. Trifarro, buongiorno, qual buon vento…

Queste trite frasi di accoglienza le aveva messe in conto, magari non alla lettera ma il banale “qual buon vento” se lo aspettava, l’ambiente e l’andazzo parevano quelli di facciata. Fosco indovinò la persona a cui apparteneva quella voce, la cui sagoma si era sporta in avanti come ad esaminare più attentamente il suo ospite; la fisionomia non gli pareva nuova ma identificare perfettamente qualcuno nella marea di studenti che entravano e uscivano quotidianamente dall’università era qualcosa oltre le sue possibilità e i suoi reali interessi. Un viso apparentemente noto non collegabile a nessuno in particolare; un viso di un giovane in cui i tratti del crimine parevano non trovare posto, ma a parte la psicosomatica la situazione parlava da sé.

– È possibile che ci conosciamo dunque.

– Diciamo che io so chi è lei e lei forse sa chi sono io. Qual’è lo scopo della sua visita? Non è un ambiente culturale questo, qui si pianifica qualcosa di completamente diverso, si studiano le attività umane interpretandole dal lato ignaro delle persone, leggiamo la trama del tappeto dal suo rovescio e di solito non ci sbagliamo.

Alcuni degli altri seduti sulle poltrone sparse ebbero un moto di sorriso represso, l’atmosfera era già sul goliardico. Il presunto Cinese parlava con una cadenza misurata, la sua voce era gradevole e non tradiva emozioni, la voce di qualcuno che si sente sicuro di sé e a proprio agio nel suo ambiente.

– Il luogo comune a tutti è però sulla superficie del tappeto – disse Trifarro, pentendosi immediatamente di avere dato sfogo ad un pensiero banale senza sapere il valore e la consistenza culturale del suo avversario.

Il Cazzarola gli apparve improvvisamente molto più acculturato di quanto avesse potuto immaginare anche dal poco che aveva udito; non era rozzo, parlava con misura, non si atteggiava a sbruffone, almeno non apertamente e comunque non ancora. Non era il caso di tirare in ballo il ladro gentiluomo, che in termini logici è direttamente un ossimoro, più o meno come dire una prostituta vergine, il tipo appariva tosto e Fosco cominciò a temere per l’esito della sua missione, introdurre l’argomento Mina gli risultava al momento complicato, si era immaginato una persona più diretta, spiccia, con cui intavolare direttamente una trattativa, questo invece aveva aperto una conversazione, o almeno un tentativo di conversazione e la cosa invece di incoraggiarlo per via della sua preparazione a parlare e intrattenere studenti lo metteva lievemente in imbarazzo.

– È un luogo per gente che non riesce a vedere oltre, che non sa immaginare nulla di diverso.

In questa frase a Fosco parve di vedere realizzato lo stereotipo del creativo che diventa delinquente per contrasto. Il Cinese continuò.

– Ciascuno pensa che lo spazio comune in qualche maniera gli appartenga e a questo riguardo gli equivoci si sprecano. Non mi interessa lo spazio degli altri, sono in grado di crearmene uno per me, di sana pianta, non devo ossequiare un vecchio, o un ospizio di vegliardi perché mi lascino un posticino, quel posticino me lo prendo.

A Fosco l’allusione parve lampante e in maniera lontana e sfocata gli parve di intuire i motivi che avevano indotto il soggetto ad abbandonare gli studi. Tutto e subito, Armando non si era sbagliato. Ora il Cazzarola lo guardava senza parlare aspettando una risposta che tardava ad affiorare nell’attenzione di Trifarro. I suoi compari parevano annoiati e dai tratti somatici di alcuni fra loro intuì che avevano poca familiarità con la lingua italiana, la conversazione doveva risultare loro ostica e immensamente noiosa. Infatti uno tirò uno sbadiglio a fornace aperta. Fosco pensò che se avesse tagliato direttamente sulla questione che gli premeva il Cinese gli avrebbe immediatamente mostrato la porta da cui era entrato, questo voleva giocare e a quanto pareva poteva anche avere dei numeri da piazzare. Cercando di guardare oltre Fosco ipotizzò che il Cazzarola stava cercando di dare una sfumatura logica alla sua attività non esattamente specchiata e a questo riguardo la partita era tutta da definire e in considerazione della chiacchiera che stava mostrando nel contesto meditò di lasciarlo sfogare.

– Lo spazio comune è il luogo di competizione – continuò il Cinese – togliete questo e la competizione cessa. Immagini di dover creare un proprio spazio creativo autonomo da contrapporre alla società, quante persone sarebbero in grado? La società è il luogo dei mediocri – inferì il Cinese – di quelli che hanno bisogno del confezionato, del luogo già pronto, che non sanno creare da sé stessi e se vedono qualcuno che realizza qualcosa di anomalo e nuovo pensano subito che sia pazzo, a meno che quel qualcosa non torni direttamente a loro vantaggio. Immagini che questo luogo non esista, o che non sia localizzabile, sarebbero tutti fuori gioco.

Fosco sentì di dover fare percepire la propria presenza.

– La realtà però funziona al contrario, è il luogo comune, il centro in cui si determinano i valori.

– Ma vista da un punto di osservazione globale è un luogo “dopato” – Trifarro annotò mentalmente il termine – poiché dato come fisso. Nel lungo termine restano solo le versioni “originali”, quelle che emergono come luogo comune, perché in definitiva il luogo comune non esiste, è una pia illusione. Nel lungo termine la pietra batte la forbice che batte la carta che batte la pietra che batte la forbice, ecc., ecc., ma nessuno se ne accorge veramente. Il luogo comune non è il luogo della logica stretta, è solo il luogo della convenienza. – voi sapete trarre la vostra, pensò Trifarro – La vera fregatura è che non esiste il punto dato, il punto di inizio. E in questa assenza creo il mio spazio.

– La non esistenza del punto di inizio – disse Trifarro a mezza voce quasi parlando a se stesso – è resa possibile dall’ipotesi del punto di inizio, il luogo comune, appunto.

– Che cosa intende dire? – interloquì il Cinese.

– Che un’assoluta padronanza della vita non è possibile, l’imponderabile è sempre prevalente, così volere ricercare significati e connessioni in una “forma” che si esprime casualmente ai nostri sensi è totalmente fuori luogo. Gli eventi casuali insistono indipendentemente e influenzano inesorabilmente. Voler connettere forzatamente gli eventi porta fuori strada, o fuori dalla realtà, si rischia di costruire un percorso fittizio che non ha nessuna attinenza con l’universo, inteso come l’ambiente in cui tutto avviene.

Il Cinese si rilassò contro lo schienale della poltrona da cui si era sporto per fare la sua presentazione. Uno dei presenti si alzò e si diresse nella stanza attigua, Fosco non si distrasse a seguirne i movimenti, sebbene il suo sguardo non fosse inchiodato sul suo interlocutore diretto la sua attenzione non lo mollava. La conversazione parve languire per un breve istante, il Cazzarola non lasciò passare che un momento dalla risposta di Trifarro, e chiese diretto.

– Il motivo della sua presenza qui?

Questa volta fu Fosco a prendersi un istante di pausa, trasse un respiro non troppo profondo, che non desse l’idea di imbarazzo, un respiro mimetizzato da un’espressione lontanamente annoiata, che voleva trasmettere sicurezza senza ostentarla, poi cercò di prendere la questione da un punto non troppo centrale riguardo al suo scopo.

– Sembra che lei sia stato studente presso la facoltà dove lavoro o forse in qualche altra che posso avere frequentato per varie ragioni.

– Sembra – confermò freddamente il Cinese.

– Anche se non ricordo di averla mai incontrata, né di essermi mai intrattenuto con lei, sebbene la sua fisionomia non mi sia del tutto nuova.

– Veniamo al dunque.

– Sembra anche che lei abbia dei trascorsi con una ragazza, una dei miei studenti, a cui pare che lei voglia volgere le sue attenzioni, non apertamente da quanto sospetta il suo attuale compagno.

– Sono informato – disse il Cinese, e Trifarro ebbe conferma indiretta della dualità del Sapienza e/o di altri collaboratori.

Il tipo che si era spostato nell’altra stanza aveva ripreso il suo posto, ora tutti e quattro gli ospiti del Cinese lo guardavano con interesse, ora avevano l’aria di capire esattamente ciò di cui si stava discutendo, erano seri e attenti, una velata smorfia di disprezzo stampata sul volto, una maniera per fare capire la non appartenenza di Fosco al loro mondo, una superiorità gettata in faccia al loro ospite, l’azione contro l’idea, il gesto contro il pensiero, il fatto contro la meditazione. L’opposizione fra Trifarro e il Cinese con la sua banda era palpabile, percepì chiaramente e immediatamente la vanità della sua missione in quel posto, tuttavia cercò ulteriormente uno spiraglio, per lo meno per capire o intuire quali fossero le loro intenzioni al riguardo di Mina.

– Che cosa può guadagnare dall’infastidire una giovane, che a quanto pare può già includere nel suo passato e in virtù del quale potrebbe infischiarsene altamente?

– Quel c**** che mi pare – fu la risposta del Cinese.

L’uditorio mostrò apprezzamento per la sortita verbale, ci furono sorrisi e lievi sghignazzi di approvazione, Fosco mostrò un sorriso di circostanza, guardandosi all’intorno attendendo un minimo di calma per tentare un’altra domanda. Il Cinese lo anticipò.

– Lei se ne viene qua con il suo perbenismo a cercare di coprire qualcuno, di difendere una posizione che già appartiene a noi. Lei è sicuro di potersi permettere quella faccia onesta? È sicuro di poterci arronzare impunemente? E badi, non alludo ad una minaccia fisica nei suoi confronti, lei in questo momento non corre materialmente alcun pericolo. No, alludo ad un tale che faceva rapine da pochi soldi e che ora insegna all’università, un bell’esempio per i suoi studenti.

Sono abbastanza paranoico?

Il colpo era veramente basso, l’uditorio era surriscaldato, ora i compari del mandarino avevano il sorriso della beffa stampato fisso sulle loro facce e poco ci mancava che si mettessero a fare il tifo per il loro datore di lavoro. Il Cinese continuò l’arringa.

– Lei non è in grado di tutelare nessuno, primo perché io me ne frego delle sue opinioni e poi perché il passato della “giovane” – e disse “giovane” con una voce volutamente ridicola per rimarcare la differenza di vocabolario fra sé e il suo interlocutore – è ampiamente acquisito e giustificato dalle sue prestazioni sessuali, molto apprezzabili devo ammettere, e anche di un certo numero di tirate che ci siamo fatti insieme. Lei farebbe meglio a tutelare il suo di passato, le è andata bene ed ora viene qua a fare la predica. Non ci insegni come si delinque, quello glielo possiamo insegnare noi e le possiamo insegnare anche qualcos’altro… a farsi gli affari suoi, per esempio.

Quest’ultima sortita risultò veramente minacciosa per Trifarro; non capiva dove voleva andare a parare, ma percepiva qualcosa di remoto che ora congiungeva il Cazzarola con la sua esistenza. La volgarità del tipo era intollerabile, non per il linguaggio, che Fosco volendo sapeva maneggiare perfettamente, quanto per la protervia del ragazzo, che con i suoi ventitré o ventiquattro anni si atteggiava ad omone della mala; i presupposti per una rapida e cruenta fine gli parve vi fossero tutti, solo voleva tutelare una studentessa del suo corso e il compito era oltre le possibilità di chiunque. I delinquenti hanno una strana congiunzione con la fatalità, anzi, sembra che la fatalità esista solo ed esclusivamente per loro. I compari del gallaratese si erano scaldati, ora ridevano apertamente, non troppo sguaiati; ma senza alcun rispetto irridevano apertamente il loro ospite. Fosco azzardò un’altra sortita verbale, senza alcuna aspettativa di riuscita, giusto per non lasciare qualcosa al rimorso posteriore che sarebbe inevitabilmente seguito a questo colloquio.

– Lei non ha nulla a che fare con il mio passato ed è perfettamente ridicolo che si permetta di esprimere giudizi… – il Cinese non lo lasciò terminare.

– Non cerchi di ammantare di ideali i suoi trascorsi, conosciamo anche quelli. Con la scusa della ribellione, dell’idea, non si coprono certe cose. La differenza tra noi e lei è che noi siamo consapevoli e convinti di ciò che facciamo, non abbiamo scuse morali da porci o giustificazioni da avanzare a chi ci vuole infamare. –

Ora i suoi compari erano diventati seri, quasi a rimarcare una consapevolezza alla delinquenza sullo stereotipo del gangster cinematografico. Fosco li compatì intimamente sentendosi al contempo sconfitto.

La situazione generale era diventata per Trifarro indifendibile, la sua presenza sul posto oltre a non essere più di alcuna utilità era oltre modo imbarazzante, il Cinese e i suoi compari intuirono dalla sua posa l’intenzione di andarsene e non gli fecero alcun ostacolo.

– Vada, vada, Dott. Trifarro, torni alle sue lezioni – disse il Cazzarola ad alta voce in direzione del Fosco, poi rivolto ai suoi compari aggiunse qualcosa.

– Potrebbe essere uno di noi, ma non sa di esserlo – quindi fece un cenno ad uno di quelli seduti ai suoi lati, questo si alzò per accompagnare Fosco, che ne avrebbe volentieri fatto a meno data la breve distanza in direzione dell’uscita ma si sentiva in uno stato di completa passività e inoltre non voleva in alcun modo turbare le loro tradizioni e usanze. Se quello era il loro modo di congedarsi non vi avrebbe posto ostacoli.

Il tipo lo precedette verso l’uscita, prima di andarsene Fosco rivolse un cenno del capo in direzione del Cinese, che ricambiò con un sorriso ambiguo. Gli altri erano già distratti da qualcos’altro che non comprese.

La porta della vetrata ripeté il gemito precedente, il tipo gli fece strada nel cortile e richiudendo lo fece passare avanti, mentre Fosco lo affiancava questo a mezza voce gli disse «Occhio a stasera». Fosco non si voltò, recepì il messaggio senza darlo a vedere, o meglio, lo ascoltò in una seconda attenzione che differiva dalle urgenze immediate. Sotto l’androne stavano ancora l’Armando e il nordafricano, il quale nel vederlo uscire abbandonò il suo ex amico per raggiungere il tipo che lo aveva accompagnato ed insieme rientrarono alla corte del Cinese. Fosco si voltò per osservarli, un gesto istintivo senza alcuna motivazione e nella curiosità dell’osservazione notò, nella cintura del magrebino mentre si metteva una mano in tasca nell’allontanarsi, una porzione di un oggetto che assomigliava ad un manico di coltello e che nel caso che lo fosse di certo non aveva mai conosciuto scopi culinari.

L’Armando accolse l’ex amico con un’espressione di domanda, perché in realtà dall’atteggiamento del Fosco già si intuiva l’esito del confronto, e si limitò a dire un «Beh ?» a cui Fosco rispose con uno sguardo sconsolato e scrollando il capo in senso di diniego. In silenzio raggiunsero la strada, fuori dalla carraia Fosco si voltò verso Armando.

– Grazie comunque… e senza rancore per tutto quello che è stato.

Armando raccolse il ringraziamento con un cenno del capo limitandosi a fare un gesto di saluto con la mano, poi ciascuno prese una diversa direzione.

Prossimamente l’ottavo capitolo

Una storia italiana – Romanzo a puntate (06)

romanzo a puntate (06)

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Questo romanzo, ambientato fra Milano e Genova nel luglio del 2001, è un’opera di fantasia. I personaggi, i luoghi nominati e gli eventi che vi si svolgono sono inventati, gli eventi e le persone eventualmente reali, che fanno da sfondo alla narrazione come ai personaggi, sono tratti da fatti di cronaca riportati dai notiziari o dai quotidiani e liberamente interpretati a fini creativi e immaginari. Ogni altro e qualunque riferimento a persone, luoghi, cose, eventi realmente esistiti o esistenti è puramente casuale e/o esclusivamente funzionale ai fini immaginari della narrazione. Ogni deduzione o interpretazione storica, filosofica o letteraria è meramente funzionale alla narrazione romanzesca quale opera di fantasia.


Una storia italiana

Capitolo VI°

(06)

Milano

Giovedì, 19 Luglio 2001

Visti dalla distanza di una generazione gli atteggiamenti e la mentalità di Trifarro avevano una lontana e collocabile origine nella sua gioventù, in un’adolescenza “anni settanta” a cavallo fra la trasgressione già decadente del rock, o anche dell’uso di droghe, da cui si era tenuto a debita distanza, e l’impegno sociale, e nel suo caso politico, in cui si era buttato a capofitto con tutta l’energia dei suoi anni migliori. Passati gli anni sessanta e la sbornia conseguente, di cui non era stato parte per momento di nascita, si era fatto l’opinione che i vegliardi non avevano mollato un centimetro del loro potere, a loro era bastato fare niente altro che aspettare l’azione della realtà da essi prodotta, come il mercato, la politica – quella politicata – le “regole sociali”, quelle stesse contro cui si scagliavano i giovani, il perbenismo e tutta l’impalcatura di moralità moralizzata, e irridersene delle colorate espressioni “artistiche” dei giovani e del ròc, anzi certuni si tuffavano nelle attività dei coetanei dei loro figli immaginando di essere come loro e ciò creava delle situazioni discretamente ridicole il cui spettacolo gettava nello sconforto il giovane Fosco, consapevole che tutto sarebbe stato vanificato in una omologazione collettiva, sbagliata non tanto per la partecipazione, che sarebbe di per sé equa e giusta, quanto per il solito atteggiamento al ribasso del vecchiume, l’impronta del fare per ottenere in maggior quantità, qualunque cosa significasse “quantità”, che fosse f***, denaro, potere, influenza sul prossimo o altro. Il giovane Fosco sentiva di doversi impegnare per qualcosa che ne valesse “davvero” la pena.

…anni settanta

Il periodo della sua adolescenza non mancò di fornirgli amicizie, connessioni ed esperienze adeguate alle sue esigenze, specie in una grande città come Milano, dove le proteste e i cortei completi di cariche della polizia non mancavano e alla cui partecipazione attiva si era rodato un po’ alla volta insieme ad alcuni coetanei con i quali condivideva, o credeva di condividere, molte delle sue convinzioni. Il desiderio di riconoscersi in una ideologia, in un simbolo, di identificare sostanzialmente la propria appartenenza senza necessità di una continua verifica spronava verso non so cosa molti di questi adolescenti, larga parte dei quali se avessero dovuto spiegare la propria scelta avrebbero balbettato non poco girando intorno a frasi fatte e a “sentito dire”. Fosco, con altri non numerosi, stava un passo più avanti di questi, per lui l’ideologia era un mezzo, non un fine o un club, la visione che aveva della realtà lo incitava a una intima ribellione che aveva trovato sfogo in un ideale, che intimamente non aveva mai abbandonato ma da cui si era ritratto a causa di errate interpretazioni in cui si era trovato coinvolto a sua insaputa, o magari in forma non del tutto consapevole. In un novembre nebbioso di quegli anni settanta, quando la nebbia era ancora ligia al suo nome, l’intraprendenza di alcuni suoi amici e conoscenti ipotizzò un intervento – così lo chiamarono – per “ripristinare la giustizia del popolo”, così si espresse l’ideatore dell’”intervento”, usando un vocabolario che definire frusto era già allora una descrizione appropriata.

Il Fosco qualcosa aveva intuito, forse dire “qualcosa” è sicuramente troppo, diciamo che il gergo usato poteva avergli già fornito indizi sulle intenzioni, anche se non sulla materia di “intervento”, tuttavia l’esuberanza dell’adolescenza ottunde in parte la lucidità quando si tratta di azioni e di partecipazione, a volte la paura di restare isolati prevale, cosicché il Fosco finì per trovarsi imbarcato in una missione che a mente fredda avrebbe evitato senza neanche dire forse, non per paura o conformismo o altro, quanto per una sua logica delle cose che lo istigava in maniera naturale a tenersi alla larga da gesti di violenza senza mezzi termini e fini a se stessi.

Reparto Celere

Un conto era affrontare i celerini nelle manifestazioni, altra cosa era affrontare persone civili o inermi, le quali anche se avevano combinato qualche c****** non spettava certo a lui ripristinare “la giustizia del popolo”. Tutta la cosa prese un suo tempo e lui insieme al “gruppo d’azione” – perché già si definivano così e il Fosco, a cui avrebbero dovuto fischiare le orecchie, si ostinava a non pensare male dopo tutto erano suoi amici che diamine – entrarono in un tunnel temporale la cui unica uscita pareva essere il compimento di questa loro impresa, l’ideale dell’azione entrava per dritto e per traverso quasi in ogni loro conversazione. Il fatto più strano era che nessuno aveva definito alcunché, Armando aveva parlato di un “intervento”, astrattamente, senza dare a vedere di avere qualche programma preciso in mente e tutta la combriccola, che nel concreto assommava a cinque amici che condividevano il medesimo ideale, che forse intendevano politico ma che in realtà non comprendevano (… e chi mai può comprendere “la vita”?) e si incontravano anche al di fuori dei tafferugli con la polizia e le proteste o altre attività che richiedevano più larga partecipazione di altri giovani o associazioni con cui erano in contatto per i motivi più disparati; la “cosa” si era messa in moto, non con entusiasmo, che sarebbe stato fuori luogo e ridicolo, ma con severo cipiglio di ribelli che si apprestano ad una azione con la “a” maiuscola.

Nella periferia della Milano di allora esistevano, o forse sopravvivevano assediate dalla cementificazione incombente, attività di commercio o di artigianato relegate in polverosi ambienti che parevano sopravvissuti ai bombardamenti degli Alleati, nei bassi di case di ringhiera che in larga parte non erano ancora diventate le abitazioni snob dei tempi attuali, o ambienti condominiali da proporre per la tutela alla Sovrintendenza ai Beni Architettonici. In quegli edifici intercomunicanti fra corti di vecchie cascine e carraie assediate da un’edilizia da immaginare in bianco e nero come nel vecchio intervallo arpeggiato della RAI, fra ringhiere di terrazzi aggettanti, androni carrabili, panni stesi su fili che connettevano edifici differenti, fragore di ragazzini e attività di adulti al lavoro in officine, laboratori artigiani nei pianterreni più improbabili e forse perfino introvabili, stante la difficoltà di accedervi, si potevano reperire le cose più disparate, a patto di esservi introdotti o di sapervisi introdurre nel modo appropriato. C’erano sostanzialmente tre maniere per entrare in quel mondo di periferia milanese. L’ignaro, tipo quello del parente in visita o del conoscente a cui si è dato appuntamento, poi c’era il cliente di qualcuna delle attività che solitamente erano persone dei dintorni, e infine il ficcanaso o anche il poliziotto, e quest’ultimo tipo di solito passava meno inosservato di chiunque altro.

Non è il caso di tirare in ballo organizzazioni dedite al crimine su vasta scala, semplicemente due mondi si fronteggiavano e il più debole dei due cercava di difendersi dagli intrusi, sopravviveva ancora quella tradizione tra il meneghino e il bertoldesco di tirare “bidoni” e caso mai di arrotondare con attività sgradite ai ghisa e i loro colleghi. Nulla di nuovo sotto al sole e il politically correct nessuno sapeva ancora cosa fosse. Non che l’arte della fregatura sia scomparsa ma ha perso quel suo fascino goliardico che gli derivava dal contatto diretto e dall’azione aperta. È però impossibile definire un sistema e qualcosa sfugge sempre, così occorre ammettere che in quel periodo non ancora invaso da apparecchi elettronici e computerizzati esistevano maniere per passare inosservati anche in un mondo che pretendeva di essere ermetico per propria difesa, o che forse non era poi così organizzato e coeso come si sarebbe tentati di immaginare. Tendenzialmente un adolescente avrebbe avuto discrete possibilità di passare senza farsi notare al vaglio dei residenti, in prima analisi per una persistente tendenza di quei tempi al machismo, che valutava i minorenni come una sottospecie o una razza inferiore come le donne e i bambini, e inoltre per l’assenza di uniformità e di aggregazione che non andasse oltre il proprio cortile e caseggiato, già la strada aperta rappresentava il limite delle colonne d’Ercole, praticamente un arcipelago di aggregazioni. È noto che il crimine affratella, oddìo, non nel senso ecumenico né sociale, diciamo che nelle cattive intenzioni è molto facile trovare punti in comune, momenti d’accordo. Poi commesso il fatto e spartito il bottino nemici come prima. Fino alla prossima occasione. La necessità può spianare qualche problema, e si può soprassedere se il compare vota o tifa per la sponda opposta, d’altronde nessuno, o quasi, sceglie i propri colleghi di lavoro.

Il Fosco e i suoi amici, identificati in Armando, Egisto, Terzo e Arturo non erano introdotti in alcun mondo della loro città, sperimentavano la loro voglia di sentirsi adulti negli anfratti lasciati liberi da adulti propriamente detti già occupanti spazi precisi della società, con vago sentore di eventuali pericoli e sconsiderati desideri di confrontarvisi; il cosmo della periferia di Milano era vasto a sufficienza per scatenare le fantasie di ragazzi come loro, che si muovevano per le loro esigenze senza alcun imbarazzo né alcun limite.

… tramonto sciroccoso…

Una sera di un giorno del novembre 1975, un tardo pomeriggio sciroccoso, una di quelle giornate in cui il cielo sembra dipinto direttamente da un impressionista, con tutte quelle nuvole in varie tonalità e il sole già basso all’orizzonte verso un tramonto policromo, Armando con la sua Vespa® 125 piombò di spinta a motore già spento nella bottega del Bartoli, detto Camisa per sconosciuti motivi. Il detto Camisa, alias Bartoli, al secolo Bartoli Virgilio di professione meccanico, non si era avveduto dell’Armando, né si era accorto del suo arrivo a causa del motore che l’Armando aveva spento prima di entrare e appena dentro a colpo d’occhio aveva intravisto il Camisa nello sgabuzzino adibito a bagno nell’angolo a sinistra del capannone, la cui porta era semiaperta, intento a riporre dietro la cassetta dello sciacquone a fianco della finestrella un oggetto nero di aspetto metallico le cui estremità emergevano dalla manona intrisa di morchia a formare una “L”. L’Armando fece finta di nulla e fischiò come aveva visto fare da altri clienti del Camisa per richiamare l’attenzione del meccanico, guardandosi all’intorno in tutte le direzioni tranne che in quella del bagno. Il Bartoli, avvedutosi della presenza di qualcuno, prima socchiuse la porta fra rapidi tramestii e poi abbandonò il piccolo locale nell’atto di aggiustarsi la tuta presentandosi nell’officina, al cui centro stava l’Armando ancora a cavallo della motoretta apostrofandolo.

– Ueh, c**** fischi, non sono mica il tuo cane, e poi se pretendi che metta di nuovo le mani in questo catorcio te lo puoi scordare…

Vespa 125

– E dai, non so perché ma non tiene il minimo e fatica ad andare in moto.

– Ma te non fai l’ITIS? Non ti intendi di meccanica? Non te la puoi aggiustare da te?

– Le ho provate tutte ma non sono riuscito. Ascolta, te la lascio qui, passo domani sera.

– Guarda che non lavoro mica gratis.

– Sì, lo so. Poi magari mi spieghi cos’è che non va in ‘sto coso.

– E allora mi faccio pagare doppio, prima per la riparazione e poi per la lezione. Dai cacciala là nell’angolo, vicino a quell’altro catorcio – disse il Bartoli indicando una Seicento famigliare che cozzava con le leggi dell’aerodinamica.

FIAT 600 multipla

L’Armando salutò con la mano uscendo senza aggiungere altro, sapeva che qualunque cosa avesse detto non avrebbe fatto altro che suscitare la goliardia del Camisa, che in fondo era un tipo divertente, ma lo era sicuramente di più quando l’oggetto dei suoi lazzi era qualcun altro. Però quell’oggetto nero che aveva visto maneggiare metteva ora il meccanico in una nuova e strana luce e sobillava tentazioni da non accondiscendere.

La sera stessa Armando si trovò con Fosco, Egisto, Arturo e Terzo. Il desiderio di comunicare loro la possibilità di impossessarsi di un ferro fu per lui incontenibile ma si trattenne dal fare nomi e indicare situazioni, si buttò invece a fantasticare sulla possibilità di “azioni” che avrebbero potuto compiere, come una cellula terroristica segreta se solo fossero stati in possesso di un’arma. Il Fosco non lo prese sul serio e anche Terzo insieme con Arturo espressero la loro contrarietà. Egisto non disse nulla, non si espresse e la cosa non fu rimarcata da nessuno. In mezzo alle fantasticherie l’Armando esprimeva frasi che parevano estratte da un volantino di una qualunque delle organizzazioni terroristiche in auge a quel periodo, vere o farlocche, brandendo esclamazioni “tipo”, già confezionate e diffuse dai quotidiani, definizioni generiche come “avanguardia”, “lotta”, “clandestinità”, “autofinanziamento”, “contropotere”. Citò un tizio che gestiva una piccola attività commerciale in un quartiere non distante, indicandolo come un possibile bersaglio per via dell’ostensione di simboli politici all’interno del suo negozio. Gli altri cercarono di dissuaderlo e di disilluderlo da erronee valutazioni, tutti tranne l’Egisto, che pareva sempre sul punto di dire qualcosa ma che poi si tratteneva dall’esprimere, non era neanche il caso di dire che fosse indeciso, non si capiva proprio che cosa avesse in mente. Il Fosco cercò di far capire all’Armando che, al di là del fatto che la violenza è sempre da evitare, cinque soggetti come loro sarebbero stati individuati subito, come cinque polli. Su questo fatto risero tutti d’accordo e la vicenda parve morta lì, la serata prese il solito andazzo da cazzeggio adolescenziale e il Fosco non ripensò più all’episodio.

Qualche giorno dopo, in uno di quei tipici pomeriggi brumosi e freddi, con quella nebbia soda di quei tempi là, l’Armando passa da casa del Fosco lì verso le cinque o un po’ prima, stava già facendo scuro.

La nebbia a Milano

– Dai, vieni con me. Ho la Vespa® in perfetto stato. Andiamo a fare un giretto.

– Ma è un freddo che pela.

– Mettiti qualcosa di pesante.

Il Fosco aveva notato che l’Armando aveva due caschi. Cosa del tutto anomala. Non esisteva allora alcun obbligo ad indossarlo, ed infatti quasi nessuno lo portava, tranne i fanatici con le Kawasaki®, le Honda®, o le moto da cross per fare le impennate davanti alle scuole mentre escono le ragazze. Infatti gliene chiese immediatamente spiegazione e l’Armando rispose che era per il freddo. Non del tutto convincente per Fosco ma plausibile, in effetti l’umidità faceva percepire una temperatura molto più bassa, quantunque per Fosco un berretto sarebbe bastato.

Armando ha una espressione nuova, non strana, ma nel suo sguardo c’è qualcosa che lo tiene leggermente al di sopra del suo standard di comportamento, non è agitato ma sembra più gestuale del solito, davanti alla motoretta gli fa:

– Dai, guida te.

Fosco non replica, è successo altre volte che Armando gli abbia fatto guidare la sua Vespa®, la cosa non rappresenta un problema, hanno preso insieme la patente “A” all’inizio di quell’anno, sebbene Fosco non sia ancora riuscito a convincere i suoi a fornirgli un mezzo simile. La patente se l’è pagata con fondi propri, sperando in un contributo genitoriale per una Lambretta® necessariamente usata, ma da quell’orecchio paiono proprio non volerci sentire, e inoltre le finanze sono quelle di una famiglia di operai, poco da scialare.

Si infilano il casco entrambi, Fosco si mette i guanti e poi scalcia con la messa in moto, Armando sale dietro e partono per quella che sembra una normale vasca per i Navigli e poi per il centro. Armando non dice niente, Fosco si dirige verso le vie più trafficate, giunti a Porta Ticinese Armando gli dice di voltare in Corso Gottardo, verso la periferia sud, Fosco non ha nulla in contrario, stanno solo girovagando a caso. Giunti su Via Meda svoltano su Viale Tibaldi e poi Armando lo instrada sempre più verso la periferia. Fosco pensa che Armando debba andare da qualche parte in particolare e lo asseconda senza fare domande.

Il percorso si fa sempre più desolato, la periferia dei casermoni, delle strade dei pendolari, distributori di benzina e capannoni, vecchie cascine assediate dall’industria. Non è ancora l’ora di punta, dell’uscita dalle fabbriche, c’è traffico modesto a scorrimento veloce. Passano davanti ad un distributore discretamente desolato, in quel momento non transita proprio nessuno sulla strada in cui si trovano, Armando fa segno a Fosco di fare inversione e di fermarsi, Fosco rallenta fa una manovra a “U” e si ferma al ciglio della strada dalla parte opposta, sente Armando scendere e trafficare al posteriore della Vespa® e poi risalire di botto indicando il distributore che è a cento metri davanti a loro e presso cui sono passati pochi minuti prima in direzione contraria. Fosco pensa che Armando voglia fare benzina e si dirige al distributore, quando sono nell’area di questo Armando gli dice di fermarsi un po’ più avanti delle pompe, Fosco non capisce ma obbedisce.

Armando scende rapido e deciso e va verso il gabbiotto del benzinaio dove c’è un tizio sui sessanta che si fa sulla porta. Fosco si volta e nota che Armando non si è tolto il casco, hanno entrambi caschi integrali, Armando tiene una mano dietro la schiena all’altezza della cinta, sotto al giaccone, quando il vecchio lo apostrofa dicendo qualcosa che Fosco non capisce Armando tira fuori un oggetto nero e opaco e lo punta contro il benzinaio, che non arretra, anzi, gli si fa incontro gridando in meneghino, Armando spara un colpo ad altezza d’uomo ma puntando volutamente fuori bersaglio, contro il terreno ingombro di macerie oltre una recinzione sbrindellata alle spalle del vecchio, che resta interdetto, arretra senza parlare verso il chiosco illuminato da un triste neon che pretende di vantare le coloriture dei poster pubblicitari sparsi dentro e sulle vetrine, ma il tutto è così tetro e triste e opacizzato dalla nebbia che a Fosco sembra la giusta scenografia per la c****** che sta facendo Armando.

Space Oddity – LP di David Bowie

Vorrebbe scappare ma significherebbe abbandonare un amico, però pensa che in seguito a questo lo abbandonerà comunque. Fosco si guarda intorno, il colpo di pistola potrebbe avere attirato l’attenzione di qualcuno, ma in vista non c’è nessuno, solo un autocarro vuoto passa rombando e sferragliando e Fosco si fa l’idea che potrebbe avere coperto il rumore dello sparo. Si volta verso il gabbiotto per vedere cosa succede, il vecchio è in ginocchio, Armando alle sue spalle gli lega le mani con qualcosa che ha trovato lì dentro, lo tiene sotto tiro con quell’arnese nero e lo vede frugare con la mano libera in un mobiletto dalle gambe rastremate stile anni sessanta che funge da scrivania e da banco. L’immagine di una persona col casco dentro quel capanno vetrato è completamente surreale, Space Oddity gli balena per un attimo nella mente ma è subito scacciata da una nausea cerebrale che annulla ogni distrazione piacevole. Fosco lo vede agire deciso e imperterrito e ha la sensazione che il tempo non passi mai, gli sembra che sia trascorsa un’eternità dacché Armando ha assalito il benzinaio, si chiede quanto tarderà ancora, comincia ad avere paura, quel tipo di paura che potrebbe anche indurre ad errori fatali, poi Armando dà una spinta all’anziano benzinaio che crolla inerme in avanti per via delle mani immobilizzate dietro la schiena quindi esce rapido e dopo essersi chinato un attimo a raccattare qualcosa da terra, corre verso Fosco che ha tenuto in moto la Vespa® e sta sgasando per tenere alti i giri, vuole che tutto finisca al più presto per dimenticare, il fatto e l’amico. Sente la Vespa molleggiare verso il basso, Armando è saltato a cavallo della motoretta e gli dà una botta sulla spalla gridando forte «Vai, vai!». Fosco gira tutta la manetta del gas e il motore della Vespa® arranca una fuga in direzione del centro di Milano.

Lire #10’000#, diconsi Lire =diecimila=

L’asfalto è viscido, snebbia leggermente e Fosco sa che la Vespa®, più di altri motocicli, non è molto affidabile in queste condizioni, specie se aggravati da una fretta non divulgabile. Armando dentro al casco grida cose incomprensibili in un tono di voce che ha il suono dell’esaltazione, Fosco vorrebbe girarsi e prenderlo a calci in culo fino a casa, ma vuole uscire da questa storia il prima possibile e con il minor strascico di conseguenze. La Vespa® strilla tutta la sua modesta potenza al massimo della sua velocità e Fosco si rende conto che è meglio rallentare per non dare nell’occhio, ormai sono a più di un chilometro dal luogo del misfatto. Armando gli dice di fermarsi, Fosco si ferma. Armando scende un istante per fare qualche operazione al retro della motoretta, la cosa non prende più di qualche secondo e quando sale, nel rimbalzo che fa la sospensione con il peso, gli dice forte all’altezza dell’orecchio ostacolato dalla parete del casco: «Avevo coperto la targa!», e poi ride forte come un pazzo sventolandogli davanti al naso un mazzetto di carte da diecimila lire col Michelangelo barbuto che così a occhio e croce assommeranno a un trecentomila. Fosco toglie una mano dal manubrio per respingere quell’ostensione del bottino, come se si trattasse di una cosa orrenda e immonda, sente Armando pronunciare la parola “autofinanziamento” frammezzo ad altre grida derivate da uno stato d’animo euforico che non garantisce alcuna impunità. Passano di fianco ad una gora, scoperta per un tratto, nudità di un paesaggio d’altri tempi, Fosco si ferma, si toglie il casco e lo butta nell’acqua, l’oggetto galleggia sulla capoccia e la corrente lo trascina immediatamente, poi si volta verso Armando gli chiede di togliersi il casco, che butta ugualmente nell’acqua, e quindi gli dice rude:

– Da qui io vado a casa a piedi, perché per colpa tua di certo stanno cercando due tizi in motoretta. Questa sera alle otto e mezzo fatti vedere da solo sotto casa tua, c’è qualcosa che dobbiamo chiarire una volta per sempre.

– Ehi, è andato tutto bene – dice Armando inseguendo Fosco a bordo della Vespa®.

– T’ho detto stasera alle otto e mezzo, cretino. Cavati dal c****. Hai fretta di finire in galera?

E liberandosi da un tentativo di stretta al braccio che Armando ha cercato di artigliare con la mano lasciando momentaneamente la manopola del gas si allontana a piedi verso casa, stizzito e rigido nel portamento. Armando gli passa di fianco lentamente a bordo della sua Vespa® guardandolo in silenzio e poi si allontana nella nebbia e nel buio lattiginoso dei lampioni di periferia.

Alle otto e mezzo Fosco è davanti all’abitazione di Armando, che non si fa attendere, scende puntuale e i due si incamminano in silenzio prendendo una direzione qualunque. Armando prova a rompere il ghiaccio e tenta un po’ di conversazione. Sa che Fosco è proprio arrabbiato ma pensa di poterlo tranquillizzare.

– Ci andiamo a fare una partitina a biliardo con gli altri?

Fosco non risponde, non lo guarda neanche e trova totalmente fuori luogo quella richiesta di sollazzo collettivo dopo un fatto di cronaca nera compiuto, e lo ritiene ancora più deprimente se pensa che è stato portato a termine con lo scopo di un ideale politico. Armando è fuori da ogni realtà, pensa Fosco, quindi chiede a Armando:

– Dove hai trovato quell’arnese?

Armando non risponde subito, vorrebbe mantenere una specie di segreto, non coinvolgere nessun altro, ma sa che Fosco la verità al riguardo se l’è guadagnata poche ore prima e qualcosa la deve dire.

– L’ho ciulata al Camisa.

– Chi, il meccanico?

– Sì.

– E come facevi a sapere che ce l’aveva?

– Qualche sera fa ho portato la Vespa® a fare riparare e sono entrato nella sua officina a motore spento, lui non mi ha sentito arrivare e io l’ho visto che tentava di nasconderla dietro la cassetta dello sciacquone, vicino alla finestra. La notte stessa sono andato là con Egisto e dal finestrotto del bagno siamo riusciti a fregargliela. È una semiautomatica, è brutta da vedere, troppo spigolosa, ma spara in ogni condizione.

– Ma che c**** di dettagli mi stai dando? Pensi che me ne freghi qualcosa? Hai ciulato una pistola, e già questo è una cosa terribile, per giunta hai ciulato una pistola di cui non conosci la provenienza. Potrebbe essere stata usata per altri crimini, per omicidi, o altre cose del genere. Sei proprio scemo. Di Egisto non me ne faccio meraviglia, non è mai stato un’aquila. Ma te ci dovevi pensare. Stai andando nella direzione sbagliata.

– Ma tutto quello che ci siamo detti, i nostri ideali, le nostre convinzioni, la ribellione al sistema…

– Il sistema ci inghiotte senza neanche masticarci, e la rivoluzione si fa dopo avere compiuto fino in fondo il proprio dovere, noi quale dovere abbiamo compiuto? Abbiamo sedici anni Armando, siamo dei ragazzi e se usi gli ideali per commettere dei crimini comuni non farai alcuna rivoluzione, alcuna ribellione. Non dovevi coinvolgermi, soprattutto senza dirmi niente.

– Pensavo che saresti stato d’accordo, non abbiamo mai litigato su nulla, abbiamo sempre diviso tutto.

– Nella consapevolezza, non nell’inganno. Adesso dove c**** l’hai messa quella pistola? Non pensare di tenertela, se ti scoprono trascineresti anche me.

– Non ti tradisco, stai tranquillo.

– Ma di che c**** parli… non è un film, non è un romanzo, la pula ci mette nulla fare quattro e quattr’otto…

Armando restò un istante in silenzio, pareva voler trattenere qualcosa, poi senza guardare Fosco disse:

– Questa sera, prima di venire qui, l’ho rimessa al suo posto, mi ha aiutato di nuovo Egisto. Il Camisa non dovrebbe accorgersene.

– Ah no, non se ne accorge che manca un colpo, sempre che tu non ti sia divertito a spararne altri…

– No, beh … insomma…

– L’Egisto ti ha dato una mano… una bella coppia, si… fate proprio un duo perfetto, non si capisce se siete scemi o se fate finta di essere intelligenti.

Passò qualche istante senza che nessuno dei due dicesse alcunché. Armando si sentiva in obbligo di recuperare l’amicizia del Fosco, un’amicizia di sempre, dai tempi della scuola elementare.

– Ti ricordi di Egisto alle elementari? Si metteva le dita nelle orecchie e poi se le infilava in bocca, e la maestra gli diceva «La merenda la facciamo durante l’intervallo, vero Egisto?», e lui manteneva sempre la stessa espressione, dubito che abbia mai capito il doppio senso.

Fosco non rise.

– Senti Armando, la nostra amicizia finisce qui, noi non ci frequenteremo più, o comunque non più come negli anni trascorsi, né con te, né con gli altri. Dì loro quello che ti pare, dopo tutto spetta a te, sei tu la causa. Ciao.

Fosco prese la strada di casa senza voltarsi. Formalmente la loro amicizia terminò per davvero, ma si frequentarono ancora, è impossibile troncare i legami esistenziali, la vita prima o poi ti rincorre e ti acchiappa, e nella vita di Fosco questo episodio è riaffiorato più volte in maniere insospettabili e non narrabili. Armando non è mai diventato un ribelle, si è accontentato del crimine, in cui eccelle tutt’ora, con riconoscimenti anche da parte dello Stato.

Qualche giorno dopo l’accaduto, in un trafiletto della cronaca locale milanese un giornalista che si firmava solo con le iniziali riportava del ritrovamento di una pistola semiautomatica in un terreno abbandonato nei pressi della tangenziale, l’unico dettaglio al riguardo indicava che tutti i particolari che potevano fare identificare l’oggetto erano stati alterati o danneggiati, anche la rigatura della canna e il percussore erano stati abrasi. Il Camisa evidentemente sapeva contare.

Prossimamente il settimo capitolo

Una storia italiana – Romanzo a puntate (05)

romanzo a puntate (05)

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Questo romanzo, ambientato fra Milano e Genova nel luglio del 2001, è un’opera di fantasia. I personaggi, i luoghi nominati e gli eventi che vi si svolgono sono inventati, gli eventi e le persone eventualmente reali, che fanno da sfondo alla narrazione come ai personaggi, sono tratti da fatti di cronaca riportati dai notiziari o dai quotidiani e liberamente interpretati a fini creativi e immaginari. Ogni altro e qualunque riferimento a persone, luoghi, cose, eventi realmente esistiti o esistenti è puramente casuale e/o esclusivamente funzionale ai fini immaginari della narrazione. Ogni deduzione o interpretazione storica, filosofica o letteraria è meramente funzionale alla narrazione romanzesca quale opera di fantasia.


Una storia italiana

Capitolo V°

(05)

Milano

Giovedì, 19 Luglio 2001

La cosa era ormai decisa, Germano sarebbe andato a conferire con il Sapienza, i BDdLC con l’aggiunto Dott. Cynicus lo stavano indottrinando rapidamente su ciò che avrebbe dovuto dire, su come comportarsi e cosa evitare, sulla localizzazione della biblioteca della facoltà di Giurisprudenza e sulla posizione del soggetto all’interno del locale, posizione pressoché fissa; occupava quasi sempre lo stesso tavolo e la stessa sedia, da cui la definizione di “ufficio”. Solo Sandro restava in silenzio, intento ad esprimere quello scetticismo di fondo che gli si leggeva costantemente in volto dal quale emergeva per esprimere battute pertinenti quando non anche ironiche, o magari solamente curiose, giusto per dimostrare di essere vivo e presente.

– Ma questo Cazzarola perché diavolo lo chiamano “il Cinese”? Il cognome pare lombardo, o comunque italico.

Chinese Mask

– Che importanza ha? – chiese Mario sbirciando Mina, quasi si aspettasse una spiegazione da lei.

– Potrebbe averne – rispose Mina con fare seccato, come se stesse parlando a dei bambini –, è uno che può permettersi molte cose al di sopra delle righe, quel genere di cose per le quali uno qualsiasi di noi dovrebbe dare lunghe e penose spiegazioni alla polizia. Comunque, perché lo chiamino così non l’ho mai saputo.

– Ah, bene – disse Germano – stiamo per pestare i piedi a qualcuno che potrebbe troncare le nostre semplici velleità culturali per tutelare i suoi loschi interessi. Perché per essere loschi sono loschi, vero? – e concluse girandosi verso Mina, la quale ebbe un moto di stizza e di sopportazione.

– Ehi, non ci stiamo mica rivolgendo a lui, non sappiamo neanche dov’è, dove vive e cosa fa, a parte Mina, che forse potrebbe illuminarci.

– No, è proprio fuori dalla mia vita attualmente e non ci voglio avere niente a che fare e soprattutto non sono sicura che stiamo facendo la cosa giusta. Quello è il tipo che è meglio non andare a stuzzicare.

– Germano non ha avuto allucinazioni o traveggole uditive, quello che ha sentito si allaccia a qualcosa della tua vita che tu hai confermato, qualcosa la dobbiamo fare.

– Potremmo andare alla polizia – disse ingenuamente Sandro.

– A dire cosa? Che un nostro collega ha sentito bisbigliare un altro nostro collega che citava un cinese? Sai che risate si fanno? E dimentichi un dettaglio molto importante. La polizia interviene a crimine commesso, non prima o preventivamente per arrestare qualcuno che ha intenzione di fare qualcosa per cui è previsto un soggiorno a spese dello Stato. Non è nemmeno il caso di tirare in ballo le capacità della polizia, o la sua funzionalità. È semplicemente una questione di diritto, non si arresta qualcuno per l’intenzione di commettere un crimine. La democrazia non ti mette al riparo da queste cose.

– Mario ha ragione – disse Gianni –, e poi non stiamo facendo nulla di pericoloso o di illegale. Germano adesso andrà a parlare con questo tizio alla facoltà di Giurisprudenza. Il Cazzanese non lo verrà neanche a sapere.

– Ma non so cosa chiedergli – sbottò Germano –, io non ho mai trafficato quella roba e quella gente. Quelli hanno un linguaggio e un immaginario tutto loro, mi sento come se dovessi discutere con il cane dei miei genitori.

– Ti preoccupi inutilmente. Come hai detto tu hanno un linguaggio di riferimento, ma non hanno nulla contro i potenziali clienti. Devi solo cercare di far parlare il Sapienza per capire se sa qualcosa, basta un accenno, una frase mozza, un’allusione. Non puoi pensare che quello si metta a snocciolare dettagli riguardo a tutto ciò che sa sul Wazzanese e sulla sua parentela fino al quarto grado. Devi solo capire se esiste un pericolo reale oppure no e a questo riguardo sei maturo a sufficienza per comprenderlo da te. Germano Tirlonza, vai e torna vincitore.

– Grazie per la fiducia – disse ironicamente Germano. Beh, allora vado. Aspettatemi qui.

Germano si incamminò verso l’ingresso della facoltà di Giurisprudenza, connessa con quella di Lettere e Filosofia, dove, nonostante l’attiguità degli immobili, non aveva mai messo piede, non sapeva neanche dove fosse la biblioteca della facoltà e le poche indicazioni di Dott. Cynicus più che altro lo avevano confuso. Varcato il portone di ingresso si ritrovò nell’androne che conduce alla corte circondata da colonnati. Incontrò un coetaneo e gli chiese indicazioni su dove trovare la biblioteca. Questo gli diede le indicazioni richieste e poi uscì su Via Del Perdono a passo svelto senza voltarsi. Si era appena incamminato verso lo scopo della sua esplorazione in una nuova facoltà quando due tizi dall’aria non troppo accademica lo raggiunsero e lo affiancarono chiedendogli se si stava dirigendo ai locali della biblioteca e se potevano seguirlo; evidentemente avevano udito il suo colloquio. Germano cercò di inquadrarli in una logica di pertinenza al luogo in cui si trovava, ma non gli riusciva di stabilire una connessione con alcuna delle attività che si svolgevano lì dentro. Potevano essere studenti, in effetti gli sembravano coetanei, ma se lo fossero stati avrebbero saputo come muoversi e sarebbero stati a conoscenza dell’ubicazione dei locali. Il fatto che due persone, tre compreso lui, si stessero dirigendo nello stesso momento alla biblioteca della facoltà di Giurisprudenza senza esservi mai andati prima e senza sapere dove fosse ubicata gli pareva una cosa davvero poco probabile, considerato anche il periodo dell’anno, e i loro comportamento era strano, lo seguivano a breve distanza scambiando sottovoce brevi frasi che non riusciva a capire, gli pareva che stessero litigando fra di loro ma non ne era sicuro; non si azzardò a rivolgere loro la parola.

Biblioteca

Si trovò davanti all’ingresso della biblioteca senza avere percezione del percorso che aveva compiuto per giungervi; a parte la distrazione procurata dai due intrusi tutta la sua attenzione era tesa a quello che avrebbe dovuto chiedere a questo soggetto, ed era nervoso non tanto per sé stesso, quanto per la sua ragazza. Era preoccupato, oltre che per una brutta figura facilmente rimediabile stante l’assurdità della situazione, per la possibilità di fallire nell’accertamento di ciò che aveva udito, perché era strasicuro di avere sentito quella frase e riteneva probabile una situazione imbarazzante o forse perfino pericolosa per Mina, ma ciò che sentiva mancargli era quella vaga eppure certa determinazione che hanno quelli che si muovono di sghimbescio attraverso le relazioni sociali, o almeno tale riteneva lo stato d’animo di quelli che sono consapevoli di stare sul confine del lecito, anche dal punto di vista umano oltre che legale. Nella biblioteca c’erano poche persone, un paio stavano uscendo; individuò pressoché immediatamente il soggetto. Sulla soglia dell’ingresso i suoi due accompagnatori involontari parvero indecisi, si misero a discutere sommessamente, consci forse di essere in un luogo in cui il silenzio non è solo auspicato, è direttamente richiesto. Questa volta litigavano per davvero ma in una strana maniera, come se si trovassero di fronte ad un ostacolo imprevisto che ciascuno dei due voleva affrontare alla propria maniera. Germano ne prese le distanze e cercò di attenersi allo scopo per cui si trovava lì. Dott. Cynicus era stato preciso al riguardo. Attraversò l’ingresso e si diresse al tavolo dov’era seduto il Sapienza. Pensò che forse avrebbe dovuto munirsi di un volume della biblioteca stessa giusto per darsi l’aspetto di qualcuno che è attinente al luogo, ma questo pensiero gli giunse troppo tardi, quando ormai il Sapienza aveva percepito il movimento di qualcuno e lo vide alzare il capo da un grosso tomo e fissarlo in volto mentre gli si avvicinava. Cercò di essere naturale, per quello che può essere naturale qualcuno che “vuole” essere naturale. L’approccio gli fu facilitato dal fatto che nei ristretti dintorni non c’era nessuno.

«La» Sapienza

– Hai d’accendere? – chiese Germano a bassa voce tastandosi la borsa che aveva a tracolla, come a sottolineare il possesso di sigarette che non aveva.

Il tipo prese il suo tempo, non che gli rispose dopo una settimana, ma prese quell’attimo di pausa in cui Germano si sentì osservato molto da vicino. Lo fissò in faccia con la tipica espressione di chi è intento a pensare a qualcos’altro, poi con un fare distratto, quasi come se stesse parlando a sé stesso disse la frase di rito come prevista da Dott. Cynicus.

– Sei sicuro di volere fumare?

Germano questa domanda se l’aspettava e non gli riuscì difficile essere naturale nel rispondere. Il momento gli parve davvero peculiare, sebbene non un’esperienza nuova. La sensazione simile al momento che precede un esame e il tempo si dilata sino ad apparire immobile, quel tempo in cui ti viene da cogliere milioni di dettagli tanto che ti pare stiano trascorrendo ore, giorni quando invece è solo un breve momento. Ciò che davvero lo colpì fu l’aspetto fisico del Sapienza. Lui si aspettava un persona dai tratti caratteristici delle persone cattive o almeno birbantelle, tipo Lucignolo o qualcosa del genere, come negli sceneggiati TV, dove i cattivi hanno tratti da cattivi, gli imbranati da imbranati e i drittoni sono sempre alti, belli e spesso anche ricchi e fanno l’amore come dei ricci, maschi e femmine indistintamente per la sopraggiunta parità dei sessi, mentre invece gli altri, quelli brutti sporchi e cattivi, scopano solamente. La faccia del Sapienza, di cui avrebbe tanto voluto sapere il nome anagrafico ma era una domanda talmente lontana e assurda nel contesto che gli ondeggiò nell’attenzione solo per un breve istante, era al contrario di una delicatezza forse non efebica ma diametralmente opposta ai canoni della cattiveria televisiva e la doppiezza – ne era certo per la previa informazione di Dott. Cynicus – con cui gli si espresse era così dissimulata che per un istante ebbe il dubbio di essersi sbagliato persona, ma la locuzione interrogativa circa la sicurezza da parte sua della disponibilità ad intossicarsi con tabacchi di Stato aveva indirettamente confermato le ipotesi di Dott. Cynicus: era una procedura.

Gli occhi castani del Sapienza non tradivano alcuna emozione, interrogavano; nell’ovale del suo volto, angoloso quanto basta per decidere un aspetto maschile, si inscrivevano e si mescolavano tratti mediterranei, caravaggeschi e nordici ad un tempo e vi si poteva leggere la fisionomia di un giovanetto nella rude e ingenua postura di uno scaltro popolano. Irrazionalmente cercò nella sua fisionomia qualche conferma del tratto d’unione con il losco Wazzanese, come se le frequentazioni sociali lasciassero una traccia, un’evidenza percepibile ad un livello di realtà, quelle domande volatili e assurde che chiedono ragione di qualcosa che ti sfugge senza averne gli elementi, ma come aveva già scritto il poeta tutto passa e quasi orma non lascia, e Germano abbandonò le questioni irrazionali per concentrarsi sulle necessità sue e di Mina. Poteva questo soggetto conoscere la ragazza, anche solo di vista? La sua ingenuità gli era d’ostacolo, non riuscì ad immaginare alcunché al riguardo, come in una partita di scacchi immaginò il suo interlocutore fantasticare le mosse che lui avrebbe intrapreso dietro quella maschera di perbenismo italico sentendosi vuoto di iniziativa, e con bovina obbedienza replicò alla richiesta con un sì, come addestrato da Dott. Cynicus, mimando quella naturalità che gli pareva proprio naturale.

Il Sapienza si alzò in piedi, raccolse il volume che stava consultando e una borsa con tracolla che aveva posato in terra e gli fece cenno col capo di seguirlo. Presso il banco amministrativo della biblioteca c’era un certo fermento, l’avvicinarsi dell’ora della pausa pranzo stava predisponendo i dipendenti ad una gratificazione di panza, e ad un allentamento dell’attenzione, vuoi per un calo di zuccheri; il Sapienza posò sul banco dell’accettazione il suo volumone abbondantemente maneggiato da precedenti generazioni di aspiranti avvocati, come ne testimoniavano i bordi consunti e logori della copertina rigida, una signora lo raccolse distrattamente e lo posò su uno scaffale dietro di lei. Vi fu uno scambio di segnali e ammiccamenti oculari fra l’addetta e il procacciatore di informazioni di dosi che il Germano interpretò come un accenno a tenergli in caldo il tomo per il prosieguo della sua erudizione, quindi il broker dell’informazione al doping, o metapusher, fu tutto per lui. Oltre la soglia dell’ingresso alla biblioteca stazionavano ancora i due soggetti che il Germano aveva poc’anzi abbandonato, per parte sua non infelicemente. Stavano ancora a litigare e sbirciarono il duo appena uscito, il Sapienza li guardò strano e gli chiese se li conosceva. Germano issò la più distanziata espressione di disinteresse che gli riuscì possibile di inscrivere nella sua fisionomia facciale.

– Si ritrovarono nell’androne prospiciente Via Del Perdono, senza che nessuno dei due avesse aperto bocca; Germano sapeva che nel giardino pubblico antistante, nel Largo Richini, c’erano i suoi colleghi ad attenderlo, insieme a Mina, e avvedutamente virò verso il cortile interno rallentando il passo percorsi pochi metri affinché il suo accompagnatore lo potesse superare e fare strada. Rallentarono l’andatura entrambi, quindi il Sapienza trasse di tasca un accendino e lo porse a Germano, che leggendo negli occhi del suo interlocutore lo stoppò con un gesto della mano sinistra aperta e distesa.

– Non è esattamente quello che cerco.

– Il mondo è pieno di tante cose, ma mi era sembrato che ti dovesse bastare un accendino.

Il Sapienza parlava come da dietro una maschera, non nel senso che tentava di nascondersi, ma rendeva piuttosto palese il fatto di essere a conoscenza dell’incomunicabilità di quanto Germano stava per profferire, era chiara la posizione dominante di chi è richiesto e può guatare nei confronti di chi chiede ed è costretto ad esporsi. In questo difficile equilibrio umano il vantaggio di molte precedenti esperienze rendeva sicuro di sé l’interlocutore di Germano e difficile la sua comunicativa. Era come in bilico su qualcosa di molto instabile. Questo non era il solito spacciatore da quattro soldi che si ferma ai semafori o lungo i viali e i corsi e si fa notare e arrestare nel giro di una settimana. Questo fiutava molto più lontano di quanto si potesse immaginare, e l’aveva capito anche uno come Germano, che in fatto di trasgressione non era una volpe. Camminavano a passo talmente lento che quasi erano fermi, la murata del chiostro si ergeva tutt’intorno, il sole a picco del mezzogiorno di luglio si ostinava in un’azzurrità da fine della scuola dei bei tempi spensierati; smorzati e lontani rumori di traffico giungevano da oltre il perimetro claustrale del cortile. Germano provò un forte senso di solitudine.

– A dirla tutta è altro quello che mi serve e mi piacerebbe sapere dove trovarlo.

– Ma se tu non fumi che cos’è che ti serve? – il tono era pacato, quasi suadente, pareva la lenta cautela del gatto che sta per acchiappare il passerotto.

… gatto

Germano sapeva di non dover nominare in maniera gretta o aggressiva parole o sostanze che potessero alludere a traffici illeciti di gratificanti impropri. Il fatto che lo avesse condotto nel suo luogo di affari significava che il suo volto non gli era sconosciuto e probabilmente non gli era sconosciuta la connessione della sua esistenza con quella di Mina. Ebbe la sensazione di essere disarmato, privo di ogni difesa di fronte a qualcosa che direttamente non lo interessava punto, ma restava intera la minaccia di questo Cazzarola nei confronti della sua ragazza e qualcosa la doveva fare o esprimere. L’espansione temporale che aveva sperimentato poc’anzi si era ristretta nel suo contrario, gli parve di essere privo di risorse temporali e incalzato ad una risposta immediata che non aveva la minima intenzione di palesarglisi, come nei sogni si tenta di inseguire qualcosa che sfugge inesorabilmente e senza possibilità di ritorno in un rallentamento dei propri passi e delle proprie forze che esaspera e getta nello sconforto fino ad estrarti dal sogno in una veglia incredula circondato dal buio della notte. In effetti Germano si sentì esattamente come appena sveglio nel cuore della notte, alla ricerca di riferimenti che lo ricollocassero nella realtà conosciuta. Si accorse che il Sapienza gli stava concedendo una finestra temporale molto ristretta, e se avesse sforato i tempi dimostrando indecisione i sospetti circa sue indagini personali in vicende non comunicabili avrebbe evidenziato i segni del suo desiderio di approfondire agganci con persone di cui non si fanno direttamente nomi, come il Cinese; cercò di condensare tutto ciò che voleva sapere in un’unica domanda che riassumesse e mettesse in congiunzione i due estremi della questione, Mina e il Cazzarola, senza sbilanciarsi in qualcosa di evidente o di personale.

– Mi servirebbe della roba per una festa.

– Mi piacciono le feste, che tipo di festa sarebbe?

– Una di quelle dove, sai com’è…

– No, non lo so com’è, spiegami.

Questa ritrosia bloccò lo slancio di Germano, gli giunse sentore di ostacolo imprevisto e prevenzione nei suoi confronti. Troppe richieste di spiegazioni da parte del suo interlocutore lo fecero sentire dietro uno steccato di sfiducia che, anche se ancora lontanamente e in embrione, cominciavano a dare una risposta alla sua escursione nella facoltà vicinale. Temporeggiò ulteriormente in attesa di sviluppi più consistenti.

– Non mi dire che non hai mai partecipato ad una festa, con un minimo di sballo, se capisci cosa intendo.

A Germano il calore della giornata giunse improvviso oltre la superficie dei sensi, come un’accentuazione dell’imbarazzo che stava sperimentando. Campane milanesi stormivano il mezzogiorno italico, campane di tutti i suoni e di tutte le tonalità, vicine, meno vicine e lontane; melodie e carillon campanilistici si mescolavano in una cacofonia indistinguibile a sancire la metà del giorno. In una diffrazione mentale gli parve di rincorrere un sé stesso avulso da una situazione irreale per i suoi standard, l’imbarazzo incrementò.

– Oh, certo; ho visto e ho partecipato a decine di feste, con o senza lo sballo. Posso chiederti per chi sarebbe la festa?

Il tono gli risultò ulteriormente inquisitorio. Era venuto per chiedere e veniva richiesto. Ma chi era costui? Uno pseudo-spacciatore o un informatore della polizia, o tutt’e due insieme? Si lasciò sfuggire qualcosa che avrebbe fatto meglio a tenere per sé.

– Mah, per un’amica… – Lapsus freudiano, pensò Germano mordendosi la lingua in senso figurato non appena la sua risposta aveva fatto il giro per rientrare dalle orecchie.

– Ah, interessante – fece il Sapienza, mostrando una morbosità velata e ironica che cominciava ad illuminare a sufficienza la poliedricità del suo atteggiamento.

Per un istante parve davvero interessato, per un rapidissimo momento il suo volto parve colorarsi della congiunzione di Mina col Cinese, o almeno così parve a Germano, ma di una parvenza che egli non capiva se gli proveniva da errori nei suoi recettori sensoriali o da una interpretazione indotta dalla sua presenza in quel posto e in quel momento a cercare la cosa specifica che gli pareva di essere intento a sospettare, o magari da interpretazioni sbagliate dell’aspirante avvocato. L’ingenuità gli venne fuori genuina, ma l’impressione esatta che si stava formando era che il Sapienza aveva fiutato in lui qualcosa di sbagliato.

– Interessante? …cosa?

– Sì, insomma, … le feste sono una gran bella cosa ma io non so proprio che cos’è che ti serve. Buon divertimento comunque. E… a proposito, non so neanche come ti chiami, ma non preoccuparti, non me ne frega niente.

E se ne andò verso Via Del Perdono con passo deciso dopo averlo salutato agitando in alto una mano con un sorriso di distacco che invitava a stare alla larga. Germano restò piantato lì nel chiostro della facoltà di Giurisprudenza a guardare il tipo che infilava l’androne e scompariva nell’ombra. Fattosene una ragione intraprese lo stesso percorso per raggiungere i BDdLC e Dott. Cynicus. Arrivato su Largo Richini si guardò attorno per vedere i suoi colleghi, ma non li trovò; si diresse alla facoltà e sulla striscia d’ombra antistante l’edificio vide il capannello che cercava raggruppato intorno a Trifarro. Sandro lo vide arrivare quando era ancora lontano e lo indicò agli altri, che si voltarono a verificare il verdetto; la sua camminata era davvero eloquente.

Quando li raggiunse erano tutti voltati verso di lui, Trifarro compreso, attorniato dai BDdLC, Dott. Cynicus e Mina. L’espressione di Trifarro pareva più atona del solito, perché in effetti non era il tipo da sdilinquirsi in smancerie e/o complimenti o frasi superflue su qualsivoglia argomento o inalberarsi per situazioni impreviste o sgradevoli, aveva sempre un distacco che pareva essere stato prodotto dalla tempra delle cose della vita, riguardo alle quali non è mai il caso di montarsi la testa. Germano notò questa posa, replicata nei suoi compagni in coloriture ed espressioni diverse, e intuì che l’assistente Trifarro Dott. Fosco doveva essere stato messo a parte della sua missione alla facoltà di Giurisprudenza e a giudicare dalle facce che lo accolsero pareva non essere necessario aggiornare i presenti sul risultato. Tuttavia la domanda fu posta.

– Allora?

– Nulla di fatto, … cioè…

– Che cosa ti ha detto quel tizio?

– Le previsioni del tempo, come aveva detto Dott. Cynicus.

– Che cosa?

– Sì, insomma, è caduto dalle nuvole, mi ha fiutato e poi mi ha evitato, … però è sospetto…

… dalle nuvole …

Trifarro ascoltava senza parlare e osservava alternativamente Germano e gli altri ragazzi, si capiva che stava meditando qualcosa, certamente con poco entusiasmo ma pareva propenso a buttarsi al soccorso di questi sprovveduti, che tentavano di inquisire un mondo tanto sotterraneo quanto pervasivo della realtà senza avere le necessarie conoscenze circa la pericolosità dei soggetti con cui tentavano di entrare in contatto. Quando Germano riferì di non avere citato il nome del Cinese, Trifarro scosse la testa con disapprovazione e compatimento, Germano non si interruppe e relazionò le sue impressioni circa l’atteggiamento del Sapienza, sottolineando il fatto che pur non avendo menzionato nomi quando aveva parlato genericamente di una “ragazza” il tipo aveva avuto una lieve alterazione espressiva, come se avesse voluto fargli nascostamente capire che lui sapeva chi era e di chi era amico, «Tutto qua», concluse Germano guardando Trifarro, come se si aspettasse un voto.

Per un istante nessuno disse nulla, poi Trifarro, alzando lo sguardo da terra e fissando Germano gli chiese qualcosa.

– Tu sei sicuro di avere udito ciò che i tuoi compagni mi hanno riferito?

Germano parve titubare, guardò i suoi colleghi e alternativamente Fosco Trifarro, e tutti capirono ciò che si stava domandando.

– Lo abbiamo messo a parte della cosa – disse Sandro –.

Germano parve pensarci un istante poi confermò senza parlare ciò a cui alludeva l’assistente con un gesto di assenso del capo. Ci fu una pausa indotta dall’aspetto serio e pensieroso di Trifarro, durante la quale Mina disse che forse non era il caso di preoccuparsi, che stavano esagerando e si stavano montando la testa per una situazione inesistente.

– Ma tu lo conosci sto’ Cazzarola, lo hai mai frequentato? Intendo il Cazzarola che risponde al soprannome del Cinese – disse Trifarro guardando in faccia la ragazza.

– Sì – rispose Mina.

– Allora temo che la situazione sia più reale di quello che pensi, non so quali siano i tuoi trascorsi nei suoi confronti – Trifarro era passato ad un tu che sottintendeva una coevità virtuale verso i ragazzi – ma se quel tipo si muove nella tua direzione è opportuno prendere delle precauzioni, perché quel tale che Germano è andato a inquisire è bifronte, e se possibile anche trifronte. Adesso questo Cinese sa che voi sapete, o comunque se non lo sa adesso lo saprà di certo entro breve tempo. Non si mantiene un mercato del genere senza agganci a largo raggio, e gli agganci sono bidirezionali, forse tridirezionali. In questo genere di cose l’entropia dell’informazione non è caotica, o almeno lo è solo apparentemente, in realtà il disegno che persegue finisce sempre contro l’individuo, incluse le fonti e il tramite di essa. È una merda che ti travolge.

– Ma lei come fa a conoscere il Sapienza?

– Alla mia età non si ha bisogno di conoscere direttamente cose o persone, è sufficiente fiutare le situazioni. Certe cose emergono all’evidenza praticamente da sé, senza bisogno di cercare o indagare, cosa che esula completamente dalla mia attività e dalle mie aspirazioni, anche quelle più recondite.

I ragazzi rimasero un poco sorpresi nel riscontrare questo lato di Trifarro così attento e perspicace verso un genere di persone e attività che ritenevano escluso dalle sue attenzioni; attenzioni che presumevano di leggergli in faccia nei suoi modi rigorosamente diretti alle materie di studio e attinenze necessarie a quanto accadeva in facoltà. Non che lo ritenessero una persona rigida o schematica al limite della pedanteria, ma di sicuro una persona concentrata sulle sue attività senza distrazioni. E ora questa esternazione circa il Sapienza, che molti conoscevano, magari solo per sentito dire, e il Cinese, che molti non conoscevano, ma che avrebbero dovuto, non fosse altro per poterne stare alla larga, illuminavano l’assistente Fosco Trifarro di una personalità affascinante agli occhi di questi giovani, o li induceva almeno ad una curiosità verso di lui per individuare ulteriori sfumature interessanti nella sua personalità, come se stessero scoprendo un mondo nuovo che avevano sempre avuto davanti e non avevano mai considerato. Trifarro si accorse che quei giovani si aspettavano qualcosa, lo guardavano attenti, come in procinto di porre una o più domande che non avevano chiare in testa o forse non avevano il coraggio di formulare. Si accorse che stava a lui indicare loro una maniera per trarsi d’impaccio o forse perfino di soccorrerli per quello che poteva essere nelle sue possibilità. La situazione era come eccitata, non concitata al punto di sovrapporre e accavallare interventi e domande, ma si percepiva una tensione che Fosco sentiva il dovere di allentare, perché una esagerata attenzione e considerazione di questo genere di eventi conduce sempre, o almeno spesso, a conclusioni e azioni sbagliate. Un pericolo esisteva, ed egli ne aveva conoscenze ed esperienze radicate nel suo passato.

– Non prendete nessuna iniziativa, lasciatemi un paio d’ore per parlare con qualcuno e poi vi farò sapere se è il caso di prendere decisioni al riguardo. Non sognatevi di potere andare a contattare soggetti di quella fatta impunemente; e dico impunemente sia da un punto di vista della pericolosità che aleggia sempre intorno a loro, sia dal punto di vista dell’illegalità sorvegliata dalla polizia. Credo di avere in memoria il numero di telefono di quasi tutti voi. Vi farò sapere entro le due.

Mina, che era la vittima attorno a cui ruotava tutto questo piccolo bailamme, aveva un’espressione che la si sarebbe potuta definire “neanche troppo interessata”; sì, ascoltava e interveniva, ma gli si leggeva in faccia un disinteresse discretamente celato, non proprio menefreghismo o atteggiamenti superficiali connessi, ma la sfumatura di un’espressione che pareva indicare l’intima domanda “Ma perché si agitano tanto?”, quantunque partecipasse alla discussione e intervenisse pure con opinioni sue. “In fondo – pensava Mina – è solo un ex”.

Prossimamente il sesto capitolo

Eric Bandini

Una storia italiana – Romanzo a puntate (04)

romanzo a puntate (04)

Copyright © Eric Bandini 2010

Depositato come opera originale presso la S.I.A.E. – O.L.A.F. Deposito n° 2010001634 del 12/04/2010


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Questo romanzo, ambientato fra Milano e Genova nel luglio del 2001, è un’opera di fantasia. I personaggi, i luoghi nominati e gli eventi che vi si svolgono sono inventati, gli eventi e le persone eventualmente reali, che fanno da sfondo alla narrazione come ai personaggi, sono tratti da fatti di cronaca riportati dai notiziari o dai quotidiani e liberamente interpretati a fini creativi e immaginari. Ogni altro e qualunque riferimento a persone, luoghi, cose, eventi realmente esistiti o esistenti è puramente casuale e/o esclusivamente funzionale ai fini immaginari della narrazione. Ogni deduzione o interpretazione storica, filosofica o letteraria è meramente funzionale alla narrazione romanzesca quale opera di fantasia.


Una storia italiana

Capitolo IV°

(04)

Milano

Giovedì, 19 Luglio 2001

Il sole si era alzato di almeno un paio d’ore e la temperatura di almeno un paio di gradi quando Trifarro pronunciò un noto motto che non suscitò alcuna ilarità. La fine della sua relazione li aveva lasciati in silenzio e secondo Trifarro era un buon indice, stavano meditando su ciò che avevano ascoltato; la controprova consisteva nella permanenza in loco ad orazione terminata e nella maggior parte degli sguardi rivolti a lui, come se si aspettassero ancora qualcosa, nonostante fossero seduti a gambe incrociate dalle nove e mezza circa. Il silenzio da parte sua cominciò a sgranchire qualcuno e in pochi attimi tutti furono in piedi a stirarsi come gatti appena svegli, e i jeans di Dott. Cynicus non avevano le borse alle ginocchia. Lo aveva visto armeggiare per sollevarli un poco nel sedersi e ora lo aveva guardato spianarseli nel rialzarsi, a lui quel giochetto non gli sarebbe riuscito neanche se lo avesse studiato per vent’anni. E la camicia non aveva una piega. Tutta questa perfezione doveva trovare uno scambio in una lacuna, ma chissà, forse si sbagliava. Il chiacchiericcio prese in breve il sopravvento, qualcuno chiese a Trifarro se intendeva andare a Genova per il G8 e lui rispose che sarebbe stata sua intenzione essere già sul posto nella giornata odierna, ma ci teneva ad esporre quella roba e ad averne un’opinione in contraccambio, di certo non immediatamente, sarebbe comunque partito per Genova quanto prima per essere parte della protesta per l’indomani almeno, senza precisare nulla al riguardo.

– Chi di voi ha intenzione di andarci? – chiese senza rivolgersi ad alcuno in particolare.

Qualche io e anch’io di provenienza sessuale mista si accavallarono, nessuno capì chi sarebbe andato e chi no, però un certo entusiasmo per la protesta contro il G8 pareva coinvolgerli.

– Non pensa che avremmo potuto ascoltare un po’ di musica? Giusto per entrare nello spirito del periodo – sorrise Irma rivolgendosi a Trifarro.

– Sarebbe stato inutile, la musica è finita. Quello che ci arriva è solo l’eco di un periodo terminato, che non ha prodotto invano, ma che ha prodotto troppo e in troppe direzioni per poter essere compreso.

– Cosa intende dire? – chiese Mario.

– Che la portata degli eventi significativi è dispersa dall’abbondanza degli elementi di contorno con cui sono stati prodotti e soprattutto dalla scala abnorme di produzione e diffusione che lo sminuiscono, e dal nostro punto di osservazione erroneamente ne semplificano la portata. Per fare un esempio molto semplice, la famosa frase di una nota canzone, “Shine on you crazy diamond”, genera un corto circuito logico che sembra andare oltre “Song of myself” di Walt Whitman, oppure oltre l’”E tu…” di Montale, ma nessuno si prenderà la briga di andare ad indagare quel testo o altri testi di quella specie perché secondo i canoni attuali della cultura quel fenomeno appartiene al folclore popolare e quindi inferiore; nessun professore universitario con uno stipendio adeguato all’opportunità di fregiarsi di tale titolo si degnerebbe di tenere lezioni al riguardo, se non per argomentazioni di tipo artistico, però succede sempre che davanti alla cultura l’arte è sempre una colpa. E infine può anche darsi che abbiano ragione i “Professori”, perché gli eventi degni di indagine sono talmente diluiti in una marea di cose superficiali che distillare qualcosa di interessante diventa un’attività non remunerativa. È come volere sfruttare una miniera in cui la ganga supera di gran lunga il limite di convenienza rispetto al minerale. Ma chissà, forse fra cinquant’anni qualcuno andrà a recuperare quel materiale come oggi alcuni vanno a reperire vecchie tradizioni locali per evitare che se ne perda la memoria, e magari allora perfino Gianni Pettenati finirà nell’enciclopedia del Rock.

Rock & Roll

– Chi è Gianni Pettenati?

– Non mi ricordo. Beh ragazzi, ci si vede. – Trifarro salutò e si incamminò verso il civico 3 di Via Del Perdono.

– Domani a Genova magari – rispose Dott. Cynicus fra i gesti di saluto di tutti gli altri.

Allontanandosi nel rispondere con un gesto ai saluti Trifarro lo squadrò in tralice con un sorriso di sorpresa che gli fece inclinare un poco il capo. Non avrebbe mai pensato che un quasi fighetto come Dott. Cynicus potesse desiderare di andarsi a stropicciare la camicia in una roba come la protesta del G8. Ebbe il dubbio che lo stesse pigliando per il culo, l’espressione però era verace. Fedora e Cesira lo rincorsero per chiedergli qualcosa accompagnandolo per un tratto.

Mina era intrappolata in una conversazione con Zaira e Argia. Germano ascoltava ad un paio di metri di distanza, in attesa di potere parlare con lei direttamente riguardo ad un certo cinese, sempre che riuscisse a trovare il coraggio di affrontare l’argomento. Bonbon si era avvicinato e si era intromesso nella discussione delle tre ragazze. Pareva terribilmente interessato alla festa della sera stessa, di cui Germano aveva scarsi dettagli. Germano osservava Mina e Bonbon chiedendosi che cosa li legasse ad un certo cinese. Mina gli pareva quella di sempre. Bonbon aveva un non so ché di subdolo, un lontano sentore di falso che emanava dal suo atteggiamento; eccessivamente infervorato rispetto ai suoi standard, quando aveva la parola si esprimeva a mitraglia e gesticolava come un ghisa in mezzo al traffico, quasi che fosse l’ospite e l’organizzatore della serata, quando invece, con tutta probabilità, si sarebbe più o meno imbucato, non come suo solito, poiché aveva buone relazioni con tutti, ma una certa tendenza a non volere restare indietro o escluso lo spingeva ad aggregarsi anche quando forse non esistevano i presupposti.

Gianni gli si avvicinò. Germano lo guardò in faccia e già gli venne da ridere. Conosceva quell’espressione. La tipica espressione da BDdLC. Si predispose al cazzeggio. Mario venne in supporto e Sandro non volle restare indietro.

– Fammi un’affermazione assoluta – gli chiese Gianni con fare imperioso.

– Per poter fare un’affermazione assoluta dovrei potere uscire dall’universo e non ho tutta questa fretta.

– Sembra che non abbiamo demolito – disse Gianni rivolto a Sandro e Mario.

– Che cosa intendevi dire con quell’affermazione? – chiese Sandro a Germano.

– Che se vi fosse una determinazione assoluta questa sarebbe esterna all’universo, al Tutto, e se vi fosse qualcosa di esterno al Tutto questo cesserebbe di essere Tutto. Inoltre le parole “determinazione” e “assoluto” insieme formano una specie di controsenso, non può esistere un assoluto determinabile, proprio perché assoluto, libero da ogni vincolo.

– Ecco un altro che conosce il latino.

– Non esattamente – sorrise Germano.

Si era avvicinato anche Dott. Cynicus, la riunione non era passata inosservata.

– Ehi, mi sono scordato di fare alcune domande a Trifarro.

– Su cosa?

– Sulla fine della storia. L’ha esposta come una specie di controsenso, non credo che basti dire che il Servo e il Signore cessano il loro rapporto idilliaco.

– La prossima settimana glielo potrai chiedere, sempre che non abbia la testa troppo malconcia per le randellate che prenderà a Genova. Avete letto i giornali? Sembra una città sotto assedio.

– Io ho intenzione di andarci – disse Sandro.

– Anch’io – rispose Dott. Cynicus – per cui è meglio che ci sbrighiamo, è quasi mezzogiorno, possiamo organizzarci per essere là domani mattina. Tu cosa fai? – chiese Dott. Cynicus a Germano.

– Questa sera sono al rimorchio – disse Germano accennando a Mina – ma non è detto che non possa essere là domani mattina. Teniamoci in contatto, poi vediamo, magari vengono anche loro – disse indicando le ragazze.

– Non mi sembrano molto per la quale, e poi le ragazze protestano diversamente.

Bonbon se n’era andato all’improvviso trotterellando attraverso il prato verso Via Chiaravalle con un gesto di saluto vago e impreciso. Zaira e Argia salutarono Mina, sorrisero verso i BDdLC in riunione e se ne andarono anche loro. Mina si avvicinò a Germano, che ancora sotto l’effetto del buon umore dei BDdLC e quindi vagamente euforico e distratto, e domandò a secco.

– Chi è il cinese?

Il volto di Mina assunse un’espressione rigida. Germano capì di avere detto qualcosa di strano, ma ormai era stato detto. Mina prese il suo tempo per replicare, poi tentò una distrazione.

– Chi ti ha parlato di quello lì? No, aspetta, lasciami indovinare. Quel vuoto a perdere di Bonbon.

– Non direttamente. Ho colto una conversazione fra lui e Laszlo, poco fa mentre Trifarro parlava. Sembra che questo cinese voglia vederti a tutti i costi. Chi è questo cinese?

– Uno che è meglio perdere che trovare, se è quello di cui si dice in giro – disse Dott. Cynicus – se ha deciso di “vederti” troverà la maniera.

I BDdLC erano lì con Mina e Germano, coinvolti senza volerlo nella loro conversazione. Germano aveva notato il particolare accento con cui era stata pronunciata la parola “vederti”, tentò di fantasticare su pericoli e situazioni di cui non aveva idea e non giunse ad alcun risultato.

Mina guardò torva Dott. Cynicus, che abbassò gli occhi e poi si guardò in giro come per distrarsi.

– Cosa vuole da te questo cinese? – insistette Germano con Mina.

– Non lo so – disse Mina stizzita.

La sua vita esposta, sebbene fra amici, gli dava una estrema sensazione di disagio. Certamente non conoscevano i dettagli dei suoi trascorsi col Cinese, ma una volta avuti dettagli sul tipo avrebbero fatto presto a fare due più due. Decise che non gliene fregava, decise che qualunque cosa fosse successa non sarebbe tornata da quel figuro per nessuna ragione. Meglio la loquace amicizia di questi, a qualsiasi condizione.

– Un modo per saperlo ci sarebbe – replicò Dott. Cynicus, che sebbene in vita sua non si fosse mai fatto neanche una canna – né mai aveva assunto -, sapeva dove trovare i rivenditori o gli indicatori per reperire certa merce, e sapeva anche chi fosse il Cinese, non fino al punto da poterlo collegare a Mina, ma quanto poteva bastare per attivarsi ad aiutare qualcuno che ne voleva stare alla larga tanto quanto lui stesso.

– E quale? – inquisì Mina decisamente alterata.

– Il Sapienza.

– Chi, quella doppia serpe? Da quelli che lo conoscono si sente dire solo che non è amico di nessuno, è inaffidabile, e forse anche introvabile – rispose Germano, che conosceva il mito del Sapienza per sentito dire, come molti di quelli delle facoltà nel raggio di un paio di chilometri da quella di legge.

– Trovabile lo è, il problema è un altro – si intromise Dott. Cynicus senza essere ascoltato, alludendo alla doppiezza del soggetto, come aveva appena ingenuamente alluso Germano senza essere certamente consapevole del fatto che l’informazione viaggia sempre nei due sensi.

– Però è dentro alle cose della roba, e quindi è al corrente quanto basta per ottenere informazioni, sempre che abbia voglia di dartele, quanto a trovarlo lascia fare a noi – disse Gianni.

– Non posso andare a parlarci, sarebbe ridicolo – disse Mina.

– Ci andrà Germano – replicò Dott. Cynicus – magari lo accompagniamo noi.

Che il Sapienza fosse un viscido era cosa risaputa, però molti lo tolleravano per la sua ubiquità sociale, un po’ di qua un po’ di là dalla legge senza mai strafare, senza mai deludere troppo, e cosa più importante senza dare nell’occhio. Il suo mito era nato all’università di Padova, facoltà di legge, dove aveva insultato un professore che, a suo dire, lo aveva preso di mira sminuendo le sue capacità, dicendogli di fronte a testimoni: «Io penso che lei sia un cretino», a cui l’offeso, vuoi per stanchezza, vuoi per una momentanea sottovalutazione del soggetto, vuoi perché anche lui immaginava il suo io scritto a lettere maiuscole e possibilmente cubitali, aveva abboccato come un paganello. Il professore aveva esatto delle scuse che il Sapienza – non si conosce la sua anagrafica, si sa solo che è già vecchiotto per l’università, è forse intorno ai venticinque anni, ma probabilmente oltre, quasi ai trenta – non aveva concesse e il vegliardo lo aveva minacciato di denuncia all’autorità costituita.

Promessa che tentò di mantenere, stante la più desolata assenza di scuse da parte del Sapienza, ma che fu anticipata da un’iniziativa interna proponendo un processo-lezione nello stile dell’arte declamatoria dell’antica Roma. Quando il Sapienza venne ad essere informato di dover affrontare un professore di diritto in un aula di quella stessa accademia in conseguenza di quella frase, cominciò a spavaldeggiare in facoltà, irridendo il suo insegnante e vantandosi di volersi difendere da solo – poiché la cosa si stava organizzando con accusa e difesa come in un vero processo –, rinunciando ad un patrocinio legale “vero e proprio” da parte di qualche studente-collega, ma rinunciò soprattutto alla possibilità di una riconciliazione pacifica per evitare la comparsata del processo-lezione; il suo giga-ego non voleva prendere in considerazione la possibilità di chiudere la vicenda offrendo all’insegnante qualcosa che assomigliasse a delle scuse da parte sua. Qualcuno tentò di richiamarlo alla cosiddetta ragione ma il tarlo della vanità doveva averlo bacato nel profondo perché non volle ascoltare nessuno.

Tuttavia essendo stato evitato il tribunale propriamente detto, colleghi del professore, come anche alcuni studenti, si adoperarono al meglio per inscenare quella specie di processo-lezione. Il giorno fatidico del processo-lezione arrivò e il Sapienza giunse all’arringa della sua stessa difesa, che, tralasciando il peana introduttivo sull’accanimento del tale professore contro le sue aspirazioni, così si può sintetizzare: «Il fatto che io abbia detto al professor ——- “Io penso che lei sia un cretino” non significa che egli lo sia. Magari egli è la persona più intelligente del mondo, io però penso che egli sia un cretino. A prescindere dal fatto che sarà capitato a chiunque di voi di dire “Penso che il tale sia un cretino”, il fatto che io pensi una cosa del genere del professor ——- non può costituire un reato, perché da ciò che recita quell’articolo del Codice di Procedura Penale, “assicurare il colpevole alla Giustizia per impedire che il reato venga reiterato e/o portato a conseguenze ulteriori”, si evince che il fatto che io “pensi” che il professor ——- sia un cretino, e il congiuntivo del verbo essere può essere confermato da testimoni, non può essere incluso in questa casistica, poiché nessuno potrà impedirmi di pensare che il professor ——- “sia” (enfasi su “sia”) un cretino, nemmeno se venissi rinchiuso in prigione, e vorrei sapere come farà questa Corte – mimica corporea ad includere l’uditorio del processo-lezione – ad impedirmi di portare a conseguenze ulteriori questo addebito di colpa di cui la controparte intende farmi carico. Questo è un “reato” di opinione ed è un fatto che non può costituire un reato». In conseguenza di questa bella tirata “la corte” assolse il Sapienza dall’accusa perché il fatto non costituisce reato, e da questa vicenda ne viene appunto il soprannome. La realtà delle cose andò però discretamente contro il destino del Sapienza, perché non si insulta un professore di diritto sul piano del diritto, nemmeno per imbastire un processo per mimare l’arte declamatoria dell’antica Roma.

Declamatoria nell’antica Roma

La sua carriera di studente, già di per sé non brillante, vuoi per la presunta (e non dimostrata) persecuzione del professor ——-, stando alle affermazioni del soggetto, vuoi per altri e più ordinari motivi, prese un andazzo negativo sotto tutti i punti di vista e per avere l’opportunità di terminare il suo percorso di studi, ormai discretamente fuori corso, dovette risolversi a cambiare facoltà e si trasferì a Milano, facoltà di Giurisprudenza, dove non brillava ugualmente, e dove i suoi trascorsi lo inseguivano nelle battute sardoniche di certi insegnanti che facevano sfoggio oltre misura di espressioni tipo “io penso che lei…” e poi aggiungevano una lunga pausa che poteva essere facilmente riempita con ciò che la fantasia si trovava a pensare per caso in quel momento, oppure alludevano più direttamente con il ritornello “non penserà mica che io sia un cretino”; insomma il successo del Sapienza gli si ritorse contro. Per aspera ad astra, e ritorno. Però la sua abilità di trafficone e di maneggione lo teneva a galla, aveva ancora speranze di terminare gli studi, ma soprattutto di destreggiarsi fra le necessità vagamente illegali dei suoi coetanei, attività per la quale, se si fosse sparsa la voce nell’ambiente sbagliato, avrebbe dovuto rinunciare agli studi, e forse non solo a quelli.

Ora, la facoltà di Giurisprudenza di Milano è giusto attaccata a quella di Lettere e Filosofia e Dott. Cynicus sa che il Sapienza è spesso in ufficio, così come lo sanno certi studenti dell’una o dell’altra facoltà, i miti sbagliati si diffondono più in fretta, non si sa perché ma è così.

– D’accordo, ma con quale scopo ci presentiamo? Non possiamo andare là a chiedergli «Ehi, cosa vuole il tuo amico dalla nostra collega?».

– Facciamo finta di cercare un po’ di bamba, no meglio un po’ di maria, insomma facciamo finta di avere bisogno di qualcosa che lui ci possa fornire e intanto proviamo a sondarlo.

– Potrebbe essere la tattica sbagliata. Non puoi presentarti da uno che “si dice” che spacci e chiedergli papale papale: «Ehi, hai un po’ di neve?», penserà che lavori per la pula o per la DIGOS. Esiste una procedura, e io so qual è. – Dott. Cynicus gongolò leggermente, non troppo, solo quanto bastava per attirare gli sguardi dei suoi colleghi-amici.

– Sentiamo – disse qualcuno.

– Quel tizio, quel Sapienza, sta sempre o quasi in biblioteca, intendo la biblioteca della facoltà di Giurisprudenza. Per essere studioso è studioso, e magari un giorno o l’altro diventerà pure avvocato, solo che tra lo studio di una sentenza e l’analisi di una normativa integra la sua sussistenza fornendo indicazioni di dosi. Badate, non ho detto che spaccia. Fornisce indicazioni di dosi. Funziona così. Tu ti presenti lì da lui, che è intento a studiare come Thomas Hobbes o come Baruch Spinoza, e gli chiedi se ha da accendere esibendo magari una sigaretta, lui ti dice che in biblioteca non si può fumare, cosa perfettamente esatta, sancita anche dai Vigili del Fuoco oltre che dai medici condotti, e allora tu gli chiedi se può uscire per fornirti d’accendere e lui con una faccia dalle mille espressioni che sembrano ispirate al racconto di Alì Babà e i quaranta ladroni ti dice, quasi fosse una formula di rito: «Sei sicuro di voler fumare?» oppure «Quanto vuoi fumare?», che tradotto significa “Posso procurarti di meglio” e tu devi rispondere “certamente” oppure “parecchio”, quindi lui si alza e ti accompagna nel cortile della facoltà, dove lontano da orecchie indiscrete senza mai citare la “merce” avvengono gli scambi di informazioni. Lui non chiede mai soldi, anche perché non vende direttamente la roba; lui ti dice dove andare e con chi parlare e ti indica personaggi sicuri, non gente di strada o loschi fantocci affamati di denaro, sono agganci insospettabili, per lo più gente di livello o luoghi che non penseresti mai, la cosa stupefacente è che non fa mai nomi e la gente trova sempre “quello di cui pensa di avere bisogno ma che farebbe meglio a non desiderare”, qualcuno certamente lo paga e non è difficile capire perché. Le università sono affollate di giovani che rappresentano una grossa potenziale clientela, specie se bene addestrati durante le medie superiori. Alcuni lo considerano un’istituzione, altri, quelli discretamente dipendenti, una tendenza. Il suo successo è determinato dal fatto che nessuno ormai vuole più farsi vedere a comprare losche bustine da un pusher di strada, almeno non quelli che hanno disponibilità di soldi. Qualcuno si chiede come faccia a non essere scoperto, l’unica cosa che posso dire al riguardo è che il Sapienza ha una memoria fotografica, ci puoi scommettere che le facce di tutti gli studenti che incontra nelle facoltà che frequenta gli rimangono impresse e se qualcuno con una faccia che non conosce gli si presenta davanti a fare strane affermazioni lui assume un’espressione tipo “sto cadendo dalle nuvole così bene che potrei darti anche le previsioni del tempo”.

Baruch Spinoza

Sandro intervenne.

– Non sarebbe meglio informarsi prima da Trifarro? Insegna in questa facoltà da anni, ci ha perfino studiato, si è laureato qui e conosce di sicuro le problematiche e le loro origini, intendo quelle umane, quelle con cui stiamo cercando di entrare in contatto; sono sicuro che esponendogli la cosa troverebbe maniera di intervenire in maniera positiva.

Nessuno gli rispose. Germano si rivolse a Mina con una domanda che lei si aspettava già da un po’.

– Ma tu con questo Cinese che cavolo c’entri? – Nella mente di Germano “il” cinese non era più anonimo, sebbene non lo conoscesse la definizione che lo identificava nominalmente aveva assunto una minacciosa iniziale maiuscola.

Gli sguardi dei BDdLC, Dott. Cynicus e Germano erano fissi su di lei in attesa di una risposta. Mina capì che qualcosa la doveva dire, quel mondo “normale” che le consentiva di divertirsi e la coccolava pure, quel mondo che le permetteva di pensare a tempi sbagliati come a qualcosa di remoto che non sarebbe più ritornato meritava una spiegazione, magari non completa, magari in parte omessa o travisata, ma qualcosa la doveva tirare fuori. Sandro, Mario, Gianni, Dott. Cynicus le avevano regalato dei momenti davvero divertenti e soprattutto Germano meritava una onesta risposta. Magari non troppo onesta. Beh, onesta quanto basta per evitare ulteriori domande.

– Lo conosco dai tempi del liceo. Si chiama Cazzarola, Walter Cazzarola. Non è di Milano, o almeno allora non lo era, cioè non abitava qui, dove viva adesso non lo so. Ci vedemmo per la prima volta in una discoteca di periferia, ci siamo frequentati per un periodo e poi fortunatamente ci siamo persi di vista e ora non ho la più pallida idea di cosa possa volere da me, ma so che è diventato un tipo pericoloso.

– La spiegazione parve bastare.

– Sentite – disse Dott. Cynicus –, se questa cosa è stata davvero attivata da questo Wazzarola è il caso di prendere iniziative prima che siano le iniziative a prendere Mina. Bonbon può essere umanamente un tipo scarso ma è attendibile, specie se colto di sorpresa. Lui non sa che Germano ha udito quella frase, adesso se vuoi che ti diamo una mano – disse rivolto a Mina – il vantaggio è nostro. Bisogna sapere quello che vuole il Cinese alias Walter, e il Sapienza potrebbe essere il mezzo per ottenere l’informazione, manca poco a mezzogiorno, se ci spicciamo possiamo questionarlo, a quest’ora è certamente ancora là – e indicò il civico 7 di Via Del Perdono.

Germano lo guardò con un’espressione strana stampata sulla faccia, consapevole di essere l’incaricato della missione. Si era sempre tenuto alla larga da questioni di questo tipo, non tanto per pavidità, quanto per una sorta di irrazionalità che aleggia sempre intorno agli attori di queste vicende discretamente losche, quella irrazionale consapevolezza di essere intenti a qualcosa di sbagliato ed erigerla contemporaneamente a scopo di vita, come se questi fossero intenti ad inchiappettare l’universo sperando, o forse nell’irrazionale certezza, che l’universo non se ne accorga. Che tipo di discorsi puoi intavolare con soggetti di questo tipo? Si domandava Germano, e la risposta era perfino banale: tattiche di fregatura molto più reale che virtuale, quei discorsi mitoparanoici basati su certezze assurde, sulla convinzione di supremazia o di impunità, che nella lunga prospettiva appaiono il miraggio della stessa cosa. Questi non mirano ad una conquista logica del senso dell’esistenza, caso mai sia perseguibile, questi mirano direttamente all’impunità, ai discorsi da telefilm di basso livello, dove i cattivi, inesorabilmente irrazionali all’inverosimile, inscenano il loro crimine basato sulla frase assurda: «Non avranno mai prove contro di noi». Tuttavia pensava anche che un tale soggetto non può essere consapevole della sua presunzione, e quindi la tattica di Dott. Cynicus poteva anche essere razionale, ma entrare nella mentalità contorta di un tipo di tale fatta, per una persona decente e consapevole di se stessa, comporta dei rischi, uno principalmente: l’esposizione delle proprie aspirazioni alla stramberia esistenziale di qualcuno che pensa di vincere contro l’universo, che pensa di essere impunito in eterno. Non per una errata convinzione circa l’esistenza di una punizione ultraterrena, che sarebbe ugualmente irrazionale, quanto per un’assurda affermazione del proprio ego al cospetto dell’immensità, come se la formica dicesse all’universo: «Ehi, non mi rompere le scatole!».

Prossimamente il quinto capitolo

Una storia italiana – Romanzo a puntate (03)

romanzo a puntate (03)

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Questo romanzo, ambientato fra Milano e Genova nel luglio del 2001, è un’opera di fantasia. I personaggi, i luoghi nominati e gli eventi che vi si svolgono sono inventati, gli eventi e le persone eventualmente reali, che fanno da sfondo alla narrazione come ai personaggi, sono tratti da fatti di cronaca riportati dai notiziari o dai quotidiani e liberamente interpretati a fini creativi e immaginari. Ogni altro e qualunque riferimento a persone, luoghi, cose, eventi realmente esistiti o esistenti è puramente casuale e/o esclusivamente funzionale ai fini immaginari della narrazione. Ogni deduzione o interpretazione storica, filosofica o letteraria è meramente funzionale alla narrazione romanzesca quale opera di fantasia.


Una storia italiana

Capitolo III°

(03)

Milano

Giovedì, 19 Luglio 2001

La casuale riunione s’era animata e più di qualcuno teneva banco sulle notizie del giorno circa il G8 di Genova, a cui alcuni fra di loro avevano in animo di presenziare per incrementare lo schieramento della protesta, cosicché il parlare di molti sovrastava l’ascoltare di pochi. Trifarro pareva distante, con un termine volgar folcloristico lo si sarebbe potuto definire scoglionato. Anche Trifarro aveva pianificato una sua partecipazione alla protesta di Genova, ma le difficoltà che l’amministrazione gli aveva creato lo avevano tenuto sulla corda fino all’ultimo nella speranza di poter esprimere alcune idee circa il suo modo di vedere le cose della storia, poi successe semplicemente quello che è nell’ordine delle cose, e come ebbe a dire un suo conoscente: «La storia ha una forma esatta e precisa, come quella di un sasso»; ciò che non può nemmeno essere messo in discussione, per quanto la storia sia una discussione continua. E ora, nell’incipiente calura della mattina di luglio, si trovava all’ombra degli alberi di Largo Richini in compagnia di studenti che si aspettavano da lui qualcosa per cui avevano rinunciato ad un allegro fine settimana estivo o forse, come egli stesso aveva in animo di fare, a qualcosa di più impegnativo ma non meno coinvolgente; non che fosse amareggiato, qualche piccola sconfitta personale non lo disturbava, ma gli pareva che qualcosa o qualcuno lo allontanasse sempre di più da un giusto senso delle cose e della vita, non tanto per una imposizione personale – l’arrivismo non era parte delle sue prerogative –, quanto per una nascosta istigazione alla omologazione che gli pareva di riscontrare e a cui non aveva il coraggio di opporre sufficiente resistenza, magari perché sarebbe stato perfettamente inutile.

Si domandò se avesse potuto semplicemente stampare la sua relazione al computer e distribuirla in maniera informale affinché quelli interessati se la fotocopiassero, ma nell’opposizione che la direzione aveva opposto alla sua intenzione una volta abbozzati con i sui superiori, anche solo sommariamente, gli argomenti di cui intendeva parlare, aveva intravisto qualcosa di segretamente ostile che non solo non riusciva a comprendere ma che gli metteva addosso un profondo disagio. A dire la verità nessuno gli aveva posto dei veti ma la sua posizione di precario lo teneva in uno strano equilibrio in cui cercava di non compromettere ipotesi di una carriera che per la sua età poteva già definirsi tardiva e uno sguardo non conciliante o un parere vagamente critico da parte dei titolari di cattedra o amministratori a pieno titolo lo mettevano in una condizione di introspezione eccessiva. Cosicché distribuire in forma stampata qualcosa nel cui riguardo aveva subodorato un certo antagonismo gli solleticava miriadi di sospetti sulla fiducia nel genere umano e nella bontà e disponibilità delle persone verso il prossimo, che d’altronde, come sapeva già dai tempi dell’asilo, è qualcosa che resta confinata nella mezz’ora di predicozzo domenicale presso le chiese di ogni ordine e grado.

I ragazzi intorno a lui sembravano intenzionati ad ascoltare qualcosa comunque, anzi, altri ne arrivavano. Dario, Fedora e Cesira si erano appena aggiunti all’assembramento; tutti intenti a parlare fra loro o a rivolgergli domande brevi da cui si aspettavano risposte altrettanto brevi, nella certezza che presto, in un modo o nell’altro, la relazione che Trifarro aveva in animo di tenere sarebbe stata espressa. Anche Laszlo era arrivato; Trifarro cominciò a convincersi che quattro chiacchiere in libertà all’ombra degli alberi in una bella giornata estiva lo avrebbero riconciliato con il mondo degli umani e alleviato di ombrosi sospetti, cosicché cominciò a guardarsi intorno per organizzare una lezione on the spot, tutta questa gioventù bene intenzionata non andava delusa. Alcuni avevano smesso di parlare fra loro e lo guardavano in attesa di indicazioni, attesa motivata da lui stesso per via delle aspettative che aveva creato proponendo come imminente qualcosa di cui aveva intenzione di parlare in qualità di assistente universitario. Cesira, tra gli ultimi sopraggiunti, chiese dove avrebbero tenuto la conferenza, mettendo un poco di enfasi burocratica nell’evocazione verbale di quel termine. Trifarro la guardò negli occhi con un’espressione neutra e distante che intendeva essere propedeutica alla decisione di sedersi sul prato e conversare su ciò di cui voleva parlare.

– Di che cosa ci parlerà? – incalzò Cesira.

– Del postmoderno e forse del ’68 – disse Trifarro guardandosi attorno per vedere come organizzarsi.

– E cosa sarebbe questo ’68? – chiese Pia.

– Qualunque cosa sia ho una mezza idea che non lo troverai sul Kamasutra – disse Gianni

– Scemo – fece eco una voce femminile dal mucchio.

– Sentite – disse Trifarro sedendosi sul prato – mettiamoci seduti qui e vediamo di non sprecare una giornata, visto che siamo rimasti a Milano.

I ragazzi cercarono di disporsi all’intorno in una specie di doppio semicircolo davanti a Trifarro; Bonbon maneggiò e trafficò per trarre da parte nella fila posteriore Laszlo, che era appena arrivato, ma questo pareva terribilmente incuriosito da ciò che Trifarro avrebbe detto e cercò di andare ad accomodarsi sul prato quasi di fianco a Trifarro, ma l’Oscuro, o anche lo Scuro dato l’incertezza sulla corretta dizione poiché i soprannomi di norma non vengono scritti, che non visto da alcuno dei presenti si era appena aggiunto all’assembramento, lo precedette con quel suo tipico modo di fare tra l’assente e il distratto che ti faceva notare la sua presenza solo quando te lo trovavi davanti come i gatti che non capisci mai da dove siano sbucati quando li vedi vicino a te, si spianò in posizione del loto esattamente alla destra di Trifarro; Zaira, Argia, Germano e alcuni altri subito a fianco in una progressione semicircolare che pareva un piccolo domino umano; così Laszlo senza ascoltare Bonbon lo assecondò senza volere sedendosi alle spalle di Germano che aveva trovato posto di fianco ad Argia. Bonbon si sedette alla destra di Laszlo. Germano si era accorto delle manovre di Bonbon e pensò che questi due avevano qualcosa di cui parlare, certamente Bonbon a Laszlo, non il contrario, poiché Laszlo aveva una innata abilità a stare alla larga dai problemi e a godersi ogni opportunità; non erano comunque fatti suoi.

lo stile dell’Oscuro, o lo Scuro; alias l’Alfeo

Zaira e Argia erano veramente due creature, in quel senso della sospensione dell’essere che contiene la parola “creatura” quando si vuole indicare leggerezza, gentilezza, ingenuità e innocenza. Si erano mutate e abbreviate reciprocamente i nomi in Zara per Zaira e Gìa per Argia, in un gioco soltanto loro e per loro stesse. Quelli che le conoscevano e le frequentavano non vi facevano caso per nulla e forse segretamente approvavano in loro quel desiderio esaudito di reciproca fiducia, alcuni le chiamavano con i nomi aggiornati, senza magari rendersi conto che la cosa non era esterna alle due ragazze, che non avevano alcun timore a chiamarsi con i nuovi nomi in presenza di altre persone che magari conoscevano i loro dati anagrafici reali; loro comunque rispondevano sempre allegramente ed ora osservavano Trifarro vagare con lo sguardo all’intorno com’era solito fare per cercare concentrazione ogni qualvolta doveva esprimersi davanti ad un uditorio. La cosa non appariva per nulla accademica; sedici ragazzi seduti su di un prato di fronte ad un assistente universitario in attesa di qualcosa che non aveva una classificazione e poteva essere condivisa solo in maniera informale li rendeva consapevoli magari non di una stramberia, ma di qualcosa che poteva essere o molto interessante o molto avvilente e alcuni fra loro si scambiavano furtive occhiate interrogative del tipo: «Siamo sicuri che ne valga la pena?»; per qualcuno il dubbio di avere rinunciato ad un fine settimana balneare per qualcosa di incerto restava ancora irrisolto. Trifarro trasse da una borsa a tracolla che aveva con sé un malloppetto di fogli in formato standard, in parte scritti a mano e inframmezzati da fotocopie frettolose di quelle che vengono con in bordi neri, orlati di post-it gialli e rosa a segnalare punti che riteneva salienti, li scorse frettolosamente in una caleidoscopica successione di variazioni espressive come a richiamare una intima epitome per un punto di inizio, poi Trifarro si schiarì la voce con qualche colpetto di tosse ed iniziò a parlare.

È conscio dell’evoluzione che questa convinzione ha sviluppato nel corso della sua esistenza, che nella stessa età dei suoi ascoltatori, e anche nel periodo del liceo e dell’adolescenza, ricorda di avere percepita dentro di sé senza averla ancora compresa, e cercato di sfogare indirizzandola verso l’impegno sociale ottenendo solo frustrazione e tentativi di isolamento. Ora, a quarantadue anni, vede chiaro a sufficienza per sentirsi vagamente voyeur di fronte a questi ragazzi, intelligenti sì, ma ancora sprovveduti di fronte alla concretezza della Vita, che ti stende molto, molto più spesso per offenderti che per scoparti, che non di rado ti scopa per offenderti e li osserva con uno sguardo che per se stesso avrebbe definito protettivo, per quanto può essere protettivo uno sguardo; più che altro si identifica in loro con un atteggiamento mentale che fatica sempre a trasformare in empatia. Irma si accende una Marlboro in una sequenza di mosse che, pur non studiate o premeditate, si riuniscono concettualmente nel big-bang del suo io e nell’esposizione di tutta la sua disponibilità positiva alla vita. Trifarro non ha mai fumato e benché pubblicamente disapprovato da un salutismo dilagante tanto utile quanto becero non l’approva né lo disapprova, per quanto una buona attenzione alle cose della salute sia auspicabile sotto molti punti di vista e trova ridicole quelle scritte sui pacchetti delle sigarette del tipo «Il fumo uccide», «Il fumo provoca malattie cardiovascolari», che scientificamente risultano dimostrate, ma che nell’ottica della vita umana appaiono socialmente o commercialmente comiche, ogni cosa al mondo è in grado di ucciderti se utilizzata nel modo sbagliato, senza tenere conto del fatto che non pochi salutisti fanno tendenzialmente cose spericolate o almeno pericolose per dimostrare di essere in salute, poi magari finiscono ugualmente in ospedale, solo che invece che in cardiologia finiscono magari in ortopedia. E comunque nessuno è mai morto sano come un pesce, e inoltre come si ripete nei testi propedeutici alla filosofia e alla logica, «Socrate è uomo», «Ogni uomo è mortale», quindi…

Irma si accende la sigaretta, espira il fumo in alto alzando la testa leggermente all’indietro e inarcando la schiena tenendo sempre i suoi occhi chiari puntati su di lui, poi si passa la Marlboro nella mano sinistra e riprende a scrivere tenendo il blocco degli appunti e la sigaretta con la mano sinistra, il volume del suo respiro descritto dal fumo azzurrino viene dilatato e disperso in alto da una debole brezza estiva, tiene una posizione del loto perfetta ma la sigaretta nella mano sinistra è fuori luogo per un simile immaginario; una polo attillata Q. B. esalta le sue forme, Fosco pensa che l’ovale del suo viso si accorda con il colore della sua maglietta e pensa anche che è un pensiero irrazionale, almeno per qualcuno che non si interessa di moda, come è il suo caso. I BDdLC sono momentaneamente scissi, Sandro e Mario in seconda fila, se così si può definire la posizione “campestre”, più o meno dietro Dario e Fedora, Gianni dietro ad Alfeo, che sa essere soprannominato lo Scuro, o l’Oscuro per via delle sue tendenze gotiche, ed in effetti anche oggi nella mattinata di luglio da almeno 28° all’ombra è regolarmente vestito di nero; non si volta a guardarlo perché Alfeo alias L’Oscuro/lo Scuro si trova immediatamente alla sua destra e se si voltasse a guardarlo direttamente o troppo spesso oltre a metterlo in imbarazzo lascerebbe pensare agli altri che Alfeo alias L’Oscuro/lo Scuro gli pare un tipo strano, il ché sarebbe ingiusto e non vero. Fosco non si abbassa mai ad usare soprannomi, a tale riguardo ha sempre in mente la leopardiana affermazione «i cui nomi strani è vanto saper», che descrive un popolino dedito a definirsi superficialmente e quasi mitologicamente, deve mantenere distanze professionali; però alcuni atteggiamenti lo intrigano, come i BDdLC, per esempio, di cui ha rilevato una momentanea separazione, Gianni da una parte, alla sua destra dietro allo Scuro, o l’Oscuro che dir si voglia, Sandro e Mario al centro in seconda fila e gli pare una novità, ma forse questa unità e compattezza non esistono, non si azzarda mai a intrufolarsi nelle loro discussioni o a lasciarsi agganciare in una delle loro tirate goliardiche, Sandro sa essere ficcante in senso logico e Gianni a tratti pare l’alter ego di Dott. Cynicus, niente di spaventoso ma i ruoli esigono distanze.

Trifarro nutre per Sandro una profonda ammirazione, che non ha il coraggio di esternare a causa dell’imparzialità che il ruolo gli impone, lo vede come immerso in un’aura ultraterrena, come se fosse lì per sbaglio oppure in missione segreta per conto di Hermes, il dio greco s’intende, il suo aspetto ha qualcosa di efebico e maturo ad un tempo, anche se non sempre è astuto come Hermes vorrebbe, i suoi capelli tagliati in una pettinatura stile anni cinquanta con la sommità del capo affollata di capelli assediata da una sfumatura sufficientemente alta da fare risaltare alcune ciocche spioventi sulla fronte si accordano perfettamente con i suoi lineamenti mediterranei ornati da lenti discretamente spesse, pare uscito da una foto di gruppo del dopoguerra. Argia e Zaira di quando in quando si scambiano domande e suggerimenti sottovoce, in quel flebile parolare di respiro e corde vocali mute da confessionale e si aggiornano vicendevolmente gli appunti fra sussurri e sospiri, sembrano due cherubini intenti a cazzeggiare di nascosto da Dio. Nota che hanno ciascuna un indumento dello stesso colore e il fatto non sembra casuale, lo ha già notato altre volte e la trova una cosa simpatica, per quanto vagamente sciocca. Fosco le guarda e gli paiono una unica unità umana, come quattro occhi che guardano da uno stesso volto, due bocche che si esprimono dallo stesso cervello, sono stupefacenti e ammalianti nella loro infantile gentilezza, ad osservarle le differenze fisiche sembrano scomparire, il differente colore dei capelli e degli occhi, la taglia corporea non esattamente uguale, Zaira è almeno cinque centimetri più alta, tutto scompare nella loro uniforme gentilezza verso il mondo. Germano sbircia in direzione di Mina, che non lo nota, anche perché coperta in parte da Fedora, che è sulla traiettoria dello sguardo di Germano, il quale si sbilancia un poco in avanti per aprire la visuale sulla sua ragazza. In quel preciso momento non sembra distratto, sembra diversamente attento, per usare un eufemismo politicamente corretto. Fosco però sa che non mancherà di approfondire quello che sta dicendo, magari aggiornandosi sugli appunti di qualcun altro.

Dott. Cynicus lo preoccupa, quella sicurezza che erige attorno a sé sembra più che altro una maschera proiettata contro lo sguardo degli altri a difesa di una sensibilità verso il mondo al limite del tollerabile, e in effetti, anche se è attento, lo sta guardando in una maniera peculiare e lontanamente estraniata e nei suoi occhi gli pare, magari con non poca fantasia, di leggere il messaggio «Sopportabilità esaurita. Attivare la vita di riserva», e questo a ventidue o magari ventitré anni, forse non ancora compiuti. Il suo aspetto sempre impeccabile pare nascondere una fragilità intima, non che sia costantemente “elegante” stile Via Montenapoleone, semplicemente non appare mai in disordine, e anche qui, seduto a gambe incrociate sul prato, riesce e sfoggiare una camicia dalle maniche rimboccate che sembra stirata da due minuti e ci puoi giurare che quando si alzerà i suoi jeans non avranno le borse alle ginocchia, sembreranno appena indossati. Fosco pensa che una cosa del genere deve richiedere un grosso sforzo umano. Bonbon e Laszlo parlano, non stanno ascoltando ciò che dice. Nulla di nuovo sotto al sole. Bonbon copierà gli appunti da Pia o Cesira, Laszlo… beh, Laszlo sembra che non abbia alcuna intenzione attiva al riguardo, a parte la distrazione di Bonbon, che gli parla ogni tre minuti, pare che lo stiano ascoltando come se si trattasse della televisione. Germano lo guarda, ma la sua attenzione sembra deviata da qualcosa, non è un atteggiamento normale in lui, ha come una specie di lieve, appena percettibile movimento compulsivo in direzione di Laszlo e Bonbon che sono seduti alla sinistra dietro di lui, forse lo stanno distraendo con le loro chiacchiere. Non ha idea di cosa si stiano dicendo; avendo avuto anch’egli la loro età, ed essendosene liberato come la serpe della sua vecchia pelle, potrebbe fantasticarci sopra, nulla di più inutile, la sua orazione deve procedere. Si domanda, in una forma retorico-fantastica della sua seconda attenzione, chi di essi lo tradirà, non è una cosa religiosa; è solamente vecchio a sufficienza per sospettare paranoiche intrusioni circa investigazioni dei servizi segreti civili e di fanatici politici a scopi denigratori nelle sue attività universitarie, e non solo. La sua domanda principale è «Sì, d’accordo, sono paranoico. Ma sono sufficientemente paranoico?». Qualcuno di questi ragazzi è probabilmente in contatto con la parte oscura della democrazia, e pensa che è anche inutile sapere chi. D’improvviso si sente ridicolo per avere evitato di stampare la sua relazione, su cui il suo uditorio sta prendendo appunti, con non poca meraviglia da parte sua dato che si tratta di una orazione molto informale per il quale nessuno chiederà opinioni o sviluppi individuali, certo non tutti, però si sente discretamente appagato dal punto di vista umano; e consapevole dell’adunata che ha organizzato qui all’aperto in Largo Richini si rende improvvisamente conto che ha esposto pubblicamente, vale a dire in senso proprio poiché sono in un giardino pubblico, ciò che in precedenza ha voluto evitare di diffondere per iscritto stampandolo al computer. Non ha nulla di cui rimproverarsi, si tratta solo di letteratura e opinioni in libertà ma statisticamente parlando è altamente probabile che almeno uno o forse due dei giovani che ha davanti sia cerebralmente molto più vecchio di lui stesso.

Alla citazione di Big Bill Broonzy qualcuno avanzò la richiesta di sentire un po’ di musica, un riflesso condizionato forse dalla necessità di una pausa o dalla stanchezza per la posizione scomoda. Seguirono commenti e mormorii, Trifarro chinò il capo da un lato per lasciare andare questo momento di distrazione, sapeva che in breve si sarebbero ricomposti autonomamente. Mentre alcune ragazze avevano alzato la testa dal blocco di appunti per scambiarsi qualche commento Germano, non coinvolto da nessuno e in parte distratto dalle battute, se ne stava con la testa fra le nuvole, un po’ perso in questa inedita novità di una specie di lezione all’aperto, sentiva le voci dei suoi compagni come in un sottofondo, una specie di colonna sonora e fra il blandi lazzi dell’intermezzo colse al volo alcune parole in parte smozzicate e incomprensibili ma a tratti bene udibili di cui però indovinava la voce, parole che non sembravano rivolte pubblicamente e che provenivano da dietro di lui; la voce pareva quella di Bonbon, il quale, approfittando della momentanea distrazione generale nel chiacchiericcio, chiedeva a Laszlo se poteva aiutarlo con un problema che gli era sorto improvvisamente quella stessa mattina. A Germano dei problemi di Bonbon non poteva fregargliene di meno, li aveva sentiti confabulare a mezza voce per tutta la tirata iniziale di Trifarro infischiandosene ma sentendosi un po’ disturbato, però incastrato com’era in mezzo a quel piccolo anfiteatro non aveva modo di allontanarsi o di distrarsi altrimenti. Cercò di darsi un contegno di indifferenza che non desse sospetto a Bonbon del fatto che di quello di cui stava parlando qualche brandello sconnesso da un senso compiuto arrivava anche alle sue orecchie, non sapeva nemmeno di cosa stessero parlando e a dirla tutta nemmeno voleva ascoltare e si sporse verso Argia chiedendo una banalità per darsi un tono, ma questo non bastò a distrarlo e captò, senza rendersene immediatamente conto, alcune parole che raggiunsero la sua attenzione in seconda battuta, essendo Gemano il tipo che non si interessa degli affari degli altri, anzi, quando troppo coinvolto si sente imbarazzato, però quelle parole, anche se in ritardo acuiscono la sua attenzione, sente il nome di Mina, che da almeno un anno o forse due considera la sua ragazza e dalla quale pare corrisposto, non esattamente la fidanzata ma qualcuno di speciale nella sua vita, e sente un nome singolare associato a quello della sua amica, sebbene disturbato dai rumori all’intorno e non è ben sicuro di ciò che sta udendo «…il Cinese vuole … la vuole incontrare … e a tutti i costi … … Mina … sì proprio Mina …» che desta completamente il suo interesse, la voce è quella di Bonbon, tarata su una nota di vago spavento, come se stesse rispondendo a qualcuno che gli chiede qualcosa di preoccupante mentre è intento a qualcosa che lo diverte o lo rilassa.

Germano anche senza guardarlo poteva immaginarselo non proprio calmo e freddo solo a sentirlo dal timbro di voce, il fatto stesso che non riuscisse controllarne pienamente il volume ne era un chiaro indice. Per Germano la parola “cinese” si associava inequivocabilmente con la Cina e tutto ciò che esce da quel paese, però il fatto che questo misterioso orientale volesse incontrarsi con la sua ragazza fece suonare un campanello nella sua testa. Riuscì a mantenersi calmo e a non voltarsi, gesto che sarebbe stato comunque superfluo, aveva già associato le voci alle persone; nessuno oltre a lui pareva avere colto quella frase, o comunque nessuno ne mostrava segno, tutti parevano interessati a Trifarro o a fare momentanea combriccola con il compagno che avevano di fianco nell’attesa che Fosco riprendesse a parlare. Guardò verso Mina, seduta a meno di tre metri da lui alla sinistra di Trifarro, dietro Fedora e Dott. Cynicus. L’ipotesi della gelosia pareva da scartare, da come l’aveva pronunciato Laszlo pareva più che altro una transazione, una vicenda burocratica, un vago rapporto sociale legato con vicende di Mina che non conosceva. Si domandò se fosse sicuro di ciò che aveva udito, ma si domandò soprattutto se la Mina che conosceva lui era la stessa che questo cinese voleva incontrare. Dal punto di vista dell’identità parevano non esservi dubbi, nessun altra persona fra le sue conoscenze si chiamava con quel nome, non che pretendesse di conoscere tutte le relazioni personali di Bonbon e Laszlo ma diverse frequentazioni in varie occasioni non avevano fatto emergere altra Mina all’infuori di quella con cui condivideva molti momenti da un paio d’anni a questa parte, ed ora lei, alla luce di questa frase captata, gli appariva in una prospettiva insolita e inaspettata.

Si voltò verso Argia e Zaira alla sua sinistra, che erano proprio davanti a Bonbon e Laszlo, ma queste parevano assorte nel loro pissipissi; scrutò rapidamente il loro atteggiamento ma non ne trasse alcuna indicazione. Dietro di lui Irma stava parlando con Mario e da ciò che dicevano concluse che non avevano udito ciò che gli stava facendo montare una vaga ma crescente preoccupazione. Da come si comportavano tutti intorno a lui pareva essere l’unico ad avere udito quella frase, ed anche l’unico apparentemente interessato, oltre a Mina, naturalmente. In due anni di stretti contatti, a tratti tanto stretti da compenetrarsi, Mina non gli aveva mai parlato di alcun cinese, né aveva mai palesato particolari interessi per l’oriente; né lei né la sua famiglia, che frequentava magari saltuariamente ma in cui non aveva riscontrato interessi o legami con l’estremo oriente. Argia con quella sua vocina dolce, ora col sonoro pieno delle corde vocali, gli chiese se quella sera stessa insieme a Mina avrebbe partecipato con loro ed altri ad una festa nella zona del Lorenteggio in casa di un tale del loro corso non attualmente presente. Richiamato alla realtà da una domanda proveniente da un umano si scollò di dosso immediatamente tutte le preoccupazioni inerenti Bonbon e Laszlo e disponendosi a rispondere ad Argia, con Zaira alla sinistra di lei che si sporgeva in avanti affabile e sorridente rivolta verso di lui ad ascoltare ciò che aveva da dire al riguardo, cadde momentaneamente dalle nuvole per riprendersi immediatamente e rispondere che la sua mondanità stava attualmente affidata interamente a Mina e se lei era informata della cosa e desiderava parteciparvi vi avrebbe partecipato anche lui. Gli pareva di rammentare al riguardo che Mina lo avesse già messo a parte del fatto per questo giovedì e che con tutta probabilità si sarebbero visti sul posto. Argia e Zaira sorrisero soddisfatte, Trifarro pareva avere ripreso la parola e l’uditorio si era zittito, la conferenza riprese.

La breve pausa aveva rilassato parecchie preoccupazioni e alimentato un certo interesse, l’attenzione pareva accresciuta. Fosco sentì di poter portare fino alla fine la sequenza di argomenti che si era preparato, gli sguardi dei giovani parlavano in questo senso, per un breve istante si sentì pervaso da un senso di entusiasmo, accentuato dall’isola di attenzione che aveva creato nel mezzo della vita milanese di tutti i giorni. La vita della città scorreva all’intorno e nulla e nessuno pareva intenzionato a distrarli. Un ragazzo, forse senegalese, si avvicinò per annusare la situazione e vedere se poteva vendere qualcosa della sua merce, ma comprese subito che avrebbe arrecato disturbo. Tuttavia non si allontanò immediatamente, si sedette sul prato per qualche istante ad ascoltare, più che altro in simbiosi con l’età dei ragazzi che Trifarro aveva davanti, ragazzi come lui, ma senza il problema immediato ed urgente di dovere riempire la pancia quanto basta per tirare avanti. Il tintinnare della sua paccottiglia aveva richiamato l’attenzione di alcuni di loro, che si erano voltati a guardare, ma senza fare commenti. Il giovane africano capì di essere un’appendice superflua. Fosco gli lesse sul volto qualcosa di malinconico quando si allontanò, le ragioni non mancavano. Nella sua visione laterale indovinò il capo di Dott. Cynicus voltato di profilo a seguire il dileguarsi di quel giovane africano.

Mario percepì una specie di sibilo in pretesa forma di musica, nel luogo aperto in cui si trovava non riuscì immediatamente a individuare la fonte e la cosa lo distraeva. Guardò verso i suoi compagni ma erano tutti o quasi attenti a Fosco e da nessuno di loro pareva provenire alcun sibilo o fischio sommesso, erano tutti nel pieno controllo della loro scheda audio, poi un leggero fruscio, sottolineato da una distrazione dello sguardo di Trifarro che fissava qualcosa un metro circa al di sopra di lui alle sue spalle, lo fece voltare per verificare. Un pensionato stazionava in contemplazione dell’assembramento e dalla bocca protrusa in forma di fischio gli usciva una melodia folcloristica del bel tempo che fu. Il vegliardo non pareva consapevole della fuoriuscita melodica in forma di soffio, poiché non era un fischio, o quanto meno aspirava ad esserlo senza realizzarsi completamente e il suo sguardo pareva dissociato dalle funzioni che la sua bocca stava compiendo. Mario avrebbe voluto chiedergli di smettere di fischiare, ma siccome, propriamente parlando, il soggetto non stava fischiando ma stava soffiando in variazioni tonali il suo respiro attraverso le labbra estruse a culo di gallina, ciò che pareva l’espressione di un disturbo più che una velleità artistica, ne avrebbe ricevuto una risposta sgradevole e si concentrò su ciò che Trifarro stava dicendo cercando di dimenticare la presenza alle sue spalle. Il pensionato andò ad appoggiarsi con una mano all’albero più vicino dandosi il contegno di chi sta pensando «Vediamo come va a finire!», poi però alcuni accenni all’Ulisse di Joyce gli risultarono poco interessanti, e forse anche il nome di Franz Kafka non gli rammentava alcunché di famoso, tolse quindi il disturbo, e sempre soffiando dalle labbra in forma di fischio quell’afflato di nenia dei bei tempi andati si allontanò con fare bighellone.

Prossimamente il quarto capitolo

Una storia italiana – Romanzo a puntate (01)

romanzo a puntate (01)

Copyright © Eric Bandini 2010

Depositato come opera originale presso la S.I.A.E. – O.L.A.F. Deposito n° 2010001634 del 12/04/2010


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Questo romanzo, ambientato fra Milano e Genova nel luglio del 2001, è un’opera di fantasia. I personaggi, i luoghi nominati e gli eventi che vi si svolgono sono inventati, gli eventi e le persone eventualmente reali, che fanno da sfondo alla narrazione come ai personaggi, sono tratti da fatti di cronaca riportati dai notiziari o dai quotidiani e liberamente interpretati a fini creativi e immaginari. Ogni altro e qualunque riferimento a persone, luoghi, cose, eventi realmente esistiti o esistenti è puramente casuale e/o esclusivamente funzionale ai fini immaginari della narrazione. Ogni deduzione o interpretazione storica, filosofica o letteraria è meramente funzionale alla narrazione romanzesca quale opera di fantasia.


Una storia italiana

Capitolo I°

(01)

Milano

Giovedì, 19 Luglio 2001

Li aveva notati da lontano. Li aveva visti sghignazzare su qualcosa, o probabilmente su qualcuno del loro giro d’affari. Ahmed e Rico gli facevano sempre un’impressione stridente, i loro atteggiamenti appariscenti e volgari non si associavano proprio al desiderio di anonimato dei loro clienti. Ahmed, secco e dalle guance leggermente butterate, quando rideva mostrava i suoi denti accavallati in un ghigno equino circonfuso da un’aura di peluria nera tra la fine del naso e la fine del mento, delimitata ai lati dal deserto butterato delle guance. I suoi capelli ricci, molto più ricci di quelli di Rico, erano tagliati corti e contribuivano all’immagine di secchezza del soggetto, lasciando emergere la sua capa come un torrione roccioso privo di vegetazione, al contrario di Rico, il portoricano, la cui lunga capigliatura corvina ondeggiava intorno alla sua testa negli sgrullamenti indotti dalle risate. Il suo fisico, addestrato da ore di palestra, si distingueva per l’accentuata muscolosità da quello del nordafricano, che appariva come il più debole dei due; per chi non lo avesse mai visto con il coltello in mano.

Che cosa avesse spinto un portoricano ad emigrare in Lombardia era una domanda a cui Bonbon non sapeva trovare una risposta. Abbandonare un paese pieno di sole e di vita per finire a Milano, città della nebbia, era qualcosa sulla cui convenienza non riusciva a trovare indizi, ma tanto lui quanto Ahmed, nella mentalità di Bonbon erano inscritti a qualche livello nel ritratto generale dei terùn, nella tradizione e nel folclore locale; indifferentemente se nazionali o di importazione.

La nebbia a Milano

Gli restavano una trentina di metri per inventarsi una scusa. Quelli lo notarono. Rico diede di gomito ad Ahmed, che si voltò smettendo di ridere. Bonbon temeva come il demonio quell’espressione trasognata che Ahmed riusciva a mantenere anche nelle situazioni più critiche e disperate, era l’espressione di una innocente convinzione al crimine, l’idea di essere inafferrabile; anche se per la verità un paio di volte lo avevano già afferrato e aveva trascorso qualche anno in carcere a perfezionare il master in crimine applicato. Aveva giurato più volte davanti a sé stesso o davanti a qualcosa o qualcuno, di uscire da quella gabbia, ma ogni volta che ci provava sentiva irrefrenabile il richiamo della roba, e ricadeva in ciò che voleva evitare. Più che dalla dipendenza dalla roba era disgustato dal dover trafficare persone che avrebbe evitato, e peggio ancora, dal dover sottostare ai loro voleri; per penuria di pecunia più che altro, perché se hai soldi paghi, ti porti via la roba e chi s’è visto s’è visto. Ma Bonbon di soldi non ne aveva, e stava seriamente rischiando di mettere a repentaglio le sue possibilità di laurearsi, la “roba” gli sottraeva tutte le risorse, ma a scadenze dettate dall’astinenza si ripresentava davanti a quei figuri a pietire una dose con i soldi contati, se ne aveva, o per chiederla a credito, come gli era capitato l’ultima volta. Stranamente Ahmed e Rico gliel’avevano data ugualmente, ma dietro quella loro strisciante e rozza gentilezza non aveva faticato a percepire i prodromi di una trappola in cui era caduto, però l’urgenza di farsi una dose aveva annullato ogni difesa e ogni ragione. Ora stava qui ad abbisognare di un’altra dose e senza averne ugualmente i soldi. Bonbon era un tipo razionale, e si meravigliava di sé stesso davanti a sé stesso per queste scelte irragionevoli, ma al di sopra di ogni ragione aleggiava il desiderio di farsi una dose, fosse anche quella che porta alla morte.

– Ciao Bonbon – disse Rico con quella tipica suadenza stonata che ogni malavitoso ostende, convinto di essere per davvero una creatura gentile.

Ahmed aveva esposto quella temuta espressione, sembrava guatare inespressivo, come se di nulla gli importasse, a tutto fosse attento e da tutto fosse distratto in un’aura di delirante immediatezza dell’esistenza. Un atteggiamento serpigno, che non prevedeva ragionevolezza.

Bonbon non sapeva come iniziare a giustificarsi, poiché non poteva addurre altro che giustificazioni. Non solo non aveva i soldi per comprare una dose, ma non aveva neanche quelli per pagare la dose avuta in anticipo il giorno prima. La cosa gli appariva molto strana, anzi gli era apparsa strana fin dall’inizio. Gli spacciatori non danno mai dosi a credito. Ma la voglia di farsi aveva superato ogni ragionevole dubbio. Ora non capiva se doveva chiedere o ascoltare, spiegare o prendere ordini. Stranamente l’espressione erpetica di Ahmed si trasformò in un sorriso, da una delle sue tasche emerse una bustina di nylon un po’ panciuta, più grande delle solite argentate che parevano confezioni improvvisate di medicinali sfusi e che mostrava in trasparenza un’insolita abbondanza di contenuto rispetto alle confezioni standard. Gettò un’occhiata ai lati, per verificare la presenza di ficcanaso o di bargelli, poi rimettendo via ciò che aveva mostrato sorrise di nuovo verso Bonbon, che continuava a non comprendere.

– Ce l’hai le sessanta dell’altra volta? – Esordì Ahmed.

– No.

– E con che faccia ti presenti qui? chiese Rico, che dopo una breve pausa, ammiccando verso Ahmed, proseguì – Forse oggi è il tuo giorno fortunato. Ahmed ha una sorpresa per te.

– Ma non sarà proprio gratis – disse il nordafricano – Sei già in debito di sessanta, questa la puoi avere se ci combini un lavoretto – ed estrasse nuovamente di tasca la bustina mostrandola a Bonbon.

Bonbon sbuffò chinando il capo e guardando da un lato come per distrarsi. Questa proposta non era di sicuro farina del loro sacco. Sapeva per conto di chi lavoravano quei due. Pur avendo la fama di duri non erano all’altezza di condurre affari di grossa portata in prima persona, restavano nel piccolo cabotaggio della delinquenza, all’ombra di qualcuno più ingombrante di loro. Bonbon si faceva di roba da tempo sufficiente per sapere chi fosse il Cinese, il loro boss, che non era della Cina, ma originario di Gallarate e all’incirca suo coetaneo, come i due compari che si trovava di fronte. Con il Cinese non aveva alcuna confidenza ma lo aveva incontrato occasionalmente nell’ambiente delle università, avendo il giovane boss frequentato, o meglio tentato di frequentare, la facoltà di Legge, vicina a quella di Lettere e Filosofia. Il giovane boss aveva però capito che dalla legge non si estrae direttamente molta grana e non era propenso ad apprendistati con il necessario dispendio di umiltà, che non possedeva; per cui aveva abbandonato quasi subito per dedicarsi a tempo pieno all’intossicazione dei suoi coetanei, affare questo che gli rendeva molto e subito, magari con qualche rischio. Bonbon tentò di fantasticare sulle possibili richieste che i due mandarini gli avrebbero sottoposto per non essere colto di sorpresa, ma si scoprì desolatamente inerme per la pressante necessità di farsi, per cui si voltò verso Ahmed cercando di assumere l’espressione più conveniente possibile.

– C’è una ragazza che tu conosci, si chiama Mina. L’hai presente? Frequenta l’università insieme a te.

Bonbon tentò di progettare una momentanea smemoratezza, ma era come voler fuggire da sé stesso. La voglia di farsi e soddisfarsi lo resero immediatamente arrendevole, e come se si trattasse di chiacchiere fra comari buttò là una frase sperando che concludesse l’argomento.

– Sì, credo di avere capito chi dici.

Ma quasi immediatamente, Bonbon cominciò a sentire un profondo senso di disgusto serpeggiargli nel ventre, non sapeva ancora che cosa volessero questi due, ma il fatto che avessero tirato in ballo il nome di una persona di sua conoscenza significava che in qualche maniera avrebbe dovuto agire contro di essa per avere in cambio quella bustina tanto desiderata. Tentò di schermirsi.

– La conosco a malapena, ci frequentiamo raramente, non …

– Oh, non devi fare granché. Devi solo fargli capire che il Cinese desidera vederla.

– Non in cartolina, ma a quattr’occhi – aggiunse Rico.

– Anzi, devi fare in modo che il Cinese la incontri come per “caso”, che…

– Sei un tossico di bell’aspetto – interruppe Rico – non lo sembri neanche. Tu frequenti quasi tutti i ritrovi e le feste dei tuoi compagni di università. Lei ci va certamente, magari non sempre, e per certo insieme a quel gonzo con cui sta da un po’ di tempo. La devi solo agganciare…

– Sì, … nulla di violento, la devi solo attirare da parte, magari il Cinese sarà lì sul posto… come per caso…

– Niente pressioni, niente forzature…

Rico e Ahmed si rimpallavano la conversazione con un metodo studiato e collaudato per rimbambire l’oggetto delle loro attenzioni. Bonbon, con la voglia di farsi che aveva era già abbindolato a sufficienza; praticamente si stavano divertendo alle sue spalle.

Bonbon, dallo sguardo vagamente stranito, in una lontana retroguardia di sé stesso ormai definitivamente sconfitta, si domandava quali fossero i meccanismi che lo conducevano ad incontrare questi tizi nei posti più impensati e agli orari più inconsueti. Era convinto che nessuno avrebbe sospettato un’attività così assidua e regolare, quasi da ragionieri o burocrati dello spaccio, che li tirava fuori dal letto ad un orario insospettabile per degli addetti al crimine. Non erano neanche le otto e mezza del mattino e questi erano già operativi in una zona a dir poco inconsueta. Strani percorsi mentali o stradali lo conducevano a vedersi con questi tizi, quasi che sapessero in anticipo dove incontrarlo, e quasi fosse egli stesso teleguidato ad incontrarsi con loro, e concretamente lo era, per via della necessità di trovare sfogo alla sua dipendenza e gli capitava di seguire a posteriori come un automa le decisioni prese in autonomia dalla sua cervice dopata ma non ottusa. Come nell’attuale mattinata, in cui non ricordava di avere pianificato alcun incontro, eppure, spinto dalla voglia della roba si era avventurato a piedi in via Castelbarco, senza nemmeno sapere perché, una zona inconsueta, e questi gli erano fioriti davanti all’improvviso, come se fossero stati parte dell’arredo urbano riagganciando tutto il procedimento che lo legava ad essi, poi si sovvenne di essere stato lui il promotore dell’incontro, ma come se fosse un altro sé su cui non aveva alcun controllo. C’era una sorta di simbiosi che lo portava incontro a questi tizi, qualcosa da cui si sarebbe allontanato definitivamente più che volentieri, ma che stranamente lo teneva e lo spingeva a questi percorsi irrazionali, a questi incontri apparentemente senza appuntamenti concordati ma più concretamente gestiti dal lato narcotizzato del suo cerebro, quello più propenso all’oblio. Queste sue meditazioni erano però distratte dalla voglia di perbenismo, di segretezza del suo uso privato di sostanze, per quanto spesso ne avesse solo una illusione di riservatezza. Lampi di paranoia lo inducevano a sospettare dei suoi conoscenti, ad incontrarsi con i suoi fornitori in luoghi strambi e sempre diversi, o almeno a lui pareva. Poi a mente fredda, razionalizzando, arrivava alla conclusione che questi incontri avvenivano quasi sempre negli stessi luoghi, magari non assiduamente sempre gli stessi, ma c’era come un legame, una traccia, un sentiero che li accomunava fra loro. Questi colloqui per rifornirsi, solitamente brevissimi, mettevano alla prova la sua determinazione all’autocontrollo. L’idea di farsi vedere da persone conosciute a colloquio con Rico e Ahmed lo sobillava alla conclusione più rapida possibile per potersi riappropriare del suo perbenismo, del suo aspetto di laureando, di bravo studente.

La transazione si stava prolungando oltre il suo limite di resistenza, non che stesse per avere una crisi di agorafobia, ma il suo comune buon senso stava cedendo parecchio terreno. Il rispetto per Mina, la vittima indicatagli dai due pusher, stava scemando, sopraffatto dal desiderio di mettere le mani su quella bustina trasparente e panciuta che prometteva qualche giorno di tranquillità, di farsi e non pensare più a niente, fino alla prossima necessità, che in considerazione del suo stato di assuefazione non era molto lontana nel futuro, ma in quel momento riusciva a vedere solo la soddisfazione istantanea della sua astinenza.

Le voci di Rico e Ahmed gli si confondevano nella testa smorzando le labili resistenze della sua volontà. Non aveva capito bene che cosa avrebbe dovuto fare, ma sembrava tutto sommato una cosa non pericolosa. Se il Cinese voleva parlare con Mina, che cosa c’era di male o di strano? Tutto sommato avrebbe dovuto soltanto mettere in comunicazione due persone. «Quand’è che mi dà quella maledetta bustina?» La frase era diventata un ritornello nella sua testa. Rico stava citando il nome di un locale che tutti e tre conoscevano molto bene, Bonbon in qualità di cliente, Rico e Ahmed in qualità di fornitori mimetizzati da clienti. Forniture non in esclusiva comunque, la concorrenza era libera e molto agguerrita. Bonbon era sempre aggiornato e informato su questi locali e di tutti i ritrovi ad essi collegati. Li frequentava e se ne teneva al corrente, una volta vi aveva rimediato una pasticca gratis e la cosa gli era rimasta impressa nella mente e sperava o si illudeva di potere reperire qualcosina ad un prezzo speciale; le paste non era la roba, ma in qualche modo sopperivano. Tutta la concentrazione di Bonbon mulinava ostinatamente sulla voglia di farsi e ascoltava Rico e Ahmed con un’espressione fissa e stralunata che quelli conoscevano molto bene, in virtù di un certo esercizio della professione, magari interrotto da soggiorni non desiderati, per cui meditarono che il cliente era cotto a sufficienza e convinto di quanto avrebbe dovuto fare. Restava il problema di fargli capire esattamente il cosa ma a questo avrebbero provveduto in seconda battuta, una volta che Bonbon avesse raggiunto la tranquillità conseguente all’assunzione della roba.

– Allora lo farai? – Disse Ahmed.

Bonbon fece cenno di sì con la testa.

– Non ho sentito – incalzò Rico.

– Sì, sì – disse Bonbon.

Ahmed si voltò di scatto da un lato reprimendo un sorriso, poi trasse di tasca il piccolo involucro e lo porse a Bonbon, che cercò di artigliarlo immediatamente. Rico gli fermò la mano. Ahmed si guardò intorno. I gesti erano troppo espliciti e si trovavano all’aperto, in strada. Non c’era nessuno nei paraggi, ed erano anche riparati in parte da alcuni veicoli in sosta, ma le precauzioni non erano mai abbastanza. Di solito non tenevano la roba addosso, l’accusa di spaccio sarebbe stata immediata, ma oggi erano stati incaricati direttamente dal Cinese, che conosceva i suoi polli e non agiva mai a caso.

Rico trasse di tasca il cellulare e compose il numero di Bonbon e quando sentì il telefono trillare in qualcuna delle sue tasche chiuse la chiamata. Bonbon istintivamente aveva messo mano al suo cellulare nel momento in cui la suoneria aveva cessato. I due spacciatori avevano semplicemente voluto sincerarsi che il loro pollo non si fosse venduto il portatile per garantirsi una dose in un momento di crisi ma evidentemente l’oggetto gli serviva per davvero e non lo avrebbe scambiato, non ancora per lo meno.

– Ti chiamiamo noi – disse Ahmed allungandogli la bustina.

Bonbon era sorpreso e indeciso, non gli avevano chiesto soldi; sebbene gli ripugnasse coinvolgere carne fresca da condire con la “roba”, il fatto che si trattasse di un incarico mondano aveva allentato i rimorsi della sua coscienza inebetita. Però, però… ottenere per due volte la roba senza pagare… la voglia di farsi ebbe comunque il sopravvento. Afferrò la bustina e disse ai due che sarebbe restato in ascolto per quello che volevano. Ahmed lasciò la presa sul piccolo involucro reiterando la temuta espressione e Rico lo guardò truce di quello sguardo che parla di restituzioni.

Bonbon era come in trance, combattuto fra l’euforia di soddisfare la sua astinenza e la volontà, flebile, di rendersi conto di ciò in cui si stava cacciando. Tolta immediatamente dalla vista la roba, tentò il commiato per potersi gratificare in solitudine, ma lo sguardo dei due non gli aveva ancora dato il nulla osta.

– Ricordati che con questa fanno duecentocinquanta, se non rispondi al telefono.

Disse Ahmed, che quando inalberava la sua espressione da battaglia pareva che parlasse tramite un ventriloquo; i suoi muscoli facciali avevano dei movimenti appena percepibili attorno alle sue labbra. Bonbon dondolò un sì col capo, guardandoli entrambi da sotto in su, e si girò per andarsene.

Da via Castelbarco, dove si trovava, all’università c’è poco più di un chilometro, nei bagni della facoltà avrebbe trovato la necessaria intimità. Il lasso di tempo che intercorreva tra la fase di possesso e la fase di assunzione assomigliava per lui ad una felice sovreccitazione per la certezza acquisita di potersi dopare e affrontare le cose della vita dall’interno di un circolo chiuso, di cui per larghe estensioni della sua consapevolezza non si rendeva conto e non si capacitava di volerne uscire. Camminava a passo spedito verso via Del Perdono, il ricordo di Rico e Ahmed era già sfocato e lontano, tenuto alla debita distanza dalla bamba che aveva in tasca e di cui avrebbe tirato una piccola parte di lì a poco. Solo il nome di Mina continuava a ruzzolare di qua e di là nel suo cervello obnubilato, indebolendo a ondate cicliche quella sensazione di giusta felicità verso cui stava marciando. Mina non era per lui quella vaga conoscenza che aveva annunciato ai due emissari del Cinese, e certamente chi li aveva mandati aveva conoscenze e informazioni aggiornate e attendibili. Mina era ed era stata la compagna di molti corsi e lezioni alla facoltà di letteratura, un’amica loquace e gentile, insieme a Germano, uno fra i suoi compagni da un tempo che non datava addietro oltre l’anno, e altri della schiera mutevole della facoltà. Tra le frasi di Ahmed e Rico che ancora gli facevano blanda eco nella testa e lo scopo urgente verso cui marciava, fugaci immagini di momenti gioviali attraversavano la sua attenzione spingendo sempre più alla superficie della sua mente qualcosa legato a Mina, qualcosa di cui aveva udito parlare, ma a cui non aveva dato peso, qualcosa che tirava in ballo il Cinese e non riusciva a ricordare come, ma sapeva che se il destino di Mina si intrecciava con quello del trafficante i rapporti non dovevano essere idilliaci e il compito impartitogli per certo sconfinava nel malefico. D’improvviso si rammentò. Qualcosa gli ritornò alla mente. Di quei ricordi distratti che affollano la memoria e se ne stanno in un cantuccio pressoché ignorati, sopraffatti dalle urgenze e dall’incalzare dell’esistenza. Prima dell’università era stata la ragazza del Cinese, per uno strano giro di amicizie che conduce molti giovani dell’hinterland milanese a cercare il loro svago nella milanodabere, o da sniffare magari.

Era stato uno dei galoppini del Cinese di quel periodo a parlarne con lui come di una vanteria sessuale per interposta persona durante il primo anno, anzi durante i primi mesi, perché l’aspirante boss aveva mollato la facoltà di Legge dopo nemmeno tre mesi per interessi diversi e certi suoi sgherri reggevano per lui certi affarucci non direttamente in sede universitaria ma gravitando attorno al mondo studentesco nei locali e nei luoghi da questi frequentati; a quel tempo Bonbon era agli inizi della sua caduta nel vortice. Di quel colloquio, del tutto occasionale in un locale abbordabile anche da persone non danarose in cui Bonbon andava a cercare quella roba che lo intrappolava sempre più, sebbene non fosse ancora divenuto dipendente dalla bamba, conservava un nebuloso ricordo, sopraffatto dalle urgenze di una matricola in un nuovo universo e soprattutto da voglie inadeguate alle sue possibilità. Rammentava solo il modo in cui questo tizio, di cui non ricordava il nome, gliene aveva parlato, una mera fanfaronata sessuale che gli era stata sussurrata all’orecchio mentre quel tale ammiccava con un gesto del capo senza che la ragazza ne fosse consapevole o che li avesse minimamente notati; non era pensabile che una splendida ragazza come Mina fosse abbordabile da una mezza tacca di aspirante delinquente come quel tizio, Mina non se lo sarebbe filato punto, e per certo nemmeno sapeva che fossero presenti e loro ci tennero a non farsi notare per via di certe transazioni che non avvenivano mai al cospetto del Cinese ma che ugualmente non avvenivano senza una sua segreta benedizione, comunque a distanza di legge dalla sua presenza fisica.

Ora, che il Cinese fosse innamorato era una cosa talmente bizzarra da non essere nemmeno presa in considerazione. Probabilmente la voleva usare come esca per allargare il giro dei suoi affari senza esporsi in prima persona, e magari una degna trombata ogni tanto non avrebbe guastato. Questa ipotesi, avvalorata dal ricordo delle confidenze sessuali riguardo al Cinese, estendeva una sensazione triste e negativa sulla sua euforia di farsi e soddisfarsi. Una macchia nera fomentata dal suo perbenismo, che trovava eco nella rispettabile nomea di Mina, la cui famiglia l’aveva tratta in salvo in tempo da una pessima situazione adolescenziale aprendogli una prospettiva di istruzione e di tranquille trasgressioni ordinarie nel solco dell’ordinario. Bonbon attualmente conosceva bene sia la ragazza che la famiglia, la cui casa aveva frequentato occasionalmente per motivi di studio, e la richiesta di azioni nei loro confronti ampliava sempre più il senso di negatività intorno al suo bisogno e alla sua euforia fino a sentirsi in uno stato di merda, amplificato dalla consapevolezza, desiderata e respinta contemporaneamente, di esaudire il suo bisogno di endorfine. Il possesso della bamba – o qualsiasi altro eccitante illecito – in queste condizioni, lo faceva oscillare fra ondivaghe pulsioni che lo spingevano alternativamente fra il desiderio di allentare la morsa dell’astinenza e la repulsione della roba e di se stesso, come tossico e come dipendente, in cui la vibrante indecisione lo faceva propendere per il soddisfacimento pressante e coatto, che alla luce della transazione avuta con i due pusher lo faceva scendere in un inferno di indecisioni. A tratti pensava di telefonare a Rico per restituirgli la roba e pattuire un rifiuto della sua collaborazione, a tratti la memoria gli richiamava la felice sensazione del soddisfacimento, che in ragione della sua assuefazione era ormai soltanto un lontano ricordo.

In corso Italia, giunto all’incrocio con via S. Sofia, si guardò intorno tentando di percepire sé e il mondo e gli ci volle un po’ per riconoscere i luoghi, che ora gli si dimostravano ostili e inquietanti senza che in essi alcunché fosse mutato. Fiancheggiò il giardino ad un angolo dell’incrocio chiedendosi che avessero mai da verdeggiare quelle piante, radicate sotto un cielo così ottusamente azzurro. I casermoni di via S. Sofia, diseguali, ma compulsivi in una V prospettica gli parvero impedire ogni decisione che non fosse la coazione alla roba e una caduta conseguente davanti al sé stesso razionale. La precisa sensazione di essere cascato in una trappola toglieva senso ad ogni cosa e ad ogni pensiero. Cercava una fuga in avanti, ma il sorriso gelido dei suoi creditori lo inseguiva e lo raggiungeva. Fino ad allora la questione era stata una cosa privata, nel senso che riguardava solo lui, la sua decisione di farsi e tutto il resto, ora qualcosa o qualcuno si introduceva nella sua esistenza, con agganci a relazioni e fatti della sua vita che avrebbe desiderato mantenere in compartimenti stagni. Primo per una inclinazione al perbenismo, la facciata del bravo studente, poi per una tendenza alla reciprocità del rispetto, in attuazione della quale mirava sempre ad astenersi dall’essere causa di fatti negativi per il prossimo, anche di fatti che molti avrebbero ritenuto irrilevanti, e questo non tanto per un fondo di moralità, quanto per una illusoria aspettativa di riconoscenza e reciprocità di atteggiamenti. In buona sostanza Bonbon cercava di essere corretto con tutti nella prospettiva che questi tutti lo avrebbero ripagato con la stessa moneta, e perseverava in questo atteggiamento nonostante la vita e il prossimo lo avessero già preso a schiaffi precedentemente e più di una volta, a tratti anche sonoramente. Non era il caso di definirla una “filosofia”, non era il caso di tirare in ballo il karma, era più che altro una tattica passiva. Capitava però, che il lato negativo dell’Universo lo venisse a cercare nella sua tranquillità assuefatta, ed egli ne restava scosso e sorpreso, in una certa maniera ignaro, come se l’innocenza fosse la legge della sua vita e non vedeva le relazioni messe in atto da lui medesimo, alcune delle quali pericolose anche da un punto di vista legale, oltre che esistenziale. Oppure se le vedeva gli pervenivano offuscate dalla nebbia della roba e non si rendeva conto che presto o tardi qualcosa di negativo sarebbe affiorato.

Prossimamente il secondo capitolo

JR – William Gaddis (05)

JR – William Gaddis (05)

Eric Bandini © 2016

Questo articolo è il quinto di una serie di circa trenta che è stato pubblicato nella forma di un unico saggio letterario

Disponibile su:

segue da «JR – William Gaddis (04)»

La relazione con gli altri deve avere una dimensione; tralasciando tempo e spazio che sono due entità che si rimpallano la misura, la principale esattezza dimensionale umana è il denaro quale valore (credito) di tempo e spazio. L’azione di JR, come quella di qualunque speculatore finanziario, si muove nello spazio del credito (che materialmente è debito) nella sincronia temporale delle relazioni regolate dalle leggi, dalle tasse, dalla Borsa, ecc. In sostanza “il” denaro non esiste se non nella forma del credito che viene generato dalla “esattezza” delle relazioni umane. Se per ipotesi la macchina speculativa si fermasse o si bloccasse, il tempo e lo spazio misurati dal denaro collasserebbero ma non verrebbe meno il denaro quale esattezza delle relazioni umane. In termini “fisici” le crisi finanziarie sono “momenti” in cui il credito (che è debito) mostra misure non più rapportabili  a tempo e spazio umani e condivisibili così che il denaro perde la sua dimensione di fluidità fra un dare e un avere che in effetti non “fluiscono” ma sono solo il riconoscimento reciproco di risultati di eventi e azioni umane determinati nell’esattezza contabile.

Nello “spazio” del credito (che è il denaro con il suo pseudonimo) i tempi delle relazioni della legge, delle tasse, della finanza, ecc., creano momenti di PLUSvalenze che non PLUSvalgono nulla se non nelle relazioni che le hanno generate e che le sostengono con la legge, le tasse, la finanza ecc. Non esistono flussi o depositi di denaro che non siano credito, cioè debito. Il denaro è un buco che inghiotte il tempo e lo spazio degli umani; nell’Universo non c’era, non c’è, e non ci sarà più o meno tempo o spazio di quello che c’era, c’è e ci sarà; l’Universo non crea né plusvalore né svalutazioni.

Il modo di scrivere di William Gaddis potrebbe definirsi karmico, e riguardo al karma vi sono all’origine fraintendimenti che lasciano spazio a facili illusioni, che consentono punti di vista su un “buon” karma o su di un”cattivo” karma, i quali, distinti, dovrebbero prevedere una giustizia antecedente, la quale dovrebbe prevedere un’altra giustizia a sostenerla eccetera all’infinito; il karma è la visione umana del samsara, cioè tutto ciò che accade, l’inarrestabile corso degli eventi fuori da ogni giudizio e interesse di una giustizia che deve umanamente autoimporsi e guardare attraverso la lente del karma laddove esiste solo samsara.

Ciò che William Gaddis illustra è il samsara, l’inarrestabile ciclo della vita e della morte negli aspetti di un mondo di rapporti umani di cui il karma sarebbe una relazione di equilibrio dell’anima, ma quest’ultima non ha alcun controllo su tutto ciò; l’unica cosa che potrebbe fare sarebbe quella di astenersi, ma da cosa? Le relazioni e le azioni umane sono esatte in due sensi: 1) il mondo esige la sua quota di vita e di morte, 2) il rapporto fra gli umani deve avere una misura, e questa è l’esattezza, il cui esponente principale è il denaro. Va da sé che esattezza non significa Giustizia. L’idea di un karma antepone come concetto  un giudizio sul futuro poiché le azioni sono tali solo nel passato e/o in relazione al futuro, e nel vuoto del presente si situa l’inarrestabile samsara senza tempo né spazio.

Nel giudizio delle azioni, qualunque azione, si colloca il valore del bene o del male, ed è facile esprimere o avere un giudizio personale a qualunque riguardo circa le “azioni”, poiché sono sotto lo sguardo di ogni vivente, ma esistono tipi di azione che non sono rilevabili o giudicabili perché avvengono al negativo dell’azione. Impedire, per esempio, l’azione del bene è un gesto non quantificabile né veramente giudicabile, la cui giustizia non esiste né potrà mai esistere ed è in questa inevitabile e/o possibile privazione del bene che giace il rapporto fra un karma e un samsara che possono solo essere descritti in maniera letteraria. Lo scrittore è colui, o uno fra coloro, che sa penetrare con la sua parola la vastità di questo continuo avvenire, senza pretendere di piegarlo al proprio interesse. Lo scrittore deve avere amore di sé, del prossimo e dell’Universo, condizioni fondamentali per definirsi scrittore senza le quali si resta solo qualcuno che sa scrivere.

I personaggi di «JR» di William Gaddis sono dibattuti in questo contenitore karmico che li tiene e il valore del denaro è un credito esatto che non esiste altrove se non nel karma umano. Si lascia a qualcun altro l’epilogo morale se il denaro sia bene o male, tuttavia nell’Universo non esistono Capitali che non siano oggetti della mente umana.

 20/09/2016

 Eric Bandini © 2016

 segue su «JR – William Gaddis (06)» (non più disponibili i successivi)

JR – William Gaddis (04)

JR – William Gaddis (04)

Eric Bandini © 2016

Questo articolo è il quarto di una serie di circa trenta che è stato pubblicato nella forma di un unico saggio letterario

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segue da «JR – William Gaddis (03)»

JR non ha alternativa al fatto di diventare un adulto dentro a quel sistema che lo ha educato alla solitudine del denaro, all’isolamento della speculazione, del profitto dell’interesse, del credito (che è il denaro), nella cui realtà non esistono amicizie, e nel romanzo paiono non esisterne altrove, come candidamente e ingenuamente dice la signora Joubert al broker Beaton, il quale la sta informando dei traffici del marito che ha un’azienda in Svizzera. JR è l’infanzia in emblema di ciascuno dei personaggi adulti del romanzo, non c’è salvezza per lui, il suo destino è segnato.

Per quanto anche il destino di Edward Bast sia segnato la sua arte è forse sottostimata nonché ignorata o richiesta con presunzione, come p.e. dallo stockbroker con la passione della caccia in Africa che gli vuole commissionare la colonna sonora di un film documentario circa le prede dei cui trofei è adornato il suo ufficio. Il futuro di Edward per quanto incerto e non roseo (la sua posizione di insegnante presso la scuola frequentata da JR è più che precaria) è privo di quei limiti che marcano le esistenze di tutti gli altri, la sua libertà è nell’arte, la quale è senza dimensione e senza confini spazio-temporali, per quanto soggetta alle regole, norme, burocrazie, relazioni del rapporto di valore, cioè del credito ovvero del denaro, per cui il suo futuro artistico è afflitto dalla stessa Società degli adulti cui JR lo introduce quale suo mandatario e rappresentante, e l’ambiente è lo stesso di rapina umana vincolata al denaro dal cui “credito” nessuno può chiamarsi veramente fuori.

Edward Bast è forse l’unico ad avere la possibilità di estraniarsi, ma è una possibilità scarsa e vulnerata; la sua arte si ritrova una cagata nel pianoforte e la casa saccheggiata e perquisita nella strana concomitanza della visita della cugina Stella e del coniuge Norman Angel, il quale ha ficcanasato anche in casa delle zie di Edward, Anne e Julia. L’arte conta niente, quel che conta è il dividendo di un testamento e/o del relativo patrimonio e/o delle azioni/crediti.

L’unione JR-Edward crea un binomio affaristico-creativo nel quale l’arte compare come oggetto di commercio, come qualcosa che si può comprare; l’adulto inserito nel mondo del denaro non ha tempo, né voglia, né interesse al riguardo, la vuole già fatta, confezionata, compra l’arte e la mette da parte come un Capitale, o se ne ha l’occasione la usa o ne cerca la “produttività”. Nel mondo del denaro la creatività deve essere già confezionata, pronta, preparata su misura con dei costi estimabili, ciò significa che il denaro è creativo in sé nella misura in cui fagocita l’essere umano a manipolare il valore/credito, lo educa, cioè, all’ambiente del denaro stesso, che JR impersona senza esserne consapevole; anche Edward sembra non esserlo, ma non pare curarsene granché, fintanto che ha la sua arte

Il denaro con cui gioca JR è quell’elemento instabile nella trasparenza del quale si svolgono le tristezze della vita esaltate nei vertici dell’esecutività materiale come delle bassezze anche le più squallide che ne intersecano il contrasto inevitabile. Il denaro è tale nella sua carenza, è in effetti credito, così che la ricchezza è di fatto l’esazione della povertà, poiché senza il contrasto di quest’ultima la prima sarebbe priva di senso.

L’equilibrio narrativo di William Gaddis è molto difficile da seguire, tuttavia anche tra le faticose frasi volutamente smozzicate, come dialoghi al telefono di un solo parlante (quello in scena), discussioni animate con interruzioni e intromissioni, distrazioni dal mondo, personaggi di passaggio, eccetera, lo sfondo umano è pienamente letterario, un concerto jazz di voci, rumori, azioni, colori, scritte, persone, eventi. Questo caotico esplodere in scena dell’umano lascia quegli interstizi ludici per JR e il suo denaro; la vita vera con il suo fardello di realtà è oltre, JR è l’utente medio, il fruitore di mezzi e beni che l’umanità fagocitata ha prodotto e produce incessantemente, ed egli non sa vedere oltre a questi (le cagate) per ottenere altri beni (cagate differenti) facendo lavorare per lui quel denaro come in un Monòpoli colossale.

Se il denaro è credito non esistendo altro denaro che lo sostituisca, poiché il credito ha solo i due versanti del dare e dell’avere, significa che esso, il denaro, è sempre in debito con se stesso, la cui distanza del credito è coperta dall’essere umano  quale vivente inalienabile dal denaro e che volente o nolente riceve fin dalla nascita quale metro di rapporto con i propri simili.

18/09/2016

Eric Bandini © 2016

 segue da «JR – William Gaddis (05)»