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Una storia italiana – Romanzo a puntate (19)

romanzo a puntate (19)

Copyright © Eric Bandini 2010

Depositato come opera originale presso la S.I.A.E. – O.L.A.F. Deposito n° 2010001634 del 12/04/2010


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Questo romanzo, ambientato fra Milano e Genova nel luglio del 2001, è un’opera di fantasia. I personaggi, i luoghi nominati e gli eventi che vi si svolgono sono inventati, gli eventi e le persone eventualmente reali, che fanno da sfondo alla narrazione come ai personaggi, sono tratti da fatti di cronaca riportati dai notiziari o dai quotidiani e liberamente interpretati a fini creativi e immaginari. Ogni altro e qualunque riferimento a persone, luoghi, cose, eventi realmente esistiti o esistenti è puramente casuale e/o esclusivamente funzionale ai fini immaginari della narrazione. Ogni deduzione o interpretazione storica, filosofica o letteraria è meramente funzionale alla narrazione romanzesca quale opera di fantasia.


Una storia italiana

Capitolo XIX°

(19)

Luogo imprecisato fra Liguria e Piemonte

Venerdì, 20 Luglio 2001

La Ypsilon® di Sandro se ne stava ferma in un’area di sosta lungo l’autostrada A26 a forse sessanta –settanta chilometri da Voltri o forse meno, non importava loro di sapere dove fossero esattamente in quel momento; una specie di tattica di avvicinamento alla città di Genova era stata pianificata durante il tragitto ed erano giunti alla conclusione unanime che il momento migliore per giungere a Voltri, in considerazione della difficoltà di entrare a Genova o anche solo avvicinarvisi in qualità di non residenti, era il momento dell’alba, quel momento al contempo fosco e piacevole in cui le attenzioni si diluiscono in un involontario quanto inconsapevole buongiorno alla vita, qualunque siano le condizioni esistenziali che si stanno sperimentando e ciò unito al fatto che il momento successivo è quello dell’ora di punta, il periodo della giornata più caotico e trafficato per gli ordinari scopi umani tipo recarsi al lavoro, portare i figli all’asilo, fare la spesa, insomma, il normale industriarsi per il vivere in cui tutte le esistenze si mettono in moto alla stessa ora.

Era loro convinzione che se fossero arrivati nella città di Voltri in anticipo avrebbero dovuto aspettare il giorno girovagando o fermi in macchina, con il rischio di venire notati e inquisiti anticipatamente dalla pula. Entrando in città nel momento in cui la gente si mette in movimento sarebbero passati inosservati; Sandro, Germano e Dott. Cynicus erano certi di riuscire a intrufolarsi in un autobus diretto a Genova mescolandosi ai pendolari per poi raggiungere un corteo e unirsi la protesta. Mancando ancora più di un paio d’ore al sorgere del sole avevano deciso di fare una sosta e Sandro, fermato il veicolo, aveva reclinato il sedile e si era addormentato di botto chiedendo ai suoi colleghi di svegliarlo in tempo. Dott. Cynicus ci aveva provato a dormire ma non ci riusciva proprio, così era sceso dalla macchina e se ne stava sotto un lampione con in mano una specie di quadernetto o libello che attirava tutta la sua attenzione.

Autogrill di notte

Anche Germano ci aveva provato a dormire rovesciandosi su un fianco nei sedili posteriori ma non era riuscito a trovare una posizione sufficientemente comoda da fargli dimenticare il caldo e la sconvenienza della sistemazione che dopo solo pochi minuti gli aveva fatto percepire l’esistenza della spina dorsale, del collo, della forza di gravità e di altre cose che normalmente non notava e che in quel contesto parevano aver formato una congiura contro la sua tranquillità e il desiderio di riposo, così ci aveva rinunciato e accortosi dell’assenza di Dott. Cynicus si era alzato per verificare la sua presenza nei paraggi e lo aveva reperito sotto il lampione di cui sopra, concentrato sulle pagine di qualcosa che nella poca luce assomigliava a un libro ma poteva anche non esserlo.

Germano non è proprio il tipo che ti vede fare qualcosa e deve chiederti immediatamente e senza concederti scampo «Che cosa stai facendo?», la quale molto spesso è una domanda davvero noiosa che per certi versi ha autorizzato l’esistenza di risposte goliardiche e folcloristiche a sottolineare il desiderio di non essere disturbati, però nell’auto si sentiva scomodo e gli doleva la schiena per quel tentativo di dormire in quello spazio angusto, così scese per sgranchirsi e cominciò a camminare un po’ all’intorno. Sandro pareva dormire della grossa e non aveva mostrato segno di disturbo all’agitazione che aveva provocato Germano per riprendersi la posizione eretta reclinando in avanti il sedile che occupava Dott. Cynicus uscendo dalla macchina dallo sportello lato passeggero fra i due disponibili nella piccola vettura; ciò dovuto anche a tutta l’attenzione che Germano aveva impiegato a non chiudere la portiera sbattendola, l’aveva invece accostata e poi l’aveva spinta fino a sentire un click, che non garantiva una chiusura ma ne faceva mostra.

Sull’autostrada un blando traffico notturno costituito per lo più da autocarri manteneva un costante e monotono rumore, poche vetture parcheggiate, un certo numero di autocarri in sosta, l’edificio di un autogrill che dalla loro posizione potevano solo vedere dal retro presso le cui entrate di servizio erano ammassati cartoni vuoti, sacchi di immondizia, un paio di cassonetti che non parevano di alcuna azienda e non si capiva da chi sarebbero stati svuotati, un certo numero di bidoni per la separazione dell’immondizia di cui nessuno pareva prendersi cura per cui l’immondizia separatista si era riunificata sul selciato per l’esaurita capienza dei contenitori stessi senza che il medesimo nessuno si accorgesse della necessità di svuotarli, alcuni grossi split esterni dell’aria condizionata appesi al muro che contribuivano al rumore di sottofondo dell’autostrada, un paio di ventole che si potevano presumere come appartenenti ad un sistema per l’estrazione dell’aria da un locale di cucina o bar o qualcosa del genere e che contribuivano anch’esse per una quota di decibel di sottofondo, carrelli zincati per il trasporto delle merci all’interno dell’autogrill in un tentativo di allineamento non molto riuscito.

Il mondo autostradale visto dal retro non era gran ché; Germano camminò un po’ all’intorno cercando spunti di interesse che non esistevano, Dott. Cynicus si accorse della sua presenza e si distrasse dall’oggetto delle sue attenzioni individuandolo nella luce oscura, fosca e lattiginosa di alcuni lampioni che irradiavano quel retro di autogrill restando per un istante fisso ad osservarlo cercando di capire quali fossero le sue intenzioni. Germano pareva non avere intenzioni, praticamente bighellonava a passo lento e inconsapevolmente in circolo per l’ovvia intenzione di non allontanarsi dalla macchina, dove Sandro, addormentato, era praticamente alla mercé di qualunque malintenzionato, benché l’ora fosse molto tarda, per non dire inoltrata o pressoché mattiniera, e di gente a zonzo nemmeno l’ombra, fatta la tara di un paio di camionisti di lingua sconosciuta di cui si percepivano le altercazioni in sonorità est europee ma di cui non si vedeva sagoma o fisionomia, probabilmente erano nascosti fra un camion e l’altro ad una ventina di metri da loro e a giudicare dal tono di voce o erano sordi o litigavano di brutto, o forse erano semplicemente sbronzi.

Il Cusani gli fece segno di avvicinarsi con un ampio gesto del braccio e senza dire alcunché, Germano lo osservò un istante e poi si diresse verso di lui a passo lento, guardandosi intorno e frugando l’oscurità con gli occhi per vedere se riusciva a notare quei due che si sentivano parlare; curioso, notò il Tirlonza, come in mezzo a tutto il frastuono di un’autostrada la cosa che si nota di più sia la voce umana. Il Cusani lo guardava avvicinarsi, o meglio, aveva l’esatta sensazione che lo stesse guardando perché nella poca luce non poteva esserne certo e il lampione che gli stava proprio sopra la testa creava un’ombra ancora più scura sotto al riparo dell’arcata sopraccigliare, stava seduto sul cordolo che separava una corsia dell’area di sosta, l’ultima verso il confine dell’autostrada, oltre la quale c’era un po’ di area verde, che di verde non aveva gran ché ed era infiorata dal luccichio di molte lattine di alluminio che rilucevano debolmente i riflessi dei lampioni, e poi, oltre, una campagna boscosa e montuosa nel nero della notte. Arrivato a tiro di visuale notturna constatò che il Cusani sorrideva, ma non sembrava il suo solito sorriso, non il ghigno divertente di Dott. Cynicus, era un sorriso bonario, non proprio rassegnato e nemmeno stanco, piuttosto distante e disilluso; Germano lo avrebbe quasi definito un sorriso triste o forse era solo la sua impressione nell’ora particolare e il posto quasi assurdo in cui si trovavano. Si sedette di fianco a lui sul cordolo, per qualche istante nessuno dei due parlò, poi il Cusani disse:

– Dorme ancora? – facendo un cenno con capo verso la macchina di Sandro col medesimo dentro e addormentato.

– Come un sasso, beato lui. Dobbiamo aspettare ancora un paio d’ore almeno. Dormirei volentieri anch’io, ma non ci riesco in quella macchina.

La risposta di Germano non trovò replica da parte del Cusani, che lo ascoltò parlare guardandolo e poi in silenzio diresse il suo sguardo verso un punto indefinito nel bordello di asfalto, reti metalliche, autocarri, macchine, guardrail, insegne al neon, lampioni, segnali stradali, pareva che cercasse qualcosa dentro di sé in quell’oscurità addomesticata e motorizzata, poi si riprese e disse:

– Pensi che stiamo facendo la cosa giusta?

Il Cusani gli rivolse la domanda guardandolo e nel contempo, sempre accucciato sul cordolo, teneva le braccia appoggiate sulle ginocchia e protese diritte in avanti con le mani congiunte da quel libello o quaderno che Germano aveva notato anche da dentro la macchina. Germano osservò ciò che il Cusani teneva in mano, ma senza curiosità, più che altro un gesto oculare, senza alcun interesse particolare ma con attenzione sufficiente per vedere una penna o matita fra l’indice e il medio della sua mano destra, Claudio però lo notò, poi Germano disse:

– Riguardo a cosa?

– A tutto in generale.

Germano restò perplesso un momento, gli era capitato qualche altra volta di sentire il Cusani dare una risposta vaga e ombrosa di significati nascosti e non vi aveva dato peso, perché queste altre volte erano sempre inscritte in contesti affollati di altre persone o impegnati in discussioni, di qualunque tipo, serio o anche faceto, come i BDdLC per esempio, ma ora, in quella desolazione notturna la risposta del Cusani lo metteva in una nuova luce e dimensione che Germano non riusciva proprio ad inquadrare, era sempre lui, il solito Dott. Cynicus ma non era lui per quella nota malinconica che quel «Tutto in generale» così espresso lasciava trapelare. Germano non sapeva cosa rispondere e restò in silenzio, un silenzio che si prolungò per qualche secondo di troppo finché Dott. Cynicus, forse deluso dalla mancata risposta di Germano, proseguì a parlare come rispondendo a sé stesso.

– Non hai la sensazione che sia tutto inutile? Protestare voglio dire. Stiamo andando a ribellarci al G8, va bene, ci vengo volentieri e tutto il resto, ma c’è qualcosa al fondo di tutto che mi fa percepire questo nostro agitarsi, certamente non solo nostro ma qui sto alludendo a noi come generazione, come giovani, nuove leve della società – e fece una pausa come a cercare una prosecuzione o un significato nella sua mente, poi proseguì –  …questo nostro agitarsi come superfluo o inutile, non per il significato di opporsi ad una globalità che detta legge sulle nostre vite senza alcuna responsabilità individuabile, quanto per una mancanza di significato da parte nostra come membri della società. Sai qual è il problema? Che il problema siamo noi, noi giovani intendo. Noi siamo il problema e ho la sensazione che andando a protestare metteremo in evidenza questo problema aumentandone la difficoltà. Di fronte alla società in generale, che guarderà al telegiornale la protesta, noi giovani saremo quelli da combattere, da addomesticare, da tenere a bada, gli scapestrati, i buoni a nulla. Non ci è concesso avere un’idea perché le nostre idee non sono già comprese nel mondo che gli adulti hanno predisposto, e agli adulti, o forse in considerazione del fatto che adulti lo siamo anche noi sarebbe meglio dire ai vecchi, ai vecchi, insomma, non gli fai cambiare idea, non la cambieranno mai. La questione non è politica, è sociale. Nessuno vuole che qualcosa cambi e in definitiva dovessi io in prima persona esprimere un’idea di cambiamento sarei con le spalle al muro, è una responsabilità troppo grave, ma resta il fatto che siamo come bestie allo zoo, il nostro destino è rinchiuso, deciso in qualche imperscrutabile maniera. Tutta la nostra società è impostata su persone che definire vecchie è ancora un inutile eufemismo, direi piuttosto che, indipendentemente dall’età, sono adagiate nel meccanismo globale, e il meccanismo è l’identità, anche individuale, in cui avviene ciò che si vorrebbe combattere. Tutto ciò è quantomeno bizzarro, ma di fatto inevitabile. La realtà è l’identità; qualunque essa sia avrà logica.

La questione così come posta dal Cusani colse totalmente impreparato il Tirlonza che prese un istante di tempo per dire qualcosa di conveniente; sebbene sentisse che le ragioni di Dott. Cynicus erano tutt’altro che campate in aria non aveva mai meditato sull’argomento né lo aveva mai osservato sotto la prospettiva propostagli dal Claudio e confessò la cosa con un certo candore:

– Non ho mai guardato la cosa da questo punto di vista e non so cosa risponderti esattamente. In qualche maniera penso che hai ragione, ma tutto quello che hai detto si inscrive in quello che tu stesso hai definito un contesto di società civile, dove le regole vengono da molto lontano e non è così facile sovvertire certe priorità o certi punti di forza che hanno un’estesa coesione e agganci e ragioni di essere che si intessono fra le esistenze degli individui. Non è difficile comprendere questo pensando solamente alla gerarchia di un’istituzione come l’università, che si regge su una base gerarchica fra giovani e non giovani, dovresti essere un genio incredibile per poter sovvertire una cosa simile e sicuramente non basterebbe.

– Non ho voglia di sovvertire nulla, mi accontenterei di trovare un senso. E questo che resti fra noi, perché un senso te lo possono anche trovare, contro ogni tuo desiderio.

Qui Germano tacque, una certa idea di dove volesse andare a parare con quest’uscita poteva anche avercela ma apparteneva a quel genere di cose che si pensano magari, ma non si dicono. Anche Dott. Cynicus tacque e per un po’ se ne restarono in silenzio ad ascoltare il rumore di un’area di sosta dell’autostrada. Germano non resistette alla tentazione di dare un’altra occhiata a quella specie di libro che Claudio teneva ancora fra le mani protese in avanti nella medesima posizione, Claudio se ne avvide e lo guardò dicendogli:

– È il segreto su cui Sandro voleva fare domande ma si è addormentato prima – e sorrise.

– È un segreto di cui puoi parlare o devo far finta di non avere notato nulla?

– Ne posso anche parlare, d’altronde non ci sono grandi segreti dentro, è una specie di diario che tengo un po’ per divertimento, o meglio scimmiottamento letterario, un po’ per sfogarmi, come ho fatto poco fa con te.

Dott. Cynicus accostò il diario o libello al volto ad una distanza di lettura possibile nella poca luce disponibile, lo sfogliò senza dire nulla cercando un punto particolare e poi disse a Germano:

– Ne vuoi leggere qualche brano?

– Se è troppo personale no.

– Non è troppo personale – e gli allungò il suo diario aperto ad un punto preciso aggiungendo – questo dovrebbe dare un’idea di cosa contiene.

Germano prese il libello o piccolo quaderno che Dott. Cynicus gli allungava e si immedesimò nella lettura sentendosi lievemente in imbarazzo, in genere non si legge il diario di nessuno né esiste qualcuno che ti inviti a leggerlo e la cosa gli pareva anormale e magari un po’ troppo al di sopra della confidenza generale che tenevano ordinariamente fra loro, ma forse non c’era davvero nulla di squisitamente personale. La calligrafia era ordinata e precisa ed era scritto nel senso verticale del quaderno in modo che le pagine affiancate formassero un’unica pagina di larghezza doppia, l’oggetto aveva un certo spessore, sembrava una versione particolare di quaderno, di dimensioni generali più piccole del solito, con la copertina semirigida foderata di un tipo di tela che nell’oscurità pareva grigia scura, un tipo di notes non comunemente reperibile. In margine a sinistra erano riportate voci, sempre le medesime per ogni giorno, e alla voce corrispondente era affiancata una descrizione di qualche riga. Passò qualche minuto prima che Germano facesse una inevitabile domanda:

– Questa cosa del suicidio non sarà mica una cosa seria…

– Solo scimmiottamento letterario come ti ho detto, vuole essere una cosa fra il serio e l’ironico, non riguarda me, anche se l’ho scritto io, è una proiezione di una realtà fittizia come pensata o immaginata da qualcun altro che non sono io, d’altronde sai che noia tenere un diario del tipo «Oggi ho fatto questo, oggi ho fatto quello e ho mangiato questo e quello e tizio mi ha fatto la linguaccia» e sai che due palle, come se a qualcuno glie ne fregasse davvero qualcosa. E poi deve essere una sensazione poco piacevole vedersi il passato scritto lì che ti guarda e ti dice «Guarda quant’eri scemo quando scrivevi ‘ste cazzate», anche se di cazzate lì dentro ne ho scritte parecchie come puoi notare, ma le considero come non appartenenti a me, è un burattino letterario che si esprime così – e indicò il diario che Germano teneva in mano.

– Se Sandro legge ‘sta roba stai fresco per un bel po’, ci sguazza dentro per un mese almeno.

– Non credo, non è quel tipo di persona, non è per nulla un buzzurro.

– Hai ragione – e si immedesimò nuovamente nella lettura, Claudio lo distrasse di nuovo.

– E poi so che scrive anche lui, non so cosa esattamente ma scrive. Un giorno compreremo un suo libro e gli chiederemo di autografarcelo.

Germano rise poi ricominciò a leggere. Passato ancora qualche minuto riattaccò con un’altra domanda:

– Sei sicuro di non essere depresso e che è solo un gioco letterario?

Dott. Cynicus lo guardò per un lungo istante, nella poca luce e nella vicinanza fisica vedeva i suoi occhi puntati su di lui come se cercasse di leggere qualcosa dentro la sua persona, poi disse:

– Ho una mezza idea che se mi fai questa domanda sei anche tu al di qua di questa situazione, sebbene io non sia in grado di definire alcuna situazione in particolare. Non credo che il punto sia essere depresso oppure no, benché questo rappresenti una possibilità, il punto è a cosa serve essere felici… felici… – e ripeté due volte la parola felici con una pausa fra la prima e la seconda guardando lontano nell’oscurità – …che detto così suona un po’ come essere la Vispa Teresa. Non è la felicità a rappresentare una condizione criticabile è la consapevolezza di sé stessi che complica tutto…

Germano lo osservò, Dott. Cynicus continuava a guardare lontano nella notte e Germano pensò che stava guardando lontano dentro sé stesso. Passò un momento di silenzio in cui il Cusani perseverava nella sua fissità meditabonda e Germano si sentì legittimato a proseguire la lettura, poi dopo un po’ richiuse il diario e lo diede al Cusani dicendogli:

– Non mi sento autorizzato a proseguire oltre, anche se è uno scimmiottamento letterario come hai detto è comunque una cosa personale, ti ringrazio comunque per la fiducia.

– La tua opinione generale?

– Mmh, un simpatico maniaco suicida – e rise di gusto.

– Non sono un maniaco suicida – disse Dott. Cynicus associandosi alle risate di Germano e aggiunse – non sono io quello descritto lì, è una finzione per descrivere uno stato d’animo ipotetico attraverso un personaggio immaginario.

Per un po’ continuarono a scambiarsi battute ironiche o goliardiche e a ridere di sé stessi in una ilarità genuina e rispettosa delle rispettive intimità, quando le risa vennero meno e la notte riacquistò il predominio con il suo monotono ronron autostradale restarono in silenzio entrambi, come svuotati di energia. Si guardarono in faccia senza parlare e ad entrambi parve evidente che ciascuno aveva una domanda, o forse più di una da porre all’altro riguardo alla loro fuga da Milano e alla preoccupazione per Mina, sebbene fossero praticamente certi di averla consegnata in buone mani. Dott. Cynicus interruppe il silenzio:

– Nessuna notizia da Mina, suppongo.

– È ancora presto, l’abbiamo abbandonata meno di quattro ore fa.

– Che idea ti sei fatto della situazione, se non sono indiscreto a chiedertelo. Intendo la sua frequentazione con quel tipo pericoloso e tutto il resto…

Germano guardò un punto inesistente lontano davanti a sé assumendo un’espressione di incertezza e di dubbio, poi disse:

– Non mi sono ancora fatto alcuna opinione, che diritto ho di giudicare il passato di qualcuno? Per me resta Mina come l’ho conosciuta e come la conoscete voi per le nostre frequentazioni comuni.

Dott. Cynicus fece un gesto di assenso con il capo come a sottolineare la sua approvazione e la sua solidarietà, poi aggiunse:

– Dovrai convenire però che la cosa ha assunto un aspetto pericoloso davvero. Non ho alcuna dimestichezza con quel genere di esperienze ma quella è gente che non ti molla tanto facilmente ed è sostenuta da altri tipi altrettanto morbosi e ossessionati.

– Questo è l’aspetto che mi preoccupa di più, noi viviamo in un mondo in qualche modo protetto, ma è una protezione blanda, nulla e nessuno ti mette davvero al riparo da certe difficoltà. In concreto non so cosa pensare e vi sono grato per l’amicizia che dimostrate, sia a me che a Mina.


Milano, stessa data

Qualcuno predica la certezza della pena e della giustizia ma la prima certezza, quella da cui eventualmente consegue una sedicente certezza della pena, è la certezza del crimine. Ecco, il crimine è una cosa certa, molto più della giustizia (non fosse altro per il fatto che per avere una giustizia occorre necessariamente un delitto, da cui conseguono le priorità), nonostante l’impegno che questa tenta di profondervi ed è un battaglia impari perché la giustizia arriva sempre, o quasi, seconda, a delitto compiuto e il crimine trova molte strade per giungere ai suoi scopi, gli interessi del crimine, per coloro che li perseguono, appaiono sempre più allettanti di quelli della giustizia e i suoi addetti sono fagocitati dalle mire di molteplici profitti, anche irrisori o totalmente inutili, che nulla e nessuno può davvero tenere totalmente sotto controllo.

Fu attraverso una serie di coincidenze assurde ma ostinate che certi inconsapevoli della società nel perseguimento della loro ordinaria esistenza fecero in modo di metterete in comunicazione la posizione di Mina con le mire del Cinese sulla medesima. Scopi secondari tramite i quali il Cinese ricevette notizia della presenza di Mina in un luogo protetto, e la definizione di luogo protetto lo fece sorridere non poco. È penoso notare come tutto ciò che gravita attorno ad un tossico o a qualcuno che si fa di qualunque cosa, prima o poi diventi notizia per i suoi fornitori, come se oltre al problema della dipendenza dovessero affrontare anche quello di una totale mancanza di privacy, quasi fossero degli oggetti e tutto questo tenendo conto del fatto che gli assidui del crimine in genere non tengono archivi o anagrafiche, agiscono a memoria.

Anche se aveva dovuto darsi da fare nel cuore della notte, anche se lo avevano distratto da cose più piacevoli o forse semplicemente tranquille – e la cosa lo faceva spesso arrabbiare perché segnalava un’imperfezione nei piani da lui predisposti -, anche se materialmente Mina non era ancora in sua presenza e si trovava in una situazione che lui non poteva gestire in prima persona, anche se il luogo protetto poteva effettivamente vantare una certo tipo di protezione, fatta la tara di tutti questi anche il Cinese sentiva che la donna non sarebbe andata più oltre nel suo tentativo di sfuggirgli, si trattava solamente di trovare il grimaldello sociale adatto a forzare quella situazione in suo favore e al riguardo le idee non gli mancavano, vantando egli certi crediti in termini di favori e forniture che benché pagate in moneta corrente avevano lasciato scoperte certe debolezze su cui avrebbe potuto fare leva per mettere in moto le persone più adatte per giungere ai suoi scopi.

Prossimamente il ventesimo capitolo

Una storia italiana – Romanzo a puntate (18)

romanzo a puntate (18)

Copyright © Eric Bandini 2010

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Questo romanzo, ambientato fra Milano e Genova nel luglio del 2001, è un’opera di fantasia. I personaggi, i luoghi nominati e gli eventi che vi si svolgono sono inventati, gli eventi e le persone eventualmente reali, che fanno da sfondo alla narrazione come ai personaggi, sono tratti da fatti di cronaca riportati dai notiziari o dai quotidiani e liberamente interpretati a fini creativi e immaginari. Ogni altro e qualunque riferimento a persone, luoghi, cose, eventi realmente esistiti o esistenti è puramente casuale e/o esclusivamente funzionale ai fini immaginari della narrazione. Ogni deduzione o interpretazione storica, filosofica o letteraria è meramente funzionale alla narrazione romanzesca quale opera di fantasia.


Una storia italiana

Capitolo XVIII°

(18)

Milano

Venerdì, 20 Luglio 2001

Il nuovo ospite pare sorpreso e indeciso, sorride continuamente all’indirizzo di Mina mentre parla con Fernanda e cerca di scrutare le forme di Mina nascostamente dalla sua **** di scorta, che non è così scema da non accorgersene, la strada le ha insegnato qualcosa nel caso che la sensibilità femminile non le sia di soccorso, ma è certa che Mina non le farà concorrenza, non con quel buzzurro danaroso, d’altronde Mina non pare abbisognare di fondi, anche se non è elegantemente vestita si capisce a occhio che la sua famiglia gli provvede ogni cosa, forse più di quello che le necessiterebbe e a giudizio di Fernanda la sua nuova amica ha carattere per destreggiarsi e tenersi a distanza, benché nel contesto abbisogni del suo aiuto. C’è un momento di silenzio, un vuoto di conversazione in cui nessuno dei tre osa prendere l’iniziativa e si guardano in faccia senza parlare per un lungo istante in cui il Gavani pare esagerare la sua indecisione osservando alternativamente Mina e Fernanda. Mina dice loro che è stanca e vorrebbe ritirarsi, Fernanda coglie l’occasione al volo e lo trascina in camera sua a chiudere una situazione che sta diventando quasi patetica. Mentre accompagna il suo anfitrione, che ancora torce il collo in direzione di Mina, si rivolge alla sua nuova amica indicandogli i due bagni e dicendogli di usare quello che preferisce se ne ha bisogno, quindi chiude la porta della sua stanza.

Per un po’ regna un silenzio totale, Mina entra in soggiorno e si guarda intorno, l’ora è abbastanza tarda, è l’una passata, ma non ha sonno. Osserva i mobili e le suppellettili che cercano di adornare ciò che dovrebbe apparire come un luogo dove si passa il tempo, il soggiorno appunto, ogni cosa pare acquistata in paesi e città differenti per scopi non congrui fra loro, il televisore non manca ed è l’unico oggetto che rappresenta una universalità da potersi accomunare a qualunque altro alloggio umano, il resto si tiene come può a fare mostra di servizio e morta lì; alle pareti ci sono alcuni poster, non molto grandi, fotografie di natura e animali. Sopra la porta di ingresso Mina nota qualcosa di anomalo per lo standard dell’abitazione e si avvicina a verificare, è una strana immagine in bianco e nero che non riesce a decifrare e sotto una scritta che recita: «Questa casa è protetta …o quasi.». Quella frase le provoca un lieve tuffo al cuore, sembra una minaccia ma non lo è, vuole solo essere ironica di qualcosa che Mina non capisce, anche se la raffigurazione le fa venire in mente qualcosa, qualcosa che la fa sorridere e sdrammatizza lievemente la sensazione di persecuzione che quella scritta le ha sobillato.

Dalla stanza di Fernanda provengono lievi brusii e leggeri rumori, per delicatezza Mina cerca di darsi un contegno e un distacco dalle vicende che avvengono nella stanza di Fernanda; accende il televisore a volume moderato quanto basta per non disturbare il condominio e per coprire le sonore intimità di Fernanda e Brando, che pare stiano parlando fitto fitto o trafficando intorno a qualcosa di cui non è affatto curiosa e anche se non si capisce nulla di ciò che si dicono o stanno facendo per educazione decide di mettere uno schermo sonoro fra sé e la riservatezza della sua nuova amica. Il soggiorno è separato in due ambientazioni dal divano, che è rivolto verso la porta finestra e al contempo verso la televisione, piazzata nell’angolo alla destra dell’ingresso, lo schienale del divano si presume che marchi una direttrice in linea retta fra l’ingresso e il reparto notte, che concretamente non ha divisioni dal resto dell’alloggio. Si siede in un cantuccio del divano, che non ha conosciuto tempi migliori, nel lato più lontano dalla TV e si rilassa contro lo schienale, telecomando alla mano, facendo uno zapping continuo e intervallato da momenti di interesse fra canali nazionali e TV private locali o nazionali, data l’ora le televendite non mancano, qualche vecchio film sulle reti a maggiore rilevanza nazionale, quelle le cui programmazioni vengono pubblicate sui quotidiani, un canale semiporno con tre tipe in topless che si rotolano senza scopo su una moquette e con allusioni in sovraschermo ad un numero telefonico da chiamare per assistenza erotica, un mago in giacca e cravatta che spergiura di poter risolvere ogni situazione e ogni problema, un canale a soggetto religioso obnubilato da un rado nevischio di cattivo segnale con quella musica tipo pirule-pirule-pirule-pirule che si pretende angelica (e sai che due che si fanno gli angeli), uno SPECIAL LUMBARD (un titolo praticamente in anglo-bergamasco), che sarebbe un approfondimento giornalistico (in replica si presume, data l’ora) di attività politiche locali emesso da una rete di cui non si capisce il nome tanto è intricato e arzigogolato il logo in basso a destra…

TV

Mina ha un sussulto, nulla di tragico o di pericoloso, ma scommetterebbe una cifra sul fatto che quel tizio dall’aspetto giovanile vestito da politico e con uguali atteggiamenti lo ha incontrato ancora, nel suo periodo anormale, per parafrasare la Fernanda, ma non ne è sicura perché tutto quello che è accaduto in quell’epoca è come avvolto nel desiderio di non essere ricordato, che non è il dimenticatoio, perché la memoria e dura a cancellarsi, specie per i brutti ricordi, ma è la zona fosca che Mina tiene alla larga dalla sua coscienza e che ogni tanto riaffiora nei suoi sogni, che allora si chiamano incubi. Mantiene quel canale per cercare di ricordare qualcosa inerente a quel volto e quella persona, che nella complessione le pare anche un bell’uomo ma che in ogni circostanza gli starebbe a non meno di un miglio di distanza. La pare di ricordare una specie di cerimonia (?) a cui aveva partecipato con il Walter, un luogo dove c’era molta gente, anzi no, un appartamento affollato, anzi… non ricorda, si sforza ma non ricorda. Con un lieve incremento di angoscia rammenta le frequentazioni del Walter, a cui in quell’epoca lei non dava alcuna importanza e alla luce della sua attuale consapevolezza le viene da rabbrividire nel ricordare quale schiera di differenti soggetti si rivolgesse al Cazzarola come se si fosse trattato di parlare ad un grand’uomo o ad una persona molto matura e influente, ed in effetti il Cazzarola dimostrava sempre qualche anno in più della sua reale età, sia per il portamento sia per la folta barba che si radeva regolarmente e che gli lasciava quell’ombra bluastra conferendogli un aspetto più macho, ma concretamente il Walter era un giovane come lei e tutto quel potere che vedeva fluire attraverso la sua persona le pareva quasi divino, sembrava un giovane dio a cui tutti si rivolgono.

Lui, il Cazzarola, pareva sempre dimesso, disponibile e gentile, o almeno così se lo ricordava per come lo vedeva allora, ma dalla deferenza che mostravano i suoi interlocutori doveva incutere loro un certo timore e nel contempo dovevano aspettarsi grandi cose, in cambio di altrettanto grandi favori. Nell’ingenuità della sua giovane età non ci pensava nemmeno ad osservare e cercare di capire in quale storia o situazione si stesse andando a cacciare, viveva sull’onda di emozioni dettate dall’istinto e dalla tarda adolescenza o prima maturità che presume di emanciparsi, ed ora, che si era fatta un’idea magari non esatta ma vicina a quanto poteva definirsi la realtà, ne provava orrore e ribrezzo, ma i momenti di intimità con il Walter certe volte ritornavano inesorabilmente a farsi desiderare nei momenti più impensati e con una brama che pareva afferrarla tutta.

Le viene da pensare a Germano, a dove sarà adesso e che opinione si starà facendo di lei, perché di queste cose a lui non glie ne ha mai parlato, lui non le ha mai chiesto nulla di morboso o di troppo personale riguardo alla sua esistenza prima di conoscerla, il loro è sempre stato un rapporto molto leggero, nel senso positivo e piacevole della parola, di quella leggerezza che fa rima con la levità della gioventù, anche se lei, intimamente si sente come se avesse molti più anni di lui, come se avesse vissuto altre vite di fronte alla sua genuinità, che a volte, non troppo di rado, sconfina nell’ingenuità, ma le piace per quello, per ciò che da lui non dovrà mai aspettarsi, per la sua schiettezza. Però sa che qualcosa si è incrinato, sa che l’emergere di quel Cazzarola nel suo presente ha inevitabilmente fatto crescere domande nella mente di Germano che prima non avrebbero mai avuto l’opportunità di formarsi e sa che per il rispetto che ha di lei non avrà il coraggio di parlargliene apertamente e in maniera franca, per capire e spiegarsi una volta per tutte e per ricominciare tutto come prima.

Questo è il vero problema, lo specchio della sua esistenza si è infranto, mostrando i due mondi che cercava di tenere separati e nascosti l’uno all’altro.

… specchio delle mie brame …

Come soprappensiero mantiene quel canale TV mentre pensa a tutto questo ed ora in quella trasmissione di politica locale un tipo dall’aspetto presuntuosamente ricercato, ma patentemente banale se non volgare, cerca di ampliare la discussione che sta presiedendo come moderatore e la telecamera allarga il campo ad inquadrare altri tipi vestiti da politici, di uguale portamento. Mina li osserva uno ad uno col timore di scoprire qualcuno del vecchio mondo che desiderava di avere seppellito pronto a saltare fuori per rovinarle il presente con pessime rammemorazioni delle sue esperienze adolescenziali, si rende conto di essere sciocca a pensare cose del genere, che nessuno di quelli vuole nulla da lei, che non deve pensarci perché quei pensieri non conducono da alcuna parte. Come per tentare di cancellare i ricordi riprende a fare zapping cambiando immediatamente canale da quello SPECIAL LUMBARD; MTV® le sembra più rassicurante, ma quei giovani, che vede agitarsi al suono di una musica che Trifarro potrebbe definire una replica di qualcosa che è passato inesorabilmente, le fanno venire malinconia, ha l’impressione di essere intenta ad osservare il video di una festa di molti anni fa, una rete privata pervasa da discreti disturbi manda in onda un programma di fitness con una tipa vestita da Jane Fonda che saltella di qua e di là da uno scalino che rappresenta l’unico ostacolo visibile nei pressi della sua persona e si ostina a scavalcarlo, salirlo, discenderlo, scimmiottarvi sopra con lievi contorcimenti del tronco che si pretendono sensuali ma si percepiscono isterici, Mina resta un momento imbalsamata a guardare quella tizia e pensa che si sta annoiando.

Nonostante le sue buone intenzioni i rumori provenienti dalla stanza di Fernanda sembrano sovrastare la televisione, pare che siano ai saluti o che abbiano risolto le loro vicende. La porta si apre e il Gavani si affaccia nel soggiorno parlando con Fernanda mentre guarda Mina con sguardo che definire concupiscente parrebbe ancora gentile e mentre Fernanda gli risponde, affacciandosi anche lei nel soggiorno, gli dardeggia di nuovo la lingua fra quelle labbra carnose che le ispirano qualcosa di suino. Mina sta bene attenta a non fare gesti di nessun tipo, anche se vorrebbe mollargli un vaffa, che non sarebbe proprio parte del suo vocabolario abituale ma anche lei ogni tanto s’incazza. Fernanda e il Brando si fermano davanti alla porta di ingresso per gli ultimi saluti, ora parlano sottovoce, sembrano due innamorati ma è solo gestione d’affari, da cui ciascuno crede di poter trarre il proprio vantaggio. Mina sente un debole sbaciucchiamento che immagina reciproco perché è voltata verso la televisione, poi la voce del Brando la richiama per i saluti dicendogli «Sei ancora qui? Ma non dovevi ritirarti?», e dice ritirarti come a volerla prendere vagamente per i fondelli, Mina sorride e voltandosi si limita ad un «Mi sono accorta che non avevo ancora sonno» e il Brando insiste coi saluti «Ciao Mina, speriamo di vederci da qualche parte», Mina pensa l’esatto contrario e risponde con un ciao alzando la mano libera dal telecomando. Il tipo esce trascinandosi la porta mentre Fernanda raggiante si fa da una parte, Mina la guarda senza dire nulla e Fernanda le fa boccacce di felicità strabuzzando gli occhi e ridendo senza rumore, perché il tipo è ancora per le scale. Poi si sente chiudersi il portone e allora Fernanda corre a sedersi di fianco a Mina come farebbe una bimba dicendo:

– Vediamo quanto gli ho scroccato – e si fruga fra i seni, che in relazione alla sua taglia media sono abbondanti, tirando fuori un mazzetto di banconote di vario importo, le conta rapidamente – duecentottantamila, questo è oro per me.

£ire#280’000#

Diconsi

£ire#Duecentottantamila#

– Beh, sarà antipatico ma è generoso.

– Queste due&ottanta mi sono costate un *******, che non è proprio ciò che mi piace fare di più.

Mina la guarda in silenzio e spera che non si daranno il bacio della buonanotte, poi si accorge di dover dire qualcosa per non fare la figura della scema davanti a Fernanda, che nonostante la sua situazione le dimostra di avere vissuto, certamente controvoglia, ma non senza combattere.

– Pensavo che quella cosa di infilare i soldi nel reggiseno la facessero solo nei film per i gonzi.

– No, cercano tutti di infilarsi lì o di infilarci qualcosa, per iniziare, poi cercano di infilartelo da qualche altra parte o di tirarti addosso a loro o venire loro addosso a te.

– Ma si chiama proprio così? Brando?

– Sì, i suoi genitori erano appassionati dell’attore americano, o meglio sua madre immagino, e gli hanno appioppato quel nome.

– Che sarebbe il cognome – precisa Mina – o almeno mi pare.

– Cosa intendi dire?

– Brando è il cognome e Marlon è il nome, per usare una metafora o un analogismo è come se lo avessero chiamato Peck invece di Gregory, tipo Peck Gavani.

– È proprio buffo, non ci avevo mai pensato – ride Fernanda.

– Senza contare che Brando nella nostra lingua suona abbastanza fallico.

– Stai parlando difficile – dice Fernanda –, non mi destreggio bene con queste cose cervellotiche, io mi sono fermata al diploma di ragioneria, e ancora mi domando come ho fatto ad arrivarci con la vita che facevo e i genitori che mi ritrovavo in casa. Sono rimasta con il desiderio di fare economia e commercio. Poi il commercio me lo hanno fatto fare, io ero la merce.

TV

Mina la guarda in silenzio e cerca di pensare a quale massa di porcherie debba essere sopravvissuta Fernanda e si chiede come abbia fatto a mantenere quella voglia di vivere, che magari nel contempo sarebbe opportuno definire sopravvivere, ma la buona disposizione alla vita sembra non mancarle.

Fernanda osserva i soldi che ha in mano, la sua espressione diventa all’improvviso malinconica, nessuna delle due sente di avere qualcosa di diretto da esprimere, guardano entrambe la televisione che ora è fissata su una televendita di paccottiglia che l’imbonitore definisce gioielli e tutto l’insieme, l’appartamento in cui si trovano, la vita di Fernanda la situazione di Mina sembrano loro fuori da ogni senso. Mina percepisce un momento di confidenza e osa domandarle:

– Ma come hai fatto a finire in una situazione del genere?

Fernanda non risponde subito, prende il telecomando e comincia a fare un po’ di zapping, guarda verso il televisore ma è come se non lo vedesse, è come se stesse guardando dentro di sé cercando qualcosa di lontano e inspiegabile. Passa un tempo indefinibile, in cui Mina la osserva e Fernanda a volte ricambia il suo sguardo come a chiedersi e a chiederle in silenzio se proprio desidera saperlo, poi dice:

– Ho visto e fatto cose talmente orribili che a volte penso non esista per me un inferno sufficientemente terribile, o una punizione adeguata.

Mina ha una certa idea di quello che si può fare per droga o sotto gli effetti della medesima, forse non ha fatto cose veramente orribili, ma molte cose del suo passato non ancora lontano vengono a galla nel suo presente a guastarle una bella giornata, una buona sensazione, un sentimento positivo, e tutto questo fatta la tara alla dedizione che molti simili sedicenti onesti e rispettosi del prossimo impiegano a rendere brutta la vita altrui. Poi, dopo una pausa ugualmente indefinibile le dice:

– Forse non eri in te, non ne sei responsabile direttamente.

– Non è così semplice, non è bianco o nero, buono o cattivo, ci sei dentro e non c’è un sopra e un sotto, un destra o sinistra, un alto o un basso, ci sei dentro e quella è la realtà, ci devi fare i conti e non la elimini.

– Adesso sei tu che parli difficile.

– Perché è veramente difficile, da non crederci. Tutto questo mondo ti mostra una cosa e ti frega negandotela.

Ora l’espressione di Fernanda non è nemmeno più il ricordo di quella smorfia di felicità infantile di quando ha chiuso l’uscio dietro al Gavani, ora è pensierosa e cupa e Mina si sente in colpa per averle suscitato dei brutti ricordi e le dice:

– Sono terribilmente dispiaciuta di averti suscitato il ricordo di cose che vuoi dimenticare.

– Oh, non è colpa tua, non avrei nessun problema a parlartene, anzi, sei molto più simpatica delle assistenti sociali o degli psicologi o psichiatri che hanno certificato per conto del Comune la necessità di dovermi alloggiare qui, sento ancora sulla pelle la freddezza di certuni e la curiosità di certune. Ma davvero?, ma davvero?, mi dicevano, come se mi invidiassero.

TV

Fernanda tace e fissa il televisore il cui volume è al minimo, riprende in mano il telecomando e ricomincia a fare zapping, come se potesse cambiare corso alla sua vita nella stessa maniera in cui si cambia canale.

Mina capisce che c’è qualcosa di non divulgabile, per lo meno non senza dolore, e cerca un silenzio improbabile, poiché il silenzio è già tale che fa rumore. Poi cerca nella sua mente qualcosa per tergiversare, ma Fernanda la anticipa.

– A quest’ora non c’è mai gran ché alla tele – e la spegne voltandosi verso Mina –. Sarai stanca, è molto tardi e io ti ho tenuto sveglia con i miei traffici di sussistenza.

Fernanda si alza in piedi e le dice che è ora di andare a letto. Anche Mina si alza, fa il giro del divano e si viene a trovare a un paio di metri dalla porta che dà sulle scale, sopra la quale c’è quell’immagine che l’ha incuriosita e le chiede:

– Che cos’è quella figura e chi ce l’ha messa?

Fernanda si volta a guardare e sorride.

– Qualcuno mi ha detto che è Santa Tösa – e dice Tösa con la dieresi, alla meneghina –, non so chi ce l’abbia messa, ma quando facevo la vita ogni tanti mi capitava di sentire qualcuno che la nominava, non so cosa rappresenti; una volta un’amica mi ha detto che sembra una con in mano un vibratore.

Mina ride mettendosi una mano davanti alla bocca, e sull’onda della spiegazione di Fernanda si sovviene del bassorilievo al Museo Sforzesco e cerca di dare a Fernanda un’interpretazione circa chi è, o dovrebbe essere, e le dice che forse deriva dall’assedio e dalla distruzione di Milano nel medioevo, o almeno questa pare l’interpretazione più accettata.

– In effetti non è vestita all’ultima moda – conclude Fernanda dirigendosi verso la sua stanza.

Mina la raggiunge, si guardano un istante si augurano la buonanotte. Fernanda apre la porta della sua stanza esita un momento ad entrare poi si volta verso Mina e le domanda?

– Scommetto che il Gavani ti ha fatto la linguetta…

Mina non parla ma fa cenno di sì col capo.

– Vecchio maiale, la prossima volta devo riuscire a scroccargli di più.

Mina sorride e pensa che Fernanda è davvero battagliera. Le due ragazze si salutano di nuovo e ciascuna entra nella sua stanza.

Nel silenzio della notte sente Fernanda che parla, probabilmente sta telefonando e pensa che la tipa ha una certa attività più che una vita sociale.

Prossimamente il diciannovesimo capitolo

Una storia italiana – Romanzo a puntate (17)

romanzo a puntate (17)

Copyright © Eric Bandini 2010

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Questo romanzo, ambientato fra Milano e Genova nel luglio del 2001, è un’opera di fantasia. I personaggi, i luoghi nominati e gli eventi che vi si svolgono sono inventati, gli eventi e le persone eventualmente reali, che fanno da sfondo alla narrazione come ai personaggi, sono tratti da fatti di cronaca riportati dai notiziari o dai quotidiani e liberamente interpretati a fini creativi e immaginari. Ogni altro e qualunque riferimento a persone, luoghi, cose, eventi realmente esistiti o esistenti è puramente casuale e/o esclusivamente funzionale ai fini immaginari della narrazione. Ogni deduzione o interpretazione storica, filosofica o letteraria è meramente funzionale alla narrazione romanzesca quale opera di fantasia.


Una storia italiana

Capitolo XVII°

(17)

Milano

Venerdì 20 Luglio 2001

Da Milano a Monza è un tragitto breve, quasi non si separano le due città, tranne che per un groviglio di svincoli e intersezioni di autostrade compreso nel triangolo Cinisello Balsamo, Sesto S. Giovanni e Monza che definisce una terra di nessuno dominata dal traffico, come tutta la cintura milanese del resto.

Nell’ora notturna il movimento di veicoli è scarso e nell’abitacolo della VW Polo®, nonostante una confidenza di lunga data c’è una certa tensione, che non è diffidenza, almeno non completamente o forse solo una minima frazione fra le molte cose che la lunga amicizia può mettere insieme; c’è da parte di Mina come una ritrosia a voler accettare qualcosa di imposto dalla controparte maschile, Cinese e Germano inclusi entrambi in un coacervo inestricabile di incomprensioni e fraintendimenti che cozzano nell’intima personalità della giovane donna, e un desiderio di liberarsi di tutto ciò, inclusa l’amicizia ficcanaso della sua amica, che, sì, le vuole bene e le sta facendo un favore, ma si comporta come se fosse sua madre o la sorella maggiore, per giunta la confidenza forzata con cui è stata messa a parte della situazione la rende in qualche modo autorizzata a fare domande sempre più ficcanti, al limite dell’ottusità e dell’indelicatezza, nel nome dei bei vecchi tempi, in cui anche lei di quando in quando tirava di coca e molto più spesso se la spassava senza freni. Mina pensa a tutta questa confidenza come una sorta di falsa o eccessiva amicizia nel nome di un tempo che ha già dimenticato, Cinese compreso, e che trova corpo nell’esuberanza di qualcuno che ha condiviso con lei alcuni di quei momenti e pretende di farglieli nascostamente rivivere come se fossero le storie più belle del mondo, di un mondo suffragato da una diversa ottusità ma di mano più spiccia e violenta.

Chinese Mask

Guendalina non è così indelicata da citare frasi del tipo «Ti ricordi quando…» per tirare in ballo trascorsi che entrambe cercano di tenere alla larga, però non è nemmeno così sensibile da evitare di fare domande che tirano in ballo gli stessi argomenti in maniera alternativa. Mina sa che i desideri del Cinese saranno difficili da domare, primo per la smisuratezza del suo ego e poi per la concretezza dei suoi affari nei confronti dei quali se il Walter ha intravisto nella sua persona un mezzo per incrementarli non demorderà affatto e ha i mezzi per perseverare oltre molti limiti. Mina cerca di stare in silenzio, per quanto le è possibile con la loquacità di Guendalina senza urtare la sua sensibilità, perché dopo tutto anche lei ne ha una; cerca di minimizzare e di presentare un’espressione di gratitudine, certamente non felice o gioiosa che sarebbe fuori luogo, ma di temporanea preoccupazione, come di un disagio che può essere annullato in breve tempo.

Il prodigarsi della sua amica è discretamente al di sopra del necessario, un po’ come se tentasse di esagerare la situazione per dargli maggiore importanza, e per estensione dare maggiore rilievo anche al suo aiuto; gli chiede come mai un vecchio fantasma del passato tenta di ritornare nella sua vita e insiste per sapere che cosa ha fatto per incitare quel tipo a farsi vivo nuovamente, ma nonostante le più accorate rassicurazioni circa l’assenza di ogni rapporto con quel Walter da quel lontano periodo del liceo, alla Guendalina non riesce a dargliela a bere, eh no, a lei non la si fa. «Credo che tu non me la racconti giusta», insiste la ex liceale al volante di quella VW Polo® blu petrolio ormai alla periferia di Monza, se mai si può parlare di periferia monzese distinta da periferia milanese, o da quella di Cinisello, Sesto e altri comuni.

«Qualcosa devi avergli fatto credere o intuire, magari per errore», insiste l’amica con il fare di una madre preoccupata e inquisitrice, a cui Mina replica con tutte le rassicurazioni del caso e giura sulla loro amicizia, che nel contesto non è proprio una grossa garanzia, sul fatto di non avere rivisto quel Walter da quel periodo che lei conosce né di averlo mai incontrato nemmeno per caso e nemmeno, aggiunge per sovrappiù, di avere pensato a lui con qualche desiderio di incontrarlo di nuovo, sebbene certe notti carenti di affetto o semplicemente sull’onda della sensibilità corporea abbia lasciato libero il pensiero, profondamente desiderato, di sentirsi piena di lui e avvolta dal suo corpo e dal suo odore, fino a sentirsi eccitata, perfino in presenza di Germano a fianco a lei, come se quell’esperienza le avesse lasciato un segno indelebile come un marchio di possesso. All’amica non se lo sogna nemmeno di farle una confidenza simile, con tutti gli strascichi personali e le confidenze che inevitabilmente farebbe alle altre amiche comuni, cui già deve fare mostra di intima repressione per quel trascorso della sua adolescenza, di cui certune, ne ha netta l’impressione, sono venute a conoscenza. Non hanno in coraggio di dirglielo apertamente ma certi doppi sensi la mettono sempre in allarme, certe volte ha l’impressione di essere tollerata, soprattutto da certune, pochissime per fortuna, bacchettone e bigotte che una volta il Cusani aveva definito demi-vierges, con quella sua tipica ironia scanzonata.

Ora sente che le mancano tutti i suoi amici, sente che qualunque cosa la leghi o l’abbia legata all’esistenza del Cazzarola è fuori da ogni logica relazionale, sa che la sua vita è inestricabilmente legata a Germano, Sandro, Claudio e tutti gli altri che la fanno sentire a posto senza chiedere nulla in cambio e senza emettere sentenze e tutto questo si lega e stride ad un tempo con l’industriarsi di Guendalina nei suoi confronti e che le fa provare contrastanti pensieri e sentimenti che la rendono l’amica troppo inquisitrice e allo stesso tempo necessaria per ciò che le ha accomunate nel passato, ma al di sopra o al di sotto di tutto ciò, non è ben chiaro in lei l’importanza o la priorità, resta il desiderio respinto controvoglia di quei momenti di pieno erotismo trascorsi con il Walter, della totale libertà dei sensi che provava con lui. Non è una questione di confronti, Germano è una persona dolcissima, è come se qualcosa più forte di lei avesse preso sede nella sua persona, qualcosa che è lei stessa ed è come fuori dal suo controllo. Non c’è in lei alcun legame materiale con l’esistenza del Cinese o con le sue attività, gli anni trascorsi hanno reciso ogni connessione e ogni relazione esistenziale, tranne quel profondo, irresistibile desiderio, che più che altro è un desiderio di desiderio, perché mai al mondo andrebbe ad incontrarsi materialmente con il Walter per rovinare tutta le rete di relazioni che ha così faticosamente messo insieme e che le rendono gradevole il presente e possibile il futuro, ma quando la sensazione del desiderio l’afferra diventa tutto così instabile e indeciso che ogni cosa, anche la meno opportuna, diventa vicina e il presente quasi si confonde.

Mina non ricorda di essere mai stata a Monza, né di esserci mai passata neanche per caso, Guendalina guida con sicurezza attraverso strade che lei non ha mai visto prima, nella notte tutto le sembra nuovo e strano, nota che la sua amica si sta dirigendo fuori da quello che lei avrebbe giurato essere il centro della città, verso una periferia edilizia che sembra la proiezione di quella milanese, lo stesso affollarsi di condomini, forse meno imponenti ma ugualmente anonimi, quasi fosse la periferia di una città dell’ex Unione Sovietica in misura minore, solamente un po’ più colorata e sottodimensionata. Poi svolta in una strada alberata che sebbene sia fuori dal centro è fiancheggiata da case un po’ datate, stile urbanizzazione degli anni cinquanta – sessanta, case con aspirazioni da villino o di piccoli riservati condomini da quattro o sei appartamenti ma con identiche pretenzioni di villino. Guendalina, che ha smesso di parlare da qualche minuto, più o meno da quando è entrata nella città di Monza, guarda con attenzione alle case sporgendosi in avanti verso il parabrezza a cercare una visuale più ampia per reperire il luogo che sta cercando, poi si volta verso Mina e gli dice:

– Siamo arrivati.

E lo dice con un sorriso che sottintende una liberazione e una soddisfazione che a Mina le paiono proprio fuori luogo, neanche stessero andando ad una festa.

La VW Polo® blu petrolio parcheggia davanti ad un piccolo condomino che, dal numero dei terrazzi disposti simmetricamente sull’asse dell’entrata Mina indovina essere suddiviso in numero di quattro appartamenti. Davanti all’ingresso c’è un piccolo giardino dove anche nel buio Mina vi riconosce quegli stupidi pini argentati che con la flora italica c’entrano come i cavoli a merenda. Scendono dalla macchina, nessuno per la strada, il luogo è prettamente residenziale e decisamente tranquillo. La strada è ampia e alberata su entrambi i lati di quelli che nell’oscurità sembrano tigli e oltre ogni fila di alberi del viale, verso ciascuno dei due lati prospicienti le abitazioni, c’è spazio sufficiente per parcheggiare. Guendalina si dirige verso il cancello di quel condomino e voltandosi verso Mina la invita a seguirla. Sulla colonnina dei campanelli ci sono solo due targhette riempite con cognomi, le altre sei, nonostante la palazzina sia da quattro appartamenti, sono bianche, o meglio, retroilluminate di giallo nell’oscurità. Guendalina pigia un campanello che non reca alcun nominativo, Mina vorrebbe sapere come ha fatto ad indovinare il pulsante giusto e si volta verso Guendalina la quale, quasi avesse indovinato quello che sta pensando, le spiega.

– Fernanda mi ha detto che non mettono mai i nomi sulle targhette dei campanelli per motivi di sicurezza e poi perché ogni locale è lasciato in uso per poco tempo e sarebbe fatica sprecata cambiare le targhette ogni volta, senza contare che in certi casi più persone condividono lo stesso appartamento.

Mina sorride per la spiegazione tecnica, non ha domande da fare, le sembra di stare per essere abbandonata in un orfanotrofio o un nosocomio o un altro ricovero pubblico per derelitti e nella sua esistenza non avrebbe mai immaginato di dovere provare una sensazione simile. Le viene alla mente l’odore di cucina delle mense di bassa qualità, dei locali affollati da persone sconosciute, di autorità che esigono un comportamento, di nostalgia per una vita normale. Guarda la piccola palazzina e si rinfranca un po’, non sembra così spaventosa. Guendalina non tenta una seconda scampanellata, pazientemente aspetta che una voce femminile gracchi qualcosa al citofono.

– Chi è a quest’ora?

– Sono Guendalina, posso salire un momento? Avrei un’emergenza.

La voce non risponde, il tiro del cancello fa scattare la serratura e un altro clack fa eco dal portone dell’edificio. Le due ragazze entrano nel piccolo giardino e poi nella palazzina, chiudono il portone e salgono le scale, nell’ingresso c’è uno strano odore, che non è di cucinato, o meglio non solo di cucinato, è un misto di odori dei differenti appartamenti che si mescola nella zona comune, un misto di odori di lavanderia, di ferro da stiro, di dormito, di cucina, di fumo di sigarette, di garage, il cui accesso Mina ha notato all’ingresso a lato della scala che sale centrale come se fosse un palazzo nobiliare ma l’ampiezza standard di un metro o poco più unitamente alla ringhiera metallica con il corrimano in plastica frena la fantasia ad un banale edificio popolare. L’alloggio a cui sono dirette è al primo piano, che sarebbe un piano rialzato in considerazione dei locali adibiti a garage e cantine che occupano il piano terra e che hanno un soffitto più basso. La porta è aperta, Guendalina bussa dolcemente, quasi in silenzio, una voce dolce e lievemente roca come di sigarette fumate dice gentilmente un «Avanti», Guendalina entra con Mina al seguito e si trovano al cospetto di una ragazza che sembra una loro coetanea ma che pare consumata dalla vita e dimostra una trentina d’anni, che non è certamente la vecchiaia ma è quell’età in cui si perde inesorabilmente lo smalto della gioventù, senza che ciò rappresenti un confine fisso e immutabile. Fernanda, questo è il nome che dice presentandosi a Mina che vede per la prima volta e a cui allunga una mano che Mina afferra gentilmente dicendo il suo nome.

Guendalina inizia a spiegare a Fernanda il motivo di questa visita notturna e Fernanda l’ascolta alternando lo sguardo sulla sua interlocutrice e su Mina, che tace ascoltando e guardando le due amiche in attesa di una soluzione o di un esito. Fernanda ha un aspetto gentile, è carina, sebbene non bellissima, di taglia media in tutto, dalla sua persona promana però qualcosa che Mina non riesce ad afferrare, vorrebbe chiederle quanti anni ha, perché il suo aspetto è contrastante, il suo fisico dimostra vent’anni ma l’espressione del suo volto ne dimostra dieci di più, c’è qualcosa nella sua fisionomia che pare consumarle la vitalità, è allegra apparentemente ma è un’allegria che suona sforzata, Mina non sa quali siano i problemi che l’abbiano condotta a questa situazione, e non può nemmeno ancora dire di quale situazione si tratti, però ha la sensazione netta che sia certamente qualcosa che si impone sulla sua esistenza contro la sua volontà. Guendalina le sta dicendo che lei, cioè Mina, avrebbe necessità di un posto dove stare per qualche giorno, lontano da Milano, le dice che ora non ha tempo di spiegarle tutto ma che poi Mina le potrà chiarire ogni cosa, dice che fino a lunedì al massimo sarebbe l’ideale e le chiede se ha dei problemi con l’Amministrazione Comunale che gestisce i locali. Fernanda sorride e guarda Mina dicendo:

– Nessun problema, anzi mi fa piacere, al momento sono qui da sola e gradirei davvero un po’ di compagnia. Per il posto non c’è problema, ci sono due letti liberi e una stanza a disposizione che nessuno attualmente occupa. Non credo che a qualcuno freghi qualcosa se ospito una persona per qualche giorno.

Fernanda dice tutto questo gesticolando all’intorno come ad indicare i locali e i letti non occupati, il ché sottolinea la sua disponibilità e la sua gentilezza, Mina però nota qualcosa di stonato che non sa spiegarsi e nemmeno giustificarsi ma sente, lontano dentro di sé in un luogo inafferrabile del suo essere, che questa persona si allaccia con il mondo da cui era uscita da adolescente e in cui non vorrebbe ritornare, che qualcosa potrebbe rimettersi in movimento contro ogni suo desiderio, almeno di quelli confessabili, non è la sensazione di un pericolo, nemmeno un presentimento o una premonizione, solo un lontanissimo timore di qualcosa che non riesce a definire o a collocare nell’immediato ed è talmente flebile che le passa di mente in un momento mentre Fernanda le fa strada, accompagnata da Guendalina, a mostrarle dove dormirà nei prossimi due o tre giorni e tutta questa sensazione si perde nella concentrazione di dover rispondere convenientemente sia a Fernanda che a Guendalina ed osserva le stanze e i letti, al momento sguarniti di corredi, e ascolta Fernanda spiegarle che le preparerà il letto in un momento, completo di lenzuola e volendo anche coperte, sebbene la stagione non le richieda.

Tre donne

Le tre ragazze sono ferme intorno alla soglia della camera dove dormirà Mina fino a lunedì, o fino a ché qualcosa non la venga a trarre da quel posto per sollevarla da ogni problema o per gettarla in un problema peggiore. Non si sente pessimista ma nella sua concezione della realtà e delle possibilità del Cazzarola sa che molte cose, e molto diverse tra loro, possono accadere senza che lei vi possa nulla e questo nascondiglio nel lungo periodo può rivelarsi un luogo inopportuno, se non altro perché è lontana dalle persone che le possono stare vicino. Ma è solo fino a lunedì e adesso è praticamente iniziato il venerdì, può sperare di tenere duro. Guendalina la guarda sorridente e ugualmente fa la sua amica Fernanda, con cui si abbraccia in un saluto femminile del tipo baci-baci-ci-vediamo-domani e si scambiano le guance a destra e a sinistra per un arrivederci affettuoso, poi è la volta di Mina per la medesima cerimonia, quindi Guendalina la guarda sorridente, come se il sorriso fosse l’unica espressione che riesce a far esprimere al suo volto nella circostanza e le dice di stare tranquilla, che è in buone mani e che domani pomeriggio tornerà a farle visita, quindi saluta nuovamente Fernanda, solo a voce questa volta, fa un cenno a Mina e si avvia verso l’ingresso per scomparire nelle scale, scendere in strada e tornarsene a Milano.

Mina si guarda intorno, cercando di accasarsi almeno temporaneamente ma le manca ogni cosa, ogni riferimento alla sua quotidianità. Il luogo è decisamente improvvisato, non che manchino mobili e suppellettili ma si capisce che è tutto messo insieme senza un’idea di domicilio nel senso privato e personale del termine, è come se venti persone differenti avessero contribuito ad arredare quel luogo portando ciascuno qualcosa senza nemmeno consultarsi preventivamente con gli altri diciannove e il risultato è una specie di scenografia di teatro, in cui si capisce che la roba è stata messa lì per scena e nessuno ci deve vivere per davvero. Mentre Fernanda va a reperire i lenzuoli Mina osserva il materasso, almeno è pulito, o così sembra; nella stanza, per creare un posto in più, due letti sono stati addossati a pareti opposte con un lato e guardano entrambi verso la porta–finestra le cui imposte sono abbassate e si capisce che conduce ad uno di quei terrazzi che ha visto dall’esterno. Nella stanza c’è caldo e odore di chiuso, il lampadario di carta emette una luce debole e diffusa in ogni direzione che crea un leggero riverbero. Ai piedi di ogni letto e a ciascun lato della finestra ci sono due piccoli armadi, graziosi forse, ma scompagnati e anche i letti sono di fatte diverse.

Per cercare di rendersi utile esce dalla stanza e va alla ricerca di Fernanda, non è una ricerca lunga, l’appartamento è modesto, due stanze da letto, una cucina e un soggiorno presso l’ingresso, dove Mina ha notato un’altra porta–finestra che certamente sbocca sul medesimo terrazzo, l’unico lusso è un doppio bagno, uno fra le due camere da letto e uno di fianco alla cucina che sembra aggiunto posteriormente alla costruzione, quando qualcuno ha preso la decisione di adibirlo all’uso attuale per farvi convivere, nel caso, più persone. La stanza da letto di Fernanda ha l’ingresso opposto alla sua, fra i due locali c’è un bagno, il più piccolo dei due, quasi certamente quello originale dell’appartamento, l’altro bagno è fra la camera di Fernanda e la cucina. Nella stanza di Fernanda ci sono altri due letti, ma uno è senza materasso, il ché incrementa l’idea di provvisorio, di disordine e di impersonale. Fernanda è nella sua stanza e sta trafficando dentro un armadio piuttosto grande, tutto l’arredo è scompagnato ma è funzionale. Sta in punta di piedi per arrivare ad un piano dell’armadio che sta un po’ sopra le possibilità della sua statura, Mina la vede in difficoltà e l’aiuta, intuendo ciò che vuole tirare fuori. Mina le porge ciò che entrambe hanno estratto da quel mobile, Fernanda si ferma a guardarla come se la vedesse ora per la prima volta e rimane come attratta e stupita, con un sorriso di meraviglia sul volto. Mina le chiede:

– Cosa c’è?

– Accidenti, sei proprio una ragazza carina.

In effetti lo è. È di statura superiore alla media femminile, le sue forme sono proporzionate e snelle, ma ciò che attira di più l’attenzione è il suo viso, di un ovale perfetto, il naso e le labbra esprimono incredibile gentilezza e i suoi occhi grigi paiono nascondere qualcosa di prezioso e inarrivabile, i capelli biondo scuro sono incurvati attorno a quell’ovale a racchiudersi in prossimità del mento, a rimarcare la forma che adornano. Mina ricambia la gentilezza:

– Anche tu sei un bel tipo – e lo dice osservando le forme ugualmente snelle di Fernanda ma più minute e lievemente tondeggianti, sovrastate da un viso che sarebbe più bello se non fosse velato da qualcosa che Mina percepisce ma non riesce a comprendere e che sente in qualche maniera minaccioso, ma non osa dirlo. Però le chiede:

– Come mai ti trovi qui? Sì, insomma, Guendalina mi ha spiegato che questo non è proprio un appartamento privato.

– Beh, pensavo che saresti stata tu a spiegarmi perché sei qui. Comunque per farla breve sono qui per tentare di riprendermi un po’ della mia esistenza precedente a certi problemi… sai… droga, prostituzione, ecc. – fra prostituzione ed ecc. fa una breve, appena percettibile pausa, durante la quale sbircia Mina come da sotto in su –. Ci sono un po’ di uomini cattivi che pensano che il mio corpo serva loro a produrre denaro e ho bisogno di starne alla larga. E tu?

– Più o meno gli stessi problemi, ma meno in grande. C’è solo un tizio che conoscevo tempo fa e che ora pare si sia messo in testa che sono una sua proprietà o qualcosa del genere e alcuni amici, insieme a Guendalina, mi hanno convinto a cambiare aria per un paio di giorni, sperando che qualcosa si appiani. Tu e Guenda come vi siete conosciute?

– Abbiamo alcune amiche comuni che frequentavamo in quello che io definisco per me come il periodo normale della mia esistenza, anche se i problemi che mi hanno portata a questa situazione hanno un’origine in quell’epoca, che non è mai stato un periodo dell’innocenza.

Mina tace per qualche istante. L’affermazione di Fernanda le crea l’impressione che quella frase voglia dire troppe cose senza spiegarne nessuna e non osa inquisirla per non sembrare indelicata. Le prende le lenzuola di mano e sorridendo le chiede di darle una mano a fare il letto. Per un poco si industriano attorno ad uno dei due giacigli, Mina sceglie quello più vicino alla porta, dove spera di trovare un po’ di refrigerio per l’eventuale movimento d’aria fra la porta della stanza e la porta–finestra del terrazzo. Dispiegano i lenzuoli, li tendono sul materasso, dopo avere spostato il letto un poco verso il centro della stanza a creare lo spazio per industriarvisi intorno. Di sottecchi Mina osserva di quando in quando Fernanda con la fissa in mente di quello che ha sentito da lei poco prima nella stanza vicina, cerca in lei un’immagine di prostituzione, tenta di immaginarsela agghindata in maniera appariscente con pose e atteggiamenti provocanti, ma Fernanda emana l’idea di una ragazza troppo dolce o forse solamente molto ingenua, che a volte sembrano sinonimi comportamentali e creano non pochi fraintendimenti, ma che comunque sottintendono un comportamento remissivo o in ogni modo non aggressivo e per esigere denaro da qualcuno per una prestazione un po’ di pelo sul cuore ci vuole, non è esattamente come fare la commessa in un negozio. La cosa la incuriosisce parecchio, vorrebbe sapere, farle domande, non per morbosità o qualcosa del genere ma per comprendere, farsi un’idea e se possibile ricambiare l’aiuto che le sta offrendo però sa che l’argomento è spinoso e non facilmente affrontabile. Tutte queste domande vengono però sopraffatte da un’urgenza a cui non ha pensato da quando è arrivata in questo posto e le chiede:

– Oltre a te c’è qualcun altro che frequenta questo appartamento?

Fernanda distende con cura il risvolto di un lenzuolo e senza guardarla risponde:

– Prima di mandare qui qualcuno avvisano, dopo tutto anch’io ho diritto ad una certa riservatezza e rispetto. Adesso è praticamente venerdì e di certo fino a lunedì non manderanno nessuno, senza contare che in estate i problemi personali sono sempre rinviabili. C’è qualche amico che capita qui a farmi visita con una certa frequenza, anzi, aspettavo qualcuno proprio stasera e dovrebbe arrivare qui a momenti.

– Il tuo ragazzo? – osa inquisire Mina.

Leon Belly – french painter 1827-1877 «Interior of a harem»

– Non esattamente, a dire la verità è il marito di qualcun’altra, un tipo sui trentacinque che mi ha conosciuto quando battevo – e dice battevo guardando Mina negli occhi come a cercare uno sguardo di commiserazione o di compatimento, che non reperisce. Mina la guarda seria, pensando a Fernanda come a quello che avrebbe potuto essere o diventare lei stessa se non avesse troncato con quel Cazzarola – e mi dice che vuole redimermi, o meglio, non me lo dice ma si comporta come se volesse aiutarmi quando invece ho la sensazione che mi usi come **** di scorta – e dice **** con la “c” gutturale dura invece della g più lassa del gergo del nord Italia, come a rimarcare l’oggettività del possesso –, dopo quella di sua moglie. Farei meglio a sbarazzarmi di lui e del suo perbenismo del ***** – il linguaggio di Fernanda diventa all’improvviso troppo spiccio e il suo volto assume un’aria che definire disillusa è ancora poco, è un misto di rassegnazione arrabbiata e impotenza repressa che non trova sfogo in altra maniera che nella rabbia di un turpiloquio diretto verso ciò che detesta – però mi fornisce un po’ di grana, praticamente sono la sua prostituta personale.

– Potresti mollarlo.

– In questo momento ho necessità di tutto quello che può tornarmi utile e i soldi che mi allunga non sono così pochi da potermi permettere di rifiutarli, al momento sono senza lavoro, aspetto un’imbeccata da quelli del Comune, ma i tempi sembrano lunghi.

Un campanello feroce emette un gracchiare rapido e sonoro, si capisce che qualcuno là fuori desidera entrare ed è consapevole dell’orario inconsueto ma sa che gli verrà aperto.

Fernanda issa un’espressione ironica con sfumature beffarde.

– Ecco il buon padre di famiglia che vuole la sua razione di scopate e pure di coccole. Dovrò presentarti, altrimenti se ti vede qui senza essere preavvisato penserà che sto tramando contro di lui.

Fernanda si avvia verso l’ingresso, pigia i pulsanti del cancello e del portone, nel silenzio della notte si sente un lontano doppio clack e di seguito il cancello e il portone che si chiudono. Mina è in piedi sulla porta che separa il soggiorno da quello che è il reparto notte ma in verità non c’è alcuna porta, solo un’apertura che immette nel disimpegno, Fernanda è in piedi vicino alla porta di ingresso aperta, si sentono i passi di qualcuno nelle scale e in breve un tipo dall’aspetto sportivo anche se non esattamente ricercato si fa sull’uscio e sorride a Fernanda, senza notare Mina, che lo osserva alla luce del disgusto che Fernanda le ha instillato con le sue spiegazioni; il tipo è sui trentacinque come annunciato da Fernanda, è ben rasato, sulla testa molti dei suoi capelli hanno dato forfait e il resto, molto corti, tentano di sopperire, il volto è gentile ma nasconde qualcosa di ingenuamente astuto, qualcosa che l’intuito femminile scova a prima vista, indossa una Fred Perry® nera su un paio di pantaloni grigi e ostenta un portachiavi con il marchio di una casa automobilistica dai modelli notoriamente costosi, scambia alcune effusioni a mo’ di saluto con Fernanda durante le quali si avvede di Mina e si drizza insospettito mantenendo il controllo sorridendo e chiede a Fernanda:

– E questa chi è?

– È un’amica che resterà qui per qualche giorno – dice Fernanda voltandosi verso Mina.

– Potresti presentarci – e senza aspettare l’introduzione di Fernanda allunga una mano verso Mina dicendo – molto lieto, Brando, Brando Gavani – e scodinzola la sua lingua fra le labbra carnose di un volto non cicciotello ma pienotto.

– Mina – risponde ingenuamente Mina dicendo il suo nome e scordando i motivi per cui è lì.

Prossimamente il diciottesimo capitolo

Una storia italiana – Romanzo a puntate (16)

romanzo a puntate (16)

Copyright © Eric Bandini 2010

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Questo romanzo, ambientato fra Milano e Genova nel luglio del 2001, è un’opera di fantasia. I personaggi, i luoghi nominati e gli eventi che vi si svolgono sono inventati, gli eventi e le persone eventualmente reali, che fanno da sfondo alla narrazione come ai personaggi, sono tratti da fatti di cronaca riportati dai notiziari o dai quotidiani e liberamente interpretati a fini creativi e immaginari. Ogni altro e qualunque riferimento a persone, luoghi, cose, eventi realmente esistiti o esistenti è puramente casuale e/o esclusivamente funzionale ai fini immaginari della narrazione. Ogni deduzione o interpretazione storica, filosofica o letteraria è meramente funzionale alla narrazione romanzesca quale opera di fantasia.


Una storia italiana

Capitolo XVI°

(16)

Milano

Giovedì, 19 Luglio 2001

Alfeo si era allontanato nella medesima direzione in cui avevano proseguito i tre veicoli appena transitati, Germano, che aveva preso l’opposta insieme al resto della compagnia, si stava domandando se non fosse stato il caso di allarmare preventivamente l’Oscuro/lo Scuro nell’ipotesi che si fosse trovato ad incrociare Bonbon, che non gli aveva lasciato proprio per nulla una buona impressione, primo per lo strano colloquio con Laszlo sub-udito la mattina stessa, che gli aveva instillato un dubbio poco simpatico in seguito confermato da successive inquisizioni, poi per la bizzarra presenza in loco del medesimo con quello strano corteo al seguito, anche se in compagnia tale da giustificarne la sortita. Si domandava fino a che punto il Bonbon fosse in malafede e se eventualmente l’Alfeo fosse in grado di tenersi a distanza di inquisizione; poi si rassicurò pensando che Bonbon e Alfeo si parlavano a malapena, non per idiosincrasie o antipatie ma semplicemente per una specie di naturale incomunicabilità che li teneva rispettivamente l’uno a debita distanza dall’altro, per cui se anche si fossero incrociati con tutta probabilità si sarebbero ignorati e soprattutto la presenza dell’Alfeo, giustificata dalle sue tendenze di vita in relazione al locale da cui erano appena usciti, non l’avrebbe messo in connessione con lui e Mina con tutti gli altri.

Il consiglio di Trifarro gli apparve quanto mai opportuno alla situazione e si sentiva addosso una specie di eccitazione, come in quei telefilm americani in cui vi sono giovani protagonisti che risolvono intricati casi polizieschi con risvolti internazionali, e a volte anche interplanetari, con perizia da esperti investigatori e con il supporto di tecnologie da sistemi balistici intercontinentali e strumenti da spionaggio professionale, che non si capisce bene come se li siano procurati e/o come sappiano usarli con profitto immediatamente senza esitazione alcuna e che certamente non sono reperibili in ferramenta o al negozio di computer sottocasa. Scacciò immediatamente l’infantile pensiero televisivo richiamato dalla necessità di dover includere Guendalina nelle vicende, si erano allontanati in tutta fretta senza parlare e senza pianificare alcunché, semplicemente sull’onda della decisione improvvisa di Germano che aveva affidato all’Oscuro/lo Scuro la sua Fiat Panda® per una diversione che si era resa necessaria nell’immediato. Avevano percorso un centinaio di metri neanche al seguito di Germano e Dott. Cynicus che avevano spronato il gruppo a muoversi in quella direzione, si fermarono e si guardarono in faccia, Mina chiese che cosa stava succedendo e Germano dovette spiegare, anche in presenza di Guendalina. Dott. Cynicus e Sandro osservavano senza parlare e il loro silenzio mise le ragazze in una specie di preallarme.

– Guendalina conosce questo Cazzarola che si fa chiamare il Cinese? – chiese Germano a Mina sottolineando il con un’intonazione di voce a rimarcarne la peculiarità.

Chinese Mask

Mina e Guendalina si guardarono in faccia, era palese che qualcosa di sorellaceo le univa in una specie di semisegreto confessabile a spizzichi e bocconi, per mantenere un arcano mitologico da tutelare, quando tutto il mondo evidente li/le inseguiva per motivi non confessabili ma indovinabili. Poi Mina disse:

– Sì, lo conosce. Nell’ambiente liceale molti lo conoscevano e non pochi lo ammiravano, per quello che sapeva mettere in moto o procurare – e disse procurare abbassando gli occhi e guardandosi attorno come a cercare una inutile distrazione; nella semioscurità della pubblica illuminazione di lampioni smunti e fuori portata tutti e cinque cercavano di guardarsi in faccia senza vedersi in senso proprio –, che cosa c’è che dovrebbe coinvolgerla?

– Da tutto quello che si è messo in moto questa mattina – intervenne Dott. Cynicus – c’è più di un motivo per stare alla larga da questo tipo e la presenza qui di Bonbon con quel sudamericano che lo pedina mi porta ad avere strani ma concreti dubbi, certificati da Trifarro, che è stato consultato da Germano e ha consigliato di evitare Milano per un paio di giorni almeno, e voi due – indicando Germano e Mina con differenti indici di ciascuna delle mani – in opposte destinazioni ad evitare associazioni che conducano alle vostre persone. Ora se Guendalina è in grado di trovarti un posto dove stare fino a lunedì questo sarebbe di molto aiuto, a Germano ci pensiamo noi.

Guendalina, coinvolta così direttamente aveva perso molta della sua favella e pur nell’oscurità la si indovinava attenta a ciò che si diceva e a ciò che succedeva come un fringuello sulla brocca, il suo viso seguiva i discorsi voltandosi di volta in volta verso colui o colei che al momento aveva la parola e anche nel semibuio si vedevano i suoi occhi seguire ogni cosa senza parlare. Ci fu un momento di silenzio in cui Sandro intervenne con una domanda molto diretta rivolta a Mina:

– Possiamo contare su Guendalina?

Le due ragazze si guardarono nuovamente in faccia, o per lo meno cercarono di farlo nella scarsa luce, poi Mina disse:

– Se contate su di me potete contare anche su di lei.

0 1 2 3 4 5 6 7 8 9 …

Nel buio i denti di Guendalina si illuminarono in un sorriso e si sentì autorizzata ad informarsi sul problema che pareva gravare sull’esistenza di Mina.

– Che cos’è che si sarebbe messo in moto stamattina e che la riguarda? – e disse messo in moto con un’accentuazione della voce che pareva prodromica a un’entrata in scena di coniglietti, che con sollievo dei presenti non vi fu.

– Adesso non c’è tempo, poi Mina ti spiega. – quindi Germano continuò – Conosci un posto dove Mina possa stare fino a lunedì mattina? Fuori Milano intendo.

Le ragazze si guardarono di nuovo come a cercare l’una nell’altra una risposta a questa domanda, con una certa esitazione Guendalina accennò qualcosa.

– Ci sarebbe una tipa che sta a Monza, sono andata a casa sua la settimana scorsa, abita in quella che si definisce una casa protetta, che sarebbe una specie di appartamento messo a disposizione dal Comune a persone che sono sotto la tutela dei servizi sociali per problemi di vario tipo… alcol, droga, problemi famigliari, per separazioni o simili. Attualmente ha a disposizione due stanze una delle quali non è occupata ed ha un letto libero e…

– Alcol, droga, problemi famigliari… ma sei sicura che sia un posto sicuro?

– Di certo non c’entra nulla con quel Cinese di cui parlavate prima, è vero che si trova là in seguito a problemi di tossicodipendenza ma sono problemi che ha superato o sta superando, il luogo è tenuto d’occhio, almeno di giorno, però possono ospitare qualcuno se ne hanno l’occasione, non è una specie di prigione, ci abitano delle persone libere, con dei problemi ma libere, che non hanno conti in sospeso con la legge…

Ci fu un momento di silenzio, Germano si domandò, senza avere in coraggio di dirlo ad alta voce, se Mina avesse mai avuto a che fare con problemi del genere oltre che con quel Cinese, o se, peggio ancora, fosse stato quel Cinese a fornirle quel tipo di problemi per cui l’amica di Guendalina se ne doveva stare in una casa protetta, che così pronunciata gli faceva venire in mente l’alloggio dei sette nani Biancaneve compresa, in quello strano gergo socio-politico in cui tutte le cose terribili vengono definite con nomi a due o più parole, come se spezzando la semantica si spezzasse anche il problema, in un ludibrio gergale politicamente corretto, ma semanticamente patetico. Si domandò se non fosse il caso di fondare anche i Beati Demolitori del Politicamente Corretto, ma nel momento non c’era il tempo di scrivere lo statuto e definire le regole, neanche verbalmente. Occorreva una decisione immediata e stante l’unica possibilità la soluzione si presentava da sé.

– Se ti presenti dalla tua amica a quest’ora pensi che ti accolga o pensi che chiami la polizia?

– Non è un tipo che si formalizza e poi in quel posto si sente isolata e un po’ di compagnia, a qualunque ora, sono sicura che le farà piacere o almeno non le dispiacerà, io però dovrò tornarmene a casa, domani mattina devo lavorare. Accompagno Mina e poi me ne vado, magari torno da lei domani pomeriggio sul tardi o sabato.

– Tu Mina hai qualcosa in contrario? Sei d’accordo su quello che stiamo facendo? Non è uno scherzo e nessuno si sta divertendo.

Mina rimase in silenzio, Sandro e Dott. Cynicus guardavano alternativamente lei e Germano come se aspettassero un esito definitivo per mettersi in azione, o meglio dirigersi a Genova; di una cosa erano consapevoli tutti quanti, non c’era tempo per indecisioni o ripensamenti, l’auto al seguito di Bonbon, o le auto, perché quel volto di quasi quarantenne sportosi dal finestrino della prima vettura al traino di Bonbon non si associava ad un desiderio di entrare al Sole Nero, la sua camicia hawaiana parlava da sé, l’avevano vista tutti quanti e ciascuno si era fatto un’idea della minaccia e della necessità di una decisione conseguente. Sandro ebbe un dubbio:

– E se la tua amica non è in casa? Oppure non vuole avere a che fare con Mina? O per qualunque altra ragione non riuscite a trovare un posto dove far stare lei? – e indicò Mina.

– È vero che ‘sta donna ha una vita sociale, nonostante i suoi problemi, ma attualmente di sera esce poco, non provo neanche a telefonare talmente sono sicura di trovarla in casa, e poi, nell’ipotesi che ci siano dei problemi un’altra sistemazione dovremmo riuscire a trovarla – e scambiò uno sguardo di intesa con Mina.

– Ci sentiamo comunque per telefono, aggiunse Germano. Contattami quando ti sei spianata.

– Va bene – concluse Mina.

La prima sistemazione pareva cosa fatta, tutti quanti per un istante si guardarono l’un l’altro aspettandosi i saluti per una temporanea dipartita, la VW Polo® blu petrolio di Guendalina era una decina di metri poco oltre:

– Beh, noi andiamo allora – disse Guendalina.

– Va bene, teniamoci in contatto per telefono – sottolineò Sandro.

Non ci furono languidi saluti e strazianti addii, due da una parte verso una VW Polo® blu petrolio e tre dall’altra a recuperare una Lancia Ypsilon® sponsorizzata dal proprietario di una fabbrichétta nel varesotto parcheggiata in una laterale; prima di svicolare dietro l’angolo Germano si voltò a guardare la VW Polo® che si allontanava con destinazione Monza. Un senso di vuoto lo pervase, un’assenza di logica e di senso in tutto ciò gli demoliva il presente, che cavolo voleva ‘sto Cazzarola del cavolo? Un tipo che ha già un cognome con un’allitterazione del menga, un nome a cui togliendo una elle restano cinque lettere da latrina e un soprannome che pretende di suonare esotico senza riuscirci, che cosa pretendeva dalla sua esistenza? Sandro e Claudio lo attendevano presso la vettura, la loro vista lo rasserenò in parte, una ricerca di senso esisteva, loro ne erano una prova.

Dentro l’abitacolo della Lancia Ypsilon® l’incertezza della situazione dettava un certo silenzio, poi il Cusani esternò una necessità.

Lancia Y10

– Devo passare da casa, devo cambiarmi.

– Ti devi vestire da ribelle? – disse sornione Sandro osservando la sua camicia perfetta e alludendo alle sue manie stilistiche riguardo al vestiario.

– Forse – ribatté Dott. Cynicus – ma più che altro devo prendere su una cosa dalla quale raramente mi separo e che presumo mi servirà domani, cioè quasi oggi – concluse guardando l’orologio sulla plancia del veicolo.

diario

– Oh, abbiamo un mistero – continuò il Marzenit – pensavamo di conoscerti e invece… guarda te… ci sorprendi con questa necessità inedita.

– Non è inedita, è una cosa che mi avete certamente già notato fare o curare ma al cui riguardo non avete mai fatto domande.

– Bene, allora le faremo stasera, anzi… stanotte durante il tragitto.

– Presumo che non passeremo da casa vostra, se vi serve qualcosa ditemelo, la prendo su da casa mia.

– Nulla di particolare o di particolarmente urgente – disse Germano.

– Idem – si associò Sandro.

– D’accordo, spicciati, vorrei arrivare a casa prima che i miei vadano a letto per evitare di svegliarli.

– E per evitare di cuccarti un predicozzo?

– Hanno smesso da un pezzo di farmi le prediche, anzi a vero dire non me le hanno mai fatte.

Il Cusani non era certo il tipo da smancerie famigliari, certamente anche lui giocava in difesa a tutelare un desiderio di emancipazione verso una vita sua, e probabilmente in larga parte vi era già riuscito con tutta la sua originalità mascherata da cinismo, però quegli agganci materiali ad un’esistenza domestica fondata dai genitori lo sfalsavano un pochetto, nulla di tragico per i BDdLC ma Sandro vi sentiva risuonare qualcosa che stonava con la demolizione dei luoghi comuni e si tratteneva dal fare commenti, in primo luogo per la consapevolezza di essere lui stesso ancora sotto le tutele finanziarie parentali e in secondo luogo perché l’indelicatezza non faceva parte in nessuna maniera dell’atteggiamento dei BDdLC.

Nella Milano notturna il traffico era blando se non scarso, con focalizzazioni caotiche attorno a centri di svago o zone di ritrovo usuali che hanno un richiamo o che rappresentano attrazioni sociali anche di notte. Esaurita la curiosità circa le necessità di Dott. Cynicus e l’ironia di Sandro per le sue manie riguardo al vestiario nella piccola vettura nessuno sentiva voglia di intavolare una conversazione decente o almeno di cazzeggiare un po’ per ingannare il tempo. Germano guardava svogliato fuori dal finestrino senza sapere cosa pensare di tutta la situazione che lo aveva condotto a questa scarrozzata notturna per quello che si configurava come una fuga da Milano. Sandro rallentò il mezzo ad un incrocio regolato da un semaforo che a quell’ora era spento e per verificare che nessuno fosse in transito nella direzione perpendicolare alla loro si fermò del tutto. Sul marciapiede, molto spazioso in quel tratto, c’erano quattro o cinque tizi circa della loro età che facevano baccano, o meglio uno solo di loro teneva una specie di concione a tutti gli altri per far vedere quanto era simpatico, Germano pensò che potevano essere i fratelli maggiori di quei ******* che avevano apostrofato il Cusani in una maniera bislacca poco prima al Sole Nero. Il veicolo era fermo e Sandro era intento a guardare di qua e di là per assicurarsi di poter attraversare l’incrocio indenne, i finestrini erano aperti, il tipo che teneva banco parlava tenendo le braccia allargate e le palme aperte come se avesse paura che quelli che gli stavano davanti si volessero sottrarre alla sua personale STORIA MITICA e a tutta prima si capivano solo un mucchio di «Oh allora…», «Oh allora…» con una faccia come se stesse per raccontare qualcosa che avrebbe ucciso i suoi amici per il ridere e dopo una serie non breve di «Oh allora…» tirò fuori un «Oh… è uscito fuori…» e giù a ridere da solo e gli altri a guardarlo in attesa di un finale che stando a quanto e come era piegato dal ridere avrebbe tardato non poco. Dott. Cynicus si voltò verso Sandro.

– Hai sentito?

Sandro aveva appena ripreso la marcia e ancora guardava a destra e a sinistra come a volersi sincerare per bene, perché di notte per le strade semideserte girano certi pazzi, poi disse:

– Cosa mi sono perso?

– È uscito fuori… non hai sentito quello là sul marciapiede?

– No, stavo guardando se venivano delle macchine, sì qualcosa mi è sembrato di avere udito ma non ci ho fatto molto caso.

– È uscito fuori… questo è buono, cosa ne deduci?

Sandro restò in silenzio un momento, non era reattivo come Mario e Gianni per le questioni dei BDdLC e si prendeva il suo tempo per rispondere. Germano sorrise fra sé in attesa dell’inizio di quella che si prospettava una tipica discussione da Beati Demolitori dei Luoghi Comuni.

Uscire … dentro?

– Deduco che se c’è qualcuno che esce fuori allora è possibile che ci sia qualcuno o qualcun altro o magari lo stesso qualcuno di prima che esce dentro e allora che razza uscire diventa?

Dott. Cynicus prese un atteggiamento sussiegoso poi mimando per burla un fare risentito disse:

– L’hai ammazzato subito, non ci siamo neanche divertiti.

Germano sospirò alla fine imprevista della discussione e si distrasse nuovamente a guardare fuori dall’abitacolo. L’atmosfera non era delle migliori, Sandro e Claudio, pur essendo in causa solo marginalmente, anzi per puro aiuto e supporto a persone loro amiche, sentivano una certa gravità al riguardo, sebbene nessuno fosse stato ancora minacciato concretamente. Il passato di Mina, certificato dalle mezze conferme di Guendalina, stava gravando sul loro presente e nonostante tutte le migliori intenzioni al buon umore e alla migliore disposizione verso la vita restava quest’ombra cinese a guastare o viziare delle decisioni che altrimenti sarebbero state prese forse non a cuor leggero ma con un certo entusiasmo, come l’idea di raggiungere la protesta contro il G8 a Genova, che si era imposta loro come una specie di ritirata dalla normale vita di studenti universitari di Milano e la cosa la sentivano tutti e tre come un’imposizione, una scelta non libera.

Il Cusani pose una domanda tattica.

– Non credo che ci sarà davvero possibile arrivare direttamente nel centro di Genova a bordo di questa macchina, sarà pieno di poliziotti e posti di guardia, ci saranno limitazioni e divieti ad ogni angolo, senza contare che non siamo del posto e questo ci limita parecchio nei movimenti. Come facciamo a raggiungere la protesta?

Sandro si distrasse un momento per guardare in faccia il Cusani e nel contempo diede un’occhiata a Germano, seduto sui sedili posteriori, come a richiedere un suo supporto o un suggerimento. Dott. Cynicus disse:

– Ce l’hai un atlante stradale?

– Devi fare un esame di geografia?

Germano si sentì in obbligo ad intervenire.

– Un percorso alternativo non sarebbe una cattiva idea.

– Quale sarebbe il suggerimento?

– Aspetta che verifico sulla cartina e poi te lo dico.

– Credo di capire cosa intende Claudio – intervenne Germano – possiamo arrivare ad una città vicina a Genova e poi arrivare sul posto in treno o con un mezzo simile.

– Il treno è da escludere – disse Sandro categorico – le stazioni saranno piene di poliziotti e di controlli, corriamo il rischio di passare inutilmente un paio d’ore in un ufficio della questura solo per chiarire qualcosa che non abbiamo fatto o per dimostrare che non siamo quelli che cercano.

– Forse ci sono – disse Claudio con l’atlante stradale in mano – prendiamo la A26 invece della A7 e arriviamo a Voltri invece che a Genova, usciamo dall’autostrada e proseguiamo verso Genova sulla Statale n° 1 fin dove possiamo, poi parcheggiamo e arriviamo a Genova in autobus. Gli autobus funzioneranno si spera…

– Passando da Alessandria si allunga un discreto po’ ma l’idea è valida

– Ma voi sapete dov’è esattamente la protesta? Pensate che possiamo aggregarci a qualche gruppo organizzato o avete l’idea di andare più o meno allo sbaraglio?

– L’ultima che hai detto mi solletica abbastanza, sono comunque convinto che una volta a Genova potremo in qualche maniera scegliere a quale gruppo aggregarci e da quale gruppo stare alla larga.

– Bisogna concordare qualche cosa da dire se i poliziotti ci fermano e ci chiedono il motivo della nostra presenza a Genova.

– Mostriamo il libretto universitario e diciamo che siamo qui per motivi di studio.

– Ce l’ho a casa – disse Germano.

– Anch’io – disse Sandro.

– In effetti non è un documento che si porta sempre in tasca, specie per andare al Sole Nero.

– A meno che tu non debba dare un esame di astrologia.

– Ehi, volta lì – disse Dott. Cynicus – sono arrivato. Volete salire o volete aspettarmi qui?

– I tuoi si metteranno in agitazione se vedono tutta ’sta gente a quest’ora e ti faranno un sacco di domande.

– Altamente probabile. Cosa vi serve? Siete ancora sicuri che non vi serve niente?

– Qualche bottiglia d’acqua non sarebbe inutile.

– Nient’altro?

– No.

– Ci vediamo fra dieci minuti.

Prossimamente il diciassettesimo capitolo

Una storia italiana – Romanzo a puntate (15)

romanzo a puntate (15)

Copyright © Eric Bandini 2010

Depositato come opera originale presso la S.I.A.E. – O.L.A.F. Deposito n° 2010001634 del 12/04/2010


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Questo romanzo, ambientato fra Milano e Genova nel luglio del 2001, è un’opera di fantasia. I personaggi, i luoghi nominati e gli eventi che vi si svolgono sono inventati, gli eventi e le persone eventualmente reali, che fanno da sfondo alla narrazione come ai personaggi, sono tratti da fatti di cronaca riportati dai notiziari o dai quotidiani e liberamente interpretati a fini creativi e immaginari. Ogni altro e qualunque riferimento a persone, luoghi, cose, eventi realmente esistiti o esistenti è puramente casuale e/o esclusivamente funzionale ai fini immaginari della narrazione. Ogni deduzione o interpretazione storica, filosofica o letteraria è meramente funzionale alla narrazione romanzesca quale opera di fantasia.


Una storia italiana

Capitolo XV°

(15)

Milano

Giovedì, 19 Luglio 2001

Nell’appartamento del Beltrami la festa aveva preso una piega noiosa, Bruna stava cominciando a stizzirsi e Bonbon si sentiva braccato da troppe parti per riuscire a restare in equilibrio sul suo difficile presente, la ex giovane ancora non aveva esternato ma continuando la serata di quel passo non avrebbe tardato molto a richiedere un altrove divertente al suo compagno, che sentiva la presenza del suo cellulare nella tasca dei jeans come una bomba a mano dalla sicura instabile, unitamente alla medesima sensazione di inutilità che la ex punk non esitava a mostrare con gesti freddini nei confronti dei loro ospiti, che ce la mettevano tutta per rendere vivace la serata ma qualcosa mancava e per giunta c’erano troppe matricole con qualche infantilismo ancora da purgare e la musica pareva copiata da una festa di compleanno di un liceale, e tutto quel pùnfe-pùnfe-pùnfe-pùnfe era veramente troppo per una trentottenne punk e per giunta goth.

Mina non si era fatta vedere, e nemmeno i suoi colleghi. Dubbi di diversa origine ma di scopo comune cominciarono a vagheggiare per la sua mente fra gli spazi residui del desiderio di farsi; non sapeva se contattare Rico o se aspettare di essere contattato, poi la seconda soluzione si affermò da sé, non aveva notizie da comunicare, nessuno si era fatto vivo e la trasmissione di una non-notizia a quei soggetti li avrebbe messi in allarme senza scopo, però la cosa non lo sollevò affatto, quelli non avrebbero mollato e lui non sapeva più che pesci pigliare, intrappolato fra la Bruna, la Bamba e il duo dei fornitori in agguato là fuori da qualche parte nella città di Milano.

La cosa che lo teneva in angoscia più di tutto era l’assenza del Germano con la sua ragazza e tutto il gruppo con il Mario, il Gianni, il Sandro e soprattutto Dott. Cynicus, che Bonbon detestava dal profondo di un’antipatia viscerale; il fatto che non si fossero fatti vivi accendeva dubbi paranoici sulle sue relazioni con gli stessi e in un vortice di delirio fantastico si immaginò estromesso dalla compagnia universitaria per collusioni con strane e depravate frequentazioni che Dott. Cynicus una volta aveva sentenziato essere la quintessenza della stupidità, definendo la droga come la religione degli imbecilli, affermazione che lo aveva qualificato in quest’ultima categoria, non senza desideri di ritorsione nei confronti del Cusani, che dal suo punto di vista si esprimeva sempre con arrogante saccenza e la cosa lo faceva imbestialire, intimamente, perché non avrebbe mai avuto il coraggio di affrontare il Claudio apertamente, con il rischio di vedersi scoperto di qualcosa che egli riteneva un segreto inviolabile della sua intimità e di cui egli era convinto che nessuno sapesse alcunché. Nel suo attuale delirio di indecisione se li immaginava a tramare contro la sua persona e a spettegolare su presunti sospetti al suo riguardo, quando invece agli occhi dei suoi colleghi era già tutto palese e lo accettavano com’era, per quello che era.

Ora, in quell’appartamento semi-lussuoso al piano attico di una zona residenziale di Milano, Bonbon ardeva di un’indecisione che gli faceva percepire il mondo come attraverso un materasso trasparente, si sentiva circondato da minacce che prendevano forma attraverso l’incapacità di sopportare la tensione di un’attesa che non aveva preventivato e nell’assenza di persone che avrebbero dovuto esserci ma non si erano fatte vedere. Lui aveva chiesto al Beltrami, con le più subdole maniere dell’indifferenza, come mai non si fossero fatti vedere il Tirlonza, la Calludole e gli altri, ma tutto quello che era riuscito ad ottenere era stata un’affermazione sulle propensioni alla balneazione del Gianni; aveva insistito, con le maniere più astute e perifrastiche, per sapere del Marzenit, cioè del Sandro e di Dott. Cynicus (chiamandolo “il Cusani” e fingendo al suo riguardo un’amicizia per la vita), ma il Beltrami insisteva sul fatto che l’Erbaro, cioè il Gianni, se n’era andato al mare con altri due del quarto anno, e riguardo agli altri aveva abbozzato un’espressione fra il debolmente deluso e il felicemente rassegnato rifilandogli un bicchiere di rum-cola in cui tintinnavano alcuni cubetti e limitandosi a dire che «Sarà per la prossima occasione, a casa di qualcun altro magari», mentre con un occhio sorvegliava un tipo che si industriava con tabacco e maria per arrotolare qualcosa di fumabile. Aveva anche colto un’occasione per chiedergli, alludendo a Germano e a Mina «Ma non hanno proprio detto nulla? Non hanno detto dove sarebbero andati o qualcosa del genere?», a cui il Beltrami, senza che avesse alzato un sopracciglio a rimarcare sospetti, si era limitato a rispondere con qualcosa di assimilabile al fatto che non era il loro badante e aveva perseguito in un’espressione felice che non vuole essere diversamente.

Degli altri presenti, detratti quei pochi del suo corso e qualcuno di quelli che erano in Largo Richini quella mattina aveva una conoscenza superficiale o poco intima, limitata a topiche universitarie e/o battute umoristiche di convenienza, magari conoscevano anche loro quelle persone che gli abbisognavano al momento ma non era in confidenza sufficiente per chiedere, temeva di suscitare sospetti, tranne forse con Bob, colui che stava preparando una canna cerimoniale collettiva, il metonimico Bob, rasta per estensione e nominato in comparazione a Bob Marley ma dal capello conforme, al secolo Agostino Belli; però si sentiva refrattato a consultarlo ufficialmente, nella sua mentalità perbenistica tendeva ad evitare contatti troppo ravvicinati o intensamente ripetuti con persone dedite all’assunzione di sostanze, in qualunque maniera introiettate, già il fatto di dover poi fumare collettivamente gli faceva percepire un desiderio di distanza (in contrasto con il desiderio di pippare anche lui, come poi nel caso avrebbe effettivamente fatto, ma con quella distanza tipica di chi vuole mimare una prima volta, un po’ troppe volte ripetuta) ad evitare maldicenze, perché poi si sarebbe saputo chi c’era e chi non c’era alla festa e cosa si era fatto e chi si era fatto e chi si era ubriacato, e chi si era…

La Mina non c’era e una decisione andava presa. Un quarto alle undici, a quell’ora non si sarebbero fatti più vedere, sebbene certuni continuassero ad arrivare, sempre più radi ma di quando in quando qualcuno si aggiungeva. Bonbon si illudeva ogni volta che fossero quelli che aspettava, sentiva suonare il carillon del campanello e qualunque conversazione avesse in atto teneva d’occhio l’ingresso nella speranza di vedere Mina Calludole e porre fine a questa prova, e magari intascarsi una grassoccia bustina gratis. Però ogni volta si aggiungevano persone diverse da quelle che aspettava, più o meno conosciute o sconosciute. Sentiva di dover agire in qualche maniera ma temeva di incrociare Rico oppure Ahmed fuori dal palazzo, o magari entrambi a tenergli quelle prediche stereofoniche da cui usciva rimbambito come dopo due ore di seduta dal dentista. Bruna ogni tanto lo guardava strano, non proprio strano ma in una maniera nascostamente supplichevole, come fanno i bambini quando si stufano di sentire chiacchiere adulte noiose e non divertenti e cominciano a fare le bizze tipo «Andiamo?!? Allora andiamo?!? Andiaamoooo!», solo che Bonbon non sapeva dove andare, o meglio, un posto dove andare era sempre in grado di trovarlo ma quella sera c’erano ostacoli nuovi e terribili, però era certo di dover produrre un risultato per uscire da quell’impasse, un risultato di qualunque tipo e non c’era verso di produrlo lì dentro.

Bruna aveva appena ripreso la sua posizione dopo una puntatina in bagno che non aveva funto da diversivo anzi, la sua espressione parlava chiaro, la ex punk voleva smammare. In effetti i ragazzi più giovani avevano dato l’impostazione generale alla festa e quelli di qualche anno più grandi che non s’erano associati all’entusiasmo si stavano adattando a passare la serata. Bonbon non ricordava di avere mai abbandonato alcuna festa a metà, né di essere mai stato il primo ad andarsene ma quella era un’occasione difficile che desiderava concludere al più presto, si accostò a Bruna per concordare una scusa da giustificare al Beltrami, quale patron della serata, e fatto il giro per saluti sommari uscirono dall’appartamento, non senza il rimpianto di avere abbandonato prima della canna cerimoniale e delle eventuali successive, perché il Bonbon di erba ne aveva vista una certa abbondanza sotto le grinfie di Bob su quel tavolo di preparazione.

Non avevano percorso che pochi metri sul marciapiede fuori dal condominio del Beltrami in direzione della Twingo® nera della matura squinzia parcheggiata poco distante che il telefono portatile di Bonbon vibrò e trillò in maniera soffocata dall’interno di una delle sue tasche, Bruna non si voltò e non se ne avvide ma il Bonbon ebbe un sussulto improvviso, come se si fosse reso conto di avere un serpente nei pantaloni. Nel breve tragitto in ascensore, con qualche scambio di deboli effusioni con la sua amica, aveva dimenticato il suo personale mondo reale, che non lo aveva mollato minimamente, anzi lo guatava da un paio di vetture appostate in posizione strategica fuori dall’abitazione del Beltrami sulla pubblica via e non appena adocchiato era scattata la telefonata a sondare le motivazioni del fallimento dell’agguato. Bonbon disse pronto come al solito, ma lo disse più che altro per Bruna, perché non si facesse idee strane sul suo conto, quantunque la 38n fosse accostumata a stranezze di ogni fatta il Bonbon temeva più di tutto le sue eventuali reprimende. Dall’altro capo le inflessioni sudamericane di Rico inquisivano sul fiasco della serata e sulla dritta farlocca che aveva rifilato loro e dalle intonazioni della voce, che non abusò minimamente di parole sconce o metafore da Pietro Aretino, quanto meno non in misura eccessiva, ricavò l’esatta sensazione di dover intendere le più fosche e triviali parole che si potessero mai esprimere unitamente a intimidazioni dirette alla sua personale esistenza in ogni qualsivoglia occasione applicabili.

In presenza di Bruna Bonbon non osò fare sfoggio della sua pavidità adducendo pietose e lamentose scuse telefoniche che poi avrebbe dovuto giustificare con una persona dall’altro capo del telefono oltre che con Bruna nell’immediato, non era coraggio, beninteso, era la totale indecisione di scegliere fra un male peggiore e un male peggiore, per cui l’unica scelta era la non scelta e di conseguenza un silenzio di assensi e di «Sì, Sì», «Noooo… ma dài…», «Sì d’accordo, va bene», «Poi ci vediamo e ci mettiamo d’accordo…», mentre dall’altra parte dell’apparecchio una voce portoricana si esprimeva in un italiano minaccioso e concreto di «Stai attento!», «…molto attento!» e inframmezzato di più concreti «Non pensare di essertela cavata, adesso telefoni a qualcuno di quelli, ti fai dire dove sono e ci troviamo sul posto», a cui Bonbon tenne arduamente testa lasciando sfilare Bruna perché non sentisse e dicendo nella mezza voce più convincente che aveva, parandosi la bocca accostata all’apparecchio con la mano libera, che se gli avesse telefonato quelli avrebbero sospettato qualcosa, di qualunque tipo ma qualcosa avrebbero subodorato, erano suoi colleghi e magari anche amici, ma non fino al punto di farsi dire dov’erano per imbucarsi direttamente, cosa non completamente vera, dati certi suoi precedenti, ma convincente a sufficienza per il sudamericano. La telefonata ebbe fine in breve e paradossalmente Bonbon si sentì sollevato, non esattamente felice o in pace con sé stesso e la vita ma come liberato da un peso, che tornò a gravarlo quasi immediatamente quando il desiderio della bamba riprese possesso della sua cervice, allora ritornò nella sua cupezza mascherata da felicità per l’apparenza davanti al prossimo. Giunti alla macchina di Bruna la donna esitò un istante prima di salire e aprire la portiera a Bonbon, lo guardò un istante e poi gli chiese:

– Sono appena le undici, non ho voglia di ritornare al mio tugurio, andiamo da qualche altra parte?

Bonbon accennò un sì interrogativo, come a lasciare a lei la scelta. Bruna lo guardò fisso un istante e poi con un sorriso a piena bocca disse:

– Andiamo al Sole Nero.

Sole… nero???

– Che sarebbe? – inquisì Bonbon.

– Un posto che ti piacerà. – e sempre con il medesimo illuminato sorriso salì in macchina e aprì la portiera per Bonbon che si accomodò per seguire le sue intenzioni.

La piccola Renault® nera aveva appena preso la direzione di via Lorenteggio per andare verso la Ghisolfa senza che i suoi occupanti si avvedessero di una Ford Fiesta® che aveva abbandonato il posteggio in fila lungo il marciapiede per seguire la loro stessa direzione, imitata da una Fiat Punto® che li aveva lasciati sfilare e poi vi si era accodata a una certa distanza. Bonbon non era stato capace di mettere in relazione la telefonata alla presenza in loco di qualcuno che lo aveva osservato uscire e immediatamente lo aveva contattato, nemmeno se fosse stato al volante avrebbe avuto in mente di guardare nello specchietto retrovisore per verificare un inconsueto piccolo corteo in una traversa così poco trafficata, specie alle undici di sera; se ne stava beatamente al traino della Bruna e vi si crogiolava, per quello che le sue dipendenze potevano permettergli.


Presso il Sole Nero, al tavolo illuminato di giallo il cabernet-sauvignon aveva rallegrato i cuori e alleviato le menti, una certa euforia non ancora ebbra teneva in vita la discussione della Guendalina, ancora fissata con lo zodiaco, ma i 13,5° alcolici del prodotto di Bacco, o chi per lui, avevano dato parlantina un po’ a tutti quanti e le chiacchiere si sovrapponevano alle chiacchiere in un incrociarsi di interessi e argomenti, fatta la tara della fissa di Guendalina, su cui tutti intervenivano più o meno a proposito, incluso l’Alfeo che tentava di liberarsi dalla morsa zodiacale per agganciarsi alle argomentazioni dei suoi colleghi, ora focalizzate su Mina che, in seguito alle puntualizzazioni mattutine del Trifarro, si domandava e domandava se il postmoderno non avesse preso origine da Joyce e Kafka più che da un dopoguerra letterario liberato da schemi accademici e volto ad un immaginario che coinvolge in una maniera narrativa in cui i canoni classici della realtà, per esempio il tempo e lo spazio nella conseguenza narrativa comunemente percepita, vengono in qualche modo rimescolati per produrre uno sguardo differente sulla realtà o forse semplicemente sul romanzo o il testo medesimo. Alfeo tentava di inserirsi nelle argomentazioni di Mina ma Guendalina, che si sentiva estromessa dalla discussione letteraria, aveva piantato le unghie sull’unico interlocutore apparentemente disponibile e non aveva intenzione di mollare l’osso per ascoltare conversazioni che non gli interessavano, così l’Oscuro/lo Scuro si sdoppiava in «Sì-sì, sì-sì» verso Guendalina con l’attenzione verso Mina e gli altri e quando tentava di dare piena attenzione ai suoi colleghi questa lo redarguiva, forse con troppa foga dovuta certamente al sunnominato cabernet-sauvignon.

Nessuno sembrava più pensare alle motivazioni che avevano condotto la compagnia in questo locale, Germano ne prese atto quando vide la combriccola delle cinesine illuminate di blu alzarsi dal tavolo per uscire in un cocoricò incomprensibile e leggermente rumoroso ma gradevole. Le osservò sfumare dal blu alla zona intermedia di luce neutra poi ad un rosso carminio poi ad un’altra zona intermedia quindi ad un viola e nei pressi del bar le vide rilucere di molteplici colorazioni e indescrivibili riflessi, forse sottolineati dagli effetti dei due bicchieri del sunnominato succo di Bacco, ma si riebbe dalla stranezza e riacquistò consapevolezza di dover fare attenzione, c’era sempre qualcuno in agguato che voleva qualcosa contro la volontà di qualcun altro e la serata stava andando troppo liscia per le avvisaglie che aveva prodotto la telefonata di Trifarro.

D’improvviso si ricordò che Trifarro aveva accennato che si sarebbe fatto vivo e ancora non aveva chiamato, se avesse chiamato in questo momento Guendalina e Alfeo, che non sapevano nulla sebbene l’Alfeo avesse subodorato qualche cosa la mattina stessa in Largo Richini, avrebbero potuto farsi strane idee, Guendalina di gran lunga più dell’Oscuro/lo Scuro per via della propensione ad auscultare gli altrui fatti. Pensò di proporre alla compagnia di abbandonare il posto e nel frattempo trovare il modo di telefonare ma sembravano tutti molto radicati nel momento e infervorati a gioire della convivialità e dell’amichevole discussione da essi stessi prodotta, magari con l’aiuto di un paio di bocce del sunnominato. Decise di alzarsi, appartarsi fuori dal locale e chiamare lui l’aggiunto Fosco Trifarro, all’insaputa della compagnia. Nessuno gli chiese alcunché quando abbandonò il tavolo ma con Sandro scambiò un’occhiata che fu eloquente per entrambi, quelli che contavano non avevano dimenticato, anche se Mina se la stava spassando un po’ troppo. Attraversò le zone variopinte sentendosi addosso quella luce colorata come un mantello e si diresse al vestibolo vegliato dai dracula cinematografici, supponendolo un posto adatto per telefonare senza essere ascoltati, anche se un po’ disturbati dalla musica. Compose il numero di Fosco Trifarro, il telefono non fece nemmeno un paio di squilli che la voce del precario Dott. Trifarro rispose con uno stanco pronto. Quando riconobbe il Germano si rianimò immediatamente scusandosi di non avere telefonato prima.

– … ho avuto l’intenzione di chiamare però aspettavo una conferma per la situazione, conferma che non è arrivata ma che non muta le cose. Esiste un pericolo per la tua amica ed è meglio che lasciate Milano per qualche giorno, almeno tu e lei e in posti separati. Non è il caso di drammatizzare, lei può stare da un’amica per qualche giorno e tu magari puoi andare a Genova, come mi sembrava di averti sentito dire stamattina, molto probabilmente ci andrò anch’io; da quello che vi sta succedendo non può definirsi una città tranquilla ma sempre meglio che avere alle costole certi figuri. Non vi ho dimenticato, non preoccupatevi, ho il tuo numero di telefono, se ho notizie o se capita qualcosa di importate che vi riguardi ti faccio sapere. Ho un unico consiglio al momento, lasciate Milano prima che potete senza dire dove andate e questo non è un consiglio da prendere sottogamba, c’è qualcosa in movimento che non riesco ad inquadrare, puoi pensare che sono paranoico ma la cosa è reale, non posso dirti nulla di più preciso ma insisto, prendete sul serio il mio consiglio.

– Con chi ha parlato, qualcuno le ha detto qualcosa?

– Ascoltami Tirlonza, prendimi sul serio, non posso dirti di più.

Germano rimase in silenzio per qualche istante e nemmeno Trifarro disse nulla in quel lasso di tempo, ciascuno dei due percepiva nell’altro un’attenzione e una disposizione ad una soluzione positiva verso qualcosa che non sapevano e che temevano, poi Germano si rese conto che non c’era alcunché da aggiungere, un consiglio l’aveva avuto, non restava che attenervisi.

– Grazie comunque Dott. Trifarro, a risentirci allora.

– D’accordo, ci sentiamo presto.

Stava armeggiando con il telefonino quando Dott. Cynicus lo raggiunse in quell’ingresso vampiresco, Germano si voltò pensieroso, dietro ai vetri della porta che introduceva al locale vide passare come un’ombra nera la cameriera che aveva preso le ordinazioni, la porta aveva i vetri solo da metà in su e la vide sfilare come un mezzobusto scuro circondato dalla luce rossa dell’ingresso in cui si trovava, la sua espressione era strana, pareva nascondere una curiosità incomprensibile e fuori luogo, non aveva mai visto prima di allora quella persona e negli immediati paraggi dell’ingresso non c’erano tavoli, uno strano percorso l’aveva condotta a passare di lì. Restò fisso così per un istante e Dott. Cynicus gli chiese se andava tutto bene. Germano lo guardò dimenticando immediatamente la cameriera vestita di nero, poi scuotendo il capo disse:

– Sembra di no. Trifarro dice che dovremo cambiare aria per qualche giorno a causa di qualcosa che ruota attorno all’esistenza di Mina. Mi ha detto testualmente di prenderlo sul serio.

– Riguardo a cosa?

– Ecco, questo non è stato in grado di dirlo ma mi ha lasciato capire che ha contattato o ha parlato con qualcuno che lo ha convinto dell’esistenza di qualcosa di poco piacevole nei nostri confronti e in particolare per Mina.

– Quindi?

– Dice che dovremmo cambiare aria per un paio di giorni almeno per lasciare che qualcosa si chiarisca. Dice che Mina dovrebbe andare a casa di un’amica per un po’ e anch’io dovrei stare alla larga da qui. Ha detto che potrei andare a Genova, che in questo periodo non è proprio un posto tranquillo.

– Potremmo vedere di andarci insieme, magari col Sandro. Stamattina me n’era venuta l’idea. Andiamo ad aggiungerci alla protesta, magari evitando le cariche della pula.

Germano sorrise, la cosa forse lo attirava anche ma restava il problema di Mina e di come convincerla, specie in presenza di Guendalina.

– Ho una mezza idea che la serata sia finita qui, credo che dovremmo prendere su e andarcene in ogni modo.

– Sandro sarà sicuramente d’accordo e più o meno anche l’Alfeo, l’ostacolo resta l’amica di Mina.

– Beh, andiamo a vedere.

Si diressero verso il locale principale, aperta la porta Germano istintivamente scrutò per cercare la ragazza in minigonna e corsetto nero ma non era in vista, guardò verso il loro tavolo dipinto da quella particolare luce gialla e vide Guendalina e Alfeo impegnati in un colloquio animato che non pareva litigio ma poteva anche sembrarlo. Sandro guardò verso di loro come a sincerarsi che stavano tornando al tavolo, anche Mina li osservò un istante prima di volgere la sua attenzione a quello che Alfeo e Guendalina si stavano dicendo incuranti del resto della compagnia.

L’atmosfera della serata si era in qualche modo esaurita, coadiuvata dall’insistenza di Guendalina nei confronti dell’Alfeo che tentava invano di difendersi dagli attacchi zodiacali protestando inutilmente la sua felice non credenza nell’oroscopo, a cui la ragazza ribatteva che se gli piacevano posti simili doveva in qualche modo percepire la necessità dell’astrologia, e Alfeo dibatté secco:

– Guarda che non è mica una religione.

Guendalina restò finalmente senza parole e Dott. Cynicus ne approfittò per dire:

– E se cambiassimo aria? Giusto per vedere di recuperare un po’ di spirito.

– Va bene – disse Sandro alzandosi immediatamente – un’ottima idea.

Mina, Alfeo e Guendalina si guardarono in faccia e poi si alzarono anche loro, si diressero al bar per pagare le consumazioni dove la cameriera in minigonna, calze a rete e corsetto neri comparve dietro la cassa. Germano la studiò attentamente da dietro alcuni dei suoi colleghi cercando di non farsi notare da lei, intenta a fare conti e verificare le consumazioni, notò il rossetto che avrebbe definito piuttosto un neretto con strane bordature di rosso cupo come di brace che lumeggia attraverso i carboni ardenti, le sopracciglia marcate sebbene sottili e sensuali rese più cupe dal pallore di un volto che pareva odiare l’abbronzatura a dispetto del luglio e dei desideri di balneazione della stagione, un ovale pressoché perfetto decorato a make-up gotico contornato da una capigliatura corvina perfettamente intonata agli occhi neri, vagamente languidi ma non distratti. Una persona che non aveva mai visto prima di allora, però l’idea che cercasse qualche cosa dalla sua/loro esistenza prese a gironzolare nella sua mente, immediatamente rifiutata come irrazionale. Pagò la quota, suddivisa in sesti per semplificare, per sé e per Mina quando fu il suo turno e dimenticò il nesso che stava cercando su quel volto femminile e prese la direzione dell’uscita insieme agli altri.

Proseguirono in silenzio, uno dietro l’altro, fino oltre il vestibolo, direttamente fuori dal locale nel piccolo spiazzo antistante l’ingresso evidenziato dalla porta a vetri illuminata di rosso, il quasi silenzio della Milano notturna con lontani rumori di traffico, li bloccò su quel piccolo sagrato profano, senza parole e senza che nessuno paresse avere intenzione di parlare per primo. Una tipica situazione dei saluti a fine nottata. Qualcuno disse:

– Dove abbiamo parcheggiato?

Involontariamente il gruppetto si spostò sul marciapiede alla sinistra dell’ingresso del Sole Nero, fuori dalla luce delle insegne delle pubblicità delle varie birre e dal rossore dell’ingresso, che visto nella notte pareva provenire dalla fornace di Satana e che unitamente alle scritte pubblicitarie proiettava un alone di luce policroma oltre la carreggiata ad illuminare la strada e quasi il marciapiede opposto. Si fermarono dietro l’angolo di una recinzione che delimitava la fine del marciapiede e il confine di un condomino percorso all’interno da una fitta siepe di alloro lungo lo spazio antistante l’ingresso del locale, nell’oscurità pressoché completa sancita da un furgone accostato in parcheggio al marciapiede giusto al limite dello spiazzo antistante il locale e che oscurava la pubblica illuminazione proveniente dalla parte opposta della strada; si erano fermati istintivamente, consapevoli di avere le vetture in direzioni sconosciute e magari opposte.

Insegne nella notte

Germano aveva parecchie cose da dire ma non sapeva come cominciare né cosa esternare in presenza di Guendalina e Alfeo, nel timore di includerli in qualcosa che non apparteneva alla loro esistenza. Però riguardo a Guendalina ebbe il dubbio che almeno in parte la loquace amica di Mina dovesse essere al corrente delle vicissitudini adolescenziali della stessa. Germano dava di spalle alla recinzione, dietro alla quale la siepe lasciava a malapena trapelare qualche barlume delle insegne da dietro l’angolo, l’oscurità avvolgeva lui e tutti i suoi amici ed era rivolto verso la strada. Dalla sua sinistra sentì provenire il rumore di una macchina, in quel momento nessuno pareva avere intenzione di prendere la parola e Germano era come distratto dalla compagnia. Osservò da lontano quel veicolo transitare, che notò essere nero o comunque scuro sebbene non fosse certo della marca e del tipo, quasi con noia e desiderio di distrazione. Non andava forte, anzi si muoveva a bassa velocità, come quando qualcuno cerca un luogo, un indirizzo, un posto specifico mentre è alla guida. La cosa lo incuriosì, si fece l’opinione che fossero avventori del Sole Nero, dal fondo della strada era comparsa un’altra macchina e poi un’altra ancora. Tutto questo traffico gli fece pensare ad una comitiva tipo la loro, con una curiosità involontaria si assentò mentalmente dalla combriccola per osservare dall’oscurità in cui si trovavano questi nuovi arrivati nella luce dello spiazzo e della pubblica illuminazione.

La piccola vettura nera scomparve dietro il furgone che avevano davanti e ricomparve oltre lo stesso fermandosi davanti all’accesso stradale dello spiazzo antistante il Sole Nero, un volto si affacciò dal finestrino aperto e Germano riconobbe Bonbon che guardava verso l’ingresso illuminato dalla luce policroma e della porta e delle insegne di birra parlando con qualcuno che non vedeva e che stava alla guida, non capì quello che disse, in parte stupito dalla combinazione di vedere un conoscente ad un’ora simile in un luogo mai frequentato prima, si limitò a sottolineare la presenza del suo collega agli altri:

– Ehi, guardate… c’è Bonbon, non riesco a vedere con chi sia…

Dott. Cynicus si voltò a guardare, così come tutti gli altri, e confermò.

– È proprio lui… sarà certamente con quella Bruna che si porta a tutte le feste.

– Quella tipa è proprio fuori, però è simpaticissima – sottolineò Sandro.

La macchina di Bruna si mosse e proseguì, probabilmente per cercare parcheggio. Dietro giunsero le altre due vetture che Germano aveva notato arrivare dopo quella su cui era Bonbon, la curiosità ormai aveva distratto l’attenzione generale e tutti, dall’oscurità in cui si trovavano, stavano voltati verso la strada incuriositi dalla combinazione e nell’aspettativa di vedere passare qualcun altro di loro conoscenza, magari al seguito della compagnia di Bonbon. La seconda macchina rallentò davanti all’ingresso, una faccia sconosciuta, più matura di loro, guardò verso il locale senza dire nulla e il veicolo proseguì, poi la terza vettura si fermò anch’essa davanti alla luce dell’ingresso del Sole Nero, il volto di Rico si inquadrò nel finestrino aperto e Dott. Cynicus ebbe un sussulto.

– Ehi, quello è il sudamericano che spaccia, l’ho visto una volta a parlare con Bonbon in vicolo Santa Caterina, credevano di essere inosservati. Se sta al seguito di Bonbon la cosa butta male, stanno cercando qualcuno – e si voltò verso Germano a cercare una conferma.

– Sembra proprio così.

Germano guardò Guendalina e Mina con aria interrogativa come a chiedere senza parlare se poteva esprimersi in presenza della sua amica e Mina, guardando Alfeo che taceva, disse:

– Il Cinese lo conosce anche lei, lo sa chi è.

– Alfeo devi farmi un favore – disse Germano – Hai presente dove abbiamo parcheggiato? Dovresti prendere la mia macchina e tornare a casa per conto tuo, io ho una cosa da fare per i prossimi giorni, poi ti telefono e ci chiariamo, ma ora ti prego, fammi questo semplice favore – e gli allungò le chiavi della Fiat Panda®.

Alfeo senza dire nulla prese le chiavi e guardò interrogativamente Germano e tutti gli altri, la sua gentilezza gli impediva di fare domande ulteriori e conosceva fin troppo bene la buona fede dei suoi colleghi e amici per avere dubbi circa una fregatura che volessero eventualmente tirargli, piuttosto aveva fiutato una situazione anomala e un imbarazzo diffuso su tutte le facce per cui si limitò ad eseguire ciò che Germano gli chiedeva senza fare al momento domande che avrebbero potuto incrinare l’amicizia, d’altronde si trattava di una cosa banalissima. Germano aggiunse:

– Poi ti spiegherò ma adesso non c’è tempo, ti prego vai subito, noi ci arrangeremo.

Sandro e Dott. Cynicus salutarono cordialmente l’Alfeo e lo ringraziarono per la bella serata e l’ottima iniziativa, Guendalina gli sussurrò un arrivederci che mirava a qualcosa di più e si separarono in opposte direzioni, Alfeo superò il sagrato del Sole Nero e prese la medesima direzione che aveva preso Bonbon.

Prossimamente il sedicesimo capitolo

Una storia italiana – Romanzo a puntate (14)

romanzo a puntate (14)

Copyright © Eric Bandini 2010

Depositato come opera originale presso la S.I.A.E. – O.L.A.F. Deposito n° 2010001634 del 12/04/2010


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Questo romanzo, ambientato fra Milano e Genova nel luglio del 2001, è un’opera di fantasia. I personaggi, i luoghi nominati e gli eventi che vi si svolgono sono inventati, gli eventi e le persone eventualmente reali, che fanno da sfondo alla narrazione come ai personaggi, sono tratti da fatti di cronaca riportati dai notiziari o dai quotidiani e liberamente interpretati a fini creativi e immaginari. Ogni altro e qualunque riferimento a persone, luoghi, cose, eventi realmente esistiti o esistenti è puramente casuale e/o esclusivamente funzionale ai fini immaginari della narrazione. Ogni deduzione o interpretazione storica, filosofica o letteraria è meramente funzionale alla narrazione romanzesca quale opera di fantasia.


Una storia italiana

Capitolo XIV°

(14)

Milano

Giovedì, 19 Luglio 2001

Pur essendo una costruzione tipicamente italica di quel tipo tardo industriale antico, per intenderci non ancora corrotto da tristi pannelli di cemento prefabbricati altrove e assemblati in loco a imitare una modernità ridicola e a realizzare una funzionalità scadente, esteriormente il Sole Nero aveva un certo fascino decadente dovuto ai mattoni a vista sufficientemente corrosi dalle intemperie e magari anche da qualche trascorso bellico, a cui si erano sovrapposti utilizzi disparati e mutevoli, certamente anche in coabitazione, che si leggevano nelle diverse impronte di aggiustamento edilizio con scopi di realizzazioni di tipologie e produzioni dettate dall’immediato e dalle urgenze di un mercato ancora limitato ai confini della provincia, nei rapporti di persone e non tanto di s.p.a., di quando i condomini erano ancora lontani da qui. Da diverso tempo tuttavia nulla vi veniva più prodotto o realizzato, i palazzi circostanti che lo asserragliavano da presso lo confermavano con la loro supponenza e dimostravano anche di tollerare a malapena i riti magici o almeno diabolici che certe menti acconce all’urbanità immaginavano da dietro le loro private intimità sancite dalle tende alle finestre, i posti macchina, i vasi nei terrazzi, gli escrementi di cane sui marciapiedi, i fuoristrada con due ruote sul passaggio pedonale.

Qualcosa del genere lasciava immaginare nella sua atipicità in confronto all’edilizia circostante l’esteriorità dell’edificio, presso cui non era disponibile alcun àmpio parchéggio, cosa che rese particolarmente nervoso il Germano nei suoi compiti di tutore dell’incolumità della Mina, e anche di se stesso; giunto infatti in vista dell’insegna, sulla quale il Sole non era nero bensì viola e circondato da un’aura minacciosa a imitazione di una luce indefinibile con la scritta in ovvi caratteri gotici, quelli sì neri, il trio veicolare si era scompattato per reperire, ciascuno autonomamente, un posto dove lasciare il mezzo, compito non facile in una zona residenziale inframmezzata da attività artigianali o commerciali e gipponi con ruote da TIR.

Il trio fece e rifece il percorso attorno all’isolato, così che se qualcuno non li aveva notati ora ce li aveva stampati nella mente, poi alla fine un parcheggio lo trovarono tutti, ciascuno in direzione sconosciuta agli altri, e si ritrovarono nei pressi dell’entrata del locale, sotto la cui insegna rosseggiava un ingresso a vetrine stile cabina telefonica britannica, parato dall’interno da qualcosa che offuscava la visuale a chi volesse sbirciare o curiosare e l’unica cosa che si percepiva era la luce rossa che predominava là dentro, e nel crepuscolo inoltrato anche all’esterno. Un sordo brontolio di Sisters of mercy promanava da dietro quella porta rosseggiante, attutito e insonorizzato a sufficienza per tenere a bada il vicinato. Da una decina di metri di distanza, nella luce scura della notte incipiente evidenziata dal cielo azzurraceo scuro sfumato verso il chiaro dal lato occidente nel declino della corrente giornata il rosseggiare di quell’ingresso emanava un certo fascino, ipnotico quasi, e quando tutti si trovarono riuniti lo spiacevole ricordo delle cineserie di cui qualcuno di loro avrebbe potuto essere oggetto venne lasciato da parte per un più normale entusiasmo di giovani in cerca di divertimento, spinti inoltre dall’ingenuità di Guendalina e dalla genuinità di Alfeo, alias l’Oscuro/lo Scuro, che faceva gli onori di casa.

Altre persone si accostavano all’ingresso, novizi anch’essi; la cosa era rimarcata dal fatto che esitavano ad entrare come se temessero infantilmente di varcare un luogo di non ritorno, quando l’unica cosa con qualche richiamo terrificante era un’insegna pubblicitaria della Biére du Demon® appiccicata a lato dell’ingresso e circondata da più rassicuranti Guinness®, Lutéce®, Céres®, Raven® e un santino dark con l’icona della birra Trompe la Mort® particolarmente in evidenza, in definitiva un locale aspirante pub come tanti, ma in veste goth. Sandro e Dott. Cynicus furono gli ultimi a raggiungere il piccolo spiazzo antistante l’ingresso dove le due ragazze con Germano e Alfeo, alias l’Oscuro/lo Scuro stavano cincischiando in loro attesa.

Birra “Trompe la Mort”

Alcuni di quelli che titubavano davanti all’ingresso entrarono voltandosi con un’espressione idiota sul volto come se stessero per fare una cosa inaudita e irreversibile, e nel momento in cui aprirono la porta e varcarono la soglia la musica dall’interno giunse più corposa ad accentuare un invito ad entrare. Sandro, che non era nativo di Milano si lamentò parlando ad alta voce come a sé stesso di non essere sicuro di riuscire a ritrovare il luogo dove aveva parcheggiato, tanto si era allontanato dal posto, Dott. Cynicus lo sfotté blandamente dicendo che se non fosse riuscito a ritrovare la macchia lui, in qualità di “trasportato”, se ne sarebbe ritornato a casa col Germano. Riunita la ghenga Alfeo prese l’anda verso l’ingresso e tutti lo seguirono, Mina e Guendalina come distratte da una combutta tutta loro che pareva escludere chiunque altro, ma erano solo cose femminili.

Un vestibolo soffuso di luce rossa li accolse esibendo poster di varie interpretazioni cinematografiche di Dracula, con l’effige di Klaus Kinsky nei panni di Nosferatu ripetuta più volte frammezzo a immagini sgranate di edizioni antiche del medesimo tema cinematografico che in tal modo iterato diveniva palesemente ridicolo più che ossessivo o ossessionante, come voleva certamente essere nelle intenzioni dei proprietari del locale. Nessuno fece commenti e Alfeo tirò dritto verso il locale principale, che si apriva in un vasto ambiente dopo una porta in linea retta dall’ingresso, dove la musica era più attenuata. La luce non era più monocroma, sebbene un lampadario di cristallo appeso nel punto più alto contro un soffitto scuro fosse cosparso di lampadine rosse e percorso da una serie irregolare di piccole luci del medesimo colore; tutto l’ambiente era regolato su tonalità di luce le cui colorazioni singole coprivano l’intero spettro del visibile, come un arcobaleno a spot, dove ciascuna macchia di colore o zona dell’ambiente era evidenziata da un’assenza di luce circostante, la cui neutralità faceva risaltare ogni altra zona per contrasto e separazione; il bar era una specie di riassunto del medesimo concetto di illuminazione, con una predominante verde orizzontale a percorrere il bancone per tutta la sua lunghezza. L’effetto era piacevole e la cosa rimarchevole era che non si notavano luci dirette o comunque troppo forti a disturbare l’atmosfera.

L’arredo esponeva ovvie simbologie, tipo fotografie di gargoyles solitari sporgenti sul nulla, archi gotici aperti su irreali orizzonti oscurati da appositi filtri sfumati, teschi in tutte le pose, demoni di ogni fatta, riproduzioni di dagherrotipi di Edgar Allan Poe e di Baudelaire, foto di Marilyn Manson, una foto di Dario Argento sorridente, forse l’unico volto sorridente della galleria di immagini presunte dark, chiese gotiche diroccate sotto cieli nuvolosi, il tutto rigorosamente in bianco e nero. Il colore era riservato ai poster di gruppi musicali come i Grateful Death, i Sisters of mercy, di nuovo Marilyn Manson con il suo occhio differente dall’altro e il suo makeup di pallore evidenziato dagli zigomi esagerati (foto della quale non si capiva la reiterazione in formato cromatico), David Bowie nei panni di Ziggy Stardust, i Cure, una copertina apparentemente originale (poiché incorniciata sotto vetro) di Their Satanic Majesties Request con i Rolling Stones ancora giovani e la foto centrale in quel formato tridimensionale da cartolina degli anni sessanta, la scritta ZOSO con i tre simboli riprodotti sul disco dei Led Zeppelin che contiene Stairway To Heaven incorniciata e sotto vetro (sebbene orba del disco e anche della coperta, solo una riproduzione grafica) e altri personaggi, eventi, luoghi, simboli ritenuti di interesse locale. L’arredo (da intendersi strettamente come quegli oggetti su cui ci si siede, ci si appoggia, e attività correlate) era in un (ovvio?) finto antico stile XIX secolo o giù di lì, tutti i tavoli avevano una luce propria ad imitazione di una lampada o una candela, tale da non sovrastare mai la luce generale dell’ambiente e il tutto si teneva in una maniera gradevole, sebbene nessuno dei nostri desiderasse restarci a vivere (tranne forse l’Alfeo alias l’Oscuro/lo Scuro).

The Rolling Stones: «Their Satanic Majesties Request»

Alfeo si accostò al banco del bar, che dato il colore dominante sul medesimo in relazione all’ambiente generale pareva suggerire: «Vuoi dell’assenzio o vuoi dell’assenzio?». Nessuno chiese assenzio, ma semplicemente un tavolo al primo cameriere disponibile che gli fece cenno di seguirli conducendoli attraverso l’ampio ambiente, al momento disturbato da un gruppetto di minorenni che adolescevano rumorosamente scimmiottando tutto ciò che stava nel posto. Il cameriere con il gruppetto di Alfeo al seguito non sfuggì ai loro commenti, che di salace non avevano (né avrebbero potuto avere) alcunché, solo trite baggianate insignificanti, ma molto rumorose. Dott. Cynicus restò un momento a contemplarli cercando qualche spunto per i BDdLC ma la materia era molto al di sotto del livello di decenza, tuttavia il suo interesse restò per un istante di troppo appiccicato a quella morbosa immagine di deboscia giovanile e qualcuno degli stronzetti lo notò apostrofandolo.

– Ooooh, c’ c**** ti guardi babbo di minchia…

Dott. Cynicus non si lasciò sopraffare verbalmente e sebbene non fosse in grado, né volesse abbassarsi per rispondere a tono, replicò.

– Vous pratiqueriez donc le néologisme monsieur? – esponendo una faccia sorpresa e altera ad un tempo, cosa che scombussolò del tutto il suo interlocutore, il quale rivolgendosi a uno dei suoi compari chiese lumi.

– Oh zio, …c’ c**** dice ‘sto alternativo di merda?

Il duo, moralmente spalleggiato dagli altri seduti al medesimo tavolo, sembrò scrutare Dott. Cynicus come avrebbero potuto osservare un alieno mentre cercavano di mantenere la combutta rumorosa e a loro (?) vantaggio, però evidentemente non avevano capito cosa avesse detto il Cusani e non sapevano come replicare, si limitarono quindi a minacce tanto verbali quanto inutili, inframmezzate da scemo-pagliaccio, ti faccio bbrutto, ecc., senza peraltro e per fortuna osare alzarsi da sedere. Il cameriere li ignorava con sopportazione (tra l’altro dovuta al mestiere) e così fecero l’Alfeo e tutta la ghenga. Giunti ad un tavolo libero e illuminato di giallo si accomodarono dimenticando immediatamente il piccolo incidente.

Appena seduti il sestetto al completo si rilassò guardandosi all’intorno senza commenti e sbirciando, Mina e Guendalina soprattutto, nascostamente l’Alfeo in un’inconsapevole associazione di idee di cui forse Alfeo alias l’Oscuro/lo Scuro nell’ipotesi che se ne fosse avveduto avrebbe pensato strano, ma non era il tipo paranoico che sta lì a guardare per guardarsi da non si sa bene cosa, l’Alfeo stava in compagnia e la cosa lo gratificava, per giunta era nel suo centro, nel suo modo di immaginare la realtà, per il momento almeno, poi si sarebbe visto per il prosieguo della sua esistenza. Salutò ricambiato con un gesto della mano un terzetto vestito di scuro e illuminato di arancio seduto ad almeno quindici metri da dove si trovava e quindi si dispose verso i suoi colleghi – amici. Il posto era raffrescato decentemente, non quell’aria condizionata che ti fa venire voglia di infilarti un maglioncino o riscaldarti davanti ad un caminetto e ti fa sentire il sudore che si raffredda sul retro del collo, per cui la proposta di una boccia di cabernet sauvignon lanciata dall’Alfeo trovò riscontro, nessuno sembrava sentirsi assetato di liquidi refrigeranti, alcolici o non alcolici, e la tradizione di una bevanda color sangue intonata all’ambiente che Alfeo aveva in mente venne rispettata. Una ragazza in minigonna nera e calze a rete, con grembiulino del medesimo colore e la scritta Sole Nero a segnalare l’appartenenza allo staff, si fece vedere poco dopo a prendere l’ordinazione: la boccia suddetta e olive all’ascolana per tutti.

Dopo una pausa di silenzio dovuta quasi certamente ad una necessaria ambientazione in un luogo che non aveva mai visto né frequentato, Guendalina cominciò a riprendere la sua parlantina standard, sebbene con una certa moderazione. Evidentemente il pomeriggio intero con Mina le aveva dato modo di sfogare la sua chiacchierosità ed ora, pur un tantinino al di sopra dello standard, si era data una calmatina e anche Mina riusciva a trovare lo spazio per infilare qualche commento di suo nella conversazione generale. Germano per un attimo temette che l’intrusa, circuita dall’ambiente e dalle circostanze locali, si sarebbe messa a narrare fatti horror di qualche infantile finzione prodotta dalla sua fantasia, e tirò un sospiro di sollievo quando quella se ne venne fuori con una battuta sull’oroscopo che nascondeva l’intenzione di prolungare l’argomento, magari abbondantemente oltre il limite di sopportazione. Cominciò con l’inquisizione tipica, rivolta ad Alfeo, che già dal pomeriggio aveva cominciato a prendere in considerazione (o forse di mira?).

«Di che segno sei?»

– Di che segno sei?

Dott. Cynicus, di nascosto dalla ragazza, guardò Sandro e Germano facendo gli occhi strabici e la linguaccia di traverso. Mina forse lo notò ma non disse nulla, conosceva il tipo, l’aveva divertita altre volte con smorfie e battute tipiche e nell’oroscopo non ci credeva neanche lei però nelle chiacchiere fra donne è un argomento, se non altro dal parrucchiere o dall’estetista. Alfeo guardava Guendalina e non si avvide di nulla; inalberò un’espressione di dubbioso distacco, come a richiamare qualcosa che stava molto lontano dai suoi interessi e rispose quasi stancamente.

– Cancro… o almeno mi sembra.

Questa malcelata ammissione di ignoranza della materia mise in moto l’astrologa che si nascondeva in lei a recuperare un’anima persa alle divinazioni astrali, e in relazione al luogo, che lei riteneva consono o almeno propenso al tema, meditò che costituiva un’aggravante dell’incultura ingenuamente affermata dallo Scuro/l’Oscuro. Per un attimo si guardò intorno smarrita, come a cercare conferma delle sue opinioni circa il necessario nesso fra le sue convinzioni divinatorie da rotocalco e il luogo che lei per una devianza tutta sua riteneva in qualche modo necessariamente demoniaco, quando tutto il personale recitava per gli avventori in una obbligatoria pantomima per mettere insieme uno stipendio a fine mese e magari fuori dall’orario di lavoro vestivano chésual e ascoltavano i ciddì butleg del Festival di San Remo.

Fu solo un attimo di sbandamento, un brevissimo attimo durante il quale Germano, e certamente anche Sandro e Claudio, sperarono di averla messa a tacere per un po’. Una pia illusione. Non avevano fatto i conti con la cultura dell’incultura, anche non sapere è una scienza, esistono libri che possono formare l’ignorante dotto, e proprio sulla base di questa forza anticulturale la Guendalina si lanciò in una autenticamente meravigliata presa d’atto della totale incuranza, menefreghismo e ignoranza dei suoi ospiti in materia di astrologia e si sentì in obbligo di provvedere, educare, formare i suoi amici ai misteri dei segni zodiacali. Guardò uno per volta, alternativamente e ripetutamente Alfeo, Germano, Claudio e Sandro, scambiando ogni tanto un’occhiata interrogativa con Mina quasi a dire «Come… non gli hai spiegato nulla?», poi iniziò l’omelia.

– Tu Germano di che segno sei?

– Cinghiale – Sandro e Claudio sorrisero, poi Germano si ravvide pensando che continuando in questo tono avrebbe potuto offendere la ragazza e si corresse in qualcosa di umanamente esternabile – scemenze a parte non credo nell’oroscopo, l’unica cosa che trovo interessante è che siccome nei quotidiani, settimanali o mensili c’è anche il mio oroscopo, ciò significa che per il giorno stesso, la settimana stessa o il mese stesso resterò ancora al mondo, non fosse altro che per non contraddire una divinazione che ha richiesta così tanta carta stampata.

– Ma siete dei selvaggi – disse Guendalina con un’espressione di incredulità autentica che preannunciava una filippica senza fine sull’argomento – avete bisogno di essere richiamati sulla via maestra. Alfeo, per esempio, che ha detto di essere del Cancro, trovo che abbia molte delle caratteristiche di quel segno, per esempio la tranquillità, anche se sembra una tranquillità tra virgolette – e nel dire virgolette mimò un paio di coniglietti con entrambe le mani e con gli indici e i medi di ciascuna irti sopra pollice, anulare e mignolo riuniti imitava le orecchie degli stessi in una vibrazione peristaltica sincrona di coppia, come si vedeva fare già da un po’ nei telefilm americani per mimare virgolette da cartoni animati.

– Dott. Cynicus ebbe un sussulto, si drizzò sulla schiena e piantò il suo sguardo incredulo sulla ragazza con una fissità severa e preoccupante, ma la giovane era troppo presa dalle sue reprimende e si era già buttata a chiedere all’Alfeo, forse l’unico che avesse mostrato di essere disponibile sull’argomento.

«”» – «”»

– E qual è il tuo ascendente?

Alfeo non fece in tempo a dire che non lo sapeva, la ragazza era troppo presa a voler dimostrare di sapere che cosa fosse un ascendente e senza attendere alcuna risposta si buttò direttamente ad enunciare.

– Scommetto che non sai nemmeno che cos’è l’ascendente? – Alfeo non fece nemmeno in tempo a scuotere la testa in un diniego di conferma, Guendalina continuò come un accelerato – È il momento esatto della tua nascita, la posizione del segno zodiacale che sorge sull’est locale nell’esatto momento in cui vieni al mondo e solitamente è differente dal segno principale. L’ascendente definisce – e qui ritornarono i coniglietti, con quella malcelata compiacenza di qualcuno che crede di fare qualcosa di molto (fra coniglietti) simpatico e accattivante – le nostre relazioni con gli altri e le sensazioni che gli altri ricavano da noi.

Germano intervenne.

– Il momento esatto della nascita quando viene definito? Quando hai messo fuori la testa, quando sei completamente fuori, quando ti hanno tagliato il cordone ombelicale, o cosa?

Guendalina allibì temporaneamente, solo un “momentino”, non si lasciò sopraffare, neanche per idea, la battaglia per la diffusione dell’oroscopo andava perseguita.

– Cosa vuol dire il momento esatto? Il momento esatto è il momento esatto – coniglietti –, quando vieni al mondo, punto e basta.

– Si, insomma, tu nasci e nello stesso preciso momento l’ostetrica guarda fuori dalla finestra e dice: «Leone ascendente bilancia», o qualcosa del genere.

– Ma noooo, non è così – qui la ragazza si stava infervorando.

Ci fu una pausa dovuta al cameriere che portava la bottiglia di vino e i bicchieri, Alfeo scambiò un’occhiata con Mina.

– Siamo in sei, possiamo ordinarne un’altra.

Ci fu unanime consenso, tranne Dott. Cynicus che teneva un ostinato sguardo fissato sulla divulgatrice dell’oroscopo come legge divina, ma nessuno lo notò, si limitarono a guardare il cameriere per dare conferma dell’ulteriore ordinazione. Sandro iniziò a versare il vino nei bicchieri mentre Guendalina riprendeva la sua orazione.

– Il momento della nascita è il momento – coniglietti – della nascita, non capisco tutte queste speculazioni, dal momento della nascita esaminando la posizione dei pianeti si ricavano le case e le relazioni che queste determinano sul nostro carattere, sul carattere di ciascuno, l’oroscopo non ci predice il futuro, ci dice come noi – coniglietti – siamo.

Sandro allungò una mano sul tavolo per prendere il suo calice e notò alla sua sinistra Dott. Cynicus fisso con lo sguardo sulla Guendalina, lo osservò un istante e notata la totale immobilità pensò che ci fosse qualcosa che non andava. Gli diede di gomito per scuoterlo. Dott. Cynicus si riscosse con una certa lentezza, guardò Sandro con un’espressione interrogativa e poi fece una smorfia delle sue mimando sotto al tavolo i coniglietti della Guendalina e gli disse a mezza voce:

– E ‘sta roba come la combattiamo? Non è nemmeno sul dizionario.

Sandro guardò Guendalina, che nel frattempo si era infervorata con l’Alfeo, e la colse nuovamente con i coniglietti in atto, guardò il Claudio allargando le mani.

– Mi sa che ci tocca di prenderla persa.

Dott. Cynicus ritornò preda della fissità precedente e in una specie di delirio consapevole, pur non avendo ancora bevuto, né in vita sua avere assunto, perché il Cusani non aveva MAI assunto, si immaginò quei terribili coniglietti sparati a dovere con dei pallini del cinque, di quelli che usava suo nonno per i fagiani, si immaginò ogni assimilabile essere che somigliasse loro, vivente o fantastico, eliminato inesorabilmente. Immaginò il coniglio dei F.lli Monitore inesorabilmente accalappiato per le orecchie da una contadina veneta secca e nerboruta, risoluta nei modi, che con un colpo deciso sul coppetto gli troncava ogni rapporto con la F.lli Monitore spa, lo appendeva per le caviglie posteriori e lo scorticava per conciarlo alla cacciatora, ad escludere ogni ritorno cartoonistico. In un delirio di diabolicità estese queste sue fantasie a quell’orrendo canarino idrocefalo e alla sua padrona feroce, della quale si vedono solo le ciabatte e il ciabattare relativo, e se lo immaginò spennato a dovere e avvolto da una fetta di pancetta intento a colare i suoi pochissimi grassi su di un focherello alimentato da un gatto bianco e nero bleso nelle dentali che lo rigirava di tanto in tanto sullo spiedo da cui era impalato a dovere insieme al topo supersonico e la padrona indemoniata investita da un centoruote nell’atto di attraversare la strada nella ricerca dello stupido essere. Immaginò il ministruzzo ingoiato dal coyote, penne e zampe lunghe incluse, e trasformato in prodotto fecale di un cane della prateria, e il coyote susseguentemente imprigionato per uso di esplosivi senza licenza, immaginò… beh, poi si dette una calmata.

Questo è tutto, gente!

Dott. Cynicus afferrò il suo calice e si rilassò contro lo schienale della sedia, armata di braccioli, con rassegnazione e un aspetto di sconfitta che sollevarono l’ilarità trattenuta di Sandro, che lo guardava di sottecchi, dopo averlo colto in quell’istante di intima sorpresa di fronte a quei coniglietti dispettosi. Il Cusani se ne avvide e gli fece una smorfia stanca accompagnata dal tipico gesto della mano con le dita riunite a cono, a cui il Sandro ribatté con un coniglietto sottobanco solo soletto, orfano della sua destra che teneva il bicchiere. La guendalica stava allargandosi sulle case e stava spiegando, con una frequenza di coniglietti che nessuno aveva notato nell’intero pomeriggio, la differenza fra gli influssi esterni rappresentati dalle case e le qualità intrinseche rappresentate dai segni stessi. Dott. Cynicus sentì di dover dare sfogo alla sua frustrazione, si accostò a Sandro e gli disse a mezza voce:

– Certo che per continuare una ramanzina del genere di ******* deve averne lette parecchie.

Sandro sorrise senza replicare, afferrò un’oliva e se la sbocconcellò con calma continuando a guardare la ragazza come a sottolineare la sua attenzione, che fu distratta da un lieve e concitato baccano di voci femminili da un tavolo poco distante dal loro, dove tre giovani orientali illuminate di blu stavano festeggiando una quarta coetanea, anch’essa rilucente dei medesimi fotoni cromatici, con un breve coretto in una lingua che poteva anche essere cinese. La cosa richiamò l’attenzione del Germano che si voltò a guardare; cinesi lontani da un posto di lavoro ad un orario praticabile per la produzione rappresentavano una cosa fuori dalla norma. In un attimo gli ritornò alla mente il motivo per cui si trovavano lì e non altrove, guardò Mina, impegnata ad ascoltare Guendalina che intortava Alfeo con i suoi dogmi zodiacali, Sandro e Dott. Cynicus ricambiarono con la loro attenzione quando si voltò verso di loro. Germano guardò verso l’ingresso come a sincerarsi che nessun finto cinese fosse entrato o stesse per dirigersi al loro tavolo e, nonostante la distanza, gli parve di incrociare lo sguardo della cameriera in minigonna che aveva preso l’ordinazione, ora appostata preso il bar; uno sguardo che pareva non mollarlo.

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Prossimamente il quindicesimo capitolo

Una storia italiana – Romanzo a puntate (13)

romanzo a puntate (13)

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Questo romanzo, ambientato fra Milano e Genova nel luglio del 2001, è un’opera di fantasia. I personaggi, i luoghi nominati e gli eventi che vi si svolgono sono inventati, gli eventi e le persone eventualmente reali, che fanno da sfondo alla narrazione come ai personaggi, sono tratti da fatti di cronaca riportati dai notiziari o dai quotidiani e liberamente interpretati a fini creativi e immaginari. Ogni altro e qualunque riferimento a persone, luoghi, cose, eventi realmente esistiti o esistenti è puramente casuale e/o esclusivamente funzionale ai fini immaginari della narrazione. Ogni deduzione o interpretazione storica, filosofica o letteraria è meramente funzionale alla narrazione romanzesca quale opera di fantasia.


Una storia italiana

Capitolo XIII°

(13)

Milano

Giovedì, 19 Luglio 2001

Si ha l’impressione che il senso del pericolo delle donne sia del tipo “immediato”, ossia il grido isterico che accompagna la presa d’atto di una minaccia attuale, immediata. Se qualcuno dovesse far capire ad una donna che sta correndo un pericolo, di cui non si conosce il momento di attuazione, questa se ne infischierebbe e continuerebbe a preoccuparsi del suo aspetto esteriore, del makeup, della pettinatura, dell’abbigliamento, delle scarpe, e tutto quanto ruota attorno all’apparire, salvo issare una faccia terribilmente spaventata con sonoro di uno strillo a centoventi decibel per la compiuta realizzazione della minaccia e relativa presa di coscienza nel momento in cui essa si realizza, come se nessuno l’avesse ampiamente avvisata, per cui Germano non ci provò neanche a distogliere Mina dall’intenzione di separarsi dalla combriccola per andare a casa di Guendalina a “rinfrescarsi” e “agghindarsi”. Considerò solamente il fatto statistico, cioè la scarsa probabilità che il Wazzarola e i suoi scagnozzi fossero a conoscenza del domicilio della tipa in congiunzione con le intenzioni “mobili” delle due ragazze. Inoltre l’idea di un locale gotico aveva solleticato la fantasia delle due giovanotte che ad un certo punto del pomeriggio avevano preso una sgrigna, una irrefrenabile voglia di ridere come capita solo ai bambini quando fanno a gara a chi ride per primo, ed è sempre difficile stabilire il vincitore; per cui comunicare con loro era diventato pressoché impossibile, il loro mondo esilarante escludeva chiunque. In conseguenza della separazione di tutta la ghenga il Germano ne approfittò per passare da casa a depositare quanto aveva ancora con sé dalla mattina, gli appunti, qualche libro e farsi una doccia per alleviare il caldo.

Locandina di film

La voce della telefonata di Trifarro ce l’aveva ancora nelle orecchie ed ora, sotto l’acqua, nel bagno di casa sua, nella tranquillità del suo ambiente famigliare tutto gli appariva lontano e irreale, come un vecchio film degli anni settanta e non gli riusciva proprio ad immaginare se stesso calato in una situazione simile, non gli riusciva di inserire l’insensatezza di personaggi come il Sapienza, di cui non sapeva nemmeno il nome di battesimo, o come il Cinese, che solo a nominarli pareva di stare al cinema a vedere un poliziesco di bassa qualità e di folclore popolare sulla delinquenza, di quelli che passano le tv locali la sera tardi. Eppure tutto era vero, compresa la relazione di Mina con quel tizio, che se l’avesse saputo sua madre gli avrebbe intimato di smettere di vederla, per non parlare di suo padre, che prendeva distanze morali da tutto ciò che poteva influire negativamente sul suo stile di vita o i suoi famigli. I suoi genitori li comprendeva, non erano moralisti e nemmeno dei bacchettoni, solo tenevano quell’atteggiamento prudente tipicamente italico delle persone di una certa età che deriva dall’origine contadina del paese, anche in una grande città come Milano, e gli sarebbe dispiaciuto parecchio dare loro qualche delusione per mezzo delle sue amicizie e conoscenze.

Mina qualche volta capitava a casa sua ed era bene accolta, sia per lo studio che per l’amicizia particolare, su cui i suoi vecchi non si erano formalizzati né scandalizzati, dopo tutto l’insieme sembrava convergere in uno scopo di studio e di un futuro conseguente e nemmeno avevano osato paventare pianificazioni al suo riguardo, di questo era consapevole e al momento anche terrorizzato nei confronti dei suoi, perché aveva preso atto che da ora in avanti doveva nascondere loro qualcosa che non dipendeva quasi per nulla da lui, ma che poteva giungere alle loro orecchie tramite qualunque maldicenza di qualunque bene informato che non mancano mai in qualunque città, nemmeno a Milano. Questo velo di realtà si frapponeva ora oltre che fra sé e i suoi genitori anche su tutto ciò che componeva la sua vita, come se di punto in bianco avesse scoperto un difetto nella sua esistenza per bene che gli guastava il piacere di vivere, che lo condizionava in maniera latente ma non evitabile.

Quando oggi aveva appreso quelle novità sul passato di Mina le aveva accolte in progressione, come un lento apprendistato di sé stesso, quando invece – ora se ne rendeva conto – avrebbe dovuto capire interamente tutto e subito, farsi immediatamente un’idea diversa di lei, rivedere tutto il suo rapporto con lei alla luce di quelle notizie dal passato, rileggere i momenti salienti e importanti delle loro frequentazioni sotto la condizione dei suoi trascorsi, in un diritto alla franchezza che aveva la sensazione che gli venisse negato, da Mina prima di tutti. Sentiva una rabbia lontana dentro di se e allo stesso tempo percepiva questa stessa rabbia come irragionevole; nell’alternarsi delle sensazioni prevaleva in lui il senso positivo che ricavava dai ricordi dei momenti trascorsi insieme a lei, in cui nemmeno col martello sarebbe riuscito a ficcare quelle notizie oscure dal passato, nemmeno con la più vivida immaginazione riusciva ad accostare Mina ad uno sconosciuto di nome Walter Cazzarola alias Cinese, anzi “il” Cinese, come se fosse un titolo pubblico conseguente ad un incarico.

Eppure tutta la realtà indicava la vicenda come autentica e realmente accaduta in un passato che in un confronto parallelo nella sua ancor giovane età egli collocava in un’era quasi lontana, come se l’adolescenza fosse stata per lui come una malattia dell’infanzia, di quelle che non ti ricordi mai se le hai avute o no, tanto la cosa è offuscata dal tempo; eppure la maldicenza in qualche modo lo aveva modificato, la realtà sua e di Mina si era opacizzata ma al contempo restava uguale, come uguale restava il suo desiderio di lei, su cui non poteva addossare alcun dubbio dal momento in cui l’aveva conosciuta. Mina Calludole era ancora al centro della sua vita e avrebbe fatto ciò che sarebbe stato ragionevolmente necessario per tutelare lei e la loro amicizia, e pensò questo con la segreta doppiezza che aiutandola avrebbe potuto scoprire eventuali ulteriori negative novità e farsi una ragione più aggiornata e “reale” della sua relazione. Germano era consapevole di questo pensiero sdoppiato nelle sue convenienze e in parte ebbe un leggero disgusto per sé e questa meschina maniera di ragionare; ma questa, e ciò costituiva il suo maggiore alibi davanti a sé stesso, al fondo delle cose era la realtà, quella dei fatti.

Dai primi tempi dell’università sua madre aveva smesso di tampinarlo da vicino con le solite richieste e inquisizioni mammifere, per cui entrare e uscire dalla giurisdizione parentale era molto meno problematico, anzi, quella sera suo padre lo colse nell’ingresso e gli chiese se aveva bisogno di contante allungandogli due banconote col Bernini, a cui Germano rispose affermativamente intascando il denaro con un sorriso di ringraziamento. Lesse nello sguardo del suo vecchio la domanda repressa dietro cui si nascondevano le ordinarie preoccupazioni di un genitore che voleva indagare i suoi spassi serali di un giovedì sera estivo, in condizioni ordinarie avrebbe accettato uno scambio di battute sul più e sul meno ma temendo di lasciarsi sfuggire qualcosa che avrebbe potuto spaventare il suo vecchio se la filò con un «Grazie mille!».

Un paio di Bernini

Di norma il ritrovo extra universitario era tanto ubiquo quanto pubblico, i locali frequentati da tutti i giovani andavano sempre più che bene, con la inarrestabile curiosità di frequentarne di nuovi per nuove conoscenze ed esperienze, che poi, alla fine dei conti erano più o meno le medesime, il preassembramento prima della serata in discoteca o in una festa privata o qualunque altra cosa fosse in vista. Quella serata però aveva preso un andazzo fuori dal consueto, già il locale dark era una novità inedita, e per giunta, senza che nessuno lo avesse premeditato o preventivato, si era messa in moto una paranoia “malavitosa” collettiva che aveva incluso anche certuni inconsapevoli, come Guendalina e Alfeo, e a parte la decisione di separarsi per agghindarsi, da parte delle ragazze, nessuno aveva paventato di ritrovarsi nei soliti posti molto frequentati e dunque bene in vista a chiunque volesse notarli. Prima di separarsi per le eventuali abluzioni generali e i ritocchi al makeup delle ragazze Alfeo aveva semplicemente detto:

– Ci vediamo intorno alle nove e mezzo in piazza Oberdan, all’incrocio con corso Buenos Aires.

E aveva guardato Dott. Cynicus come a indicare qualcuno che conosceva il suo domicilio e le zone circostanti, sebbene tutti quanti sapessero dove fosse Porta Venezia e i luoghi indicati dall’Alfeo. Germano mise in moto la sua FIAT Panda® e si avviò verso il luogo dell’appuntamento sebbene non fossero ancora le nove. Una certa agitazione lo teneva sulle spine e voleva sincerarsi delle condizioni della sua amica, quantunque un’anticipazione dei tempi non avrebbe affatto accelerato la cosa, essendo Mina trasportata a cura di Guendalina sul luogo dell’appuntamento, per cui avrebbe dovuto attendere in ogni maniera le esigenze femminili. I BDLC sarebbero arrivati sul posto con il mezzo di Sandro, che avrebbe fatto il giro a recuperarli.

Il domicilio dell’Alfeo era dalle parti di Corso Buenos Aires, dove viveva con i suoi genitori e una sorella; Alfeo, uno studente milanese che poteva permettersi i costi della sua mania gotica perché ampiamente sovvenzionato dalla famiglia e non oberato dalle spese che hanno gli studenti esterni o di fuori Milano. Germano se la prese comoda e arrivò sul luogo dell’appuntamento una decina di minuti in anticipo sull’ora concordata credendo di essere il primo e già predisposto a distrarsi a guardare il panorama e il traffico per ingannare l’attesa. L’Oscuro/lo Scuro era invece già sul posto; lo individuò immediatamente per l’abbigliamento monocromo, anche Dott. Cynicus era già sul posto ma i BDLC non erano al completo, Gianni aveva dato forfait per un invito balneare fino a domenica, era partito la sera stessa con altri due studenti della facoltà, scusandosi per la indelicatezza di abbandonare un’amica e il branco tutto ma sentiva un irrefrenabile bisogno di distrazione e di cambiare aria per un po’, anche solo per due o tre giorni e aveva colto un’occasione al volo, «Sicuro di abbandonare Mina in buone mani!» e Mario, che non fu reperito al suo domicilio, contattò telefonicamente il Sandro adducendo, alla delusione dello stesso, tristi riunioni famigliari da cui non avrebbe potuto esimersi neanche arruolandosi nella Legione Straniera. Nessuno ne fece un dramma, si limitarono a constatare il luogo comune delle ragazze in ritardo, sebbene mancassero alcuni minuti alle nove e trenta.

Finalmente la VW Polo® blu petrolio di Guendalina apparve, i maschietti porsero tutta la loro attenzione alle ragazze, per notare cosa aveva potuto produrre un pomeriggio di pianificazioni stilistiche e di esilaranti complicità e restarono discretamente delusi nel vederle scendere dalla vettura in jeans d’ordinanza e maglietta stile mercato rionale. Nessuno fece commenti ma le due si sentirono in obbligo di dichiarare che il nero non era un colore a cui si sentivano propense, specie per la stagione in corso. Nessuno trovò alcunché da ribattere, nemmeno Alfeo, nerovestito, che avrebbe dovuto tentare almeno una difesa d’ufficio per il suo colore preferito e tutti insieme cercarono immediatamente di organizzarsi per il trasporto del gruppo al completo, operazione per la quale occorrevano almeno due vetture. Guendalina oppose immediatamente un ostacolo imprevisto esigendo l’autonomia dei trasporti per sé e Mina, a cui Germano e i BDdLC residui nell’unico esemplare del Sandro, eccettuata la partecipazione esterna di Dott. Cynicus che dava sempre il suo supporto ai BDdLC, consci della particolarità della serata, tentarono una strenua opposizione ma l’influenza di Guendalina su Mina pareva peggio di una fattura (leggasi pratica di magia e non documento contabile) e Mina stessa non sembrava più consapevole dei rischi di cui avevano discusso la mattina stessa.

Sandro tentò un’opera di convinzione, supportato da Dott. Cynicus e dallo sguardo interessato di Germano ma non ci fu modo, per qualche imprecisato motivo femminile originatosi nella mentalità contorta della Guendalina la donna volle a tutti i costi l’indipendenza dei trasporti per sé e Mina, che osservava con un mezzo sorriso inamovibile sul suo bel viso di ventitreenne. Non ci fu verso, l’ostacolo Guendalina era troppo per chiunque e ci si dovette arrangiare altrimenti; Germano decise di portare con sé Alfeo, con cui avrebbe fatto strada verso il posto che nessuno conosceva, le due ragazze avrebbero seguito con la VW Polo® blu petrolio dell’ostinata ex liceale e a seguire, a mo’ di retroguardia, Dott. Cynicus con Sandro, che propose di prendere anche la sua vettura nel caso la serata richiedesse trasporti ulteriormente differenziati. Alfeo aveva seguito la stramba discussione, forzata dall’ostinazione dell’amica di Mina, con una strana espressione sul volto ma non aveva osato interferire né aveva cercato di approfondire problematiche che non conosceva e non lo interessavano, tuttavia si era fatto l’opinione che la nuova venuta con i suoi atteggiamenti impositivi non si stava guadagnando la simpatia generale. Le manovre di trasferimento furono immediatamente messe in atto, Alfeo e Germano nella FIAT Panda®, le due ragazze nella Volkswagen Polo® e Sandro con Dott. Cynicus nella Lancia Ypsilon® fornita dal proprietario della fabbrichètta nel varesotto, che dopo tutto al frutto dei suoi lombi materialmente non gli faceva mancare nulla.

Il breve corteo, condotto da Germano e Alfeo infilò il viale Bastioni di Porta Venezia, in direzione della Ghisolfa, Germano guidava con un occhio costante allo specchietto retrovisore per sincerarsi della presenza della VW Polo® con le due ragazze e della Lancia Ipsilon® di Sandro. Alfeo non mutò di molto la sua scarsa loquacità, una cosa però la disse, con quella forma di cortesia ironica delicatamente snob di chi non ha il coraggio e nemmeno l’intenzione di dirti la sua opinione negativa riguardo a qualcosa o qualcuno.

– Simpatica l’amica di Mina.

– Sì, moltissimo – rispose Germano, poi cambiando argomento continuò – Ma che posto è questo Sole Nero?

– Oh, è un vecchio capannone di una ex attività artigianale restaurato e riadattato a bar con possibilità di spettacoli di intrattenimento, tipo piccoli concerti di gruppi semisconosciuti, e roba simile. Credo che vi piacerà davvero.

– Ma tu conosci qualcuno che frequenta quel posto? – Germano pose questa domanda in parte per sincerarsi di avere preso la decisione giusta per sé e per Mina e in seconda analisi per evitare di sentire lamentele riguardo la eventuale noiosità del luogo che l’amica imbucata non si sarebbe trattenuta dall’esternare, sebbene quest’ultimo rappresentasse un «non problema».

– Conosco un sacco di gente là dentro, c’è sempre movimento di persone interessanti, specie se sei dell’ambiente goth.

Germano restava sempre un poco freddo sulle passioni in generale, sia stilistiche che sportive o politiche, si infervorava raramente, più che altro partecipava ascoltando e cercando di capire, caso mai vi fosse qualcosa da capire. L’atteggiamento di Alfeo non lo infastidiva per nulla, anzi lo trovava simpatico, tuttavia non gli riusciva di immaginarsi un Alfeo sessantenne in tenuta dark, e a dirla tutta nel lungo periodo qualunque passione gli pareva dovesse trasformarsi in comica, magari non era così, magari certe passioni resistono all’usura del tempo, ma non gli tornava mai l’immagine di un rocker in pensione che te lo incontri e ti dice cose dei bei tempi che furono, come se non fosse capace di uscire dalla gabbia della sua vita, ammesso che una cosa del genere sia possibile, quantunque molti la trovino almeno pensabile. Alfeo era davvero una persona gentile, magari un poco ingenua nelle sue propensioni gotiche, ma Germano trovava il suo “oscuro” entusiasmo di piacevole compagnia, specie perché il tipo era di abitudini poco loquaci e trovarselo lì a discorrere, certo non come un fiume di parole, lo gratificava da un punto di vista umano. Il suo stato d’animo era focalizzato sulla peculiarità della serata, della cui conoscenza Alfeo non era stato messo a parte, per cui dovette riscuotersi un poco e richiamare al presente contestuale i suoi interessi di studente quando Alfeo chiese.

– Che cosa ne pensi della lezione particolare di Trifarro questa mattina?

La sua attenzione era scissa fra le incombenze della guida e il monitoraggio della VW Polo® blu petrolio contenente le due ragazze, per cui gli ci volle qualche istante per riuscire ad inserire un terzo centro di interesse nella sua presenza in sé, e in considerazione del triplice daffare cercò di tenersi sul vago per non deviare troppa attenzione dalle altre attività.

– Ha messo insieme troppi argomenti, ma nel complesso ci sono molti spunti di discussione, qualcuno avrebbe già delle domande da fargli.

– Chi, per esempio?

– Dott. Cynicus.

– Chi?

– Forse non lo sai ma il Claudio lo chiamiamo talvolta Dott. Cynicus.

– Chi? Il Cusani? Non ho mai sentito nessuno chiamarlo così.

– In effetti è più che altro una definizione, un modo per indicarlo tra noi. Saprai certamente dell’esistenza dei Beati Demolitori dei Luoghi Comuni.

– Qualcosa ho sentito dire, ma non mi sono mai piccato di fare domande. Ho sempre avuto la sensazione di qualcosa di simile ad una moda, sai, tipo quella dei messaggini al telefono con le “k” al posto dei “ch” e i “X” davanti ai “chè” che diventano degli “Xkè” e roba del genere.

esse emme esse, ovvero ESSE EMME ESSE, cioè, vale a dire…

Germano rise di approvazione, l’Alfeo era a posto, poi gli chiarì l’arcano iniziandolo ai misteri dei BDdLC.

– A prima botta può sembrare una cosa del genere, però Sandro, oltre Mario e Gianni, che stasera non sono con noi, sono dei tipi in gamba e quello che mettono insieme con la storia dei BDdLC è solo divertimento, una specie di gioco a sfondo culturale. Comunque per ritornare alla tua domanda, Dott. Cynicus, cioè il Claudio, si è posto la questione della fine della storia, dicendo che il Fosco l’ha fatta troppo semplice affermando che la cosa finisce con il termine del litigio fra il Signore e il Servo e la conquista dell’emancipazione da parte di quest’ultimo.

– In effetti la storia non finisce affatto, di eventi ne sono capitati da Hegel in qua.

– Credo che sia proprio questa la domanda che Claudio vuole fare a Trifarro, quale fine della storia?

– Senza dimenticare che è semplicemente riduttivo mettere in scena due personaggi con i loro valori escludendo tutto il resto, sebbene, per usare le parole di Trifarro, l’azione del Signore ha avuto un effetto antropogeno sullo sviluppo della società occidentale, resta però esclusa molta materia.

– Molta di questa materia che tu stai citando come esclusa è stata probabilmente valutata nell’opera principale di Hegel dall’autore medesimo, ma è sicuramente impossibile includere ogni cosa e la domanda “Quale fine della storia?” ha sicuramente un senso, per non tenere conto del postmoderno, che come argomento mi fa venire in mente le sabbie mobili, tanto è sfuggente e insidioso. Per chi ci vuole capire qualcosa intendo.

– Devi prendere quella direzione – cambiò argomento Alfeo, poi riprese la topica Trifarro – La cosa delle devil songs mi ha incuriosito e anche la black music mi suona bene.

Germano rise senza guardarlo alludendo ciecamente alle sue propensioni stilistiche.

– Ci ha messo un po’ di nostalgia, intendo dei suoi bei tempi che furono.

– Vuoi dire gli anni settanta?

– Esattamente. Si è tirato in ballo senza volerlo o forse non è riuscito ad evitarlo. Di solito le lezioni che includono accenni anche solo lontani in stile “mi ricordo” fanno venire l’orticaria, però nel complesso non mi è sembrata una cosa malvagia, un poco campestre magari ma interessante.

– Sì, campestre abbastanza, e in una città come Milano! Una cosa inedita presumo.

– Ehi, e quella cosa del tempo come un punto focale da cui emerge tutto quanto? Chissà da dove se l’è tirata fuori.

– Anche questa potrebbe essere un’ulteriore domanda, però devo ammettere che anche se non riesco ad immaginarmi un punto focale da cui scaturiscono il tempo e lo spazio congiunti inestricabilmente non riesco a trovarci nulla da opporre, non so perché ma mi viene da pensare più o meno così, anche se non riesco ad associarvi nulla di concreto.

– Forse perché in definitiva non esiste nulla di concreto.

– Cosa intendi dire?

– Se tu ti dovessi materialmente figurare il tempo e lo spazio che cosa immagineresti?

Germano lasciò la domanda in sospeso, sicuro che Alfeo non avrebbe risposto immediatamente; gettò un’occhiata allo specchietto retrovisore, la sua tensione si era allentata nell’amichevole discussione con il Tiranti e le due ragazze gli parevano una preoccupazione meno assillante di poc’anzi. Alfeo gli diede altre indicazioni stradali, poi come riavutosi dalla domanda, con una intonazione dubbiosa rispose.

– Un senso di vertigine e un forte desiderio di aggrapparmi alla mia esistenza incerta.

– Mi sembra che le domande stiano incrementando.

– E aggiungo che ho avuto una sensazione particolare durante la seconda tirata del Trifarro.

– Intendi finita la pausa che c’è stata dopo che ha parlato della musica nera degli Stati Uniti?

– Sì, da quel momento ha preso a parlare in maniera ampiamente collaterale del nulla, senza tirarlo in ballo ma lasciando che emergesse come una evidenza di qualcosa piuttosto che di un nulla propriamente detto.

– Potrebbe anche non essere una novità.

– Cioè?

– Mi sembra di ricordare di avere letto di un certo Gorgia di Lentini che un paio di millenni e mezzo fa diceva che se il nulla è, cioè “è” nulla, allora non “è” nulla ma “è” qualcosa, o qualcosa del genere e se anche il nulla è essere, nel senso che “è”, allora non c’è autentica distinzione fra essere e nulla, il nulla diventa un concetto dell’essere.

– Sagace ‘sto greco. Perché era greco vero?

– Siculo della Magna Grecia.

Rapimento di Elena – Immagine d’archivio

– Quindi la conoscenza sta al punto di partenza.

– A parte la scienza e le sue speculazioni, incluse quelle commerciali.

Fecero entrambi una faccia divertita guardandosi in tralice. Germano, nell’entusiasmo della conversazione si era dimenticato delle due squinzie, che gli rammentarono la loro presenza con colpetti di clacson e gesti delle braccia fuori dal finestrino.

Prossimamente il quattordicesimo capitolo

Una storia italiana – Romanzo a puntate (12)

romanzo a puntate (12)

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Questo romanzo, ambientato fra Milano e Genova nel luglio del 2001, è un’opera di fantasia. I personaggi, i luoghi nominati e gli eventi che vi si svolgono sono inventati, gli eventi e le persone eventualmente reali, che fanno da sfondo alla narrazione come ai personaggi, sono tratti da fatti di cronaca riportati dai notiziari o dai quotidiani e liberamente interpretati a fini creativi e immaginari. Ogni altro e qualunque riferimento a persone, luoghi, cose, eventi realmente esistiti o esistenti è puramente casuale e/o esclusivamente funzionale ai fini immaginari della narrazione. Ogni deduzione o interpretazione storica, filosofica o letteraria è meramente funzionale alla narrazione romanzesca quale opera di fantasia.


Una storia italiana

Capitolo XII°

(12)

Milano

Giovedì, 19 Luglio 2001

Un trafficone in ascesa come il Cinese deve mantenere molti contatti, separati e in compartimenti stagni, tenere distanti le persone “pulite” da quelle dedite, nel loro interesse, cioè delle persone “pulite”, ai traffici descritti nelle pagine più in chiaro e meglio conosciute del Codice Penale, laddove alle persone “pulite” restano a disposizione, forse in esclusiva, quei reati difficili anche solo da pronunciare o che hanno un suono vagamente scurrile, tipo malversazione, peculato, concussione, mentre quei reati orribili a chiunque ma di immediata comprensione anzi, praticamente scritti “in chiaro”, tipo spaccio di droga, furto, violenza, resistenza a pubblico ufficiale, eccetera sono terreno della casta inferiore, degli intoccabili, dalle persone “pulite” ovviamente, magari perché in alcuni casi se ne evincerebbero certi legami con relativi strascichi penali. Più concretamente esiste una “dirigenza” del crimine, esiste, come nel mondo legale del business, un’élite di manager, imprenditori, commercianti, rappresentanti, artigiani, che produce per il lato negativo della società, senza esserne distinti punto, in modo tale che le associazioni di categoria, enti, professionisti, e magari anche le forze dell’ordine, collaborano grossomodo inconsapevolmente anche per il prosperare del lato della società a loro avverso, in quanto indistinguibile se non tramite adeguate e “volute” indagini: il punto di forza di tipi come il Cinese.

Nei suoi esordi si era ben presto reso conto che insospettabili persone tuffavano molto volentieri il loro nasino perbene nella neve che lui gli procurava, molto spesso tramite interposta persona per restare nell’ombra a trarre conclusioni e tirare i fili di interessi che potevano scaturire dall’incrociarsi casuale di eventi e soggetti che avrebbero potuto tornare comodi a lui e alle sue faccende, e altri scaltri come lui ma non dediti a faccende direttamente pericolose da un punto di vista legale come lo spaccio di bamba, entravano in contatto con i suoi affari per agevolare i propri. A volte un po’ di stimolanti chimici per ungere un affare che cigolava nel procedere, altre volte dei coadiuvanti al pagamento (leggi tagliatori di teste) per rientrare di alcune “sofferenze”, altre ancora complicate operazioni di intortamento e addomesticamento, certe altre volte si entrava nella sala degli Affari con la “A” maiuscola, dove gli avvocati sono veri quanto le truffe legali e inestricabili che ne sortiscono e pur essendo il Cinese nel medio–piccolo cabotaggio la sua naturale capacità di agire senza apparire, quindi senza lasciare traccia, era diventata conosciuta e apprezzata dalle teste fini del malaffare in grande. Più in concreto il Cinese si era intessuto una tela di relazioni che se non gli garantiva l’impunità, il sogno irrealizzabile di qualunque delinquente a qualunque livello, gli forniva mezzi e conoscenze straordinarie neanche immaginabili per una persona qualunque, né tanto meno da un delinquente di bassa manovalanza, al prezzo però di una corresponsione e collaborazione che a volte rasentava la dipendenza lavorativa, ma la contropartita valeva il sacrificio, c’era sempre una torta da spartire, un osso da spolpare, un gonzo da raggirare, e soprattutto copertura operativa ad un livello molto alto.

Locandina di film

Datosi dunque che il Cinese non era tonto affatto, il suo metodo, quello dell’interposta persona e della sconnessione dei suoi affari con la sua identità, si estendeva anche a queste attività utilizzando spesso i debitori più presentabili, che non mancavano nel suo serraglio umano, per operazioni che faceva loro apparire come innocue transazioni finanziarie, acquisti di terreni, cessioni di immobili, eccetera, sui cui rogiti non appariva mai il suo nome, spesso perché non erano proprio affari suoi ma gestiti per conto di terzi non identificabili che aspiravano alla medesima sconnessione di identità che egli riservava a se stesso. Un piccolo giro di S.p.a., S. a r.l., S.n.c., S.A. (le sue preferite, benché puramente immaginarie perché per il fisco non esistono società anonime, per quanto il Cinese…), che singolarmente per il loro giro di affari non apparivano appetibili dalle indagini della polizia finanziaria, totalmente sconnesse fra loro, se non nella mente del Cazzarola Walter, formavano una ragnatela di supporto a qualunque tresca commerciale, finanziaria, speculativa o altro fosse richiesto dai suoi interessi o quelli dei suoi collegati, e tutto questo senza tirare in ballo i “paradisi fiscali”, favoleggiati dai giornalisti e dagli inquirenti di indagini a vario livello; tutta roba fatta in casa, nel migliore stile Made in Italy.

Al Cinese non era dato di scegliere i suoi contatti, e intimamente non lo desiderava affatto, convinto che la necessità della sua opera era meglio coperta se richiesta che se offerta in congiunzione sconveniente alla sua tendenza al basso profilo professionale, così nella maggior parte dei casi non consultava, aspettava di essere consultato, poiché i suoi affari diretti procedevano prosperosi in ogni modo, ma a volte il suo fiuto lo spingeva a chiedere consigli (leggi informazioni); e qui bisogna dire che il Cinese non era un testa di legno, era uno che sapeva quando occorreva un aiuto o un supporto qualunque, consapevole sia della fruttuosità della collaborazione che della reciprocità della cosa. Il suo incaponimento nei confronti di Mina lo aveva condotto alla situazione di abbisognare di ragguagli ulteriori circa il prof. Trifarro, quale ostacolo imprevisto nei suoi piani erotico-professionali e se possibile un allontanamento fisico dell’ostacolo, cosa questa che poteva esporlo a reciprocità severe per quanto non inaffrontabili, con un nichilismo di fondo sempre in agguato a minacciare chiunque si facesse avanti a provocare pericoli legali; l’etica criminale non è tenera con coloro che hanno ripensamenti, ma al fondo di ogni intrallazzo, nell’intimo di ogni malfattore resta la consapevolezza, coscientemente respinta come irrazionale a priori, della possibilità di dovere rendere conto alla Legge per colpa di un “collega”, ma ciò non è un ostacolo all’interesse del crimine, ci sarà un nuovo soldato a prendere il suo posto e i suoi interessi, rischi compresi.

Attilio era un giovane avvocato, di qualche anno più vecchio del Walter; aveva appena superato l’abilitazione di Stato per l’ammissione all’esercizio e all’ordine degli avvocati e praticava ancora a servizio di uno studio legale discretamente rinomato che per il bene dei suoi clienti si era già nascostamente compromesso alcune volte con i traffici e i servigi del Wazzaniga, per l’interposta persona dell’Attilio medesimo, ex frequentatore di feste per studenti ed ex procacciatore di roba boliviana, ma ad un livello più o meno amatoriale, conoscitore quindi di pratiche oscure per gli anziani associati dello studio, ma non per questo scevri della consapevolezza dell’interesse dei clienti. Non è dato sapere a quale livello di cognizione fossero consapevoli i due avvocati titolari dello studio legale, ma considerata l’attività degli stessi, basata sulla conoscenza dei fatti, delle cose, delle vicende e di tutto quanto contribuisce all’istruzione di una causa o di una pratica, c’era da sospettare che ne fossero edotti almeno quando l’Attilio stesso, ma che dovessero fingere ignoranza nell’interesse e dei clienti e del buon nome dello studio e in ultimo anche nell’interesse della legge, che deve apparire pura e illibata sotto ogni aspetto. Allargando la descrizione di questi giureconsulti occorrerebbe includere connessioni e conoscenze molto altolocate ed influenti, per cui se da un lato l’Attilio si offriva per opere di contatto con il mondo delle prestazioni illegali dall’altro rappresentava la controparte del mondo legale davanti alla criminalità di servizio. Come avessero fatto i due procuratori a incastrare l’Attilio in una rete di relazioni del genere è una cosa non molto chiara, c’è da sospettare che fosse stato scelto proprio per questo, cioè che i due legali avessero scandagliato per bene il sottobosco universitario alla ricerca del soggetto adatto alle loro esigenze, vale a dire un soggetto che non fosse troppo esigente e che fosse al contempo disponibile ad operazioni extralegali. Fortunatamente non tutti gli avvocati sono così, ma non lo trovate mica scritto nella targhetta all’ingresso dello studio: Legali per davvero!

L’Attilio stava sullo Stige della Giustizia come un Caronte indifferente alle anime che traghetta, dalla Giustizia verso l’illegalità, questa già una direzione equivoca, e dal Crimine verso la Giustizia, e questa ultima direzione di marcia è piuttosto compromettente a meno di ravvedimenti, pentimenti e cadute da cavallo sulla via di Damasco. Insomma l’Attilio era molto più procuratore di quanto gli fosse legalmente richiesto ed essendo un tipo sveglio e pronto nella parola e nel pensiero non mancava di raccogliere anche per sé, vantaggi ne poteva trarre, e di fatto ne traeva ma senza strafare, senza “apparire”, aveva capito il gioco e ci si era adattato, con soddisfazione dei suoi datori di lavoro. Tramite l’Attilio il Cinese poteva avere accesso a personaggi influenti, a informazioni, contatti, clienti, eccetera restando in un anonimato garantito dal filtro legale. Ma come detto poc’anzi, non essendo tonto, il Cinese, era consapevole che nulla viene mosso se non vi sia chi muove, cioè l’anonimato era limitato al giro di consultazione; all’altro estremo, l’influente personaggio di turno, sapeva chi o cosa era interessato alla tale o talaltra faccenda, ma non essendovi comunicazione diretta di fatto si realizzava un anonimato conveniente a tutte le parti in causa ma che non rendeva immuni da una reciprocità vincolante, una roba tipo io so che tu sai che io so, ecc., ecc., ecc., che perimetrava l’esistenza di chiunque fosse del giro e aspirasse ad una libertà tutta sua, ad un’intraprendenza scevra da vincoli e proiettata nella più fulgida scalata sociale, che di norma si appalesava troppo agli occhi della Forza che interveniva a troncare velleità sfrontatamente sventolate. Nella ristretta cerchia di quelli che contano la libertà poteva rappresentare un problema, perché così come avviene nella luce della Legge chi vuole la libertà la vuole per sé e se ne infischia degli altri, e alla fine il ritornello della libertà suona sempre più o meno così: “la mia libertà finisce dove comincia quella degli altri”, che è un eufemismo per nascondere a se stessi e agli altri il vero ritornello: “il mio carro armato finisce dove comincia la tua bicicletta”. In una rete di scambi omertosi e fruttuosi le limitazioni erano parecchie, ma parecchie anche le convenienze, per cui soggetti come il Cinese, tratto il proprio tornaconto, si adeguavano al do ut des senza fare storie, il giro rendeva; fatta questa semplice affermazione le chiacchiere stavano a zero.

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Gli incontri del Cinese con l’Attilio avvenivano sempre in locali affollati frequentati da coetanei in mezzo ai quali si confondevano immediatamente, non avendo nell’aspetto generale nulla di più e nulla di meno di altri giovani, ma il loro atteggiamento era sulla guardia, discretamente paranoico. Se qualcuno avesse ascoltato per intero alcune loro conversazioni li avrebbe scambiati per pazzi o qualcosa del genere. Sapevano entrambi che c’erano in giro poliziotti altrettanto giovani e altrettanto scaltri mescolati fra la ressa dei luoghi più frequentati, e non in divisa; meglio pazzi e liberi che savi e in gattabuia.

Il bell’Attilio si trovava in una fase rampante ma ancora di basso livello, dipendendo le sue finanze direttamente dallo studio legale presso cui prestava la sua opera, mal pagata quella legale e nascostamente ben retribuita quella in nero, come la cronaca a cui sarebbero eventualmente sfociate le sue performance se colto in errore, ma il tipo era sveglio e ben ammanicato. Sfoggiava i suoi abiti di sartoria solo ed esclusivamente quando doveva presenziare a procedimenti e processi pubblici, riservando abbigliamenti informali per le attività ordinarie in modo da adeguarsi al mimetismo sociale che aveva colto immediatamente come fondamento dell’attività in generale. Da un lato presentandosi ben agghindato nelle occasioni ufficiali dava idea di rispetto della cosa e al contempo l’atteggiamento dimesso extra lavorativo, che gli costava una notevole dose di amor proprio, gli fruttava un’aura di umiltà che non gli spettava a nessun titolo, essendo il tipo di persona molto piena di sé e della propria immagine; con molto autocontrollo ciò lo avrebbe portato lontano. Trovandosi nella terra di mezzo delle attività non poteva mungere più di tanto sia da un lato che dall’altro per cui i suoi introiti in larga parte mantenevano un’apparenza necessaria alle sue faccende di contatto e di scambio; a volte i suoi datori di lavoro gli lasciavano a disposizione uno dei loro appartamenti per brevi periodi ad integrazione del guiderdone bifronte per le sue storie e l’incremento delle attività legali, perché un tipo come l’Attilio, al pari del Cinese, è sempre operativo, coglie sempre qualcosa, connette sempre nuove possibilità, e l’opportunità di avere locali liberi a disposizione sopperiva alla mancanza di una base “operativa” stabile sconnessa con la sua abitazione, attualmente molto lontana dall’essere tanto sontuosa quanto avrebbe desiderato.

Il Cinese parcheggiò la sua Golf GTI®, il limite di vettura che si era imposto per non diventare un bersaglio d’indagine, di traverso negli spazi causa confusione e carenza di posti, riservandosi di tenerla d’occhio da lontano nel caso arrivassero i ghisa a scrivere contravvenzioni. Scese con calma studiata e si avviò verso la frotta di coetanei in baccanale prenotturno, l’Attilio stava di certo là in mezzo, mimetizzato e finto tonto a sparare ******* con sconosciuti per sondare e darsi un tono e mantenere in allenamento la socialità, che non gli mancava. Attraversando la ressa per avvicinarsi al bar fiutò l’alcool di qualcuno che stava già oltre il limite di guida, benché il sole fosse scomparso da non molto lasciando un’aura colorata al di sopra delle chiome del viale, adocchiò l’Attilio con cui incrociò lo sguardo senza salutare né essere salutato e al banco ordinò qualcosa per tenere un bicchiere in mano e adeguarsi all’ambiente. Questi incontri avvenivano senza preavviso, senza telefonate, senza richieste; sia il Walter sia l’Attilio sapevano in quale locale si sarebbero trovati e a quale ora, e nel caso di un tentativo di incontro a vuoto il secondo sarebbe andato a segno, i posti erano sempre gli stessi, anche una città estesa come Milano ha un limite di possibilità e una logica di ritrovi; in fondo ogni megalopoli è sempre affollata dalle stesse persone, in qualche modo finisci sempre a non evitare le persone che dovresti e incontrare, prima o poi, quelle che cerchi, tanto da farti domandare se esiste un disegno sovrumano a gestire tutto ciò e mantenere quello stato di sofferenza sociale che non è ancora paranoia e nemmeno agorafobia, ma semplicemente un’opacità del presente che non ti dà mai la soddisfazione di sentirti felice e a posto, specie se sei conscio dei fondati motivi e ragioni di potere essere inquisito dalla pula.

Gli incontri del Cinese con l’Attilio, per un eventuale osservatore conscio dei loro interessi reciproci, avevano qualcosa del rituale di approccio di due animali della stessa specie nella savana; un fiutarsi e fintamente ignorarsi per appropinquarsi gradatamente mantenendo distanze di sicurezza parati dietro una rigida freddezza e un comportamento che non indulge in salamelecchi, con battute secche e convenevoli ridotti al minimo. Se avessero potuto avrebbero fatto perfino a meno di parlare, scambiandosi solamente colpi di tosse a schiarirsi la voce o versi analoghi per non lasciare credere in una eccessiva confidenza al popolo all’intorno, perché della gente che stava lì attorno ne erano pienamente consapevoli e per loro recitavano, molto bene occorre ammetterlo. La situazione ideale si realizzava quando riuscivano a mettere in mezzo alle loro conversazioni uno o più terzi incomodi, in modo da intercalare le loro convenienze alle cretinate dozzinali sulle “mitiche” vicende noiose di quelli che ritenevano dei bambocci viziati ad alcuni dei quali fornivano un costoso rimbambimento per il loro sballo serale o le loro performance esistenziali. Il Cinese non conosceva esattamente “tutti” i suoi clienti, di un buon numero però conosceva l’aspetto e magari anche gli estremi anagrafici; di pochi aveva conoscenza reciproca tale da potersi fare riconoscere e quando questo accadeva il “cliente” dava profondi segni di disagio, propensione alla defezione o alla fuga dal posto, lieve sudarella e atteggiamento scostante e nervoso: il crimine è sempre un giudice severo con le sue vittime, ma più che altro le vittime del crimine sono sempre in soggezione in presenza del loro carnefice, la legge non ti ripara da nulla, ovvero è tale solo nei rispetti del crimine compiuto; è come la burocrazia, una statistica sociale per evitare guai “sociali” peggiori, una macrotutela a vantaggio della massa indistinta e il singolo se la piglia in quel posto, o magari in qualche modo se la va a cercare, specie se non ha agganci o finanze e/o se ha qualche cosa da nascondere.

Locandina di film

In quel frangente il Cinese aveva adocchiato una vecchia conoscenza, oh ottimo cliente, buon pagatore e adoratore della dea Riservatezza, ma tremendamente compromesso con il perbenismo e ogni volta che lo incontrava, di rado comunque, lo sollazzava parecchio quella faccia stranita e leggermente impaurita che pareva dire «Vade retro dalla mia vita onesta e dal mio divertimento! (Dopo avermi rifornito, però)», e il Cinese arretrava, divertendosi intimamente arretrava, per il bene dei suoi affari. Un fine bastardo. Ed ora, adocchiato l’Attilio, intento a raschiarsi il gargozzo per i richiami della savana, con in mano un bicchiere variopinto e ornato di fronzoli cartacei a scudo mimetico, fra la ressa burbescamente guatava di nascosto il “cliente” come uno spettacolo umano un poco voyeuristico nel mentre che attaccava bottone con qualcuno della cerchia temporanea dell’Attilio imbonita da un tale di abbigliamento appariscente stile sportivo motoristico supportato e incoraggiato da alcuni fan similarmente agghindati.

L’argomento erano le corse clandestine di macchine “truccate”, anche se i tempi “Abarth®” erano trascorsi da parecchio, più che altro velleità hollywoodiane, l’infantile desiderio di imitazione del prodotto cinematografico da realizzarsi in quattro sgommate fra amici e l’illusione di una gioventù bruciata o magari anche solo bruciacchiata, ma più che altro nascostamente un po’ dopata, perché il trucco di quelle macchine assomigliava più che altro al trucco delle donne, belletti esteriori e sotto al cofano quello che passa la casa costruttrice, per fortuna. Però queste commedie motoristiche si svolgevano per davvero, nelle aree industriali in abbandono, alla luce di lampioni tristi e opachi e nel frastuono di impianti stereo dell’ordine del megawatt e lucine multicolori non esattamente a norma di codice ma molto american style e c’erano anche alcuni che sapevano guidare come si deve, anche con quello che passa mamma FIAT®, ma competizione vera non c’era proprio, più che altro una voglia matta di fare casino, questo abbastanza comprensibile in un’età in cui l’eccesso di ormoni deve trovare compensazione, e nelle occasioni mondane ci si vanta di cose “quasi” fatte, di “ci mancava poco che…”, di “ci ho dato di un pelo” e “dovevi vedere” e “MIIIITICO!!!”, ecc., ecc., ecc.

Senza guardarsi in faccia l’Attilio e il Cinese passavano in rassegna tutti quelli della cerchia in cui si trovavano coinvolti cercando riscontri poliziardi, verificando l’autenticità della cretineria, esaminando l’aspetto di ciascuno per rimarcare incongruenze incompatibili con la cretineria ma associabili ad una nascosta ed interessata attenzione inquisitrice, il tutto partecipando vivamente delle baggianate, ridendo e ribattendo incuriositi, rispondendo a tono e divertendosi quasi, fino a ritrovarsi per caso a tiro di voce. Il momento del confronto diretto veniva gestito freddamente, un «Ehi, come va?!»  era già oltre il limite di sicurezza, avrebbe sancito l’inizio o la continuazione di una conoscenza approfondita, oltre a richiamare inevitabilmente l’attenzione dei circostanti. Sembra incredibile come la gente si picchi di scoprire cose che riguardano altri, o a mettere in relazione fatti e conoscenze nelle circostanze più strampalate, o vantare di conoscere qualcuno in presenza di estranei e in occasioni distanti nel tempo anche se lo si è solo incontrato al bar e senza nemmeno averci parlato, vuoi anche per un sola volta; gente che non resiste alla tentazione di dare aria alla lingua per fare sapere di avere frequentato il tale locale il tal giorno alla tale ora in compagnia della tale persona che era vestita nella tale maniera, e che due *****! Rotture di scatole a parte l’Attilio e il Cinese avrebbero superato molti esami pratici (non accademici quindi, ma di reale sopravvivenza) di psicologia senza studiare per nulla, basandosi sul loro intuito naturale raffinato dalla conoscenza diretta dei desideri inconfessabili che emergevano da richieste dei tipi più disparati dietro cui si indovinavano défaillance esistenziali che non avrebbero saputo nominare scientificamente ma che avrebbero saputo per certo rendere economicamente sfruttabili ai loro interessi. La fase saluto si riassumeva quindi in una mera presa visione dell’altro, un’occhiata tanto rapida da non suscitare interesse in alcun rompiscatole, di quelli che conoscono tutti e non capiscono un accidente, quelli tipo «Ti ho visto che mi hai visto!», oppure «Tu m’hai guardato, io t’ho visto che tu m’hai guardato!», oppure «Ma io quello lo conosco!» o ancora, per dimostrare la propria saccenza, «Ah–ah, allora vi conoscete!»; il difficile era aggiornarsi senza farsi intendere da altri

Nell’evolversi della serata i vari assembramenti si espandevano lungo il marciapiede, diradandosi e/o contraendosi lentamente come costellazioni nell’universo, tanto che probabilmente i camerieri del bar avrebbero dovuto usare la bicicletta per raccogliere i bicchieri o fare pulizia all’intorno del locale. Un taparlino dalla voce chioccia, alto non più di un metro e sessanta, scarpe e pettinatura (al gel) comprese, aveva attirato l’attenzione generale per esternare qualcosa di “miiitico!” che gli era capitato la sera innanzi, tutti erano concentrati sulle sue avventure e sulla sua autosportivaconalettone (con burinissimo alettone bianco e blu, vistosamente parcheggiata al molo uno dell’attracco bar [per riuscire ad occupare quel posto doveva essere arrivato lì molto presto]), l’Attilio si accostò casualmente al Walter, che a mezza voce gli disse qualcosa.

– Dovrei parlare con Dio – un tale si voltò sghignazzando ad alta voce per le baggianate che stava sparando il tipo dell’auto-sportiva-con-alettone e guardò entrambi con aria distratta, sia l’Attilio che il Walter, il quale continuò con nonchalance – secondo me si sta inventando tutto, quella macchina lì, così com’è si ribalta in parcheggio – e guardò il curioso ridente che lo ignorò rivolgendo la sua attenzione al centro dell’assembramento.

– Dimmi il nome del problema – suggerì l’Attilio.

Una gran sbaccarata riuscì a coprire la sua risposta.

– Trifarro, facoltà di lettere… è un problema da rimuovere – e nella parola “rimuovere” i loro sguardi si incontrarono come se fossero sincronizzati.

L’Attilio e il Walter si unirono al coro delle risate, sebbene il Walter non fosse in rapporto di amicizia con alcuno dei presenti, qualche cliente escluso, anche dall’amicizia. Il baccano non si placava e l’Attilio ne approfittò per replicargli.

– Ti farò sapere presto.

Restarono lì entrambi, per precauzione; ciascuno di loro stava pensando la stessa cosa, e cioè che se fossero stato colti a parlare e allontanarsi immediatamente chi avesse notato avrebbe immediatamente sospettato qualcosa e tutti e due erano maestri del depistaggio sociale, anche se il Walter aveva una incombenza in corso e una certa fretta di svignarsela.

Il galletto dell’auto-sportiva-con-alettone stava ancora calamitando l’attenzione generale, il baccano aveva attirato altri giovani, anche ragazze; una granatiera dai capelli ondulati affiancò il Cinese affacciandosi verso il centro del piccolo assembramento e agitando senza alcuna ragione apparente un oggetto che aveva in mano; il Walter notò essere un CD, e ad un esame più approfondito un CD di Mina, i cui occhi bistrati dall’espressione greca e severa campeggiavano sulla copertina, forse un bootleg o una masterizzazione personale. La ragazza lo guardò quasi dall’alto in basso, era più alta di lui di almeno un due tre centimetri e il Cinese non era proprio bassino, ebbe la sensazione che questa volesse dirgli o comunicargli qualcosa, teneva in bella vista quel CD e lo sventolava con fare inconsapevole come se ci tenesse a mostrarlo e fare finta di non sapere di essere intenta a mostrarlo. Il Cinese cominciò a sentire il desiderio di abbandonare il posto per i suoi affari ma prima voleva agganciare quella ragazza a qualcosa o qualcuno in modo da poter allontanare dubbi paranoici e foschi presentimenti. L’Attilio si era allontanato per andare al bar, un tipo che non aveva mai visto prima si avvicinò alla ragazza guardandolo di traverso come se fosse parte dell’arredo e poi disse alla stangona:

– Dai vieni che la banda ti aspetta.

La ragazza si voltò sorridendo e si allontanò con questo tizio girandosi una volta a guardare il Walter, sempre con quello stesso sorriso ironico e felice ad un tempo. Aveva un gran desiderio di chiedere all’Attilio se conosceva quella tizia ma quello si era allontanato e se ne stava al bar intento a discorrere con una delle bariste e una coppia di ragazzi.

Porta Tosa


Prossimamente il tredicesimo capitolo

Una storia italiana – Romanzo a puntate (11)

romanzo a puntate (11)

Copyright © Eric Bandini 2010

Depositato come opera originale presso la S.I.A.E. – O.L.A.F. Deposito n° 2010001634 del 12/04/2010


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Questo romanzo, ambientato fra Milano e Genova nel luglio del 2001, è un’opera di fantasia. I personaggi, i luoghi nominati e gli eventi che vi si svolgono sono inventati, gli eventi e le persone eventualmente reali, che fanno da sfondo alla narrazione come ai personaggi, sono tratti da fatti di cronaca riportati dai notiziari o dai quotidiani e liberamente interpretati a fini creativi e immaginari. Ogni altro e qualunque riferimento a persone, luoghi, cose, eventi realmente esistiti o esistenti è puramente casuale e/o esclusivamente funzionale ai fini immaginari della narrazione. Ogni deduzione o interpretazione storica, filosofica o letteraria è meramente funzionale alla narrazione romanzesca quale opera di fantasia.


Una storia italiana

Capitolo XI°

(11)

Milano

Giovedì, 19 Luglio 2001

Bruna occupava una porzione di appartamento in un locale da demolire, con corrente elettrica abusiva e acqua corrente in un luogo accessibile pressoché da chiunque all’interno dello stabile o comunque con poco sforzo, e per chi lo avesse voluto anche dall’esterno, non esistendo nello stabile una vera e propria separazione con la cittadinanza tutta, posta a definire una riservatezza esistenziale. Il fatto curioso era che nessuno si preoccupava del fatto che l’impianto elettrico, obsoleto quanto l’immobile, fosse regolarmente servito da energia elettrica, vale a dire locali illuminati di notte, apparecchi ed elettrodomestici in funzione di giorno e di notte pure; quando talvolta arrivavano i ghisa a fare controlli o a minacciare uno sgombero da parte della municipalità questi parevano non fare caso alla questione, o forse non ci pensavano proprio a connettere il cartello di inagibilità all’ingresso con le funzionalità dell’edificio in pieno fulgore nonostante la labenza del medesimo, così nessuno si preoccupava più di tanto e le minacce erano diventate una commedia consenziente da entrambe le parti, poco ci mancava che gli occupanti chiedessero una fornitura di gas metano al posto delle bombole di gpl regolarmente usate per riscaldarsi o per cucinare.

Una volta erano stati sgomberati, sfrattati, privati di ogni cosa personale avessero accumulato là dentro e scaraventati in strada dai ghisa, carte bollate alla mano, supportati da un nugolo di forze dell’ordine di vario tipo in tenuta antisommossa. Protestarono in strada per una mattina, poi si dispersero dandosi appuntamento per la sera stessa, quando ripresero possesso dello stabile rompendo i sigilli (un striscia di plastica bianca e rossa e un foglio dentro ad una busta di plastica con i timbri e le firme del folclore burocratico ove si leggevano le minacce per i trasgressori) apposti sugli ingressi sgangherati, recuperarono quello che poterono e un paio di giorni dopo era tutto come prima, la forza non aveva neanche staccato la corrente elettrica abusiva. Non era esattamente una comune, ciascuno faceva repubblica a sé, tuttavia sussisteva un consorzio di sostegno reciproco alla tutela della vita privata di tutti gli squatter del condomino, nel periodo estivo davvero poco numerosi, generosamente sostenuto dalla ritrosia del vicinato ad avere a che fare con degli abusivi. La maggior parte degli ambienti erano fatiscenti e privi di serramenti e infissi, quelli usati erano stati rabberciati con porte e finestre di recupero, scompagnate fra di loro ma utili allo scopo; la fantasia e una certa dose di buona volontà avevano provveduto al resto: arredi, illuminazione, un bagno forse non decente ma comunque utilizzabile, un luogo chiamato cucina privo di topi e scarafaggi ma provvisto di molto di tutto il resto e a seguire tutte le stanze e i locali annessi adattati da ciascuno secondo le possibilità e la convenienza, senza privarsi dell’inventiva.

Bruna era Bruna di nome e di fatto, ma attualmente era viola a causa di un rigurgito di nostalgia punk di cui si era pentita perché non trovava più come un tempo persone con cui condividere gusti e tendenze, molto di questo dovuto anche ai suoi trentotto anni quasi suonati, e si sentiva non esattamente emarginata ma qualcosa come fuori asse, fuori da ogni “giro”, lontana dal movimento. Qualsiasi cosa gli passasse a tiro che potesse assomigliare ad un’occasione per rimettersi in gioco, in senso figurato si intende perché era consapevole ad un livello minimo dei suoi quasi quaranta, per connettersi di nuovo con il mondo in quella sensazione di “partecipazione” che aveva provato nei suoi anni migliori cercava di non farsela sfuggire. Bonbon, con la sua ingenuità e con i suoi ventiquattro anni era piovuto nella sua vita come una specie di salvagente a trarla da una inesorabile decadenza nella quasi vecchiaia. Sebbene non la entusiasmasse come uomo, viste le sue fattezze non proprio apollinee congiunte con un carattere sempre di sghimbescio come a presentare perennemente una spalla a difesa preventiva e un’astuzia in perenne attesa del permesso di essere astuta, ebbene fatta tutta questa tara Bonbon aveva al cospetto di Bruna una qualità essenziale: era sempre in grado di condurla in qualche festa, in qualche posto interessante, con della gente giovane e tutto ciò la faceva sentire “come un tempo”, punk a parte, e non le faceva mai pesare la differenza di età, dettaglio non trascurabile nell’economia esistenziale di una donna, né le aveva mai fatto pesare la sua condizione sociale di squatter, ma a questo riguardo occorre dire che Bruna guardava la cosa dal punto di vista della ribellione e ci si trovava quasi a suo agio, benché l’avanzare dell’età cominciasse già a richiedere un comfort più consono ad un fisico maturo e non ultima cosa in quel ruolo di emarginata ci marciava parecchio, le dava una buona mano ad addentrarsi in certi ambienti, a conquistare fiducie, amicizie, conoscenze, approfondire interessi, insomma, Bruna ci sapeva fare molto e sapeva trarre il suo profitto.

Non di rado Bonbon capitava alla dimora della Bruna, dove nonostante la quasi inesistenza di qualcosa che potesse chiamarsi privacy all’interno di quello stabile riuscivano molto spesso a trovare momenti di intimità e magari anche di sniffo. A vederli insieme parevano uno strano connubio di esseri umani, nessuno avrebbe mai osato immaginare Bonbon, con il suo perbenismo e il suo desiderio di presentabilità, in compagnia di una ragazza ex punk, dal capello ancora violento e dal look stile “ffanculo”, ma la giovanotta non più tanto giovane aveva doti femminili neanche troppo nascoste e nelle convenienze del Bonbon anche altre convenienze accessorie, tipo un posto dove potersi fare in bbuona compagnia, una vettura in caso di necessità, perché la sedicente giovane aveva un lavoro fisso nonostante l’aspetto e il desiderio ribelle e questo fatto Bonbon se l’era spiegato esattamente con il look della ragazza. Un datore di lavoro avrebbe capito con un’occhiata che quella non è il tipo casa e famiglia, leggi prole in previsione e relativi periodi di maternità, così la ribelle punk aveva sbaragliato non poche convenzionali aspiranti impiegate inquadrate nel sogno abito bianco marito idiota con cui litigare su ogni cosa o nella migliore delle ipotesi da sopportare e prole da allevare a tempo perso, in aggiunta la punk Bruna se non era troppo fatta o incazzata per il lavoro sapeva essere di ottima compagnia e a tratti un vero spasso, dote questa che la rendeva accettata, a volte forse sopportata per via dell’età, alle feste e ai ritrovi a cui partecipava insieme a Bonbon.

In sua compagnia Bonbon subiva una leggera trasformazione, già di per sé non esuberante nel comportamento, quando c’era Bruna se ne stava come in un cantuccio ad osservare ed ascoltare le sue sortite senza mai cercare di sovrastarla o di imporsi, limitandosi a fruire della compagnia entro i canoni della convivialità generale guatando piuttosto le possibilità di poter continuare a restare nel giro dei festeggiamenti fra coetanei, occasioni ottime per accalappiare qualche dritta sullo smercio della roba, in veste di acquirente. La necessità del doping teneva la sua attenzione divisa generalmente in due, in facoltà forse anche in tre, dovendo combinare la socialità, il doping e lo studio. Così accadeva che nelle occasioni mondane Bonbon si servisse dell’esuberanza di Bruna per restarsene al riparo nell’ombra e coltivare, come un chiodo fisso, il reperimento della bamba alle migliori condizioni possibili, cosa che non dispiaceva alla matura ragazza, trovando la materia di suo gradimento, sebbene non ai livelli di Bonbon. Bruna tirava ogni tanto, quell’ogni tanto che bastava a tenerla fuori dalla compulsività di Bonbon verso la roba, in altri termini “sapeva” drogarsi, fumando qualche cannone in comunella, giusto per motivi sociali, e sniffando molto saltuariamente, giusto per mantenere una tradizione ribelle e poter guardare i normali con un certo distacco e disprezzo.

Della dipendenza di Bonbon se ne era accorta immediatamente; aveva notato, dietro le lenti fotosensibili che lui non si toglieva mai se non nei momenti in cui facevano sesso, le pupille stranite, vaghi accenni di nistagmo, comportamenti a tratti scostanti e irascibili non giustificati dalla normale bonomia del tipo. Non era una novità per lei, di tossici ne aveva conosciuti e frequentati di veramente pericolosi e sapeva come trattarli senza lasciarsi invischiare, e poi Bonbon non era un tipo “a rischio”, da quel punto di vista almeno sapeva gestirsi, anzi il suo aspetto generale era quasi rassicurante, non esattamente integamato ma comunque poco propenso alle esagerazioni comportamentali, per quanto sempre vigile ai suoi scopi. Il duo si teneva con lo strabismo degli interessi personali di ciascuno, le feste per Bruna, la compagnia femminile per Bonbon e non bene consapevoli delle esigenze di ciascuno, o forse nascostamente consapevoli, si trascinavano insieme per le loro convergenze senza alcuna pianificazione verso un radioso futuro “insieme”, che avrebbe comunque provocato una certa orticaria a Bruna, e forse anche a Bonbon, cui una camicia di forza stile coppia fissa sarebbe andata molto stretta, il suo futuro, sia quello immediato che quello remoto nel futuro, esisteva al presente nei limiti della roba e di tutto ciò che vi gravitava intorno, dedicando la sensibilità residua, non molta, agli affetti e alle vicende personali.

Bonbon stava aspettando Bruna sul marciapiede sotto casa sua, in uno stato d’animo scisso fra l’irritazione per le incombenze ordinategli da Rico e le aspettative di una dose extra per il compito svolto, Bruna era al momento un tramite, una connessione fra sé e le faccende di un tossico in cerca di roba o in equilibrio precario sulla sua esistenza. La Twingo® della squatter ribelle apparve in fondo alla strada, che fosse nera era quasi scontato, in virtù delle tendenze goth associate alle nostalgie punk, senza contare una certa propensione donnesca verso il veicolo nero. Il capello viola della ragazza si evidenziava da lontano all’interno dell’abitacolo della vettura creando una macchia di colore che risaltava nettamente nella nerezza della sagoma del veicolo; si intuiva femminilità a distanza. Bonbon si spostò dal marciapiede sulla carreggiata per farsi vedere, la matura ragazza accostò e allungandosi verso il lato passeggero aprì la portiera per farlo salire, un sorriso di divertimento prossimo stampato sul volto. Quando Bonbon si fu accomodato gli chiese per dove dovesse dirigere, e lui senza euforia le disse di prendere la strada verso il Lorenteggio. Sempre con lo stesso sorriso di aspettative di spasso inalberato sulla sua fisionomia facciale Bruna si destreggiò in una manovra di instradamento verso il quartiere indicatogli.

L’atmosfera nella vettura era leggermente elettrica, non per un logoramento della relazione quanto per una diversa e inconciliabile disposizione alla serata verso cui stavano dirigendosi; Bruna protesa allo spasso, Bonbon teso a causa di incombenze non esternabili e coatte aspettative. Un ipotetico terzo passeggero seduto sui sedili posteriori avrebbe rimarcato la mammesca disponibilità e gaiezza di Bruna a sollecitare un Bonbon leggermente rabbuiato e dall’aspetto scontroso, più colloquialmente “scoglionato”. Per esperienze precedenti e per una innata prudenza femminile Bruna sapeva come aggirare il malumore e certe paturnie maschili senza farle degenerare in escandescenze. Beh, più che saperlo ci provava, con mestiere e l’avvallo di precedenti successi, poi vada la barca dove andò il battello. La cupezza di Bonbon aveva immediatamente preso possesso del micro spazio dell’abitacolo e Bruna, azzimata in un paio di attillati jeans neri decorati a stingere in temi dark e guerrilla da un artigiano della goth & punk fashion milanese, praticamente un esecutore on demand per cui gli erano costati il classico occhio della testa, con un top viola costituito da una t-shirt in analoghi decori del medesimo realizzatore a fare pendant e col capello e col jeans, si protendeva a sollevare il malumore dello studente, che pareva momentaneamente e improvvisamente sprofondato in una crisi di quasi depressione, e, cosa molto grave, non aveva notato, almeno non immediatamente né si era pronunciato al riguardo, la costosa mise della giovanziana, che si stava sdilinquendo a risollevare l’umore del suo amico col segreto scopo di fargli anche notare l’abbigliamento esclusivo per l’occasione e per la sua compagnia.

Bonbon rispondeva a mezze parole, evidentemente distratto da pensieri e preoccupazioni di origine altra dalla loro relazione, la cosa si intuiva per cui la femminilità di Bruna decise di perdonare l’atteggiamento da babbeo giuggiolone con cui si era seduto nella sua macchina, con lo stesso entusiasmo di qualcuno che sta andando al supermercato a comprare il pane e il latte, dal punto di vista della giovanarda sarebbe stato necessario uno stimolo a risollevare l’umore della serata ed un piccolo e quasi innocuo incidente fu d’aiuto.

Un tale uscì di corsa da una vetrina illuminata con un’insegna al neon sopra l’ingresso che recava scritto “Audio Video Disco” e si precipitò ad attraversare la strada imponendo a Bruna una frenata con stridore di gomme per evitare di investire il tipo che proseguì nella sua fretta scusandosi con un gesto della mano e un sorriso contrito. Nel veicolo fermo in seguito alla frenata sia Bruna che Bonbon, ancora istupiditi dal fatto, lo osservarono correre via e poi insieme si volsero verso il luogo da dove era fuoriuscito così di corsa, giusto per verificare che non fosse un’abitudine locale ed evitare così di ferire qualche indigeno. Bruna lesse ad alta voce.

– “Audio Video Disco”

A cui Bonbon replicò.

– Dev’essere una scuola di latino.

Audio Video Disco

Risero entrambi. Bruna si sentì sollevata da questa replica del suo amico, se non altro non era perso irreparabilmente. Scosso e sorpreso di se stesso da questa fuoriuscita che aveva sollevato il buonumore di Bruna Bonbon si voltò ad osservarla e si compiacque per l’abbigliamento, sentendosi al contempo inadeguato nei suoi confronti per ciò che indossava; la chimica ricreativa assorbiva la quasi totalità delle sue risorse, senza tenere conto delle spese per lo studio e il normale vivere quotidiano, per cui l’ultima delle sue preoccupazioni era proprio il vestiario, che si fondava sull’assunto, ormai datato di una trentina d’anni, che “il jeans non passa mai di moda”, e i suoi sdrucitissimi LEVI’S 501® esibivano la loro pretesa all’attualità stilistica. Pur non pratico di mode o cose simili ci tenne a rimarcare il suo apprezzamento e interessamento, sebbene in ritardo sulle aspettative di Bruna, e parzialmente riscosso dal torpore depressivo.

– È notevole la roba che hai addosso, di certo non passerai inosservata.

– La migliore delle mie intenzioni. Mi sono gratificata con un po’ di shopping particolare. Essere goth è costoso, anche se non sembra, la mia vena punk sta sfumando in una trasformazione dark, sono in una fase di evoluzione.

Bonbon le diede un’occhiata di conferma a cui Bruna rispose con uno sguardo di sottecchi illuminato da un sorriso di compiacimento senza distrarsi troppo dalla guida, poi chiese lumi.

– Che festa è? Perché è una festa il posto verso cui stiamo andando.

– Sì è una festa, la festa dei rimasti a Milano, visto che la maggior parte di coloro che possono sono partiti per le vacanze, invece di aspettare le ferie di Augusto che sono una roba da coatti, tipo ore di fila in macchina al casello e poi tutte le file e gli accidenti conseguenti.

– E chi c’è? I soliti?

– I soliti – Bonbon rispose con una nota di tristezza standard rammemorandosi della sua doppiezza ma riconoscendosi nell’attuale buonumore della ragazza –, li conosci tutti o quasi.

Bruna non replicò, continuava a guidare senza distrarsi ulteriormente con un’ombra di soddisfazione che irradiava dal suo volto per la serata che si stava prospettando e Bonbon, che aveva notato il positivo stato d’animo della sua amica, si domandò che cosa avrebbe mai pensato di lui se fosse venuta a sapere delle sue intenzioni riguardo alle comuni conoscenze che stavano andando ad incontrare. La risposta se la diede immediatamente da sé: disapprovazione totale con conseguente disgusto per la sua persona e i suoi traffici meschini, di cui se qualche volta l’aveva messa a parte condividendo sollazzi sintetici, non era per nulla in grado di addossarle alcuna colpa. Se fosse emerso tutto il mare di merda in cui lui si trovava attualmente la sua amica lo avrebbe piantato in asso in un amen.

Di fronte alla rabbiosa franchezza di Bruna avrebbe balbettato qualcosa di inutile e puerile per inventarsi una scusa, per trovare una giustificazione, un alibi. Ma sapeva benissimo, perfino attraverso la nebbia dell’intossicazione, che di scuse non ne esistevano, delle sue aspirazioni al conformismo più diffuso, del suo desiderio di essere uno qualunque in una vita qualunque senza particolarità o individualità che lo indicassero come qualcuno da evitare o peggio da incarcerare, ne restava ben poco intimamente, ma tentava di salvare le apparenze con ogni mezzo e con tutte le sue forze, anche se quella doppia coscienza gli costava in termini di tranquillità durante il giorno e continuità del sonno durante la notte. Non era ancora alla nevrosi ma con quell’andazzo poteva già intravederla in un suo futuro non troppo lontano.

Consapevole della destinazione verso cui lo stava conducendo Bruna sentiva montare dentro di sé un disagio, un’alienazione di cui avrebbe voluto liberarsi in un lampo come per magia, ma in cui era intrappolato dai vincoli tenaci della sua necessità di roba e dalle minacce ad essa collegate. La bella serata di luglio giungeva deformata alla sua attenzione attraverso i suoi sensi coartati dalla fissa delle sue preoccupazioni che si riassumevano nel timore di ciò che avrebbe dovuto fare e al contempo nel desiderio di essere già al di là dell’esecuzione per poterci mettere una pietra sopra e volgersi ad altro. Sapeva che gli scagnozzi del Cinese sarebbero stati in zona e sebbene fossero ancora abbastanza lontani dal Lorenteggio guardava fuori dal finestrino aperto con il retropensiero di individuarli fra le persone in giro sui marciapiedi, nei veicoli, sugli autobus, sui tram, consapevole di essere intento ad un pensiero irrazionale e tuttavia inevitabile.

Desiderava di vederli e al contempo provava repulsione al solo pensiero, l’accostumata tendenza ad approvvigionarsi di preferenza presso di loro glieli faceva percepire sotto una luce favorevole per un verso e sotto una luce malefica nel ricordo delle minacce e dei maltrattamenti, che riusciva a riabilitare davanti alla sua percezione del loro comportamento quando li associava al rifornimento ottenuto, ecco, allora diventavano degli angeli, dei procuratori di estasi e di momenti piacevoli. E di botto, in questa onirica rappresentazione dei suoi sentimenti, appariva il vero Bonbon, lo studente dotato del liceo a cui gli insegnanti avevano predetto un radioso futuro post universitario, ma non erano stati capaci di vedere il presente da tossico in evoluzione a distruggere sè stesso e il proprio destino, e il Bonbon verace tentava con scarsi mezzi di mettere in fuga l’usurpatore, venendo regolarmente respinto ma mai sconfitto, così che il suo stato di coscienza ondeggiava senza pace e senza sosta fra due sponde irrequiete in una condizione conflittuale senza sbocchi che non fossero quelli della riappacificazione con la scimmia e il relativo rimbambimento.

Una cosa notevole era il suo regolare rendimento all’università, in lieve calo dall’inizio a dirla tutta ma mai sotto un livello di buona qualità, evidentemente la parte strettamente logica della sua mente funzionava in maniera autonoma dal resto del suo cerebro ottenebrato, o forse nelle sue relazioni sociali riusciva a reperire qualche cosa di utile anche allo studio oltre che allo sballo. I tempi recenti però stavano segnando un degrado interiore che gli si appalesava nell’incostanza della concentrazione, e a seguire del rendimento; la roba lo stava assorbendo, risucchiandolo in un bozzolo di torpore che gli dava pace, ma una pace malsana, qualcosa da cui allo stesso tempo voleva sfuggire e in cui voleva restare. Torturato da questi pensieri si vedeva di fianco a Bruna come inadeguato, o meglio indegno, perché il suo amor proprio non era sempre sotto anestesia, e il confronto, il rapporto con Bruna lo teneva sulla corda di emozioni che avrebbe desiderato fossero presentabili davanti a sé e davanti ad altri quando invece si scopriva a dover raccontare storie o inventarne di nuove sempre col timore di venire scoperto di qualcosa che in definitiva Bruna già conosceva, ma che non avrebbe per nulla approvato se tutto fosse venuto in chiaro. Aveva l’impressione che Bruna gli chiedesse di essere così vietandogli di apparire così, come se esigesse da lui un doppio comportamento, trasgressivo e conforme allo stesso tempo; trasgressivo nei momenti giusti e conforme nei momenti giusti, dove ovviamente i momenti “giusti” erano definiti a libero arbitrio della giovanarda, secondo i propri ondivaghi interessi, a tratti gli pareva una figura da evitare, poi però intervenivano momenti di irresistibile intimità a riqualificare la quasi -antenne e a fargli rivedere tutte le sue convinzioni al riguardo, sommando in questo modo l’ondivaga incertezza sulla bamba all’ondivaga incertezza sulla donna in un quadrivio dalle polarizzazioni rimescolate di continuo e sempre incerte, ove i problemi dello studio e delle amicizie facevano sia da sfondo che da ostacolo a seconda delle circostanze. In tali condizioni la sua capacità di prendere decisioni conseguenti aveva del miracolistico, o forse poteva trarre residui di presenza a sé stesso raschiando il barile delle sue capacità cognitive inerenti la realtà altra dalle problematiche complesse delle sue relazioni nascoste, per modo di dire la realtà comunemente detta “di tutti i giorni”, quelli in cui non ci si dopa, come per la maggior parte delle persone.

Bruna fermò il veicolo ad un semaforo rosso. Nel traffico intenso e nel viavai delle persone sulle strisce pedonali Bonbon smarrì la sua presenza a se stesso per ritrovarsi a fissare una vecchia sdentata che chiedeva la carità ad una decina di metri dalla loro macchina, accovacciata sul marciapiede, guardava la gente da sotto in su biascicando qualcosa di incomprensibile, per una strana coincidenza il suo sguardo si incrociò con quello di Bonbon e immediatamente la vecchia scoppiò in una risata che pareva una pessima imitazione delle risate che fanno i vecchietti nei film western. Ora la vecchia strizzava gli occhi nella sua compulsione ilare senza guardare nulla e nessuno ma Bonbon era rimasto impressionato e convinto che quello sguardo fosse diretto a lui e per estensione anche la risata, che si stava smorzando in un affannoso respiro e quindi in una tosse cavernosa a sufficienza da fare deviare i passanti in una sorta di semicerchio avente centro nella vecchia, per quello che consentiva lo spazio del marciapiede. Un triste blackout cadde sulla percezione della realtà di Bonbon, di esperienze paranoiche indotte dalla roba ne aveva sperimentata qualcuna, questa era diversa e molto reale, anzi un brutto sogno da desto in piena realtà. Il veicolo era già ripartito da qualche minuto quando Bonbon si rese conto che avevano imboccato via Solari; via Giambellino cominciava in fondo a quella strada, cercò di scuotersi mentalmente per darsi un aspetto decente, Bruna zirlava per conto suo circa le sue aspettative per la serata.

Prossimamente il dodicesimo capitolo

Una storia italiana – Romanzo a puntate (10)

romanzo a puntate (10)

Copyright © Eric Bandini 2010

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Questo romanzo, ambientato fra Milano e Genova nel luglio del 2001, è un’opera di fantasia. I personaggi, i luoghi nominati e gli eventi che vi si svolgono sono inventati, gli eventi e le persone eventualmente reali, che fanno da sfondo alla narrazione come ai personaggi, sono tratti da fatti di cronaca riportati dai notiziari o dai quotidiani e liberamente interpretati a fini creativi e immaginari. Ogni altro e qualunque riferimento a persone, luoghi, cose, eventi realmente esistiti o esistenti è puramente casuale e/o esclusivamente funzionale ai fini immaginari della narrazione. Ogni deduzione o interpretazione storica, filosofica o letteraria è meramente funzionale alla narrazione romanzesca quale opera di fantasia.


Una storia italiana

Capitolo X°

(10)

Milano

Giovedì, 19 Luglio 2001

Capire che cosa avesse per la testa il Cinese era un esercizio di chiromanzia che nessuno si sognava di intraprendere, perfino i suoi bravacci ci andavano cauti a fare congetture e a proporre idee, soluzioni o anche solo fare domande che dessero il lontano sospetto di provenire dalla loro zucca. Anche due scafati come Rico e Ahmed, che fra di loro, e senza farsi udire dal Wazzarola, si pretendevano indipendenti e momentaneamente al soldo per sfortunate coincidenze, davanti al Walter se ne stavano zitti e attenti a non mancare una disposizione, un ordine, una incombenza qualsiasi. Definire l’origine di questa soggezione e timore anche da parte di gente che, sperimentato il soggiorno coatto nelle galere vuoi anche non patrie viste le origini di alcuni fra loro, non aveva pressoché nulla da temere da nessuno, e in nessun conto tenevano la vita tanto la loro che l’altrui, portava ad una vastità di connessioni e intrallazzi che mai alcuno, neanche fra di essi, avrebbe potuto mettere in chiaro ma che li teneva saldamente in riga e pronti per ogni evenienza, oltre che per il soldo a tratti anche generoso.

In occasioni disparatissime avevano avuto maniera di verificare gli effetti degli strani poteri del Cazzarola, sia su pavidi profittatori che tentavano con poveri mezzi di ciulare il Cinese, sia su personaggi di una certa importanza, che per vicende tutte loro finivano per imbrigliarsi nella rete di interessi del Walter, la cui abilità nell’intercettare le vittime un attimo prima che si rendessero conto di tutto era quasi una leggenda, suffragata dal ringraziamento che alcune delle prede rivolgevano al loro “carnefice” senza rendersi conto di essere cadute in una trappola. Questa “quasi” assenza di teatrale violenza e di azione criminale classica consentiva al Wazzarola una libertà di movimento che gli derivava da un certo anonimato in virtù della sua abilità a muoversi per interessi loschi fra gli interstizi che la legalità lascia aperti e a disposizione del crimine e un’inclinazione a intessere relazioni proficue, per quanto criminogene, con i più vari livelli che la società di una grande città come Milano gli metteva a disposizione.

Diavolo e accoliti

Era stupefacente considerare quante persone, anche di quelle cosiddette “per bene”, arrivassero a desiderare qualcosa a tal punto da non poter fare a meno di superare il limite della criminalità, molti non se ne rendevano neanche conto, se riuscivano ad ottenere ciò che volevano se ne tornavano felici alle loro occupazioni e al loro perbenismo. In un moto di ironia il Cinese una volta ebbe a dire che se il diavolo esistesse per davvero e fosse davvero possibile fare patti con lui per ottenere ciò che si vuole, beh, allora in paradiso potrebbe anche essere difficile riunire quattro persone per fare un tressette. Nei suoi ventitré anni, quasi ventiquattro, il Cinese non si era mai comportato veramente da “giovane”, leggi con spensieratezza. Una specie di sordido piacere a sfruttare le debolezze altrui lo teneva in costante veglia psicologica per scegliere il momento e trarre il personale profitto, il tutto mascherato dietro ad una apparente ingenuità che lo rendeva in tutto simile ad altri suoi coetanei, nel linguaggio, nei gesti, nelle abitudini che copiava e imitava per accrescere la fiducia in lui da parte dei suoi “clienti”, poiché intimamente già li definiva così. Il suo business era cominciato con lo spaccio di roba leggera al tempo del liceo, ma il trucco consisteva nel far credere ai suoi “clienti” che lui la roba non l’aveva e che gliela procurava come un favore, faceva loro credere di assumersi il rischio del contatto con l’oltremondo e il relativo acquisto; e in effetti l’acquisto lo faceva, al solo scopo di fare felici i suoi “amici”.

cavallo

Certe volte per aggirarli per bene faceva recapitare la roba da qualcuno di sua fiducia per non comparire troppe volte in prima persona, cosa che avrebbe creato dei sospetti circa le sue “buone intenzioni”. Non ci vuole molto a capire che nel “giro giusto” uno così può farsi molte conoscenze, o clienti, specie fra persone ben fornite di denaro e troppo fiduciose nel prossimo. Certuni vedendosi provvisti di ciò che bramano e che non possono reperire facilmente per l’ostacolo della legge mollano un bel po’ di precauzioni e si lasciano andare, specie se questo parla il loro stesso linguaggio e appare vagamente imbranato e disposto a fare cose che loro avrebbero timore a compiere o non saprebbero da che parte farsi per ottenere il risultato voluto. Il tocco esotico delle rappresentanze extracomunitarie introduceva quella soglia di rischio e di trasgressione che molti fra i suoi clienti senza confessarlo trovavano eccitante, se non dovevano affrontare la cosa dal punto di vista di un sopraggiunto problema con il Cinese.

Il Walter non abusava mai dell’appoggio degli extracomunitari, che sono sempre nel mirino della polizia, ma in certe occasioni li riteneva indispensabili. Aveva la convinzione che la differenza razziale poteva tornare a suo vantaggio come una forza da opporre a clienti da mettere in riga, una forza che fingeva di controllare malamente, un po’ come dire che lasciava che certi suoi “clienti” riottosi fantasticassero sulle origine di Rico per esempio, immaginandoselo come un tagliatore di teste della foresta amazzonica. Una società opulenta e civile ha dei punti deboli che una mente diabolica può mettere facilmente a nudo, e la mente del Cinese era bifida come poche altre.

Oltre agli extracomunitari il Walter si avvaleva direttamente di poca altra manovalanza locale, che giudicava non molto volenterosa, come se anche nel crimine gli indigeni volessero lasciare il posto agli immigrati per i lavori più sgraditi. Fra i locali vantava solo un paio di “fidati” fissi e altri saltuari in numero variabile e per brevi periodi a cui affidare cose che non lo esponessero in prima persona, per lo più cavalli per consegne cieche, vale a dire che non sapevano da chi gli era stata consegnata la roba, ma che avrebbero ottenuto la ricompensa a verifica di cosa fatta. I destinatari, nel caso di consegne ripetute, si vedevano recapitare la merce sempre da persone diverse così da evitare riferimenti. Il suo giro appariva piccolo e interessava poco la concorrenza di altri delinquenti, specie perché diffuso in maniera insospettabile fra persone dalla reputazione pubblicamente integerrima.

Il giro delle consegne cieche era qualcosa di cui andava intimamente fiero e non ne parlava mai per non dare sospetto di ritenerla una cosa che gli premesse; questa indifferenza non gli costava molto sforzo, essendo molteplici le attività che facevano capo alla sua torbida fantasia e che richiedevano attenzione e impegno costanti. L’idea dei cavalli senza fantino l’aveva avuta agli albori della sua attività, che in considerazione dei suoi ventiquattro anni ormai venticinque datava qualche anno più di un lustro indietro nel tempo. La cosa partì come uno scherzo fra coetanei, essendo però la sua mente non predisposta all’attività ludica ma unicamente al “fare sul serio”, prese subito una impostazione professionale. Beh, più o meno. Il concetto non era molto complesso, era sufficiente nascondere la roba in un luogo pubblico o pubblicamente raggiungibile senza alcuna difficoltà, informare uno dei suoi sgherri, solitamente un extracomunitario dall’aspetto feroce, della posizione della merce e dell’identità del cavallo e incaricarlo di affidare la consegna al tipo all’uopo individuato, normalmente uno dei clienti più in asfissia da astinenza, al vertice dell’esposizione nei confronti della legge restava solo il cliente finale. Come una catena di Sant’Antonio il giro si allargava, non mostruosamente ma quanto bastava per intravedere sicuri profitti nel medio termine senza irruzioni della forza o incursioni della concorrenza. Avendo sempre cura che i cavalli, per lo più remunerati in natura o trattenuti sotto il giogo di qualche condizione di ricatto, non si incontrassero troppo spesso con gli identici affidatari dell’incarico lo smercio appariva trascurabile, se qualcuno dei clienti finali veniva beccato non sarebbe stato a conoscenza della provenienza della roba e di certo non l’avrebbero potuta collegare a Lui.

cul de sac

Ovviamente anche una tecnica come questa ha dei punti critici, il nascondimento della merce, per esempio, dato che il luogo è pubblico vi può essere qualcuno che nota qualcosa di inconsueto, tipo un tale che traffica intorno ad un buco dietro ad una grondaia o che rimesta nel cavo di un albero in un giardino pubblico; questo era il compito logistico dei locali da lui utilizzati, occorreva una conoscenza perfetta del territorio e una mimetizzazione nella popolazione indigena, oltre ad una capacità di sorveglianza della merce allocata e del “buon fine” della stessa. Solo un paio di volte era capitato che la merce era sparita e in quelle occasioni i tagliatori di teste ebbero un certo daffare. Un altro grande punto critico era l’approvvigionamento della merce, ma questo era compito per il Cinese, qui il rischio era diretto e tutto suo. I canali di acquisto erano sempre molteplici e diversi; in queste transazioni la quantità non era mai modesta e di certo la polizia era fortemente attiva verso questi commerci e in costante ascolto. Se l’era sempre cavata rinunciando all’uso del telefono e del computer, le sue deliberazioni raggiungevano lo scopo tramite scritti ambigui recapitati a chi di dovere da suoi fiduciari. Il Cinese aveva copiato dal crimine organizzato e si teneva alla larga dai tipi appariscenti che di solito non fanno in tempo a vestirsi chiassosamente in abiti griffati per sfoggiare la raggiunta celebrità che già devono andare a sovraffollare il gabbio.

L’altro punto di forza del Cinese era rappresentato dalla forma dei pagamenti della merce che distribuiva, il colpo di genio consisteva nella separazione dei canali di fornitura e pagamento. Chi consegnava non riceveva soldi, consegnava e se ne tornava agli affari suoi, il “cliente” era stato contattato da un locale nell’ambito delle sue normali attività di lavoro, come se questo sconosciuto fosse un estraneo qualunque capitato lì, oppure uno dei suoi clienti “veri”, un rappresentante delle sue attività, un agente di commercio o altro e questo nelle dovute maniere gli anticipava le coordinate per il pagamento che poteva essere in contanti in una metodologia analoga all’istruzione dei cavalli o anche in forma di versamenti o bonifici su conti correnti intestati a prestanome, per lo più ditte fasulle o con scarso movimento ma con partita IVA autentica per una parvenza di formalità nonché di esistenza in vita come attività. Le somme non erano mai appariscenti o ingenti e in caso di grosse consegne e relativo corso di cifre consistenti il dovuto veniva deviato su più conti correnti o altre forme di pagamento.

Un rapporto spacciatore/cliente di questo tipo potrebbe apparire troppo fiducioso, ma il Cinese trattava solo con indigeni radicati sul territorio, le cosiddette persone per bene, che non hanno alcuna possibilità reale di fuga, specie da qualcuno che non deve rispettare le forme di legge. Questo sistema di pagamenti si autososteneva con il supporto di un’attività collaterale del Cinese, lo strozzo. In questa attività si compiaceva particolarmente perché gli consentiva di dare sfogo a tutte le sue perversità e al contempo di coprire l’attività dello spaccio utilizzando le attività commerciali dei suoi debitori per l’incasso e la copertura delle somme derivanti dall’altra industria e a volte ci metteva direttamente la sua faccia, considerandola qualcosa di legale e legittimo, i soldi erano suoi, che cavolo, restando però attento a non mettere in comunicazione i due business. I suoi debitori non sospettavano neanche che gli eventuali debiti per forniture di “merce” li dovevano a Lui in persona, questi si rivolgevano a lui, o meglio venivano appropriatamente dirottati nelle sue fauci da collaboratori e informatori del suo giro, come ad una specie di salvatore e così facendo mettevano una pietra tombale sulla propria esistenza di esseri umani. Scoperte dal debito le sue vittime si prestavano e lasciavano usare le loro attività per i servizi del Cinese, che ingrassava i suoi affari.

Nella Ford Fiesta® di Ahmed Rico guardava annoiato dal finestrino lato passeggero il susseguirsi di case e palazzi nel tardo pomeriggio afoso fissando da dietro le lenti degli occhiali da sole il culo di tutte le “ragazze” di età grossomodo compresa fra i diciotto e i sessantacinque che si trovavano in strada a quell’ora, Ahmed guidava senza parlare. Dietro di loro, su una Fiat Punto®, Urfeo e Lucio seguivano a distanza su disposizione del Cinese; quattro persone di tre nazionalità diverse in un solo veicolo avrebbero dato nell’occhio a un cieco. Scopo della gita la zona fra Via Giambellino e Via Lorenteggio ove, su indicazione di un cliente, si favoleggiava di una “megafesta” fra studenti da tenere sotto controllo per un’azione da intraprendere. Ordini impartiti: trovare la casa o il condominio e osservare la zona memorizzando i luoghi, le strade, il tipo di vicinato, eventuali negozi o attività, ordini emanati direttamente dal Cinese prima che sparisse dalla vista delle forze malvagie e si ritirasse nel suo appartamento ufficiale di cittadino residente nel centro storico di Milano, il suo rifugio, il suo lato pubblico, la sua facciata presentabile e magari anche lodevole, perché neanche lui sfuggiva al desiderio di perbenismo e di approvazione del prossimo.

Nell’appartamento al piano primo di un palazzo signorile che aveva finestre su entrambe le direzioni nord-sud ove si trovava al momento, il Walter tentava di dare un senso a quella visita inaspettata e soprattutto inopportuna, stante l’imminenza dell’azione che aveva pianificato così bene. L’irruzione di questo rompiscatole acculturato non l’aveva preventivata e cercava di prevedere eventuali sviluppi negativi o interferenze che potessero intralciare la diffusione dei suoi affari o peggio ancora minare la sua libertà. La domanda non gliela aveva posta né avrebbe potuto, nella sua tattica domandare o rispondere direttamente su ciò che gli premeva era qualcosa da escludere a priori, però non si era giustificato fino in fondo l’arrivo di quel Fosco Trifarro in uno dei suoi ritrovi, sebbene filtrato da qualcuno dei suoi. Le vicende del Fosco le sapeva tramite una conoscenza dell’Armando, di cui per estensione tramite la medesima fonte conosceva anche parte dei suoi traffici e dei loro trascorsi, però questo moralismo da libro Cuore, tipo interessarsi alla Mina e alle sue vicende, lo disgustava.

Si domandava dove fosse l’inghippo, quale fosse il secondo scopo del precario della facoltà di Lettere e Filosofia, che cosa cercava questo tipo? Il tarlo non era facile da snidare, l’Armando lo conosceva di fama per essersene servito qualche volta nei suoi traffici, sebbene non lo avesse mai incontrato di persona, e dal modo in cui aveva eseguito ciò che gli era stato chiesto non gli aveva mai lasciato la convinzione di averlo sotto la sua mano, in quell’Armando c’era qualcosa di ribelle e di ostinato, non direttamente pericoloso per le sue attività, ma in quell’Armando in qualche modo risuonava la parola trasgressione, aveva come la sensazione che quel tipo, sì magari eseguiva ciò che gli veniva chiesto senza problemi, però non lo avrebbe mai voluto fisso nella sua squadra. Del fatto in sé che il Fosco fosse arrivato alla sua presenza non si preoccupava, poteva tenerlo a bada con il suo passato, di cui aveva riferimenti viventi da mettere in campo, ma l’associazione dei due, radicata in un passato comune poteva dare luogo a coincidenze avverse. Inoltre restava il motivo scatenante della sua visita, se Fosco Trifarro era piovuto al suo cospetto qualcosa era andato storto alla facoltà, qualcuno aveva sgarrato dalle disposizioni e in considerazione della totale assenza di riferimenti fra Ahmed e Rico con Fosco la cosa andava appurata e verificata. Il campanello suonò, precauzionalmente verificò al videocitofono e quindi premette il tiro per aprire il portone. Si avvicinò alle finestre e abbassò un poco le tende, diede un’occhiata al condizionatore e tornò alla porta per aprire al suo ospite, che aveva appena bussato. Fece entrare il Sapienza e si accomodarono entrambi, il Cinese su una poltrona, il Sapienza sull’angolo del divano più prossimo al Walter, che esordì.

– Che cosa è andato storto stamattina?

– Esattamente non lo so, il ganzo di quella tipa è venuto da me, evidentemente qualcuno gli ha parlato di certe cose e di certi commerci, altrimenti non si sarebbe sognato di presentarsi da me.

– Che cosa ti ha chiesto?

– Praticamente nulla, però era a conoscenza della possibilità di ottenere qualcosa di più di una semplice informazione, qualcuno deve avergli detto del giro.

– Vedremo di cambiare un po’ la procedura. Ti ha chiesto qualcosa riguardo a qualcun altro?

– Sì e no, ha detto che cercava “qualcosa” – il Sapienza disse “qualcosa” con un tono di voce differente, come a sottolineare un’evidenza, una stranezza – per la festa di una ragazza…

– E nient’altro?

– Praticamente nient’altro. Ho fiutato il tipo come uno fuori dal giro e non mi sono fidato, l’ho liquidato senza dirgli nulla.

– Mmh, una festa per una ragazza… questa sera gliela facciamo noi la festa. Di un certo professor Trifarro hai notizie? Intendo riguardo al giro o alla vicenda?

– So chi è e morta lì, io stamattina non l’ho visto.

– Deve averlo informato il gonzo di Mina.

Il Cinese si sporse in avanti appoggiando i gomiti alle ginocchia e fissando la finestra come a cercare concentrazione, il Sapienza si appoggiò con un gomito al bracciolo del divano presso cui si era seduto e si guardò intorno ammirando il lusso di quell’abitazione e comparandolo con lo squallido micro appartamento in cui condivideva l’esistenza insieme ad altri due studenti. Queste frequentazioni lo mettevano in lieve fibrillazione emotiva, per non dire della sua attività di info-spacciatore, guardando nel suo futuro gli riusciva difficile immaginare una carriera di avvocato partendo da dei presupposti del genere, non occorreva una conoscenza dell’universo mondo per giungere a vedere nero oltre il diploma di laurea, senza tenere conto dei trascorsi padovani e della non eccezionalità delle sue performance di studente. Tuttavia questo mercimonio lo sostentava nelle sue urgenze immediate e la innata abilità di vedere immediatamente nelle intenzioni dei suoi coetanei e di non pochi fra quelli più vecchi di lui lo gratificava intimamente, sentiva di avere un potere su di loro, sentiva che una volta terminato questo brutto periodo avrebbe potuto mettere a frutto questa capacità per delle attività realizzabili nella luce della legge, però il rischio della frequentazione del Walter cominciava a turbare la sua fiducia in se stesso. Questi briefing di informazione avvenivano regolarmente e senza appuntamenti, essendo il telefono per il Cinese qualcosa da usare con molta parsimonia, e con una certa paranoia, ampiamente giustificata nel suo caso, date le sue attività. Il Sapienza era invitato a presentarsi a casa sua regolarmente ogni giovedì alla stessa ora, altre incombenze lo raggiungevano tramite la manovalanza del Walter, eventuali urgenze avevano una loro collocazione al di fuori delle linee telefoniche, la frequentazione era proficua per entrambi, informazioni e indirizzamento di clienti in cambio di contante per gli studi, tipo una borsa di studio per la facoltà di Legge sponsorizzata dal crimine. Il Cinese ruppe il silenzio.

– Vedi se ti riesce di scoprire a quale livello s’inghippa ‘sto Fosco Trifarro, questa è una rogna che non ci voleva.

Il Sapienza fece un cenno di assenso col capo.

– Se non c’è altro io vado.

Quindi si alzò, fece un cenno di saluto al Walter e prese la direzione dell’ingresso domandandosi intimamente se il Cinese potesse fiutare l’imbarazzo che gli dava la sua frequentazione. Senza voltarsi chiuse dietro sé la porta.

Il Walter lo aveva osservato uscire e rimasto solo trasse le necessarie conclusioni. Quel pidocchioso di Bonbon doveva avere combinato qualche cavolata. Nell’anagrafica mentale dei suoi clienti il nome di Bonbon emergeva fra molti, primo per i suoi tentativi universitari, dove frugando nell’ambiente nella ricerca di un incremento del business lo aveva incontrato, e poi per la malleabilità del tipo, quel bonbon era come plastilina nelle sue mani e per i suoi tramiti, ma quando era fatto o tentava di usare il suo cervello autonomamente combinava sempre qualcosa di anomalo, specie se tentava di fare le due cose insieme. Ogni volta che si trovava ad affrontare l’irrazionalità dei suoi acquirenti doveva tenere a bada la rabbia che gli montava, dopo tutto gli fornivano grana in cambio di merda e già questo pensiero lo rassicurava, tranne quando le baggianate rischiavano di mettere a gambe all’aria tutto il suo commercio e allora tutta la sua capacità, perseveranza, abilità, non riuscivano a trovare soluzione adatta. Per questo scopo urgeva il supporto di qualche “connessione”: l’Attilio per esempio. Mettere in campo queste “aderenze” era una cosa contro la sua natura di “uomo fattosi da sé”, che non ha bisogno di nessuno, principalmente perché poi i favori vanno restituiti e di solito con gli interessi, in particolar modo fra persone che non guardano per il sottile e se ne infischiano delle regole, specie perché alcuni di questi le regole le scrivono. Nella congerie delle sue attenzioni all’accumulo e delle sue capacità extra-commerciali, logistiche e finanziarie molteplici destini si intersecavano dal lato del profitto e con rispetto reciproco, e in maggior grado per il profitto medesimo, scopo del loro industriarsi. Però favori da mettere in campo ne aveva anche lui, ed erano favori del lato sporco, quindi con valore maggiore; difficilmente qualcuno con senno sufficiente da potersi vantare di essere nel business da molto tempo avrebbe osato rifiutare una mano, un piccolo e insignificante aiuto per potere mantenere lo stato delle cose.

Più ci pensava e più si convinceva che, sebbene vigesse la regola “ognuno per sé e dio per tutti”, l’intera faccenda si sorreggeva unicamente per la collaborazione reciproca al reciproco interesse, e questo era uno di quei casi. In una scala gerarchica anonima e riconosciuta solo dal lato della perpetuazione esisteva una procedura di routine non scritta e mai declamata, che prevedeva l’interessamento della parte superiore più prossima all’inferiore che si fosse trovato in difficoltà. Questa scala gerarchica era autoprodotta nel momento in cui qualcuno chiedeva qualcosa a qualcun altro, in un giro di relazioni complesse senza valori definiti o prestabiliti le potenzialità emergevano autonomamente semplicemente perché richieste, come in una specie di mercato libero, talmente libero da includere il rischio effettivo della gattabuia per chiunque fosse dentro al giro.

Il Walter era consapevole dei rischi, ma era consapevole delle sue potenzialità e delle sue relazioni, che dopo tutto sapeva intrattenere ad un buon livello, almeno nella parte mondana e presentabile delle sue attività, anche se il lato paranoico pesava parecchio nelle sue decisioni e nelle sue vicende. Uno che si muove nel lato negativo della legge è consapevole, sempre, di essere catalogato in qualche maniera fra le conoscenze della manovalanza della giustizia, non era così scemo da illudersi che la frequentazione di Rico, Ahmed, Lucio, Urfeo e altri loro pari o magari più tosti, non avesse prodotto mai e in nessun luogo relazioni da potersi connettere con attività di indagine della pula. Sapeva che qualche poliziotto, o più di qualche poliziotto, aveva a mente il suo nome e magari anche la sua fisionomia ma aveva sempre tenuto un basso profilo nel lato non presentabile dei suoi affari e la compartimentazione quasi stagna dell’esecuzione materiale gli dava fiducia in se stesso e gli accordava anche quella di numerosi clienti per bene, così da potersi ritenere e presentare egli stesso come una persona per bene. E in ultima analisi aveva agganci sociali tali da poter arpionare anche un ficcanaso della polizia ufficiale che tentasse di intrufolare il suo naso inquisitore negli affaracci suoi, un equilibrio difficile e impegnativo, ma molto redditizio.

Prossimamente l’undicesimo capitolo