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Una storia italiana – Romanzo a puntate (15)

romanzo a puntate (15)

Copyright © Eric Bandini 2010

Depositato come opera originale presso la S.I.A.E. – O.L.A.F. Deposito n° 2010001634 del 12/04/2010


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Questo romanzo, ambientato fra Milano e Genova nel luglio del 2001, è un’opera di fantasia. I personaggi, i luoghi nominati e gli eventi che vi si svolgono sono inventati, gli eventi e le persone eventualmente reali, che fanno da sfondo alla narrazione come ai personaggi, sono tratti da fatti di cronaca riportati dai notiziari o dai quotidiani e liberamente interpretati a fini creativi e immaginari. Ogni altro e qualunque riferimento a persone, luoghi, cose, eventi realmente esistiti o esistenti è puramente casuale e/o esclusivamente funzionale ai fini immaginari della narrazione. Ogni deduzione o interpretazione storica, filosofica o letteraria è meramente funzionale alla narrazione romanzesca quale opera di fantasia.


Una storia italiana

Capitolo XV°

(15)

Milano

Giovedì, 19 Luglio 2001

Nell’appartamento del Beltrami la festa aveva preso una piega noiosa, Bruna stava cominciando a stizzirsi e Bonbon si sentiva braccato da troppe parti per riuscire a restare in equilibrio sul suo difficile presente, la ex giovane ancora non aveva esternato ma continuando la serata di quel passo non avrebbe tardato molto a richiedere un altrove divertente al suo compagno, che sentiva la presenza del suo cellulare nella tasca dei jeans come una bomba a mano dalla sicura instabile, unitamente alla medesima sensazione di inutilità che la ex punk non esitava a mostrare con gesti freddini nei confronti dei loro ospiti, che ce la mettevano tutta per rendere vivace la serata ma qualcosa mancava e per giunta c’erano troppe matricole con qualche infantilismo ancora da purgare e la musica pareva copiata da una festa di compleanno di un liceale, e tutto quel pùnfe-pùnfe-pùnfe-pùnfe era veramente troppo per una trentottenne punk e per giunta goth.

Mina non si era fatta vedere, e nemmeno i suoi colleghi. Dubbi di diversa origine ma di scopo comune cominciarono a vagheggiare per la sua mente fra gli spazi residui del desiderio di farsi; non sapeva se contattare Rico o se aspettare di essere contattato, poi la seconda soluzione si affermò da sé, non aveva notizie da comunicare, nessuno si era fatto vivo e la trasmissione di una non-notizia a quei soggetti li avrebbe messi in allarme senza scopo, però la cosa non lo sollevò affatto, quelli non avrebbero mollato e lui non sapeva più che pesci pigliare, intrappolato fra la Bruna, la Bamba e il duo dei fornitori in agguato là fuori da qualche parte nella città di Milano.

La cosa che lo teneva in angoscia più di tutto era l’assenza del Germano con la sua ragazza e tutto il gruppo con il Mario, il Gianni, il Sandro e soprattutto Dott. Cynicus, che Bonbon detestava dal profondo di un’antipatia viscerale; il fatto che non si fossero fatti vivi accendeva dubbi paranoici sulle sue relazioni con gli stessi e in un vortice di delirio fantastico si immaginò estromesso dalla compagnia universitaria per collusioni con strane e depravate frequentazioni che Dott. Cynicus una volta aveva sentenziato essere la quintessenza della stupidità, definendo la droga come la religione degli imbecilli, affermazione che lo aveva qualificato in quest’ultima categoria, non senza desideri di ritorsione nei confronti del Cusani, che dal suo punto di vista si esprimeva sempre con arrogante saccenza e la cosa lo faceva imbestialire, intimamente, perché non avrebbe mai avuto il coraggio di affrontare il Claudio apertamente, con il rischio di vedersi scoperto di qualcosa che egli riteneva un segreto inviolabile della sua intimità e di cui egli era convinto che nessuno sapesse alcunché. Nel suo attuale delirio di indecisione se li immaginava a tramare contro la sua persona e a spettegolare su presunti sospetti al suo riguardo, quando invece agli occhi dei suoi colleghi era già tutto palese e lo accettavano com’era, per quello che era.

Ora, in quell’appartamento semi-lussuoso al piano attico di una zona residenziale di Milano, Bonbon ardeva di un’indecisione che gli faceva percepire il mondo come attraverso un materasso trasparente, si sentiva circondato da minacce che prendevano forma attraverso l’incapacità di sopportare la tensione di un’attesa che non aveva preventivato e nell’assenza di persone che avrebbero dovuto esserci ma non si erano fatte vedere. Lui aveva chiesto al Beltrami, con le più subdole maniere dell’indifferenza, come mai non si fossero fatti vedere il Tirlonza, la Calludole e gli altri, ma tutto quello che era riuscito ad ottenere era stata un’affermazione sulle propensioni alla balneazione del Gianni; aveva insistito, con le maniere più astute e perifrastiche, per sapere del Marzenit, cioè del Sandro e di Dott. Cynicus (chiamandolo “il Cusani” e fingendo al suo riguardo un’amicizia per la vita), ma il Beltrami insisteva sul fatto che l’Erbaro, cioè il Gianni, se n’era andato al mare con altri due del quarto anno, e riguardo agli altri aveva abbozzato un’espressione fra il debolmente deluso e il felicemente rassegnato rifilandogli un bicchiere di rum-cola in cui tintinnavano alcuni cubetti e limitandosi a dire che «Sarà per la prossima occasione, a casa di qualcun altro magari», mentre con un occhio sorvegliava un tipo che si industriava con tabacco e maria per arrotolare qualcosa di fumabile. Aveva anche colto un’occasione per chiedergli, alludendo a Germano e a Mina «Ma non hanno proprio detto nulla? Non hanno detto dove sarebbero andati o qualcosa del genere?», a cui il Beltrami, senza che avesse alzato un sopracciglio a rimarcare sospetti, si era limitato a rispondere con qualcosa di assimilabile al fatto che non era il loro badante e aveva perseguito in un’espressione felice che non vuole essere diversamente.

Degli altri presenti, detratti quei pochi del suo corso e qualcuno di quelli che erano in Largo Richini quella mattina aveva una conoscenza superficiale o poco intima, limitata a topiche universitarie e/o battute umoristiche di convenienza, magari conoscevano anche loro quelle persone che gli abbisognavano al momento ma non era in confidenza sufficiente per chiedere, temeva di suscitare sospetti, tranne forse con Bob, colui che stava preparando una canna cerimoniale collettiva, il metonimico Bob, rasta per estensione e nominato in comparazione a Bob Marley ma dal capello conforme, al secolo Agostino Belli; però si sentiva refrattato a consultarlo ufficialmente, nella sua mentalità perbenistica tendeva ad evitare contatti troppo ravvicinati o intensamente ripetuti con persone dedite all’assunzione di sostanze, in qualunque maniera introiettate, già il fatto di dover poi fumare collettivamente gli faceva percepire un desiderio di distanza (in contrasto con il desiderio di pippare anche lui, come poi nel caso avrebbe effettivamente fatto, ma con quella distanza tipica di chi vuole mimare una prima volta, un po’ troppe volte ripetuta) ad evitare maldicenze, perché poi si sarebbe saputo chi c’era e chi non c’era alla festa e cosa si era fatto e chi si era fatto e chi si era ubriacato, e chi si era…

La Mina non c’era e una decisione andava presa. Un quarto alle undici, a quell’ora non si sarebbero fatti più vedere, sebbene certuni continuassero ad arrivare, sempre più radi ma di quando in quando qualcuno si aggiungeva. Bonbon si illudeva ogni volta che fossero quelli che aspettava, sentiva suonare il carillon del campanello e qualunque conversazione avesse in atto teneva d’occhio l’ingresso nella speranza di vedere Mina Calludole e porre fine a questa prova, e magari intascarsi una grassoccia bustina gratis. Però ogni volta si aggiungevano persone diverse da quelle che aspettava, più o meno conosciute o sconosciute. Sentiva di dover agire in qualche maniera ma temeva di incrociare Rico oppure Ahmed fuori dal palazzo, o magari entrambi a tenergli quelle prediche stereofoniche da cui usciva rimbambito come dopo due ore di seduta dal dentista. Bruna ogni tanto lo guardava strano, non proprio strano ma in una maniera nascostamente supplichevole, come fanno i bambini quando si stufano di sentire chiacchiere adulte noiose e non divertenti e cominciano a fare le bizze tipo «Andiamo?!? Allora andiamo?!? Andiaamoooo!», solo che Bonbon non sapeva dove andare, o meglio, un posto dove andare era sempre in grado di trovarlo ma quella sera c’erano ostacoli nuovi e terribili, però era certo di dover produrre un risultato per uscire da quell’impasse, un risultato di qualunque tipo e non c’era verso di produrlo lì dentro.

Bruna aveva appena ripreso la sua posizione dopo una puntatina in bagno che non aveva funto da diversivo anzi, la sua espressione parlava chiaro, la ex punk voleva smammare. In effetti i ragazzi più giovani avevano dato l’impostazione generale alla festa e quelli di qualche anno più grandi che non s’erano associati all’entusiasmo si stavano adattando a passare la serata. Bonbon non ricordava di avere mai abbandonato alcuna festa a metà, né di essere mai stato il primo ad andarsene ma quella era un’occasione difficile che desiderava concludere al più presto, si accostò a Bruna per concordare una scusa da giustificare al Beltrami, quale patron della serata, e fatto il giro per saluti sommari uscirono dall’appartamento, non senza il rimpianto di avere abbandonato prima della canna cerimoniale e delle eventuali successive, perché il Bonbon di erba ne aveva vista una certa abbondanza sotto le grinfie di Bob su quel tavolo di preparazione.

Non avevano percorso che pochi metri sul marciapiede fuori dal condominio del Beltrami in direzione della Twingo® nera della matura squinzia parcheggiata poco distante che il telefono portatile di Bonbon vibrò e trillò in maniera soffocata dall’interno di una delle sue tasche, Bruna non si voltò e non se ne avvide ma il Bonbon ebbe un sussulto improvviso, come se si fosse reso conto di avere un serpente nei pantaloni. Nel breve tragitto in ascensore, con qualche scambio di deboli effusioni con la sua amica, aveva dimenticato il suo personale mondo reale, che non lo aveva mollato minimamente, anzi lo guatava da un paio di vetture appostate in posizione strategica fuori dall’abitazione del Beltrami sulla pubblica via e non appena adocchiato era scattata la telefonata a sondare le motivazioni del fallimento dell’agguato. Bonbon disse pronto come al solito, ma lo disse più che altro per Bruna, perché non si facesse idee strane sul suo conto, quantunque la 38n fosse accostumata a stranezze di ogni fatta il Bonbon temeva più di tutto le sue eventuali reprimende. Dall’altro capo le inflessioni sudamericane di Rico inquisivano sul fiasco della serata e sulla dritta farlocca che aveva rifilato loro e dalle intonazioni della voce, che non abusò minimamente di parole sconce o metafore da Pietro Aretino, quanto meno non in misura eccessiva, ricavò l’esatta sensazione di dover intendere le più fosche e triviali parole che si potessero mai esprimere unitamente a intimidazioni dirette alla sua personale esistenza in ogni qualsivoglia occasione applicabili.

In presenza di Bruna Bonbon non osò fare sfoggio della sua pavidità adducendo pietose e lamentose scuse telefoniche che poi avrebbe dovuto giustificare con una persona dall’altro capo del telefono oltre che con Bruna nell’immediato, non era coraggio, beninteso, era la totale indecisione di scegliere fra un male peggiore e un male peggiore, per cui l’unica scelta era la non scelta e di conseguenza un silenzio di assensi e di «Sì, Sì», «Noooo… ma dài…», «Sì d’accordo, va bene», «Poi ci vediamo e ci mettiamo d’accordo…», mentre dall’altra parte dell’apparecchio una voce portoricana si esprimeva in un italiano minaccioso e concreto di «Stai attento!», «…molto attento!» e inframmezzato di più concreti «Non pensare di essertela cavata, adesso telefoni a qualcuno di quelli, ti fai dire dove sono e ci troviamo sul posto», a cui Bonbon tenne arduamente testa lasciando sfilare Bruna perché non sentisse e dicendo nella mezza voce più convincente che aveva, parandosi la bocca accostata all’apparecchio con la mano libera, che se gli avesse telefonato quelli avrebbero sospettato qualcosa, di qualunque tipo ma qualcosa avrebbero subodorato, erano suoi colleghi e magari anche amici, ma non fino al punto di farsi dire dov’erano per imbucarsi direttamente, cosa non completamente vera, dati certi suoi precedenti, ma convincente a sufficienza per il sudamericano. La telefonata ebbe fine in breve e paradossalmente Bonbon si sentì sollevato, non esattamente felice o in pace con sé stesso e la vita ma come liberato da un peso, che tornò a gravarlo quasi immediatamente quando il desiderio della bamba riprese possesso della sua cervice, allora ritornò nella sua cupezza mascherata da felicità per l’apparenza davanti al prossimo. Giunti alla macchina di Bruna la donna esitò un istante prima di salire e aprire la portiera a Bonbon, lo guardò un istante e poi gli chiese:

– Sono appena le undici, non ho voglia di ritornare al mio tugurio, andiamo da qualche altra parte?

Bonbon accennò un sì interrogativo, come a lasciare a lei la scelta. Bruna lo guardò fisso un istante e poi con un sorriso a piena bocca disse:

– Andiamo al Sole Nero.

Sole… nero???

– Che sarebbe? – inquisì Bonbon.

– Un posto che ti piacerà. – e sempre con il medesimo illuminato sorriso salì in macchina e aprì la portiera per Bonbon che si accomodò per seguire le sue intenzioni.

La piccola Renault® nera aveva appena preso la direzione di via Lorenteggio per andare verso la Ghisolfa senza che i suoi occupanti si avvedessero di una Ford Fiesta® che aveva abbandonato il posteggio in fila lungo il marciapiede per seguire la loro stessa direzione, imitata da una Fiat Punto® che li aveva lasciati sfilare e poi vi si era accodata a una certa distanza. Bonbon non era stato capace di mettere in relazione la telefonata alla presenza in loco di qualcuno che lo aveva osservato uscire e immediatamente lo aveva contattato, nemmeno se fosse stato al volante avrebbe avuto in mente di guardare nello specchietto retrovisore per verificare un inconsueto piccolo corteo in una traversa così poco trafficata, specie alle undici di sera; se ne stava beatamente al traino della Bruna e vi si crogiolava, per quello che le sue dipendenze potevano permettergli.


Presso il Sole Nero, al tavolo illuminato di giallo il cabernet-sauvignon aveva rallegrato i cuori e alleviato le menti, una certa euforia non ancora ebbra teneva in vita la discussione della Guendalina, ancora fissata con lo zodiaco, ma i 13,5° alcolici del prodotto di Bacco, o chi per lui, avevano dato parlantina un po’ a tutti quanti e le chiacchiere si sovrapponevano alle chiacchiere in un incrociarsi di interessi e argomenti, fatta la tara della fissa di Guendalina, su cui tutti intervenivano più o meno a proposito, incluso l’Alfeo che tentava di liberarsi dalla morsa zodiacale per agganciarsi alle argomentazioni dei suoi colleghi, ora focalizzate su Mina che, in seguito alle puntualizzazioni mattutine del Trifarro, si domandava e domandava se il postmoderno non avesse preso origine da Joyce e Kafka più che da un dopoguerra letterario liberato da schemi accademici e volto ad un immaginario che coinvolge in una maniera narrativa in cui i canoni classici della realtà, per esempio il tempo e lo spazio nella conseguenza narrativa comunemente percepita, vengono in qualche modo rimescolati per produrre uno sguardo differente sulla realtà o forse semplicemente sul romanzo o il testo medesimo. Alfeo tentava di inserirsi nelle argomentazioni di Mina ma Guendalina, che si sentiva estromessa dalla discussione letteraria, aveva piantato le unghie sull’unico interlocutore apparentemente disponibile e non aveva intenzione di mollare l’osso per ascoltare conversazioni che non gli interessavano, così l’Oscuro/lo Scuro si sdoppiava in «Sì-sì, sì-sì» verso Guendalina con l’attenzione verso Mina e gli altri e quando tentava di dare piena attenzione ai suoi colleghi questa lo redarguiva, forse con troppa foga dovuta certamente al sunnominato cabernet-sauvignon.

Nessuno sembrava più pensare alle motivazioni che avevano condotto la compagnia in questo locale, Germano ne prese atto quando vide la combriccola delle cinesine illuminate di blu alzarsi dal tavolo per uscire in un cocoricò incomprensibile e leggermente rumoroso ma gradevole. Le osservò sfumare dal blu alla zona intermedia di luce neutra poi ad un rosso carminio poi ad un’altra zona intermedia quindi ad un viola e nei pressi del bar le vide rilucere di molteplici colorazioni e indescrivibili riflessi, forse sottolineati dagli effetti dei due bicchieri del sunnominato succo di Bacco, ma si riebbe dalla stranezza e riacquistò consapevolezza di dover fare attenzione, c’era sempre qualcuno in agguato che voleva qualcosa contro la volontà di qualcun altro e la serata stava andando troppo liscia per le avvisaglie che aveva prodotto la telefonata di Trifarro.

D’improvviso si ricordò che Trifarro aveva accennato che si sarebbe fatto vivo e ancora non aveva chiamato, se avesse chiamato in questo momento Guendalina e Alfeo, che non sapevano nulla sebbene l’Alfeo avesse subodorato qualche cosa la mattina stessa in Largo Richini, avrebbero potuto farsi strane idee, Guendalina di gran lunga più dell’Oscuro/lo Scuro per via della propensione ad auscultare gli altrui fatti. Pensò di proporre alla compagnia di abbandonare il posto e nel frattempo trovare il modo di telefonare ma sembravano tutti molto radicati nel momento e infervorati a gioire della convivialità e dell’amichevole discussione da essi stessi prodotta, magari con l’aiuto di un paio di bocce del sunnominato. Decise di alzarsi, appartarsi fuori dal locale e chiamare lui l’aggiunto Fosco Trifarro, all’insaputa della compagnia. Nessuno gli chiese alcunché quando abbandonò il tavolo ma con Sandro scambiò un’occhiata che fu eloquente per entrambi, quelli che contavano non avevano dimenticato, anche se Mina se la stava spassando un po’ troppo. Attraversò le zone variopinte sentendosi addosso quella luce colorata come un mantello e si diresse al vestibolo vegliato dai dracula cinematografici, supponendolo un posto adatto per telefonare senza essere ascoltati, anche se un po’ disturbati dalla musica. Compose il numero di Fosco Trifarro, il telefono non fece nemmeno un paio di squilli che la voce del precario Dott. Trifarro rispose con uno stanco pronto. Quando riconobbe il Germano si rianimò immediatamente scusandosi di non avere telefonato prima.

– … ho avuto l’intenzione di chiamare però aspettavo una conferma per la situazione, conferma che non è arrivata ma che non muta le cose. Esiste un pericolo per la tua amica ed è meglio che lasciate Milano per qualche giorno, almeno tu e lei e in posti separati. Non è il caso di drammatizzare, lei può stare da un’amica per qualche giorno e tu magari puoi andare a Genova, come mi sembrava di averti sentito dire stamattina, molto probabilmente ci andrò anch’io; da quello che vi sta succedendo non può definirsi una città tranquilla ma sempre meglio che avere alle costole certi figuri. Non vi ho dimenticato, non preoccupatevi, ho il tuo numero di telefono, se ho notizie o se capita qualcosa di importate che vi riguardi ti faccio sapere. Ho un unico consiglio al momento, lasciate Milano prima che potete senza dire dove andate e questo non è un consiglio da prendere sottogamba, c’è qualcosa in movimento che non riesco ad inquadrare, puoi pensare che sono paranoico ma la cosa è reale, non posso dirti nulla di più preciso ma insisto, prendete sul serio il mio consiglio.

– Con chi ha parlato, qualcuno le ha detto qualcosa?

– Ascoltami Tirlonza, prendimi sul serio, non posso dirti di più.

Germano rimase in silenzio per qualche istante e nemmeno Trifarro disse nulla in quel lasso di tempo, ciascuno dei due percepiva nell’altro un’attenzione e una disposizione ad una soluzione positiva verso qualcosa che non sapevano e che temevano, poi Germano si rese conto che non c’era alcunché da aggiungere, un consiglio l’aveva avuto, non restava che attenervisi.

– Grazie comunque Dott. Trifarro, a risentirci allora.

– D’accordo, ci sentiamo presto.

Stava armeggiando con il telefonino quando Dott. Cynicus lo raggiunse in quell’ingresso vampiresco, Germano si voltò pensieroso, dietro ai vetri della porta che introduceva al locale vide passare come un’ombra nera la cameriera che aveva preso le ordinazioni, la porta aveva i vetri solo da metà in su e la vide sfilare come un mezzobusto scuro circondato dalla luce rossa dell’ingresso in cui si trovava, la sua espressione era strana, pareva nascondere una curiosità incomprensibile e fuori luogo, non aveva mai visto prima di allora quella persona e negli immediati paraggi dell’ingresso non c’erano tavoli, uno strano percorso l’aveva condotta a passare di lì. Restò fisso così per un istante e Dott. Cynicus gli chiese se andava tutto bene. Germano lo guardò dimenticando immediatamente la cameriera vestita di nero, poi scuotendo il capo disse:

– Sembra di no. Trifarro dice che dovremo cambiare aria per qualche giorno a causa di qualcosa che ruota attorno all’esistenza di Mina. Mi ha detto testualmente di prenderlo sul serio.

– Riguardo a cosa?

– Ecco, questo non è stato in grado di dirlo ma mi ha lasciato capire che ha contattato o ha parlato con qualcuno che lo ha convinto dell’esistenza di qualcosa di poco piacevole nei nostri confronti e in particolare per Mina.

– Quindi?

– Dice che dovremmo cambiare aria per un paio di giorni almeno per lasciare che qualcosa si chiarisca. Dice che Mina dovrebbe andare a casa di un’amica per un po’ e anch’io dovrei stare alla larga da qui. Ha detto che potrei andare a Genova, che in questo periodo non è proprio un posto tranquillo.

– Potremmo vedere di andarci insieme, magari col Sandro. Stamattina me n’era venuta l’idea. Andiamo ad aggiungerci alla protesta, magari evitando le cariche della pula.

Germano sorrise, la cosa forse lo attirava anche ma restava il problema di Mina e di come convincerla, specie in presenza di Guendalina.

– Ho una mezza idea che la serata sia finita qui, credo che dovremmo prendere su e andarcene in ogni modo.

– Sandro sarà sicuramente d’accordo e più o meno anche l’Alfeo, l’ostacolo resta l’amica di Mina.

– Beh, andiamo a vedere.

Si diressero verso il locale principale, aperta la porta Germano istintivamente scrutò per cercare la ragazza in minigonna e corsetto nero ma non era in vista, guardò verso il loro tavolo dipinto da quella particolare luce gialla e vide Guendalina e Alfeo impegnati in un colloquio animato che non pareva litigio ma poteva anche sembrarlo. Sandro guardò verso di loro come a sincerarsi che stavano tornando al tavolo, anche Mina li osservò un istante prima di volgere la sua attenzione a quello che Alfeo e Guendalina si stavano dicendo incuranti del resto della compagnia.

L’atmosfera della serata si era in qualche modo esaurita, coadiuvata dall’insistenza di Guendalina nei confronti dell’Alfeo che tentava invano di difendersi dagli attacchi zodiacali protestando inutilmente la sua felice non credenza nell’oroscopo, a cui la ragazza ribatteva che se gli piacevano posti simili doveva in qualche modo percepire la necessità dell’astrologia, e Alfeo dibatté secco:

– Guarda che non è mica una religione.

Guendalina restò finalmente senza parole e Dott. Cynicus ne approfittò per dire:

– E se cambiassimo aria? Giusto per vedere di recuperare un po’ di spirito.

– Va bene – disse Sandro alzandosi immediatamente – un’ottima idea.

Mina, Alfeo e Guendalina si guardarono in faccia e poi si alzarono anche loro, si diressero al bar per pagare le consumazioni dove la cameriera in minigonna, calze a rete e corsetto neri comparve dietro la cassa. Germano la studiò attentamente da dietro alcuni dei suoi colleghi cercando di non farsi notare da lei, intenta a fare conti e verificare le consumazioni, notò il rossetto che avrebbe definito piuttosto un neretto con strane bordature di rosso cupo come di brace che lumeggia attraverso i carboni ardenti, le sopracciglia marcate sebbene sottili e sensuali rese più cupe dal pallore di un volto che pareva odiare l’abbronzatura a dispetto del luglio e dei desideri di balneazione della stagione, un ovale pressoché perfetto decorato a make-up gotico contornato da una capigliatura corvina perfettamente intonata agli occhi neri, vagamente languidi ma non distratti. Una persona che non aveva mai visto prima di allora, però l’idea che cercasse qualche cosa dalla sua/loro esistenza prese a gironzolare nella sua mente, immediatamente rifiutata come irrazionale. Pagò la quota, suddivisa in sesti per semplificare, per sé e per Mina quando fu il suo turno e dimenticò il nesso che stava cercando su quel volto femminile e prese la direzione dell’uscita insieme agli altri.

Proseguirono in silenzio, uno dietro l’altro, fino oltre il vestibolo, direttamente fuori dal locale nel piccolo spiazzo antistante l’ingresso evidenziato dalla porta a vetri illuminata di rosso, il quasi silenzio della Milano notturna con lontani rumori di traffico, li bloccò su quel piccolo sagrato profano, senza parole e senza che nessuno paresse avere intenzione di parlare per primo. Una tipica situazione dei saluti a fine nottata. Qualcuno disse:

– Dove abbiamo parcheggiato?

Involontariamente il gruppetto si spostò sul marciapiede alla sinistra dell’ingresso del Sole Nero, fuori dalla luce delle insegne delle pubblicità delle varie birre e dal rossore dell’ingresso, che visto nella notte pareva provenire dalla fornace di Satana e che unitamente alle scritte pubblicitarie proiettava un alone di luce policroma oltre la carreggiata ad illuminare la strada e quasi il marciapiede opposto. Si fermarono dietro l’angolo di una recinzione che delimitava la fine del marciapiede e il confine di un condomino percorso all’interno da una fitta siepe di alloro lungo lo spazio antistante l’ingresso del locale, nell’oscurità pressoché completa sancita da un furgone accostato in parcheggio al marciapiede giusto al limite dello spiazzo antistante il locale e che oscurava la pubblica illuminazione proveniente dalla parte opposta della strada; si erano fermati istintivamente, consapevoli di avere le vetture in direzioni sconosciute e magari opposte.

Insegne nella notte

Germano aveva parecchie cose da dire ma non sapeva come cominciare né cosa esternare in presenza di Guendalina e Alfeo, nel timore di includerli in qualcosa che non apparteneva alla loro esistenza. Però riguardo a Guendalina ebbe il dubbio che almeno in parte la loquace amica di Mina dovesse essere al corrente delle vicissitudini adolescenziali della stessa. Germano dava di spalle alla recinzione, dietro alla quale la siepe lasciava a malapena trapelare qualche barlume delle insegne da dietro l’angolo, l’oscurità avvolgeva lui e tutti i suoi amici ed era rivolto verso la strada. Dalla sua sinistra sentì provenire il rumore di una macchina, in quel momento nessuno pareva avere intenzione di prendere la parola e Germano era come distratto dalla compagnia. Osservò da lontano quel veicolo transitare, che notò essere nero o comunque scuro sebbene non fosse certo della marca e del tipo, quasi con noia e desiderio di distrazione. Non andava forte, anzi si muoveva a bassa velocità, come quando qualcuno cerca un luogo, un indirizzo, un posto specifico mentre è alla guida. La cosa lo incuriosì, si fece l’opinione che fossero avventori del Sole Nero, dal fondo della strada era comparsa un’altra macchina e poi un’altra ancora. Tutto questo traffico gli fece pensare ad una comitiva tipo la loro, con una curiosità involontaria si assentò mentalmente dalla combriccola per osservare dall’oscurità in cui si trovavano questi nuovi arrivati nella luce dello spiazzo e della pubblica illuminazione.

La piccola vettura nera scomparve dietro il furgone che avevano davanti e ricomparve oltre lo stesso fermandosi davanti all’accesso stradale dello spiazzo antistante il Sole Nero, un volto si affacciò dal finestrino aperto e Germano riconobbe Bonbon che guardava verso l’ingresso illuminato dalla luce policroma e della porta e delle insegne di birra parlando con qualcuno che non vedeva e che stava alla guida, non capì quello che disse, in parte stupito dalla combinazione di vedere un conoscente ad un’ora simile in un luogo mai frequentato prima, si limitò a sottolineare la presenza del suo collega agli altri:

– Ehi, guardate… c’è Bonbon, non riesco a vedere con chi sia…

Dott. Cynicus si voltò a guardare, così come tutti gli altri, e confermò.

– È proprio lui… sarà certamente con quella Bruna che si porta a tutte le feste.

– Quella tipa è proprio fuori, però è simpaticissima – sottolineò Sandro.

La macchina di Bruna si mosse e proseguì, probabilmente per cercare parcheggio. Dietro giunsero le altre due vetture che Germano aveva notato arrivare dopo quella su cui era Bonbon, la curiosità ormai aveva distratto l’attenzione generale e tutti, dall’oscurità in cui si trovavano, stavano voltati verso la strada incuriositi dalla combinazione e nell’aspettativa di vedere passare qualcun altro di loro conoscenza, magari al seguito della compagnia di Bonbon. La seconda macchina rallentò davanti all’ingresso, una faccia sconosciuta, più matura di loro, guardò verso il locale senza dire nulla e il veicolo proseguì, poi la terza vettura si fermò anch’essa davanti alla luce dell’ingresso del Sole Nero, il volto di Rico si inquadrò nel finestrino aperto e Dott. Cynicus ebbe un sussulto.

– Ehi, quello è il sudamericano che spaccia, l’ho visto una volta a parlare con Bonbon in vicolo Santa Caterina, credevano di essere inosservati. Se sta al seguito di Bonbon la cosa butta male, stanno cercando qualcuno – e si voltò verso Germano a cercare una conferma.

– Sembra proprio così.

Germano guardò Guendalina e Mina con aria interrogativa come a chiedere senza parlare se poteva esprimersi in presenza della sua amica e Mina, guardando Alfeo che taceva, disse:

– Il Cinese lo conosce anche lei, lo sa chi è.

– Alfeo devi farmi un favore – disse Germano – Hai presente dove abbiamo parcheggiato? Dovresti prendere la mia macchina e tornare a casa per conto tuo, io ho una cosa da fare per i prossimi giorni, poi ti telefono e ci chiariamo, ma ora ti prego, fammi questo semplice favore – e gli allungò le chiavi della Fiat Panda®.

Alfeo senza dire nulla prese le chiavi e guardò interrogativamente Germano e tutti gli altri, la sua gentilezza gli impediva di fare domande ulteriori e conosceva fin troppo bene la buona fede dei suoi colleghi e amici per avere dubbi circa una fregatura che volessero eventualmente tirargli, piuttosto aveva fiutato una situazione anomala e un imbarazzo diffuso su tutte le facce per cui si limitò ad eseguire ciò che Germano gli chiedeva senza fare al momento domande che avrebbero potuto incrinare l’amicizia, d’altronde si trattava di una cosa banalissima. Germano aggiunse:

– Poi ti spiegherò ma adesso non c’è tempo, ti prego vai subito, noi ci arrangeremo.

Sandro e Dott. Cynicus salutarono cordialmente l’Alfeo e lo ringraziarono per la bella serata e l’ottima iniziativa, Guendalina gli sussurrò un arrivederci che mirava a qualcosa di più e si separarono in opposte direzioni, Alfeo superò il sagrato del Sole Nero e prese la medesima direzione che aveva preso Bonbon.

Prossimamente il sedicesimo capitolo

Una storia italiana – Romanzo a puntate (14)

romanzo a puntate (14)

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Questo romanzo, ambientato fra Milano e Genova nel luglio del 2001, è un’opera di fantasia. I personaggi, i luoghi nominati e gli eventi che vi si svolgono sono inventati, gli eventi e le persone eventualmente reali, che fanno da sfondo alla narrazione come ai personaggi, sono tratti da fatti di cronaca riportati dai notiziari o dai quotidiani e liberamente interpretati a fini creativi e immaginari. Ogni altro e qualunque riferimento a persone, luoghi, cose, eventi realmente esistiti o esistenti è puramente casuale e/o esclusivamente funzionale ai fini immaginari della narrazione. Ogni deduzione o interpretazione storica, filosofica o letteraria è meramente funzionale alla narrazione romanzesca quale opera di fantasia.


Una storia italiana

Capitolo XIV°

(14)

Milano

Giovedì, 19 Luglio 2001

Pur essendo una costruzione tipicamente italica di quel tipo tardo industriale antico, per intenderci non ancora corrotto da tristi pannelli di cemento prefabbricati altrove e assemblati in loco a imitare una modernità ridicola e a realizzare una funzionalità scadente, esteriormente il Sole Nero aveva un certo fascino decadente dovuto ai mattoni a vista sufficientemente corrosi dalle intemperie e magari anche da qualche trascorso bellico, a cui si erano sovrapposti utilizzi disparati e mutevoli, certamente anche in coabitazione, che si leggevano nelle diverse impronte di aggiustamento edilizio con scopi di realizzazioni di tipologie e produzioni dettate dall’immediato e dalle urgenze di un mercato ancora limitato ai confini della provincia, nei rapporti di persone e non tanto di s.p.a., di quando i condomini erano ancora lontani da qui. Da diverso tempo tuttavia nulla vi veniva più prodotto o realizzato, i palazzi circostanti che lo asserragliavano da presso lo confermavano con la loro supponenza e dimostravano anche di tollerare a malapena i riti magici o almeno diabolici che certe menti acconce all’urbanità immaginavano da dietro le loro private intimità sancite dalle tende alle finestre, i posti macchina, i vasi nei terrazzi, gli escrementi di cane sui marciapiedi, i fuoristrada con due ruote sul passaggio pedonale.

Qualcosa del genere lasciava immaginare nella sua atipicità in confronto all’edilizia circostante l’esteriorità dell’edificio, presso cui non era disponibile alcun àmpio parchéggio, cosa che rese particolarmente nervoso il Germano nei suoi compiti di tutore dell’incolumità della Mina, e anche di se stesso; giunto infatti in vista dell’insegna, sulla quale il Sole non era nero bensì viola e circondato da un’aura minacciosa a imitazione di una luce indefinibile con la scritta in ovvi caratteri gotici, quelli sì neri, il trio veicolare si era scompattato per reperire, ciascuno autonomamente, un posto dove lasciare il mezzo, compito non facile in una zona residenziale inframmezzata da attività artigianali o commerciali e gipponi con ruote da TIR.

Il trio fece e rifece il percorso attorno all’isolato, così che se qualcuno non li aveva notati ora ce li aveva stampati nella mente, poi alla fine un parcheggio lo trovarono tutti, ciascuno in direzione sconosciuta agli altri, e si ritrovarono nei pressi dell’entrata del locale, sotto la cui insegna rosseggiava un ingresso a vetrine stile cabina telefonica britannica, parato dall’interno da qualcosa che offuscava la visuale a chi volesse sbirciare o curiosare e l’unica cosa che si percepiva era la luce rossa che predominava là dentro, e nel crepuscolo inoltrato anche all’esterno. Un sordo brontolio di Sisters of mercy promanava da dietro quella porta rosseggiante, attutito e insonorizzato a sufficienza per tenere a bada il vicinato. Da una decina di metri di distanza, nella luce scura della notte incipiente evidenziata dal cielo azzurraceo scuro sfumato verso il chiaro dal lato occidente nel declino della corrente giornata il rosseggiare di quell’ingresso emanava un certo fascino, ipnotico quasi, e quando tutti si trovarono riuniti lo spiacevole ricordo delle cineserie di cui qualcuno di loro avrebbe potuto essere oggetto venne lasciato da parte per un più normale entusiasmo di giovani in cerca di divertimento, spinti inoltre dall’ingenuità di Guendalina e dalla genuinità di Alfeo, alias l’Oscuro/lo Scuro, che faceva gli onori di casa.

Altre persone si accostavano all’ingresso, novizi anch’essi; la cosa era rimarcata dal fatto che esitavano ad entrare come se temessero infantilmente di varcare un luogo di non ritorno, quando l’unica cosa con qualche richiamo terrificante era un’insegna pubblicitaria della Biére du Demon® appiccicata a lato dell’ingresso e circondata da più rassicuranti Guinness®, Lutéce®, Céres®, Raven® e un santino dark con l’icona della birra Trompe la Mort® particolarmente in evidenza, in definitiva un locale aspirante pub come tanti, ma in veste goth. Sandro e Dott. Cynicus furono gli ultimi a raggiungere il piccolo spiazzo antistante l’ingresso dove le due ragazze con Germano e Alfeo, alias l’Oscuro/lo Scuro stavano cincischiando in loro attesa.

Birra “Trompe la Mort”

Alcuni di quelli che titubavano davanti all’ingresso entrarono voltandosi con un’espressione idiota sul volto come se stessero per fare una cosa inaudita e irreversibile, e nel momento in cui aprirono la porta e varcarono la soglia la musica dall’interno giunse più corposa ad accentuare un invito ad entrare. Sandro, che non era nativo di Milano si lamentò parlando ad alta voce come a sé stesso di non essere sicuro di riuscire a ritrovare il luogo dove aveva parcheggiato, tanto si era allontanato dal posto, Dott. Cynicus lo sfotté blandamente dicendo che se non fosse riuscito a ritrovare la macchia lui, in qualità di “trasportato”, se ne sarebbe ritornato a casa col Germano. Riunita la ghenga Alfeo prese l’anda verso l’ingresso e tutti lo seguirono, Mina e Guendalina come distratte da una combutta tutta loro che pareva escludere chiunque altro, ma erano solo cose femminili.

Un vestibolo soffuso di luce rossa li accolse esibendo poster di varie interpretazioni cinematografiche di Dracula, con l’effige di Klaus Kinsky nei panni di Nosferatu ripetuta più volte frammezzo a immagini sgranate di edizioni antiche del medesimo tema cinematografico che in tal modo iterato diveniva palesemente ridicolo più che ossessivo o ossessionante, come voleva certamente essere nelle intenzioni dei proprietari del locale. Nessuno fece commenti e Alfeo tirò dritto verso il locale principale, che si apriva in un vasto ambiente dopo una porta in linea retta dall’ingresso, dove la musica era più attenuata. La luce non era più monocroma, sebbene un lampadario di cristallo appeso nel punto più alto contro un soffitto scuro fosse cosparso di lampadine rosse e percorso da una serie irregolare di piccole luci del medesimo colore; tutto l’ambiente era regolato su tonalità di luce le cui colorazioni singole coprivano l’intero spettro del visibile, come un arcobaleno a spot, dove ciascuna macchia di colore o zona dell’ambiente era evidenziata da un’assenza di luce circostante, la cui neutralità faceva risaltare ogni altra zona per contrasto e separazione; il bar era una specie di riassunto del medesimo concetto di illuminazione, con una predominante verde orizzontale a percorrere il bancone per tutta la sua lunghezza. L’effetto era piacevole e la cosa rimarchevole era che non si notavano luci dirette o comunque troppo forti a disturbare l’atmosfera.

L’arredo esponeva ovvie simbologie, tipo fotografie di gargoyles solitari sporgenti sul nulla, archi gotici aperti su irreali orizzonti oscurati da appositi filtri sfumati, teschi in tutte le pose, demoni di ogni fatta, riproduzioni di dagherrotipi di Edgar Allan Poe e di Baudelaire, foto di Marilyn Manson, una foto di Dario Argento sorridente, forse l’unico volto sorridente della galleria di immagini presunte dark, chiese gotiche diroccate sotto cieli nuvolosi, il tutto rigorosamente in bianco e nero. Il colore era riservato ai poster di gruppi musicali come i Grateful Death, i Sisters of mercy, di nuovo Marilyn Manson con il suo occhio differente dall’altro e il suo makeup di pallore evidenziato dagli zigomi esagerati (foto della quale non si capiva la reiterazione in formato cromatico), David Bowie nei panni di Ziggy Stardust, i Cure, una copertina apparentemente originale (poiché incorniciata sotto vetro) di Their Satanic Majesties Request con i Rolling Stones ancora giovani e la foto centrale in quel formato tridimensionale da cartolina degli anni sessanta, la scritta ZOSO con i tre simboli riprodotti sul disco dei Led Zeppelin che contiene Stairway To Heaven incorniciata e sotto vetro (sebbene orba del disco e anche della coperta, solo una riproduzione grafica) e altri personaggi, eventi, luoghi, simboli ritenuti di interesse locale. L’arredo (da intendersi strettamente come quegli oggetti su cui ci si siede, ci si appoggia, e attività correlate) era in un (ovvio?) finto antico stile XIX secolo o giù di lì, tutti i tavoli avevano una luce propria ad imitazione di una lampada o una candela, tale da non sovrastare mai la luce generale dell’ambiente e il tutto si teneva in una maniera gradevole, sebbene nessuno dei nostri desiderasse restarci a vivere (tranne forse l’Alfeo alias l’Oscuro/lo Scuro).

The Rolling Stones: «Their Satanic Majesties Request»

Alfeo si accostò al banco del bar, che dato il colore dominante sul medesimo in relazione all’ambiente generale pareva suggerire: «Vuoi dell’assenzio o vuoi dell’assenzio?». Nessuno chiese assenzio, ma semplicemente un tavolo al primo cameriere disponibile che gli fece cenno di seguirli conducendoli attraverso l’ampio ambiente, al momento disturbato da un gruppetto di minorenni che adolescevano rumorosamente scimmiottando tutto ciò che stava nel posto. Il cameriere con il gruppetto di Alfeo al seguito non sfuggì ai loro commenti, che di salace non avevano (né avrebbero potuto avere) alcunché, solo trite baggianate insignificanti, ma molto rumorose. Dott. Cynicus restò un momento a contemplarli cercando qualche spunto per i BDdLC ma la materia era molto al di sotto del livello di decenza, tuttavia il suo interesse restò per un istante di troppo appiccicato a quella morbosa immagine di deboscia giovanile e qualcuno degli stronzetti lo notò apostrofandolo.

– Ooooh, c’ c**** ti guardi babbo di minchia…

Dott. Cynicus non si lasciò sopraffare verbalmente e sebbene non fosse in grado, né volesse abbassarsi per rispondere a tono, replicò.

– Vous pratiqueriez donc le néologisme monsieur? – esponendo una faccia sorpresa e altera ad un tempo, cosa che scombussolò del tutto il suo interlocutore, il quale rivolgendosi a uno dei suoi compari chiese lumi.

– Oh zio, …c’ c**** dice ‘sto alternativo di merda?

Il duo, moralmente spalleggiato dagli altri seduti al medesimo tavolo, sembrò scrutare Dott. Cynicus come avrebbero potuto osservare un alieno mentre cercavano di mantenere la combutta rumorosa e a loro (?) vantaggio, però evidentemente non avevano capito cosa avesse detto il Cusani e non sapevano come replicare, si limitarono quindi a minacce tanto verbali quanto inutili, inframmezzate da scemo-pagliaccio, ti faccio bbrutto, ecc., senza peraltro e per fortuna osare alzarsi da sedere. Il cameriere li ignorava con sopportazione (tra l’altro dovuta al mestiere) e così fecero l’Alfeo e tutta la ghenga. Giunti ad un tavolo libero e illuminato di giallo si accomodarono dimenticando immediatamente il piccolo incidente.

Appena seduti il sestetto al completo si rilassò guardandosi all’intorno senza commenti e sbirciando, Mina e Guendalina soprattutto, nascostamente l’Alfeo in un’inconsapevole associazione di idee di cui forse Alfeo alias l’Oscuro/lo Scuro nell’ipotesi che se ne fosse avveduto avrebbe pensato strano, ma non era il tipo paranoico che sta lì a guardare per guardarsi da non si sa bene cosa, l’Alfeo stava in compagnia e la cosa lo gratificava, per giunta era nel suo centro, nel suo modo di immaginare la realtà, per il momento almeno, poi si sarebbe visto per il prosieguo della sua esistenza. Salutò ricambiato con un gesto della mano un terzetto vestito di scuro e illuminato di arancio seduto ad almeno quindici metri da dove si trovava e quindi si dispose verso i suoi colleghi – amici. Il posto era raffrescato decentemente, non quell’aria condizionata che ti fa venire voglia di infilarti un maglioncino o riscaldarti davanti ad un caminetto e ti fa sentire il sudore che si raffredda sul retro del collo, per cui la proposta di una boccia di cabernet sauvignon lanciata dall’Alfeo trovò riscontro, nessuno sembrava sentirsi assetato di liquidi refrigeranti, alcolici o non alcolici, e la tradizione di una bevanda color sangue intonata all’ambiente che Alfeo aveva in mente venne rispettata. Una ragazza in minigonna nera e calze a rete, con grembiulino del medesimo colore e la scritta Sole Nero a segnalare l’appartenenza allo staff, si fece vedere poco dopo a prendere l’ordinazione: la boccia suddetta e olive all’ascolana per tutti.

Dopo una pausa di silenzio dovuta quasi certamente ad una necessaria ambientazione in un luogo che non aveva mai visto né frequentato, Guendalina cominciò a riprendere la sua parlantina standard, sebbene con una certa moderazione. Evidentemente il pomeriggio intero con Mina le aveva dato modo di sfogare la sua chiacchierosità ed ora, pur un tantinino al di sopra dello standard, si era data una calmatina e anche Mina riusciva a trovare lo spazio per infilare qualche commento di suo nella conversazione generale. Germano per un attimo temette che l’intrusa, circuita dall’ambiente e dalle circostanze locali, si sarebbe messa a narrare fatti horror di qualche infantile finzione prodotta dalla sua fantasia, e tirò un sospiro di sollievo quando quella se ne venne fuori con una battuta sull’oroscopo che nascondeva l’intenzione di prolungare l’argomento, magari abbondantemente oltre il limite di sopportazione. Cominciò con l’inquisizione tipica, rivolta ad Alfeo, che già dal pomeriggio aveva cominciato a prendere in considerazione (o forse di mira?).

«Di che segno sei?»

– Di che segno sei?

Dott. Cynicus, di nascosto dalla ragazza, guardò Sandro e Germano facendo gli occhi strabici e la linguaccia di traverso. Mina forse lo notò ma non disse nulla, conosceva il tipo, l’aveva divertita altre volte con smorfie e battute tipiche e nell’oroscopo non ci credeva neanche lei però nelle chiacchiere fra donne è un argomento, se non altro dal parrucchiere o dall’estetista. Alfeo guardava Guendalina e non si avvide di nulla; inalberò un’espressione di dubbioso distacco, come a richiamare qualcosa che stava molto lontano dai suoi interessi e rispose quasi stancamente.

– Cancro… o almeno mi sembra.

Questa malcelata ammissione di ignoranza della materia mise in moto l’astrologa che si nascondeva in lei a recuperare un’anima persa alle divinazioni astrali, e in relazione al luogo, che lei riteneva consono o almeno propenso al tema, meditò che costituiva un’aggravante dell’incultura ingenuamente affermata dallo Scuro/l’Oscuro. Per un attimo si guardò intorno smarrita, come a cercare conferma delle sue opinioni circa il necessario nesso fra le sue convinzioni divinatorie da rotocalco e il luogo che lei per una devianza tutta sua riteneva in qualche modo necessariamente demoniaco, quando tutto il personale recitava per gli avventori in una obbligatoria pantomima per mettere insieme uno stipendio a fine mese e magari fuori dall’orario di lavoro vestivano chésual e ascoltavano i ciddì butleg del Festival di San Remo.

Fu solo un attimo di sbandamento, un brevissimo attimo durante il quale Germano, e certamente anche Sandro e Claudio, sperarono di averla messa a tacere per un po’. Una pia illusione. Non avevano fatto i conti con la cultura dell’incultura, anche non sapere è una scienza, esistono libri che possono formare l’ignorante dotto, e proprio sulla base di questa forza anticulturale la Guendalina si lanciò in una autenticamente meravigliata presa d’atto della totale incuranza, menefreghismo e ignoranza dei suoi ospiti in materia di astrologia e si sentì in obbligo di provvedere, educare, formare i suoi amici ai misteri dei segni zodiacali. Guardò uno per volta, alternativamente e ripetutamente Alfeo, Germano, Claudio e Sandro, scambiando ogni tanto un’occhiata interrogativa con Mina quasi a dire «Come… non gli hai spiegato nulla?», poi iniziò l’omelia.

– Tu Germano di che segno sei?

– Cinghiale – Sandro e Claudio sorrisero, poi Germano si ravvide pensando che continuando in questo tono avrebbe potuto offendere la ragazza e si corresse in qualcosa di umanamente esternabile – scemenze a parte non credo nell’oroscopo, l’unica cosa che trovo interessante è che siccome nei quotidiani, settimanali o mensili c’è anche il mio oroscopo, ciò significa che per il giorno stesso, la settimana stessa o il mese stesso resterò ancora al mondo, non fosse altro che per non contraddire una divinazione che ha richiesta così tanta carta stampata.

– Ma siete dei selvaggi – disse Guendalina con un’espressione di incredulità autentica che preannunciava una filippica senza fine sull’argomento – avete bisogno di essere richiamati sulla via maestra. Alfeo, per esempio, che ha detto di essere del Cancro, trovo che abbia molte delle caratteristiche di quel segno, per esempio la tranquillità, anche se sembra una tranquillità tra virgolette – e nel dire virgolette mimò un paio di coniglietti con entrambe le mani e con gli indici e i medi di ciascuna irti sopra pollice, anulare e mignolo riuniti imitava le orecchie degli stessi in una vibrazione peristaltica sincrona di coppia, come si vedeva fare già da un po’ nei telefilm americani per mimare virgolette da cartoni animati.

– Dott. Cynicus ebbe un sussulto, si drizzò sulla schiena e piantò il suo sguardo incredulo sulla ragazza con una fissità severa e preoccupante, ma la giovane era troppo presa dalle sue reprimende e si era già buttata a chiedere all’Alfeo, forse l’unico che avesse mostrato di essere disponibile sull’argomento.

«”» – «”»

– E qual è il tuo ascendente?

Alfeo non fece in tempo a dire che non lo sapeva, la ragazza era troppo presa a voler dimostrare di sapere che cosa fosse un ascendente e senza attendere alcuna risposta si buttò direttamente ad enunciare.

– Scommetto che non sai nemmeno che cos’è l’ascendente? – Alfeo non fece nemmeno in tempo a scuotere la testa in un diniego di conferma, Guendalina continuò come un accelerato – È il momento esatto della tua nascita, la posizione del segno zodiacale che sorge sull’est locale nell’esatto momento in cui vieni al mondo e solitamente è differente dal segno principale. L’ascendente definisce – e qui ritornarono i coniglietti, con quella malcelata compiacenza di qualcuno che crede di fare qualcosa di molto (fra coniglietti) simpatico e accattivante – le nostre relazioni con gli altri e le sensazioni che gli altri ricavano da noi.

Germano intervenne.

– Il momento esatto della nascita quando viene definito? Quando hai messo fuori la testa, quando sei completamente fuori, quando ti hanno tagliato il cordone ombelicale, o cosa?

Guendalina allibì temporaneamente, solo un “momentino”, non si lasciò sopraffare, neanche per idea, la battaglia per la diffusione dell’oroscopo andava perseguita.

– Cosa vuol dire il momento esatto? Il momento esatto è il momento esatto – coniglietti –, quando vieni al mondo, punto e basta.

– Si, insomma, tu nasci e nello stesso preciso momento l’ostetrica guarda fuori dalla finestra e dice: «Leone ascendente bilancia», o qualcosa del genere.

– Ma noooo, non è così – qui la ragazza si stava infervorando.

Ci fu una pausa dovuta al cameriere che portava la bottiglia di vino e i bicchieri, Alfeo scambiò un’occhiata con Mina.

– Siamo in sei, possiamo ordinarne un’altra.

Ci fu unanime consenso, tranne Dott. Cynicus che teneva un ostinato sguardo fissato sulla divulgatrice dell’oroscopo come legge divina, ma nessuno lo notò, si limitarono a guardare il cameriere per dare conferma dell’ulteriore ordinazione. Sandro iniziò a versare il vino nei bicchieri mentre Guendalina riprendeva la sua orazione.

– Il momento della nascita è il momento – coniglietti – della nascita, non capisco tutte queste speculazioni, dal momento della nascita esaminando la posizione dei pianeti si ricavano le case e le relazioni che queste determinano sul nostro carattere, sul carattere di ciascuno, l’oroscopo non ci predice il futuro, ci dice come noi – coniglietti – siamo.

Sandro allungò una mano sul tavolo per prendere il suo calice e notò alla sua sinistra Dott. Cynicus fisso con lo sguardo sulla Guendalina, lo osservò un istante e notata la totale immobilità pensò che ci fosse qualcosa che non andava. Gli diede di gomito per scuoterlo. Dott. Cynicus si riscosse con una certa lentezza, guardò Sandro con un’espressione interrogativa e poi fece una smorfia delle sue mimando sotto al tavolo i coniglietti della Guendalina e gli disse a mezza voce:

– E ‘sta roba come la combattiamo? Non è nemmeno sul dizionario.

Sandro guardò Guendalina, che nel frattempo si era infervorata con l’Alfeo, e la colse nuovamente con i coniglietti in atto, guardò il Claudio allargando le mani.

– Mi sa che ci tocca di prenderla persa.

Dott. Cynicus ritornò preda della fissità precedente e in una specie di delirio consapevole, pur non avendo ancora bevuto, né in vita sua avere assunto, perché il Cusani non aveva MAI assunto, si immaginò quei terribili coniglietti sparati a dovere con dei pallini del cinque, di quelli che usava suo nonno per i fagiani, si immaginò ogni assimilabile essere che somigliasse loro, vivente o fantastico, eliminato inesorabilmente. Immaginò il coniglio dei F.lli Monitore inesorabilmente accalappiato per le orecchie da una contadina veneta secca e nerboruta, risoluta nei modi, che con un colpo deciso sul coppetto gli troncava ogni rapporto con la F.lli Monitore spa, lo appendeva per le caviglie posteriori e lo scorticava per conciarlo alla cacciatora, ad escludere ogni ritorno cartoonistico. In un delirio di diabolicità estese queste sue fantasie a quell’orrendo canarino idrocefalo e alla sua padrona feroce, della quale si vedono solo le ciabatte e il ciabattare relativo, e se lo immaginò spennato a dovere e avvolto da una fetta di pancetta intento a colare i suoi pochissimi grassi su di un focherello alimentato da un gatto bianco e nero bleso nelle dentali che lo rigirava di tanto in tanto sullo spiedo da cui era impalato a dovere insieme al topo supersonico e la padrona indemoniata investita da un centoruote nell’atto di attraversare la strada nella ricerca dello stupido essere. Immaginò il ministruzzo ingoiato dal coyote, penne e zampe lunghe incluse, e trasformato in prodotto fecale di un cane della prateria, e il coyote susseguentemente imprigionato per uso di esplosivi senza licenza, immaginò… beh, poi si dette una calmata.

Questo è tutto, gente!

Dott. Cynicus afferrò il suo calice e si rilassò contro lo schienale della sedia, armata di braccioli, con rassegnazione e un aspetto di sconfitta che sollevarono l’ilarità trattenuta di Sandro, che lo guardava di sottecchi, dopo averlo colto in quell’istante di intima sorpresa di fronte a quei coniglietti dispettosi. Il Cusani se ne avvide e gli fece una smorfia stanca accompagnata dal tipico gesto della mano con le dita riunite a cono, a cui il Sandro ribatté con un coniglietto sottobanco solo soletto, orfano della sua destra che teneva il bicchiere. La guendalica stava allargandosi sulle case e stava spiegando, con una frequenza di coniglietti che nessuno aveva notato nell’intero pomeriggio, la differenza fra gli influssi esterni rappresentati dalle case e le qualità intrinseche rappresentate dai segni stessi. Dott. Cynicus sentì di dover dare sfogo alla sua frustrazione, si accostò a Sandro e gli disse a mezza voce:

– Certo che per continuare una ramanzina del genere di ******* deve averne lette parecchie.

Sandro sorrise senza replicare, afferrò un’oliva e se la sbocconcellò con calma continuando a guardare la ragazza come a sottolineare la sua attenzione, che fu distratta da un lieve e concitato baccano di voci femminili da un tavolo poco distante dal loro, dove tre giovani orientali illuminate di blu stavano festeggiando una quarta coetanea, anch’essa rilucente dei medesimi fotoni cromatici, con un breve coretto in una lingua che poteva anche essere cinese. La cosa richiamò l’attenzione del Germano che si voltò a guardare; cinesi lontani da un posto di lavoro ad un orario praticabile per la produzione rappresentavano una cosa fuori dalla norma. In un attimo gli ritornò alla mente il motivo per cui si trovavano lì e non altrove, guardò Mina, impegnata ad ascoltare Guendalina che intortava Alfeo con i suoi dogmi zodiacali, Sandro e Dott. Cynicus ricambiarono con la loro attenzione quando si voltò verso di loro. Germano guardò verso l’ingresso come a sincerarsi che nessun finto cinese fosse entrato o stesse per dirigersi al loro tavolo e, nonostante la distanza, gli parve di incrociare lo sguardo della cameriera in minigonna che aveva preso l’ordinazione, ora appostata preso il bar; uno sguardo che pareva non mollarlo.

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Prossimamente il quindicesimo capitolo

Una storia italiana – Romanzo a puntate (13)

romanzo a puntate (13)

Copyright © Eric Bandini 2010

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Questo romanzo, ambientato fra Milano e Genova nel luglio del 2001, è un’opera di fantasia. I personaggi, i luoghi nominati e gli eventi che vi si svolgono sono inventati, gli eventi e le persone eventualmente reali, che fanno da sfondo alla narrazione come ai personaggi, sono tratti da fatti di cronaca riportati dai notiziari o dai quotidiani e liberamente interpretati a fini creativi e immaginari. Ogni altro e qualunque riferimento a persone, luoghi, cose, eventi realmente esistiti o esistenti è puramente casuale e/o esclusivamente funzionale ai fini immaginari della narrazione. Ogni deduzione o interpretazione storica, filosofica o letteraria è meramente funzionale alla narrazione romanzesca quale opera di fantasia.


Una storia italiana

Capitolo XIII°

(13)

Milano

Giovedì, 19 Luglio 2001

Si ha l’impressione che il senso del pericolo delle donne sia del tipo “immediato”, ossia il grido isterico che accompagna la presa d’atto di una minaccia attuale, immediata. Se qualcuno dovesse far capire ad una donna che sta correndo un pericolo, di cui non si conosce il momento di attuazione, questa se ne infischierebbe e continuerebbe a preoccuparsi del suo aspetto esteriore, del makeup, della pettinatura, dell’abbigliamento, delle scarpe, e tutto quanto ruota attorno all’apparire, salvo issare una faccia terribilmente spaventata con sonoro di uno strillo a centoventi decibel per la compiuta realizzazione della minaccia e relativa presa di coscienza nel momento in cui essa si realizza, come se nessuno l’avesse ampiamente avvisata, per cui Germano non ci provò neanche a distogliere Mina dall’intenzione di separarsi dalla combriccola per andare a casa di Guendalina a “rinfrescarsi” e “agghindarsi”. Considerò solamente il fatto statistico, cioè la scarsa probabilità che il Wazzarola e i suoi scagnozzi fossero a conoscenza del domicilio della tipa in congiunzione con le intenzioni “mobili” delle due ragazze. Inoltre l’idea di un locale gotico aveva solleticato la fantasia delle due giovanotte che ad un certo punto del pomeriggio avevano preso una sgrigna, una irrefrenabile voglia di ridere come capita solo ai bambini quando fanno a gara a chi ride per primo, ed è sempre difficile stabilire il vincitore; per cui comunicare con loro era diventato pressoché impossibile, il loro mondo esilarante escludeva chiunque. In conseguenza della separazione di tutta la ghenga il Germano ne approfittò per passare da casa a depositare quanto aveva ancora con sé dalla mattina, gli appunti, qualche libro e farsi una doccia per alleviare il caldo.

Locandina di film

La voce della telefonata di Trifarro ce l’aveva ancora nelle orecchie ed ora, sotto l’acqua, nel bagno di casa sua, nella tranquillità del suo ambiente famigliare tutto gli appariva lontano e irreale, come un vecchio film degli anni settanta e non gli riusciva proprio ad immaginare se stesso calato in una situazione simile, non gli riusciva di inserire l’insensatezza di personaggi come il Sapienza, di cui non sapeva nemmeno il nome di battesimo, o come il Cinese, che solo a nominarli pareva di stare al cinema a vedere un poliziesco di bassa qualità e di folclore popolare sulla delinquenza, di quelli che passano le tv locali la sera tardi. Eppure tutto era vero, compresa la relazione di Mina con quel tizio, che se l’avesse saputo sua madre gli avrebbe intimato di smettere di vederla, per non parlare di suo padre, che prendeva distanze morali da tutto ciò che poteva influire negativamente sul suo stile di vita o i suoi famigli. I suoi genitori li comprendeva, non erano moralisti e nemmeno dei bacchettoni, solo tenevano quell’atteggiamento prudente tipicamente italico delle persone di una certa età che deriva dall’origine contadina del paese, anche in una grande città come Milano, e gli sarebbe dispiaciuto parecchio dare loro qualche delusione per mezzo delle sue amicizie e conoscenze.

Mina qualche volta capitava a casa sua ed era bene accolta, sia per lo studio che per l’amicizia particolare, su cui i suoi vecchi non si erano formalizzati né scandalizzati, dopo tutto l’insieme sembrava convergere in uno scopo di studio e di un futuro conseguente e nemmeno avevano osato paventare pianificazioni al suo riguardo, di questo era consapevole e al momento anche terrorizzato nei confronti dei suoi, perché aveva preso atto che da ora in avanti doveva nascondere loro qualcosa che non dipendeva quasi per nulla da lui, ma che poteva giungere alle loro orecchie tramite qualunque maldicenza di qualunque bene informato che non mancano mai in qualunque città, nemmeno a Milano. Questo velo di realtà si frapponeva ora oltre che fra sé e i suoi genitori anche su tutto ciò che componeva la sua vita, come se di punto in bianco avesse scoperto un difetto nella sua esistenza per bene che gli guastava il piacere di vivere, che lo condizionava in maniera latente ma non evitabile.

Quando oggi aveva appreso quelle novità sul passato di Mina le aveva accolte in progressione, come un lento apprendistato di sé stesso, quando invece – ora se ne rendeva conto – avrebbe dovuto capire interamente tutto e subito, farsi immediatamente un’idea diversa di lei, rivedere tutto il suo rapporto con lei alla luce di quelle notizie dal passato, rileggere i momenti salienti e importanti delle loro frequentazioni sotto la condizione dei suoi trascorsi, in un diritto alla franchezza che aveva la sensazione che gli venisse negato, da Mina prima di tutti. Sentiva una rabbia lontana dentro di se e allo stesso tempo percepiva questa stessa rabbia come irragionevole; nell’alternarsi delle sensazioni prevaleva in lui il senso positivo che ricavava dai ricordi dei momenti trascorsi insieme a lei, in cui nemmeno col martello sarebbe riuscito a ficcare quelle notizie oscure dal passato, nemmeno con la più vivida immaginazione riusciva ad accostare Mina ad uno sconosciuto di nome Walter Cazzarola alias Cinese, anzi “il” Cinese, come se fosse un titolo pubblico conseguente ad un incarico.

Eppure tutta la realtà indicava la vicenda come autentica e realmente accaduta in un passato che in un confronto parallelo nella sua ancor giovane età egli collocava in un’era quasi lontana, come se l’adolescenza fosse stata per lui come una malattia dell’infanzia, di quelle che non ti ricordi mai se le hai avute o no, tanto la cosa è offuscata dal tempo; eppure la maldicenza in qualche modo lo aveva modificato, la realtà sua e di Mina si era opacizzata ma al contempo restava uguale, come uguale restava il suo desiderio di lei, su cui non poteva addossare alcun dubbio dal momento in cui l’aveva conosciuta. Mina Calludole era ancora al centro della sua vita e avrebbe fatto ciò che sarebbe stato ragionevolmente necessario per tutelare lei e la loro amicizia, e pensò questo con la segreta doppiezza che aiutandola avrebbe potuto scoprire eventuali ulteriori negative novità e farsi una ragione più aggiornata e “reale” della sua relazione. Germano era consapevole di questo pensiero sdoppiato nelle sue convenienze e in parte ebbe un leggero disgusto per sé e questa meschina maniera di ragionare; ma questa, e ciò costituiva il suo maggiore alibi davanti a sé stesso, al fondo delle cose era la realtà, quella dei fatti.

Dai primi tempi dell’università sua madre aveva smesso di tampinarlo da vicino con le solite richieste e inquisizioni mammifere, per cui entrare e uscire dalla giurisdizione parentale era molto meno problematico, anzi, quella sera suo padre lo colse nell’ingresso e gli chiese se aveva bisogno di contante allungandogli due banconote col Bernini, a cui Germano rispose affermativamente intascando il denaro con un sorriso di ringraziamento. Lesse nello sguardo del suo vecchio la domanda repressa dietro cui si nascondevano le ordinarie preoccupazioni di un genitore che voleva indagare i suoi spassi serali di un giovedì sera estivo, in condizioni ordinarie avrebbe accettato uno scambio di battute sul più e sul meno ma temendo di lasciarsi sfuggire qualcosa che avrebbe potuto spaventare il suo vecchio se la filò con un «Grazie mille!».

Un paio di Bernini

Di norma il ritrovo extra universitario era tanto ubiquo quanto pubblico, i locali frequentati da tutti i giovani andavano sempre più che bene, con la inarrestabile curiosità di frequentarne di nuovi per nuove conoscenze ed esperienze, che poi, alla fine dei conti erano più o meno le medesime, il preassembramento prima della serata in discoteca o in una festa privata o qualunque altra cosa fosse in vista. Quella serata però aveva preso un andazzo fuori dal consueto, già il locale dark era una novità inedita, e per giunta, senza che nessuno lo avesse premeditato o preventivato, si era messa in moto una paranoia “malavitosa” collettiva che aveva incluso anche certuni inconsapevoli, come Guendalina e Alfeo, e a parte la decisione di separarsi per agghindarsi, da parte delle ragazze, nessuno aveva paventato di ritrovarsi nei soliti posti molto frequentati e dunque bene in vista a chiunque volesse notarli. Prima di separarsi per le eventuali abluzioni generali e i ritocchi al makeup delle ragazze Alfeo aveva semplicemente detto:

– Ci vediamo intorno alle nove e mezzo in piazza Oberdan, all’incrocio con corso Buenos Aires.

E aveva guardato Dott. Cynicus come a indicare qualcuno che conosceva il suo domicilio e le zone circostanti, sebbene tutti quanti sapessero dove fosse Porta Venezia e i luoghi indicati dall’Alfeo. Germano mise in moto la sua FIAT Panda® e si avviò verso il luogo dell’appuntamento sebbene non fossero ancora le nove. Una certa agitazione lo teneva sulle spine e voleva sincerarsi delle condizioni della sua amica, quantunque un’anticipazione dei tempi non avrebbe affatto accelerato la cosa, essendo Mina trasportata a cura di Guendalina sul luogo dell’appuntamento, per cui avrebbe dovuto attendere in ogni maniera le esigenze femminili. I BDLC sarebbero arrivati sul posto con il mezzo di Sandro, che avrebbe fatto il giro a recuperarli.

Il domicilio dell’Alfeo era dalle parti di Corso Buenos Aires, dove viveva con i suoi genitori e una sorella; Alfeo, uno studente milanese che poteva permettersi i costi della sua mania gotica perché ampiamente sovvenzionato dalla famiglia e non oberato dalle spese che hanno gli studenti esterni o di fuori Milano. Germano se la prese comoda e arrivò sul luogo dell’appuntamento una decina di minuti in anticipo sull’ora concordata credendo di essere il primo e già predisposto a distrarsi a guardare il panorama e il traffico per ingannare l’attesa. L’Oscuro/lo Scuro era invece già sul posto; lo individuò immediatamente per l’abbigliamento monocromo, anche Dott. Cynicus era già sul posto ma i BDLC non erano al completo, Gianni aveva dato forfait per un invito balneare fino a domenica, era partito la sera stessa con altri due studenti della facoltà, scusandosi per la indelicatezza di abbandonare un’amica e il branco tutto ma sentiva un irrefrenabile bisogno di distrazione e di cambiare aria per un po’, anche solo per due o tre giorni e aveva colto un’occasione al volo, «Sicuro di abbandonare Mina in buone mani!» e Mario, che non fu reperito al suo domicilio, contattò telefonicamente il Sandro adducendo, alla delusione dello stesso, tristi riunioni famigliari da cui non avrebbe potuto esimersi neanche arruolandosi nella Legione Straniera. Nessuno ne fece un dramma, si limitarono a constatare il luogo comune delle ragazze in ritardo, sebbene mancassero alcuni minuti alle nove e trenta.

Finalmente la VW Polo® blu petrolio di Guendalina apparve, i maschietti porsero tutta la loro attenzione alle ragazze, per notare cosa aveva potuto produrre un pomeriggio di pianificazioni stilistiche e di esilaranti complicità e restarono discretamente delusi nel vederle scendere dalla vettura in jeans d’ordinanza e maglietta stile mercato rionale. Nessuno fece commenti ma le due si sentirono in obbligo di dichiarare che il nero non era un colore a cui si sentivano propense, specie per la stagione in corso. Nessuno trovò alcunché da ribattere, nemmeno Alfeo, nerovestito, che avrebbe dovuto tentare almeno una difesa d’ufficio per il suo colore preferito e tutti insieme cercarono immediatamente di organizzarsi per il trasporto del gruppo al completo, operazione per la quale occorrevano almeno due vetture. Guendalina oppose immediatamente un ostacolo imprevisto esigendo l’autonomia dei trasporti per sé e Mina, a cui Germano e i BDdLC residui nell’unico esemplare del Sandro, eccettuata la partecipazione esterna di Dott. Cynicus che dava sempre il suo supporto ai BDdLC, consci della particolarità della serata, tentarono una strenua opposizione ma l’influenza di Guendalina su Mina pareva peggio di una fattura (leggasi pratica di magia e non documento contabile) e Mina stessa non sembrava più consapevole dei rischi di cui avevano discusso la mattina stessa.

Sandro tentò un’opera di convinzione, supportato da Dott. Cynicus e dallo sguardo interessato di Germano ma non ci fu modo, per qualche imprecisato motivo femminile originatosi nella mentalità contorta della Guendalina la donna volle a tutti i costi l’indipendenza dei trasporti per sé e Mina, che osservava con un mezzo sorriso inamovibile sul suo bel viso di ventitreenne. Non ci fu verso, l’ostacolo Guendalina era troppo per chiunque e ci si dovette arrangiare altrimenti; Germano decise di portare con sé Alfeo, con cui avrebbe fatto strada verso il posto che nessuno conosceva, le due ragazze avrebbero seguito con la VW Polo® blu petrolio dell’ostinata ex liceale e a seguire, a mo’ di retroguardia, Dott. Cynicus con Sandro, che propose di prendere anche la sua vettura nel caso la serata richiedesse trasporti ulteriormente differenziati. Alfeo aveva seguito la stramba discussione, forzata dall’ostinazione dell’amica di Mina, con una strana espressione sul volto ma non aveva osato interferire né aveva cercato di approfondire problematiche che non conosceva e non lo interessavano, tuttavia si era fatto l’opinione che la nuova venuta con i suoi atteggiamenti impositivi non si stava guadagnando la simpatia generale. Le manovre di trasferimento furono immediatamente messe in atto, Alfeo e Germano nella FIAT Panda®, le due ragazze nella Volkswagen Polo® e Sandro con Dott. Cynicus nella Lancia Ypsilon® fornita dal proprietario della fabbrichètta nel varesotto, che dopo tutto al frutto dei suoi lombi materialmente non gli faceva mancare nulla.

Il breve corteo, condotto da Germano e Alfeo infilò il viale Bastioni di Porta Venezia, in direzione della Ghisolfa, Germano guidava con un occhio costante allo specchietto retrovisore per sincerarsi della presenza della VW Polo® con le due ragazze e della Lancia Ipsilon® di Sandro. Alfeo non mutò di molto la sua scarsa loquacità, una cosa però la disse, con quella forma di cortesia ironica delicatamente snob di chi non ha il coraggio e nemmeno l’intenzione di dirti la sua opinione negativa riguardo a qualcosa o qualcuno.

– Simpatica l’amica di Mina.

– Sì, moltissimo – rispose Germano, poi cambiando argomento continuò – Ma che posto è questo Sole Nero?

– Oh, è un vecchio capannone di una ex attività artigianale restaurato e riadattato a bar con possibilità di spettacoli di intrattenimento, tipo piccoli concerti di gruppi semisconosciuti, e roba simile. Credo che vi piacerà davvero.

– Ma tu conosci qualcuno che frequenta quel posto? – Germano pose questa domanda in parte per sincerarsi di avere preso la decisione giusta per sé e per Mina e in seconda analisi per evitare di sentire lamentele riguardo la eventuale noiosità del luogo che l’amica imbucata non si sarebbe trattenuta dall’esternare, sebbene quest’ultimo rappresentasse un «non problema».

– Conosco un sacco di gente là dentro, c’è sempre movimento di persone interessanti, specie se sei dell’ambiente goth.

Germano restava sempre un poco freddo sulle passioni in generale, sia stilistiche che sportive o politiche, si infervorava raramente, più che altro partecipava ascoltando e cercando di capire, caso mai vi fosse qualcosa da capire. L’atteggiamento di Alfeo non lo infastidiva per nulla, anzi lo trovava simpatico, tuttavia non gli riusciva di immaginarsi un Alfeo sessantenne in tenuta dark, e a dirla tutta nel lungo periodo qualunque passione gli pareva dovesse trasformarsi in comica, magari non era così, magari certe passioni resistono all’usura del tempo, ma non gli tornava mai l’immagine di un rocker in pensione che te lo incontri e ti dice cose dei bei tempi che furono, come se non fosse capace di uscire dalla gabbia della sua vita, ammesso che una cosa del genere sia possibile, quantunque molti la trovino almeno pensabile. Alfeo era davvero una persona gentile, magari un poco ingenua nelle sue propensioni gotiche, ma Germano trovava il suo “oscuro” entusiasmo di piacevole compagnia, specie perché il tipo era di abitudini poco loquaci e trovarselo lì a discorrere, certo non come un fiume di parole, lo gratificava da un punto di vista umano. Il suo stato d’animo era focalizzato sulla peculiarità della serata, della cui conoscenza Alfeo non era stato messo a parte, per cui dovette riscuotersi un poco e richiamare al presente contestuale i suoi interessi di studente quando Alfeo chiese.

– Che cosa ne pensi della lezione particolare di Trifarro questa mattina?

La sua attenzione era scissa fra le incombenze della guida e il monitoraggio della VW Polo® blu petrolio contenente le due ragazze, per cui gli ci volle qualche istante per riuscire ad inserire un terzo centro di interesse nella sua presenza in sé, e in considerazione del triplice daffare cercò di tenersi sul vago per non deviare troppa attenzione dalle altre attività.

– Ha messo insieme troppi argomenti, ma nel complesso ci sono molti spunti di discussione, qualcuno avrebbe già delle domande da fargli.

– Chi, per esempio?

– Dott. Cynicus.

– Chi?

– Forse non lo sai ma il Claudio lo chiamiamo talvolta Dott. Cynicus.

– Chi? Il Cusani? Non ho mai sentito nessuno chiamarlo così.

– In effetti è più che altro una definizione, un modo per indicarlo tra noi. Saprai certamente dell’esistenza dei Beati Demolitori dei Luoghi Comuni.

– Qualcosa ho sentito dire, ma non mi sono mai piccato di fare domande. Ho sempre avuto la sensazione di qualcosa di simile ad una moda, sai, tipo quella dei messaggini al telefono con le “k” al posto dei “ch” e i “X” davanti ai “chè” che diventano degli “Xkè” e roba del genere.

esse emme esse, ovvero ESSE EMME ESSE, cioè, vale a dire…

Germano rise di approvazione, l’Alfeo era a posto, poi gli chiarì l’arcano iniziandolo ai misteri dei BDdLC.

– A prima botta può sembrare una cosa del genere, però Sandro, oltre Mario e Gianni, che stasera non sono con noi, sono dei tipi in gamba e quello che mettono insieme con la storia dei BDdLC è solo divertimento, una specie di gioco a sfondo culturale. Comunque per ritornare alla tua domanda, Dott. Cynicus, cioè il Claudio, si è posto la questione della fine della storia, dicendo che il Fosco l’ha fatta troppo semplice affermando che la cosa finisce con il termine del litigio fra il Signore e il Servo e la conquista dell’emancipazione da parte di quest’ultimo.

– In effetti la storia non finisce affatto, di eventi ne sono capitati da Hegel in qua.

– Credo che sia proprio questa la domanda che Claudio vuole fare a Trifarro, quale fine della storia?

– Senza dimenticare che è semplicemente riduttivo mettere in scena due personaggi con i loro valori escludendo tutto il resto, sebbene, per usare le parole di Trifarro, l’azione del Signore ha avuto un effetto antropogeno sullo sviluppo della società occidentale, resta però esclusa molta materia.

– Molta di questa materia che tu stai citando come esclusa è stata probabilmente valutata nell’opera principale di Hegel dall’autore medesimo, ma è sicuramente impossibile includere ogni cosa e la domanda “Quale fine della storia?” ha sicuramente un senso, per non tenere conto del postmoderno, che come argomento mi fa venire in mente le sabbie mobili, tanto è sfuggente e insidioso. Per chi ci vuole capire qualcosa intendo.

– Devi prendere quella direzione – cambiò argomento Alfeo, poi riprese la topica Trifarro – La cosa delle devil songs mi ha incuriosito e anche la black music mi suona bene.

Germano rise senza guardarlo alludendo ciecamente alle sue propensioni stilistiche.

– Ci ha messo un po’ di nostalgia, intendo dei suoi bei tempi che furono.

– Vuoi dire gli anni settanta?

– Esattamente. Si è tirato in ballo senza volerlo o forse non è riuscito ad evitarlo. Di solito le lezioni che includono accenni anche solo lontani in stile “mi ricordo” fanno venire l’orticaria, però nel complesso non mi è sembrata una cosa malvagia, un poco campestre magari ma interessante.

– Sì, campestre abbastanza, e in una città come Milano! Una cosa inedita presumo.

– Ehi, e quella cosa del tempo come un punto focale da cui emerge tutto quanto? Chissà da dove se l’è tirata fuori.

– Anche questa potrebbe essere un’ulteriore domanda, però devo ammettere che anche se non riesco ad immaginarmi un punto focale da cui scaturiscono il tempo e lo spazio congiunti inestricabilmente non riesco a trovarci nulla da opporre, non so perché ma mi viene da pensare più o meno così, anche se non riesco ad associarvi nulla di concreto.

– Forse perché in definitiva non esiste nulla di concreto.

– Cosa intendi dire?

– Se tu ti dovessi materialmente figurare il tempo e lo spazio che cosa immagineresti?

Germano lasciò la domanda in sospeso, sicuro che Alfeo non avrebbe risposto immediatamente; gettò un’occhiata allo specchietto retrovisore, la sua tensione si era allentata nell’amichevole discussione con il Tiranti e le due ragazze gli parevano una preoccupazione meno assillante di poc’anzi. Alfeo gli diede altre indicazioni stradali, poi come riavutosi dalla domanda, con una intonazione dubbiosa rispose.

– Un senso di vertigine e un forte desiderio di aggrapparmi alla mia esistenza incerta.

– Mi sembra che le domande stiano incrementando.

– E aggiungo che ho avuto una sensazione particolare durante la seconda tirata del Trifarro.

– Intendi finita la pausa che c’è stata dopo che ha parlato della musica nera degli Stati Uniti?

– Sì, da quel momento ha preso a parlare in maniera ampiamente collaterale del nulla, senza tirarlo in ballo ma lasciando che emergesse come una evidenza di qualcosa piuttosto che di un nulla propriamente detto.

– Potrebbe anche non essere una novità.

– Cioè?

– Mi sembra di ricordare di avere letto di un certo Gorgia di Lentini che un paio di millenni e mezzo fa diceva che se il nulla è, cioè “è” nulla, allora non “è” nulla ma “è” qualcosa, o qualcosa del genere e se anche il nulla è essere, nel senso che “è”, allora non c’è autentica distinzione fra essere e nulla, il nulla diventa un concetto dell’essere.

– Sagace ‘sto greco. Perché era greco vero?

– Siculo della Magna Grecia.

Rapimento di Elena – Immagine d’archivio

– Quindi la conoscenza sta al punto di partenza.

– A parte la scienza e le sue speculazioni, incluse quelle commerciali.

Fecero entrambi una faccia divertita guardandosi in tralice. Germano, nell’entusiasmo della conversazione si era dimenticato delle due squinzie, che gli rammentarono la loro presenza con colpetti di clacson e gesti delle braccia fuori dal finestrino.

Prossimamente il quattordicesimo capitolo

Una storia italiana – Romanzo a puntate (12)

romanzo a puntate (12)

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Questo romanzo, ambientato fra Milano e Genova nel luglio del 2001, è un’opera di fantasia. I personaggi, i luoghi nominati e gli eventi che vi si svolgono sono inventati, gli eventi e le persone eventualmente reali, che fanno da sfondo alla narrazione come ai personaggi, sono tratti da fatti di cronaca riportati dai notiziari o dai quotidiani e liberamente interpretati a fini creativi e immaginari. Ogni altro e qualunque riferimento a persone, luoghi, cose, eventi realmente esistiti o esistenti è puramente casuale e/o esclusivamente funzionale ai fini immaginari della narrazione. Ogni deduzione o interpretazione storica, filosofica o letteraria è meramente funzionale alla narrazione romanzesca quale opera di fantasia.


Una storia italiana

Capitolo XII°

(12)

Milano

Giovedì, 19 Luglio 2001

Un trafficone in ascesa come il Cinese deve mantenere molti contatti, separati e in compartimenti stagni, tenere distanti le persone “pulite” da quelle dedite, nel loro interesse, cioè delle persone “pulite”, ai traffici descritti nelle pagine più in chiaro e meglio conosciute del Codice Penale, laddove alle persone “pulite” restano a disposizione, forse in esclusiva, quei reati difficili anche solo da pronunciare o che hanno un suono vagamente scurrile, tipo malversazione, peculato, concussione, mentre quei reati orribili a chiunque ma di immediata comprensione anzi, praticamente scritti “in chiaro”, tipo spaccio di droga, furto, violenza, resistenza a pubblico ufficiale, eccetera sono terreno della casta inferiore, degli intoccabili, dalle persone “pulite” ovviamente, magari perché in alcuni casi se ne evincerebbero certi legami con relativi strascichi penali. Più concretamente esiste una “dirigenza” del crimine, esiste, come nel mondo legale del business, un’élite di manager, imprenditori, commercianti, rappresentanti, artigiani, che produce per il lato negativo della società, senza esserne distinti punto, in modo tale che le associazioni di categoria, enti, professionisti, e magari anche le forze dell’ordine, collaborano grossomodo inconsapevolmente anche per il prosperare del lato della società a loro avverso, in quanto indistinguibile se non tramite adeguate e “volute” indagini: il punto di forza di tipi come il Cinese.

Nei suoi esordi si era ben presto reso conto che insospettabili persone tuffavano molto volentieri il loro nasino perbene nella neve che lui gli procurava, molto spesso tramite interposta persona per restare nell’ombra a trarre conclusioni e tirare i fili di interessi che potevano scaturire dall’incrociarsi casuale di eventi e soggetti che avrebbero potuto tornare comodi a lui e alle sue faccende, e altri scaltri come lui ma non dediti a faccende direttamente pericolose da un punto di vista legale come lo spaccio di bamba, entravano in contatto con i suoi affari per agevolare i propri. A volte un po’ di stimolanti chimici per ungere un affare che cigolava nel procedere, altre volte dei coadiuvanti al pagamento (leggi tagliatori di teste) per rientrare di alcune “sofferenze”, altre ancora complicate operazioni di intortamento e addomesticamento, certe altre volte si entrava nella sala degli Affari con la “A” maiuscola, dove gli avvocati sono veri quanto le truffe legali e inestricabili che ne sortiscono e pur essendo il Cinese nel medio–piccolo cabotaggio la sua naturale capacità di agire senza apparire, quindi senza lasciare traccia, era diventata conosciuta e apprezzata dalle teste fini del malaffare in grande. Più in concreto il Cinese si era intessuto una tela di relazioni che se non gli garantiva l’impunità, il sogno irrealizzabile di qualunque delinquente a qualunque livello, gli forniva mezzi e conoscenze straordinarie neanche immaginabili per una persona qualunque, né tanto meno da un delinquente di bassa manovalanza, al prezzo però di una corresponsione e collaborazione che a volte rasentava la dipendenza lavorativa, ma la contropartita valeva il sacrificio, c’era sempre una torta da spartire, un osso da spolpare, un gonzo da raggirare, e soprattutto copertura operativa ad un livello molto alto.

Locandina di film

Datosi dunque che il Cinese non era tonto affatto, il suo metodo, quello dell’interposta persona e della sconnessione dei suoi affari con la sua identità, si estendeva anche a queste attività utilizzando spesso i debitori più presentabili, che non mancavano nel suo serraglio umano, per operazioni che faceva loro apparire come innocue transazioni finanziarie, acquisti di terreni, cessioni di immobili, eccetera, sui cui rogiti non appariva mai il suo nome, spesso perché non erano proprio affari suoi ma gestiti per conto di terzi non identificabili che aspiravano alla medesima sconnessione di identità che egli riservava a se stesso. Un piccolo giro di S.p.a., S. a r.l., S.n.c., S.A. (le sue preferite, benché puramente immaginarie perché per il fisco non esistono società anonime, per quanto il Cinese…), che singolarmente per il loro giro di affari non apparivano appetibili dalle indagini della polizia finanziaria, totalmente sconnesse fra loro, se non nella mente del Cazzarola Walter, formavano una ragnatela di supporto a qualunque tresca commerciale, finanziaria, speculativa o altro fosse richiesto dai suoi interessi o quelli dei suoi collegati, e tutto questo senza tirare in ballo i “paradisi fiscali”, favoleggiati dai giornalisti e dagli inquirenti di indagini a vario livello; tutta roba fatta in casa, nel migliore stile Made in Italy.

Al Cinese non era dato di scegliere i suoi contatti, e intimamente non lo desiderava affatto, convinto che la necessità della sua opera era meglio coperta se richiesta che se offerta in congiunzione sconveniente alla sua tendenza al basso profilo professionale, così nella maggior parte dei casi non consultava, aspettava di essere consultato, poiché i suoi affari diretti procedevano prosperosi in ogni modo, ma a volte il suo fiuto lo spingeva a chiedere consigli (leggi informazioni); e qui bisogna dire che il Cinese non era un testa di legno, era uno che sapeva quando occorreva un aiuto o un supporto qualunque, consapevole sia della fruttuosità della collaborazione che della reciprocità della cosa. Il suo incaponimento nei confronti di Mina lo aveva condotto alla situazione di abbisognare di ragguagli ulteriori circa il prof. Trifarro, quale ostacolo imprevisto nei suoi piani erotico-professionali e se possibile un allontanamento fisico dell’ostacolo, cosa questa che poteva esporlo a reciprocità severe per quanto non inaffrontabili, con un nichilismo di fondo sempre in agguato a minacciare chiunque si facesse avanti a provocare pericoli legali; l’etica criminale non è tenera con coloro che hanno ripensamenti, ma al fondo di ogni intrallazzo, nell’intimo di ogni malfattore resta la consapevolezza, coscientemente respinta come irrazionale a priori, della possibilità di dovere rendere conto alla Legge per colpa di un “collega”, ma ciò non è un ostacolo all’interesse del crimine, ci sarà un nuovo soldato a prendere il suo posto e i suoi interessi, rischi compresi.

Attilio era un giovane avvocato, di qualche anno più vecchio del Walter; aveva appena superato l’abilitazione di Stato per l’ammissione all’esercizio e all’ordine degli avvocati e praticava ancora a servizio di uno studio legale discretamente rinomato che per il bene dei suoi clienti si era già nascostamente compromesso alcune volte con i traffici e i servigi del Wazzaniga, per l’interposta persona dell’Attilio medesimo, ex frequentatore di feste per studenti ed ex procacciatore di roba boliviana, ma ad un livello più o meno amatoriale, conoscitore quindi di pratiche oscure per gli anziani associati dello studio, ma non per questo scevri della consapevolezza dell’interesse dei clienti. Non è dato sapere a quale livello di cognizione fossero consapevoli i due avvocati titolari dello studio legale, ma considerata l’attività degli stessi, basata sulla conoscenza dei fatti, delle cose, delle vicende e di tutto quanto contribuisce all’istruzione di una causa o di una pratica, c’era da sospettare che ne fossero edotti almeno quando l’Attilio stesso, ma che dovessero fingere ignoranza nell’interesse e dei clienti e del buon nome dello studio e in ultimo anche nell’interesse della legge, che deve apparire pura e illibata sotto ogni aspetto. Allargando la descrizione di questi giureconsulti occorrerebbe includere connessioni e conoscenze molto altolocate ed influenti, per cui se da un lato l’Attilio si offriva per opere di contatto con il mondo delle prestazioni illegali dall’altro rappresentava la controparte del mondo legale davanti alla criminalità di servizio. Come avessero fatto i due procuratori a incastrare l’Attilio in una rete di relazioni del genere è una cosa non molto chiara, c’è da sospettare che fosse stato scelto proprio per questo, cioè che i due legali avessero scandagliato per bene il sottobosco universitario alla ricerca del soggetto adatto alle loro esigenze, vale a dire un soggetto che non fosse troppo esigente e che fosse al contempo disponibile ad operazioni extralegali. Fortunatamente non tutti gli avvocati sono così, ma non lo trovate mica scritto nella targhetta all’ingresso dello studio: Legali per davvero!

L’Attilio stava sullo Stige della Giustizia come un Caronte indifferente alle anime che traghetta, dalla Giustizia verso l’illegalità, questa già una direzione equivoca, e dal Crimine verso la Giustizia, e questa ultima direzione di marcia è piuttosto compromettente a meno di ravvedimenti, pentimenti e cadute da cavallo sulla via di Damasco. Insomma l’Attilio era molto più procuratore di quanto gli fosse legalmente richiesto ed essendo un tipo sveglio e pronto nella parola e nel pensiero non mancava di raccogliere anche per sé, vantaggi ne poteva trarre, e di fatto ne traeva ma senza strafare, senza “apparire”, aveva capito il gioco e ci si era adattato, con soddisfazione dei suoi datori di lavoro. Tramite l’Attilio il Cinese poteva avere accesso a personaggi influenti, a informazioni, contatti, clienti, eccetera restando in un anonimato garantito dal filtro legale. Ma come detto poc’anzi, non essendo tonto, il Cinese, era consapevole che nulla viene mosso se non vi sia chi muove, cioè l’anonimato era limitato al giro di consultazione; all’altro estremo, l’influente personaggio di turno, sapeva chi o cosa era interessato alla tale o talaltra faccenda, ma non essendovi comunicazione diretta di fatto si realizzava un anonimato conveniente a tutte le parti in causa ma che non rendeva immuni da una reciprocità vincolante, una roba tipo io so che tu sai che io so, ecc., ecc., ecc., che perimetrava l’esistenza di chiunque fosse del giro e aspirasse ad una libertà tutta sua, ad un’intraprendenza scevra da vincoli e proiettata nella più fulgida scalata sociale, che di norma si appalesava troppo agli occhi della Forza che interveniva a troncare velleità sfrontatamente sventolate. Nella ristretta cerchia di quelli che contano la libertà poteva rappresentare un problema, perché così come avviene nella luce della Legge chi vuole la libertà la vuole per sé e se ne infischia degli altri, e alla fine il ritornello della libertà suona sempre più o meno così: “la mia libertà finisce dove comincia quella degli altri”, che è un eufemismo per nascondere a se stessi e agli altri il vero ritornello: “il mio carro armato finisce dove comincia la tua bicicletta”. In una rete di scambi omertosi e fruttuosi le limitazioni erano parecchie, ma parecchie anche le convenienze, per cui soggetti come il Cinese, tratto il proprio tornaconto, si adeguavano al do ut des senza fare storie, il giro rendeva; fatta questa semplice affermazione le chiacchiere stavano a zero.

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Gli incontri del Cinese con l’Attilio avvenivano sempre in locali affollati frequentati da coetanei in mezzo ai quali si confondevano immediatamente, non avendo nell’aspetto generale nulla di più e nulla di meno di altri giovani, ma il loro atteggiamento era sulla guardia, discretamente paranoico. Se qualcuno avesse ascoltato per intero alcune loro conversazioni li avrebbe scambiati per pazzi o qualcosa del genere. Sapevano entrambi che c’erano in giro poliziotti altrettanto giovani e altrettanto scaltri mescolati fra la ressa dei luoghi più frequentati, e non in divisa; meglio pazzi e liberi che savi e in gattabuia.

Il bell’Attilio si trovava in una fase rampante ma ancora di basso livello, dipendendo le sue finanze direttamente dallo studio legale presso cui prestava la sua opera, mal pagata quella legale e nascostamente ben retribuita quella in nero, come la cronaca a cui sarebbero eventualmente sfociate le sue performance se colto in errore, ma il tipo era sveglio e ben ammanicato. Sfoggiava i suoi abiti di sartoria solo ed esclusivamente quando doveva presenziare a procedimenti e processi pubblici, riservando abbigliamenti informali per le attività ordinarie in modo da adeguarsi al mimetismo sociale che aveva colto immediatamente come fondamento dell’attività in generale. Da un lato presentandosi ben agghindato nelle occasioni ufficiali dava idea di rispetto della cosa e al contempo l’atteggiamento dimesso extra lavorativo, che gli costava una notevole dose di amor proprio, gli fruttava un’aura di umiltà che non gli spettava a nessun titolo, essendo il tipo di persona molto piena di sé e della propria immagine; con molto autocontrollo ciò lo avrebbe portato lontano. Trovandosi nella terra di mezzo delle attività non poteva mungere più di tanto sia da un lato che dall’altro per cui i suoi introiti in larga parte mantenevano un’apparenza necessaria alle sue faccende di contatto e di scambio; a volte i suoi datori di lavoro gli lasciavano a disposizione uno dei loro appartamenti per brevi periodi ad integrazione del guiderdone bifronte per le sue storie e l’incremento delle attività legali, perché un tipo come l’Attilio, al pari del Cinese, è sempre operativo, coglie sempre qualcosa, connette sempre nuove possibilità, e l’opportunità di avere locali liberi a disposizione sopperiva alla mancanza di una base “operativa” stabile sconnessa con la sua abitazione, attualmente molto lontana dall’essere tanto sontuosa quanto avrebbe desiderato.

Il Cinese parcheggiò la sua Golf GTI®, il limite di vettura che si era imposto per non diventare un bersaglio d’indagine, di traverso negli spazi causa confusione e carenza di posti, riservandosi di tenerla d’occhio da lontano nel caso arrivassero i ghisa a scrivere contravvenzioni. Scese con calma studiata e si avviò verso la frotta di coetanei in baccanale prenotturno, l’Attilio stava di certo là in mezzo, mimetizzato e finto tonto a sparare ******* con sconosciuti per sondare e darsi un tono e mantenere in allenamento la socialità, che non gli mancava. Attraversando la ressa per avvicinarsi al bar fiutò l’alcool di qualcuno che stava già oltre il limite di guida, benché il sole fosse scomparso da non molto lasciando un’aura colorata al di sopra delle chiome del viale, adocchiò l’Attilio con cui incrociò lo sguardo senza salutare né essere salutato e al banco ordinò qualcosa per tenere un bicchiere in mano e adeguarsi all’ambiente. Questi incontri avvenivano senza preavviso, senza telefonate, senza richieste; sia il Walter sia l’Attilio sapevano in quale locale si sarebbero trovati e a quale ora, e nel caso di un tentativo di incontro a vuoto il secondo sarebbe andato a segno, i posti erano sempre gli stessi, anche una città estesa come Milano ha un limite di possibilità e una logica di ritrovi; in fondo ogni megalopoli è sempre affollata dalle stesse persone, in qualche modo finisci sempre a non evitare le persone che dovresti e incontrare, prima o poi, quelle che cerchi, tanto da farti domandare se esiste un disegno sovrumano a gestire tutto ciò e mantenere quello stato di sofferenza sociale che non è ancora paranoia e nemmeno agorafobia, ma semplicemente un’opacità del presente che non ti dà mai la soddisfazione di sentirti felice e a posto, specie se sei conscio dei fondati motivi e ragioni di potere essere inquisito dalla pula.

Gli incontri del Cinese con l’Attilio, per un eventuale osservatore conscio dei loro interessi reciproci, avevano qualcosa del rituale di approccio di due animali della stessa specie nella savana; un fiutarsi e fintamente ignorarsi per appropinquarsi gradatamente mantenendo distanze di sicurezza parati dietro una rigida freddezza e un comportamento che non indulge in salamelecchi, con battute secche e convenevoli ridotti al minimo. Se avessero potuto avrebbero fatto perfino a meno di parlare, scambiandosi solamente colpi di tosse a schiarirsi la voce o versi analoghi per non lasciare credere in una eccessiva confidenza al popolo all’intorno, perché della gente che stava lì attorno ne erano pienamente consapevoli e per loro recitavano, molto bene occorre ammetterlo. La situazione ideale si realizzava quando riuscivano a mettere in mezzo alle loro conversazioni uno o più terzi incomodi, in modo da intercalare le loro convenienze alle cretinate dozzinali sulle “mitiche” vicende noiose di quelli che ritenevano dei bambocci viziati ad alcuni dei quali fornivano un costoso rimbambimento per il loro sballo serale o le loro performance esistenziali. Il Cinese non conosceva esattamente “tutti” i suoi clienti, di un buon numero però conosceva l’aspetto e magari anche gli estremi anagrafici; di pochi aveva conoscenza reciproca tale da potersi fare riconoscere e quando questo accadeva il “cliente” dava profondi segni di disagio, propensione alla defezione o alla fuga dal posto, lieve sudarella e atteggiamento scostante e nervoso: il crimine è sempre un giudice severo con le sue vittime, ma più che altro le vittime del crimine sono sempre in soggezione in presenza del loro carnefice, la legge non ti ripara da nulla, ovvero è tale solo nei rispetti del crimine compiuto; è come la burocrazia, una statistica sociale per evitare guai “sociali” peggiori, una macrotutela a vantaggio della massa indistinta e il singolo se la piglia in quel posto, o magari in qualche modo se la va a cercare, specie se non ha agganci o finanze e/o se ha qualche cosa da nascondere.

Locandina di film

In quel frangente il Cinese aveva adocchiato una vecchia conoscenza, oh ottimo cliente, buon pagatore e adoratore della dea Riservatezza, ma tremendamente compromesso con il perbenismo e ogni volta che lo incontrava, di rado comunque, lo sollazzava parecchio quella faccia stranita e leggermente impaurita che pareva dire «Vade retro dalla mia vita onesta e dal mio divertimento! (Dopo avermi rifornito, però)», e il Cinese arretrava, divertendosi intimamente arretrava, per il bene dei suoi affari. Un fine bastardo. Ed ora, adocchiato l’Attilio, intento a raschiarsi il gargozzo per i richiami della savana, con in mano un bicchiere variopinto e ornato di fronzoli cartacei a scudo mimetico, fra la ressa burbescamente guatava di nascosto il “cliente” come uno spettacolo umano un poco voyeuristico nel mentre che attaccava bottone con qualcuno della cerchia temporanea dell’Attilio imbonita da un tale di abbigliamento appariscente stile sportivo motoristico supportato e incoraggiato da alcuni fan similarmente agghindati.

L’argomento erano le corse clandestine di macchine “truccate”, anche se i tempi “Abarth®” erano trascorsi da parecchio, più che altro velleità hollywoodiane, l’infantile desiderio di imitazione del prodotto cinematografico da realizzarsi in quattro sgommate fra amici e l’illusione di una gioventù bruciata o magari anche solo bruciacchiata, ma più che altro nascostamente un po’ dopata, perché il trucco di quelle macchine assomigliava più che altro al trucco delle donne, belletti esteriori e sotto al cofano quello che passa la casa costruttrice, per fortuna. Però queste commedie motoristiche si svolgevano per davvero, nelle aree industriali in abbandono, alla luce di lampioni tristi e opachi e nel frastuono di impianti stereo dell’ordine del megawatt e lucine multicolori non esattamente a norma di codice ma molto american style e c’erano anche alcuni che sapevano guidare come si deve, anche con quello che passa mamma FIAT®, ma competizione vera non c’era proprio, più che altro una voglia matta di fare casino, questo abbastanza comprensibile in un’età in cui l’eccesso di ormoni deve trovare compensazione, e nelle occasioni mondane ci si vanta di cose “quasi” fatte, di “ci mancava poco che…”, di “ci ho dato di un pelo” e “dovevi vedere” e “MIIIITICO!!!”, ecc., ecc., ecc.

Senza guardarsi in faccia l’Attilio e il Cinese passavano in rassegna tutti quelli della cerchia in cui si trovavano coinvolti cercando riscontri poliziardi, verificando l’autenticità della cretineria, esaminando l’aspetto di ciascuno per rimarcare incongruenze incompatibili con la cretineria ma associabili ad una nascosta ed interessata attenzione inquisitrice, il tutto partecipando vivamente delle baggianate, ridendo e ribattendo incuriositi, rispondendo a tono e divertendosi quasi, fino a ritrovarsi per caso a tiro di voce. Il momento del confronto diretto veniva gestito freddamente, un «Ehi, come va?!»  era già oltre il limite di sicurezza, avrebbe sancito l’inizio o la continuazione di una conoscenza approfondita, oltre a richiamare inevitabilmente l’attenzione dei circostanti. Sembra incredibile come la gente si picchi di scoprire cose che riguardano altri, o a mettere in relazione fatti e conoscenze nelle circostanze più strampalate, o vantare di conoscere qualcuno in presenza di estranei e in occasioni distanti nel tempo anche se lo si è solo incontrato al bar e senza nemmeno averci parlato, vuoi anche per un sola volta; gente che non resiste alla tentazione di dare aria alla lingua per fare sapere di avere frequentato il tale locale il tal giorno alla tale ora in compagnia della tale persona che era vestita nella tale maniera, e che due *****! Rotture di scatole a parte l’Attilio e il Cinese avrebbero superato molti esami pratici (non accademici quindi, ma di reale sopravvivenza) di psicologia senza studiare per nulla, basandosi sul loro intuito naturale raffinato dalla conoscenza diretta dei desideri inconfessabili che emergevano da richieste dei tipi più disparati dietro cui si indovinavano défaillance esistenziali che non avrebbero saputo nominare scientificamente ma che avrebbero saputo per certo rendere economicamente sfruttabili ai loro interessi. La fase saluto si riassumeva quindi in una mera presa visione dell’altro, un’occhiata tanto rapida da non suscitare interesse in alcun rompiscatole, di quelli che conoscono tutti e non capiscono un accidente, quelli tipo «Ti ho visto che mi hai visto!», oppure «Tu m’hai guardato, io t’ho visto che tu m’hai guardato!», oppure «Ma io quello lo conosco!» o ancora, per dimostrare la propria saccenza, «Ah–ah, allora vi conoscete!»; il difficile era aggiornarsi senza farsi intendere da altri

Nell’evolversi della serata i vari assembramenti si espandevano lungo il marciapiede, diradandosi e/o contraendosi lentamente come costellazioni nell’universo, tanto che probabilmente i camerieri del bar avrebbero dovuto usare la bicicletta per raccogliere i bicchieri o fare pulizia all’intorno del locale. Un taparlino dalla voce chioccia, alto non più di un metro e sessanta, scarpe e pettinatura (al gel) comprese, aveva attirato l’attenzione generale per esternare qualcosa di “miiitico!” che gli era capitato la sera innanzi, tutti erano concentrati sulle sue avventure e sulla sua autosportivaconalettone (con burinissimo alettone bianco e blu, vistosamente parcheggiata al molo uno dell’attracco bar [per riuscire ad occupare quel posto doveva essere arrivato lì molto presto]), l’Attilio si accostò casualmente al Walter, che a mezza voce gli disse qualcosa.

– Dovrei parlare con Dio – un tale si voltò sghignazzando ad alta voce per le baggianate che stava sparando il tipo dell’auto-sportiva-con-alettone e guardò entrambi con aria distratta, sia l’Attilio che il Walter, il quale continuò con nonchalance – secondo me si sta inventando tutto, quella macchina lì, così com’è si ribalta in parcheggio – e guardò il curioso ridente che lo ignorò rivolgendo la sua attenzione al centro dell’assembramento.

– Dimmi il nome del problema – suggerì l’Attilio.

Una gran sbaccarata riuscì a coprire la sua risposta.

– Trifarro, facoltà di lettere… è un problema da rimuovere – e nella parola “rimuovere” i loro sguardi si incontrarono come se fossero sincronizzati.

L’Attilio e il Walter si unirono al coro delle risate, sebbene il Walter non fosse in rapporto di amicizia con alcuno dei presenti, qualche cliente escluso, anche dall’amicizia. Il baccano non si placava e l’Attilio ne approfittò per replicargli.

– Ti farò sapere presto.

Restarono lì entrambi, per precauzione; ciascuno di loro stava pensando la stessa cosa, e cioè che se fossero stato colti a parlare e allontanarsi immediatamente chi avesse notato avrebbe immediatamente sospettato qualcosa e tutti e due erano maestri del depistaggio sociale, anche se il Walter aveva una incombenza in corso e una certa fretta di svignarsela.

Il galletto dell’auto-sportiva-con-alettone stava ancora calamitando l’attenzione generale, il baccano aveva attirato altri giovani, anche ragazze; una granatiera dai capelli ondulati affiancò il Cinese affacciandosi verso il centro del piccolo assembramento e agitando senza alcuna ragione apparente un oggetto che aveva in mano; il Walter notò essere un CD, e ad un esame più approfondito un CD di Mina, i cui occhi bistrati dall’espressione greca e severa campeggiavano sulla copertina, forse un bootleg o una masterizzazione personale. La ragazza lo guardò quasi dall’alto in basso, era più alta di lui di almeno un due tre centimetri e il Cinese non era proprio bassino, ebbe la sensazione che questa volesse dirgli o comunicargli qualcosa, teneva in bella vista quel CD e lo sventolava con fare inconsapevole come se ci tenesse a mostrarlo e fare finta di non sapere di essere intenta a mostrarlo. Il Cinese cominciò a sentire il desiderio di abbandonare il posto per i suoi affari ma prima voleva agganciare quella ragazza a qualcosa o qualcuno in modo da poter allontanare dubbi paranoici e foschi presentimenti. L’Attilio si era allontanato per andare al bar, un tipo che non aveva mai visto prima si avvicinò alla ragazza guardandolo di traverso come se fosse parte dell’arredo e poi disse alla stangona:

– Dai vieni che la banda ti aspetta.

La ragazza si voltò sorridendo e si allontanò con questo tizio girandosi una volta a guardare il Walter, sempre con quello stesso sorriso ironico e felice ad un tempo. Aveva un gran desiderio di chiedere all’Attilio se conosceva quella tizia ma quello si era allontanato e se ne stava al bar intento a discorrere con una delle bariste e una coppia di ragazzi.

Porta Tosa


Prossimamente il tredicesimo capitolo

Una storia italiana – Romanzo a puntate (11)

romanzo a puntate (11)

Copyright © Eric Bandini 2010

Depositato come opera originale presso la S.I.A.E. – O.L.A.F. Deposito n° 2010001634 del 12/04/2010


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Questo romanzo, ambientato fra Milano e Genova nel luglio del 2001, è un’opera di fantasia. I personaggi, i luoghi nominati e gli eventi che vi si svolgono sono inventati, gli eventi e le persone eventualmente reali, che fanno da sfondo alla narrazione come ai personaggi, sono tratti da fatti di cronaca riportati dai notiziari o dai quotidiani e liberamente interpretati a fini creativi e immaginari. Ogni altro e qualunque riferimento a persone, luoghi, cose, eventi realmente esistiti o esistenti è puramente casuale e/o esclusivamente funzionale ai fini immaginari della narrazione. Ogni deduzione o interpretazione storica, filosofica o letteraria è meramente funzionale alla narrazione romanzesca quale opera di fantasia.


Una storia italiana

Capitolo XI°

(11)

Milano

Giovedì, 19 Luglio 2001

Bruna occupava una porzione di appartamento in un locale da demolire, con corrente elettrica abusiva e acqua corrente in un luogo accessibile pressoché da chiunque all’interno dello stabile o comunque con poco sforzo, e per chi lo avesse voluto anche dall’esterno, non esistendo nello stabile una vera e propria separazione con la cittadinanza tutta, posta a definire una riservatezza esistenziale. Il fatto curioso era che nessuno si preoccupava del fatto che l’impianto elettrico, obsoleto quanto l’immobile, fosse regolarmente servito da energia elettrica, vale a dire locali illuminati di notte, apparecchi ed elettrodomestici in funzione di giorno e di notte pure; quando talvolta arrivavano i ghisa a fare controlli o a minacciare uno sgombero da parte della municipalità questi parevano non fare caso alla questione, o forse non ci pensavano proprio a connettere il cartello di inagibilità all’ingresso con le funzionalità dell’edificio in pieno fulgore nonostante la labenza del medesimo, così nessuno si preoccupava più di tanto e le minacce erano diventate una commedia consenziente da entrambe le parti, poco ci mancava che gli occupanti chiedessero una fornitura di gas metano al posto delle bombole di gpl regolarmente usate per riscaldarsi o per cucinare.

Una volta erano stati sgomberati, sfrattati, privati di ogni cosa personale avessero accumulato là dentro e scaraventati in strada dai ghisa, carte bollate alla mano, supportati da un nugolo di forze dell’ordine di vario tipo in tenuta antisommossa. Protestarono in strada per una mattina, poi si dispersero dandosi appuntamento per la sera stessa, quando ripresero possesso dello stabile rompendo i sigilli (un striscia di plastica bianca e rossa e un foglio dentro ad una busta di plastica con i timbri e le firme del folclore burocratico ove si leggevano le minacce per i trasgressori) apposti sugli ingressi sgangherati, recuperarono quello che poterono e un paio di giorni dopo era tutto come prima, la forza non aveva neanche staccato la corrente elettrica abusiva. Non era esattamente una comune, ciascuno faceva repubblica a sé, tuttavia sussisteva un consorzio di sostegno reciproco alla tutela della vita privata di tutti gli squatter del condomino, nel periodo estivo davvero poco numerosi, generosamente sostenuto dalla ritrosia del vicinato ad avere a che fare con degli abusivi. La maggior parte degli ambienti erano fatiscenti e privi di serramenti e infissi, quelli usati erano stati rabberciati con porte e finestre di recupero, scompagnate fra di loro ma utili allo scopo; la fantasia e una certa dose di buona volontà avevano provveduto al resto: arredi, illuminazione, un bagno forse non decente ma comunque utilizzabile, un luogo chiamato cucina privo di topi e scarafaggi ma provvisto di molto di tutto il resto e a seguire tutte le stanze e i locali annessi adattati da ciascuno secondo le possibilità e la convenienza, senza privarsi dell’inventiva.

Bruna era Bruna di nome e di fatto, ma attualmente era viola a causa di un rigurgito di nostalgia punk di cui si era pentita perché non trovava più come un tempo persone con cui condividere gusti e tendenze, molto di questo dovuto anche ai suoi trentotto anni quasi suonati, e si sentiva non esattamente emarginata ma qualcosa come fuori asse, fuori da ogni “giro”, lontana dal movimento. Qualsiasi cosa gli passasse a tiro che potesse assomigliare ad un’occasione per rimettersi in gioco, in senso figurato si intende perché era consapevole ad un livello minimo dei suoi quasi quaranta, per connettersi di nuovo con il mondo in quella sensazione di “partecipazione” che aveva provato nei suoi anni migliori cercava di non farsela sfuggire. Bonbon, con la sua ingenuità e con i suoi ventiquattro anni era piovuto nella sua vita come una specie di salvagente a trarla da una inesorabile decadenza nella quasi vecchiaia. Sebbene non la entusiasmasse come uomo, viste le sue fattezze non proprio apollinee congiunte con un carattere sempre di sghimbescio come a presentare perennemente una spalla a difesa preventiva e un’astuzia in perenne attesa del permesso di essere astuta, ebbene fatta tutta questa tara Bonbon aveva al cospetto di Bruna una qualità essenziale: era sempre in grado di condurla in qualche festa, in qualche posto interessante, con della gente giovane e tutto ciò la faceva sentire “come un tempo”, punk a parte, e non le faceva mai pesare la differenza di età, dettaglio non trascurabile nell’economia esistenziale di una donna, né le aveva mai fatto pesare la sua condizione sociale di squatter, ma a questo riguardo occorre dire che Bruna guardava la cosa dal punto di vista della ribellione e ci si trovava quasi a suo agio, benché l’avanzare dell’età cominciasse già a richiedere un comfort più consono ad un fisico maturo e non ultima cosa in quel ruolo di emarginata ci marciava parecchio, le dava una buona mano ad addentrarsi in certi ambienti, a conquistare fiducie, amicizie, conoscenze, approfondire interessi, insomma, Bruna ci sapeva fare molto e sapeva trarre il suo profitto.

Non di rado Bonbon capitava alla dimora della Bruna, dove nonostante la quasi inesistenza di qualcosa che potesse chiamarsi privacy all’interno di quello stabile riuscivano molto spesso a trovare momenti di intimità e magari anche di sniffo. A vederli insieme parevano uno strano connubio di esseri umani, nessuno avrebbe mai osato immaginare Bonbon, con il suo perbenismo e il suo desiderio di presentabilità, in compagnia di una ragazza ex punk, dal capello ancora violento e dal look stile “ffanculo”, ma la giovanotta non più tanto giovane aveva doti femminili neanche troppo nascoste e nelle convenienze del Bonbon anche altre convenienze accessorie, tipo un posto dove potersi fare in bbuona compagnia, una vettura in caso di necessità, perché la sedicente giovane aveva un lavoro fisso nonostante l’aspetto e il desiderio ribelle e questo fatto Bonbon se l’era spiegato esattamente con il look della ragazza. Un datore di lavoro avrebbe capito con un’occhiata che quella non è il tipo casa e famiglia, leggi prole in previsione e relativi periodi di maternità, così la ribelle punk aveva sbaragliato non poche convenzionali aspiranti impiegate inquadrate nel sogno abito bianco marito idiota con cui litigare su ogni cosa o nella migliore delle ipotesi da sopportare e prole da allevare a tempo perso, in aggiunta la punk Bruna se non era troppo fatta o incazzata per il lavoro sapeva essere di ottima compagnia e a tratti un vero spasso, dote questa che la rendeva accettata, a volte forse sopportata per via dell’età, alle feste e ai ritrovi a cui partecipava insieme a Bonbon.

In sua compagnia Bonbon subiva una leggera trasformazione, già di per sé non esuberante nel comportamento, quando c’era Bruna se ne stava come in un cantuccio ad osservare ed ascoltare le sue sortite senza mai cercare di sovrastarla o di imporsi, limitandosi a fruire della compagnia entro i canoni della convivialità generale guatando piuttosto le possibilità di poter continuare a restare nel giro dei festeggiamenti fra coetanei, occasioni ottime per accalappiare qualche dritta sullo smercio della roba, in veste di acquirente. La necessità del doping teneva la sua attenzione divisa generalmente in due, in facoltà forse anche in tre, dovendo combinare la socialità, il doping e lo studio. Così accadeva che nelle occasioni mondane Bonbon si servisse dell’esuberanza di Bruna per restarsene al riparo nell’ombra e coltivare, come un chiodo fisso, il reperimento della bamba alle migliori condizioni possibili, cosa che non dispiaceva alla matura ragazza, trovando la materia di suo gradimento, sebbene non ai livelli di Bonbon. Bruna tirava ogni tanto, quell’ogni tanto che bastava a tenerla fuori dalla compulsività di Bonbon verso la roba, in altri termini “sapeva” drogarsi, fumando qualche cannone in comunella, giusto per motivi sociali, e sniffando molto saltuariamente, giusto per mantenere una tradizione ribelle e poter guardare i normali con un certo distacco e disprezzo.

Della dipendenza di Bonbon se ne era accorta immediatamente; aveva notato, dietro le lenti fotosensibili che lui non si toglieva mai se non nei momenti in cui facevano sesso, le pupille stranite, vaghi accenni di nistagmo, comportamenti a tratti scostanti e irascibili non giustificati dalla normale bonomia del tipo. Non era una novità per lei, di tossici ne aveva conosciuti e frequentati di veramente pericolosi e sapeva come trattarli senza lasciarsi invischiare, e poi Bonbon non era un tipo “a rischio”, da quel punto di vista almeno sapeva gestirsi, anzi il suo aspetto generale era quasi rassicurante, non esattamente integamato ma comunque poco propenso alle esagerazioni comportamentali, per quanto sempre vigile ai suoi scopi. Il duo si teneva con lo strabismo degli interessi personali di ciascuno, le feste per Bruna, la compagnia femminile per Bonbon e non bene consapevoli delle esigenze di ciascuno, o forse nascostamente consapevoli, si trascinavano insieme per le loro convergenze senza alcuna pianificazione verso un radioso futuro “insieme”, che avrebbe comunque provocato una certa orticaria a Bruna, e forse anche a Bonbon, cui una camicia di forza stile coppia fissa sarebbe andata molto stretta, il suo futuro, sia quello immediato che quello remoto nel futuro, esisteva al presente nei limiti della roba e di tutto ciò che vi gravitava intorno, dedicando la sensibilità residua, non molta, agli affetti e alle vicende personali.

Bonbon stava aspettando Bruna sul marciapiede sotto casa sua, in uno stato d’animo scisso fra l’irritazione per le incombenze ordinategli da Rico e le aspettative di una dose extra per il compito svolto, Bruna era al momento un tramite, una connessione fra sé e le faccende di un tossico in cerca di roba o in equilibrio precario sulla sua esistenza. La Twingo® della squatter ribelle apparve in fondo alla strada, che fosse nera era quasi scontato, in virtù delle tendenze goth associate alle nostalgie punk, senza contare una certa propensione donnesca verso il veicolo nero. Il capello viola della ragazza si evidenziava da lontano all’interno dell’abitacolo della vettura creando una macchia di colore che risaltava nettamente nella nerezza della sagoma del veicolo; si intuiva femminilità a distanza. Bonbon si spostò dal marciapiede sulla carreggiata per farsi vedere, la matura ragazza accostò e allungandosi verso il lato passeggero aprì la portiera per farlo salire, un sorriso di divertimento prossimo stampato sul volto. Quando Bonbon si fu accomodato gli chiese per dove dovesse dirigere, e lui senza euforia le disse di prendere la strada verso il Lorenteggio. Sempre con lo stesso sorriso di aspettative di spasso inalberato sulla sua fisionomia facciale Bruna si destreggiò in una manovra di instradamento verso il quartiere indicatogli.

L’atmosfera nella vettura era leggermente elettrica, non per un logoramento della relazione quanto per una diversa e inconciliabile disposizione alla serata verso cui stavano dirigendosi; Bruna protesa allo spasso, Bonbon teso a causa di incombenze non esternabili e coatte aspettative. Un ipotetico terzo passeggero seduto sui sedili posteriori avrebbe rimarcato la mammesca disponibilità e gaiezza di Bruna a sollecitare un Bonbon leggermente rabbuiato e dall’aspetto scontroso, più colloquialmente “scoglionato”. Per esperienze precedenti e per una innata prudenza femminile Bruna sapeva come aggirare il malumore e certe paturnie maschili senza farle degenerare in escandescenze. Beh, più che saperlo ci provava, con mestiere e l’avvallo di precedenti successi, poi vada la barca dove andò il battello. La cupezza di Bonbon aveva immediatamente preso possesso del micro spazio dell’abitacolo e Bruna, azzimata in un paio di attillati jeans neri decorati a stingere in temi dark e guerrilla da un artigiano della goth & punk fashion milanese, praticamente un esecutore on demand per cui gli erano costati il classico occhio della testa, con un top viola costituito da una t-shirt in analoghi decori del medesimo realizzatore a fare pendant e col capello e col jeans, si protendeva a sollevare il malumore dello studente, che pareva momentaneamente e improvvisamente sprofondato in una crisi di quasi depressione, e, cosa molto grave, non aveva notato, almeno non immediatamente né si era pronunciato al riguardo, la costosa mise della giovanziana, che si stava sdilinquendo a risollevare l’umore del suo amico col segreto scopo di fargli anche notare l’abbigliamento esclusivo per l’occasione e per la sua compagnia.

Bonbon rispondeva a mezze parole, evidentemente distratto da pensieri e preoccupazioni di origine altra dalla loro relazione, la cosa si intuiva per cui la femminilità di Bruna decise di perdonare l’atteggiamento da babbeo giuggiolone con cui si era seduto nella sua macchina, con lo stesso entusiasmo di qualcuno che sta andando al supermercato a comprare il pane e il latte, dal punto di vista della giovanarda sarebbe stato necessario uno stimolo a risollevare l’umore della serata ed un piccolo e quasi innocuo incidente fu d’aiuto.

Un tale uscì di corsa da una vetrina illuminata con un’insegna al neon sopra l’ingresso che recava scritto “Audio Video Disco” e si precipitò ad attraversare la strada imponendo a Bruna una frenata con stridore di gomme per evitare di investire il tipo che proseguì nella sua fretta scusandosi con un gesto della mano e un sorriso contrito. Nel veicolo fermo in seguito alla frenata sia Bruna che Bonbon, ancora istupiditi dal fatto, lo osservarono correre via e poi insieme si volsero verso il luogo da dove era fuoriuscito così di corsa, giusto per verificare che non fosse un’abitudine locale ed evitare così di ferire qualche indigeno. Bruna lesse ad alta voce.

– “Audio Video Disco”

A cui Bonbon replicò.

– Dev’essere una scuola di latino.

Audio Video Disco

Risero entrambi. Bruna si sentì sollevata da questa replica del suo amico, se non altro non era perso irreparabilmente. Scosso e sorpreso di se stesso da questa fuoriuscita che aveva sollevato il buonumore di Bruna Bonbon si voltò ad osservarla e si compiacque per l’abbigliamento, sentendosi al contempo inadeguato nei suoi confronti per ciò che indossava; la chimica ricreativa assorbiva la quasi totalità delle sue risorse, senza tenere conto delle spese per lo studio e il normale vivere quotidiano, per cui l’ultima delle sue preoccupazioni era proprio il vestiario, che si fondava sull’assunto, ormai datato di una trentina d’anni, che “il jeans non passa mai di moda”, e i suoi sdrucitissimi LEVI’S 501® esibivano la loro pretesa all’attualità stilistica. Pur non pratico di mode o cose simili ci tenne a rimarcare il suo apprezzamento e interessamento, sebbene in ritardo sulle aspettative di Bruna, e parzialmente riscosso dal torpore depressivo.

– È notevole la roba che hai addosso, di certo non passerai inosservata.

– La migliore delle mie intenzioni. Mi sono gratificata con un po’ di shopping particolare. Essere goth è costoso, anche se non sembra, la mia vena punk sta sfumando in una trasformazione dark, sono in una fase di evoluzione.

Bonbon le diede un’occhiata di conferma a cui Bruna rispose con uno sguardo di sottecchi illuminato da un sorriso di compiacimento senza distrarsi troppo dalla guida, poi chiese lumi.

– Che festa è? Perché è una festa il posto verso cui stiamo andando.

– Sì è una festa, la festa dei rimasti a Milano, visto che la maggior parte di coloro che possono sono partiti per le vacanze, invece di aspettare le ferie di Augusto che sono una roba da coatti, tipo ore di fila in macchina al casello e poi tutte le file e gli accidenti conseguenti.

– E chi c’è? I soliti?

– I soliti – Bonbon rispose con una nota di tristezza standard rammemorandosi della sua doppiezza ma riconoscendosi nell’attuale buonumore della ragazza –, li conosci tutti o quasi.

Bruna non replicò, continuava a guidare senza distrarsi ulteriormente con un’ombra di soddisfazione che irradiava dal suo volto per la serata che si stava prospettando e Bonbon, che aveva notato il positivo stato d’animo della sua amica, si domandò che cosa avrebbe mai pensato di lui se fosse venuta a sapere delle sue intenzioni riguardo alle comuni conoscenze che stavano andando ad incontrare. La risposta se la diede immediatamente da sé: disapprovazione totale con conseguente disgusto per la sua persona e i suoi traffici meschini, di cui se qualche volta l’aveva messa a parte condividendo sollazzi sintetici, non era per nulla in grado di addossarle alcuna colpa. Se fosse emerso tutto il mare di merda in cui lui si trovava attualmente la sua amica lo avrebbe piantato in asso in un amen.

Di fronte alla rabbiosa franchezza di Bruna avrebbe balbettato qualcosa di inutile e puerile per inventarsi una scusa, per trovare una giustificazione, un alibi. Ma sapeva benissimo, perfino attraverso la nebbia dell’intossicazione, che di scuse non ne esistevano, delle sue aspirazioni al conformismo più diffuso, del suo desiderio di essere uno qualunque in una vita qualunque senza particolarità o individualità che lo indicassero come qualcuno da evitare o peggio da incarcerare, ne restava ben poco intimamente, ma tentava di salvare le apparenze con ogni mezzo e con tutte le sue forze, anche se quella doppia coscienza gli costava in termini di tranquillità durante il giorno e continuità del sonno durante la notte. Non era ancora alla nevrosi ma con quell’andazzo poteva già intravederla in un suo futuro non troppo lontano.

Consapevole della destinazione verso cui lo stava conducendo Bruna sentiva montare dentro di sé un disagio, un’alienazione di cui avrebbe voluto liberarsi in un lampo come per magia, ma in cui era intrappolato dai vincoli tenaci della sua necessità di roba e dalle minacce ad essa collegate. La bella serata di luglio giungeva deformata alla sua attenzione attraverso i suoi sensi coartati dalla fissa delle sue preoccupazioni che si riassumevano nel timore di ciò che avrebbe dovuto fare e al contempo nel desiderio di essere già al di là dell’esecuzione per poterci mettere una pietra sopra e volgersi ad altro. Sapeva che gli scagnozzi del Cinese sarebbero stati in zona e sebbene fossero ancora abbastanza lontani dal Lorenteggio guardava fuori dal finestrino aperto con il retropensiero di individuarli fra le persone in giro sui marciapiedi, nei veicoli, sugli autobus, sui tram, consapevole di essere intento ad un pensiero irrazionale e tuttavia inevitabile.

Desiderava di vederli e al contempo provava repulsione al solo pensiero, l’accostumata tendenza ad approvvigionarsi di preferenza presso di loro glieli faceva percepire sotto una luce favorevole per un verso e sotto una luce malefica nel ricordo delle minacce e dei maltrattamenti, che riusciva a riabilitare davanti alla sua percezione del loro comportamento quando li associava al rifornimento ottenuto, ecco, allora diventavano degli angeli, dei procuratori di estasi e di momenti piacevoli. E di botto, in questa onirica rappresentazione dei suoi sentimenti, appariva il vero Bonbon, lo studente dotato del liceo a cui gli insegnanti avevano predetto un radioso futuro post universitario, ma non erano stati capaci di vedere il presente da tossico in evoluzione a distruggere sè stesso e il proprio destino, e il Bonbon verace tentava con scarsi mezzi di mettere in fuga l’usurpatore, venendo regolarmente respinto ma mai sconfitto, così che il suo stato di coscienza ondeggiava senza pace e senza sosta fra due sponde irrequiete in una condizione conflittuale senza sbocchi che non fossero quelli della riappacificazione con la scimmia e il relativo rimbambimento.

Una cosa notevole era il suo regolare rendimento all’università, in lieve calo dall’inizio a dirla tutta ma mai sotto un livello di buona qualità, evidentemente la parte strettamente logica della sua mente funzionava in maniera autonoma dal resto del suo cerebro ottenebrato, o forse nelle sue relazioni sociali riusciva a reperire qualche cosa di utile anche allo studio oltre che allo sballo. I tempi recenti però stavano segnando un degrado interiore che gli si appalesava nell’incostanza della concentrazione, e a seguire del rendimento; la roba lo stava assorbendo, risucchiandolo in un bozzolo di torpore che gli dava pace, ma una pace malsana, qualcosa da cui allo stesso tempo voleva sfuggire e in cui voleva restare. Torturato da questi pensieri si vedeva di fianco a Bruna come inadeguato, o meglio indegno, perché il suo amor proprio non era sempre sotto anestesia, e il confronto, il rapporto con Bruna lo teneva sulla corda di emozioni che avrebbe desiderato fossero presentabili davanti a sé e davanti ad altri quando invece si scopriva a dover raccontare storie o inventarne di nuove sempre col timore di venire scoperto di qualcosa che in definitiva Bruna già conosceva, ma che non avrebbe per nulla approvato se tutto fosse venuto in chiaro. Aveva l’impressione che Bruna gli chiedesse di essere così vietandogli di apparire così, come se esigesse da lui un doppio comportamento, trasgressivo e conforme allo stesso tempo; trasgressivo nei momenti giusti e conforme nei momenti giusti, dove ovviamente i momenti “giusti” erano definiti a libero arbitrio della giovanarda, secondo i propri ondivaghi interessi, a tratti gli pareva una figura da evitare, poi però intervenivano momenti di irresistibile intimità a riqualificare la quasi -antenne e a fargli rivedere tutte le sue convinzioni al riguardo, sommando in questo modo l’ondivaga incertezza sulla bamba all’ondivaga incertezza sulla donna in un quadrivio dalle polarizzazioni rimescolate di continuo e sempre incerte, ove i problemi dello studio e delle amicizie facevano sia da sfondo che da ostacolo a seconda delle circostanze. In tali condizioni la sua capacità di prendere decisioni conseguenti aveva del miracolistico, o forse poteva trarre residui di presenza a sé stesso raschiando il barile delle sue capacità cognitive inerenti la realtà altra dalle problematiche complesse delle sue relazioni nascoste, per modo di dire la realtà comunemente detta “di tutti i giorni”, quelli in cui non ci si dopa, come per la maggior parte delle persone.

Bruna fermò il veicolo ad un semaforo rosso. Nel traffico intenso e nel viavai delle persone sulle strisce pedonali Bonbon smarrì la sua presenza a se stesso per ritrovarsi a fissare una vecchia sdentata che chiedeva la carità ad una decina di metri dalla loro macchina, accovacciata sul marciapiede, guardava la gente da sotto in su biascicando qualcosa di incomprensibile, per una strana coincidenza il suo sguardo si incrociò con quello di Bonbon e immediatamente la vecchia scoppiò in una risata che pareva una pessima imitazione delle risate che fanno i vecchietti nei film western. Ora la vecchia strizzava gli occhi nella sua compulsione ilare senza guardare nulla e nessuno ma Bonbon era rimasto impressionato e convinto che quello sguardo fosse diretto a lui e per estensione anche la risata, che si stava smorzando in un affannoso respiro e quindi in una tosse cavernosa a sufficienza da fare deviare i passanti in una sorta di semicerchio avente centro nella vecchia, per quello che consentiva lo spazio del marciapiede. Un triste blackout cadde sulla percezione della realtà di Bonbon, di esperienze paranoiche indotte dalla roba ne aveva sperimentata qualcuna, questa era diversa e molto reale, anzi un brutto sogno da desto in piena realtà. Il veicolo era già ripartito da qualche minuto quando Bonbon si rese conto che avevano imboccato via Solari; via Giambellino cominciava in fondo a quella strada, cercò di scuotersi mentalmente per darsi un aspetto decente, Bruna zirlava per conto suo circa le sue aspettative per la serata.

Prossimamente il dodicesimo capitolo

Una storia italiana – Romanzo a puntate (10)

romanzo a puntate (10)

Copyright © Eric Bandini 2010

Depositato come opera originale presso la S.I.A.E. – O.L.A.F. Deposito n° 2010001634 del 12/04/2010


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Questo romanzo, ambientato fra Milano e Genova nel luglio del 2001, è un’opera di fantasia. I personaggi, i luoghi nominati e gli eventi che vi si svolgono sono inventati, gli eventi e le persone eventualmente reali, che fanno da sfondo alla narrazione come ai personaggi, sono tratti da fatti di cronaca riportati dai notiziari o dai quotidiani e liberamente interpretati a fini creativi e immaginari. Ogni altro e qualunque riferimento a persone, luoghi, cose, eventi realmente esistiti o esistenti è puramente casuale e/o esclusivamente funzionale ai fini immaginari della narrazione. Ogni deduzione o interpretazione storica, filosofica o letteraria è meramente funzionale alla narrazione romanzesca quale opera di fantasia.


Una storia italiana

Capitolo X°

(10)

Milano

Giovedì, 19 Luglio 2001

Capire che cosa avesse per la testa il Cinese era un esercizio di chiromanzia che nessuno si sognava di intraprendere, perfino i suoi bravacci ci andavano cauti a fare congetture e a proporre idee, soluzioni o anche solo fare domande che dessero il lontano sospetto di provenire dalla loro zucca. Anche due scafati come Rico e Ahmed, che fra di loro, e senza farsi udire dal Wazzarola, si pretendevano indipendenti e momentaneamente al soldo per sfortunate coincidenze, davanti al Walter se ne stavano zitti e attenti a non mancare una disposizione, un ordine, una incombenza qualsiasi. Definire l’origine di questa soggezione e timore anche da parte di gente che, sperimentato il soggiorno coatto nelle galere vuoi anche non patrie viste le origini di alcuni fra loro, non aveva pressoché nulla da temere da nessuno, e in nessun conto tenevano la vita tanto la loro che l’altrui, portava ad una vastità di connessioni e intrallazzi che mai alcuno, neanche fra di essi, avrebbe potuto mettere in chiaro ma che li teneva saldamente in riga e pronti per ogni evenienza, oltre che per il soldo a tratti anche generoso.

In occasioni disparatissime avevano avuto maniera di verificare gli effetti degli strani poteri del Cazzarola, sia su pavidi profittatori che tentavano con poveri mezzi di ciulare il Cinese, sia su personaggi di una certa importanza, che per vicende tutte loro finivano per imbrigliarsi nella rete di interessi del Walter, la cui abilità nell’intercettare le vittime un attimo prima che si rendessero conto di tutto era quasi una leggenda, suffragata dal ringraziamento che alcune delle prede rivolgevano al loro “carnefice” senza rendersi conto di essere cadute in una trappola. Questa “quasi” assenza di teatrale violenza e di azione criminale classica consentiva al Wazzarola una libertà di movimento che gli derivava da un certo anonimato in virtù della sua abilità a muoversi per interessi loschi fra gli interstizi che la legalità lascia aperti e a disposizione del crimine e un’inclinazione a intessere relazioni proficue, per quanto criminogene, con i più vari livelli che la società di una grande città come Milano gli metteva a disposizione.

Diavolo e accoliti

Era stupefacente considerare quante persone, anche di quelle cosiddette “per bene”, arrivassero a desiderare qualcosa a tal punto da non poter fare a meno di superare il limite della criminalità, molti non se ne rendevano neanche conto, se riuscivano ad ottenere ciò che volevano se ne tornavano felici alle loro occupazioni e al loro perbenismo. In un moto di ironia il Cinese una volta ebbe a dire che se il diavolo esistesse per davvero e fosse davvero possibile fare patti con lui per ottenere ciò che si vuole, beh, allora in paradiso potrebbe anche essere difficile riunire quattro persone per fare un tressette. Nei suoi ventitré anni, quasi ventiquattro, il Cinese non si era mai comportato veramente da “giovane”, leggi con spensieratezza. Una specie di sordido piacere a sfruttare le debolezze altrui lo teneva in costante veglia psicologica per scegliere il momento e trarre il personale profitto, il tutto mascherato dietro ad una apparente ingenuità che lo rendeva in tutto simile ad altri suoi coetanei, nel linguaggio, nei gesti, nelle abitudini che copiava e imitava per accrescere la fiducia in lui da parte dei suoi “clienti”, poiché intimamente già li definiva così. Il suo business era cominciato con lo spaccio di roba leggera al tempo del liceo, ma il trucco consisteva nel far credere ai suoi “clienti” che lui la roba non l’aveva e che gliela procurava come un favore, faceva loro credere di assumersi il rischio del contatto con l’oltremondo e il relativo acquisto; e in effetti l’acquisto lo faceva, al solo scopo di fare felici i suoi “amici”.

cavallo

Certe volte per aggirarli per bene faceva recapitare la roba da qualcuno di sua fiducia per non comparire troppe volte in prima persona, cosa che avrebbe creato dei sospetti circa le sue “buone intenzioni”. Non ci vuole molto a capire che nel “giro giusto” uno così può farsi molte conoscenze, o clienti, specie fra persone ben fornite di denaro e troppo fiduciose nel prossimo. Certuni vedendosi provvisti di ciò che bramano e che non possono reperire facilmente per l’ostacolo della legge mollano un bel po’ di precauzioni e si lasciano andare, specie se questo parla il loro stesso linguaggio e appare vagamente imbranato e disposto a fare cose che loro avrebbero timore a compiere o non saprebbero da che parte farsi per ottenere il risultato voluto. Il tocco esotico delle rappresentanze extracomunitarie introduceva quella soglia di rischio e di trasgressione che molti fra i suoi clienti senza confessarlo trovavano eccitante, se non dovevano affrontare la cosa dal punto di vista di un sopraggiunto problema con il Cinese.

Il Walter non abusava mai dell’appoggio degli extracomunitari, che sono sempre nel mirino della polizia, ma in certe occasioni li riteneva indispensabili. Aveva la convinzione che la differenza razziale poteva tornare a suo vantaggio come una forza da opporre a clienti da mettere in riga, una forza che fingeva di controllare malamente, un po’ come dire che lasciava che certi suoi “clienti” riottosi fantasticassero sulle origine di Rico per esempio, immaginandoselo come un tagliatore di teste della foresta amazzonica. Una società opulenta e civile ha dei punti deboli che una mente diabolica può mettere facilmente a nudo, e la mente del Cinese era bifida come poche altre.

Oltre agli extracomunitari il Walter si avvaleva direttamente di poca altra manovalanza locale, che giudicava non molto volenterosa, come se anche nel crimine gli indigeni volessero lasciare il posto agli immigrati per i lavori più sgraditi. Fra i locali vantava solo un paio di “fidati” fissi e altri saltuari in numero variabile e per brevi periodi a cui affidare cose che non lo esponessero in prima persona, per lo più cavalli per consegne cieche, vale a dire che non sapevano da chi gli era stata consegnata la roba, ma che avrebbero ottenuto la ricompensa a verifica di cosa fatta. I destinatari, nel caso di consegne ripetute, si vedevano recapitare la merce sempre da persone diverse così da evitare riferimenti. Il suo giro appariva piccolo e interessava poco la concorrenza di altri delinquenti, specie perché diffuso in maniera insospettabile fra persone dalla reputazione pubblicamente integerrima.

Il giro delle consegne cieche era qualcosa di cui andava intimamente fiero e non ne parlava mai per non dare sospetto di ritenerla una cosa che gli premesse; questa indifferenza non gli costava molto sforzo, essendo molteplici le attività che facevano capo alla sua torbida fantasia e che richiedevano attenzione e impegno costanti. L’idea dei cavalli senza fantino l’aveva avuta agli albori della sua attività, che in considerazione dei suoi ventiquattro anni ormai venticinque datava qualche anno più di un lustro indietro nel tempo. La cosa partì come uno scherzo fra coetanei, essendo però la sua mente non predisposta all’attività ludica ma unicamente al “fare sul serio”, prese subito una impostazione professionale. Beh, più o meno. Il concetto non era molto complesso, era sufficiente nascondere la roba in un luogo pubblico o pubblicamente raggiungibile senza alcuna difficoltà, informare uno dei suoi sgherri, solitamente un extracomunitario dall’aspetto feroce, della posizione della merce e dell’identità del cavallo e incaricarlo di affidare la consegna al tipo all’uopo individuato, normalmente uno dei clienti più in asfissia da astinenza, al vertice dell’esposizione nei confronti della legge restava solo il cliente finale. Come una catena di Sant’Antonio il giro si allargava, non mostruosamente ma quanto bastava per intravedere sicuri profitti nel medio termine senza irruzioni della forza o incursioni della concorrenza. Avendo sempre cura che i cavalli, per lo più remunerati in natura o trattenuti sotto il giogo di qualche condizione di ricatto, non si incontrassero troppo spesso con gli identici affidatari dell’incarico lo smercio appariva trascurabile, se qualcuno dei clienti finali veniva beccato non sarebbe stato a conoscenza della provenienza della roba e di certo non l’avrebbero potuta collegare a Lui.

cul de sac

Ovviamente anche una tecnica come questa ha dei punti critici, il nascondimento della merce, per esempio, dato che il luogo è pubblico vi può essere qualcuno che nota qualcosa di inconsueto, tipo un tale che traffica intorno ad un buco dietro ad una grondaia o che rimesta nel cavo di un albero in un giardino pubblico; questo era il compito logistico dei locali da lui utilizzati, occorreva una conoscenza perfetta del territorio e una mimetizzazione nella popolazione indigena, oltre ad una capacità di sorveglianza della merce allocata e del “buon fine” della stessa. Solo un paio di volte era capitato che la merce era sparita e in quelle occasioni i tagliatori di teste ebbero un certo daffare. Un altro grande punto critico era l’approvvigionamento della merce, ma questo era compito per il Cinese, qui il rischio era diretto e tutto suo. I canali di acquisto erano sempre molteplici e diversi; in queste transazioni la quantità non era mai modesta e di certo la polizia era fortemente attiva verso questi commerci e in costante ascolto. Se l’era sempre cavata rinunciando all’uso del telefono e del computer, le sue deliberazioni raggiungevano lo scopo tramite scritti ambigui recapitati a chi di dovere da suoi fiduciari. Il Cinese aveva copiato dal crimine organizzato e si teneva alla larga dai tipi appariscenti che di solito non fanno in tempo a vestirsi chiassosamente in abiti griffati per sfoggiare la raggiunta celebrità che già devono andare a sovraffollare il gabbio.

L’altro punto di forza del Cinese era rappresentato dalla forma dei pagamenti della merce che distribuiva, il colpo di genio consisteva nella separazione dei canali di fornitura e pagamento. Chi consegnava non riceveva soldi, consegnava e se ne tornava agli affari suoi, il “cliente” era stato contattato da un locale nell’ambito delle sue normali attività di lavoro, come se questo sconosciuto fosse un estraneo qualunque capitato lì, oppure uno dei suoi clienti “veri”, un rappresentante delle sue attività, un agente di commercio o altro e questo nelle dovute maniere gli anticipava le coordinate per il pagamento che poteva essere in contanti in una metodologia analoga all’istruzione dei cavalli o anche in forma di versamenti o bonifici su conti correnti intestati a prestanome, per lo più ditte fasulle o con scarso movimento ma con partita IVA autentica per una parvenza di formalità nonché di esistenza in vita come attività. Le somme non erano mai appariscenti o ingenti e in caso di grosse consegne e relativo corso di cifre consistenti il dovuto veniva deviato su più conti correnti o altre forme di pagamento.

Un rapporto spacciatore/cliente di questo tipo potrebbe apparire troppo fiducioso, ma il Cinese trattava solo con indigeni radicati sul territorio, le cosiddette persone per bene, che non hanno alcuna possibilità reale di fuga, specie da qualcuno che non deve rispettare le forme di legge. Questo sistema di pagamenti si autososteneva con il supporto di un’attività collaterale del Cinese, lo strozzo. In questa attività si compiaceva particolarmente perché gli consentiva di dare sfogo a tutte le sue perversità e al contempo di coprire l’attività dello spaccio utilizzando le attività commerciali dei suoi debitori per l’incasso e la copertura delle somme derivanti dall’altra industria e a volte ci metteva direttamente la sua faccia, considerandola qualcosa di legale e legittimo, i soldi erano suoi, che cavolo, restando però attento a non mettere in comunicazione i due business. I suoi debitori non sospettavano neanche che gli eventuali debiti per forniture di “merce” li dovevano a Lui in persona, questi si rivolgevano a lui, o meglio venivano appropriatamente dirottati nelle sue fauci da collaboratori e informatori del suo giro, come ad una specie di salvatore e così facendo mettevano una pietra tombale sulla propria esistenza di esseri umani. Scoperte dal debito le sue vittime si prestavano e lasciavano usare le loro attività per i servizi del Cinese, che ingrassava i suoi affari.

Nella Ford Fiesta® di Ahmed Rico guardava annoiato dal finestrino lato passeggero il susseguirsi di case e palazzi nel tardo pomeriggio afoso fissando da dietro le lenti degli occhiali da sole il culo di tutte le “ragazze” di età grossomodo compresa fra i diciotto e i sessantacinque che si trovavano in strada a quell’ora, Ahmed guidava senza parlare. Dietro di loro, su una Fiat Punto®, Urfeo e Lucio seguivano a distanza su disposizione del Cinese; quattro persone di tre nazionalità diverse in un solo veicolo avrebbero dato nell’occhio a un cieco. Scopo della gita la zona fra Via Giambellino e Via Lorenteggio ove, su indicazione di un cliente, si favoleggiava di una “megafesta” fra studenti da tenere sotto controllo per un’azione da intraprendere. Ordini impartiti: trovare la casa o il condominio e osservare la zona memorizzando i luoghi, le strade, il tipo di vicinato, eventuali negozi o attività, ordini emanati direttamente dal Cinese prima che sparisse dalla vista delle forze malvagie e si ritirasse nel suo appartamento ufficiale di cittadino residente nel centro storico di Milano, il suo rifugio, il suo lato pubblico, la sua facciata presentabile e magari anche lodevole, perché neanche lui sfuggiva al desiderio di perbenismo e di approvazione del prossimo.

Nell’appartamento al piano primo di un palazzo signorile che aveva finestre su entrambe le direzioni nord-sud ove si trovava al momento, il Walter tentava di dare un senso a quella visita inaspettata e soprattutto inopportuna, stante l’imminenza dell’azione che aveva pianificato così bene. L’irruzione di questo rompiscatole acculturato non l’aveva preventivata e cercava di prevedere eventuali sviluppi negativi o interferenze che potessero intralciare la diffusione dei suoi affari o peggio ancora minare la sua libertà. La domanda non gliela aveva posta né avrebbe potuto, nella sua tattica domandare o rispondere direttamente su ciò che gli premeva era qualcosa da escludere a priori, però non si era giustificato fino in fondo l’arrivo di quel Fosco Trifarro in uno dei suoi ritrovi, sebbene filtrato da qualcuno dei suoi. Le vicende del Fosco le sapeva tramite una conoscenza dell’Armando, di cui per estensione tramite la medesima fonte conosceva anche parte dei suoi traffici e dei loro trascorsi, però questo moralismo da libro Cuore, tipo interessarsi alla Mina e alle sue vicende, lo disgustava.

Si domandava dove fosse l’inghippo, quale fosse il secondo scopo del precario della facoltà di Lettere e Filosofia, che cosa cercava questo tipo? Il tarlo non era facile da snidare, l’Armando lo conosceva di fama per essersene servito qualche volta nei suoi traffici, sebbene non lo avesse mai incontrato di persona, e dal modo in cui aveva eseguito ciò che gli era stato chiesto non gli aveva mai lasciato la convinzione di averlo sotto la sua mano, in quell’Armando c’era qualcosa di ribelle e di ostinato, non direttamente pericoloso per le sue attività, ma in quell’Armando in qualche modo risuonava la parola trasgressione, aveva come la sensazione che quel tipo, sì magari eseguiva ciò che gli veniva chiesto senza problemi, però non lo avrebbe mai voluto fisso nella sua squadra. Del fatto in sé che il Fosco fosse arrivato alla sua presenza non si preoccupava, poteva tenerlo a bada con il suo passato, di cui aveva riferimenti viventi da mettere in campo, ma l’associazione dei due, radicata in un passato comune poteva dare luogo a coincidenze avverse. Inoltre restava il motivo scatenante della sua visita, se Fosco Trifarro era piovuto al suo cospetto qualcosa era andato storto alla facoltà, qualcuno aveva sgarrato dalle disposizioni e in considerazione della totale assenza di riferimenti fra Ahmed e Rico con Fosco la cosa andava appurata e verificata. Il campanello suonò, precauzionalmente verificò al videocitofono e quindi premette il tiro per aprire il portone. Si avvicinò alle finestre e abbassò un poco le tende, diede un’occhiata al condizionatore e tornò alla porta per aprire al suo ospite, che aveva appena bussato. Fece entrare il Sapienza e si accomodarono entrambi, il Cinese su una poltrona, il Sapienza sull’angolo del divano più prossimo al Walter, che esordì.

– Che cosa è andato storto stamattina?

– Esattamente non lo so, il ganzo di quella tipa è venuto da me, evidentemente qualcuno gli ha parlato di certe cose e di certi commerci, altrimenti non si sarebbe sognato di presentarsi da me.

– Che cosa ti ha chiesto?

– Praticamente nulla, però era a conoscenza della possibilità di ottenere qualcosa di più di una semplice informazione, qualcuno deve avergli detto del giro.

– Vedremo di cambiare un po’ la procedura. Ti ha chiesto qualcosa riguardo a qualcun altro?

– Sì e no, ha detto che cercava “qualcosa” – il Sapienza disse “qualcosa” con un tono di voce differente, come a sottolineare un’evidenza, una stranezza – per la festa di una ragazza…

– E nient’altro?

– Praticamente nient’altro. Ho fiutato il tipo come uno fuori dal giro e non mi sono fidato, l’ho liquidato senza dirgli nulla.

– Mmh, una festa per una ragazza… questa sera gliela facciamo noi la festa. Di un certo professor Trifarro hai notizie? Intendo riguardo al giro o alla vicenda?

– So chi è e morta lì, io stamattina non l’ho visto.

– Deve averlo informato il gonzo di Mina.

Il Cinese si sporse in avanti appoggiando i gomiti alle ginocchia e fissando la finestra come a cercare concentrazione, il Sapienza si appoggiò con un gomito al bracciolo del divano presso cui si era seduto e si guardò intorno ammirando il lusso di quell’abitazione e comparandolo con lo squallido micro appartamento in cui condivideva l’esistenza insieme ad altri due studenti. Queste frequentazioni lo mettevano in lieve fibrillazione emotiva, per non dire della sua attività di info-spacciatore, guardando nel suo futuro gli riusciva difficile immaginare una carriera di avvocato partendo da dei presupposti del genere, non occorreva una conoscenza dell’universo mondo per giungere a vedere nero oltre il diploma di laurea, senza tenere conto dei trascorsi padovani e della non eccezionalità delle sue performance di studente. Tuttavia questo mercimonio lo sostentava nelle sue urgenze immediate e la innata abilità di vedere immediatamente nelle intenzioni dei suoi coetanei e di non pochi fra quelli più vecchi di lui lo gratificava intimamente, sentiva di avere un potere su di loro, sentiva che una volta terminato questo brutto periodo avrebbe potuto mettere a frutto questa capacità per delle attività realizzabili nella luce della legge, però il rischio della frequentazione del Walter cominciava a turbare la sua fiducia in se stesso. Questi briefing di informazione avvenivano regolarmente e senza appuntamenti, essendo il telefono per il Cinese qualcosa da usare con molta parsimonia, e con una certa paranoia, ampiamente giustificata nel suo caso, date le sue attività. Il Sapienza era invitato a presentarsi a casa sua regolarmente ogni giovedì alla stessa ora, altre incombenze lo raggiungevano tramite la manovalanza del Walter, eventuali urgenze avevano una loro collocazione al di fuori delle linee telefoniche, la frequentazione era proficua per entrambi, informazioni e indirizzamento di clienti in cambio di contante per gli studi, tipo una borsa di studio per la facoltà di Legge sponsorizzata dal crimine. Il Cinese ruppe il silenzio.

– Vedi se ti riesce di scoprire a quale livello s’inghippa ‘sto Fosco Trifarro, questa è una rogna che non ci voleva.

Il Sapienza fece un cenno di assenso col capo.

– Se non c’è altro io vado.

Quindi si alzò, fece un cenno di saluto al Walter e prese la direzione dell’ingresso domandandosi intimamente se il Cinese potesse fiutare l’imbarazzo che gli dava la sua frequentazione. Senza voltarsi chiuse dietro sé la porta.

Il Walter lo aveva osservato uscire e rimasto solo trasse le necessarie conclusioni. Quel pidocchioso di Bonbon doveva avere combinato qualche cavolata. Nell’anagrafica mentale dei suoi clienti il nome di Bonbon emergeva fra molti, primo per i suoi tentativi universitari, dove frugando nell’ambiente nella ricerca di un incremento del business lo aveva incontrato, e poi per la malleabilità del tipo, quel bonbon era come plastilina nelle sue mani e per i suoi tramiti, ma quando era fatto o tentava di usare il suo cervello autonomamente combinava sempre qualcosa di anomalo, specie se tentava di fare le due cose insieme. Ogni volta che si trovava ad affrontare l’irrazionalità dei suoi acquirenti doveva tenere a bada la rabbia che gli montava, dopo tutto gli fornivano grana in cambio di merda e già questo pensiero lo rassicurava, tranne quando le baggianate rischiavano di mettere a gambe all’aria tutto il suo commercio e allora tutta la sua capacità, perseveranza, abilità, non riuscivano a trovare soluzione adatta. Per questo scopo urgeva il supporto di qualche “connessione”: l’Attilio per esempio. Mettere in campo queste “aderenze” era una cosa contro la sua natura di “uomo fattosi da sé”, che non ha bisogno di nessuno, principalmente perché poi i favori vanno restituiti e di solito con gli interessi, in particolar modo fra persone che non guardano per il sottile e se ne infischiano delle regole, specie perché alcuni di questi le regole le scrivono. Nella congerie delle sue attenzioni all’accumulo e delle sue capacità extra-commerciali, logistiche e finanziarie molteplici destini si intersecavano dal lato del profitto e con rispetto reciproco, e in maggior grado per il profitto medesimo, scopo del loro industriarsi. Però favori da mettere in campo ne aveva anche lui, ed erano favori del lato sporco, quindi con valore maggiore; difficilmente qualcuno con senno sufficiente da potersi vantare di essere nel business da molto tempo avrebbe osato rifiutare una mano, un piccolo e insignificante aiuto per potere mantenere lo stato delle cose.

Più ci pensava e più si convinceva che, sebbene vigesse la regola “ognuno per sé e dio per tutti”, l’intera faccenda si sorreggeva unicamente per la collaborazione reciproca al reciproco interesse, e questo era uno di quei casi. In una scala gerarchica anonima e riconosciuta solo dal lato della perpetuazione esisteva una procedura di routine non scritta e mai declamata, che prevedeva l’interessamento della parte superiore più prossima all’inferiore che si fosse trovato in difficoltà. Questa scala gerarchica era autoprodotta nel momento in cui qualcuno chiedeva qualcosa a qualcun altro, in un giro di relazioni complesse senza valori definiti o prestabiliti le potenzialità emergevano autonomamente semplicemente perché richieste, come in una specie di mercato libero, talmente libero da includere il rischio effettivo della gattabuia per chiunque fosse dentro al giro.

Il Walter era consapevole dei rischi, ma era consapevole delle sue potenzialità e delle sue relazioni, che dopo tutto sapeva intrattenere ad un buon livello, almeno nella parte mondana e presentabile delle sue attività, anche se il lato paranoico pesava parecchio nelle sue decisioni e nelle sue vicende. Uno che si muove nel lato negativo della legge è consapevole, sempre, di essere catalogato in qualche maniera fra le conoscenze della manovalanza della giustizia, non era così scemo da illudersi che la frequentazione di Rico, Ahmed, Lucio, Urfeo e altri loro pari o magari più tosti, non avesse prodotto mai e in nessun luogo relazioni da potersi connettere con attività di indagine della pula. Sapeva che qualche poliziotto, o più di qualche poliziotto, aveva a mente il suo nome e magari anche la sua fisionomia ma aveva sempre tenuto un basso profilo nel lato non presentabile dei suoi affari e la compartimentazione quasi stagna dell’esecuzione materiale gli dava fiducia in se stesso e gli accordava anche quella di numerosi clienti per bene, così da potersi ritenere e presentare egli stesso come una persona per bene. E in ultima analisi aveva agganci sociali tali da poter arpionare anche un ficcanaso della polizia ufficiale che tentasse di intrufolare il suo naso inquisitore negli affaracci suoi, un equilibrio difficile e impegnativo, ma molto redditizio.

Prossimamente l’undicesimo capitolo

Una storia italiana – Romanzo a puntate (09)

romanzo a puntate (09)

Copyright © Eric Bandini 2010

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Questo romanzo, ambientato fra Milano e Genova nel luglio del 2001, è un’opera di fantasia. I personaggi, i luoghi nominati e gli eventi che vi si svolgono sono inventati, gli eventi e le persone eventualmente reali, che fanno da sfondo alla narrazione come ai personaggi, sono tratti da fatti di cronaca riportati dai notiziari o dai quotidiani e liberamente interpretati a fini creativi e immaginari. Ogni altro e qualunque riferimento a persone, luoghi, cose, eventi realmente esistiti o esistenti è puramente casuale e/o esclusivamente funzionale ai fini immaginari della narrazione. Ogni deduzione o interpretazione storica, filosofica o letteraria è meramente funzionale alla narrazione romanzesca quale opera di fantasia.


Una storia italiana

Capitolo IX°

(09)

Milano

Giovedì, 19 Luglio 2001

Trifarro, aggiunto il suo monolocale, una stanza con annessi bagno e cucina separati, non in stile camerata da caserma come quello di Bonbon ma comunque sempre sottodimensionato alle esigenze di un quarantenne in virtù della precaria funzione di aggiunto alla facoltà di Lettere e Filosofia, il dott. Fosco non riuscì a trovare pace nel tentare di dare un volto a quella voce che gli aveva sussurrato quella frase neanche tanto sibillina, anzi praticamente in chiaro: «Occhio a stasera». La sentenza rapidamente indirizzata alla sua distratta attenzione pareva avere vaghi accenti meneghini, ma in una frase di così poche parole non era possibile esserne certi. Una cosa sembrava assodata, il tipo che gli aveva biascicato quell’informazione doveva o poteva essere a conoscenza di molte più cose, sia sul Cinese che sulle vittime dello stesso, non escluse le relazioni di queste fra loro. Pensò e ripensò al momento in cui usciva da quella porta che tintinnava in tutta la sua struttura per concedergli un passaggio nella sua apertura ridotta, a quelle tende bianche che all’interno filtravano la luce del sole trasformandola in una specie di ghiaccio caldo, all’abbacinante cortile nello zenit di quel 19 luglio che gli aveva fatto strizzare gli occhi concentrandosi su dove doveva andare invece di fare attenzione a quel soggetto a mezzo metro da lui che pareva industriato in tutt’altre faccende e casualmente incrociasse il suo cammino e invece prodigava sussurri e sospiri che andavano a segno nella sua attenzione differita da circostanze a lui non abituali.

Monolocale

Non ricordava alcunché di preciso del tipo, come se si fosse trattato di una specie di fantasma, una sagoma indefinita, un ectoplasma. A mente fredda gli parve quasi una slealtà, ma pensare una cosa del genere era sicuramente un atteggiamento infantile; sarebbe stato possibile definirla una trasgressione forse, una presa in giro, un po’ come dire «Occhio che stasera vi facciamo neri!». Però anche questa considerazione non gli tornava con il modo di fare del Cinese, questo tipo di sbruffoneria non si accordava con il suo comportamento in generale; si certo, per essere sbruffone lo era, eccome, ma non di quel tipo di strafottenza che, occorre ammetterlo, richiede un minimo di ironia, quando non anche di autoironia, perché le prese per il **** possono anche andare a finire a rovescio, la biscia si può rivoltare al ciarlatano e allora sai che ridere per il ciarlatano, e invece quelli di ridere non ne avevano mica voglia, quelli volevano le cose a modo loro, punto e basta, senza patacche e senza rotture di scatole.

No, quel tipo così come lo aveva colto, o per meglio dire “mancato”, non si incastrava nella vicenda, c’era qualcosa che non combaciava per nulla e la voglia di scoprire qualcosa su questo personaggio o almeno dargli una collocazione in quella storia cominciata la mattina stessa si faceva sempre più pressante, e a questo riguardo il tempo non abbondava. Si distese sul letto nella penombra delle persiane semiabbassate meditando se ritelefonare per contattare ancora l’Armando. Due volte nello stesso giorno dopo anni che non si frequentavano gli risultava eccessivo, qualche risposta strana se la sarebbe beccata, però quella voce, quella sentenza quasi sibilata lo tirava per la manica, lo attizzava a rispondere, lo incitava in una maniera sleale e quasi irresistibile, come una guanto di sfida e un animaletto oscuro e inafferrabile che sgattaiolava nel suo cervello istigava «…e allora io, …e allora io». Calma, calma, calma, si disse il Fosco, la cosa non va presa di petto, qui serve un ragionamento che aggiri l’ostacolo e lo illumini da una posizione nuova e insospettabile, sia per l’osservato che per l’osservatore, l’unica persona è l’Armando. L’Arturo già gli aveva dato le indicazioni per rintracciarlo, sarebbe bastato rifare il giro e cercarlo nei posti bazzicati. Balzò in piedi, ricompose la cucina dal rapido pasto che aveva consumato, si rinfrescò in bagno e uscì di nuovo in direzione dell’Armando.

Quasi le tre del pomeriggio, pareva di stare di fronte ad una fornace accesa, un debole vento di forgia muoveva l’aria senza rinfrescarla. L’idea di salire in macchina parcheggiata in un luogo che vedeva ora il pieno sole non lo stuzzicò neanche. Si diresse alla fermata di un autobus che lo portasse nei paraggi della Conchetta, dalla Gorla un giretto di dieci dodici chilometri con il fondato sospetto di dovere scarpinare un tot prima di reperire l’Armando. Prima tappa l’abitazione, secondo il senso logico di un operatore del crimine non si lavora con un caldo del genere, e già la definizione “lavoro” esulava dalle migliori intenzioni del suo ex amico. Fosco presentiva una vaga certezza di trovare presso il suo domicilio o l’uomo che stava cercando o un’informazione diretta al suo immediato reperimento. Dopo una mezz’ora di sballottamento e qualche cambio di mezzo giunse nei pressi di Porta Genova dove decise di scendere e affrontare la ricerca a piedi, l’indirizzo fornitogli dall’Arturo sembrava ad una distanza camminabile dallo stop del mezzo pubblico secondo la guida di Milano che si era portato appresso nel caso le ricerche richiedessero dettagli toponomastici, nessuno pretende davvero di conoscere a memoria una città come Milano.

Naso in aria e occhio alla guida come un turista prese la direzione verso il recapito conosciuto dell’Armando e dopo avere percorso un certo numero di centinaia di metri, che non avrebbe stimato in tale quantità, altrimenti ci avrebbe pensato bene prima di scartare la soluzione “vettura privata parcheggiata nel sole”, giunse all’ingresso carrabile di un cortile sovrastato da edifici presso uno dei cui lati si leggeva “segue numerazione” con i numeri che stavano all’interno di quella cittadella condominiale e fra i quali era compreso il civico fornitogli dall’Arturo la mattina stessa. Nessun cancello e nessun ostacolo ad indicare privato domicilio, Fosco entrò nel cortile, la base irregolare di un parallelepipedo circondato da facce e vertici irregolari che lasciavano scoperta la parte superiore dominata dall’incupito azzurro estivo del pomeriggio, per qualche strana distrazione Fosco si domandò come mai il cielo di 2 ore dopo mezzogiorno è diverso dal cielo di 2 ore  prima di mezzogiorno, quasi un segnale di decadimento, o forse una soggettiva interpretazione di “decadimento” indotta dalla consapevolezza dell’esistenza, nei tempi dell’infanzia pensava che il giorno fosse equamente diviso dal mezzogiorno, che ciascuna delle sue due metà equivalesse all’altra in una verità sancita dalla parola “mezzogiorno”.

Scacciò questi pensieri assurdi alla vista di una persona in quel desolato contenitore di umani e gli si avvicinò per chiedere eventualmente informazioni, titubante sulla convenienza di fare domande al riguardo di qualcuno che si guadagna la maggior parte del suo vivere di nascosto dalla forza costituita; alla luce di questa ultima considerazione meditò di dare prima un’occhiata ai campanelli. Il tipo, dall’aspetto pensionato, stava al davanzale di una finestra del piano rialzato proprio presso l’ingresso del civico ove, secondo le indicazioni dell’Arturo, avrebbe dovuto trovarsi il domicilio dell’Armando. Fosco consultò i nomi sui campanelli ma dell’Armando non v’era traccia, vero però che alcuni non recavano targhetta. Il tipo alla finestra lo aveva osservato mentre scrutava la schiera dei pulsanti con i nomi e ora distratto da altre cose fissava un punto davanti a sé, Fosco gli si avvicinò andando ad occupare la sua visuale nella direttrice di quella fissità che pareva immutabile, il tipo riconobbe l’invasione del suo spazio visivo e lo guardò, Fosco chiese diretto.

– Sa mica se abita qui l’Armando? – Fosco disse solo il nome sperando di poter omettere il cognome, mantenendo così una certa riservatezza, o almeno gli pareva.

– Armando quale? Ce ne sono due qui degli Armandi, c’è quello del secondo piano – e fece un gesto fuori dalla finestra ad indicare un punto nell’edificio che secondo le sue intenzioni doveva puntare al piano secondo dell’immobile da cui si stava affacciando – e poi c’è un altro Armando…

Fosco non lo lasciò terminare, già fiutava la logorrea, per cui si buttò a descrivere fisicamente il suo ex amico nelle dimensioni spaziali di altezza e corporatura, nonché vaghi accenni di aspetto fisico somatico. Il tipo dopo averlo lasciato parlare un poco si buttò sicuro.

– Ah sì, l’Armando… a quest’ora lo trova alla trattoria, quando esce da qui – e indicò l’ingresso carrabile da dove Fosco era entrato – gira a destra va dritto per due trecento metri e poi dentro un altro cortile tipo questo, ma più vecchio, c’è la trattoria dove va di solito l’Armando che cerca lei. È sempre in giro quell’Armando lì, a casa ci sta poco…

Fosco fece un gesto di ringraziamento nell’allontanarsi verso la strada. Sul marciapiede prese la direzione indicata e arrivò al cortile descritto dal tipo. Uno spazio non asfaltato reso idealmente più ampio dalla non eccessiva altezza degli edifici all’intorno, irregolari a due o tre piani al massimo e quindi con una maggiore luminosità; sul lato esposto a sud, in pieno sole, rampicava un glicine affiancato da calicanti irregolarmente distribuiti a formare prima una specie di alta siepe e poi una sorta di pergolato senza uva in comunione con il glicine. In quell’ombra bucata qua e là dai raggi che filtravano dal fogliame Fosco intravide la sagoma conosciuta dell’Armando, che già lo aveva focalizzato. Quattro tavoli con sedie di plastica occupavano la maggior parte di quell’ombra davanti ad una vetrina dalla struttura di legno parata dalla metà in giù da tende merlettate di ispirazione antica e che recava la scritta TRATTORIA senza alcun altro epiteto o denominazione, Armando era solo e in considerazione dell’orario qualsiasi altro cliente sarebbe stato da escludere. Fosco si compiacque per l’Armando, il posto era davvero piacevole e pochi rompiscatole sarebbero stati in grado di trovarlo, guardandosi intorno prima di raggiungerlo si rese conto del motivo di quella scelta, tutto il cortile manteneva un degrado tipo anni settanta, con edifici irregolari e di differenti fatture, mattoni a vista, intonaci dipinti e variamente scalcinati, irregolarità edilizie piuttosto da demolire che da sanare, ciuffi d’erba che spuntavano da una ghiaia sparsa e maldistribuita su cui si evidenziavano le impronte a carruggio della macchine, alcune delle quali stavano parcheggiate ad un lato della corte.

Armando lo osservò sedersi al suo tavolo e rilassarsi contro lo schienale in un giusto riposo dopo la fatica della ricerca. I due si squadrarono senza parlare, Armando aveva un sorriso fra il compiaciuto e l’ironico, ma Fosco vi lesse una sorta di felicità che non sapeva se attribuire all’amenità del posto, alla buona cucina che quella trattoria di aspetto antico ammiccava da dietro quelle tende a mezza vetrina o al piacere di rivedere qualcuno che ti ha evitato per tanto tempo ed ora sembra avere davvero bisogno di te.

– Ci siamo dimenticati qualcosa questa mattina? – chiese Armando con fare apparentemente casuale.

– C’è una cosa che ho bisogno di chiarire, ma è una cosa strana, anche se domandabile. È successo un piccolo fatto mentre uscivo dal quel posto, di cui non so darmi tutte le spiegazioni e mi servirebbe un’illuminazione possibilmente prima di sera.

Fosco si guardò intorno, poi chiese ad Armando.

– Possiamo parlare tranquilli?

– Penserei di sì, ma il condizionale è sempre d’obbligo.

– Non molto rassicurante, ma quello di cui ti devo parlare non dovrebbe essere una cosa pericolosa.

– Sentiamo.

– Tu mi hai visto, mi hai guardato quando sono uscito all’aperto oggi in quel cortile – Armando fece un vago e dubbioso cenno di sì con il capo –, beh c’era un tale che non puoi non aver notato, un tipo sui trenta, trentacinque che è uscito con me da là dentro e a cui io non ho fatto caso, non saprei descriverlo né dare altre indicazioni se non sull’età che poteva avere apparentemente. Questo tizio quando io sono uscito ha borbottato qualcosa a mezza voce che ho inteso come «Occhio a stasera». La cosa fa contrasto con tutto quello che è successo là dentro, e poi perché informarmi, perché darmi delle indicazioni? Questa faccenda non ha un senso. Cosa centra questo tizio? Tu non puoi non averlo visto.

?

– Sì ricordo che c’era un tale, e anche a me è sfuggito ogni particolare, quando tu sei venuto fuori ho guardato verso di te e non ho fatto molta attenzione a quel tipo, che sì, doveva avere quell’età che hai detto. Non credo di poterti aiutare e non capisco quale sia il problema.

– Il problema è che ho la sensazione che questo tipo non sia completamente associabile a quelli che stavano là dentro – e qui Fosco disse “quelli che stavano là dentro” guardandosi intorno sollecitato dalla sua intima convinzione “Sono paranoico, si, ma sono sufficientemente paranoico?” e parlava osservando il cortile come a scrutare la presenza di persone nascoste, orecchie in ascolto eccetera evitando di fare riferimenti o accenni diretti a “quelli che stavano là dentro” facendo la massima attenzione a non nominarli –, ho una convinzione che quel tizio stia in qualche maniera a cavallo fra due mondi, il punto di connessione fra le convenienze di ciascuno e il crocevia per le deviazioni più convenienti. Credo che possa succedere qualcosa di inaspettato e imprevedibile.

Armando alzò il capo e guardò un punto in mezzo alle frasche bucate dai raggi di quel sole pomeridiano senza dire niente, poi osservò Fosco per un lungo istante e disse.

– Credo che stai parlando un po’ difficile per uno come me e in ogni modo, dal punto di vista di qualcuno che si guadagna da vivere come faccio io più o meno tutte le cose sono inaspettate e imprevedibili. Ma qualcosa me la fai venire in mente. C’era un tale, in quei tempi che te vuoi scordare ma che in qualche maniera hanno fatto in modo che ci troviamo qui oggi, che ti piaccia o no, beh, c’era un tale che quando gli capitava qualcosa di strano o che non aveva in nessun modo previsto o che gli risultava bizzarro oltre maniera e che non riusciva a spiegarsi usava sempre un’affermazione: «…sarà stà la banda de la Tösa». Non chiedermi cosa sia la banda della Tösa, non l’ho mai capito, ma c’è sempre qualcosa in tutte le situazioni che ti fa domandare perché, per cosa, eccetera. Beh, sarà stà la banda de la Tösa…

– Mi sembra che questa risposta non risponda un gran ché. L’unica Tosa che mi viene in mente è quella che c’era prima di Porta Vittoria, centocinquant’anni fa, la Porta Tosa.

Porta Tosa

– Io non ero ancora nato, non c’entro niente.

Nessuno dei due rise. Fosco, che nel parlare all’Armando si era sporto un poco verso di lui, si rilassò nuovamente contro lo schienale. La calma di quel cortile aveva un aspetto di riservatezza e lontananza da tutto come il giardino di una casa nobiliare in decadenza tranne che in quel posto c’era solo decadenza e niente nobiltà, i rumori del traffico sulla strada principale giungevano a malapena a causa della posizione sfalsata della trattoria rispetto allo sbocco sulla pubblica via, solo qualche raro colpo di clacson o la sgasata di qualche automobilista innervosito dal caldo che alzava le marce basse superava l’ostacolo fisico degli edifici e giungeva a segnalare un mondo in movimento fuori da quell’angolo di estraniazione. Il silenzio di Armando mise Fosco in leggero imbarazzo, come se gli stesse nascondendo qualcosa o non volesse fargli capire dettagli che avrebbero potuto dare serie indicazioni sulle sue reali attività, ma più intimamente Fosco si sentiva come escluso dal mondo dell’Armando e cominciò a ricavare l’impressione di una superiorità da parte sua in un campo in cui lui era perfettamente fuori gioco. Concretamente Armando avrebbe potuto addentrarsi nel mondo di Fosco, certamente non a livello accademico, ma quanto basta per comprendere la vita e le attività di qualcuno che si guadagna l’esistenza in una facoltà universitaria, mentre Fosco non avrebbe mai potuto addentrarsi nel mondo di Armando senza addentrarsi anche in qualche commissariato e magari in qualche galera in qualità di ospite. Per una serie di strane alchimie umane l’Armando in questo momento stava un gradino al di sopra del Fosco, non in maniera palese, non avrebbe potuto vantare alcunché con nessuno né gloriarsi o sfotterlo per un motivo qualunque, Fosco tuttavia intravedeva una sensibilità verso il mondo filtrata da un lungo periodo di attività illecite che conferiva all’Armando una visione di cose, persone, eventi e luoghi completamente diversi dalla visione dell’uomo qualunque, ammesso che l’uomo “qualunque” sia definibile o individuabile. Fosco pensò che la sua seconda sortita nella vita dell’Armando non aveva prodotto alcunché di certo; una specie di incomunicabilità dovuta a fatti pregressi e un muro di omertà per proteggere le proprie vicende e forse anche l’esistenza del Fosco medesimo mettevano l’Armando in condizione di non poter parlare o di non volere parlare per giustificati motivi.

La banda della Tösa, pensò Fosco, e quasi gli venne da ridere fra sé richiamando alla mente quella scultura conservata al Castello Sforzesco e che un tempo stava per l’appunto alla Porta Tosa, quell’immagine di donna che aveva visto, ragazzo delle scuole medie, durante una visita guidata e presso la quale si erano fermati, lui e altri compagni, ad ammirare quel sesso esposto in quel gesto di sfida e apparentemente incongruo. Certe statue, anche mal conservate, sembrano voler dire molto di più di altre in ottime condizioni, magari per la stranezza o l’inusualità delle pose, o magari solleticano solo la fantasia popolare. Quando Armando gli aveva buttato là quella frase, «…sarà stà la banda de la Tösa», la prima cosa che gli era venuta in mente era stata proprio quel bassorilievo o statua che dir si voglia, ma quella considerazione così di prima botta non lo conduceva a nulla di logico, però l’aggancio fornito dall’Armando lo intrigava, forse voleva mandargli un messaggio che non avrebbe potuto comunicargli in chiaro, un segnale di qualcosa di cui egli non si era mai avveduto per via delle sue frequentazioni da individuo qualunque, a cui nascostamente aggiunse “per fortuna” perché non aveva mai rimpianto la scelta di quel novembre 1975.

– Senti Armando, ti lascio il mio numero di telefono; nel caso la banda della Tösa ti comunicasse qualcosa di importante al riguardo fammi sapere – e scarabocchiò un numero di telefono su di un biglietto del tram che raccolse da terra dopo essersi guardato attorno alla ricerca di qualcosa di scrivibile.

Dopo avere appoggiato sul tavolo il cartoncino con il suo numero di telefono Fosco provò un vago senso di paranoia perbenista, dopo tutto l’Armando si guadagnava da vivere in maniera alternativa e la Legge forse non era d’accordo con le sue attività, anzi certamente non lo era dietro sua confidenziale ammissione, per cui lasciare una traccia di sé nelle mani di qualcuno che può essere indagato in ogni momento poteva anche non essere un’astuzia ma la disponibilità odierna e il sopimento dei vecchi rancori gli faceva vedere la cosa con totale distacco e in ultima analisi avere contatti con qualcuno che si è conosciuto nell’adolescenza, qualunque siano le sue propensioni, non costituisce alcun crimine, solo rapporti umani.

L’Armando non parlava, né lo guardava; pareva che aspettasse qualcosa da lui, una conferma, un cenno, un segno di intesa, anche muto, ma Fosco non ebbe alcuna illuminazione, nessun guizzo mentale che lo connettesse al mondo invisibile dell’Armando.

Armando raccolse il biglietto e ruppe il suo silenzio, si volse verso Fosco .

– Non ti ho ancora chiesto come hai fatto a trovarmi, il mio indirizzo lo conoscono in pochi.

– Arturo – disse Fosco a mezza voce, quasi fosse stanco per il caldo – comunque grazie per non avermelo domandato subito, un piccolo gesto di fiducia.

– Arturo, certo. Ci siamo visti qualche mese fa e poi ci siamo persi di nuovo. Ti è servito a qualcosa quello che abbiamo fatto stamani? Sono stato utile a qualcosa?

– Lo saprò al più presto stasera, ma è possibile che occorra un po’ più di tempo. Speravo che tu mi potessi dare qualche informazione su quel tizio di cui ti ho detto prima, ma vedrò di cavarmela ugualmente.

– Non sapevo che i doveri di un insegnate precario prevedessero anche queste incombenze.

– E in effetti non le prevedono, è una specie di complicazione che mi sto autoinfliggendo. Diciamo che mi sto rendendo utile per qualcuno che può essere aiutato semplicemente perché non desidera ciò che qualche tizio vuole fargli capitare.

– Ehi, cambiando argomento, in questi giorni ti immaginavo a Genova…

– Avrei voluto esserci, ma ho degli impegni qui e sembrano incrementare, forse ci vado domani.

La conversazione stava diventando banale, ancora un po’ e avrebbero cominciato a parlare dei loro acciacchi e delle loro malattie, stile anticamera del medico di famiglia, Fosco si guardò in giro per cercare una scusa e tagliare al corda, Armando se ne accorse e buttò là una baggianata.

– «…sarà stà la banda de la Tösa» – e rise sguaiato come ai tempi dell’adolescenza.

– Beh Armando, ci si vede. Scusa se ho disturbato il tuo ritiro. Questo posto è fantastico.

Armando lo salutò con un gesto della mano e lo seguì con lo sguardo fino a vederlo scomparire nell’accesso che immetteva sulla pubblica strada.

Fosco si diresse immediatamente alla fermata dell’autobus più vicina, svuotato di entusiasmo e iniziativa, la sua idea di consultare nuovamente il suo compagno di infanzia non aveva prodotto risultati, il tipo che voleva individuare restava anonimo e nulla di più era dato sapere sulla serata programmata dal Cinese.

Il calore che saliva dall’asfalto e l’afa poco ventilata del pomeriggio lo imbozzolavano in un torpore che induceva una vaga sonnolenza, un desiderio di essere disteso all’ombra e al fresco senza dover camminare o doversi industriare ad alcunché. La fermata dell’autobus era nel sole, nessuno oltre a lui in quell’ora di metà pomeriggio. In quella necessaria disposizione all’attesa tentò di distrarsi vuotandosi di ogni attenzione, guardando all’intorno, cercando qualcosa che lo distraesse dalla calura e che lo facesse pensare a qualcosa d’altro ma la necessità di dover incontrare di nuovo i suoi studenti quella sera stessa per motivi praticamente personali non lo abbandonava e sebbene il suo sguardo cercasse ostinatamente una distrazione, almeno momentanea, l’incombenza che si era assunta verso di loro gli faceva presenti i suoi obblighi.

Cercò di distrarsi leggendo i nomi scritti in una calligrafia femminile nel palo che issava la tabella della fermata dell’autobus, che sottostavano a mo’ di firme in calce ad un verso banal-popolare di una canzonetta in voga qualche anno prima, il tutto contornato da cuoricini e fiorellini stilizzati: Katia, Deborah, Gessica. Gettò un’occhiata ad un annuncio stampato in formato A4 e incollato al palo del lampione a qualche metro da lui, senza alcuna curiosità di leggere quello che c’era scritto sopra e meravigliandosi che qualcuno avesse strappato alcuni lembi appositamente pretagliati recanti un numero di telefono da chiamare “se interessati”; si era domandato più di una volta chi mai potesse veramente prendere uno di questi lembi e telefonare per davvero, più di una volta gli era venuto il sospetto che l’occasionale inserzionista-attacchino ne staccasse qualcuno a bell’apposta quale forma di invito, un segnale per chi nota il piccolo dazebao che dicesse “qualcuno si è già interessato, prendine uno anche tu prima che finiscano”; o forse chissà, qualcuno si interessava per davvero. Notò una vettura parcheggiata con il ruotino di riserva al posto di una ruota titolare. Verificò che i lampioni fossero in fila lungo il marciapiede, non lo erano. Il terzo lampione a circa sessanta metri era leggermente più arretrato. Guardò sull’asfalto, proprio sotto lo scalino del marciapiede della fermata, una strana serie di segni bianchi che parevano tirati col gesso in un riquadro rettangolare di circa venti centimetri per trenta; parevano formare un qualcosa ma non si capiva bene. Inclinò il capo da un lato per cercare un nuovo angolo di osservazione ma nulla di significativo gli si fece palese, girò il capo dall’altra angolazione possibile senza cambiare posizione cercando di dare una interpretazione che aveva sentore dovesse esistere, poi spinto dall’idea di avere intravisto qualcosa compì i due passi che mancavano per scendere dal marciapiede e cercò l’angolazione giusta per decifrare. Era proprio «La Tösa», replicata sull’asfalto con uno stencil.

Il disegno pareva realizzato con il gesso fatto passare velocemente sopra una maschera presumibilmente di cartoncino preventivamente ritagliato dei tratti sommari che dovevano essere realizzati, al di sotto della raffigurazione c’erano altri segni che parevano simboli ma che avrebbero potuto essere sbavature nell’esecuzione del ricalco. Rimase stupito e leggermente paranoico.

Prossimamente il decimo capitolo

Una storia italiana – Romanzo a puntate (08)

romanzo a puntate (08)

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Questo romanzo, ambientato fra Milano e Genova nel luglio del 2001, è un’opera di fantasia. I personaggi, i luoghi nominati e gli eventi che vi si svolgono sono inventati, gli eventi e le persone eventualmente reali, che fanno da sfondo alla narrazione come ai personaggi, sono tratti da fatti di cronaca riportati dai notiziari o dai quotidiani e liberamente interpretati a fini creativi e immaginari. Ogni altro e qualunque riferimento a persone, luoghi, cose, eventi realmente esistiti o esistenti è puramente casuale e/o esclusivamente funzionale ai fini immaginari della narrazione. Ogni deduzione o interpretazione storica, filosofica o letteraria è meramente funzionale alla narrazione romanzesca quale opera di fantasia.


Una storia italiana

Capitolo VIII°

(08)

Milano

Giovedì, 19 Luglio 2001

Trifarro uscì da quel colloquio con le idee confuse, non per il solito imbarazzo riguardo a qualcosa che si deve fare e verso cui non si ha nemmeno cognizione di come cominciare, tutt’altro, si sentiva piuttosto rimescolato in tutte le sue convinzioni, il Wazzarola non lo aveva sopraffatto dialetticamente né gli aveva rivolto minacce e ingiurie ad evidenziare un pericolo per la sua vita, nulla di tutto ciò, il semplice contatto con quelle persone, così certe del rendimento economico, magari anche ideologico perché nessuno rinuncia alla scusa di avere un motivo per qualunque cosa stia facendo, così radicate nell’azione e nella convinzione riguardo al loro comportamento lo spiazzava da un punto di vista esistenziale, poneva in uno stato di inutilità tutta la sua esistenza, tutta la sua dedizione ad un senso delle cose; non che Fosco non prevedesse l’opportunità dell’errore, sempre in agguato, la distrazione che conduce ad un risultato o un atteggiamento incongruo, ma questa attitudine indomita ad eseguire atti violenti contro persone, o quanto meno ad approfittarsi delle persone contro la loro volontà – atti che gli umani intimamente aborriscono dalla notte dei tempi da quando hanno consapevolezza di sé e del gruppo di appartenenza ma che certuni per tramite di strani percorsi esistenziali mettono comunque in pratica -, queste cose gli pareva che uno le dovesse compiere in stato di ottundimento o di incapacità di ragionare.

In aggiunta a ciò, la vantata conoscenza dei suoi fatti adolescenziali da parte del Wazzanese lo faceva sentire esposto ad ogni rappresaglia verbale da parte di chiunque, e a questo riguardo aveva cominciato a domandarsi quale ruolo avesse avuto l’Armando nella divulgazione di fatti che erano accaduti: 1) molti anni addietro, 2) nella conoscenza dei soli esecutori. Poi però rimuginò su qualcosa a cui avrebbe dovuto pensare già molto tempo prima. L’Egisto, il fattore x, l’incognita ostinata e perseverante che sta dietro a tutto ciò che si muove, palpita, respira, vortica, orbita, nuota, fluisce, annichilisce, incrementa, causa, persevera, insomma il fattore incognito che sta alla base di tutto ciò che si muove ed è mosso in questo universo. Egisto, con la sua dabbenaggine poteva avere messo a disposizione di persone sbagliate le informazioni corrette su fatti sbagliati avvenuti per davvero, senza essere magari consapevole del danno a posteriori. Non era neanche il caso di fargliene una colpa, specie a venticinque anni di distanza, e ad ogni buon conto occorreva associarvi anche la dabbenaggine dell’Armando, che nel lontano 1975 si era fidato ad intraprendere un’azione di furto d’arma con qualcuno di cui egli stesso non aveva un giudizio molto positivo. Queste inutili recriminazioni non rappresentavano alcun supporto morale allo stato di prostrazione in cui si era improvvisamente trovato di punto in bianco. Sapeva di dovere fare qualcosa, e contattare Germano e gli altri ragazzi era pianamente nei suoi immediati pensieri, tuttavia il fatto di sentirsi sbalzato fuori dai programmi che aveva fatto per quel fine settimana e coinvolto in qualcosa il cui svolgimento di primo acchito pareva non prevederlo attivo o coinvolto in prima persona, e ritrovarsi poi agganciato da meccanismi umani che in aggiunta ad una parte attiva della sua esistenza stavano rimestando nella sua vita privata senza fare complimenti, lo rendeva alieno a qualsiasi forma di presente. Però, al fondo degli avvenimenti, si sentiva tirato in ballo dal fattore incognito, lo stesso inesorabile e per cause opposte ineliminabile, e allora arrabbiarsi, dannarsi, imprecare, è tutto inutile, ci sei e devi giocare la tua mano, pensò Fosco, puntualmente pensò anche un’altra cosa, che non è possibile determinare un’origine delle cose, e sentirsi trascinati controvoglia in qualcosa da cui si pensa di non poter uscire è già una valutazione errata, da un punto di vista estremo non è possibile dire se anche nella “pre-determinatezza” della vita vi siano unicamente caos e casualità e il fatto di trovarsi a pensare non giustifica un fondo organizzato a tale scopo; non era esattamente un sollievo ma in larga parte lo sganciava dalla logica dal Cazzarola, non una redenzione ma almeno una presa di distanze. Non si ricordò da dove gli provenisse ma si sovvenne di qualcosa che aveva letto: «Della realtà delle cose molti ne deducono con senno privatamente… e con gli occhi bassi giungo al termine della mia strada». Trasse il telefono per chiamare Germano.

Telefonate a colori.
Telefono modello «2001»

Alfeo aveva l’aspetto di un prete in vacanza, puntualmente nerovestito e un’aura di delusione costantemente repressa sul volto e al contempo una velatura di demoniaca propensione al lato oscuro dell’esistenza che lo redimeva da quella sensualità da sagrestia, da confidenza bonaria per il consiglio giusto da dare a tutti che si registra solitamente nelle persone di chiesa. Alfeo parlava raramente e quasi esclusivamente se interrogato. I BDdLC stavano muti per la calura e l’intontimento postprandiale, aggravato dai 34° C. Mina aveva recuperato un’amica in mensa e la presenza di questi aggiunti teneva l’argomento orientale fuori dalle topiche attuali di conversazione. Germano giocherellava con il telefono mentre questo squillò, lasciò sfilare tutta la compagnia lungo via Brera e rispose, Mina si voltò a guardarlo, come Sandro e Gianni. Mentre l’Oscuro/lo Scuro gli passava a fianco lo sentì chiedere a Mario «Ma che anno frequenta ‘sto Cinese?», a cui Mario fintamente sorpreso chiese di rimando «Cinese chi?», e candidamente Alfeo «Massì, quello di cui parlava Bonbon durante l’orazione di Trifarro», Mario fece spallucce inarcando le sopracciglia e accompagnandosi con una smorfia delle labbra per mostrare il più candido stupore senza profferire alcunché. Alfeo parve lasciare decadere l’argomento. Mario si voltò verso Germano con un’espressione interrogativa ma questo stava rispondendo all’apparecchio.

Mentre si predisponeva ad ascoltare le indicazioni e le informazioni di Trifarro Germano pensava a Bonbon e alla sua doppiezza, ma conoscendolo da qualche anno più che altro pensava alla sua pavidità, indotta o coadiuvata dalla dipendenza.

Descrivere una frase recepita a mezza voce dà sempre una sensazione di vecchie comari intente a spettegolare, eppure Fosco doveva comunicare quella cosa, in buona sostanza quella era l’unica affermazione concreta che avesse reperito con la sua sortita, il resto erano tutte chiacchiere e vanterie assurde. Cercò di ripensare al tizio che l’aveva pronunciata mentre usciva dal garage/bottega del Walter e tutto ciò che gli tornava in mente era la sagoma di un tizio sui trenta, trentacinque al massimo, e gli era rimasto il sospetto che la dritta gli fosse stata rifilata a bell’apposta; che senso aveva dargli indicazioni circa le loro intenzioni? Anche dalla differenza di età si rilevava una anomalia, tendenzialmente dieci o quindi anni di differenza possono separare più che unire, lì per lì non vi aveva fatto caso o impropriamente l’aveva giustificato come un normale rapporto di lavoro, benché illecito, che può raggruppare indistintamente persone di età differenti, però ora ragionando a mente fredda sulle indicazioni preventivamente fornite dall’Armando si stava facendo l’opinione che il suggeritore era un aggiunto che pareva non accordarsi con il “tutto e subito” indicato dall’Armando e indirettamente confermato dalla corte del Cinese. Cercava di rammentarsi il volto di questo tipo ma tutto era avvenuto così in fretta e in un vortice di sensazioni diverse che gli risultò inutile a formarsi un’immagine riconoscibile. Fantasticava su ignote e plausibili possibilità per dare un senso a quell’aiuto, nel caso lo fosse, che gli era arrivato quando aveva dato l’incontro per terminato, ma tutto rimaneva nel vago, restava da dire a Germano una cosa molto semplice.

– Qualunque siano i vostri programmi per stasera cambiateli e rimante in gruppo, non restate isolati, per nessuna ragione. Per domani vedrò di sistemare qualcosa. Ci sentiamo di nuovo questa sera.

La conversazione telefonica era stata secca, senza preamboli, senza saluti calorosi, senza repliche o richieste di spiegazioni. Germano era conscio almeno quanto Trifarro di ciò che poteva accadere. Non si trattava di sballi finiti male, di cose fra ragazzi, di dosi terminate in paranoia o al pronto soccorso, cose che, sebbene non ne avesse mai sperimentato gli effetti, non temeva in maniera particolare, forse perché necessariamente autoindotte e quindi ragionevolmente evitabili. Ora c’era qualcuno in questa città che per motivi che non era dato di conoscere, ma che di certo fiorivano da un’ignoranza coatta e inestirpabile, voleva qualcosa che si intrecciava con la sua esistenza e il fatto stesso di “volere” una persona come una cosa mandava Germano fuori dai gangheri, sentiva una rabbia sorda e bassa nella sua coscienza, come se dalla radice del suo essere emergesse un lato violento sconosciuto e inatteso, per quanto sperimentato in alterchi adolescenziali mai degenerati, una rabbia che poteva domare ma che portava sempre con sé pessimi suggerimenti.

Si era fatto un appunto, dietro consiglio di qualcuno più adulto di lui, di non prendere mai decisioni quando si è arrabbiati; il problema è che in stato di incazzatura le decisioni ti passano davanti al cervello, vedi come un altro te stesso fare una cosa che il te stesso razionale non condivide ma che non può più controllare, non è lo stato dissociativo, perché le due facce le vedi entrambe e le vedi comunicare fra loro senza risposta; è uno stato di trance consapevole e cosciente in cui la forza della coscienza è sopraffatta dalla forza dell’istinto e la cosa non è piacevole, non per Germano e sicuramente per nessun altro dotato di un cervello decente. Questo qualcuno più adulto lo aveva consigliato di mettere le cose da decidere davanti a sé stesso e restare in attesa che le cose producessero la soluzione, la decisione sarebbe arrivata da sé. Un’attività che poteva andare bene per un monaco o per qualcuno che ha del tempo a disposizione; ora nell’attuale non c’era tempo per la meditazione né per aspettare soluzioni illuminate. Finché devi decidere per te forse te lo puoi permettere, ma ora Germano doveva decidere anche per Mina, e occorreva anche il suo consenso per qualunque decisione.

Mina ora stava parlando con Guendalina, una sua amica dei tempi del liceo, e già questo non dava una mano. Quando osservava Guendalina parlare con la sua ragazza ne ricavava sempre l’impressione del tipo di donna che in confidenza avrebbe potuto domandare a Mina «…e a letto com’è?», e qualche dubbio sul fatto che Mina, nel caso, non si sarebbe trattenuta dal rispondere ce l’aveva e ogni volta che le vedeva confabulare immaginava senza alcuno sforzo la sua privacy messa a repentaglio. Germano considerava Guendalina un tipo deviante, obliquo, il tipo che cerca sempre e in ogni modo di infilarti un dito nel ****, metaforicamente parlando s’intende, giusto per vedere che cos’hai mangiato a colazione. Sapeva poco della sua vita privata, per intenderci quella che svolgeva lontano dai loro sguardi, e certamente anche lontano dagli sguardi e della Legge e della genitorialità, caso mai contasse ancora qualcosa, essendo la donna definitivamente adulta da almeno un lustro. Nonostante l’aspetto fisico piacevole, quel suo atteggiamento vissuto, che non era neanche il caso di dire provocatorio che nell’ordine dei significati ormai fa rima con fashion e con pubblicità, e di atteggiamento superiore la rendeva per metà patetica e per metà pericolosa, senza che nessuna delle due meta prevalesse per davvero a formare con decisione una persona patetica o una persona pericolosa, rendendola invece parzialmente abile per entrambe le cose, una specie di svampita trasgressiva. Guendalina aveva tutta l’aria di volersi imbucare nella serata dei BDdLC & C., si arruffianava Dott. Cynicus, blandiva un po’ per volta tutti i BDdLC e perfino con Alfeo si dimostrava gentile, il ché, considerata l’indole di entrambi come totalmente incomunicante, stante la prolissità della ragazza e il monastico quasi monosillabismo del goth, era già un chiaro indice. Germano poteva permettersi di temporeggiare ancora un po’, giusto per vedere se l’ospite non gradito si decidesse a togliere il disturbo in autonomia, ma le sue illusioni furono infrante dalla domanda della donna con nome adatto ad un palmipede che rivolgendosi a Mina pose la domanda killer.

– Allora dove andiamo questa sera?

Domanda che prevedeva acclusa la presenza della ex liceale nella forma “prendere o lasciare”, poiché l’altra ex liceale nonché amica della suddetta non avrebbe dissentito da una tale proposta. Le due ragazze si voltarono prima verso Germano, con il classico sorriso implorante che nasconde una decisione inoppugnabile, pena strascichi personali a non finire, e anche gli altri si voltarono verso Germano aspettando una risposta che non venne. Nel breve attimo di silenzio che seguì l’Oscuro/lo Scuro ipotizzò ad alta voce.

– E se andassimo al Sole Nero?

Ci fu un momento di interdizione, primo per la novità di una proposta da parte di Alfeo, che solitamente parlava in occasione di solstizi, equinozi, la notte di Santa Valpurga, la festa di Halloween e altre sue occasioni comandate, e poi per una sortita in un locale dark che rappresentava una cosa al di fuori degli schemi di tutti i presenti. Germano colse l’occasione al volo affermando un occhéi e cercando una conferma nello sguardo di tutti gli altri che assentirono previo rapido scambio di occhiate fra loro a verifica dell’unanimità; poteva così trasferire tutte le preoccupazioni al riguardo insieme con Mina e la ghenga al completo senza dover fare opera di convincimento né esposizione di minacce, come paventato dal Trifarro riguardo al cambio di piano.

… festa di àllouin?!?

Rimaneva il problema di disimpegnarsi per la serata al Lorenteggio come già accennato da Argia e Zaira ma l’occasione particolare poteva prevedere una trasgressione al protocollo sociale, poiché informare qualcuno del cambio di programma avrebbe significato fare un telegiornale con sottotitoli in cinese. Germano seguiva i suoi compagni nella passeggiata senza parlare, leggermente distaccato dal branco sovrastato dal cicaleccio monovocale della Guendalica che starnazzava di vestiti, pettinature, shopping, e altre femminilità, Mina in devota auscultazione. Li osservava senza avere né l’intenzione né l’occasione di far loro presente che il breve messaggio di Trifarro era stato comunicato con intonazioni di preoccupazione che andavano prese sul serio, Fosco non era il tipo da perdere la testa e dare falsi allarmi. Sandro si fermò per farsi raggiungere da Germano e quando furono vicini gli disse qualcosa a mezza voce.

– Allora? Che cos’ha detto Trifarro?

– Che butta male. Trifarro non è il tipo da creare falsi allarmi e va preso sul serio. Per fortuna sembra che grazie ad Alfeo questa sera resteremo uniti, in un luogo diverso da quello che avevamo preventivato. Che nessuno si sogni di avvisare Argia.

– Quella tipa chi è? – gesto corporeo mimato a indicare la Guendalina.

– Un’amica di Mina. Non chiedermi altro, ne so più o meno quanto te.


Il monolocale che Bonbon condivideva con altri tre studenti al quartiere Cagnola era talmente mono che i quattro occupanti che contribuivano per centomila ciascuno alle quattrocentomila mensili di affitto evitavano di frequentarlo per quanto loro possibile, non per motivi di socialità, che in genere nei vent’anni tendenzialmente non esistono, quanto per un reale sovraffollamento dell’ambiente ad appello completo, con conseguente carenza di spazio. I due letti a castello, che il proprietario aveva fornito doppi esclusivamente per i limiti del soffitto, erano posti paralleli l’uno all’altro contro una delle pareti ed erano inframmezzati da stipetti addossati al muro fra castello e castello che pretendevano di sopperire alle funzioni di armadi propriamente detti; i letti proiettavano la lunghezza delle loro strutture castellane quasi oltre la metà del restante ambiente il quale ospitava sul lato opposto al reparto notte un lavello affiancato da una cucina a gas e un tavolo con sedie in numero di tre, e già questo dava indicazioni a chi avesse voluto intendere. Un frigorifero, di evidente recupero, intralciava il disimpegno che introduceva al bagno e anche all’ingresso, oltre che al locale mono. In considerazione della bella giornata e dell’assenza da Milano di un paio di coinquilini per il fine settimana, Bonbon era rientrato al domicilio, combattuto fra i suoi doveri di studente, che lo guatavano dai libri ammonticchiati nel suo angolo/biblioteca e il desiderio di farsi una piccola parte di quella bustina ottenuta a scapito della privacy di una sua collega. Disteso nella sua branda tentava di prendere una decisione nel vuoto completo della sua mente, ripulita da ogni autentico interesse che non mostrasse propensioni al soddisfacimento del suo bisogno di endorfine, in costante aumento.

Qualunque cosa pensasse o tentasse di pensare includeva, in maniera lontana e volutamente ignorata, quindi presente, il desiderio di tirare la roba di quell’involto trasparente e lievemente panciuto e riappacificarsi con la scimmia. Il testo di filologia che stava tentando di leggere giaceva aperto sul suo ventre mentre il suo sguardo inseguiva la trama della rete della branda sovrastante che nell’intrecciarsi di molle di uguale dimensione lo rimandava a ricordi infantili in casa della nonna, quando richiamato dalle grida della medesima si andava a nascondere sotto il suo letto e al riparo di quelle impalcature e strutture di ferro e legno si sentiva protetto, pur nella consapevolezza di dover sortire prima o poi per fame o per altri bisogni. Quei momenti di sicurezza così rubati gli parevano ora delle isole temporali di felicità che non era più in grado di recuperare né di sperimentarne più gli eccitanti effetti, per quanto infantili. Ora qualsiasi cosa pensasse o tentasse di pensare sfociava in un nulla mentale che lo indirizzava al desiderio ineliminabile di soddisfarsi di roba, in alternativa se riusciva a mettere in moto pensieri e/o ragionamenti comuni questi contenevano sempre una distrazione, un’indicazione, un richiamo alla bamba. In questo stato di semi-consapevolezza trasse di tasca il telefono portatile che aveva già ripetuto alcuni squilli e si predispose a rispondere meccanicamente, vagamente distratto e un po’ annoiato. La voce di Rico chiuse il sipario delle sue rappresentazioni mentali e lo cacciò fuori dal teatro della sua mente richiamandolo a più urgenti e sgraditi impegni di cui si era reso debitore. La voce del sudamericano suonava strafottente come al solito e senza alcuno sforzo immaginò di fianco a lui Ahmed con la sua inespressività minacciosa.

– Devi darmi una risposta per questa sera. Le cose hanno preso un andazzo veloce.

Bonbon cercò di titubare, di esitare, quasi per darsi una scusa morale davanti a sé stesso, ma sapeva già in partenza che avrebbe snocciolato tutti i dettagli del ritrovo a casa del Beltrami per una festa definita “dei rimasti”, quelli che ancora non erano partiti per le vacanze, in occasione della dipartita per le stesse dei suoi procreatori, leggasi appartamento a completa disposizione. Rico non gli diede scampo e scosse il suo torpore con un incalzante.

– E allora?

– Sì… c’è una festa questa sera in un appartamento nel quartiere del Lorenteggio, non lontano dai navigli e…

– Stop, stop, stop… vediamoci a quattr’occhi…

– Dove?

– All’ultima consegna prima di oggi.

– C**** ma è lontano…

– Fatti un giro in metro, ci vediamo là fra mezz’ora.

– Non ce la faccio, la stazione più vicina è a un chilometro. Aspettami alla Crocetta.

– Idiota. D’accordo.

Da casa sua alla stazione metro più vicina c’era in effetti un chilometro forse più, il quartiere Cagnola non è servito direttamente, il tram e l’autobus sono troppo lenti, senza contare il caldo. Bonbon si avvia come un automa, accantona per il momento i suoi problemi per affrontarne altri o forse incrementarli. Scende rapido le scale e nella calura del primo pomeriggio si avvia a piedi verso la stazione metro QT8.


Alla stazione Crocetta Rico lo stava aspettando giusto fuori dai tornelli nelle interiora della metro, qualche grado più fresche del cemento asfalto sopra le loro teste. Gli occhi non erano quattro ma sei, Ahmed pareva inseparabile da Rico, nell’opinione di Bonbon facevano coppia come i carabinieri in servizio, con scopi contrari. Rico gli fece un cenno del capo per fargli capire di uscire all’aperto, in Corso di Porta Romana. A giudicare dai gesti bruschi e nervosi il duo pareva essere in preda ad una certa paranoia, lo precedettero lungo la scala che usciva all’aperto e lo attesero appoggiati alla ringhiera, quando anch’egli ebbe raggiunto il livello stradale gli indicarono la direzione della Velasca, che torreggiava lontano sulla dritta, oltre altre strade, pareva una direzione presa a caso. Bonbon non fece storie e non disse nulla, si incamminò verso dove gli era stato indicato e dopo pochi passi Rico lo raggiunse mentre Ahmed restò indietro fingendosi indifferente e ignorandoli.

Torre Velasca

– Ehi, sei rincitrullito? – gli chiese Rico con un tono *********.

– Di cosa stai parlando?

– Ehi, sembra che sei nato oggi… al telefono ascoltano tutti, non dovevi fare nomi di nessun tipo.

– Che nomi ho fatto?

– Della stazione della metro.

– E sai che roba, sta su tutte le piantine per turisti e non.

– Allora sei scemo. – gli gridò contro Rico con un’espressione arrabbiata che gli faceva risaltare tutte le rughe della fronte, quindi calmandosi un poco e nel contempo sbirciando all’intorno cambiò leggermente tono – Senti spiegami tutto per quello che hanno in mente per questa sera.

– Non c’è molto da spiegare. Ci sarà una festa organizzata da un tale che si chiama Beltrami, uno studente di Milano che abita con i suoi genitori in un appartamento fra Via Lorenteggio e Via Giambellino. I suoi genitori sono andati in vacanza e lui vuole organizzare una festa con un po’ di gente della facoltà. So per certo che Mina ci sarà, ma ci sarà anche Germano e un bel po’ di altra gente, ne ho avuto la conferma indiretta, ho sentito una ragazza che chiedeva a Germano se ci andavano anche loro e lui ha detto praticamente di sì.

– Praticamente quanto?

– Beh, l’ho sentito dire che lasciava decidere a Mina, di solito quella se c’è una festa non si tira mai indietro…

– Ci devi essere anche tu dentro a quella festa e devi tenere il telefono acceso.

– Sentite io la dritta ve l’ho data, adesso sono affari vostri, io non ne voglio sapere più niente…

– Eh no, non si abbandona così la situazione, tu ci devi garantire che là dentro ci sarà la persona che cerchiamo, la cosa non deve andare a vuoto.

– Ma ci saranno un sacco di persone, beh, insomma, almeno una ventina di persone e io non voglio entrare in nessun casino con gente che conosco…

– Tu in un casino ci sei già dentro fino al collo, tu sei esposto come pochi altri davanti al Cinese…

– Se è per quelle due o tre dosi che mi avete dato io ….

– Io, io, io… tu non decidi nulla, tu te le sei prese, te le sei fatte e adesso esegui.

Bonbon restò senza dire nulla, deluso e, per quanto se lo poteva permettere nei loro confronti, anche arrabbiato. Era convinto di avere compiuto ciò che gli era stato chiesto la mattina stessa ed ora gli veniva sottoposto un rilancio della situazione che non aveva nessuna intenzione di portare avanti. Però il tono del portoricano era convincente e Bonbon non era mai stato un tipo d’azione, uno pronto a sfidare la sorte anche per motivi non esattamente specchiati. E poi la bamba se l’era fatta per davvero almeno in parte e intimamente nel venire all’appuntamento si aspettava di essere ricompensato ulteriormente con un’altra fornitura extra e gratis, magari non un quantitativo così consistente come il resto di quella che aveva nascosto in uno degli incastri dei letti a castello prima di uscire e presentarsi qua in Corso di Porta Romana alla stazione metro della Crocetta.

Rico ora gli camminava al fianco senza parlare e lo osservava a tratti cercando di capire l’affidabilità del loro pollo. Che fosse necessaria una dose della tranquillità il Cinese l’aveva già messo in conto e gliela aveva fornita perché la rifilassero a Bonbon nel caso fosse necessario un convincimento con le buone. Prima però dovevano metterlo a cuccia con le cattive e fargli capire che non si piglia per il c*** gente come loro.

– Senti Bonbon – ora il tono di Rico era suadente, sembrava l’amicone dell’infanzia, il tipo che conosci da sempre, con cui puoi rammentare i bei vecchi tempi – se portiamo a buon fine questa faccenda qualcosa viene fuori anche per te, tu-sai-chi ci tiene parecchio a questa storia. Tu devi solo farci sapere quando arrivano alla festa, ci dai un colpo di telefono e al resto pensiamo noi…

– E poi sono fuori dalla vicenda? – querulò Bonbon uccidendo il suo amor proprio intuendo dove Rico volesse andare a parare.

– Diciamo di sì.

Bonbon restò in silenzio un istante voltandosi all’intorno con uno sguardo perso, poi come preso da un istinto di ribellione sortì qualcosa.

– Sentite io quelli li conosco troppo per permettermi di fare loro qualcosa di spiacevole. Io vi do l’indirizzo e poi ve la vedete da soli, che cavolo c’entro io con queste cose? Voi questa mattina avevate detto che sarebbe bastata una indicazione da parte mia, una semplice informazione e adesso volete che io vi tenga aggiornati su tutto quello che fanno e che hanno intenzione di fare, io…

– Senti Bonbon – il tono di Rico si manteneva suadente – ti ricordi quella bella bustina che Ahmed ti ha dato questa mattina? La vorresti un’altra?

Questa era davvero sporca, un brutto tiro. Nel cervello di Bonbon si combatté immediatamente e rapidamente una specie di guerra civile fra le forze del bene le forze del male, dove queste ultime, dopate e fuori da un ragionevole controllo da parte della coscienza vinsero a mani basse. Tuttavia l’opera di convincimento del sudamericano proseguì.

– …perché vedi, se Ahmed non è soddisfatto di come ti comporti invece della bella bustina ti farà sentire la lama del suo coltello.

Bonbon percepì dietro di sé la minacciosa presenza del nordafricano e sebbene non lo vedesse, né avesse voglia di voltarsi a guardarlo, gli riuscì facile associare la freddezza del suo sguardo con il gelo della lama del suo coltello. Snocciolò tutti gli ulteriori dettagli richiesti nel più breve tempo possibile; fra coloro che lo conoscevano la fama di Ahmed era preceduta da quella del suo coltello.

Prossimamente il nono capitolo.

Una storia italiana – Romanzo a puntate (07)

romanzo a puntate (07)

Copyright © Eric Bandini 2010

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Questo romanzo, ambientato fra Milano e Genova nel luglio del 2001, è un’opera di fantasia. I personaggi, i luoghi nominati e gli eventi che vi si svolgono sono inventati, gli eventi e le persone eventualmente reali, che fanno da sfondo alla narrazione come ai personaggi, sono tratti da fatti di cronaca riportati dai notiziari o dai quotidiani e liberamente interpretati a fini creativi e immaginari. Ogni altro e qualunque riferimento a persone, luoghi, cose, eventi realmente esistiti o esistenti è puramente casuale e/o esclusivamente funzionale ai fini immaginari della narrazione. Ogni deduzione o interpretazione storica, filosofica o letteraria è meramente funzionale alla narrazione romanzesca quale opera di fantasia.


Una storia italiana

Capitolo VII°

(07)

Milano

Giovedì, 19 Luglio 2001

Rinverdire vecchie e sgradevoli memorie era per Fosco una piccola tortura esistenziale, non provava rancore verso nessuno, ma certe cose gli piaceva che se ne restassero rintanate nel lontano passato a cui egli riteneva che appartenessero senza risorgere per motivo alcuno, inoltre l’acquisita maturità aveva posto queste connessioni con fatti trascorsi in una condizione di paranoia trasgressiva e relazionale tanto in uso da sempre fra i cosiddetti “umani” e la sola idea di dover contattare qualcuno di quel suo mondo adolescenziale lo catapultava in uno stato di quasi depressione. Riguardo a chi potesse essere il Cinese aveva una vaga idea però sapeva chi poter contattare per avere dettagli su quest’individuo e poter avere un confronto diretto, o detto in termini canonici, un appuntamento. In virtù dei rari contatti che ancora intratteneva con l’Armando e anche con l’Egisto e tutti gli altri della sua adolescenza, poiché non aveva mai abbandonato Milano, era grossomodo in condizione di reperirli nel giro di qualche telefonata per avere da loro più circostanziate notizie. Telefonata che fece non appena ebbe lasciato i suoi studenti in Via Del Perdono, o per meglio dire gli studenti del suo professore dei quali egli era il badante pro tempore.

Telefonate in bianco e nero?

Fare queste telefonate era una cosa poco simpatica per l’aggiunto di storia della filosofia moderna, a parte il rischio di essere intercettati, più che un rischio una certezza in virtù delle attività mai dismesse di alcuni dei suoi ex amici e anche per una innata tendenza della Società stessa alla morbosa auscultazione dell’altrui vita per cui bisogna sempre usare delle precauzioni da iniziati a riti segreti, Fosco ricavava sistematicamente la sgradevole sensazione di essere vagamente preso per il c*** nel momento in cui si metteva in contatto con quel mondo, non apertamente ma in una certa subdola maniera che neanche i più raffinati trasgressori avrebbero potuto mettere in atto. Sì perché la trasgressione è una moda, e come tutte le mode ha i suoi maestri. Che cosa abbia da trasgredire uno che è consapevole di trasgredire è cosa che, secondo Fosco Trifarro, bisogna chiedere agli addetti alla trasgressione. La cosa comica è che solitamente i trasgrediti s’in******* con i trasgressori, il ché sarebbe ancora normale, ma esiste uno scambio continuo di ruoli, così chi è trasgredito oggi diverrà trasgressore domani e l’in********* cambia ruolo e personaggio in continuazione, per cui l’uso di Citrosodina® non è una cosa rara per calmare quel gatto arrabbiato nella pancia, quindi…

Quel giorno evitò il giro di telefonate facendone semplicemente una, all’Arturo, da cui si fece dire dove trovare l’Armando nell’immediato mezzogiorno per informarsi in viva voce dall’ex amico riguardo a ciò che gli interessava.

Locandina di film anni ’70

Essendo il ramo del crimine fuori da ogni orario ufficiale delle attività riconosciute, la localizzazione dell’Armando rappresentava un problema ma era di fatto limitata a pochi luoghi assiduamente frequentati: l’abitazione, alcuni bar, e un paio di trattorie, il tutto racchiuso nel quartiere dove sia l’Armando che il Fosco avevano trascorso la loro adolescenza. Arturo confermò e Fosco prese un autobus per la zona che gli era stata indicata. La via crucis dei pochi bar elencati dall’Arturo portò subito all’individuazione dell’Armando, seduto in un locale anonimo intento ad un’analisi impegnativa della Gazzetta dello Sport®, Fosco si avvicinò e bussò sul tavolo per richiamare la sua attenzione, Armando lo guardò sorpreso, attraverso quel suo sguardo distante e apparentemente malinconico di cui Fosco aveva imparato a diffidare già molti anni addietro. Contemplò l’ex amico analizzando nella sua persona il trascorrere degli anni, considerò anche per la sua fisionomia un analogo decadimento, con la differenza di una capigliatura ancora folta a suo favore, non che l’Armando fosse calvo completamente, ma la sua fronte si era ampliata parecchio verso l’alto. Un tipo anziano dalla voce stridula, intento alla lettura di un differente quotidiano, alzò improvvisamente il capo richiamando l’attenzione del barista per commentare una rapina ad un distributore avvenuta il giorno precedente. Armando si alzò e senza dire nulla e senza che nulla gli fosse detto prese la direzione dell’uscita del locale insieme a Fosco, le rade frequentazioni avevano prodotto una sorta di distacco dalle banalità del tipo “come stai”, “cosa fai”, “come ti va”, e altre amenità che nella maggior parte dei casi si dicono più per ascoltare il suono della propria voce che per un vero interesse verso il proprio interlocutore, più per confermare a se stessi di essere davvero delle personcine ammodo, il ché non rappresenta un’offesa in sé, magari una larvata forma di presunzione. Fosco e Armando sapevano intimamente di frequentarsi poco volentieri e per motivi veramente necessari, anche se al fondo di ciascuno di loro era rimasto un briciolo di quell’affetto che si porta per tutte le persone conosciute nella propria gioventù; per la maggior parte delle persone odiare per davvero non è “davvero” possibile, come per Holden Caulfield si sente in qualche oscura maniera la mancanza di tutti, anche di quelli negativi.

Fuori dal bar il sole li abbacinò entrambi, Armando si mise un paio di Ray-Ban® di quelli con le lenti a pera e il cerchietto nella congiunzione alla radice del naso, una roba vagamente da squali, da tipi duri e magari anche aggressivi, mentre Fosco si ricacciò i suoi Ray-Ban® stile John Belushi in Blues Brothers, modello Wayfarer, però con la montatura “color” tartaruga, reminescenze anni settanta. Percorsero senza parlare qualche decina di metri in una direzione che nessuno dei due aveva deciso, poi Armando si voltò verso Fosco aspettando una domanda, che Fosco pose.

– Tu conosci un tale che chiamano “Il Cinese”?

– Non è un soprannome raro, sai quanti cosiddetti Cinesi nati a Milano e dintorni che parlano meneghino e mangiano il risotto allo zafferano ci possono essere da queste parti?

– È uno che ha la metà dei nostri anni, ed è un emergente, uno che non scherza, uno che non si tira indietro, probabilmente traffica.

– E chi è che non traffica nel nostro ambiente, a volte pure io, con un certo disgusto, ma si deve campare. Comunque credo di capire chi intendi, è uno che ha messo su un giro suo, con dei forestieri, dei… come si chiamano… extracomunitari. Nordafricani, gente dell’est Europa, qualche sudamericano, che non si capisce dove li ha pescati. Comunque si sta facendo largo e …

– Se avessi bisogno di parlargli adesso tu saresti in grado di …

– Cos’è, ti sei messo a sniffare?

– Che c**** dici… no, non è per me, è per qualcuno degli studenti, ma non nel senso che vuoi propinarmi. C’è qualcuno che si sta ficcando in un grosso guaio, o sarebbe meglio dire che questo Cinese lo vuole infilare in un grosso guaio, e vorrei evitarglielo se mi è possibile.

– Guarda che se quello che vuoi incontrare è il tipo che immagino, e se quel tipo che immagino che sia si è messo in testa una cosa tirerà dritto in ogni caso.

– Ma tu puoi mettermi in contatto con lui, adesso?

– Hai pure fretta…

– Questo genere di cose hanno la tendenza ad accadere con la rapidità di una mazzata, per cui la fretta è d’obbligo. Se posso fare qualcosa, e voglio poter fare qualcosa, la farò adesso, e comunque è possibile che lui mi conosca, non ne sono certo, ma può avere frequentato la facoltà o seguito un corso qualche anno addietro, oppure può essere in contatto con certuni degli studenti, non so bene. È uno della cintura milanese, della zona, o forse di un comune della provincia.

– Devi mettere in conto la differenza di età. Forse posso metterti in contatto con il Cinese che cerchi, ma la cosa non sarà facile né immune da pericoli. Non è più come ai nostri tempi, questi sono più arrabbiati di quanto potessimo essere noi, che dopo tutto credevamo di avere degli ideali…

– Datti una calmata, questo “noi” mi sembra un po’ fuori luogo. Mi basta solo che tu mi porti da questo tizio, o che mi introduci a qualcuno che mi ci possa accompagnare. Avrà un luogo dove abita, che frequenta, un ritrovo, o qualcosa di assimilabile.

– Sempre schizzinoso eh? Cos’è, hai paura di mescolare la tua posizione universitaria con qualcuno dei tuoi vecchi amici?

– Senti Armando, se sono qui è perché non sono schizzinoso e ti ho spiegato molti anni fa come stanno le cose; se puoi aiutarmi fallo adesso, ma niente prediche per cortesia, nessuno di noi due è in grado di fare la morale all’altro, ci conosciamo da troppo tempo.

Armando rimase in silenzio per qualche istante, osservò in tralice il suo coetaneo che ricambio lo sguardo senza dire nulla. Una strana sensazione di nostalgia mista a malinconia derivata dall’incomprensione reciproca teneva entrambi sulla difensiva, più che altro paura di scoprire sé stessi davanti a qualcuno che può confermare qualcosa di sgradevole del lontano passato. Armando prese la parola.

Locandina di film anni ’70

– Beh, senti, senza tergiversare, questi della nuova generazione sono molto più spicci, irruenti, fanatici quasi. Non hanno nessuna considerazione, non vedono oltre la sera stessa. Sono davvero pericolosi, sembrano totalmente fuori da ogni realtà, anche se bisogna ammettere che sono più svegli e intelligenti e questo fatto li rende ancora più imprevedibili. Non esistono più i personaggi mitici, i nomi da tenere a mente, tutto corre con una fretta indiavolata e nessuno si cura di nessuno né di alcunché. È come se non ci fosse più alcun confine, alcun limite, tutti vogliono tutto e subito. Sei sicuro di volere incontrare quel tipo?

– Sì, e subito.

– Sei in sintonia con i tempi. Beh, ci sarebbe un terrone che fa parte della ghenga di questo Cinese, un africano secco come il palo di un lampione, non proprio nero, sai… di quelli del nord Africa, marocchino, tunisino, non lo so di dov’è, però lui può portarti dalla persona che cerchi.

– Noto che il politically correct non ti ha contagiato.

– Cusa l’è?

– Portami da questo nordafricano.

– Ehi, calma. Non è mica come andare al cinema. Bisogna preparare l’incontro, non puoi presentarti lì da loro «Ueh, ciao, dobbiamo parlare!», quelli prima ti pestano e poi ti chiedono cosa vuoi prima di farti fuori, ma non è detto che lo facciano dopo.

– Ochéi, ochéi, và avanti con la procedura. Ma inizia subito il tuo protocollo.

– Mi sembra che non hai inteso quello che volevo comunicarti, è davvero gente pericolosa. Ma se proprio li devi incontrare, vieni con me.

Percorsero alcune centinaia di metri a passo spedito nella calura assolata, fra le case e i palazzi irrorati dalla luce verticale della giornata estiva, in ampi e forti controluce di ombre distinte e riflessi di asfalto e pareti illuminate dal sole, dettagli di palazzi in netto chiaroscuro, timpani dalle ombre allungate, sguardi di androni che sbucavano su cortili interni verdeggianti come piccoli paradisi recintati e splendenti dei riflessi del fogliame inframmezzato da riverberi variopinti, ingressi rabbuiati dal contrasto della luce che promettevano una piacevole frescura, facciate di case e palazzi dai dettagli assimilabili ma sempre diversi, mattoni a vista e tinte pastello, persiane richiuse, portoni semiaperti, qua e là rumore e tintinnare di stoviglie e posate. Milano in pausa pranzo, caso mai se lo possa permettere.

Nei pressi di un incrocio Armando si fermò, non aveva ancora parlato da quando si erano incamminati con decisione. Si voltò verso Fosco e gli disse di aspettare lì, sarebbe tornato lui a chiamarlo, quindi all’incrociò sparì dietro l’angolo. Mani in tasca e borsa a tracolla Fosco si rassegnò ad attendere.

Non gli era ancora venuto in mente di guardare l’ora che l’Armando sbucò da dietro l’angolo dov’era scomparso poco prima facendogli segno con una mano di seguirlo. Fosco raggiunse Armando e insieme, svoltato il cantone, si diressero verso un paio di tavolini esposti sul marciapiede davanti ad un bar, dove nell’ombra del telone di questo si indovinava qualcuno che guardava nella loro direzione, immersi nella luce verticale di luglio. Da lontano il tipo pareva totalmente inespressivo, da vicino lo era per davvero, di una inespressività minacciosa. Il nordafricano li osservava da dietro un paio di lenti a specchio di occhiali anonimi senza parlare e senza fare alcun movimento. Quando furono vicini il tipo si alzò senza dare loro l’opportunità di fermarsi e li precedette lungo il tragitto che già stavano compiendo, senza degnare di uno sguardo il locale dove era seduto il soggetto lo seguirono, Fosco al traino di Armando. Poche decine di metri più avanti la loro guida infilò un passo carraio che si introduceva in un caseggiato multiforme, ramificato in diversi cortili interni intercomunicanti e connessi ciascuno con strade diverse che giravano attorno allo stesso isolato. Nell’ombra densa di uno di questi androni carrabili il nordafricano si fermò di scatto e si voltò verso Fosco, che dovette manovrare un rallentamento per evitare di incespicare addosso ad Armando.

– Cosa vuoi tu dal Cinese? – disse rude il nordafricano in un italiano dalle eco strane.

– Ho bisogno di parlargli, è possibile?

Il nordafricano si tolse gli occhiali e la sua inespressività restò quasi immutata, sembrava lo sguardo di un serpente, più che guardarlo lo fiutava, e c’era da giurarci che era in grado di “fiutarlo” per davvero. Fosco non si lasciò impressionare, questi atteggiamenti erano da mettere in conto, in certi ambienti sono un obbligo, è l’istinto che comanda.

– Il tuo amico garantisce per te, se fai c****** pagate tutti e due. Che cos’hai nella borsa?

– Fogli di carta e qualche libro.

Fosco l’aprì verso il tipo che diede un’occhiata all’interno e vi infilò una mano per sfogliare i libri con un pollice e appurare che lo fossero per davvero quindi gli tastò la vita al di sotto della cintura sollevandogli i calzoni fino a scoprire le caviglie. Poi questo con un cenno del capo gli indicò una porta a vetri piuttosto larga oscurata da tende interne, che in tempi passati doveva essere l’ingresso di una bottega di qualche artigiano inghiottito dalla globalizzazione ed ora trasformata in qualcosa di vivibile per scopi non troppo evidenti. Fosco guardò in alto dove poteva da sotto l’ingresso carrabile in cui si trovava, come per sincerarsi che non vi fossero pericoli nascosti. L’irregolarità del caseggiato, i giochi di luce sulle superfici che si intrecciavano in molteplici direzioni con una disposizione architettonica imprevedibile ma gradevole gli evocarono reminiscenze della sua infanzia però la tensione che stava sperimentando mantenne il tutto ad un livello basso di coinvolgimento emotivo, la sua attenzione era tutta protesa verso quella vetrina adombrata e dalle tende e dalla sua esposizione a nord nella luce quasi verticale, uscito dall’androne vi camminava verso con il sole in faccia, si voltò verso Armando che dall’oscurità del voltone gli fece un gesto di assenso, come per dire “vai tranquillo”, caso mai fosse il caso, il nordafricano impassibile e immobile di fianco a lui. Dalle lontane aperture sulla strada giungevano incanalati come a ondate smorzati rumori di traffico. Nessuno alle finestre e i balconi erano deserti, si sentiva tuttavia tintinnare di cucina e qualche vociare neanche tanto sommesso ma comunque incomprensibile.

Davanti alla vetrina decise di non bussare, afferrò la maniglia ed aprì una porta che era inscritta nella globalità dell’apertura, un rettangolo inserito in un rettangolo più grande che copriva tutta la cavità nella muratura. Vi fu un gemito da parte della struttura intera nello sforzo dell’apertura figlia e un lieve dibattimento di qualche parte del serramento non bene connesso, l’interno piuttosto ampio era illuminato dalla vetrata stessa oscurata da tende bianche fissate nel telaio e la luce era lattiginosa e soffusa, come di nebbia calda. Non c’erano altre finestre né aperture dirette sull’esterno, da una porta sulla parete opposta all’ingresso proveniva una luce digradante nel giallo arancio che si stemperava nella vaga azzurrità dell’ambiente filtrato dalle tende candide, Fosco la indovinò provocata dalla luce diretta del sole sulla parete esterna posteriore di questa specie di antro. Sentiva parlare di voci maschili, accenti conosciuti e inflessioni esotiche, nessuno ad accoglierlo. Senza dire nulla si fece sull’ingresso senza porta che conduceva nel locale attiguo da dove provenivano il vociare e la gialla luce riflessa. Cinque uomini, tutti giovani, molto più giovani di lui, erano seduti su divani e poltrone scompagnate che parevano l’improvvisazione di un ritrovo occasionale. Su di un tavolinetto c’erano bicchieri e bottiglie, ma nessuno stava bevendo. Il posto si rivelò molto più ampio di quello che si poteva indovinare da dove era entrato. Un’altra porta conduceva in un locale adiacente alla sua sinistra, da cui proveniva una luce uguale, di fronte a lui, dietro le persone che lo stavano osservando senza parlare una finestra con una veneziana semi-abbassata, a tenere fuori i raggi diretti del sole. Fosco cercò di indovinare chi fosse il Cinese, scrutò i volti alla ricerca di indizi adatti a causare un soprannome del genere o da collegare ad un Cazzarola lombardo di nome Walter, cercò di farsi venire in mente volti noti della facoltà. Gli sguardi fissi su di lui gli parvero tutti uguali ed era ostacolato dal controluce che doveva affrontare per guardare verso di loro in direzione della finestra sulla parete di fondo, sembrava una posizione strategica studiata.

– Dott. Trifarro, buongiorno, qual buon vento…

Queste trite frasi di accoglienza le aveva messe in conto, magari non alla lettera ma il banale “qual buon vento” se lo aspettava, l’ambiente e l’andazzo parevano quelli di facciata. Fosco indovinò la persona a cui apparteneva quella voce, la cui sagoma si era sporta in avanti come ad esaminare più attentamente il suo ospite; la fisionomia non gli pareva nuova ma identificare perfettamente qualcuno nella marea di studenti che entravano e uscivano quotidianamente dall’università era qualcosa oltre le sue possibilità e i suoi reali interessi. Un viso apparentemente noto non collegabile a nessuno in particolare; un viso di un giovane in cui i tratti del crimine parevano non trovare posto, ma a parte la psicosomatica la situazione parlava da sé.

– È possibile che ci conosciamo dunque.

– Diciamo che io so chi è lei e lei forse sa chi sono io. Qual’è lo scopo della sua visita? Non è un ambiente culturale questo, qui si pianifica qualcosa di completamente diverso, si studiano le attività umane interpretandole dal lato ignaro delle persone, leggiamo la trama del tappeto dal suo rovescio e di solito non ci sbagliamo.

Alcuni degli altri seduti sulle poltrone sparse ebbero un moto di sorriso represso, l’atmosfera era già sul goliardico. Il presunto Cinese parlava con una cadenza misurata, la sua voce era gradevole e non tradiva emozioni, la voce di qualcuno che si sente sicuro di sé e a proprio agio nel suo ambiente.

– Il luogo comune a tutti è però sulla superficie del tappeto – disse Trifarro, pentendosi immediatamente di avere dato sfogo ad un pensiero banale senza sapere il valore e la consistenza culturale del suo avversario.

Il Cazzarola gli apparve improvvisamente molto più acculturato di quanto avesse potuto immaginare anche dal poco che aveva udito; non era rozzo, parlava con misura, non si atteggiava a sbruffone, almeno non apertamente e comunque non ancora. Non era il caso di tirare in ballo il ladro gentiluomo, che in termini logici è direttamente un ossimoro, più o meno come dire una prostituta vergine, il tipo appariva tosto e Fosco cominciò a temere per l’esito della sua missione, introdurre l’argomento Mina gli risultava al momento complicato, si era immaginato una persona più diretta, spiccia, con cui intavolare direttamente una trattativa, questo invece aveva aperto una conversazione, o almeno un tentativo di conversazione e la cosa invece di incoraggiarlo per via della sua preparazione a parlare e intrattenere studenti lo metteva lievemente in imbarazzo.

– È un luogo per gente che non riesce a vedere oltre, che non sa immaginare nulla di diverso.

In questa frase a Fosco parve di vedere realizzato lo stereotipo del creativo che diventa delinquente per contrasto. Il Cinese continuò.

– Ciascuno pensa che lo spazio comune in qualche maniera gli appartenga e a questo riguardo gli equivoci si sprecano. Non mi interessa lo spazio degli altri, sono in grado di crearmene uno per me, di sana pianta, non devo ossequiare un vecchio, o un ospizio di vegliardi perché mi lascino un posticino, quel posticino me lo prendo.

A Fosco l’allusione parve lampante e in maniera lontana e sfocata gli parve di intuire i motivi che avevano indotto il soggetto ad abbandonare gli studi. Tutto e subito, Armando non si era sbagliato. Ora il Cazzarola lo guardava senza parlare aspettando una risposta che tardava ad affiorare nell’attenzione di Trifarro. I suoi compari parevano annoiati e dai tratti somatici di alcuni fra loro intuì che avevano poca familiarità con la lingua italiana, la conversazione doveva risultare loro ostica e immensamente noiosa. Infatti uno tirò uno sbadiglio a fornace aperta. Fosco pensò che se avesse tagliato direttamente sulla questione che gli premeva il Cinese gli avrebbe immediatamente mostrato la porta da cui era entrato, questo voleva giocare e a quanto pareva poteva anche avere dei numeri da piazzare. Cercando di guardare oltre Fosco ipotizzò che il Cazzarola stava cercando di dare una sfumatura logica alla sua attività non esattamente specchiata e a questo riguardo la partita era tutta da definire e in considerazione della chiacchiera che stava mostrando nel contesto meditò di lasciarlo sfogare.

– Lo spazio comune è il luogo di competizione – continuò il Cinese – togliete questo e la competizione cessa. Immagini di dover creare un proprio spazio creativo autonomo da contrapporre alla società, quante persone sarebbero in grado? La società è il luogo dei mediocri – inferì il Cinese – di quelli che hanno bisogno del confezionato, del luogo già pronto, che non sanno creare da sé stessi e se vedono qualcuno che realizza qualcosa di anomalo e nuovo pensano subito che sia pazzo, a meno che quel qualcosa non torni direttamente a loro vantaggio. Immagini che questo luogo non esista, o che non sia localizzabile, sarebbero tutti fuori gioco.

Fosco sentì di dover fare percepire la propria presenza.

– La realtà però funziona al contrario, è il luogo comune, il centro in cui si determinano i valori.

– Ma vista da un punto di osservazione globale è un luogo “dopato” – Trifarro annotò mentalmente il termine – poiché dato come fisso. Nel lungo termine restano solo le versioni “originali”, quelle che emergono come luogo comune, perché in definitiva il luogo comune non esiste, è una pia illusione. Nel lungo termine la pietra batte la forbice che batte la carta che batte la pietra che batte la forbice, ecc., ecc., ma nessuno se ne accorge veramente. Il luogo comune non è il luogo della logica stretta, è solo il luogo della convenienza. – voi sapete trarre la vostra, pensò Trifarro – La vera fregatura è che non esiste il punto dato, il punto di inizio. E in questa assenza creo il mio spazio.

– La non esistenza del punto di inizio – disse Trifarro a mezza voce quasi parlando a se stesso – è resa possibile dall’ipotesi del punto di inizio, il luogo comune, appunto.

– Che cosa intende dire? – interloquì il Cinese.

– Che un’assoluta padronanza della vita non è possibile, l’imponderabile è sempre prevalente, così volere ricercare significati e connessioni in una “forma” che si esprime casualmente ai nostri sensi è totalmente fuori luogo. Gli eventi casuali insistono indipendentemente e influenzano inesorabilmente. Voler connettere forzatamente gli eventi porta fuori strada, o fuori dalla realtà, si rischia di costruire un percorso fittizio che non ha nessuna attinenza con l’universo, inteso come l’ambiente in cui tutto avviene.

Il Cinese si rilassò contro lo schienale della poltrona da cui si era sporto per fare la sua presentazione. Uno dei presenti si alzò e si diresse nella stanza attigua, Fosco non si distrasse a seguirne i movimenti, sebbene il suo sguardo non fosse inchiodato sul suo interlocutore diretto la sua attenzione non lo mollava. La conversazione parve languire per un breve istante, il Cazzarola non lasciò passare che un momento dalla risposta di Trifarro, e chiese diretto.

– Il motivo della sua presenza qui?

Questa volta fu Fosco a prendersi un istante di pausa, trasse un respiro non troppo profondo, che non desse l’idea di imbarazzo, un respiro mimetizzato da un’espressione lontanamente annoiata, che voleva trasmettere sicurezza senza ostentarla, poi cercò di prendere la questione da un punto non troppo centrale riguardo al suo scopo.

– Sembra che lei sia stato studente presso la facoltà dove lavoro o forse in qualche altra che posso avere frequentato per varie ragioni.

– Sembra – confermò freddamente il Cinese.

– Anche se non ricordo di averla mai incontrata, né di essermi mai intrattenuto con lei, sebbene la sua fisionomia non mi sia del tutto nuova.

– Veniamo al dunque.

– Sembra anche che lei abbia dei trascorsi con una ragazza, una dei miei studenti, a cui pare che lei voglia volgere le sue attenzioni, non apertamente da quanto sospetta il suo attuale compagno.

– Sono informato – disse il Cinese, e Trifarro ebbe conferma indiretta della dualità del Sapienza e/o di altri collaboratori.

Il tipo che si era spostato nell’altra stanza aveva ripreso il suo posto, ora tutti e quattro gli ospiti del Cinese lo guardavano con interesse, ora avevano l’aria di capire esattamente ciò di cui si stava discutendo, erano seri e attenti, una velata smorfia di disprezzo stampata sul volto, una maniera per fare capire la non appartenenza di Fosco al loro mondo, una superiorità gettata in faccia al loro ospite, l’azione contro l’idea, il gesto contro il pensiero, il fatto contro la meditazione. L’opposizione fra Trifarro e il Cinese con la sua banda era palpabile, percepì chiaramente e immediatamente la vanità della sua missione in quel posto, tuttavia cercò ulteriormente uno spiraglio, per lo meno per capire o intuire quali fossero le loro intenzioni al riguardo di Mina.

– Che cosa può guadagnare dall’infastidire una giovane, che a quanto pare può già includere nel suo passato e in virtù del quale potrebbe infischiarsene altamente?

– Quel c**** che mi pare – fu la risposta del Cinese.

L’uditorio mostrò apprezzamento per la sortita verbale, ci furono sorrisi e lievi sghignazzi di approvazione, Fosco mostrò un sorriso di circostanza, guardandosi all’intorno attendendo un minimo di calma per tentare un’altra domanda. Il Cinese lo anticipò.

– Lei se ne viene qua con il suo perbenismo a cercare di coprire qualcuno, di difendere una posizione che già appartiene a noi. Lei è sicuro di potersi permettere quella faccia onesta? È sicuro di poterci arronzare impunemente? E badi, non alludo ad una minaccia fisica nei suoi confronti, lei in questo momento non corre materialmente alcun pericolo. No, alludo ad un tale che faceva rapine da pochi soldi e che ora insegna all’università, un bell’esempio per i suoi studenti.

Sono abbastanza paranoico?

Il colpo era veramente basso, l’uditorio era surriscaldato, ora i compari del mandarino avevano il sorriso della beffa stampato fisso sulle loro facce e poco ci mancava che si mettessero a fare il tifo per il loro datore di lavoro. Il Cinese continuò l’arringa.

– Lei non è in grado di tutelare nessuno, primo perché io me ne frego delle sue opinioni e poi perché il passato della “giovane” – e disse “giovane” con una voce volutamente ridicola per rimarcare la differenza di vocabolario fra sé e il suo interlocutore – è ampiamente acquisito e giustificato dalle sue prestazioni sessuali, molto apprezzabili devo ammettere, e anche di un certo numero di tirate che ci siamo fatti insieme. Lei farebbe meglio a tutelare il suo di passato, le è andata bene ed ora viene qua a fare la predica. Non ci insegni come si delinque, quello glielo possiamo insegnare noi e le possiamo insegnare anche qualcos’altro… a farsi gli affari suoi, per esempio.

Quest’ultima sortita risultò veramente minacciosa per Trifarro; non capiva dove voleva andare a parare, ma percepiva qualcosa di remoto che ora congiungeva il Cazzarola con la sua esistenza. La volgarità del tipo era intollerabile, non per il linguaggio, che Fosco volendo sapeva maneggiare perfettamente, quanto per la protervia del ragazzo, che con i suoi ventitré o ventiquattro anni si atteggiava ad omone della mala; i presupposti per una rapida e cruenta fine gli parve vi fossero tutti, solo voleva tutelare una studentessa del suo corso e il compito era oltre le possibilità di chiunque. I delinquenti hanno una strana congiunzione con la fatalità, anzi, sembra che la fatalità esista solo ed esclusivamente per loro. I compari del gallaratese si erano scaldati, ora ridevano apertamente, non troppo sguaiati; ma senza alcun rispetto irridevano apertamente il loro ospite. Fosco azzardò un’altra sortita verbale, senza alcuna aspettativa di riuscita, giusto per non lasciare qualcosa al rimorso posteriore che sarebbe inevitabilmente seguito a questo colloquio.

– Lei non ha nulla a che fare con il mio passato ed è perfettamente ridicolo che si permetta di esprimere giudizi… – il Cinese non lo lasciò terminare.

– Non cerchi di ammantare di ideali i suoi trascorsi, conosciamo anche quelli. Con la scusa della ribellione, dell’idea, non si coprono certe cose. La differenza tra noi e lei è che noi siamo consapevoli e convinti di ciò che facciamo, non abbiamo scuse morali da porci o giustificazioni da avanzare a chi ci vuole infamare. –

Ora i suoi compari erano diventati seri, quasi a rimarcare una consapevolezza alla delinquenza sullo stereotipo del gangster cinematografico. Fosco li compatì intimamente sentendosi al contempo sconfitto.

La situazione generale era diventata per Trifarro indifendibile, la sua presenza sul posto oltre a non essere più di alcuna utilità era oltre modo imbarazzante, il Cinese e i suoi compari intuirono dalla sua posa l’intenzione di andarsene e non gli fecero alcun ostacolo.

– Vada, vada, Dott. Trifarro, torni alle sue lezioni – disse il Cazzarola ad alta voce in direzione del Fosco, poi rivolto ai suoi compari aggiunse qualcosa.

– Potrebbe essere uno di noi, ma non sa di esserlo – quindi fece un cenno ad uno di quelli seduti ai suoi lati, questo si alzò per accompagnare Fosco, che ne avrebbe volentieri fatto a meno data la breve distanza in direzione dell’uscita ma si sentiva in uno stato di completa passività e inoltre non voleva in alcun modo turbare le loro tradizioni e usanze. Se quello era il loro modo di congedarsi non vi avrebbe posto ostacoli.

Il tipo lo precedette verso l’uscita, prima di andarsene Fosco rivolse un cenno del capo in direzione del Cinese, che ricambiò con un sorriso ambiguo. Gli altri erano già distratti da qualcos’altro che non comprese.

La porta della vetrata ripeté il gemito precedente, il tipo gli fece strada nel cortile e richiudendo lo fece passare avanti, mentre Fosco lo affiancava questo a mezza voce gli disse «Occhio a stasera». Fosco non si voltò, recepì il messaggio senza darlo a vedere, o meglio, lo ascoltò in una seconda attenzione che differiva dalle urgenze immediate. Sotto l’androne stavano ancora l’Armando e il nordafricano, il quale nel vederlo uscire abbandonò il suo ex amico per raggiungere il tipo che lo aveva accompagnato ed insieme rientrarono alla corte del Cinese. Fosco si voltò per osservarli, un gesto istintivo senza alcuna motivazione e nella curiosità dell’osservazione notò, nella cintura del magrebino mentre si metteva una mano in tasca nell’allontanarsi, una porzione di un oggetto che assomigliava ad un manico di coltello e che nel caso che lo fosse di certo non aveva mai conosciuto scopi culinari.

L’Armando accolse l’ex amico con un’espressione di domanda, perché in realtà dall’atteggiamento del Fosco già si intuiva l’esito del confronto, e si limitò a dire un «Beh ?» a cui Fosco rispose con uno sguardo sconsolato e scrollando il capo in senso di diniego. In silenzio raggiunsero la strada, fuori dalla carraia Fosco si voltò verso Armando.

– Grazie comunque… e senza rancore per tutto quello che è stato.

Armando raccolse il ringraziamento con un cenno del capo limitandosi a fare un gesto di saluto con la mano, poi ciascuno prese una diversa direzione.

Prossimamente l’ottavo capitolo

Una storia italiana – Romanzo a puntate (06)

romanzo a puntate (06)

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Questo romanzo, ambientato fra Milano e Genova nel luglio del 2001, è un’opera di fantasia. I personaggi, i luoghi nominati e gli eventi che vi si svolgono sono inventati, gli eventi e le persone eventualmente reali, che fanno da sfondo alla narrazione come ai personaggi, sono tratti da fatti di cronaca riportati dai notiziari o dai quotidiani e liberamente interpretati a fini creativi e immaginari. Ogni altro e qualunque riferimento a persone, luoghi, cose, eventi realmente esistiti o esistenti è puramente casuale e/o esclusivamente funzionale ai fini immaginari della narrazione. Ogni deduzione o interpretazione storica, filosofica o letteraria è meramente funzionale alla narrazione romanzesca quale opera di fantasia.


Una storia italiana

Capitolo VI°

(06)

Milano

Giovedì, 19 Luglio 2001

Visti dalla distanza di una generazione gli atteggiamenti e la mentalità di Trifarro avevano una lontana e collocabile origine nella sua gioventù, in un’adolescenza “anni settanta” a cavallo fra la trasgressione già decadente del rock, o anche dell’uso di droghe, da cui si era tenuto a debita distanza, e l’impegno sociale, e nel suo caso politico, in cui si era buttato a capofitto con tutta l’energia dei suoi anni migliori. Passati gli anni sessanta e la sbornia conseguente, di cui non era stato parte per momento di nascita, si era fatto l’opinione che i vegliardi non avevano mollato un centimetro del loro potere, a loro era bastato fare niente altro che aspettare l’azione della realtà da essi prodotta, come il mercato, la politica – quella politicata – le “regole sociali”, quelle stesse contro cui si scagliavano i giovani, il perbenismo e tutta l’impalcatura di moralità moralizzata, e irridersene delle colorate espressioni “artistiche” dei giovani e del ròc, anzi certuni si tuffavano nelle attività dei coetanei dei loro figli immaginando di essere come loro e ciò creava delle situazioni discretamente ridicole il cui spettacolo gettava nello sconforto il giovane Fosco, consapevole che tutto sarebbe stato vanificato in una omologazione collettiva, sbagliata non tanto per la partecipazione, che sarebbe di per sé equa e giusta, quanto per il solito atteggiamento al ribasso del vecchiume, l’impronta del fare per ottenere in maggior quantità, qualunque cosa significasse “quantità”, che fosse f***, denaro, potere, influenza sul prossimo o altro. Il giovane Fosco sentiva di doversi impegnare per qualcosa che ne valesse “davvero” la pena.

…anni settanta

Il periodo della sua adolescenza non mancò di fornirgli amicizie, connessioni ed esperienze adeguate alle sue esigenze, specie in una grande città come Milano, dove le proteste e i cortei completi di cariche della polizia non mancavano e alla cui partecipazione attiva si era rodato un po’ alla volta insieme ad alcuni coetanei con i quali condivideva, o credeva di condividere, molte delle sue convinzioni. Il desiderio di riconoscersi in una ideologia, in un simbolo, di identificare sostanzialmente la propria appartenenza senza necessità di una continua verifica spronava verso non so cosa molti di questi adolescenti, larga parte dei quali se avessero dovuto spiegare la propria scelta avrebbero balbettato non poco girando intorno a frasi fatte e a “sentito dire”. Fosco, con altri non numerosi, stava un passo più avanti di questi, per lui l’ideologia era un mezzo, non un fine o un club, la visione che aveva della realtà lo incitava a una intima ribellione che aveva trovato sfogo in un ideale, che intimamente non aveva mai abbandonato ma da cui si era ritratto a causa di errate interpretazioni in cui si era trovato coinvolto a sua insaputa, o magari in forma non del tutto consapevole. In un novembre nebbioso di quegli anni settanta, quando la nebbia era ancora ligia al suo nome, l’intraprendenza di alcuni suoi amici e conoscenti ipotizzò un intervento – così lo chiamarono – per “ripristinare la giustizia del popolo”, così si espresse l’ideatore dell’”intervento”, usando un vocabolario che definire frusto era già allora una descrizione appropriata.

Il Fosco qualcosa aveva intuito, forse dire “qualcosa” è sicuramente troppo, diciamo che il gergo usato poteva avergli già fornito indizi sulle intenzioni, anche se non sulla materia di “intervento”, tuttavia l’esuberanza dell’adolescenza ottunde in parte la lucidità quando si tratta di azioni e di partecipazione, a volte la paura di restare isolati prevale, cosicché il Fosco finì per trovarsi imbarcato in una missione che a mente fredda avrebbe evitato senza neanche dire forse, non per paura o conformismo o altro, quanto per una sua logica delle cose che lo istigava in maniera naturale a tenersi alla larga da gesti di violenza senza mezzi termini e fini a se stessi.

Reparto Celere

Un conto era affrontare i celerini nelle manifestazioni, altra cosa era affrontare persone civili o inermi, le quali anche se avevano combinato qualche c****** non spettava certo a lui ripristinare “la giustizia del popolo”. Tutta la cosa prese un suo tempo e lui insieme al “gruppo d’azione” – perché già si definivano così e il Fosco, a cui avrebbero dovuto fischiare le orecchie, si ostinava a non pensare male dopo tutto erano suoi amici che diamine – entrarono in un tunnel temporale la cui unica uscita pareva essere il compimento di questa loro impresa, l’ideale dell’azione entrava per dritto e per traverso quasi in ogni loro conversazione. Il fatto più strano era che nessuno aveva definito alcunché, Armando aveva parlato di un “intervento”, astrattamente, senza dare a vedere di avere qualche programma preciso in mente e tutta la combriccola, che nel concreto assommava a cinque amici che condividevano il medesimo ideale, che forse intendevano politico ma che in realtà non comprendevano (… e chi mai può comprendere “la vita”?) e si incontravano anche al di fuori dei tafferugli con la polizia e le proteste o altre attività che richiedevano più larga partecipazione di altri giovani o associazioni con cui erano in contatto per i motivi più disparati; la “cosa” si era messa in moto, non con entusiasmo, che sarebbe stato fuori luogo e ridicolo, ma con severo cipiglio di ribelli che si apprestano ad una azione con la “a” maiuscola.

Nella periferia della Milano di allora esistevano, o forse sopravvivevano assediate dalla cementificazione incombente, attività di commercio o di artigianato relegate in polverosi ambienti che parevano sopravvissuti ai bombardamenti degli Alleati, nei bassi di case di ringhiera che in larga parte non erano ancora diventate le abitazioni snob dei tempi attuali, o ambienti condominiali da proporre per la tutela alla Sovrintendenza ai Beni Architettonici. In quegli edifici intercomunicanti fra corti di vecchie cascine e carraie assediate da un’edilizia da immaginare in bianco e nero come nel vecchio intervallo arpeggiato della RAI, fra ringhiere di terrazzi aggettanti, androni carrabili, panni stesi su fili che connettevano edifici differenti, fragore di ragazzini e attività di adulti al lavoro in officine, laboratori artigiani nei pianterreni più improbabili e forse perfino introvabili, stante la difficoltà di accedervi, si potevano reperire le cose più disparate, a patto di esservi introdotti o di sapervisi introdurre nel modo appropriato. C’erano sostanzialmente tre maniere per entrare in quel mondo di periferia milanese. L’ignaro, tipo quello del parente in visita o del conoscente a cui si è dato appuntamento, poi c’era il cliente di qualcuna delle attività che solitamente erano persone dei dintorni, e infine il ficcanaso o anche il poliziotto, e quest’ultimo tipo di solito passava meno inosservato di chiunque altro.

Non è il caso di tirare in ballo organizzazioni dedite al crimine su vasta scala, semplicemente due mondi si fronteggiavano e il più debole dei due cercava di difendersi dagli intrusi, sopravviveva ancora quella tradizione tra il meneghino e il bertoldesco di tirare “bidoni” e caso mai di arrotondare con attività sgradite ai ghisa e i loro colleghi. Nulla di nuovo sotto al sole e il politically correct nessuno sapeva ancora cosa fosse. Non che l’arte della fregatura sia scomparsa ma ha perso quel suo fascino goliardico che gli derivava dal contatto diretto e dall’azione aperta. È però impossibile definire un sistema e qualcosa sfugge sempre, così occorre ammettere che in quel periodo non ancora invaso da apparecchi elettronici e computerizzati esistevano maniere per passare inosservati anche in un mondo che pretendeva di essere ermetico per propria difesa, o che forse non era poi così organizzato e coeso come si sarebbe tentati di immaginare. Tendenzialmente un adolescente avrebbe avuto discrete possibilità di passare senza farsi notare al vaglio dei residenti, in prima analisi per una persistente tendenza di quei tempi al machismo, che valutava i minorenni come una sottospecie o una razza inferiore come le donne e i bambini, e inoltre per l’assenza di uniformità e di aggregazione che non andasse oltre il proprio cortile e caseggiato, già la strada aperta rappresentava il limite delle colonne d’Ercole, praticamente un arcipelago di aggregazioni. È noto che il crimine affratella, oddìo, non nel senso ecumenico né sociale, diciamo che nelle cattive intenzioni è molto facile trovare punti in comune, momenti d’accordo. Poi commesso il fatto e spartito il bottino nemici come prima. Fino alla prossima occasione. La necessità può spianare qualche problema, e si può soprassedere se il compare vota o tifa per la sponda opposta, d’altronde nessuno, o quasi, sceglie i propri colleghi di lavoro.

Il Fosco e i suoi amici, identificati in Armando, Egisto, Terzo e Arturo non erano introdotti in alcun mondo della loro città, sperimentavano la loro voglia di sentirsi adulti negli anfratti lasciati liberi da adulti propriamente detti già occupanti spazi precisi della società, con vago sentore di eventuali pericoli e sconsiderati desideri di confrontarvisi; il cosmo della periferia di Milano era vasto a sufficienza per scatenare le fantasie di ragazzi come loro, che si muovevano per le loro esigenze senza alcun imbarazzo né alcun limite.

… tramonto sciroccoso…

Una sera di un giorno del novembre 1975, un tardo pomeriggio sciroccoso, una di quelle giornate in cui il cielo sembra dipinto direttamente da un impressionista, con tutte quelle nuvole in varie tonalità e il sole già basso all’orizzonte verso un tramonto policromo, Armando con la sua Vespa® 125 piombò di spinta a motore già spento nella bottega del Bartoli, detto Camisa per sconosciuti motivi. Il detto Camisa, alias Bartoli, al secolo Bartoli Virgilio di professione meccanico, non si era avveduto dell’Armando, né si era accorto del suo arrivo a causa del motore che l’Armando aveva spento prima di entrare e appena dentro a colpo d’occhio aveva intravisto il Camisa nello sgabuzzino adibito a bagno nell’angolo a sinistra del capannone, la cui porta era semiaperta, intento a riporre dietro la cassetta dello sciacquone a fianco della finestrella un oggetto nero di aspetto metallico le cui estremità emergevano dalla manona intrisa di morchia a formare una “L”. L’Armando fece finta di nulla e fischiò come aveva visto fare da altri clienti del Camisa per richiamare l’attenzione del meccanico, guardandosi all’intorno in tutte le direzioni tranne che in quella del bagno. Il Bartoli, avvedutosi della presenza di qualcuno, prima socchiuse la porta fra rapidi tramestii e poi abbandonò il piccolo locale nell’atto di aggiustarsi la tuta presentandosi nell’officina, al cui centro stava l’Armando ancora a cavallo della motoretta apostrofandolo.

– Ueh, c**** fischi, non sono mica il tuo cane, e poi se pretendi che metta di nuovo le mani in questo catorcio te lo puoi scordare…

Vespa 125

– E dai, non so perché ma non tiene il minimo e fatica ad andare in moto.

– Ma te non fai l’ITIS? Non ti intendi di meccanica? Non te la puoi aggiustare da te?

– Le ho provate tutte ma non sono riuscito. Ascolta, te la lascio qui, passo domani sera.

– Guarda che non lavoro mica gratis.

– Sì, lo so. Poi magari mi spieghi cos’è che non va in ‘sto coso.

– E allora mi faccio pagare doppio, prima per la riparazione e poi per la lezione. Dai cacciala là nell’angolo, vicino a quell’altro catorcio – disse il Bartoli indicando una Seicento famigliare che cozzava con le leggi dell’aerodinamica.

FIAT 600 multipla

L’Armando salutò con la mano uscendo senza aggiungere altro, sapeva che qualunque cosa avesse detto non avrebbe fatto altro che suscitare la goliardia del Camisa, che in fondo era un tipo divertente, ma lo era sicuramente di più quando l’oggetto dei suoi lazzi era qualcun altro. Però quell’oggetto nero che aveva visto maneggiare metteva ora il meccanico in una nuova e strana luce e sobillava tentazioni da non accondiscendere.

La sera stessa Armando si trovò con Fosco, Egisto, Arturo e Terzo. Il desiderio di comunicare loro la possibilità di impossessarsi di un ferro fu per lui incontenibile ma si trattenne dal fare nomi e indicare situazioni, si buttò invece a fantasticare sulla possibilità di “azioni” che avrebbero potuto compiere, come una cellula terroristica segreta se solo fossero stati in possesso di un’arma. Il Fosco non lo prese sul serio e anche Terzo insieme con Arturo espressero la loro contrarietà. Egisto non disse nulla, non si espresse e la cosa non fu rimarcata da nessuno. In mezzo alle fantasticherie l’Armando esprimeva frasi che parevano estratte da un volantino di una qualunque delle organizzazioni terroristiche in auge a quel periodo, vere o farlocche, brandendo esclamazioni “tipo”, già confezionate e diffuse dai quotidiani, definizioni generiche come “avanguardia”, “lotta”, “clandestinità”, “autofinanziamento”, “contropotere”. Citò un tizio che gestiva una piccola attività commerciale in un quartiere non distante, indicandolo come un possibile bersaglio per via dell’ostensione di simboli politici all’interno del suo negozio. Gli altri cercarono di dissuaderlo e di disilluderlo da erronee valutazioni, tutti tranne l’Egisto, che pareva sempre sul punto di dire qualcosa ma che poi si tratteneva dall’esprimere, non era neanche il caso di dire che fosse indeciso, non si capiva proprio che cosa avesse in mente. Il Fosco cercò di far capire all’Armando che, al di là del fatto che la violenza è sempre da evitare, cinque soggetti come loro sarebbero stati individuati subito, come cinque polli. Su questo fatto risero tutti d’accordo e la vicenda parve morta lì, la serata prese il solito andazzo da cazzeggio adolescenziale e il Fosco non ripensò più all’episodio.

Qualche giorno dopo, in uno di quei tipici pomeriggi brumosi e freddi, con quella nebbia soda di quei tempi là, l’Armando passa da casa del Fosco lì verso le cinque o un po’ prima, stava già facendo scuro.

La nebbia a Milano

– Dai, vieni con me. Ho la Vespa® in perfetto stato. Andiamo a fare un giretto.

– Ma è un freddo che pela.

– Mettiti qualcosa di pesante.

Il Fosco aveva notato che l’Armando aveva due caschi. Cosa del tutto anomala. Non esisteva allora alcun obbligo ad indossarlo, ed infatti quasi nessuno lo portava, tranne i fanatici con le Kawasaki®, le Honda®, o le moto da cross per fare le impennate davanti alle scuole mentre escono le ragazze. Infatti gliene chiese immediatamente spiegazione e l’Armando rispose che era per il freddo. Non del tutto convincente per Fosco ma plausibile, in effetti l’umidità faceva percepire una temperatura molto più bassa, quantunque per Fosco un berretto sarebbe bastato.

Armando ha una espressione nuova, non strana, ma nel suo sguardo c’è qualcosa che lo tiene leggermente al di sopra del suo standard di comportamento, non è agitato ma sembra più gestuale del solito, davanti alla motoretta gli fa:

– Dai, guida te.

Fosco non replica, è successo altre volte che Armando gli abbia fatto guidare la sua Vespa®, la cosa non rappresenta un problema, hanno preso insieme la patente “A” all’inizio di quell’anno, sebbene Fosco non sia ancora riuscito a convincere i suoi a fornirgli un mezzo simile. La patente se l’è pagata con fondi propri, sperando in un contributo genitoriale per una Lambretta® necessariamente usata, ma da quell’orecchio paiono proprio non volerci sentire, e inoltre le finanze sono quelle di una famiglia di operai, poco da scialare.

Si infilano il casco entrambi, Fosco si mette i guanti e poi scalcia con la messa in moto, Armando sale dietro e partono per quella che sembra una normale vasca per i Navigli e poi per il centro. Armando non dice niente, Fosco si dirige verso le vie più trafficate, giunti a Porta Ticinese Armando gli dice di voltare in Corso Gottardo, verso la periferia sud, Fosco non ha nulla in contrario, stanno solo girovagando a caso. Giunti su Via Meda svoltano su Viale Tibaldi e poi Armando lo instrada sempre più verso la periferia. Fosco pensa che Armando debba andare da qualche parte in particolare e lo asseconda senza fare domande.

Il percorso si fa sempre più desolato, la periferia dei casermoni, delle strade dei pendolari, distributori di benzina e capannoni, vecchie cascine assediate dall’industria. Non è ancora l’ora di punta, dell’uscita dalle fabbriche, c’è traffico modesto a scorrimento veloce. Passano davanti ad un distributore discretamente desolato, in quel momento non transita proprio nessuno sulla strada in cui si trovano, Armando fa segno a Fosco di fare inversione e di fermarsi, Fosco rallenta fa una manovra a “U” e si ferma al ciglio della strada dalla parte opposta, sente Armando scendere e trafficare al posteriore della Vespa® e poi risalire di botto indicando il distributore che è a cento metri davanti a loro e presso cui sono passati pochi minuti prima in direzione contraria. Fosco pensa che Armando voglia fare benzina e si dirige al distributore, quando sono nell’area di questo Armando gli dice di fermarsi un po’ più avanti delle pompe, Fosco non capisce ma obbedisce.

Armando scende rapido e deciso e va verso il gabbiotto del benzinaio dove c’è un tizio sui sessanta che si fa sulla porta. Fosco si volta e nota che Armando non si è tolto il casco, hanno entrambi caschi integrali, Armando tiene una mano dietro la schiena all’altezza della cinta, sotto al giaccone, quando il vecchio lo apostrofa dicendo qualcosa che Fosco non capisce Armando tira fuori un oggetto nero e opaco e lo punta contro il benzinaio, che non arretra, anzi, gli si fa incontro gridando in meneghino, Armando spara un colpo ad altezza d’uomo ma puntando volutamente fuori bersaglio, contro il terreno ingombro di macerie oltre una recinzione sbrindellata alle spalle del vecchio, che resta interdetto, arretra senza parlare verso il chiosco illuminato da un triste neon che pretende di vantare le coloriture dei poster pubblicitari sparsi dentro e sulle vetrine, ma il tutto è così tetro e triste e opacizzato dalla nebbia che a Fosco sembra la giusta scenografia per la c****** che sta facendo Armando.

Space Oddity – LP di David Bowie

Vorrebbe scappare ma significherebbe abbandonare un amico, però pensa che in seguito a questo lo abbandonerà comunque. Fosco si guarda intorno, il colpo di pistola potrebbe avere attirato l’attenzione di qualcuno, ma in vista non c’è nessuno, solo un autocarro vuoto passa rombando e sferragliando e Fosco si fa l’idea che potrebbe avere coperto il rumore dello sparo. Si volta verso il gabbiotto per vedere cosa succede, il vecchio è in ginocchio, Armando alle sue spalle gli lega le mani con qualcosa che ha trovato lì dentro, lo tiene sotto tiro con quell’arnese nero e lo vede frugare con la mano libera in un mobiletto dalle gambe rastremate stile anni sessanta che funge da scrivania e da banco. L’immagine di una persona col casco dentro quel capanno vetrato è completamente surreale, Space Oddity gli balena per un attimo nella mente ma è subito scacciata da una nausea cerebrale che annulla ogni distrazione piacevole. Fosco lo vede agire deciso e imperterrito e ha la sensazione che il tempo non passi mai, gli sembra che sia trascorsa un’eternità dacché Armando ha assalito il benzinaio, si chiede quanto tarderà ancora, comincia ad avere paura, quel tipo di paura che potrebbe anche indurre ad errori fatali, poi Armando dà una spinta all’anziano benzinaio che crolla inerme in avanti per via delle mani immobilizzate dietro la schiena quindi esce rapido e dopo essersi chinato un attimo a raccattare qualcosa da terra, corre verso Fosco che ha tenuto in moto la Vespa® e sta sgasando per tenere alti i giri, vuole che tutto finisca al più presto per dimenticare, il fatto e l’amico. Sente la Vespa molleggiare verso il basso, Armando è saltato a cavallo della motoretta e gli dà una botta sulla spalla gridando forte «Vai, vai!». Fosco gira tutta la manetta del gas e il motore della Vespa® arranca una fuga in direzione del centro di Milano.

Lire #10’000#, diconsi Lire =diecimila=

L’asfalto è viscido, snebbia leggermente e Fosco sa che la Vespa®, più di altri motocicli, non è molto affidabile in queste condizioni, specie se aggravati da una fretta non divulgabile. Armando dentro al casco grida cose incomprensibili in un tono di voce che ha il suono dell’esaltazione, Fosco vorrebbe girarsi e prenderlo a calci in culo fino a casa, ma vuole uscire da questa storia il prima possibile e con il minor strascico di conseguenze. La Vespa® strilla tutta la sua modesta potenza al massimo della sua velocità e Fosco si rende conto che è meglio rallentare per non dare nell’occhio, ormai sono a più di un chilometro dal luogo del misfatto. Armando gli dice di fermarsi, Fosco si ferma. Armando scende un istante per fare qualche operazione al retro della motoretta, la cosa non prende più di qualche secondo e quando sale, nel rimbalzo che fa la sospensione con il peso, gli dice forte all’altezza dell’orecchio ostacolato dalla parete del casco: «Avevo coperto la targa!», e poi ride forte come un pazzo sventolandogli davanti al naso un mazzetto di carte da diecimila lire col Michelangelo barbuto che così a occhio e croce assommeranno a un trecentomila. Fosco toglie una mano dal manubrio per respingere quell’ostensione del bottino, come se si trattasse di una cosa orrenda e immonda, sente Armando pronunciare la parola “autofinanziamento” frammezzo ad altre grida derivate da uno stato d’animo euforico che non garantisce alcuna impunità. Passano di fianco ad una gora, scoperta per un tratto, nudità di un paesaggio d’altri tempi, Fosco si ferma, si toglie il casco e lo butta nell’acqua, l’oggetto galleggia sulla capoccia e la corrente lo trascina immediatamente, poi si volta verso Armando gli chiede di togliersi il casco, che butta ugualmente nell’acqua, e quindi gli dice rude:

– Da qui io vado a casa a piedi, perché per colpa tua di certo stanno cercando due tizi in motoretta. Questa sera alle otto e mezzo fatti vedere da solo sotto casa tua, c’è qualcosa che dobbiamo chiarire una volta per sempre.

– Ehi, è andato tutto bene – dice Armando inseguendo Fosco a bordo della Vespa®.

– T’ho detto stasera alle otto e mezzo, cretino. Cavati dal c****. Hai fretta di finire in galera?

E liberandosi da un tentativo di stretta al braccio che Armando ha cercato di artigliare con la mano lasciando momentaneamente la manopola del gas si allontana a piedi verso casa, stizzito e rigido nel portamento. Armando gli passa di fianco lentamente a bordo della sua Vespa® guardandolo in silenzio e poi si allontana nella nebbia e nel buio lattiginoso dei lampioni di periferia.

Alle otto e mezzo Fosco è davanti all’abitazione di Armando, che non si fa attendere, scende puntuale e i due si incamminano in silenzio prendendo una direzione qualunque. Armando prova a rompere il ghiaccio e tenta un po’ di conversazione. Sa che Fosco è proprio arrabbiato ma pensa di poterlo tranquillizzare.

– Ci andiamo a fare una partitina a biliardo con gli altri?

Fosco non risponde, non lo guarda neanche e trova totalmente fuori luogo quella richiesta di sollazzo collettivo dopo un fatto di cronaca nera compiuto, e lo ritiene ancora più deprimente se pensa che è stato portato a termine con lo scopo di un ideale politico. Armando è fuori da ogni realtà, pensa Fosco, quindi chiede a Armando:

– Dove hai trovato quell’arnese?

Armando non risponde subito, vorrebbe mantenere una specie di segreto, non coinvolgere nessun altro, ma sa che Fosco la verità al riguardo se l’è guadagnata poche ore prima e qualcosa la deve dire.

– L’ho ciulata al Camisa.

– Chi, il meccanico?

– Sì.

– E come facevi a sapere che ce l’aveva?

– Qualche sera fa ho portato la Vespa® a fare riparare e sono entrato nella sua officina a motore spento, lui non mi ha sentito arrivare e io l’ho visto che tentava di nasconderla dietro la cassetta dello sciacquone, vicino alla finestra. La notte stessa sono andato là con Egisto e dal finestrotto del bagno siamo riusciti a fregargliela. È una semiautomatica, è brutta da vedere, troppo spigolosa, ma spara in ogni condizione.

– Ma che c**** di dettagli mi stai dando? Pensi che me ne freghi qualcosa? Hai ciulato una pistola, e già questo è una cosa terribile, per giunta hai ciulato una pistola di cui non conosci la provenienza. Potrebbe essere stata usata per altri crimini, per omicidi, o altre cose del genere. Sei proprio scemo. Di Egisto non me ne faccio meraviglia, non è mai stato un’aquila. Ma te ci dovevi pensare. Stai andando nella direzione sbagliata.

– Ma tutto quello che ci siamo detti, i nostri ideali, le nostre convinzioni, la ribellione al sistema…

– Il sistema ci inghiotte senza neanche masticarci, e la rivoluzione si fa dopo avere compiuto fino in fondo il proprio dovere, noi quale dovere abbiamo compiuto? Abbiamo sedici anni Armando, siamo dei ragazzi e se usi gli ideali per commettere dei crimini comuni non farai alcuna rivoluzione, alcuna ribellione. Non dovevi coinvolgermi, soprattutto senza dirmi niente.

– Pensavo che saresti stato d’accordo, non abbiamo mai litigato su nulla, abbiamo sempre diviso tutto.

– Nella consapevolezza, non nell’inganno. Adesso dove c**** l’hai messa quella pistola? Non pensare di tenertela, se ti scoprono trascineresti anche me.

– Non ti tradisco, stai tranquillo.

– Ma di che c**** parli… non è un film, non è un romanzo, la pula ci mette nulla fare quattro e quattr’otto…

Armando restò un istante in silenzio, pareva voler trattenere qualcosa, poi senza guardare Fosco disse:

– Questa sera, prima di venire qui, l’ho rimessa al suo posto, mi ha aiutato di nuovo Egisto. Il Camisa non dovrebbe accorgersene.

– Ah no, non se ne accorge che manca un colpo, sempre che tu non ti sia divertito a spararne altri…

– No, beh … insomma…

– L’Egisto ti ha dato una mano… una bella coppia, si… fate proprio un duo perfetto, non si capisce se siete scemi o se fate finta di essere intelligenti.

Passò qualche istante senza che nessuno dei due dicesse alcunché. Armando si sentiva in obbligo di recuperare l’amicizia del Fosco, un’amicizia di sempre, dai tempi della scuola elementare.

– Ti ricordi di Egisto alle elementari? Si metteva le dita nelle orecchie e poi se le infilava in bocca, e la maestra gli diceva «La merenda la facciamo durante l’intervallo, vero Egisto?», e lui manteneva sempre la stessa espressione, dubito che abbia mai capito il doppio senso.

Fosco non rise.

– Senti Armando, la nostra amicizia finisce qui, noi non ci frequenteremo più, o comunque non più come negli anni trascorsi, né con te, né con gli altri. Dì loro quello che ti pare, dopo tutto spetta a te, sei tu la causa. Ciao.

Fosco prese la strada di casa senza voltarsi. Formalmente la loro amicizia terminò per davvero, ma si frequentarono ancora, è impossibile troncare i legami esistenziali, la vita prima o poi ti rincorre e ti acchiappa, e nella vita di Fosco questo episodio è riaffiorato più volte in maniere insospettabili e non narrabili. Armando non è mai diventato un ribelle, si è accontentato del crimine, in cui eccelle tutt’ora, con riconoscimenti anche da parte dello Stato.

Qualche giorno dopo l’accaduto, in un trafiletto della cronaca locale milanese un giornalista che si firmava solo con le iniziali riportava del ritrovamento di una pistola semiautomatica in un terreno abbandonato nei pressi della tangenziale, l’unico dettaglio al riguardo indicava che tutti i particolari che potevano fare identificare l’oggetto erano stati alterati o danneggiati, anche la rigatura della canna e il percussore erano stati abrasi. Il Camisa evidentemente sapeva contare.

Prossimamente il settimo capitolo