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Una storia italiana – Romanzo a puntate (05)

romanzo a puntate (05)

Copyright © Eric Bandini 2010

Depositato come opera originale presso la S.I.A.E. – O.L.A.F. Deposito n° 2010001634 del 12/04/2010


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Questo romanzo, ambientato fra Milano e Genova nel luglio del 2001, è un’opera di fantasia. I personaggi, i luoghi nominati e gli eventi che vi si svolgono sono inventati, gli eventi e le persone eventualmente reali, che fanno da sfondo alla narrazione come ai personaggi, sono tratti da fatti di cronaca riportati dai notiziari o dai quotidiani e liberamente interpretati a fini creativi e immaginari. Ogni altro e qualunque riferimento a persone, luoghi, cose, eventi realmente esistiti o esistenti è puramente casuale e/o esclusivamente funzionale ai fini immaginari della narrazione. Ogni deduzione o interpretazione storica, filosofica o letteraria è meramente funzionale alla narrazione romanzesca quale opera di fantasia.


Una storia italiana

Capitolo V°

(05)

Milano

Giovedì, 19 Luglio 2001

La cosa era ormai decisa, Germano sarebbe andato a conferire con il Sapienza, i BDdLC con l’aggiunto Dott. Cynicus lo stavano indottrinando rapidamente su ciò che avrebbe dovuto dire, su come comportarsi e cosa evitare, sulla localizzazione della biblioteca della facoltà di Giurisprudenza e sulla posizione del soggetto all’interno del locale, posizione pressoché fissa; occupava quasi sempre lo stesso tavolo e la stessa sedia, da cui la definizione di “ufficio”. Solo Sandro restava in silenzio, intento ad esprimere quello scetticismo di fondo che gli si leggeva costantemente in volto dal quale emergeva per esprimere battute pertinenti quando non anche ironiche, o magari solamente curiose, giusto per dimostrare di essere vivo e presente.

– Ma questo Cazzarola perché diavolo lo chiamano “il Cinese”? Il cognome pare lombardo, o comunque italico.

Chinese Mask

– Che importanza ha? – chiese Mario sbirciando Mina, quasi si aspettasse una spiegazione da lei.

– Potrebbe averne – rispose Mina con fare seccato, come se stesse parlando a dei bambini –, è uno che può permettersi molte cose al di sopra delle righe, quel genere di cose per le quali uno qualsiasi di noi dovrebbe dare lunghe e penose spiegazioni alla polizia. Comunque, perché lo chiamino così non l’ho mai saputo.

– Ah, bene – disse Germano – stiamo per pestare i piedi a qualcuno che potrebbe troncare le nostre semplici velleità culturali per tutelare i suoi loschi interessi. Perché per essere loschi sono loschi, vero? – e concluse girandosi verso Mina, la quale ebbe un moto di stizza e di sopportazione.

– Ehi, non ci stiamo mica rivolgendo a lui, non sappiamo neanche dov’è, dove vive e cosa fa, a parte Mina, che forse potrebbe illuminarci.

– No, è proprio fuori dalla mia vita attualmente e non ci voglio avere niente a che fare e soprattutto non sono sicura che stiamo facendo la cosa giusta. Quello è il tipo che è meglio non andare a stuzzicare.

– Germano non ha avuto allucinazioni o traveggole uditive, quello che ha sentito si allaccia a qualcosa della tua vita che tu hai confermato, qualcosa la dobbiamo fare.

– Potremmo andare alla polizia – disse ingenuamente Sandro.

– A dire cosa? Che un nostro collega ha sentito bisbigliare un altro nostro collega che citava un cinese? Sai che risate si fanno? E dimentichi un dettaglio molto importante. La polizia interviene a crimine commesso, non prima o preventivamente per arrestare qualcuno che ha intenzione di fare qualcosa per cui è previsto un soggiorno a spese dello Stato. Non è nemmeno il caso di tirare in ballo le capacità della polizia, o la sua funzionalità. È semplicemente una questione di diritto, non si arresta qualcuno per l’intenzione di commettere un crimine. La democrazia non ti mette al riparo da queste cose.

– Mario ha ragione – disse Gianni –, e poi non stiamo facendo nulla di pericoloso o di illegale. Germano adesso andrà a parlare con questo tizio alla facoltà di Giurisprudenza. Il Cazzanese non lo verrà neanche a sapere.

– Ma non so cosa chiedergli – sbottò Germano –, io non ho mai trafficato quella roba e quella gente. Quelli hanno un linguaggio e un immaginario tutto loro, mi sento come se dovessi discutere con il cane dei miei genitori.

– Ti preoccupi inutilmente. Come hai detto tu hanno un linguaggio di riferimento, ma non hanno nulla contro i potenziali clienti. Devi solo cercare di far parlare il Sapienza per capire se sa qualcosa, basta un accenno, una frase mozza, un’allusione. Non puoi pensare che quello si metta a snocciolare dettagli riguardo a tutto ciò che sa sul Wazzanese e sulla sua parentela fino al quarto grado. Devi solo capire se esiste un pericolo reale oppure no e a questo riguardo sei maturo a sufficienza per comprenderlo da te. Germano Tirlonza, vai e torna vincitore.

– Grazie per la fiducia – disse ironicamente Germano. Beh, allora vado. Aspettatemi qui.

Germano si incamminò verso l’ingresso della facoltà di Giurisprudenza, connessa con quella di Lettere e Filosofia, dove, nonostante l’attiguità degli immobili, non aveva mai messo piede, non sapeva neanche dove fosse la biblioteca della facoltà e le poche indicazioni di Dott. Cynicus più che altro lo avevano confuso. Varcato il portone di ingresso si ritrovò nell’androne che conduce alla corte circondata da colonnati. Incontrò un coetaneo e gli chiese indicazioni su dove trovare la biblioteca. Questo gli diede le indicazioni richieste e poi uscì su Via Del Perdono a passo svelto senza voltarsi. Si era appena incamminato verso lo scopo della sua esplorazione in una nuova facoltà quando due tizi dall’aria non troppo accademica lo raggiunsero e lo affiancarono chiedendogli se si stava dirigendo ai locali della biblioteca e se potevano seguirlo; evidentemente avevano udito il suo colloquio. Germano cercò di inquadrarli in una logica di pertinenza al luogo in cui si trovava, ma non gli riusciva di stabilire una connessione con alcuna delle attività che si svolgevano lì dentro. Potevano essere studenti, in effetti gli sembravano coetanei, ma se lo fossero stati avrebbero saputo come muoversi e sarebbero stati a conoscenza dell’ubicazione dei locali. Il fatto che due persone, tre compreso lui, si stessero dirigendo nello stesso momento alla biblioteca della facoltà di Giurisprudenza senza esservi mai andati prima e senza sapere dove fosse ubicata gli pareva una cosa davvero poco probabile, considerato anche il periodo dell’anno, e i loro comportamento era strano, lo seguivano a breve distanza scambiando sottovoce brevi frasi che non riusciva a capire, gli pareva che stessero litigando fra di loro ma non ne era sicuro; non si azzardò a rivolgere loro la parola.

Biblioteca

Si trovò davanti all’ingresso della biblioteca senza avere percezione del percorso che aveva compiuto per giungervi; a parte la distrazione procurata dai due intrusi tutta la sua attenzione era tesa a quello che avrebbe dovuto chiedere a questo soggetto, ed era nervoso non tanto per sé stesso, quanto per la sua ragazza. Era preoccupato, oltre che per una brutta figura facilmente rimediabile stante l’assurdità della situazione, per la possibilità di fallire nell’accertamento di ciò che aveva udito, perché era strasicuro di avere sentito quella frase e riteneva probabile una situazione imbarazzante o forse perfino pericolosa per Mina, ma ciò che sentiva mancargli era quella vaga eppure certa determinazione che hanno quelli che si muovono di sghimbescio attraverso le relazioni sociali, o almeno tale riteneva lo stato d’animo di quelli che sono consapevoli di stare sul confine del lecito, anche dal punto di vista umano oltre che legale. Nella biblioteca c’erano poche persone, un paio stavano uscendo; individuò pressoché immediatamente il soggetto. Sulla soglia dell’ingresso i suoi due accompagnatori involontari parvero indecisi, si misero a discutere sommessamente, consci forse di essere in un luogo in cui il silenzio non è solo auspicato, è direttamente richiesto. Questa volta litigavano per davvero ma in una strana maniera, come se si trovassero di fronte ad un ostacolo imprevisto che ciascuno dei due voleva affrontare alla propria maniera. Germano ne prese le distanze e cercò di attenersi allo scopo per cui si trovava lì. Dott. Cynicus era stato preciso al riguardo. Attraversò l’ingresso e si diresse al tavolo dov’era seduto il Sapienza. Pensò che forse avrebbe dovuto munirsi di un volume della biblioteca stessa giusto per darsi l’aspetto di qualcuno che è attinente al luogo, ma questo pensiero gli giunse troppo tardi, quando ormai il Sapienza aveva percepito il movimento di qualcuno e lo vide alzare il capo da un grosso tomo e fissarlo in volto mentre gli si avvicinava. Cercò di essere naturale, per quello che può essere naturale qualcuno che “vuole” essere naturale. L’approccio gli fu facilitato dal fatto che nei ristretti dintorni non c’era nessuno.

«La» Sapienza

– Hai d’accendere? – chiese Germano a bassa voce tastandosi la borsa che aveva a tracolla, come a sottolineare il possesso di sigarette che non aveva.

Il tipo prese il suo tempo, non che gli rispose dopo una settimana, ma prese quell’attimo di pausa in cui Germano si sentì osservato molto da vicino. Lo fissò in faccia con la tipica espressione di chi è intento a pensare a qualcos’altro, poi con un fare distratto, quasi come se stesse parlando a sé stesso disse la frase di rito come prevista da Dott. Cynicus.

– Sei sicuro di volere fumare?

Germano questa domanda se l’aspettava e non gli riuscì difficile essere naturale nel rispondere. Il momento gli parve davvero peculiare, sebbene non un’esperienza nuova. La sensazione simile al momento che precede un esame e il tempo si dilata sino ad apparire immobile, quel tempo in cui ti viene da cogliere milioni di dettagli tanto che ti pare stiano trascorrendo ore, giorni quando invece è solo un breve momento. Ciò che davvero lo colpì fu l’aspetto fisico del Sapienza. Lui si aspettava un persona dai tratti caratteristici delle persone cattive o almeno birbantelle, tipo Lucignolo o qualcosa del genere, come negli sceneggiati TV, dove i cattivi hanno tratti da cattivi, gli imbranati da imbranati e i drittoni sono sempre alti, belli e spesso anche ricchi e fanno l’amore come dei ricci, maschi e femmine indistintamente per la sopraggiunta parità dei sessi, mentre invece gli altri, quelli brutti sporchi e cattivi, scopano solamente. La faccia del Sapienza, di cui avrebbe tanto voluto sapere il nome anagrafico ma era una domanda talmente lontana e assurda nel contesto che gli ondeggiò nell’attenzione solo per un breve istante, era al contrario di una delicatezza forse non efebica ma diametralmente opposta ai canoni della cattiveria televisiva e la doppiezza – ne era certo per la previa informazione di Dott. Cynicus – con cui gli si espresse era così dissimulata che per un istante ebbe il dubbio di essersi sbagliato persona, ma la locuzione interrogativa circa la sicurezza da parte sua della disponibilità ad intossicarsi con tabacchi di Stato aveva indirettamente confermato le ipotesi di Dott. Cynicus: era una procedura.

Gli occhi castani del Sapienza non tradivano alcuna emozione, interrogavano; nell’ovale del suo volto, angoloso quanto basta per decidere un aspetto maschile, si inscrivevano e si mescolavano tratti mediterranei, caravaggeschi e nordici ad un tempo e vi si poteva leggere la fisionomia di un giovanetto nella rude e ingenua postura di uno scaltro popolano. Irrazionalmente cercò nella sua fisionomia qualche conferma del tratto d’unione con il losco Wazzanese, come se le frequentazioni sociali lasciassero una traccia, un’evidenza percepibile ad un livello di realtà, quelle domande volatili e assurde che chiedono ragione di qualcosa che ti sfugge senza averne gli elementi, ma come aveva già scritto il poeta tutto passa e quasi orma non lascia, e Germano abbandonò le questioni irrazionali per concentrarsi sulle necessità sue e di Mina. Poteva questo soggetto conoscere la ragazza, anche solo di vista? La sua ingenuità gli era d’ostacolo, non riuscì ad immaginare alcunché al riguardo, come in una partita di scacchi immaginò il suo interlocutore fantasticare le mosse che lui avrebbe intrapreso dietro quella maschera di perbenismo italico sentendosi vuoto di iniziativa, e con bovina obbedienza replicò alla richiesta con un sì, come addestrato da Dott. Cynicus, mimando quella naturalità che gli pareva proprio naturale.

Il Sapienza si alzò in piedi, raccolse il volume che stava consultando e una borsa con tracolla che aveva posato in terra e gli fece cenno col capo di seguirlo. Presso il banco amministrativo della biblioteca c’era un certo fermento, l’avvicinarsi dell’ora della pausa pranzo stava predisponendo i dipendenti ad una gratificazione di panza, e ad un allentamento dell’attenzione, vuoi per un calo di zuccheri; il Sapienza posò sul banco dell’accettazione il suo volumone abbondantemente maneggiato da precedenti generazioni di aspiranti avvocati, come ne testimoniavano i bordi consunti e logori della copertina rigida, una signora lo raccolse distrattamente e lo posò su uno scaffale dietro di lei. Vi fu uno scambio di segnali e ammiccamenti oculari fra l’addetta e il procacciatore di informazioni di dosi che il Germano interpretò come un accenno a tenergli in caldo il tomo per il prosieguo della sua erudizione, quindi il broker dell’informazione al doping, o metapusher, fu tutto per lui. Oltre la soglia dell’ingresso alla biblioteca stazionavano ancora i due soggetti che il Germano aveva poc’anzi abbandonato, per parte sua non infelicemente. Stavano ancora a litigare e sbirciarono il duo appena uscito, il Sapienza li guardò strano e gli chiese se li conosceva. Germano issò la più distanziata espressione di disinteresse che gli riuscì possibile di inscrivere nella sua fisionomia facciale.

– Si ritrovarono nell’androne prospiciente Via Del Perdono, senza che nessuno dei due avesse aperto bocca; Germano sapeva che nel giardino pubblico antistante, nel Largo Richini, c’erano i suoi colleghi ad attenderlo, insieme a Mina, e avvedutamente virò verso il cortile interno rallentando il passo percorsi pochi metri affinché il suo accompagnatore lo potesse superare e fare strada. Rallentarono l’andatura entrambi, quindi il Sapienza trasse di tasca un accendino e lo porse a Germano, che leggendo negli occhi del suo interlocutore lo stoppò con un gesto della mano sinistra aperta e distesa.

– Non è esattamente quello che cerco.

– Il mondo è pieno di tante cose, ma mi era sembrato che ti dovesse bastare un accendino.

Il Sapienza parlava come da dietro una maschera, non nel senso che tentava di nascondersi, ma rendeva piuttosto palese il fatto di essere a conoscenza dell’incomunicabilità di quanto Germano stava per profferire, era chiara la posizione dominante di chi è richiesto e può guatare nei confronti di chi chiede ed è costretto ad esporsi. In questo difficile equilibrio umano il vantaggio di molte precedenti esperienze rendeva sicuro di sé l’interlocutore di Germano e difficile la sua comunicativa. Era come in bilico su qualcosa di molto instabile. Questo non era il solito spacciatore da quattro soldi che si ferma ai semafori o lungo i viali e i corsi e si fa notare e arrestare nel giro di una settimana. Questo fiutava molto più lontano di quanto si potesse immaginare, e l’aveva capito anche uno come Germano, che in fatto di trasgressione non era una volpe. Camminavano a passo talmente lento che quasi erano fermi, la murata del chiostro si ergeva tutt’intorno, il sole a picco del mezzogiorno di luglio si ostinava in un’azzurrità da fine della scuola dei bei tempi spensierati; smorzati e lontani rumori di traffico giungevano da oltre il perimetro claustrale del cortile. Germano provò un forte senso di solitudine.

– A dirla tutta è altro quello che mi serve e mi piacerebbe sapere dove trovarlo.

– Ma se tu non fumi che cos’è che ti serve? – il tono era pacato, quasi suadente, pareva la lenta cautela del gatto che sta per acchiappare il passerotto.

… gatto

Germano sapeva di non dover nominare in maniera gretta o aggressiva parole o sostanze che potessero alludere a traffici illeciti di gratificanti impropri. Il fatto che lo avesse condotto nel suo luogo di affari significava che il suo volto non gli era sconosciuto e probabilmente non gli era sconosciuta la connessione della sua esistenza con quella di Mina. Ebbe la sensazione di essere disarmato, privo di ogni difesa di fronte a qualcosa che direttamente non lo interessava punto, ma restava intera la minaccia di questo Cazzarola nei confronti della sua ragazza e qualcosa la doveva fare o esprimere. L’espansione temporale che aveva sperimentato poc’anzi si era ristretta nel suo contrario, gli parve di essere privo di risorse temporali e incalzato ad una risposta immediata che non aveva la minima intenzione di palesarglisi, come nei sogni si tenta di inseguire qualcosa che sfugge inesorabilmente e senza possibilità di ritorno in un rallentamento dei propri passi e delle proprie forze che esaspera e getta nello sconforto fino ad estrarti dal sogno in una veglia incredula circondato dal buio della notte. In effetti Germano si sentì esattamente come appena sveglio nel cuore della notte, alla ricerca di riferimenti che lo ricollocassero nella realtà conosciuta. Si accorse che il Sapienza gli stava concedendo una finestra temporale molto ristretta, e se avesse sforato i tempi dimostrando indecisione i sospetti circa sue indagini personali in vicende non comunicabili avrebbe evidenziato i segni del suo desiderio di approfondire agganci con persone di cui non si fanno direttamente nomi, come il Cinese; cercò di condensare tutto ciò che voleva sapere in un’unica domanda che riassumesse e mettesse in congiunzione i due estremi della questione, Mina e il Cazzarola, senza sbilanciarsi in qualcosa di evidente o di personale.

– Mi servirebbe della roba per una festa.

– Mi piacciono le feste, che tipo di festa sarebbe?

– Una di quelle dove, sai com’è…

– No, non lo so com’è, spiegami.

Questa ritrosia bloccò lo slancio di Germano, gli giunse sentore di ostacolo imprevisto e prevenzione nei suoi confronti. Troppe richieste di spiegazioni da parte del suo interlocutore lo fecero sentire dietro uno steccato di sfiducia che, anche se ancora lontanamente e in embrione, cominciavano a dare una risposta alla sua escursione nella facoltà vicinale. Temporeggiò ulteriormente in attesa di sviluppi più consistenti.

– Non mi dire che non hai mai partecipato ad una festa, con un minimo di sballo, se capisci cosa intendo.

A Germano il calore della giornata giunse improvviso oltre la superficie dei sensi, come un’accentuazione dell’imbarazzo che stava sperimentando. Campane milanesi stormivano il mezzogiorno italico, campane di tutti i suoni e di tutte le tonalità, vicine, meno vicine e lontane; melodie e carillon campanilistici si mescolavano in una cacofonia indistinguibile a sancire la metà del giorno. In una diffrazione mentale gli parve di rincorrere un sé stesso avulso da una situazione irreale per i suoi standard, l’imbarazzo incrementò.

– Oh, certo; ho visto e ho partecipato a decine di feste, con o senza lo sballo. Posso chiederti per chi sarebbe la festa?

Il tono gli risultò ulteriormente inquisitorio. Era venuto per chiedere e veniva richiesto. Ma chi era costui? Uno pseudo-spacciatore o un informatore della polizia, o tutt’e due insieme? Si lasciò sfuggire qualcosa che avrebbe fatto meglio a tenere per sé.

– Mah, per un’amica… – Lapsus freudiano, pensò Germano mordendosi la lingua in senso figurato non appena la sua risposta aveva fatto il giro per rientrare dalle orecchie.

– Ah, interessante – fece il Sapienza, mostrando una morbosità velata e ironica che cominciava ad illuminare a sufficienza la poliedricità del suo atteggiamento.

Per un istante parve davvero interessato, per un rapidissimo momento il suo volto parve colorarsi della congiunzione di Mina col Cinese, o almeno così parve a Germano, ma di una parvenza che egli non capiva se gli proveniva da errori nei suoi recettori sensoriali o da una interpretazione indotta dalla sua presenza in quel posto e in quel momento a cercare la cosa specifica che gli pareva di essere intento a sospettare, o magari da interpretazioni sbagliate dell’aspirante avvocato. L’ingenuità gli venne fuori genuina, ma l’impressione esatta che si stava formando era che il Sapienza aveva fiutato in lui qualcosa di sbagliato.

– Interessante? …cosa?

– Sì, insomma, … le feste sono una gran bella cosa ma io non so proprio che cos’è che ti serve. Buon divertimento comunque. E… a proposito, non so neanche come ti chiami, ma non preoccuparti, non me ne frega niente.

E se ne andò verso Via Del Perdono con passo deciso dopo averlo salutato agitando in alto una mano con un sorriso di distacco che invitava a stare alla larga. Germano restò piantato lì nel chiostro della facoltà di Giurisprudenza a guardare il tipo che infilava l’androne e scompariva nell’ombra. Fattosene una ragione intraprese lo stesso percorso per raggiungere i BDdLC e Dott. Cynicus. Arrivato su Largo Richini si guardò attorno per vedere i suoi colleghi, ma non li trovò; si diresse alla facoltà e sulla striscia d’ombra antistante l’edificio vide il capannello che cercava raggruppato intorno a Trifarro. Sandro lo vide arrivare quando era ancora lontano e lo indicò agli altri, che si voltarono a verificare il verdetto; la sua camminata era davvero eloquente.

Quando li raggiunse erano tutti voltati verso di lui, Trifarro compreso, attorniato dai BDdLC, Dott. Cynicus e Mina. L’espressione di Trifarro pareva più atona del solito, perché in effetti non era il tipo da sdilinquirsi in smancerie e/o complimenti o frasi superflue su qualsivoglia argomento o inalberarsi per situazioni impreviste o sgradevoli, aveva sempre un distacco che pareva essere stato prodotto dalla tempra delle cose della vita, riguardo alle quali non è mai il caso di montarsi la testa. Germano notò questa posa, replicata nei suoi compagni in coloriture ed espressioni diverse, e intuì che l’assistente Trifarro Dott. Fosco doveva essere stato messo a parte della sua missione alla facoltà di Giurisprudenza e a giudicare dalle facce che lo accolsero pareva non essere necessario aggiornare i presenti sul risultato. Tuttavia la domanda fu posta.

– Allora?

– Nulla di fatto, … cioè…

– Che cosa ti ha detto quel tizio?

– Le previsioni del tempo, come aveva detto Dott. Cynicus.

– Che cosa?

– Sì, insomma, è caduto dalle nuvole, mi ha fiutato e poi mi ha evitato, … però è sospetto…

… dalle nuvole …

Trifarro ascoltava senza parlare e osservava alternativamente Germano e gli altri ragazzi, si capiva che stava meditando qualcosa, certamente con poco entusiasmo ma pareva propenso a buttarsi al soccorso di questi sprovveduti, che tentavano di inquisire un mondo tanto sotterraneo quanto pervasivo della realtà senza avere le necessarie conoscenze circa la pericolosità dei soggetti con cui tentavano di entrare in contatto. Quando Germano riferì di non avere citato il nome del Cinese, Trifarro scosse la testa con disapprovazione e compatimento, Germano non si interruppe e relazionò le sue impressioni circa l’atteggiamento del Sapienza, sottolineando il fatto che pur non avendo menzionato nomi quando aveva parlato genericamente di una “ragazza” il tipo aveva avuto una lieve alterazione espressiva, come se avesse voluto fargli nascostamente capire che lui sapeva chi era e di chi era amico, «Tutto qua», concluse Germano guardando Trifarro, come se si aspettasse un voto.

Per un istante nessuno disse nulla, poi Trifarro, alzando lo sguardo da terra e fissando Germano gli chiese qualcosa.

– Tu sei sicuro di avere udito ciò che i tuoi compagni mi hanno riferito?

Germano parve titubare, guardò i suoi colleghi e alternativamente Fosco Trifarro, e tutti capirono ciò che si stava domandando.

– Lo abbiamo messo a parte della cosa – disse Sandro –.

Germano parve pensarci un istante poi confermò senza parlare ciò a cui alludeva l’assistente con un gesto di assenso del capo. Ci fu una pausa indotta dall’aspetto serio e pensieroso di Trifarro, durante la quale Mina disse che forse non era il caso di preoccuparsi, che stavano esagerando e si stavano montando la testa per una situazione inesistente.

– Ma tu lo conosci sto’ Cazzarola, lo hai mai frequentato? Intendo il Cazzarola che risponde al soprannome del Cinese – disse Trifarro guardando in faccia la ragazza.

– Sì – rispose Mina.

– Allora temo che la situazione sia più reale di quello che pensi, non so quali siano i tuoi trascorsi nei suoi confronti – Trifarro era passato ad un tu che sottintendeva una coevità virtuale verso i ragazzi – ma se quel tipo si muove nella tua direzione è opportuno prendere delle precauzioni, perché quel tale che Germano è andato a inquisire è bifronte, e se possibile anche trifronte. Adesso questo Cinese sa che voi sapete, o comunque se non lo sa adesso lo saprà di certo entro breve tempo. Non si mantiene un mercato del genere senza agganci a largo raggio, e gli agganci sono bidirezionali, forse tridirezionali. In questo genere di cose l’entropia dell’informazione non è caotica, o almeno lo è solo apparentemente, in realtà il disegno che persegue finisce sempre contro l’individuo, incluse le fonti e il tramite di essa. È una merda che ti travolge.

– Ma lei come fa a conoscere il Sapienza?

– Alla mia età non si ha bisogno di conoscere direttamente cose o persone, è sufficiente fiutare le situazioni. Certe cose emergono all’evidenza praticamente da sé, senza bisogno di cercare o indagare, cosa che esula completamente dalla mia attività e dalle mie aspirazioni, anche quelle più recondite.

I ragazzi rimasero un poco sorpresi nel riscontrare questo lato di Trifarro così attento e perspicace verso un genere di persone e attività che ritenevano escluso dalle sue attenzioni; attenzioni che presumevano di leggergli in faccia nei suoi modi rigorosamente diretti alle materie di studio e attinenze necessarie a quanto accadeva in facoltà. Non che lo ritenessero una persona rigida o schematica al limite della pedanteria, ma di sicuro una persona concentrata sulle sue attività senza distrazioni. E ora questa esternazione circa il Sapienza, che molti conoscevano, magari solo per sentito dire, e il Cinese, che molti non conoscevano, ma che avrebbero dovuto, non fosse altro per poterne stare alla larga, illuminavano l’assistente Fosco Trifarro di una personalità affascinante agli occhi di questi giovani, o li induceva almeno ad una curiosità verso di lui per individuare ulteriori sfumature interessanti nella sua personalità, come se stessero scoprendo un mondo nuovo che avevano sempre avuto davanti e non avevano mai considerato. Trifarro si accorse che quei giovani si aspettavano qualcosa, lo guardavano attenti, come in procinto di porre una o più domande che non avevano chiare in testa o forse non avevano il coraggio di formulare. Si accorse che stava a lui indicare loro una maniera per trarsi d’impaccio o forse perfino di soccorrerli per quello che poteva essere nelle sue possibilità. La situazione era come eccitata, non concitata al punto di sovrapporre e accavallare interventi e domande, ma si percepiva una tensione che Fosco sentiva il dovere di allentare, perché una esagerata attenzione e considerazione di questo genere di eventi conduce sempre, o almeno spesso, a conclusioni e azioni sbagliate. Un pericolo esisteva, ed egli ne aveva conoscenze ed esperienze radicate nel suo passato.

– Non prendete nessuna iniziativa, lasciatemi un paio d’ore per parlare con qualcuno e poi vi farò sapere se è il caso di prendere decisioni al riguardo. Non sognatevi di potere andare a contattare soggetti di quella fatta impunemente; e dico impunemente sia da un punto di vista della pericolosità che aleggia sempre intorno a loro, sia dal punto di vista dell’illegalità sorvegliata dalla polizia. Credo di avere in memoria il numero di telefono di quasi tutti voi. Vi farò sapere entro le due.

Mina, che era la vittima attorno a cui ruotava tutto questo piccolo bailamme, aveva un’espressione che la si sarebbe potuta definire “neanche troppo interessata”; sì, ascoltava e interveniva, ma gli si leggeva in faccia un disinteresse discretamente celato, non proprio menefreghismo o atteggiamenti superficiali connessi, ma la sfumatura di un’espressione che pareva indicare l’intima domanda “Ma perché si agitano tanto?”, quantunque partecipasse alla discussione e intervenisse pure con opinioni sue. “In fondo – pensava Mina – è solo un ex”.

Prossimamente il sesto capitolo

Eric Bandini

Una storia italiana – Romanzo a puntate (04)

romanzo a puntate (04)

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Questo romanzo, ambientato fra Milano e Genova nel luglio del 2001, è un’opera di fantasia. I personaggi, i luoghi nominati e gli eventi che vi si svolgono sono inventati, gli eventi e le persone eventualmente reali, che fanno da sfondo alla narrazione come ai personaggi, sono tratti da fatti di cronaca riportati dai notiziari o dai quotidiani e liberamente interpretati a fini creativi e immaginari. Ogni altro e qualunque riferimento a persone, luoghi, cose, eventi realmente esistiti o esistenti è puramente casuale e/o esclusivamente funzionale ai fini immaginari della narrazione. Ogni deduzione o interpretazione storica, filosofica o letteraria è meramente funzionale alla narrazione romanzesca quale opera di fantasia.


Una storia italiana

Capitolo IV°

(04)

Milano

Giovedì, 19 Luglio 2001

Il sole si era alzato di almeno un paio d’ore e la temperatura di almeno un paio di gradi quando Trifarro pronunciò un noto motto che non suscitò alcuna ilarità. La fine della sua relazione li aveva lasciati in silenzio e secondo Trifarro era un buon indice, stavano meditando su ciò che avevano ascoltato; la controprova consisteva nella permanenza in loco ad orazione terminata e nella maggior parte degli sguardi rivolti a lui, come se si aspettassero ancora qualcosa, nonostante fossero seduti a gambe incrociate dalle nove e mezza circa. Il silenzio da parte sua cominciò a sgranchire qualcuno e in pochi attimi tutti furono in piedi a stirarsi come gatti appena svegli, e i jeans di Dott. Cynicus non avevano le borse alle ginocchia. Lo aveva visto armeggiare per sollevarli un poco nel sedersi e ora lo aveva guardato spianarseli nel rialzarsi, a lui quel giochetto non gli sarebbe riuscito neanche se lo avesse studiato per vent’anni. E la camicia non aveva una piega. Tutta questa perfezione doveva trovare uno scambio in una lacuna, ma chissà, forse si sbagliava. Il chiacchiericcio prese in breve il sopravvento, qualcuno chiese a Trifarro se intendeva andare a Genova per il G8 e lui rispose che sarebbe stata sua intenzione essere già sul posto nella giornata odierna, ma ci teneva ad esporre quella roba e ad averne un’opinione in contraccambio, di certo non immediatamente, sarebbe comunque partito per Genova quanto prima per essere parte della protesta per l’indomani almeno, senza precisare nulla al riguardo.

– Chi di voi ha intenzione di andarci? – chiese senza rivolgersi ad alcuno in particolare.

Qualche io e anch’io di provenienza sessuale mista si accavallarono, nessuno capì chi sarebbe andato e chi no, però un certo entusiasmo per la protesta contro il G8 pareva coinvolgerli.

– Non pensa che avremmo potuto ascoltare un po’ di musica? Giusto per entrare nello spirito del periodo – sorrise Irma rivolgendosi a Trifarro.

– Sarebbe stato inutile, la musica è finita. Quello che ci arriva è solo l’eco di un periodo terminato, che non ha prodotto invano, ma che ha prodotto troppo e in troppe direzioni per poter essere compreso.

– Cosa intende dire? – chiese Mario.

– Che la portata degli eventi significativi è dispersa dall’abbondanza degli elementi di contorno con cui sono stati prodotti e soprattutto dalla scala abnorme di produzione e diffusione che lo sminuiscono, e dal nostro punto di osservazione erroneamente ne semplificano la portata. Per fare un esempio molto semplice, la famosa frase di una nota canzone, “Shine on you crazy diamond”, genera un corto circuito logico che sembra andare oltre “Song of myself” di Walt Whitman, oppure oltre l’”E tu…” di Montale, ma nessuno si prenderà la briga di andare ad indagare quel testo o altri testi di quella specie perché secondo i canoni attuali della cultura quel fenomeno appartiene al folclore popolare e quindi inferiore; nessun professore universitario con uno stipendio adeguato all’opportunità di fregiarsi di tale titolo si degnerebbe di tenere lezioni al riguardo, se non per argomentazioni di tipo artistico, però succede sempre che davanti alla cultura l’arte è sempre una colpa. E infine può anche darsi che abbiano ragione i “Professori”, perché gli eventi degni di indagine sono talmente diluiti in una marea di cose superficiali che distillare qualcosa di interessante diventa un’attività non remunerativa. È come volere sfruttare una miniera in cui la ganga supera di gran lunga il limite di convenienza rispetto al minerale. Ma chissà, forse fra cinquant’anni qualcuno andrà a recuperare quel materiale come oggi alcuni vanno a reperire vecchie tradizioni locali per evitare che se ne perda la memoria, e magari allora perfino Gianni Pettenati finirà nell’enciclopedia del Rock.

Rock & Roll

– Chi è Gianni Pettenati?

– Non mi ricordo. Beh ragazzi, ci si vede. – Trifarro salutò e si incamminò verso il civico 3 di Via Del Perdono.

– Domani a Genova magari – rispose Dott. Cynicus fra i gesti di saluto di tutti gli altri.

Allontanandosi nel rispondere con un gesto ai saluti Trifarro lo squadrò in tralice con un sorriso di sorpresa che gli fece inclinare un poco il capo. Non avrebbe mai pensato che un quasi fighetto come Dott. Cynicus potesse desiderare di andarsi a stropicciare la camicia in una roba come la protesta del G8. Ebbe il dubbio che lo stesse pigliando per il culo, l’espressione però era verace. Fedora e Cesira lo rincorsero per chiedergli qualcosa accompagnandolo per un tratto.

Mina era intrappolata in una conversazione con Zaira e Argia. Germano ascoltava ad un paio di metri di distanza, in attesa di potere parlare con lei direttamente riguardo ad un certo cinese, sempre che riuscisse a trovare il coraggio di affrontare l’argomento. Bonbon si era avvicinato e si era intromesso nella discussione delle tre ragazze. Pareva terribilmente interessato alla festa della sera stessa, di cui Germano aveva scarsi dettagli. Germano osservava Mina e Bonbon chiedendosi che cosa li legasse ad un certo cinese. Mina gli pareva quella di sempre. Bonbon aveva un non so ché di subdolo, un lontano sentore di falso che emanava dal suo atteggiamento; eccessivamente infervorato rispetto ai suoi standard, quando aveva la parola si esprimeva a mitraglia e gesticolava come un ghisa in mezzo al traffico, quasi che fosse l’ospite e l’organizzatore della serata, quando invece, con tutta probabilità, si sarebbe più o meno imbucato, non come suo solito, poiché aveva buone relazioni con tutti, ma una certa tendenza a non volere restare indietro o escluso lo spingeva ad aggregarsi anche quando forse non esistevano i presupposti.

Gianni gli si avvicinò. Germano lo guardò in faccia e già gli venne da ridere. Conosceva quell’espressione. La tipica espressione da BDdLC. Si predispose al cazzeggio. Mario venne in supporto e Sandro non volle restare indietro.

– Fammi un’affermazione assoluta – gli chiese Gianni con fare imperioso.

– Per poter fare un’affermazione assoluta dovrei potere uscire dall’universo e non ho tutta questa fretta.

– Sembra che non abbiamo demolito – disse Gianni rivolto a Sandro e Mario.

– Che cosa intendevi dire con quell’affermazione? – chiese Sandro a Germano.

– Che se vi fosse una determinazione assoluta questa sarebbe esterna all’universo, al Tutto, e se vi fosse qualcosa di esterno al Tutto questo cesserebbe di essere Tutto. Inoltre le parole “determinazione” e “assoluto” insieme formano una specie di controsenso, non può esistere un assoluto determinabile, proprio perché assoluto, libero da ogni vincolo.

– Ecco un altro che conosce il latino.

– Non esattamente – sorrise Germano.

Si era avvicinato anche Dott. Cynicus, la riunione non era passata inosservata.

– Ehi, mi sono scordato di fare alcune domande a Trifarro.

– Su cosa?

– Sulla fine della storia. L’ha esposta come una specie di controsenso, non credo che basti dire che il Servo e il Signore cessano il loro rapporto idilliaco.

– La prossima settimana glielo potrai chiedere, sempre che non abbia la testa troppo malconcia per le randellate che prenderà a Genova. Avete letto i giornali? Sembra una città sotto assedio.

– Io ho intenzione di andarci – disse Sandro.

– Anch’io – rispose Dott. Cynicus – per cui è meglio che ci sbrighiamo, è quasi mezzogiorno, possiamo organizzarci per essere là domani mattina. Tu cosa fai? – chiese Dott. Cynicus a Germano.

– Questa sera sono al rimorchio – disse Germano accennando a Mina – ma non è detto che non possa essere là domani mattina. Teniamoci in contatto, poi vediamo, magari vengono anche loro – disse indicando le ragazze.

– Non mi sembrano molto per la quale, e poi le ragazze protestano diversamente.

Bonbon se n’era andato all’improvviso trotterellando attraverso il prato verso Via Chiaravalle con un gesto di saluto vago e impreciso. Zaira e Argia salutarono Mina, sorrisero verso i BDdLC in riunione e se ne andarono anche loro. Mina si avvicinò a Germano, che ancora sotto l’effetto del buon umore dei BDdLC e quindi vagamente euforico e distratto, e domandò a secco.

– Chi è il cinese?

Il volto di Mina assunse un’espressione rigida. Germano capì di avere detto qualcosa di strano, ma ormai era stato detto. Mina prese il suo tempo per replicare, poi tentò una distrazione.

– Chi ti ha parlato di quello lì? No, aspetta, lasciami indovinare. Quel vuoto a perdere di Bonbon.

– Non direttamente. Ho colto una conversazione fra lui e Laszlo, poco fa mentre Trifarro parlava. Sembra che questo cinese voglia vederti a tutti i costi. Chi è questo cinese?

– Uno che è meglio perdere che trovare, se è quello di cui si dice in giro – disse Dott. Cynicus – se ha deciso di “vederti” troverà la maniera.

I BDdLC erano lì con Mina e Germano, coinvolti senza volerlo nella loro conversazione. Germano aveva notato il particolare accento con cui era stata pronunciata la parola “vederti”, tentò di fantasticare su pericoli e situazioni di cui non aveva idea e non giunse ad alcun risultato.

Mina guardò torva Dott. Cynicus, che abbassò gli occhi e poi si guardò in giro come per distrarsi.

– Cosa vuole da te questo cinese? – insistette Germano con Mina.

– Non lo so – disse Mina stizzita.

La sua vita esposta, sebbene fra amici, gli dava una estrema sensazione di disagio. Certamente non conoscevano i dettagli dei suoi trascorsi col Cinese, ma una volta avuti dettagli sul tipo avrebbero fatto presto a fare due più due. Decise che non gliene fregava, decise che qualunque cosa fosse successa non sarebbe tornata da quel figuro per nessuna ragione. Meglio la loquace amicizia di questi, a qualsiasi condizione.

– Un modo per saperlo ci sarebbe – replicò Dott. Cynicus, che sebbene in vita sua non si fosse mai fatto neanche una canna – né mai aveva assunto -, sapeva dove trovare i rivenditori o gli indicatori per reperire certa merce, e sapeva anche chi fosse il Cinese, non fino al punto da poterlo collegare a Mina, ma quanto poteva bastare per attivarsi ad aiutare qualcuno che ne voleva stare alla larga tanto quanto lui stesso.

– E quale? – inquisì Mina decisamente alterata.

– Il Sapienza.

– Chi, quella doppia serpe? Da quelli che lo conoscono si sente dire solo che non è amico di nessuno, è inaffidabile, e forse anche introvabile – rispose Germano, che conosceva il mito del Sapienza per sentito dire, come molti di quelli delle facoltà nel raggio di un paio di chilometri da quella di legge.

– Trovabile lo è, il problema è un altro – si intromise Dott. Cynicus senza essere ascoltato, alludendo alla doppiezza del soggetto, come aveva appena ingenuamente alluso Germano senza essere certamente consapevole del fatto che l’informazione viaggia sempre nei due sensi.

– Però è dentro alle cose della roba, e quindi è al corrente quanto basta per ottenere informazioni, sempre che abbia voglia di dartele, quanto a trovarlo lascia fare a noi – disse Gianni.

– Non posso andare a parlarci, sarebbe ridicolo – disse Mina.

– Ci andrà Germano – replicò Dott. Cynicus – magari lo accompagniamo noi.

Che il Sapienza fosse un viscido era cosa risaputa, però molti lo tolleravano per la sua ubiquità sociale, un po’ di qua un po’ di là dalla legge senza mai strafare, senza mai deludere troppo, e cosa più importante senza dare nell’occhio. Il suo mito era nato all’università di Padova, facoltà di legge, dove aveva insultato un professore che, a suo dire, lo aveva preso di mira sminuendo le sue capacità, dicendogli di fronte a testimoni: «Io penso che lei sia un cretino», a cui l’offeso, vuoi per stanchezza, vuoi per una momentanea sottovalutazione del soggetto, vuoi perché anche lui immaginava il suo io scritto a lettere maiuscole e possibilmente cubitali, aveva abboccato come un paganello. Il professore aveva esatto delle scuse che il Sapienza – non si conosce la sua anagrafica, si sa solo che è già vecchiotto per l’università, è forse intorno ai venticinque anni, ma probabilmente oltre, quasi ai trenta – non aveva concesse e il vegliardo lo aveva minacciato di denuncia all’autorità costituita.

Promessa che tentò di mantenere, stante la più desolata assenza di scuse da parte del Sapienza, ma che fu anticipata da un’iniziativa interna proponendo un processo-lezione nello stile dell’arte declamatoria dell’antica Roma. Quando il Sapienza venne ad essere informato di dover affrontare un professore di diritto in un aula di quella stessa accademia in conseguenza di quella frase, cominciò a spavaldeggiare in facoltà, irridendo il suo insegnante e vantandosi di volersi difendere da solo – poiché la cosa si stava organizzando con accusa e difesa come in un vero processo –, rinunciando ad un patrocinio legale “vero e proprio” da parte di qualche studente-collega, ma rinunciò soprattutto alla possibilità di una riconciliazione pacifica per evitare la comparsata del processo-lezione; il suo giga-ego non voleva prendere in considerazione la possibilità di chiudere la vicenda offrendo all’insegnante qualcosa che assomigliasse a delle scuse da parte sua. Qualcuno tentò di richiamarlo alla cosiddetta ragione ma il tarlo della vanità doveva averlo bacato nel profondo perché non volle ascoltare nessuno.

Tuttavia essendo stato evitato il tribunale propriamente detto, colleghi del professore, come anche alcuni studenti, si adoperarono al meglio per inscenare quella specie di processo-lezione. Il giorno fatidico del processo-lezione arrivò e il Sapienza giunse all’arringa della sua stessa difesa, che, tralasciando il peana introduttivo sull’accanimento del tale professore contro le sue aspirazioni, così si può sintetizzare: «Il fatto che io abbia detto al professor ——- “Io penso che lei sia un cretino” non significa che egli lo sia. Magari egli è la persona più intelligente del mondo, io però penso che egli sia un cretino. A prescindere dal fatto che sarà capitato a chiunque di voi di dire “Penso che il tale sia un cretino”, il fatto che io pensi una cosa del genere del professor ——- non può costituire un reato, perché da ciò che recita quell’articolo del Codice di Procedura Penale, “assicurare il colpevole alla Giustizia per impedire che il reato venga reiterato e/o portato a conseguenze ulteriori”, si evince che il fatto che io “pensi” che il professor ——- sia un cretino, e il congiuntivo del verbo essere può essere confermato da testimoni, non può essere incluso in questa casistica, poiché nessuno potrà impedirmi di pensare che il professor ——- “sia” (enfasi su “sia”) un cretino, nemmeno se venissi rinchiuso in prigione, e vorrei sapere come farà questa Corte – mimica corporea ad includere l’uditorio del processo-lezione – ad impedirmi di portare a conseguenze ulteriori questo addebito di colpa di cui la controparte intende farmi carico. Questo è un “reato” di opinione ed è un fatto che non può costituire un reato». In conseguenza di questa bella tirata “la corte” assolse il Sapienza dall’accusa perché il fatto non costituisce reato, e da questa vicenda ne viene appunto il soprannome. La realtà delle cose andò però discretamente contro il destino del Sapienza, perché non si insulta un professore di diritto sul piano del diritto, nemmeno per imbastire un processo per mimare l’arte declamatoria dell’antica Roma.

Declamatoria nell’antica Roma

La sua carriera di studente, già di per sé non brillante, vuoi per la presunta (e non dimostrata) persecuzione del professor ——-, stando alle affermazioni del soggetto, vuoi per altri e più ordinari motivi, prese un andazzo negativo sotto tutti i punti di vista e per avere l’opportunità di terminare il suo percorso di studi, ormai discretamente fuori corso, dovette risolversi a cambiare facoltà e si trasferì a Milano, facoltà di Giurisprudenza, dove non brillava ugualmente, e dove i suoi trascorsi lo inseguivano nelle battute sardoniche di certi insegnanti che facevano sfoggio oltre misura di espressioni tipo “io penso che lei…” e poi aggiungevano una lunga pausa che poteva essere facilmente riempita con ciò che la fantasia si trovava a pensare per caso in quel momento, oppure alludevano più direttamente con il ritornello “non penserà mica che io sia un cretino”; insomma il successo del Sapienza gli si ritorse contro. Per aspera ad astra, e ritorno. Però la sua abilità di trafficone e di maneggione lo teneva a galla, aveva ancora speranze di terminare gli studi, ma soprattutto di destreggiarsi fra le necessità vagamente illegali dei suoi coetanei, attività per la quale, se si fosse sparsa la voce nell’ambiente sbagliato, avrebbe dovuto rinunciare agli studi, e forse non solo a quelli.

Ora, la facoltà di Giurisprudenza di Milano è giusto attaccata a quella di Lettere e Filosofia e Dott. Cynicus sa che il Sapienza è spesso in ufficio, così come lo sanno certi studenti dell’una o dell’altra facoltà, i miti sbagliati si diffondono più in fretta, non si sa perché ma è così.

– D’accordo, ma con quale scopo ci presentiamo? Non possiamo andare là a chiedergli «Ehi, cosa vuole il tuo amico dalla nostra collega?».

– Facciamo finta di cercare un po’ di bamba, no meglio un po’ di maria, insomma facciamo finta di avere bisogno di qualcosa che lui ci possa fornire e intanto proviamo a sondarlo.

– Potrebbe essere la tattica sbagliata. Non puoi presentarti da uno che “si dice” che spacci e chiedergli papale papale: «Ehi, hai un po’ di neve?», penserà che lavori per la pula o per la DIGOS. Esiste una procedura, e io so qual è. – Dott. Cynicus gongolò leggermente, non troppo, solo quanto bastava per attirare gli sguardi dei suoi colleghi-amici.

– Sentiamo – disse qualcuno.

– Quel tizio, quel Sapienza, sta sempre o quasi in biblioteca, intendo la biblioteca della facoltà di Giurisprudenza. Per essere studioso è studioso, e magari un giorno o l’altro diventerà pure avvocato, solo che tra lo studio di una sentenza e l’analisi di una normativa integra la sua sussistenza fornendo indicazioni di dosi. Badate, non ho detto che spaccia. Fornisce indicazioni di dosi. Funziona così. Tu ti presenti lì da lui, che è intento a studiare come Thomas Hobbes o come Baruch Spinoza, e gli chiedi se ha da accendere esibendo magari una sigaretta, lui ti dice che in biblioteca non si può fumare, cosa perfettamente esatta, sancita anche dai Vigili del Fuoco oltre che dai medici condotti, e allora tu gli chiedi se può uscire per fornirti d’accendere e lui con una faccia dalle mille espressioni che sembrano ispirate al racconto di Alì Babà e i quaranta ladroni ti dice, quasi fosse una formula di rito: «Sei sicuro di voler fumare?» oppure «Quanto vuoi fumare?», che tradotto significa “Posso procurarti di meglio” e tu devi rispondere “certamente” oppure “parecchio”, quindi lui si alza e ti accompagna nel cortile della facoltà, dove lontano da orecchie indiscrete senza mai citare la “merce” avvengono gli scambi di informazioni. Lui non chiede mai soldi, anche perché non vende direttamente la roba; lui ti dice dove andare e con chi parlare e ti indica personaggi sicuri, non gente di strada o loschi fantocci affamati di denaro, sono agganci insospettabili, per lo più gente di livello o luoghi che non penseresti mai, la cosa stupefacente è che non fa mai nomi e la gente trova sempre “quello di cui pensa di avere bisogno ma che farebbe meglio a non desiderare”, qualcuno certamente lo paga e non è difficile capire perché. Le università sono affollate di giovani che rappresentano una grossa potenziale clientela, specie se bene addestrati durante le medie superiori. Alcuni lo considerano un’istituzione, altri, quelli discretamente dipendenti, una tendenza. Il suo successo è determinato dal fatto che nessuno ormai vuole più farsi vedere a comprare losche bustine da un pusher di strada, almeno non quelli che hanno disponibilità di soldi. Qualcuno si chiede come faccia a non essere scoperto, l’unica cosa che posso dire al riguardo è che il Sapienza ha una memoria fotografica, ci puoi scommettere che le facce di tutti gli studenti che incontra nelle facoltà che frequenta gli rimangono impresse e se qualcuno con una faccia che non conosce gli si presenta davanti a fare strane affermazioni lui assume un’espressione tipo “sto cadendo dalle nuvole così bene che potrei darti anche le previsioni del tempo”.

Baruch Spinoza

Sandro intervenne.

– Non sarebbe meglio informarsi prima da Trifarro? Insegna in questa facoltà da anni, ci ha perfino studiato, si è laureato qui e conosce di sicuro le problematiche e le loro origini, intendo quelle umane, quelle con cui stiamo cercando di entrare in contatto; sono sicuro che esponendogli la cosa troverebbe maniera di intervenire in maniera positiva.

Nessuno gli rispose. Germano si rivolse a Mina con una domanda che lei si aspettava già da un po’.

– Ma tu con questo Cinese che cavolo c’entri? – Nella mente di Germano “il” cinese non era più anonimo, sebbene non lo conoscesse la definizione che lo identificava nominalmente aveva assunto una minacciosa iniziale maiuscola.

Gli sguardi dei BDdLC, Dott. Cynicus e Germano erano fissi su di lei in attesa di una risposta. Mina capì che qualcosa la doveva dire, quel mondo “normale” che le consentiva di divertirsi e la coccolava pure, quel mondo che le permetteva di pensare a tempi sbagliati come a qualcosa di remoto che non sarebbe più ritornato meritava una spiegazione, magari non completa, magari in parte omessa o travisata, ma qualcosa la doveva tirare fuori. Sandro, Mario, Gianni, Dott. Cynicus le avevano regalato dei momenti davvero divertenti e soprattutto Germano meritava una onesta risposta. Magari non troppo onesta. Beh, onesta quanto basta per evitare ulteriori domande.

– Lo conosco dai tempi del liceo. Si chiama Cazzarola, Walter Cazzarola. Non è di Milano, o almeno allora non lo era, cioè non abitava qui, dove viva adesso non lo so. Ci vedemmo per la prima volta in una discoteca di periferia, ci siamo frequentati per un periodo e poi fortunatamente ci siamo persi di vista e ora non ho la più pallida idea di cosa possa volere da me, ma so che è diventato un tipo pericoloso.

– La spiegazione parve bastare.

– Sentite – disse Dott. Cynicus –, se questa cosa è stata davvero attivata da questo Wazzarola è il caso di prendere iniziative prima che siano le iniziative a prendere Mina. Bonbon può essere umanamente un tipo scarso ma è attendibile, specie se colto di sorpresa. Lui non sa che Germano ha udito quella frase, adesso se vuoi che ti diamo una mano – disse rivolto a Mina – il vantaggio è nostro. Bisogna sapere quello che vuole il Cinese alias Walter, e il Sapienza potrebbe essere il mezzo per ottenere l’informazione, manca poco a mezzogiorno, se ci spicciamo possiamo questionarlo, a quest’ora è certamente ancora là – e indicò il civico 7 di Via Del Perdono.

Germano lo guardò con un’espressione strana stampata sulla faccia, consapevole di essere l’incaricato della missione. Si era sempre tenuto alla larga da questioni di questo tipo, non tanto per pavidità, quanto per una sorta di irrazionalità che aleggia sempre intorno agli attori di queste vicende discretamente losche, quella irrazionale consapevolezza di essere intenti a qualcosa di sbagliato ed erigerla contemporaneamente a scopo di vita, come se questi fossero intenti ad inchiappettare l’universo sperando, o forse nell’irrazionale certezza, che l’universo non se ne accorga. Che tipo di discorsi puoi intavolare con soggetti di questo tipo? Si domandava Germano, e la risposta era perfino banale: tattiche di fregatura molto più reale che virtuale, quei discorsi mitoparanoici basati su certezze assurde, sulla convinzione di supremazia o di impunità, che nella lunga prospettiva appaiono il miraggio della stessa cosa. Questi non mirano ad una conquista logica del senso dell’esistenza, caso mai sia perseguibile, questi mirano direttamente all’impunità, ai discorsi da telefilm di basso livello, dove i cattivi, inesorabilmente irrazionali all’inverosimile, inscenano il loro crimine basato sulla frase assurda: «Non avranno mai prove contro di noi». Tuttavia pensava anche che un tale soggetto non può essere consapevole della sua presunzione, e quindi la tattica di Dott. Cynicus poteva anche essere razionale, ma entrare nella mentalità contorta di un tipo di tale fatta, per una persona decente e consapevole di se stessa, comporta dei rischi, uno principalmente: l’esposizione delle proprie aspirazioni alla stramberia esistenziale di qualcuno che pensa di vincere contro l’universo, che pensa di essere impunito in eterno. Non per una errata convinzione circa l’esistenza di una punizione ultraterrena, che sarebbe ugualmente irrazionale, quanto per un’assurda affermazione del proprio ego al cospetto dell’immensità, come se la formica dicesse all’universo: «Ehi, non mi rompere le scatole!».

Prossimamente il quinto capitolo

Una storia italiana – Romanzo a puntate (03)

romanzo a puntate (03)

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Questo romanzo, ambientato fra Milano e Genova nel luglio del 2001, è un’opera di fantasia. I personaggi, i luoghi nominati e gli eventi che vi si svolgono sono inventati, gli eventi e le persone eventualmente reali, che fanno da sfondo alla narrazione come ai personaggi, sono tratti da fatti di cronaca riportati dai notiziari o dai quotidiani e liberamente interpretati a fini creativi e immaginari. Ogni altro e qualunque riferimento a persone, luoghi, cose, eventi realmente esistiti o esistenti è puramente casuale e/o esclusivamente funzionale ai fini immaginari della narrazione. Ogni deduzione o interpretazione storica, filosofica o letteraria è meramente funzionale alla narrazione romanzesca quale opera di fantasia.


Una storia italiana

Capitolo III°

(03)

Milano

Giovedì, 19 Luglio 2001

La casuale riunione s’era animata e più di qualcuno teneva banco sulle notizie del giorno circa il G8 di Genova, a cui alcuni fra di loro avevano in animo di presenziare per incrementare lo schieramento della protesta, cosicché il parlare di molti sovrastava l’ascoltare di pochi. Trifarro pareva distante, con un termine volgar folcloristico lo si sarebbe potuto definire scoglionato. Anche Trifarro aveva pianificato una sua partecipazione alla protesta di Genova, ma le difficoltà che l’amministrazione gli aveva creato lo avevano tenuto sulla corda fino all’ultimo nella speranza di poter esprimere alcune idee circa il suo modo di vedere le cose della storia, poi successe semplicemente quello che è nell’ordine delle cose, e come ebbe a dire un suo conoscente: «La storia ha una forma esatta e precisa, come quella di un sasso»; ciò che non può nemmeno essere messo in discussione, per quanto la storia sia una discussione continua. E ora, nell’incipiente calura della mattina di luglio, si trovava all’ombra degli alberi di Largo Richini in compagnia di studenti che si aspettavano da lui qualcosa per cui avevano rinunciato ad un allegro fine settimana estivo o forse, come egli stesso aveva in animo di fare, a qualcosa di più impegnativo ma non meno coinvolgente; non che fosse amareggiato, qualche piccola sconfitta personale non lo disturbava, ma gli pareva che qualcosa o qualcuno lo allontanasse sempre di più da un giusto senso delle cose e della vita, non tanto per una imposizione personale – l’arrivismo non era parte delle sue prerogative –, quanto per una nascosta istigazione alla omologazione che gli pareva di riscontrare e a cui non aveva il coraggio di opporre sufficiente resistenza, magari perché sarebbe stato perfettamente inutile.

Si domandò se avesse potuto semplicemente stampare la sua relazione al computer e distribuirla in maniera informale affinché quelli interessati se la fotocopiassero, ma nell’opposizione che la direzione aveva opposto alla sua intenzione una volta abbozzati con i sui superiori, anche solo sommariamente, gli argomenti di cui intendeva parlare, aveva intravisto qualcosa di segretamente ostile che non solo non riusciva a comprendere ma che gli metteva addosso un profondo disagio. A dire la verità nessuno gli aveva posto dei veti ma la sua posizione di precario lo teneva in uno strano equilibrio in cui cercava di non compromettere ipotesi di una carriera che per la sua età poteva già definirsi tardiva e uno sguardo non conciliante o un parere vagamente critico da parte dei titolari di cattedra o amministratori a pieno titolo lo mettevano in una condizione di introspezione eccessiva. Cosicché distribuire in forma stampata qualcosa nel cui riguardo aveva subodorato un certo antagonismo gli solleticava miriadi di sospetti sulla fiducia nel genere umano e nella bontà e disponibilità delle persone verso il prossimo, che d’altronde, come sapeva già dai tempi dell’asilo, è qualcosa che resta confinata nella mezz’ora di predicozzo domenicale presso le chiese di ogni ordine e grado.

I ragazzi intorno a lui sembravano intenzionati ad ascoltare qualcosa comunque, anzi, altri ne arrivavano. Dario, Fedora e Cesira si erano appena aggiunti all’assembramento; tutti intenti a parlare fra loro o a rivolgergli domande brevi da cui si aspettavano risposte altrettanto brevi, nella certezza che presto, in un modo o nell’altro, la relazione che Trifarro aveva in animo di tenere sarebbe stata espressa. Anche Laszlo era arrivato; Trifarro cominciò a convincersi che quattro chiacchiere in libertà all’ombra degli alberi in una bella giornata estiva lo avrebbero riconciliato con il mondo degli umani e alleviato di ombrosi sospetti, cosicché cominciò a guardarsi intorno per organizzare una lezione on the spot, tutta questa gioventù bene intenzionata non andava delusa. Alcuni avevano smesso di parlare fra loro e lo guardavano in attesa di indicazioni, attesa motivata da lui stesso per via delle aspettative che aveva creato proponendo come imminente qualcosa di cui aveva intenzione di parlare in qualità di assistente universitario. Cesira, tra gli ultimi sopraggiunti, chiese dove avrebbero tenuto la conferenza, mettendo un poco di enfasi burocratica nell’evocazione verbale di quel termine. Trifarro la guardò negli occhi con un’espressione neutra e distante che intendeva essere propedeutica alla decisione di sedersi sul prato e conversare su ciò di cui voleva parlare.

– Di che cosa ci parlerà? – incalzò Cesira.

– Del postmoderno e forse del ’68 – disse Trifarro guardandosi attorno per vedere come organizzarsi.

– E cosa sarebbe questo ’68? – chiese Pia.

– Qualunque cosa sia ho una mezza idea che non lo troverai sul Kamasutra – disse Gianni

– Scemo – fece eco una voce femminile dal mucchio.

– Sentite – disse Trifarro sedendosi sul prato – mettiamoci seduti qui e vediamo di non sprecare una giornata, visto che siamo rimasti a Milano.

I ragazzi cercarono di disporsi all’intorno in una specie di doppio semicircolo davanti a Trifarro; Bonbon maneggiò e trafficò per trarre da parte nella fila posteriore Laszlo, che era appena arrivato, ma questo pareva terribilmente incuriosito da ciò che Trifarro avrebbe detto e cercò di andare ad accomodarsi sul prato quasi di fianco a Trifarro, ma l’Oscuro, o anche lo Scuro dato l’incertezza sulla corretta dizione poiché i soprannomi di norma non vengono scritti, che non visto da alcuno dei presenti si era appena aggiunto all’assembramento, lo precedette con quel suo tipico modo di fare tra l’assente e il distratto che ti faceva notare la sua presenza solo quando te lo trovavi davanti come i gatti che non capisci mai da dove siano sbucati quando li vedi vicino a te, si spianò in posizione del loto esattamente alla destra di Trifarro; Zaira, Argia, Germano e alcuni altri subito a fianco in una progressione semicircolare che pareva un piccolo domino umano; così Laszlo senza ascoltare Bonbon lo assecondò senza volere sedendosi alle spalle di Germano che aveva trovato posto di fianco ad Argia. Bonbon si sedette alla destra di Laszlo. Germano si era accorto delle manovre di Bonbon e pensò che questi due avevano qualcosa di cui parlare, certamente Bonbon a Laszlo, non il contrario, poiché Laszlo aveva una innata abilità a stare alla larga dai problemi e a godersi ogni opportunità; non erano comunque fatti suoi.

lo stile dell’Oscuro, o lo Scuro; alias l’Alfeo

Zaira e Argia erano veramente due creature, in quel senso della sospensione dell’essere che contiene la parola “creatura” quando si vuole indicare leggerezza, gentilezza, ingenuità e innocenza. Si erano mutate e abbreviate reciprocamente i nomi in Zara per Zaira e Gìa per Argia, in un gioco soltanto loro e per loro stesse. Quelli che le conoscevano e le frequentavano non vi facevano caso per nulla e forse segretamente approvavano in loro quel desiderio esaudito di reciproca fiducia, alcuni le chiamavano con i nomi aggiornati, senza magari rendersi conto che la cosa non era esterna alle due ragazze, che non avevano alcun timore a chiamarsi con i nuovi nomi in presenza di altre persone che magari conoscevano i loro dati anagrafici reali; loro comunque rispondevano sempre allegramente ed ora osservavano Trifarro vagare con lo sguardo all’intorno com’era solito fare per cercare concentrazione ogni qualvolta doveva esprimersi davanti ad un uditorio. La cosa non appariva per nulla accademica; sedici ragazzi seduti su di un prato di fronte ad un assistente universitario in attesa di qualcosa che non aveva una classificazione e poteva essere condivisa solo in maniera informale li rendeva consapevoli magari non di una stramberia, ma di qualcosa che poteva essere o molto interessante o molto avvilente e alcuni fra loro si scambiavano furtive occhiate interrogative del tipo: «Siamo sicuri che ne valga la pena?»; per qualcuno il dubbio di avere rinunciato ad un fine settimana balneare per qualcosa di incerto restava ancora irrisolto. Trifarro trasse da una borsa a tracolla che aveva con sé un malloppetto di fogli in formato standard, in parte scritti a mano e inframmezzati da fotocopie frettolose di quelle che vengono con in bordi neri, orlati di post-it gialli e rosa a segnalare punti che riteneva salienti, li scorse frettolosamente in una caleidoscopica successione di variazioni espressive come a richiamare una intima epitome per un punto di inizio, poi Trifarro si schiarì la voce con qualche colpetto di tosse ed iniziò a parlare.

È conscio dell’evoluzione che questa convinzione ha sviluppato nel corso della sua esistenza, che nella stessa età dei suoi ascoltatori, e anche nel periodo del liceo e dell’adolescenza, ricorda di avere percepita dentro di sé senza averla ancora compresa, e cercato di sfogare indirizzandola verso l’impegno sociale ottenendo solo frustrazione e tentativi di isolamento. Ora, a quarantadue anni, vede chiaro a sufficienza per sentirsi vagamente voyeur di fronte a questi ragazzi, intelligenti sì, ma ancora sprovveduti di fronte alla concretezza della Vita, che ti stende molto, molto più spesso per offenderti che per scoparti, che non di rado ti scopa per offenderti e li osserva con uno sguardo che per se stesso avrebbe definito protettivo, per quanto può essere protettivo uno sguardo; più che altro si identifica in loro con un atteggiamento mentale che fatica sempre a trasformare in empatia. Irma si accende una Marlboro in una sequenza di mosse che, pur non studiate o premeditate, si riuniscono concettualmente nel big-bang del suo io e nell’esposizione di tutta la sua disponibilità positiva alla vita. Trifarro non ha mai fumato e benché pubblicamente disapprovato da un salutismo dilagante tanto utile quanto becero non l’approva né lo disapprova, per quanto una buona attenzione alle cose della salute sia auspicabile sotto molti punti di vista e trova ridicole quelle scritte sui pacchetti delle sigarette del tipo «Il fumo uccide», «Il fumo provoca malattie cardiovascolari», che scientificamente risultano dimostrate, ma che nell’ottica della vita umana appaiono socialmente o commercialmente comiche, ogni cosa al mondo è in grado di ucciderti se utilizzata nel modo sbagliato, senza tenere conto del fatto che non pochi salutisti fanno tendenzialmente cose spericolate o almeno pericolose per dimostrare di essere in salute, poi magari finiscono ugualmente in ospedale, solo che invece che in cardiologia finiscono magari in ortopedia. E comunque nessuno è mai morto sano come un pesce, e inoltre come si ripete nei testi propedeutici alla filosofia e alla logica, «Socrate è uomo», «Ogni uomo è mortale», quindi…

Irma si accende la sigaretta, espira il fumo in alto alzando la testa leggermente all’indietro e inarcando la schiena tenendo sempre i suoi occhi chiari puntati su di lui, poi si passa la Marlboro nella mano sinistra e riprende a scrivere tenendo il blocco degli appunti e la sigaretta con la mano sinistra, il volume del suo respiro descritto dal fumo azzurrino viene dilatato e disperso in alto da una debole brezza estiva, tiene una posizione del loto perfetta ma la sigaretta nella mano sinistra è fuori luogo per un simile immaginario; una polo attillata Q. B. esalta le sue forme, Fosco pensa che l’ovale del suo viso si accorda con il colore della sua maglietta e pensa anche che è un pensiero irrazionale, almeno per qualcuno che non si interessa di moda, come è il suo caso. I BDdLC sono momentaneamente scissi, Sandro e Mario in seconda fila, se così si può definire la posizione “campestre”, più o meno dietro Dario e Fedora, Gianni dietro ad Alfeo, che sa essere soprannominato lo Scuro, o l’Oscuro per via delle sue tendenze gotiche, ed in effetti anche oggi nella mattinata di luglio da almeno 28° all’ombra è regolarmente vestito di nero; non si volta a guardarlo perché Alfeo alias L’Oscuro/lo Scuro si trova immediatamente alla sua destra e se si voltasse a guardarlo direttamente o troppo spesso oltre a metterlo in imbarazzo lascerebbe pensare agli altri che Alfeo alias L’Oscuro/lo Scuro gli pare un tipo strano, il ché sarebbe ingiusto e non vero. Fosco non si abbassa mai ad usare soprannomi, a tale riguardo ha sempre in mente la leopardiana affermazione «i cui nomi strani è vanto saper», che descrive un popolino dedito a definirsi superficialmente e quasi mitologicamente, deve mantenere distanze professionali; però alcuni atteggiamenti lo intrigano, come i BDdLC, per esempio, di cui ha rilevato una momentanea separazione, Gianni da una parte, alla sua destra dietro allo Scuro, o l’Oscuro che dir si voglia, Sandro e Mario al centro in seconda fila e gli pare una novità, ma forse questa unità e compattezza non esistono, non si azzarda mai a intrufolarsi nelle loro discussioni o a lasciarsi agganciare in una delle loro tirate goliardiche, Sandro sa essere ficcante in senso logico e Gianni a tratti pare l’alter ego di Dott. Cynicus, niente di spaventoso ma i ruoli esigono distanze.

Trifarro nutre per Sandro una profonda ammirazione, che non ha il coraggio di esternare a causa dell’imparzialità che il ruolo gli impone, lo vede come immerso in un’aura ultraterrena, come se fosse lì per sbaglio oppure in missione segreta per conto di Hermes, il dio greco s’intende, il suo aspetto ha qualcosa di efebico e maturo ad un tempo, anche se non sempre è astuto come Hermes vorrebbe, i suoi capelli tagliati in una pettinatura stile anni cinquanta con la sommità del capo affollata di capelli assediata da una sfumatura sufficientemente alta da fare risaltare alcune ciocche spioventi sulla fronte si accordano perfettamente con i suoi lineamenti mediterranei ornati da lenti discretamente spesse, pare uscito da una foto di gruppo del dopoguerra. Argia e Zaira di quando in quando si scambiano domande e suggerimenti sottovoce, in quel flebile parolare di respiro e corde vocali mute da confessionale e si aggiornano vicendevolmente gli appunti fra sussurri e sospiri, sembrano due cherubini intenti a cazzeggiare di nascosto da Dio. Nota che hanno ciascuna un indumento dello stesso colore e il fatto non sembra casuale, lo ha già notato altre volte e la trova una cosa simpatica, per quanto vagamente sciocca. Fosco le guarda e gli paiono una unica unità umana, come quattro occhi che guardano da uno stesso volto, due bocche che si esprimono dallo stesso cervello, sono stupefacenti e ammalianti nella loro infantile gentilezza, ad osservarle le differenze fisiche sembrano scomparire, il differente colore dei capelli e degli occhi, la taglia corporea non esattamente uguale, Zaira è almeno cinque centimetri più alta, tutto scompare nella loro uniforme gentilezza verso il mondo. Germano sbircia in direzione di Mina, che non lo nota, anche perché coperta in parte da Fedora, che è sulla traiettoria dello sguardo di Germano, il quale si sbilancia un poco in avanti per aprire la visuale sulla sua ragazza. In quel preciso momento non sembra distratto, sembra diversamente attento, per usare un eufemismo politicamente corretto. Fosco però sa che non mancherà di approfondire quello che sta dicendo, magari aggiornandosi sugli appunti di qualcun altro.

Dott. Cynicus lo preoccupa, quella sicurezza che erige attorno a sé sembra più che altro una maschera proiettata contro lo sguardo degli altri a difesa di una sensibilità verso il mondo al limite del tollerabile, e in effetti, anche se è attento, lo sta guardando in una maniera peculiare e lontanamente estraniata e nei suoi occhi gli pare, magari con non poca fantasia, di leggere il messaggio «Sopportabilità esaurita. Attivare la vita di riserva», e questo a ventidue o magari ventitré anni, forse non ancora compiuti. Il suo aspetto sempre impeccabile pare nascondere una fragilità intima, non che sia costantemente “elegante” stile Via Montenapoleone, semplicemente non appare mai in disordine, e anche qui, seduto a gambe incrociate sul prato, riesce e sfoggiare una camicia dalle maniche rimboccate che sembra stirata da due minuti e ci puoi giurare che quando si alzerà i suoi jeans non avranno le borse alle ginocchia, sembreranno appena indossati. Fosco pensa che una cosa del genere deve richiedere un grosso sforzo umano. Bonbon e Laszlo parlano, non stanno ascoltando ciò che dice. Nulla di nuovo sotto al sole. Bonbon copierà gli appunti da Pia o Cesira, Laszlo… beh, Laszlo sembra che non abbia alcuna intenzione attiva al riguardo, a parte la distrazione di Bonbon, che gli parla ogni tre minuti, pare che lo stiano ascoltando come se si trattasse della televisione. Germano lo guarda, ma la sua attenzione sembra deviata da qualcosa, non è un atteggiamento normale in lui, ha come una specie di lieve, appena percettibile movimento compulsivo in direzione di Laszlo e Bonbon che sono seduti alla sinistra dietro di lui, forse lo stanno distraendo con le loro chiacchiere. Non ha idea di cosa si stiano dicendo; avendo avuto anch’egli la loro età, ed essendosene liberato come la serpe della sua vecchia pelle, potrebbe fantasticarci sopra, nulla di più inutile, la sua orazione deve procedere. Si domanda, in una forma retorico-fantastica della sua seconda attenzione, chi di essi lo tradirà, non è una cosa religiosa; è solamente vecchio a sufficienza per sospettare paranoiche intrusioni circa investigazioni dei servizi segreti civili e di fanatici politici a scopi denigratori nelle sue attività universitarie, e non solo. La sua domanda principale è «Sì, d’accordo, sono paranoico. Ma sono sufficientemente paranoico?». Qualcuno di questi ragazzi è probabilmente in contatto con la parte oscura della democrazia, e pensa che è anche inutile sapere chi. D’improvviso si sente ridicolo per avere evitato di stampare la sua relazione, su cui il suo uditorio sta prendendo appunti, con non poca meraviglia da parte sua dato che si tratta di una orazione molto informale per il quale nessuno chiederà opinioni o sviluppi individuali, certo non tutti, però si sente discretamente appagato dal punto di vista umano; e consapevole dell’adunata che ha organizzato qui all’aperto in Largo Richini si rende improvvisamente conto che ha esposto pubblicamente, vale a dire in senso proprio poiché sono in un giardino pubblico, ciò che in precedenza ha voluto evitare di diffondere per iscritto stampandolo al computer. Non ha nulla di cui rimproverarsi, si tratta solo di letteratura e opinioni in libertà ma statisticamente parlando è altamente probabile che almeno uno o forse due dei giovani che ha davanti sia cerebralmente molto più vecchio di lui stesso.

Alla citazione di Big Bill Broonzy qualcuno avanzò la richiesta di sentire un po’ di musica, un riflesso condizionato forse dalla necessità di una pausa o dalla stanchezza per la posizione scomoda. Seguirono commenti e mormorii, Trifarro chinò il capo da un lato per lasciare andare questo momento di distrazione, sapeva che in breve si sarebbero ricomposti autonomamente. Mentre alcune ragazze avevano alzato la testa dal blocco di appunti per scambiarsi qualche commento Germano, non coinvolto da nessuno e in parte distratto dalle battute, se ne stava con la testa fra le nuvole, un po’ perso in questa inedita novità di una specie di lezione all’aperto, sentiva le voci dei suoi compagni come in un sottofondo, una specie di colonna sonora e fra il blandi lazzi dell’intermezzo colse al volo alcune parole in parte smozzicate e incomprensibili ma a tratti bene udibili di cui però indovinava la voce, parole che non sembravano rivolte pubblicamente e che provenivano da dietro di lui; la voce pareva quella di Bonbon, il quale, approfittando della momentanea distrazione generale nel chiacchiericcio, chiedeva a Laszlo se poteva aiutarlo con un problema che gli era sorto improvvisamente quella stessa mattina. A Germano dei problemi di Bonbon non poteva fregargliene di meno, li aveva sentiti confabulare a mezza voce per tutta la tirata iniziale di Trifarro infischiandosene ma sentendosi un po’ disturbato, però incastrato com’era in mezzo a quel piccolo anfiteatro non aveva modo di allontanarsi o di distrarsi altrimenti. Cercò di darsi un contegno di indifferenza che non desse sospetto a Bonbon del fatto che di quello di cui stava parlando qualche brandello sconnesso da un senso compiuto arrivava anche alle sue orecchie, non sapeva nemmeno di cosa stessero parlando e a dirla tutta nemmeno voleva ascoltare e si sporse verso Argia chiedendo una banalità per darsi un tono, ma questo non bastò a distrarlo e captò, senza rendersene immediatamente conto, alcune parole che raggiunsero la sua attenzione in seconda battuta, essendo Gemano il tipo che non si interessa degli affari degli altri, anzi, quando troppo coinvolto si sente imbarazzato, però quelle parole, anche se in ritardo acuiscono la sua attenzione, sente il nome di Mina, che da almeno un anno o forse due considera la sua ragazza e dalla quale pare corrisposto, non esattamente la fidanzata ma qualcuno di speciale nella sua vita, e sente un nome singolare associato a quello della sua amica, sebbene disturbato dai rumori all’intorno e non è ben sicuro di ciò che sta udendo «…il Cinese vuole … la vuole incontrare … e a tutti i costi … … Mina … sì proprio Mina …» che desta completamente il suo interesse, la voce è quella di Bonbon, tarata su una nota di vago spavento, come se stesse rispondendo a qualcuno che gli chiede qualcosa di preoccupante mentre è intento a qualcosa che lo diverte o lo rilassa.

Germano anche senza guardarlo poteva immaginarselo non proprio calmo e freddo solo a sentirlo dal timbro di voce, il fatto stesso che non riuscisse controllarne pienamente il volume ne era un chiaro indice. Per Germano la parola “cinese” si associava inequivocabilmente con la Cina e tutto ciò che esce da quel paese, però il fatto che questo misterioso orientale volesse incontrarsi con la sua ragazza fece suonare un campanello nella sua testa. Riuscì a mantenersi calmo e a non voltarsi, gesto che sarebbe stato comunque superfluo, aveva già associato le voci alle persone; nessuno oltre a lui pareva avere colto quella frase, o comunque nessuno ne mostrava segno, tutti parevano interessati a Trifarro o a fare momentanea combriccola con il compagno che avevano di fianco nell’attesa che Fosco riprendesse a parlare. Guardò verso Mina, seduta a meno di tre metri da lui alla sinistra di Trifarro, dietro Fedora e Dott. Cynicus. L’ipotesi della gelosia pareva da scartare, da come l’aveva pronunciato Laszlo pareva più che altro una transazione, una vicenda burocratica, un vago rapporto sociale legato con vicende di Mina che non conosceva. Si domandò se fosse sicuro di ciò che aveva udito, ma si domandò soprattutto se la Mina che conosceva lui era la stessa che questo cinese voleva incontrare. Dal punto di vista dell’identità parevano non esservi dubbi, nessun altra persona fra le sue conoscenze si chiamava con quel nome, non che pretendesse di conoscere tutte le relazioni personali di Bonbon e Laszlo ma diverse frequentazioni in varie occasioni non avevano fatto emergere altra Mina all’infuori di quella con cui condivideva molti momenti da un paio d’anni a questa parte, ed ora lei, alla luce di questa frase captata, gli appariva in una prospettiva insolita e inaspettata.

Si voltò verso Argia e Zaira alla sua sinistra, che erano proprio davanti a Bonbon e Laszlo, ma queste parevano assorte nel loro pissipissi; scrutò rapidamente il loro atteggiamento ma non ne trasse alcuna indicazione. Dietro di lui Irma stava parlando con Mario e da ciò che dicevano concluse che non avevano udito ciò che gli stava facendo montare una vaga ma crescente preoccupazione. Da come si comportavano tutti intorno a lui pareva essere l’unico ad avere udito quella frase, ed anche l’unico apparentemente interessato, oltre a Mina, naturalmente. In due anni di stretti contatti, a tratti tanto stretti da compenetrarsi, Mina non gli aveva mai parlato di alcun cinese, né aveva mai palesato particolari interessi per l’oriente; né lei né la sua famiglia, che frequentava magari saltuariamente ma in cui non aveva riscontrato interessi o legami con l’estremo oriente. Argia con quella sua vocina dolce, ora col sonoro pieno delle corde vocali, gli chiese se quella sera stessa insieme a Mina avrebbe partecipato con loro ed altri ad una festa nella zona del Lorenteggio in casa di un tale del loro corso non attualmente presente. Richiamato alla realtà da una domanda proveniente da un umano si scollò di dosso immediatamente tutte le preoccupazioni inerenti Bonbon e Laszlo e disponendosi a rispondere ad Argia, con Zaira alla sinistra di lei che si sporgeva in avanti affabile e sorridente rivolta verso di lui ad ascoltare ciò che aveva da dire al riguardo, cadde momentaneamente dalle nuvole per riprendersi immediatamente e rispondere che la sua mondanità stava attualmente affidata interamente a Mina e se lei era informata della cosa e desiderava parteciparvi vi avrebbe partecipato anche lui. Gli pareva di rammentare al riguardo che Mina lo avesse già messo a parte del fatto per questo giovedì e che con tutta probabilità si sarebbero visti sul posto. Argia e Zaira sorrisero soddisfatte, Trifarro pareva avere ripreso la parola e l’uditorio si era zittito, la conferenza riprese.

La breve pausa aveva rilassato parecchie preoccupazioni e alimentato un certo interesse, l’attenzione pareva accresciuta. Fosco sentì di poter portare fino alla fine la sequenza di argomenti che si era preparato, gli sguardi dei giovani parlavano in questo senso, per un breve istante si sentì pervaso da un senso di entusiasmo, accentuato dall’isola di attenzione che aveva creato nel mezzo della vita milanese di tutti i giorni. La vita della città scorreva all’intorno e nulla e nessuno pareva intenzionato a distrarli. Un ragazzo, forse senegalese, si avvicinò per annusare la situazione e vedere se poteva vendere qualcosa della sua merce, ma comprese subito che avrebbe arrecato disturbo. Tuttavia non si allontanò immediatamente, si sedette sul prato per qualche istante ad ascoltare, più che altro in simbiosi con l’età dei ragazzi che Trifarro aveva davanti, ragazzi come lui, ma senza il problema immediato ed urgente di dovere riempire la pancia quanto basta per tirare avanti. Il tintinnare della sua paccottiglia aveva richiamato l’attenzione di alcuni di loro, che si erano voltati a guardare, ma senza fare commenti. Il giovane africano capì di essere un’appendice superflua. Fosco gli lesse sul volto qualcosa di malinconico quando si allontanò, le ragioni non mancavano. Nella sua visione laterale indovinò il capo di Dott. Cynicus voltato di profilo a seguire il dileguarsi di quel giovane africano.

Mario percepì una specie di sibilo in pretesa forma di musica, nel luogo aperto in cui si trovava non riuscì immediatamente a individuare la fonte e la cosa lo distraeva. Guardò verso i suoi compagni ma erano tutti o quasi attenti a Fosco e da nessuno di loro pareva provenire alcun sibilo o fischio sommesso, erano tutti nel pieno controllo della loro scheda audio, poi un leggero fruscio, sottolineato da una distrazione dello sguardo di Trifarro che fissava qualcosa un metro circa al di sopra di lui alle sue spalle, lo fece voltare per verificare. Un pensionato stazionava in contemplazione dell’assembramento e dalla bocca protrusa in forma di fischio gli usciva una melodia folcloristica del bel tempo che fu. Il vegliardo non pareva consapevole della fuoriuscita melodica in forma di soffio, poiché non era un fischio, o quanto meno aspirava ad esserlo senza realizzarsi completamente e il suo sguardo pareva dissociato dalle funzioni che la sua bocca stava compiendo. Mario avrebbe voluto chiedergli di smettere di fischiare, ma siccome, propriamente parlando, il soggetto non stava fischiando ma stava soffiando in variazioni tonali il suo respiro attraverso le labbra estruse a culo di gallina, ciò che pareva l’espressione di un disturbo più che una velleità artistica, ne avrebbe ricevuto una risposta sgradevole e si concentrò su ciò che Trifarro stava dicendo cercando di dimenticare la presenza alle sue spalle. Il pensionato andò ad appoggiarsi con una mano all’albero più vicino dandosi il contegno di chi sta pensando «Vediamo come va a finire!», poi però alcuni accenni all’Ulisse di Joyce gli risultarono poco interessanti, e forse anche il nome di Franz Kafka non gli rammentava alcunché di famoso, tolse quindi il disturbo, e sempre soffiando dalle labbra in forma di fischio quell’afflato di nenia dei bei tempi andati si allontanò con fare bighellone.

Prossimamente il quarto capitolo

Una storia italiana – Romanzo a puntate (01)

romanzo a puntate (01)

Copyright © Eric Bandini 2010

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Questo romanzo, ambientato fra Milano e Genova nel luglio del 2001, è un’opera di fantasia. I personaggi, i luoghi nominati e gli eventi che vi si svolgono sono inventati, gli eventi e le persone eventualmente reali, che fanno da sfondo alla narrazione come ai personaggi, sono tratti da fatti di cronaca riportati dai notiziari o dai quotidiani e liberamente interpretati a fini creativi e immaginari. Ogni altro e qualunque riferimento a persone, luoghi, cose, eventi realmente esistiti o esistenti è puramente casuale e/o esclusivamente funzionale ai fini immaginari della narrazione. Ogni deduzione o interpretazione storica, filosofica o letteraria è meramente funzionale alla narrazione romanzesca quale opera di fantasia.


Una storia italiana

Capitolo I°

(01)

Milano

Giovedì, 19 Luglio 2001

Li aveva notati da lontano. Li aveva visti sghignazzare su qualcosa, o probabilmente su qualcuno del loro giro d’affari. Ahmed e Rico gli facevano sempre un’impressione stridente, i loro atteggiamenti appariscenti e volgari non si associavano proprio al desiderio di anonimato dei loro clienti. Ahmed, secco e dalle guance leggermente butterate, quando rideva mostrava i suoi denti accavallati in un ghigno equino circonfuso da un’aura di peluria nera tra la fine del naso e la fine del mento, delimitata ai lati dal deserto butterato delle guance. I suoi capelli ricci, molto più ricci di quelli di Rico, erano tagliati corti e contribuivano all’immagine di secchezza del soggetto, lasciando emergere la sua capa come un torrione roccioso privo di vegetazione, al contrario di Rico, il portoricano, la cui lunga capigliatura corvina ondeggiava intorno alla sua testa negli sgrullamenti indotti dalle risate. Il suo fisico, addestrato da ore di palestra, si distingueva per l’accentuata muscolosità da quello del nordafricano, che appariva come il più debole dei due; per chi non lo avesse mai visto con il coltello in mano.

Che cosa avesse spinto un portoricano ad emigrare in Lombardia era una domanda a cui Bonbon non sapeva trovare una risposta. Abbandonare un paese pieno di sole e di vita per finire a Milano, città della nebbia, era qualcosa sulla cui convenienza non riusciva a trovare indizi, ma tanto lui quanto Ahmed, nella mentalità di Bonbon erano inscritti a qualche livello nel ritratto generale dei terùn, nella tradizione e nel folclore locale; indifferentemente se nazionali o di importazione.

La nebbia a Milano

Gli restavano una trentina di metri per inventarsi una scusa. Quelli lo notarono. Rico diede di gomito ad Ahmed, che si voltò smettendo di ridere. Bonbon temeva come il demonio quell’espressione trasognata che Ahmed riusciva a mantenere anche nelle situazioni più critiche e disperate, era l’espressione di una innocente convinzione al crimine, l’idea di essere inafferrabile; anche se per la verità un paio di volte lo avevano già afferrato e aveva trascorso qualche anno in carcere a perfezionare il master in crimine applicato. Aveva giurato più volte davanti a sé stesso o davanti a qualcosa o qualcuno, di uscire da quella gabbia, ma ogni volta che ci provava sentiva irrefrenabile il richiamo della roba, e ricadeva in ciò che voleva evitare. Più che dalla dipendenza dalla roba era disgustato dal dover trafficare persone che avrebbe evitato, e peggio ancora, dal dover sottostare ai loro voleri; per penuria di pecunia più che altro, perché se hai soldi paghi, ti porti via la roba e chi s’è visto s’è visto. Ma Bonbon di soldi non ne aveva, e stava seriamente rischiando di mettere a repentaglio le sue possibilità di laurearsi, la “roba” gli sottraeva tutte le risorse, ma a scadenze dettate dall’astinenza si ripresentava davanti a quei figuri a pietire una dose con i soldi contati, se ne aveva, o per chiederla a credito, come gli era capitato l’ultima volta. Stranamente Ahmed e Rico gliel’avevano data ugualmente, ma dietro quella loro strisciante e rozza gentilezza non aveva faticato a percepire i prodromi di una trappola in cui era caduto, però l’urgenza di farsi una dose aveva annullato ogni difesa e ogni ragione. Ora stava qui ad abbisognare di un’altra dose e senza averne ugualmente i soldi. Bonbon era un tipo razionale, e si meravigliava di sé stesso davanti a sé stesso per queste scelte irragionevoli, ma al di sopra di ogni ragione aleggiava il desiderio di farsi una dose, fosse anche quella che porta alla morte.

– Ciao Bonbon – disse Rico con quella tipica suadenza stonata che ogni malavitoso ostende, convinto di essere per davvero una creatura gentile.

Ahmed aveva esposto quella temuta espressione, sembrava guatare inespressivo, come se di nulla gli importasse, a tutto fosse attento e da tutto fosse distratto in un’aura di delirante immediatezza dell’esistenza. Un atteggiamento serpigno, che non prevedeva ragionevolezza.

Bonbon non sapeva come iniziare a giustificarsi, poiché non poteva addurre altro che giustificazioni. Non solo non aveva i soldi per comprare una dose, ma non aveva neanche quelli per pagare la dose avuta in anticipo il giorno prima. La cosa gli appariva molto strana, anzi gli era apparsa strana fin dall’inizio. Gli spacciatori non danno mai dosi a credito. Ma la voglia di farsi aveva superato ogni ragionevole dubbio. Ora non capiva se doveva chiedere o ascoltare, spiegare o prendere ordini. Stranamente l’espressione erpetica di Ahmed si trasformò in un sorriso, da una delle sue tasche emerse una bustina di nylon un po’ panciuta, più grande delle solite argentate che parevano confezioni improvvisate di medicinali sfusi e che mostrava in trasparenza un’insolita abbondanza di contenuto rispetto alle confezioni standard. Gettò un’occhiata ai lati, per verificare la presenza di ficcanaso o di bargelli, poi rimettendo via ciò che aveva mostrato sorrise di nuovo verso Bonbon, che continuava a non comprendere.

– Ce l’hai le sessanta dell’altra volta? – Esordì Ahmed.

– No.

– E con che faccia ti presenti qui? chiese Rico, che dopo una breve pausa, ammiccando verso Ahmed, proseguì – Forse oggi è il tuo giorno fortunato. Ahmed ha una sorpresa per te.

– Ma non sarà proprio gratis – disse il nordafricano – Sei già in debito di sessanta, questa la puoi avere se ci combini un lavoretto – ed estrasse nuovamente di tasca la bustina mostrandola a Bonbon.

Bonbon sbuffò chinando il capo e guardando da un lato come per distrarsi. Questa proposta non era di sicuro farina del loro sacco. Sapeva per conto di chi lavoravano quei due. Pur avendo la fama di duri non erano all’altezza di condurre affari di grossa portata in prima persona, restavano nel piccolo cabotaggio della delinquenza, all’ombra di qualcuno più ingombrante di loro. Bonbon si faceva di roba da tempo sufficiente per sapere chi fosse il Cinese, il loro boss, che non era della Cina, ma originario di Gallarate e all’incirca suo coetaneo, come i due compari che si trovava di fronte. Con il Cinese non aveva alcuna confidenza ma lo aveva incontrato occasionalmente nell’ambiente delle università, avendo il giovane boss frequentato, o meglio tentato di frequentare, la facoltà di Legge, vicina a quella di Lettere e Filosofia. Il giovane boss aveva però capito che dalla legge non si estrae direttamente molta grana e non era propenso ad apprendistati con il necessario dispendio di umiltà, che non possedeva; per cui aveva abbandonato quasi subito per dedicarsi a tempo pieno all’intossicazione dei suoi coetanei, affare questo che gli rendeva molto e subito, magari con qualche rischio. Bonbon tentò di fantasticare sulle possibili richieste che i due mandarini gli avrebbero sottoposto per non essere colto di sorpresa, ma si scoprì desolatamente inerme per la pressante necessità di farsi, per cui si voltò verso Ahmed cercando di assumere l’espressione più conveniente possibile.

– C’è una ragazza che tu conosci, si chiama Mina. L’hai presente? Frequenta l’università insieme a te.

Bonbon tentò di progettare una momentanea smemoratezza, ma era come voler fuggire da sé stesso. La voglia di farsi e soddisfarsi lo resero immediatamente arrendevole, e come se si trattasse di chiacchiere fra comari buttò là una frase sperando che concludesse l’argomento.

– Sì, credo di avere capito chi dici.

Ma quasi immediatamente, Bonbon cominciò a sentire un profondo senso di disgusto serpeggiargli nel ventre, non sapeva ancora che cosa volessero questi due, ma il fatto che avessero tirato in ballo il nome di una persona di sua conoscenza significava che in qualche maniera avrebbe dovuto agire contro di essa per avere in cambio quella bustina tanto desiderata. Tentò di schermirsi.

– La conosco a malapena, ci frequentiamo raramente, non …

– Oh, non devi fare granché. Devi solo fargli capire che il Cinese desidera vederla.

– Non in cartolina, ma a quattr’occhi – aggiunse Rico.

– Anzi, devi fare in modo che il Cinese la incontri come per “caso”, che…

– Sei un tossico di bell’aspetto – interruppe Rico – non lo sembri neanche. Tu frequenti quasi tutti i ritrovi e le feste dei tuoi compagni di università. Lei ci va certamente, magari non sempre, e per certo insieme a quel gonzo con cui sta da un po’ di tempo. La devi solo agganciare…

– Sì, … nulla di violento, la devi solo attirare da parte, magari il Cinese sarà lì sul posto… come per caso…

– Niente pressioni, niente forzature…

Rico e Ahmed si rimpallavano la conversazione con un metodo studiato e collaudato per rimbambire l’oggetto delle loro attenzioni. Bonbon, con la voglia di farsi che aveva era già abbindolato a sufficienza; praticamente si stavano divertendo alle sue spalle.

Bonbon, dallo sguardo vagamente stranito, in una lontana retroguardia di sé stesso ormai definitivamente sconfitta, si domandava quali fossero i meccanismi che lo conducevano ad incontrare questi tizi nei posti più impensati e agli orari più inconsueti. Era convinto che nessuno avrebbe sospettato un’attività così assidua e regolare, quasi da ragionieri o burocrati dello spaccio, che li tirava fuori dal letto ad un orario insospettabile per degli addetti al crimine. Non erano neanche le otto e mezza del mattino e questi erano già operativi in una zona a dir poco inconsueta. Strani percorsi mentali o stradali lo conducevano a vedersi con questi tizi, quasi che sapessero in anticipo dove incontrarlo, e quasi fosse egli stesso teleguidato ad incontrarsi con loro, e concretamente lo era, per via della necessità di trovare sfogo alla sua dipendenza e gli capitava di seguire a posteriori come un automa le decisioni prese in autonomia dalla sua cervice dopata ma non ottusa. Come nell’attuale mattinata, in cui non ricordava di avere pianificato alcun incontro, eppure, spinto dalla voglia della roba si era avventurato a piedi in via Castelbarco, senza nemmeno sapere perché, una zona inconsueta, e questi gli erano fioriti davanti all’improvviso, come se fossero stati parte dell’arredo urbano riagganciando tutto il procedimento che lo legava ad essi, poi si sovvenne di essere stato lui il promotore dell’incontro, ma come se fosse un altro sé su cui non aveva alcun controllo. C’era una sorta di simbiosi che lo portava incontro a questi tizi, qualcosa da cui si sarebbe allontanato definitivamente più che volentieri, ma che stranamente lo teneva e lo spingeva a questi percorsi irrazionali, a questi incontri apparentemente senza appuntamenti concordati ma più concretamente gestiti dal lato narcotizzato del suo cerebro, quello più propenso all’oblio. Queste sue meditazioni erano però distratte dalla voglia di perbenismo, di segretezza del suo uso privato di sostanze, per quanto spesso ne avesse solo una illusione di riservatezza. Lampi di paranoia lo inducevano a sospettare dei suoi conoscenti, ad incontrarsi con i suoi fornitori in luoghi strambi e sempre diversi, o almeno a lui pareva. Poi a mente fredda, razionalizzando, arrivava alla conclusione che questi incontri avvenivano quasi sempre negli stessi luoghi, magari non assiduamente sempre gli stessi, ma c’era come un legame, una traccia, un sentiero che li accomunava fra loro. Questi colloqui per rifornirsi, solitamente brevissimi, mettevano alla prova la sua determinazione all’autocontrollo. L’idea di farsi vedere da persone conosciute a colloquio con Rico e Ahmed lo sobillava alla conclusione più rapida possibile per potersi riappropriare del suo perbenismo, del suo aspetto di laureando, di bravo studente.

La transazione si stava prolungando oltre il suo limite di resistenza, non che stesse per avere una crisi di agorafobia, ma il suo comune buon senso stava cedendo parecchio terreno. Il rispetto per Mina, la vittima indicatagli dai due pusher, stava scemando, sopraffatto dal desiderio di mettere le mani su quella bustina trasparente e panciuta che prometteva qualche giorno di tranquillità, di farsi e non pensare più a niente, fino alla prossima necessità, che in considerazione del suo stato di assuefazione non era molto lontana nel futuro, ma in quel momento riusciva a vedere solo la soddisfazione istantanea della sua astinenza.

Le voci di Rico e Ahmed gli si confondevano nella testa smorzando le labili resistenze della sua volontà. Non aveva capito bene che cosa avrebbe dovuto fare, ma sembrava tutto sommato una cosa non pericolosa. Se il Cinese voleva parlare con Mina, che cosa c’era di male o di strano? Tutto sommato avrebbe dovuto soltanto mettere in comunicazione due persone. «Quand’è che mi dà quella maledetta bustina?» La frase era diventata un ritornello nella sua testa. Rico stava citando il nome di un locale che tutti e tre conoscevano molto bene, Bonbon in qualità di cliente, Rico e Ahmed in qualità di fornitori mimetizzati da clienti. Forniture non in esclusiva comunque, la concorrenza era libera e molto agguerrita. Bonbon era sempre aggiornato e informato su questi locali e di tutti i ritrovi ad essi collegati. Li frequentava e se ne teneva al corrente, una volta vi aveva rimediato una pasticca gratis e la cosa gli era rimasta impressa nella mente e sperava o si illudeva di potere reperire qualcosina ad un prezzo speciale; le paste non era la roba, ma in qualche modo sopperivano. Tutta la concentrazione di Bonbon mulinava ostinatamente sulla voglia di farsi e ascoltava Rico e Ahmed con un’espressione fissa e stralunata che quelli conoscevano molto bene, in virtù di un certo esercizio della professione, magari interrotto da soggiorni non desiderati, per cui meditarono che il cliente era cotto a sufficienza e convinto di quanto avrebbe dovuto fare. Restava il problema di fargli capire esattamente il cosa ma a questo avrebbero provveduto in seconda battuta, una volta che Bonbon avesse raggiunto la tranquillità conseguente all’assunzione della roba.

– Allora lo farai? – Disse Ahmed.

Bonbon fece cenno di sì con la testa.

– Non ho sentito – incalzò Rico.

– Sì, sì – disse Bonbon.

Ahmed si voltò di scatto da un lato reprimendo un sorriso, poi trasse di tasca il piccolo involucro e lo porse a Bonbon, che cercò di artigliarlo immediatamente. Rico gli fermò la mano. Ahmed si guardò intorno. I gesti erano troppo espliciti e si trovavano all’aperto, in strada. Non c’era nessuno nei paraggi, ed erano anche riparati in parte da alcuni veicoli in sosta, ma le precauzioni non erano mai abbastanza. Di solito non tenevano la roba addosso, l’accusa di spaccio sarebbe stata immediata, ma oggi erano stati incaricati direttamente dal Cinese, che conosceva i suoi polli e non agiva mai a caso.

Rico trasse di tasca il cellulare e compose il numero di Bonbon e quando sentì il telefono trillare in qualcuna delle sue tasche chiuse la chiamata. Bonbon istintivamente aveva messo mano al suo cellulare nel momento in cui la suoneria aveva cessato. I due spacciatori avevano semplicemente voluto sincerarsi che il loro pollo non si fosse venduto il portatile per garantirsi una dose in un momento di crisi ma evidentemente l’oggetto gli serviva per davvero e non lo avrebbe scambiato, non ancora per lo meno.

– Ti chiamiamo noi – disse Ahmed allungandogli la bustina.

Bonbon era sorpreso e indeciso, non gli avevano chiesto soldi; sebbene gli ripugnasse coinvolgere carne fresca da condire con la “roba”, il fatto che si trattasse di un incarico mondano aveva allentato i rimorsi della sua coscienza inebetita. Però, però… ottenere per due volte la roba senza pagare… la voglia di farsi ebbe comunque il sopravvento. Afferrò la bustina e disse ai due che sarebbe restato in ascolto per quello che volevano. Ahmed lasciò la presa sul piccolo involucro reiterando la temuta espressione e Rico lo guardò truce di quello sguardo che parla di restituzioni.

Bonbon era come in trance, combattuto fra l’euforia di soddisfare la sua astinenza e la volontà, flebile, di rendersi conto di ciò in cui si stava cacciando. Tolta immediatamente dalla vista la roba, tentò il commiato per potersi gratificare in solitudine, ma lo sguardo dei due non gli aveva ancora dato il nulla osta.

– Ricordati che con questa fanno duecentocinquanta, se non rispondi al telefono.

Disse Ahmed, che quando inalberava la sua espressione da battaglia pareva che parlasse tramite un ventriloquo; i suoi muscoli facciali avevano dei movimenti appena percepibili attorno alle sue labbra. Bonbon dondolò un sì col capo, guardandoli entrambi da sotto in su, e si girò per andarsene.

Da via Castelbarco, dove si trovava, all’università c’è poco più di un chilometro, nei bagni della facoltà avrebbe trovato la necessaria intimità. Il lasso di tempo che intercorreva tra la fase di possesso e la fase di assunzione assomigliava per lui ad una felice sovreccitazione per la certezza acquisita di potersi dopare e affrontare le cose della vita dall’interno di un circolo chiuso, di cui per larghe estensioni della sua consapevolezza non si rendeva conto e non si capacitava di volerne uscire. Camminava a passo spedito verso via Del Perdono, il ricordo di Rico e Ahmed era già sfocato e lontano, tenuto alla debita distanza dalla bamba che aveva in tasca e di cui avrebbe tirato una piccola parte di lì a poco. Solo il nome di Mina continuava a ruzzolare di qua e di là nel suo cervello obnubilato, indebolendo a ondate cicliche quella sensazione di giusta felicità verso cui stava marciando. Mina non era per lui quella vaga conoscenza che aveva annunciato ai due emissari del Cinese, e certamente chi li aveva mandati aveva conoscenze e informazioni aggiornate e attendibili. Mina era ed era stata la compagna di molti corsi e lezioni alla facoltà di letteratura, un’amica loquace e gentile, insieme a Germano, uno fra i suoi compagni da un tempo che non datava addietro oltre l’anno, e altri della schiera mutevole della facoltà. Tra le frasi di Ahmed e Rico che ancora gli facevano blanda eco nella testa e lo scopo urgente verso cui marciava, fugaci immagini di momenti gioviali attraversavano la sua attenzione spingendo sempre più alla superficie della sua mente qualcosa legato a Mina, qualcosa di cui aveva udito parlare, ma a cui non aveva dato peso, qualcosa che tirava in ballo il Cinese e non riusciva a ricordare come, ma sapeva che se il destino di Mina si intrecciava con quello del trafficante i rapporti non dovevano essere idilliaci e il compito impartitogli per certo sconfinava nel malefico. D’improvviso si rammentò. Qualcosa gli ritornò alla mente. Di quei ricordi distratti che affollano la memoria e se ne stanno in un cantuccio pressoché ignorati, sopraffatti dalle urgenze e dall’incalzare dell’esistenza. Prima dell’università era stata la ragazza del Cinese, per uno strano giro di amicizie che conduce molti giovani dell’hinterland milanese a cercare il loro svago nella milanodabere, o da sniffare magari.

Era stato uno dei galoppini del Cinese di quel periodo a parlarne con lui come di una vanteria sessuale per interposta persona durante il primo anno, anzi durante i primi mesi, perché l’aspirante boss aveva mollato la facoltà di Legge dopo nemmeno tre mesi per interessi diversi e certi suoi sgherri reggevano per lui certi affarucci non direttamente in sede universitaria ma gravitando attorno al mondo studentesco nei locali e nei luoghi da questi frequentati; a quel tempo Bonbon era agli inizi della sua caduta nel vortice. Di quel colloquio, del tutto occasionale in un locale abbordabile anche da persone non danarose in cui Bonbon andava a cercare quella roba che lo intrappolava sempre più, sebbene non fosse ancora divenuto dipendente dalla bamba, conservava un nebuloso ricordo, sopraffatto dalle urgenze di una matricola in un nuovo universo e soprattutto da voglie inadeguate alle sue possibilità. Rammentava solo il modo in cui questo tizio, di cui non ricordava il nome, gliene aveva parlato, una mera fanfaronata sessuale che gli era stata sussurrata all’orecchio mentre quel tale ammiccava con un gesto del capo senza che la ragazza ne fosse consapevole o che li avesse minimamente notati; non era pensabile che una splendida ragazza come Mina fosse abbordabile da una mezza tacca di aspirante delinquente come quel tizio, Mina non se lo sarebbe filato punto, e per certo nemmeno sapeva che fossero presenti e loro ci tennero a non farsi notare per via di certe transazioni che non avvenivano mai al cospetto del Cinese ma che ugualmente non avvenivano senza una sua segreta benedizione, comunque a distanza di legge dalla sua presenza fisica.

Ora, che il Cinese fosse innamorato era una cosa talmente bizzarra da non essere nemmeno presa in considerazione. Probabilmente la voleva usare come esca per allargare il giro dei suoi affari senza esporsi in prima persona, e magari una degna trombata ogni tanto non avrebbe guastato. Questa ipotesi, avvalorata dal ricordo delle confidenze sessuali riguardo al Cinese, estendeva una sensazione triste e negativa sulla sua euforia di farsi e soddisfarsi. Una macchia nera fomentata dal suo perbenismo, che trovava eco nella rispettabile nomea di Mina, la cui famiglia l’aveva tratta in salvo in tempo da una pessima situazione adolescenziale aprendogli una prospettiva di istruzione e di tranquille trasgressioni ordinarie nel solco dell’ordinario. Bonbon attualmente conosceva bene sia la ragazza che la famiglia, la cui casa aveva frequentato occasionalmente per motivi di studio, e la richiesta di azioni nei loro confronti ampliava sempre più il senso di negatività intorno al suo bisogno e alla sua euforia fino a sentirsi in uno stato di merda, amplificato dalla consapevolezza, desiderata e respinta contemporaneamente, di esaudire il suo bisogno di endorfine. Il possesso della bamba – o qualsiasi altro eccitante illecito – in queste condizioni, lo faceva oscillare fra ondivaghe pulsioni che lo spingevano alternativamente fra il desiderio di allentare la morsa dell’astinenza e la repulsione della roba e di se stesso, come tossico e come dipendente, in cui la vibrante indecisione lo faceva propendere per il soddisfacimento pressante e coatto, che alla luce della transazione avuta con i due pusher lo faceva scendere in un inferno di indecisioni. A tratti pensava di telefonare a Rico per restituirgli la roba e pattuire un rifiuto della sua collaborazione, a tratti la memoria gli richiamava la felice sensazione del soddisfacimento, che in ragione della sua assuefazione era ormai soltanto un lontano ricordo.

In corso Italia, giunto all’incrocio con via S. Sofia, si guardò intorno tentando di percepire sé e il mondo e gli ci volle un po’ per riconoscere i luoghi, che ora gli si dimostravano ostili e inquietanti senza che in essi alcunché fosse mutato. Fiancheggiò il giardino ad un angolo dell’incrocio chiedendosi che avessero mai da verdeggiare quelle piante, radicate sotto un cielo così ottusamente azzurro. I casermoni di via S. Sofia, diseguali, ma compulsivi in una V prospettica gli parvero impedire ogni decisione che non fosse la coazione alla roba e una caduta conseguente davanti al sé stesso razionale. La precisa sensazione di essere cascato in una trappola toglieva senso ad ogni cosa e ad ogni pensiero. Cercava una fuga in avanti, ma il sorriso gelido dei suoi creditori lo inseguiva e lo raggiungeva. Fino ad allora la questione era stata una cosa privata, nel senso che riguardava solo lui, la sua decisione di farsi e tutto il resto, ora qualcosa o qualcuno si introduceva nella sua esistenza, con agganci a relazioni e fatti della sua vita che avrebbe desiderato mantenere in compartimenti stagni. Primo per una inclinazione al perbenismo, la facciata del bravo studente, poi per una tendenza alla reciprocità del rispetto, in attuazione della quale mirava sempre ad astenersi dall’essere causa di fatti negativi per il prossimo, anche di fatti che molti avrebbero ritenuto irrilevanti, e questo non tanto per un fondo di moralità, quanto per una illusoria aspettativa di riconoscenza e reciprocità di atteggiamenti. In buona sostanza Bonbon cercava di essere corretto con tutti nella prospettiva che questi tutti lo avrebbero ripagato con la stessa moneta, e perseverava in questo atteggiamento nonostante la vita e il prossimo lo avessero già preso a schiaffi precedentemente e più di una volta, a tratti anche sonoramente. Non era il caso di definirla una “filosofia”, non era il caso di tirare in ballo il karma, era più che altro una tattica passiva. Capitava però, che il lato negativo dell’Universo lo venisse a cercare nella sua tranquillità assuefatta, ed egli ne restava scosso e sorpreso, in una certa maniera ignaro, come se l’innocenza fosse la legge della sua vita e non vedeva le relazioni messe in atto da lui medesimo, alcune delle quali pericolose anche da un punto di vista legale, oltre che esistenziale. Oppure se le vedeva gli pervenivano offuscate dalla nebbia della roba e non si rendeva conto che presto o tardi qualcosa di negativo sarebbe affiorato.

Prossimamente il secondo capitolo