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Lettere filosofiche, 22 Agosto 2023

Eric Bandini

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Questo tempo, presente, è sempre stato presente e sempre sarà presente. Il presente non passa, è presente.

Solo il pensiero umano sorge nel suo presente soggettivo, allocando l’inizio, il passato, il suo sviluppo e la sua storia come una cronologia che si proietta in un futuro esistente solo concettualmente, e che è (e che concettualmente sarà) giudicato dal presente, che è sempre presente.

Il pensiero dimentica di essere sempre presente, di essere sempre sé stesso intento a pensare sé stesso come sé stesso nella sua cronologia, obliando di essere inesorabilmente nell’unico momento di tempo: il presente.

Gli Dei

In antico, ovvero agli albori del pensiero occidentale, l’umano si riteneva espressione subalterna del divino (gli dei) reclamando una inarrivabile parità, dei = umani, che mitologicamente aveva storicizzato le referenze divine in un assunto lirico esemplificato da Pindaro nell’affermazione: «da una sola mente traiamo il respiro». Convinzione che aveva derivato una sua continuità, non solo lirica ma anche nel culto degli eroi (di fatto “la” storia), e trasmesso nel linguaggio quei tropi divini e umani che costituivano la referenza significativa dell’essere ciò che si è. Essere in essere, ovvero, nel presente. Filosoficamente, e in estremissima sintesi: l’«essere».

Gli Dei & Gli Umani

Ma guardando (come) indietro in quel passato da noi stessi costituito (la storia; parola che inavvertitamente include ogni e qualunque concetto del pensiero, che sia parola, oggetto, evento, ambiente, tutto ciò che è pensato, è pensato e pensabile; è presente) codesta origine concettuale e storicizzata, per quanto (sommariamente) “avvenuta”, non è allocata in un tempo costituito come passato, poiché sarebbe irraggiungibile dal concetto/pensiero umano quale oggetto cristallizzato nella linea del tempo, ma è presente al concetto (presente [e questa non è una ripetizione]) come presenza assoluta del concetto/pensiero in esso pensiero che si pensa: il presente.

Prometeo dona il fuoco agli umani

Da ciò la necessità di doversi districare per e nella esistenza, cosa per la quale, in tempi mitologici, si era ipotizzato (mitologicamente) di dover incaricare qualcuno (Prometeo e Epimeteo, p. e.) a costituire in reificati concetti le cose come pensate, senza avvedersi che pensare le cose è già crearle. Il tempo non passa, resta: il tempo è uno: il presente. Che non è mai assente. Ciò in cui dilegua quel lirico attimo fuggente dissolto dalle antilogie che lo costituiscono, e dove i contrari significano nonostante le soggettive decisioni, e senza la cui contrarietà nessun senso avrebbe senso.

Nessuna sorte conosce la propria sorte, perché l’equilibrio è reso costantemente instabile dalla necessità del suo contrario, senza il quale non sarebbe (qui manca il complemento; essere non è oggetto di sé, esso essere è). La logica, quella disciplina razionale che dirime il decidere, non è quella esattezza che ci si attende dalla parola stessa; logica è sempre ricerca di logica, perché il presente non dà altri risultati che le decisioni soggettive, costantemente soggette alla logica del presente, che non passa.

La fonte “materna” da cui dei e umani traggono il respiro è l’atto inevitabile di esistere, in cui e per cui si rende forzatamente essere congrui con l’essere presente e assoluto. Ovvero, l’umano essere è ugualmente il divino confronto (scientificamente: la logica) il cui respiro è comune. Gli umani e gli dei sono lo stesso nello stesso, e che gli umani hanno elevato a cognizione superna (gli dei) per avere confronto razionale.

Non è importante che gli dei esistano oppure no, il fondamento è il concetto di confronto fra umano, nella sua sopravvivenza, e divino quale ambito assoluto in cui e da cui umano e divino, concettualmente, traggono le sorti nelle decisioni soggettive. La logica.

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Eric Bandini, 22/08/2023

Lettere filosofiche, 4 Luglio 2023

La scrittura come sopravvivenza

Eric Bandini, 04/07/2023

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Ogni e qualunque termine/significato è ed esiste nel suo negativo.

Assurdo?

No!

Nessun + (più) esiste senza il suo – (meno), nessun vuoto senza il pieno, che può così essere pieno di vuoto, eccetera.

Dissoluzione?

Nulla si è mai creato che non fosse già in via di dissoluzione, perché il presente non passa, resta, e tutto ciò che è nel presente diviene, ovvero «è» & «non è» insieme; non c’era, c’è, non c’è più, ma il presente indifferentemente insiste in sé stesso. È presente senza passare.

Nella incommensurabile produzione umana di oggetti e concetti nulla può essere definito come uno stato di fatto, perché il fatto subentra sempre allo stato come produzione di concetti/oggetti “fatti”. Il mondo non è mai «in sé», né mai si è fatto, si afferma e si nega insieme nell’attimo del presente che non ha consistenza alcuna, né tempo, né spazio, e non può essere evitato. L’adesso è sempre adesso. Il pensiero è come perso nei fatti da esso stesso concettualizzati e oggettificati.

Le parole «di un tempo» sono divenute referenti di quel tempo senza uscire dal presente, che è l’unico tempo, in cui facili affermazioni e contraddizioni si dissolvono lasciando l’ombra di significati che perseguono un’ambientazione e una scenografia non più attuali, ma presenti nella congerie caotica che il pensiero ha affastellato nel suo presente edificando passato/futuro/spazio in cui allocare elementi ritenuti conoscibili che sono tali (conoscibili) solo nella conoscibilità soggettiva. L’Universo non produce significati, solo la mente individuale, quale soggetto, pensa l’edificio/struttura che “ordina” senso e significato, perché è il pensiero stesso che ve li ha collocati creandoli.

In ciò i contrari si pagano il reciproco significato annullandosi a vicenda e restando in maniera eterea nei concetti/oggetti, tentando di compiersi soggettivamente in un significato indeciso per l’uno o l’altro senso entro la dissoluzione del presente, che include anche il pensante, e che nulla esclude, e che non contiene tutto, perché il “tutto” non esiste. L’instabile mutamento non è mai fermo né compiuto. È presente. È.

Quello che in termini greci erano il logos e il nous, in termini di presente, che è sempre adesso, è la logica, la quale non è mai un risultato, ma la lotta antilogica dei contrari per giungere ad un esito logico per il pensante, ciò che non è logica, ma solo esito, risultato, significato teso alla logica, la quale non ha esiti che non siano significati, risultati, eccetera, i quali, come le parole desuete, si dissolvono nell’avvenire in sé del pensiero che pensa e si pensa.

Quel rapporto fra logos e nous, da lungo tempo respinto nell’immaginario della mitologia come un mondo di favole, è sempre presente; è la lotta del pensiero per affermare sé stesso (nous) verso quel presente (logos) che tenta di afferrare in concetti/oggetti, non considerando di essere parte assoluta di quello stesso logos/presente il cui nous/pensiero non può fare altro che significare e/o cercare esiti, significati, logica, eccetera per confermare sé medesimo nello schema passato/futuro/spazio da sé stesso edificato.

Dissoluzione?

Il caos non esiste, l’Universo è perfetto in sé e con sé, solo l’umano cerca quell’ordine che è la sua stessa creazione spazio/tempo quale tentativo di mettere in ordine ciò in cui è compreso da sempre.

L’Universo non ha tempo né spazio; esso è.

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Eric Bandini.

Impatto zero!

Eric Bandini

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Locandina di film: Blade Runner

Si fa presto a dire «Impatto zero!», è un lampo: IMPATTO ZERO!, ma – senza entrare in dettagli tecnici – messo giù così, l’esposto «Impatto zero!» assomiglia molto ad un ossimoro, perché o 1) hai l’impatto, che non è zero, o 2) hai lo zero che è il non-impatto, per cui «Impatto zero!» non impatta e non azzera; o magari impatta?

Sorvolando sulla tecnologia, per la quale lo scrivente non è versato, si può provare a mettere giù la faccenda come una specie di esposto narrativo facendo uso di molta fantasia e creatività (letteraria), cose con le quali lo scrivente un po’ se la cava.

Immaginiamo, in purissimo e fantasiosissimo esempio narrativo, un pianeta della circonferenza alla sua equatore di circa 40’000 chilometri (diconsi =Quarantamila= Km circa [o magari un pochino di più]) orbitante intorno ad una stella di media grandezza, e immaginiamolo terzo nell’ordine delle orbite dei pianeti a partire dalla stella, magari insieme ad altri cinque o sei, sette? Una decina insomma, all’ingrosso.

Sistema immaginario di pianeti

Ora immaginiamo codesto pianeta abitato da creature in numero (crescente) di circa 8’000’000’000 (diconsi =Ottomiliardi=, qualcuno più, qualcuno meno), e immaginiamo codeste creature in dimensione, peso e corporatura assimilabili a quelle degli umani abitanti il pianeta sul quale lo scrivente è intento a redigere questa baggianata per i suoi uno o forse due lettori.

Immaginiamo ora che codeste creature (non noi altri qui su questo pianeta, ma quelle creature [immaginarie] sul pianeta immaginario di cui sopra, il quale non esiste, è purissima fantasia letteraria) producano quotidianamente e mediamente circa 500 grammi (diconsi =cinquecento= grammi, dicesi anche 1/2 Kg) di pupù. È poca? È tanta? Beh… in ogni caso non ho intenzione alcuna di verificare alla bilancia. E comunque è fantascienza, immaginazione.

Pianeta immaginario (da wallpaper)

A questo punto, quale sarebbe, in purissima e fantasticissima ipotesi, l’impatto pupulogico sul pianeta? (sempre quello immaginario, ovviamente) Sarebbe «Impatto zero?»

Come per la tecnologia non sono versato nemmeno per la matematica, ma chi vuole, ed è capace, può provare a moltiplicare il prodotto quotidiano pro-capite, ipotizzato in circa 1/2 Kg, per gli 8’000’000’000 di abitanti immaginari dell’immaginario pianeta, volgerli in quintali, poi in tonnellate/giorno, ed eventualmente calcolare in tonnellate/anno (di pupù). Qui per i conti mi fermo, già mi fuma la testa. Tuttavia resta la domanda: «È impatto zero?». Si sta ovviamente parlando (narrativamente e fantasticamente) di impatto pupulogico, fantascienza.

Pianeta immaginario (da wallpaper)

Pare tuttavia che il fantascientifico impatto pupulogico non sia proprio a zero, ma si può fantasticare circa le autorità (immaginarie, certo) dell’immaginario pianeta, le quali addivengano alla decisione di ridurre di una percentuale, putacaso (che orribile parola, e il controllo grammaticale me la passa… [al dizionario risulta dall’arcaico “putare”]) del 30% (dicesi =Trenta= percento) l’impatto pupulogico basandosi sugli scientifici e inappuntabili esiti della funzione ameba, o tubo digerente (vivente, è chiaro). Nel conteggio della funzione ameba la quantità di cibo ingerito è proporzionale alla produzione di pupù, così che per ridurre del 30% (dicesi =Trenta= percento) la produzione di pupù occorre ridurre di adeguata percentuale l’assunzione di nutrimento; di conseguenza le autorità di quel pianeta realizzeranno una legge che obbliga le creature loro soggette alla riduzione del 30% dell’esistenza in vita, garantendo così la riduzione dell’impatto pupulogico, per quanto lo =0= (dicesi =Zero=) agognato resti un miraggio, a meno che le autorità non dispongano di azzerare la produzione totale di pupù con riduzione del 100% (dicesi =cento= percento) dell’esistenza in vita, ottenendo così «Impatto zero!» e tanti saluti agli 8’000’000’000 (diconsi =Ottomiliardi=) di creature immaginarie.

Winsor McCay: What cities will rise

Nell’esposto di cui qui sopra non si è tenuto conto della produzione di pupù da parte degli altri esseri, viventi certo, di cui le creature (immaginare e fantastiche sopra citate) anche si nutrono, e/o anche viceversa, perché il rovescio della vita accade nella vita.

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Eric Bandini

21 Giugno 2023

Proposta di legge

Articolo di Eric Bandini

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CopyRight 04/06/2023

Erano anni che non leggevo quotidiani, che non consultavo quotidiani onlain, che non guardavo la tìvù, che eccetera; vivevo, nonostante tutto, nel mio mondo fra scrittura e lettura (benché presente al lavoro), dunque erano anni e correva l’anno (mi si permetta questo burocratismo, anche in preambolo di quanto qui segue), sì, insomma, l’anno correva ed era l’anno 2020, era marzo, e un conoscente mi informa, molto casualmente, che c’è un grave problema su al nord. Migliaia di persone sono obbligate in casa alla quarantena per una epidemia, che forse è una pandemia, e capisco che magari è indispensabile abbandonare questo mio atteggiamento solipsistico per informarmi.

Così mi informo, accedo a siti onlain di quotidiani, accendo la tìvù (pubblicità coatta inclusa), ascolto notiziari e attendo a dibattiti televisivi, e mi rendo conto (relativamente alle mie propensioni letterarie) che c’è una ricorrenza, una strana ricorsività di una comparazione metaforica orribile: «buttare il bambino con l’acqua sporca». “Ma allora… ma allora è come buttare il bambino con l’acqua sporca”, “ma voi… voi volete buttare il bambino con l’acqua sporca”, “ma insomma, qui si vuole buttare il bambino con l’acqua sporca”, eccetera.

Ora, questa affermazione sedicente paradigmatica di un confronto metaforico assurdo, contiene un duplice dilemma: uno ecologico e anche cinico, in quanto, in ragione della raccolta differenziata, il bambino e l’acqua sporca non possono essere gettati insieme (e per quanto ne so non esistono cassonetti né isole ecologiche adeguate al butto dell’infante e della relativa acqua sporca). Questo è facile da comprendere, per chi avesse dubbi può rivolgersi, per informazioni, al proprio fornitore dei servizi di raccolta rifiuti; colui per il quale si paga la TARI.

Ciò posto resta l’orripilanza della metafora, che (detto tra parentesi) reca anche una trombonesca abusanza dell’italico linguaggio, «buttare il bambino con l’acqua sporca» reca insieme un’immagine di pressapochismo espressivo (vero è che coloro che in tal modo si esprimono, per quello che ne so [inganni televisivi a parte] lo fanno in diretta […ma è veramente “diretta”?…]) e di considerazione bambolesca dell’uditorio eventuale… “buttare il bambino con l’acqua sporca”… via… fa veramente orrore linguistico ed espressivo.

Per cui si sottopone qui, agli uno o due lettori di questo articolo, una proposta di legge con relativo regolamento di attuazione (…sì, lo so, o meglio lo so approssimativamente; un cittadino qualunque, tal quale è lo scrivente, non può sottoporre una proposta di legge, se non accompagnata da centinaia di migliaia di firme [500’000, mi pare {diconsi =cinquecentomila=}]).

La proposta di legge è la seguente.

Sotto pena di legge (si veda appendice per la modifica al C. P.) si vieta l’uso della metafora «buttare il bambino con l’acqua sporca», e in ordine al regolamento di attuazione si dispone quanto segue.

Che il bambino, se è sopravvissuto a tutti quei ruzzoloni, sia consegnato al più prossimo Pronto Soccorso per le visite adeguate alla sua sopravvivenza, e quindi consegnato ai Servizi Sociali per le cure adeguate e la relativa custodia.

Si dispone altresì che l’acqua sporca venga conferita a ditta specializzata per il trattamento e smaltimento adeguati.

Per la modifica al C. P. (leggasi Codice Penale) si rinvia ad integrazione del presente atto normativo.

Va bene, è stato un sogno, ho immaginato un mondo, ma concretamente, e anche letterariamente parlando, il linguaggio non può essere addomesticato (PER FORTUNA [burocraticamente parlando, e per quanto qui in argomento, mi pregio di precisare che esiste in merito letteratura {quella vera} per la quale si rinvia ai romanzi {quelli veri} e saggi adeguati]), e in ragione di ciò ci dovremo tenere questa orribile metafora per i tempi a venire.

P.S. Non ne ho certezza, ma tale metafora potrebbe provenire da euro-nordiche espressioni, in merito alle quali non dispongo di riferimenti adeguati.

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Eric Bandini.

04/06/2023

e 99 centesimi

Eric Bandini, 16/05/2023

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This is not a copy

La cifra tonda fa paura, spaventa i mercati, dire =40,00= è qualcosa che turba la serenità del quid pro quo, meglio, molto meglio il quasi, =39,99=, anche se immediatamente e inesorabilmente suona come una presa per il culatello, che qui dovrebbe fare rima con fondello, ove è chiaro – per quanto sopra – che non si tratta di culinaria, perché tutti sappiamo che =39,99= fa quaranta, nonostante la matematica, la quale nel contesto – codesto di cui si sta parlando – è il quid pro quo tramite il quale il commerciante ottiene l’adescato quid tramite il quo alloccatorio ( per la doppia “c” si veda oltre).

Questa storia è vecchissima, ed era in voga nei paesi dove il contante aveva, e verosimilmente ha tutt’ora, delle suddivisioni centesimali, e/o folcloristico-esimali ove non provveduti per decine, ad alloccare (la doppia “c” formula un neologismo dal termine popolare «allocco») il cliente provvidenziale con un’esca centesimale, e 99 centesimi, per indurlo ad accaparrarsi il cammello, il turbante e il binocolo a tracolla, nel caso.

Questa tecnica era diffusa nel commercio al minuto negli anni ’60 (e anche molto prima), per esempio negli Stati Uniti, dove si allettava il passante shoppingoso per 99esimi tramite la merce in vetrina.

In Italia la cosa non funzionava (e/o forse non funzionava più, vedere qui di seguito); la Lira, negli anni ’60, era già abbondantemente svalutata da non avere più suddivisioni centesimali, e nemmeno esistevano più le Lire unarie in moneta, poiché erano già scomparse da un decennio abbondante, magari anche accaparrate dai numismatici.

Una Lira

Qualcuno ci provava comunque con qualcosa tipo =990= (Lire), ma non era proprio la stessa cosa, o volendo approssimare ancora di più alla moneta corrente disponibile, si tentava un =995= (lire), che suonava strano e sgaffo.

Poi, decenni dopo – quattro almeno – è arrivato l’Euro, e allora vai con i “99centesimi”, sai che novità. Così, restando alla vecchia novità dei 99 centesimi, capita che se per esempio compri un paio di braghe tipo cargo a =39,99= la cassiera che riceve le tue due banconote da venti ti restituisce il centesimino come un’elemosina, e tu sai, perfettamente, che se provi a dare un obolo di =1= (diconsi =uno) centesimi ad un mendicante, esso mendicante ti replicherà con parole poco simpatiche il suo ringraziamento, che serberai nel cuore come il sorriso della cassiera che ti ha rifilato il suo centesimino. Nel culatello probabilmente.

In merito a questo generico mercimonio avrei una domanda, in merito alla quale forse gli uno o magari due lettori di questo articolo hanno la risposta: se il mercato libero è obbligatorio, dov’è la libertà?

BÁINÁO (con vocione stereofonico)

Eric Bandini. 16/05/2023

Post scriptum: «Di fatto, una cosa obbligatoria.»

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Lettere filosofiche, 14 Maggio 2023

ovvero, scrivere e tentare di sopravvivere scrivendo, contro ogni speranza

Eric Bandini, 14/05/2023

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La questione del postmoderno è che «ti colloca» (questo “ti” è impersonale, per quanto soggettivo, poiché nessun soggetto può esimersi dall’essere soggetto [e oggetto {e soggetto…}]), necessariamente solo rispetto al passato (che è ciò che soggettivamente risulta acquisito [oggettivamente {soggettivamente…}]), ma che concettualmente è «in presenza» rispetto a ogni e qualunque tempo passato-futuro, poiché «tu» (V. sopra) sei presente.

Così accade che se cerchi di distrarti leggendo qualche fiction acconciata a narrativa, immediatamente il lessico colloca tanto il leggente (tu stesso [V. sopra { }]) quanto lo scrivente (il “tu” autore [V. sopra { }]), e parole un tempo usuali e fruibili, perfino dal “tu” stesso di “quel” tempo, se c’eri, suonano come di rimbalzo a sollecitare stantie locuzioni e memorie che, a pensarci nel presente (che è SEMPRE presente) erano già consumate al tempo (passato, che è presente come memoria nel presente [che è SEMPRE presente { }]) in cui erano in uso, per cui innocenti vocaboli come fanciulla, giovanotto, bellimbusto, eccetera, diventano fattori temporali di un presente che si presenta come passato benché non andato (come le parole di questo scritto) perché non se ne può andare, almeno per i soggetti percepenti il presente “presente”, ma la memoria non è “il” Tutto, essa memoria di fatto è l’oblio che tenta di trascendersi (vedasi lingue morte, civiltà scomparse, ere sconosciute [le quali per essere sconosciute se ne deve conoscere la sconoscibilità { }], eccetera).

Al tempo corrente termini come giovanotto, fanciulla, bellimbusto, eccetera, suonano più che altro come discriminazioni, piuttosto che come appellativi soggettivi (qui, nel caso, letterari); il postmoderno uni-forma nella indifferenza del significato e dei significati che si rimpallano indefinitamente il senso nella totale assenza di significato ultimo, che non esiste (ovvero, esiste soggettivamente nel «tu» soggettivo [V. sopra { }]), così che ogni e qualunque termine creato e deposto nel “suo proprio” presente invade il presente (che è sempre presente e non ha un “suo proprio”…) atteggiandosi a significato significante, ma il suo uso è defunto (inesorabilmente nel presente, che è il passato percepito [il presente non passa, è presente { }]), così come è defunto ogni e qualunque termine che viene deposto/aggiunto nel presente (che è sempre presente), da cui rimbalza al soggetto presente in vita come un ingombro non eludibile: ciò è il significato entro soggetto come oggetto di sé medesimo.

Da cui, ciò che è stato detto è detto, ciò che è stato fatto è fatto, ed è nel presente con tutto il suo ingombro concettuale, perché i significati non sono “in sé”, ma nel soggetto-oggetto pensante, sé medesimo incluso. L’Universo non significa, esso Uni-verso è.

Superfluo? La burocrazia (che è il pensiero umano all’opera su sé stesso [ove qui non si allude alla gestione della “cosa pubblica”, ma alle relazioni entro soggetti come oggetti/soggetti reciproci nel presente … }]) si nutre di questi eccessi significativi, li confeziona, li cataloga, li gestisce e quant’altro, e attende che l’umano li digerisca, come un concettuale tubo digerente, rimettendo nel presente quella stessa roba che gli è stata propinata senza scampo (nel presente, che è sempre presente [ { } ]) e che soggettivamente ha prodotto esso medesimo soggetto nel suo rapporto inevitabile soggetto/oggetto-di-sé-medesimo (nel presente, che è sempre presente [ { } ]).

Il presente non si presenta, il passato è adesso, nonostante la presenza, la quale è un’attesa soggettiva che aspetta l’esito del presente come un mondo dal quale debba provenire il senso/significato, il quale è adesso, eccetera (manca volutamente la parentesi chiusa come anche il punto finale

E allora, ogni e qualunque concetto, che è oggetto, che è concetto che eccetera…, rientra nello scenario come un prodotto ineliminabile, giovanotto, fanciulla, bellimbusto, traliccio, carovana, razzo, segnaletica, asciugacapelli, automobile, forno, pneumatico, frigorifero, semaforo, industria, palazzo, bomba atomica, jet, circo

manca volutamente il punto finale

manca volutamente il punto finale

manca volutamente il punto finale

Eric Bandini, 14/05/2023

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Giovanni Desperati. Una storia romanzata, ma vera.

Eric Bandini, 02/04/2023

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Giovanni Desperati (Jean de Speré) e consorte, Marie Louise Corne. (1929?)

Non è definita la sua natalità, Pisa oppure Pistoia (1898? 1890?…), ma certamente italiano Giovanni Desperati era un chimico e un incisore che si era dedicato con interesse (e pure con un certo profitto, quanto meno per sbarcare decentemente il lunario) alla falsificazione di francobolli; attività, questa, che in tempi di posta elettronica suona molto più che antiquata, ma che nei tempi gloriosi della posta e del francobollo aveva attività e pure concorrenza, cosa per la quale gli Stati emettitori dovevano cautelarsi, per quello che si poteva allora, con filigrane, fili di seta, scadenza di emissioni, eccetera.

Giovanni Desperati aveva un fratello che commerciava in francobolli (all’epoca in cui i francobolli avevano corso regolare, uso necessario per comunicazioni, eventualmente valore per collezionisti, e notoriamente importanza amministrativa e pecuniaria per lo Stato emettitore), la qual cosa facilitava il commercio – che nel caso dei falsi sarebbe più opportuno definire “smercio” -, e codesto fratello abitava a Parigi, dando così un’importanza multinazionale alla faccenda.

Tipi presunti falsificati da Giovanni Desperati

Non è chiaro il motivo, ma per definizione della storia occorre precisare che l’arte dell’incisione (la tecnica allora maggiormente usata per la produzione di francobolli) è una forma severa di espressione, ed è facile capire il perché; il disegnatore può “cancellare” e correggere, il pittore può togliere il colore e ripensare il dipinto, lo scultore può “correggersi” in corso d’opera, ma l’incisore non può di fatto ripensare ciò che ha già inciso, fermo restando che l’incisione è il negativo dell’opera finale. A corredo di quanto qui precedentemente in materia di arte incisoria vale la pena di rammentare come gli autori di bellissime opere di incisione (p.e. le banconote italiane in lire, e molto altro…) siano pressoché sconosciuti al pubblico in generale, per quanto la loro opera sia di molto pregio.

Non si conosce il motivo preciso, né una ragione specifica in merito, eppure Giovanni Desperati intraprese l’azione che di seguito viene romanzata su base di realtà; forse voleva “emergere” come incisore, forse voleva sbeffeggiare i collezionisti nonché le autorità emittenti le affrancature, non è chiaro, eppure agì.

Durante la guerra mondiale (la seconda…) Giovanni Desperati inviò per lettera in una busta diretta all’estero un quantitativo di francobolli di notevole valore collezionistico e in considerazione dello stato di guerra la censura bloccò la missiva contenente i “preziosi” francobolli e scoperto il mittente denunciò Giovanni Desperati per “esportazione di valuta”. Esattamente ciò che Giovanni Desperati stava cercando di ottenere, ovvero una riconosciuta abilità artistica e capacità creativa, solo che il “riconoscimento” doveva passare attraverso il corso della Giustizia, cosa che avvenne. Giovanni Desperati venne mandato a processo.

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Serie “immaginaria”, ma comunque, francobolli «noti» e riconosciuti come tipi realizzati da Giovanni Desperati.

Durante l’udienza in tribunale vennero convocati espertissimi periti di grido i quali, esaminati i francobolli incriminati, dichiararono «Autenticissime e verissime le affrancature in oggetto». L’impresa di Giovanni Desperati pareva compromessa, ma in una seconda udienza processuale Giovanni Desperati mostrò ai “periti di grido”, espertissimi e ineffabili intenditori, come quei francobolli incriminati avessero dei dettagli, noti a lui solo che li aveva creati, tali da poterli distinguere da quelli “veri e autentici”; per cui i periti così informati dei dettagli e nella necessaria e inevitabile necessità di dover verificare, dovettero riesaminare la faccenda, dovendo ammettere che le “da loro” presunte «Autenticissime e verissime affrancature in esaminando» , erano in “vero” dei falsi. Si poneva perciò la questione: “Giovanni Desperati era accusabile come falsario?”

Immagine di “falso” riconosciuto reperita nel web.

Nella vicissitudine, e non pago di ciò, Giovani Desperati insistette sulla questione (…da lui iniziata…), a clamore processuale in corso, fabbricando alcuni falsi e vendendoli a collezionisti che li acquistarono per veri, citando nuovamente il Desperati per falsificazione. Ma qui interviene il caso Pizzaballa, e/o (…narrativamente e romanzescamente, ma non solo…) si richiede una spiegazione razionale.

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L’introvabile Pizzaballa

Giovanni Desperati falsificava francobolli da collezione, ovvero “fuori corso legale”; detto diversamente, se oggi come oggi, 2023, A. D. MMXXIII, qualcuno falsificasse una banconota da diecimila Lire del 1970 (1970 A. D. MCMLXX), allo Stato Italiano nulla gliene importerebbe, sarebbe come falsificare le figurine dell’album dei calciatori di cinquant’anni fa.

Lire Diecimila, anni ’70

Per cui la denuncia di falsificazione di “valori fuori corso” non risultò essere reato e Giovanni Desperati ottenne quella fama e quella notorietà che aveva sollecitato con la sua impresa di “pubblica falsificazione”, e, a citazione di collezionisti, pure un «Catalogo Desperati», benché necessariamente impreciso e assolutamente mancante di precisazioni. Alla data odierna si è ancora incerti sulle possibili falsificazioni attuate dal toscano francesizzato, e non è affatto noto alcun “elenco” delle sue improvvisazioni filateliche.

Aix Les Bains – Ufficio Postale – 1929

Non sono chiari i motivi che lo indussero, forse molto prima di quanto qui sopra narrato (Giovanni Desperati morì nel 1957), a cambiare nazionalità e anche nome, andando a vivere in Francia nella città di Aix Les Bains sotto il nome di Jean De Speré (che non pare troppo fantasioso…); comunque la sua «fama» aveva rinomanza europea se – come viene riportato – le Poste del Belgio, in data non rilevabile, assegnarono a Giovanni Desperati una pensione perché la smettesse di falsificare le affrancature di quella amministrazione. E anche il Governo Britannico assegnò a Giovanni Desperati la somma di diecimila sterline (…a quel tempo – qualunque fosse il tempo e il momento nella vita di Giovanni Desperati – una “barca di soldi”…) a condizione che la smettesse di falsificare valori “antichi”.

Eric Bandini, 02/04/2023

Questa immagine-logo, che non è un francobollo, non è un falso, Eric Bandini lo ha realizzato, Eric Bandini lo espone.

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Eric Bandini

Assalto alla diligenza

23/03/2023

Eric Bandini

Copyright 2023

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Di norma, e in relazione al collaudato luogo comune, quando si parla di “assalto alla diligenza”, come ogni principale riferimento alla citata definizione, ci si riferisce ad un immaginario del tipo di quello qui di seguito riportato in IMMAGINE.

Locandina – Poster del film «Ombre rosse»
Immagine di dipinto americano

Ma più immaginifico ancora:

Redskins = Pellerossa

Dimenticando che il “Mondo Occidentale” ha origine nell’Occidente, cioè il luogo “Europa”, o anche continente europeo. L’America è stata una «scoperta» in ordine alla quale si credeva di avere scoperto gli “indiani”, i quali, cinematograficamente (… e non solo …) nulla avevano a che spartire con l’India e/o le Indie plurali come secoli addietro venivano riferite.

Volendo esemplificare con un riferimento «autentico» e “continentale”, ossia relativo al Continente Europa, si può citare la missiva che un postiglione della italica diligenza sulla tratta Via Emilia – Adriatica inviò il 5 maggio 1849 all’Intraprendete Generale delle Diligenze della Repubblica Romana, di seguito riportata come reperita e citata in un libro di francobolli e collezionismo di corrispondenza (autore Fulvio Apollonio – Vallecchi Editore – Copyright 1964).

«Illustrissimo signore (…l’Intraprendete Generale delle Diligenze della Repubblica Romana), alle ore 10 e mezza circa di ieri, quattro miglia in distanza da Imola e nel luogo nomato la Toscanella fummo aggrediti da 10 o 12, ma più sicuro il primo numero. Han manomesso cabriolet, cassaforte, imperiale, equipaggi, consegne in modo che il cabriolet resta colla semplice ossatura, avendo lacerato, fatto a pezzi e buttato a terra imbottite, tende ecc. Il copertone nel mezzo, a forza di pugnalate e colpi di coltello, ridotto a tale che in Imola bisognò metterci una varchetta sopra: merci e equipaggi tutto alla peggio rovinato e sconvolto in mezzo alla strada, le valige le aprivano a colpi di mazza e coltellate al coperchio, in modo che le riportammo sfrangiate, calci ai cappelli, peste scatole di donne, insomma erano tigri: ci hanno tenuto al tormento una buona ora, chi a terra chi coi fucili spianati, ora ci separavano e con tanto di coltelli minacciavano di scavarci la pancia, le donne mezze travagliate e noi con un batticuore del diavolo. Han tolto in contante del mio scudi 75, denari di corsa circa scudi 19, al Colonnello Curarini oltre 300 scudi in moneta, al dottor Savi più di scudi 200 in Bono, a chi poi 40 a chi 65 e a chi altra somma e orologi e posate d’argento rinvenute in baule e gioie e oggetti preziosi di donne e via. Però mi è riuscito di salvare quanto di era di v. pertinenza. Scrivo mezzo turbato. Se vi sono difficoltà per entrare in Roma, un avviso. Con rispetto, devotissimo servitore C. Merini».

A codesta nota l’Intraprendete Generale delle Diligenze della Repubblica Romana riscontra quanto segue.

«Al conduttore cittadino Merini, mi è pervenuta la Vostra lettera da Pesaro. Due righe per dirvi di continuare il viaggio per Roma passando per Porta Angelica, perché come vedrete il Ponte Molle non si può tragittare. Vi saluto. L’Intraprendente.»

Assalto alla diligenza «continentale», ovvero questo continente.

È vero che l’immaginario è impostato cinematograficamente, o anche fumettisticamente, vedere immagine di seguito.

Tex Willer ? Fonte non certa, ma immaginario collaudato.

Ma è oltremodo più vero che anche se non abbiamo gli “indiani” non ci siamo mai fatti mancare nulla.

O citando “quant’altro” (p. e. da «Storia d’Italia» 1976 Einaudi) si può riferire quanto segue.

È significativo che un intero capitolo della Relazione intorno alle condizioni dell’agricoltura del 1876 fosse dedicato alla Sicurezza campestre e che, ad esempio, il sottoprefetto di Cesena finisse col considerare normale il fatto che «turbe di ladri hanno infestato le campagne senza che loro potessero resistere i contadini o proprietari» e sottolineasse che, in certi luoghi, «il furto campestre è considerato quale un’industria lecita e presenta i caratteri direbbesi anche di una piccola questione sociale».

È vero, non c’erano Billy The Kid, Pat Garret eccetera; e nemmeno c’erano gli indiani, ma per il resto non mancava nulla, anzi molto è stato esportato a seguito della crisi agraria con l’emigrazione in massa. E a giudicare dalla cinematografia hollywoodiana, pare, anche con discreto successo. Fatta ovviamente la tara dei problemi giudiziari.

Eric Bandini

23/03/2023

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Giosuè Carducci e Mick Jagger

Articolo di Eric Bandini 19/03/2023

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Un accostamento inusuale, in termini “temporali” quasi contraddittorio, eppure leggendo l’ode del Carducci – sotto affiancata alla lirica di Mick Jagger (e Keith Richards) – viene facile un accostamento alla nota canzone degli «Stones», sebbene il diavolo non evochi simpatie né querimonie liriche, che sanno sempre di già detto e ridetto, perfino anche già cantato.

Giosuè Carducci – Mick Jagger

La distanza di centocinque anni fra i due testi resta evidente negli autori, piuttosto che nei due scritti, lasciando inalterato uno spirito di ribellione che non evoca Satana né davvero alcuna simpatia per Sua Maestà Satanica, specie dalla distanza temporale del giorno d’oggi, ove è facile affermare che il Rock è morto, o comunque intento a defungere quale autocelebrazione di sé medesim0, e anche la poesia defunge nelle rime baciatissime della pubblicità cantata alla TV.

Copertina di album: «Their Satanic Majesties Request»

Mono-Scopio

Tuttavia i testi “parlano”, qualcosa dicono, benché non evochino, e rammentando che entrambi gli scritti qui di seguito sono incompleti – specie il testo del Carducci – si rinvia alla fantasia del lettore eventuale, evidenziando come «Satana» sia una invenzione degli umani come delle loro procedure esistenziali.

Detto diversamente, e anche come già citato perfino “cinematograficamente”, nessuna buona intenzione resterà impunita.

Posta così la questione non è nemmeno il caso di accertare l’esistenza di Satana, esso esiste, è creazione degli umani; o rovesciando il concetto, se gli umani non fossero nell’universo, il Demonio che diavolo ci starebbe a fare?

Giosuè CarducciMick Jagger (and Keith Richards)
18631968
A SatanaSympathy for the devil
A te, de l’essere
Principio immenso,
Materia e spirito,
Ragione e senso;
 
Mentre ne’ calici
Il vin scintilla
Sí come l’anima
Ne la pupilla,

Mentre sorridono
La terra e il sole
E si ricambiano 
D’amor parole,
 
E corre un fremito
D’imene arcano
Da’ monti e palpita
Fecondo il piano;
 
A te disfrenasi
Il verso ardito,
Te invoco, o Satana,
Re del convito.
 
Via l’aspersorio
Prete, e il tuo metro!
No, prete, Satana
Non torna in dietro!
 
Vedi: la ruggine
Rode a Michele
Il brando mistico,
Ed il fedele
 
Spennato arcangelo
Cade nel vano.
Ghiacciato è il fulmine
A Geova in mano.
 
Meteore pallide,
Pianeti spenti,
Piovono gli angeli
Da i firmamenti.
 
Ne la materia
Che mai non dorme,
Re de i fenomeni,
Re de le forme,
 
Sol vive Satana.
Ei tien l’impero
Nel lampo tremulo
D’un occhio nero,
 
O ver che languido
Sfugga e resista,
Od acre ed umido
Pròvochi, insista.

………
segue


Please allow me to introduce myself
I’m a man of wealth and taste
I’ve been around for a long, long years
Stole million man’s soul an faith
And I was ‘round when Jesus Christ
Had his moment of doubt and pain
Made damn sure that Pilate
Washed his hands and sealed his fate
 
Pleased to meet you
Hope you guess my name
But what’s puzzling you
Is the nature of my game
 
Stuck around St. Petersburg
When I saw it was a time for a change
Killed Tsar and his ministers
Anastasia screamed in vain
I rode a tank
Held a general’s rank
When the blitzkrieg raged
And the bodies stank
 
Pleased to meet you
Hope you guess my name, oh yeah
Ah, what’s puzzling you
Is the nature of my game, oh yeah
 
I watched with glee
While your kings and queens
Fought for ten decades
For the gods they made
I shouted out
Who killed the Kennedys?
When after all
It was you and me
Let me please introduce myself
I’m a man of wealth and taste
And I laid traps for troubadours
Who get killed before they reached Bombay
 
Pleased to meet you
Hope you guessed my name, oh yeah
But what’s puzzling you
Is the nature of my game, oh yeah, get down, baby
 
Pleased to meet you
Hope you guessed my name, oh yeah
But what’s confusing you
Is just the nature of my game
Just as every cop is a criminal
And all the sinners saints
As heads is tails
Just call me Lucifer
‘Cause I’m in need of some restraint
So if you meet me
Have some courtesy
Have some sympathy, and some taste
Use all your well-learned politnesse
Or I’ll lay your soul to waste, mm yeah

………
segue
 

 
1863
1968
Beggar’s Banquet, l’album che contiene «Sympathy for the Devil»
Edizione dei “Decennali” del Carducci, che contiene «A Satana», e altre opere.

Eric Bandini, 19/03/2023

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Il Pifferaio Magico

o, “Il Pifferaio di Hamelin”

Una possibile interpretazione

Articolo di Eric Bandini – 23/07/2022

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Copyright: Eric Bandini – 2022

È nota la storia, favolesca, dei fratelli Grimm; una “storia” che lascia come insoddisfatti, perché i bambini, trascinati dal Pifferaio Magico, spariscono nelle entraglie cavernose di una montagna. Come di solito accade occorre partire da un “possibile” inizio, ed è perciò necessario un ultrabrevissimo sunto della già brevissima storia.

L’antefatto sarebbe il seguente. Un giovane suonatore di piffero entra nella città di Hamelin (oggi verosimilmente “Hameln”) e si dispone alla sua semplice attività. Notata dal borgomastro (il “sindaco”, in termini italiani), codesta attività suscita curiosità; il borgomastro-sindaco inquisisce il giovane e parlando lo informa dei gravi problemi che i ratti e i topi arrecano alla città. Il giovane “pifferaio” dice al borgomastro che lui, il “giovane pifferaio”, può liberare la città di Hamelin dal flagello dei topi, ma vuole un compenso di mille monete d’oro.

Banconota da 1’ooo Marchi (con i fratelli Grimm)

Il borgomastro accetta la prestazione e il relativo pagamento.

Il Pifferaio (Magico?) attua la sua opera derattizzante trascinando con sé tutti i topi della città di Hamelin-Hameln; poi torna per reclamare dal borgomastro-sindaco il guiderdone pattuito. Ma il borgomastro – sindaco dice chiaro e tondo che non lo pagherà. Il Pifferaio (Magico?) torna dopo qualche tempo a suonare il suo piffero nella città di Hamelin trascinando con sé tutti i bambini della città per farli “sparire” in una misteriosa apertura sulle pendici di una montagna non distante, la quale si richiude impedendo la ri-connessione della popolazione di Hamelin con i bambini.

James Elder Christie – Olio Su Tela

Alcuni antefatti “storici” si rendono indispensabili.

La città di Hamelin-Hameln si trova nel nord della Germania non molto distante sia dal Mare del Nord, sia dai Paesi Bassi (Olanda, Belgio, Lussemburgo), e nel basso medioevo (1200 – 1400 a. C.) era di fatto inclusa nella coalizione commerciale delle città anseatiche, una potente consorteria di commerci, di traffici navali e di scambi commerciali, e tale situazione avrà certamente lasciato degli strascichi e delle conseguenze nella concezione dei rapporti non solo commerciali, ma anche umani.

Area della Lega Anseatica intorno al 1400

I fratelli Grimm si collocano storicamente tra la fine del XVIII° secolo e la prima metà del XIX° secolo, momento storico dalla prospettiva del quale era già ampiamente possibile sovrapporre la consorteria anseatica con la riforma protestante per indurre a considerare il “valore” del denaro come un succedaneo dell’attività umana intesa come “lavoro” e “produttività”. Nella riforma protestante il lavoro dell’essere umano è uno strumento di accesso alla grazia divina, e il denaro costì ricavato ed ottenuto è una specie di gratifica nel seno della volontà divina, una specie di anticipazione della “salvezza eterna”; ma l’onestà e la parsimonia non andavano – e non vanno – affatto disgiunte dalla coerenza e dal rispetto dei “patti”; l’inganno e/o la ingiusta ricusazione, nella concezione protestante, si ritorcono contro l’attuatore della frode.

“Favolisticamente” parlando la diretta punizione del borgo di Hamelin come del borgomastro–sindaco non sarebbe, in termini letterari e/o logici, un esito reale e/o auspicabile in ordine ad un giudizio secolare, quanto lo sarebbe piuttosto (“favolisticamente” parlando”) la sottrazione del futuro della città di Hamelin come conseguenza dell’incongruo rifiuto al rispetto dei patti.

I bambini non sono l’oggetto della vendicativa reprimenda del “Pifferaio Magico”, ma rappresentano l’esito “favolistico” della inottemperanza da parte del borgomastro-sindaco; il “Pifferaio Magico” sottrae alla città di Hamelin il futuro della città stessa (i bambini), la quale – la città di Hamelin – nella persona del borgomastro-sindaco non ha rispettato i termini pattuiti ingannando lo stesso Pifferaio con una promessa non mantenuta.

È evidente che non è qui in gioco il valore pecuniario – le “mille monete d’oro” –, quanto il rispetto “commerciale” di un accordo i cui termini erano pattuiti e stabiliti. È altresì evidente che “il” denaro non è l’oggetto del contendere (il denaro non esiste “come oggetto” in sé e per sé…), ossia le mille monete d’oro, quanto piuttosto la negazione di quanto pattuito. Il mancato rispetto dell’accordo da parte del borgomastro-sindaco marca una assoluta incongruità relazionale entro la quale il vero e il falso diventano il medesimo nell’inganno, mostrando la presuntuosa e assoluta negazione del vero come del falso. Il “non-pagamento” corrisponde all’attestazione di “non-esistenza” dell’obbligo (che era stato pattuito), ma siccome il nulla è sempre qualcosa l’azione del “Pifferaio Magico” è come non-determinabile al di fuori dell’accordo-contratto, né lo è tanto meno da parte del borgomastro-sindaco. Il “Pifferaio Magico” asporta il futuro della città di Hamelin perché in essa città il futuro è soggetto all’irrazionalità decisionale. Indipendentemente dai bambini, i quali sono e rappresentano solo una metafora, senza nessun antagonismo con gli adulti né con i ratti.

I “bambini” e il “Pifferaio” sono la cosa stessa e la stessa cosa: la realtà innocente e inesorabile.

Édouard Manet, Il Pifferaio.

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Eric Bandini, 23/07/2022