Depositato come opera originale presso la S.I.A.E. – O.L.A.F. Deposito n° 2010001634 del 12/04/2010
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Questo romanzo, ambientato fra Milano e Genova nel luglio del 2001, è un’opera di fantasia. I personaggi, i luoghi nominati e gli eventi che vi si svolgono sono inventati, gli eventi e le persone eventualmente reali, che fanno da sfondo alla narrazione come ai personaggi, sono tratti da fatti di cronaca riportati dai notiziari o dai quotidiani e liberamente interpretati a fini creativi e immaginari. Ogni altro e qualunque riferimento a persone, luoghi, cose, eventi realmente esistiti o esistenti è puramente casuale e/o esclusivamente funzionale ai fini immaginari della narrazione. Ogni deduzione o interpretazione storica, filosofica o letteraria è meramente funzionale alla narrazione romanzesca quale opera di fantasia.
Una storia italiana
Capitolo XXVI°
(26)
Milano
Venerdì, 20 Luglio 2001
Il commissario Bellosi guardava stranito e distratto una coppia di turisti che parevano disegnati da un vignettista, lui in bermuda, canotta e sandali con il calzino corto, lei con un cappello di paglia a tesa larga che pareva Silvana Mangano in Riso amaro e un paio di shorts che mostravano delle magnifiche cosce e si domandava dov’è che finisce la realtà e inizia la comicità senza cercare ne aspettarsi di trovare una risposta, in fondo, nell’esercizio delle sue funzioni la vita qualche l’aveva stupito e non riusciva a capacitarsi di come la maggior parte dei suoi colleghi si ostinassero nel cliché dello sbirro, gnorri e ottuso, quando la realtà delle cose, anche quelle tristi e penose ti dà maniera di girarci intorno o di elaborare meditazioni, di fantasticarci sopra, ricamarci qualcosa di diverso anche se magari non divertente.
Locandina di film
La coppia di turisti passò oltre lungo la strada e dall’interno del bar dove si trovava gettò uno sguardo alla televisione che trasmetteva notizie dal G8 di Genova e la cosa non gli piaceva, pensò che se fosse andata avanti così, e da come buttava non avrebbe potuto andare diversamente, qualcosa di brutto sarebbe successo, gli parve che i suoi colleghi stessero dando l’idea che i poliziotti sono individui antiuomo, cosa per la quale sarebbero stati odiati, in special modo dai partecipanti a quelle manifestazioni, poi una voce lo trasse dalle sue meditazioni, Rino, in compagnia di Aldo che lo aspettava in macchina, era venuto a disturbarlo nella sua pausa di mezzogiorno e in questi casi si trattava certamente di un’urgenza, poiché non si sarebbero sognati di entrare nella giurisdizione del suo intervallo giornaliero durante il quale staccava completamente la spina da ciò che erano le attività del commissariato.
TV
In realtà però usava questo espediente per ripensare a ciò che doveva fare lontano dall’assillo dei colleghi e dei superiori, un modo di riordinare i pensieri in maniera completamente diversa e magari irrazionale per verificare aspetti e congetture che normalmente non vengono presi in considerazione per il continuo sovrapporsi delle cose da fare e in quel frangente le cosce della turista lo avevano indotto a fantasticare ipotesi su certe informazioni di cui era stato messo a parte riguardo a certe indagini che stava svolgendo per conto del dott. Gridero, magistrato inquirente su attività di spaccio e usura, partite da investigazioni intorno ad un certo Cazzarola Walter, incensurato gestore di oscure imprese da cui pareva ricavare un reddito troppo elevato, benché molto difficilmente collegabile, e che avevano destato sospetti ulteriori quando le indagini sulle persone da lui conosciute e le intercettazioni telefoniche relative, sebbene stringate al minimo indispensabile, mettevano in comunicazione il soggetto con una piccola schiera di tipi poco raccomandabili e altri individui sconosciuti alla Giustizia che non si capiva ancora bene come vi si collegassero ma di sicuro, volenti o nolenti, facevano parte del business.
“Questa” Ragazza… non un’altra… proprio “questa”…
La cosa aveva preso accelerazione il giorno precedente quando un certo interesse e un movimento correlato pareva avere preso corpo attorno all’esistenza di una persona, una ragazza in particolare, di cui certi non ben identificati informatori li avevano messi a parte della relazione che era a suo tempo intercorsa fra il sunnominato Cazzarola e questa misteriosa ragazza, che i subalterni non erano riusciti ad individuare o collegare ad una persona fisica in carne ed ossa, l’unica cosa che il sottobosco dell’informazione malavitosa era riuscita a produrre era una mitica bellezza di questa donna che doveva altresì essere anche giovane, sennò il Cazzarola Walter non se la sarebbe filata punto, poiché nessuna informativa pareva segnalare ricchezze o proprietà della ragazza tali da destare l’avidità professionale del tipo inquisito. Le informazioni circa le indagini su intercettazioni telefoniche gli pervenivano quasi in tempo reale tramite l’ufficio del dott. Gridero, coordinatore delle indagini, a cui facevano capo i professionisti della sorveglianza telefonica e dalla nottata appena trascorsa erano arrivate novità che necessitavano di un briefing di aggiornamento.
Rino Casati non entrò nemmeno nel bar, dalla soglia della porta Rino si limitò a chiamarlo Dotto’, scimmiottando un burocratismo romanesco, e poi andò ad aspettarlo in macchina dov’era rimasto Aldo. Dottore il Bellosi lo era, in legge per la precisione, ma la burocrazia aveva sempre rappresentato un ostacolo per le sue attitudini ed era entrato in Polizia con mire di una successiva carriera in magistratura, che si era rivelata essere molto più burocratica di quanto potesse sopportare e dopo una prima bocciatura ad un concorso non ci aveva più ripensato rifugiandosi nel variegato mondo delle indagini che la sua professione comportava, come se avesse trovato più interessante la vita vista dal rovescio piuttosto che da un punto più elevato. In un certo qual modo la cosa lo appagava e per altro verso lo frustrava, si sentiva come in bilico nella tensione della sua esistenza senza sapere cosa decidersi a fare e per il momento si accontentava di fare al meglio ciò che gli veniva ordinato di fare lasciando libero sfogo alla sua fantasia.
TV
Uscì dal locale gettando un ultimo sguardo alla televisione, dal cui teleschermo un giornalista introduceva sorridente argomenti e notizie di altro tipo e infilandosi gli occhiali da sole raggiunse i suoi collaboratori presso una vettura di servizio senza insegne; ecco un’altra cosa che gli piaceva, osservare i suoi clienti da un punto di vista informale consentito dalla legge stessa, una specie di potere nascosto sulla vita altrui, niente divisa, niente auto ufficiali, niente formalità con le persone tranne quando sapevano con chi avevano a che fare; non era il Potere, ma per lui un modo di osservare l’argomento come dall’esterno.
– Il dott. Gridero ha telefonato dicendo che ci sono novità importanti e che forse bisogna agire subito.
Il Bellosi non disse nulla, fece un cenno col capo a Rino che Guidava e che aspettava un suo cenno osservandolo nello specchietto retrovisore e si lasciò trasportare all’ufficio del Dott. Romeo Febo Gridero, giudice di indagini preliminari sull’inquisizione iniziata a carico di un commerciante incensurato, intercettato per una partita di droga che avrebbe dovuto consegnare a emeriti sconosciuti. Rimasti a bocca asciutta per mancanza di indizi e prove a suo carico, nonché per l’improvvisa sparizione della merce che ritenevano di dover trovare in un certo luogo, gli inquirenti se l’erano legata al dito e avevano allargato lo spettro delle indagini per verificare se e cosa ci fosse sotto, e qualcosa c’era ma era tutto così contorto e intricato che tutto ciò che avevano ottenuto fino ad allora era stato un incremento dell’uso di Maalox® e di Citrosodina®. Nell’opinione del Bellosi il dott. Gridero era una persona positiva che faticava forse un po’ a reprimere quel senso di frustrazione di chi sta sempre all’inseguimento e non acchiappa mai e quando acchiappa ti arriva un avvocato sconosciuto che si aggrappa a tutti i cavilli possibili e pur non ottenendo molto ti fa sentire come se avessi accusato un bimbo del furto di un lecca-lecca, quando per le sue stanze e sotto le sue indagini passavano certi figuri che parevano usciti dall’album di foto ricordo del Lombroso.
Copertina di libro (antico…)
Di norma le intercettazioni ambientali, che il Bellosi chiamava Telecom® Services, venivano erogate dietro richiesta contestualizzata e corredata da presupposti consistenti, che nel caso non esistevano ma il guazzabuglio era parso di tali proporzioni che una sbirciatina pareva d’obbligo e così, un po’ di riffa e un po’ di raffa avevano ottenuto l’avvallo dal tribunale con in mano solo pochi indizi a carico di un certo numero di persone che forzatamente dovevano avere un nesso, una parte della loro vita in comune fra loro e per scopi ostili alla Società; i Telecom® Services vennero messi in funzione su certi numeri di telefono che erano riusciti a mettere in connessione con alcuni sospettati, poi si sa come vanno le cose, Tizio telefona a Caio che telefona a Sempronio, ecc., ecc., s’era venuto a formare un dossier che pareva un tentativo di imitazione di Echelon, senza che alcunché di veramente concreto fosse emerso, ed ora se il Dott. Romeo Febo Gridero lo voleva alla sua presenza urgentemente qualcosa doveva essersi smosso.
Nel breve tragitto il Bellosi chiese ai suoi ragazzi, senza rivolgersi a qualcuno in particolare:
– Vi hanno detto per che cos’è?
– Operazione Oudini – disse Rino senza staccare gli occhi dalla strada.
– Il fritto misto – corresse Aldo voltandosi verso di lui con uno sguardo che tentava di mascherare la complicità di quel soprannome che avevano appioppato al nome in codice ufficiale, Operazione Oudini, per l’appunto, che tentava di sondare i fondali melmosi degli affari del Cazzarola senza che avessero esatto sentire dell’importanza del Walter nell’intera faccenda.
Houdini – Immagine di poster da collezione
Il Bellosi si rilassò contro lo schienale per quello che gli consentiva lo spazio dei sedili posteriori della Fiat Tipo® e si distrasse guardando fuori dal finestrino.
Il tragitto non era lungo e in breve furono al cospetto del dott. Gridero, che dicendo loro di sedersi cominciò a scartabellare fra masse di fogli che stavano sul suo tavolo estraendone uno che si dispose a leggere agli agenti senza porre di mezzo cerimonie.
– Questa non è ancora la trascrizione ufficiale, è uno stringato riassunto di alcune telefonate intercettate fra ieri sera e praticamente adesso, l’ultima telefonata rilevata è di un’ora e mezzo fa e stavolta pare che abbiamo pescato qualcuno di importante. Dunque ieri sera questo Cazzarola ha fatto alcune telefonate, talmente misere che non servirebbero a nulla ma è praticamente certo che sta sulle tracce di qualcuno che gli preme parecchio e pare che sia una ragazza, una giovane donna che si trova, o meglio si trovava, presso un alloggio popolare nella città di Monza, l’indirizzo lo ha fornito lui stesso a qualcuno a cui ha ordinato di sorvegliare il posto. Adesso però la cosa si complica, perché a tirare fuori la ragazza non è stato lui o qualcuno dei suoi sgherri ma personale del Comune di Monza, addirittura i vigili urbani che avrebbero accompagnato questa donna negli uffici comunali, non sappiamo per quale ragione però da lì è stata spostata in un altro posto dove c’era una persona molto importante ad aspettarla e a quest’ora dovrebbe essere in sua compagnia.
Il dott. Gridero fece una pausa e guardò il commissario Bellosi che tenne il suo sguardo fisso su di lui come a sottolineare la richiesta di continuare con la sua esposizione perché la cosa stava prendendo una piega interessante e il dott. Gridero non si fece pregare.
– Bene, il Cazzarola questa mattina è stato visto entrare in un negozio molto speciale dove oltre alla normale merce in vendita vengono erogati servizi particolari, sapendoli richiedere e potendo permetterseli. E fin qui sarebbe tutto normale, o quasi, se non fosse che nel medesimo negozio è stato raggiunto da un noto personaggio – e qui il dott. Gridero fece una pausa passando in rassegna il suo uditorio per sincerarsi che capissero e che ne capissero anche l’importanza –. Questa persona è ColuiIlQuale.
fashion
A sentire questo nome il commissario Bellosi si agitò lievemente sulla sedia presentendo in qualche maniera una pressione sulla sua attività professionale, mentre i suoi subalterni si scambiarono un’occhiata che era al tempo sorpresa e preoccupata.
– Non abbiamo certezza che questi due si siano parlati ma qualcosa abbiamo fatto per verificare. Dietro mio ordine una pattuglia in borghese del commissariato di Monza ha controllato la situazione e ha potuto accertare che questa ragazza si trova ora in compagnia di ColuiIlQuale. Ed ora è necessario tirare un po’ di somme. ColuiIlQuale è necessariamente in contatto con questo Cazzarola ed entrambi sono connessi alla ragazza in qualche maniera, e fin qui è solo questione di donne, ma se è vero che una mano lava l’altra, e qui se ColuiIlQuale e il Cazzarola si sono rimpallati la donna certamente lo hanno fatto sulla base di precedenti contatti, occorre che agiamo in fretta per scoprire che cosa c’è dietro a tutto questo, senza contare che un po’ di gente benpensante e moraleggiante vedrebbe di buon occhio l’estinzione dell’attività collaterale di questa buona donna di nome Wanda. Un’ultima cosa, Questo Cazzarola ha ricevuto ulteriori informazioni da un giovane avvocato che lavora per uno studio affermato, quindi niente *******, sennò ci fanno a fettine. Un’altra cosa ancora, Questo Cazzarola usa poco il telefono perché usa spesso quello delle sue vittime, per cui abbiamo qualche buco nelle sue informative e sulle sue connessioni ma questa mattina intorno alle nove si trovava presso un’altra attività commerciale, ed è esattamente lì, stando alle localizzazioni del suo cellulare, che ha ricevuto informazioni da quel giovane avvocato ed è certamente il caso di cominciare a verificare la situazione del proprietario di quell’attività e di altri clienti di questo Cazzarola. Comunque una cosa per volta, per primo verifichiamo dov’è questa ragazza e quale connessione c’è fra Cazzarola e ColuiIlQuale così da mettere insieme qualcosa di solido da poter istruire un’inchiesta seria e che regga alla prova di un processo, perché qui c’è del losco a sufficienza per mettersi in moto seriamente e chiamare in causa un po’ di gente. La prima cosa da esaminare sono le vicendevoli intenzioni del Cazzarola e di ColuiIlQuale e a mio parere quest’ultimo prima o poi dovrà accompagnare questa misteriosa ragazza dal trafficante. Non ho elementi per dire una cosa del genere ma tutta la fretta e l’azione diretta del soggetto dimostrano che su quella donna quel tipo ha degli interessi che vanno oltre i sentimentalismi o lo sfruttamento della prostituzione, sembra qualcosa di molto importante su cui ha impegnato sé stesso in prima persona e bisogna scoprire quali sono le sue mire. Inutile dire che le intercettazioni continuano, anche se danno scarsi risultati, però qualcuno dei suoi compari l’abbiamo individuato
Ed allungò al commissario Bellosi un paio di fotocopie di schede segnaletiche che ritraevano Ahmed di fronte e di profilo con allegata una pagina dov’erano elencate le prodezze che gli erano valse un paio di soggiorni dietro le sbarre, oltre ad una foto in bianco e nero di Urfeo colto per strada in un momento anonimo della sua vita e sotto la foto stavano scritti semplicemente i suoi dati anagrafici e in fondo in maiuscolo la dicitura INCENSURATO. Poi mostrò loro la foto del Cazzarola, pure quella in bianco e nero, in mezzo ad altre persone, distratto da qualcuno a cui pareva sul punto di voler dire qualcosa e sotto la foto le informazioni del medesimo genere dell’Urfeo, incensurato pure lui. Ci fu una breve pausa mentre il commissario Bellosi esaminava le foto insieme ai suoi collaboratori, quindi il dott. Gridero con una nota ironica nell’intonazione domandò:
– Come hanno fatto a farla franca fino ad oggi? Ho riscontrato diverse informazioni su rapporti di differenti agenti che indicavano questo Cazzarola come tipo subdolo e pericoloso nonché sospetto di traffici con sostanze stupefacenti e nessuno ha mai preso sul serio queste notizie, sono state sparpagliate per diversi uffici con differenti gradi di urgenza, una cosa talmente casuale e fortuita che si stenta a crederlo. A volte mi chiedo contro chi stiamo indagando.
Il commissario Bellosi fece uno sguardo vacuo fissando un punto inesistente sulla scrivania del dott. Gridero mentre Rino, terminato l’esame delle schede segnaletiche le riponeva fra altre carte sparse. Il dott. Gridero si affrettò a raccoglierle per inserirle in una cartella dicendo:
– Prima di andare via ve ne fate una copia e le tenete per voi, SOLO PER VOI – e disse queste ultime tre parole con un’enfasi particolare che smentiva ogni ipotesi di fiducia nei suoi colleghi e subalterni all’interno dell’edificio e di certo anche fuori.
Il commissario Bellosi, sempre fissando lo stesso punto inesistente disse a mezza voce:
– Considerato il calibro del soggetto che stiamo per indagare non sarebbe da escludere l’ipotesi di finire a ruoli invertiti – ed alzò sul dott. Gridero uno sguardo rassegnato e interrogativo.
posizione scomoda
– Abbiamo il dovere di sondare questo letamaio e lo faremo. Cercheremo di tenere separate le diverse disposizioni in modo che risultino incongrue fra di loro.
– Ma avete già dato un nome all’operazione, di certo ne sono già al corrente certe persone e gli eventuali poteri che sono in gioco.
– Non conoscono tutti i dettagli, che sono al momento solo nella mia testa e in parte nella vostra, avete dei suggerimenti?
– Bisognerebbe sapere qual è il punto più debole.
– Beh, questo non è difficile, ColuiIlQuale, è l’unico che ha concretamente qualcosa da perdere, l’unica cosa che conta per un politico, la credibilità.
– Quindi? – interloquì Aldo con una faccia curiosa.
– Direi che fargli sentire il fiato sul collo potrebbe essere un buon inizio, potrebbe indurlo a scoprirsi e a mostrarci qualche relazione che ancora non conosciamo – concluse il magistrato.
– Pressiamo su quella Wanda?
– No, sarebbe un attacco troppo laterale, lui sa che certe cose si sanno e a quali livelli, si sentirebbe garantito da altri clienti della donna, non si va a stanare un vespaio come quello direttamente. No, puntiamo dritto su di lui, dobbiamo lasciargli credere che sia isolato e scoperto, non proprio tradito ma un po’ dimenticato dai suoi soci di baldoria, deve temere di essere il solo a pagare, perché se ne mettiamo insieme alcuni la forza legale che potranno mettere in campo ci stende prima di arrivare in aula. Gli altri, il Cazzarola e i suoi accoliti, beh, quelli non hanno paura della Giustizia, in qualche angolo della loro testa sanno già che prima o poi ci dovranno fare i conti, magari non direttamente, come probabilmente hanno fatto fin’ora ma sono consapevoli, scaltri e senza timore alcuno. ColuiIlQuale secondo me è il punto debole.
– Siete proti a rischiare il posto di lavoro e la pensione? – disse il commissario Bellosi guardando alternativamente Aldo e Rino.
– Se è proprio necessario…
– Speriamo di no – fece eco Rino.
– Per prima cosa? – chiese il commissario Bellosi al magistrato virando dal tono scherzoso a quello professionale.
– Fatevi vedere da ColuiIlQuale, casualmente, incidentalmente, ma fategli capire che state girando intorno ai suoi sollazzi, che state calpestando il suo giardino di Boboli. Il modo non vi mancherà, prima di uscire da questo ufficio leggetevi attentamente i documenti che sono in questa cartella, sono tutte notizie sulle attività ufficiali e non di ColuiIlQuale relative alla sorveglianza diretta alla tutela della sua persona, fatevi un’immagine del soggetto, della sua vita, delle persone che incontra, deve mangiare la foglia un po’ alla volta, senza ingoiarla tutt’intera, deve farsi l’idea della minaccia tratto a tratto, perché si senta sempre più solo. Per quello che riguarda le sue, per ora eventuali, amicizie malavitose incaricherò altri agenti se disponibili. Ricordatevi che lo scopo non è quello di incastralo da solo ma di mettere in luce quella trama di porcherie che alimenta questa tresca di usura, traffico di droga e prostituzione, prima dobbiamo capire e poi agire. Partite da ColuiIlQuale, le sue abitudini, le sue conoscenze, i suoi movimenti qui a Milano, cercate di scoprire ogni possibile dettaglio.
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Questo romanzo, ambientato fra Milano e Genova nel luglio del 2001, è un’opera di fantasia. I personaggi, i luoghi nominati e gli eventi che vi si svolgono sono inventati, gli eventi e le persone eventualmente reali, che fanno da sfondo alla narrazione come ai personaggi, sono tratti da fatti di cronaca riportati dai notiziari o dai quotidiani e liberamente interpretati a fini creativi e immaginari. Ogni altro e qualunque riferimento a persone, luoghi, cose, eventi realmente esistiti o esistenti è puramente casuale e/o esclusivamente funzionale ai fini immaginari della narrazione. Ogni deduzione o interpretazione storica, filosofica o letteraria è meramente funzionale alla narrazione romanzesca quale opera di fantasia.
Una storia italiana
Capitolo XXV°
(25)
Milano
Venerdì, 20 Luglio 2001
Alle undici passate Wanda vide entrare nel suo negozio ColuiIlQuale, da solo; pareva non avere quel solito aspetto di calcolata e compassata superiorità che mostrano solitamente i politici o gli alti funzionari, e ColuiIlQuale riassumeva entrambi questi ruoli; appena entrato cominciò a guardarsi intorno come se stesse cercando qualcosa o qualcuno e non un capo di abbigliamento o un accessorio di vestiario fra la merce griffata del suo negozio di classe per uomo e donna, cosa che fanno molte persone quando entrano in un esercizio commerciale di qualunque tipo, lo vide invece osservare una curiosa cornice rivolta all’incontrario, cioè a mostrare il dorso anziché l’oggetto incorniciato, affissa sullo stipite di uno scaffale ed era rimasto un istante ad osservarlo con atteggiamento curioso. Wanda aveva rilevato immediatamente una nota diversa nel suo comportamento, nonostante stesse tentando indifferenza ma dissimulò alla perfezione con la classica abilità femminile di deviare sospetti e curiosità inopportune con altri sospetti e altre curiosità inopportune, e comunque era già stata istruita dal Cazzarola, che attendeva il suo ospite nel retro bottega, che nel caso dell’attività della Wanda era molto di più di un deposito o magazzino, vi aveva ricavato una specie di salotto neanche troppo spartano per intrattenere certi facoltosi clienti e per mettere in debita comunicazione il reparto maschile con il reparto femminile in opportune convenienze che le fruttavano una percentuale su certi incontri facilitati dalla sua mediazione; ovvio che nulla di concreto si svolgeva in quell’esercizio ma la sua prodigalità all’altrui felicità sessuale riusciva a far trovare luoghi adatti e confortevoli per la continuazione di certi incontri, fuori dalla giurisdizione dell’attività annonaria testé esercitata.
È straordinario come tutto funzioni bene e senza intoppi quando ciascuno conosce la sua parte, e soprattutto i suoi interessi e le proprie propensioni; in quel giorno di luglio c’era solo un cliente presente in negozio, di quelli autentici, del tipo di quelli che entrano, comprano ed escono e morta lì, e Wanda l’aveva fatto tenere a bada da una delle commesse, le quali non erano all’oscuro dell’integrazione del reddito che la Wanda intrallazzava tramite il suo esercizio, così da potersi disporre completamente alle attenzioni che ColuiIlQuale pareva reclamare, perché sul suo volto stava stampato un punto di domanda, del tipo inquietante, quel tipo di interrogazioni intime che può capitare di porsi quando un lato privato della propria esistenza viene preso per mano da qualcuno che si vorrebbe ignorare e trascinato nel mezzo delle proprie incombenze a turbare progetti e pianificazioni molto importanti. Il dott. Qualcosa aveva eseguito la sua ambasciata, le conseguenze erano in moto. Di certo l’amicizia e l’intimità del dott. Qualcosa verso ColuiIlQuale avrebbero subito un raffreddamento ma gli interessi del Cazzarola, anche se nascostamente, si muovevano con la delicatezza di un rullo compressore e a lui non gliene fregava punto, erano faccende fra loro, come stavano per diventare faccende private fra lui e ColuiIlQuale riguardo agli scopi che si era prefisso per il recupero di Mina alla sua corte.
Wanda accolse ColuiIlQuale col più caloroso sorriso e un paio di baci su ciascuna guancia, stile vecchia zia verso giovane nipote, sebbene ColuiIlQuale fosse già in una matura cinquantina e la Wanda in una prosperosa quarantennità ma esistevano trascorsi sufficientemente intimi e promiscui per una confidenza un po’ al di sopra della convenienza, ColuiIlQuale era una persona molto importante e con Wanda non era neanche parente, ma certe esperienze comuni ammettevano un galateo particolare. ColuiIlQuale contraccambiò il caloroso saluto spenzolando la sua faccia di qua e di là a ricambiare i bacini zieschi senza smettere di guardarsi intorno con imbarazzo. Per sua fortuna il negozio era semideserto, detratta la presenza del cliente e della commessa che stavano parlando della taglia di una polo di marca e del colore che il tipo pareva desiderare, completamente avulsi dalla presenza di altri. ColuiIlQuale finse di essere interessato ad un paio di pantaloni che aveva visto in vetrina, Wanda lo lasciò recitare la sua parte e poi lo trascinò verso il retro dicendo che aveva dei nuovi arrivi da mostrargli e lo introdusse nel suo boudoir alla presenza del Walter, di cui ColuiIlQuale non ricordava esattamente il nome e solo vagamente la fisionomia per averlo visto una volta ma per interposte connessioni sapeva bene che genere di affari trattasse ed era consapevole di averne fruito a volte i godimenti, sempre tramite le predette connessioni. Wanda lasciò soli i suoi ospiti adducendo una scusa circa il reperimento di capi nel magazzino adiacente e non appena ebbe abbandonato il reservoir l’atmosfera si fece elettrica, ciascuno dei due sapeva che l’altro voleva qualcosa da lui e la situazione a una prima valutazione non appariva in parità, il Cinese aveva il vantaggio della sorpresa e della mancanza di scrupoli, sebbene riguardo a quest’ultimo particolare certi vantaggi si sarebbero potuti attribuire altrettanto bene a ColuiIlQuale, così che la situazione era pressoché in equilibrio.
ColuiIlQuale. Immagine d’archivio.
Il Walter allungò una mano per presentarsi, esponendo il sorriso più cordiale che poteva e in realtà la sua doppiezza gli consentiva parecchio in termini di finzione, così che la cortesia che ostentò verso ColuiIlQuale venne ricambiata con altrettanta faccia di bronzo. Ci fu un istante di indecisione durante il quale parve che il politico stesse per lanciarsi in una richiesta di chiarimenti ma il Cazzarola lo prevenne prendendolo per un braccio accompagnandolo verso il magazzino, dove s’era infilata la Wanda, la quale se li vide venire incontro diretti verso la serranda che dava nel cortile sul retro e si limitò a dire loro:
– La mia ospitalità non vi piace più?
– La tua ospitalità è perfetta – rispose il Walter – ma vogliamo prendere un po’ d’aria.
ColuiIlQuale si limitò a sorridere, non sapendo cosa dire. Gli parve di essere in balia di qualcosa che avrebbe voluto evitare ma che stava avvenendo per davvero. Wanda li guardò uscire nella luce estiva al riparo della poca ombra disponibile in quei pressi. ColuiIlQuale appariva sorpreso e il Cinese gli spiegò senza mezzi termini e a mezza voce che:
– Non si regge un giro del tipo di quello di Wanda senza informazioni sui propri clienti o soci che siano.
ColuiIlQuale non disse niente ma parve consapevole del fatto che le intercettazioni ambientali non erano e non sono un’esclusiva dei poliziotti e dei magistrati, e in parte rasserenato dalle precauzioni prese dal Walter si dispose ad ascoltarlo.
– Questi incontri non dovrebbero avvenire mai – disse il Cinese – ma ho una situazione di emergenza, che non è veramente pericolosa, non per me né per lei, ma deve essere risolta.
– Lei pensa davvero che le nostre attività si intersechino? – disse ironico ColuiIlQuale.
– Oh, certamente no – si umiliò il Cinese – ma a volte capita che i destini si incrociano e le necessità si scambiano e non c’è nulla di male ad essere d’aiuto a qualcuno.
– Di quale aiuto stiamo parlando?
ColuiIlQuale cercava di accelerare questa che pareva stesse per intavolarsi come una trattativa fra beduini, con un’infinita tiritera al ribasso da parte dell’uno e al rialzo da parte dell’altro; sapeva di essere scoperto nei confronti di costui e voleva giungere presto al quindi per poter valutare la possibilità di defilarsi o di dover fare materialmente qualcosa. Il Cinese prese un momento prima di rispondere, si guardò intorno nello squallido cortile adibito a parcheggio e circondato da alti palazzi, dei quali, dal riparo della tettoia che sovrastava la serranda alla cui ombra stavano al riparo, non vedevano che le finestre del primo o del secondo piano, molte della quali con le imposte chiuse o le persiane abbassate, veicoli parcheggiati disordinatamente sotto al sole e neanche un albero a dare un’idea di frescura, nessuno in giro.
Guardò in faccia ColuiIlQuale abbandonando quell’aria vagamente contrita che aveva espresso nel rispondere all’ironica domanda e passò direttamente al dunque parlandogli di Mina, di che bella e brava ragazza fosse, tacendo ovviamente dei trascorsi adolescenziali e insistendo sul pericolo che questa giovane stava correndo per il fatto di essere andata a stabilirsi nell’appartamento di una ex prostituta, della cui attività aveva avuto modo di appurare dettagli precisi consultando certe persone di sua conoscenza, sorvolando ovviamente i nomi e pure le descrizioni delle loro attività e alludendo alle intenzioni del pappa di cotale ex prostituta di rientrare in possesso della sua merce, mettendo così in pericolo la ragazza stessa, estranea a quei commerci.
“Questa (?) Ragazza”
ColuiIlQuale non se la bevve proprio ma gli diede corda chiedendogli, giusto a titolo precauzionale per la sua illibatezza nei confronti della Giustizia:
– Questa ragazza, questa Mina di cui mi parla… è incensurata?
– Sì, sono certo che lei potrebbe mettere in moto qualcuno del suo giro di conoscenze e farla uscire di là dentro per accompagnarla in un luogo sicuro, da dove poi la passerei a prendere io stesso.
– È così andicappata? – ironizzò ColuiIlQuale.
– Per nulla, è un tipo sveglio ma voglio che sappia chi la sta aiutando, a suo tempo, non subito. Voglio che sappia che non deve temere nulla – da me, aggiunse per sé medesimo il Cinese.
Il Cazzarola sapeva di mentire, se si fosse presentato a Mina, anche nella di lei migliore condizione d’animo si sarebbe beccato una serie di improperi e forse anche un ceffone, benché da questo si sentisse riparato dal timore che era sicuro di incutere ancora sulla ex amica, ma era certo di riuscire a invischiarla nuovamente nella sua esistenza facendo ricorso a vecchie comuni memorie che di certo la laureanda in filosofia cercava di dimenticare con tutte le sue forze, senza riuscirci, perché il vecchio Walter ogni tanto le organizzava dei bei quadretti a passata memoria per moniti futuri, senza strafare, giusto per fare sentire la sua presenza e ravvivarle la nostalgia dei bei giorni trascorsi. Ora doveva preparare il terreno per una re-inclusione della sua creatura nei suoi interessi e dalla sua aveva l’enorme vantaggio di essere l’unico conoscitore degli interessi suoi da un punto di vista globale. ColuiIlQuale avrebbe potuto subodorare qualcosa ma mai avrebbe avuto sentore del suo piano e in ogni modo qualunque cosa avesse sospettato la sua figura di uomo integerrimo non avrebbe retto al cozzo contro la meschinità collaudata dal Cazzarola.
ColuiIlQuale guardò lontano, per quanto gli consentivano i limiti del cortile in cui si trovavano, come a cercare inutilmente la sicurezza e la fiducia che questo soggetto poteva millantare e represse il desiderio di rispondergli a tono, più per timore di una rappresaglia verbale, la quale sarebbe stata inopportuna per entrambi, che per un reale stimolo di rettitudine e moralità, che per tutti e due era merce fuori portata.
– Dove sarebbe questo posto? – domandò ColuiIlQuale con certo un atteggiamento annoiato.
– È un appartamento dei servizi sociali del Comune di Monza.
Il Walter gli mostrò l’indirizzo su un foglio di carta e ColuiIlQuale se lo intascò dicendo:
– Vedrò cosa posso fare. Nel caso mi riesca qualcosa dove la posso trovare?
– Le do tempo fino a questa sera alle sette e deve lasciare un recapito a questo numero – e gli diede il numero di telefono del negozio della vegliarda, presso cui aveva iniziato la sua azione quella mattina stessa – poi se non ottiene nulla farò a modo mio.
E disse a modo mio lasciando sottintendere che le sue maniere avrebbero potuto inficiare la sua onorabilità di politico. Una piccola guerra dei nervi. Il Cinese gli allungò la mano per salutarlo, ColuiIlQuale gliela strinse guardando da un’altra parte, come se stesse pensando a ciò che doveva fare o piuttosto come se gli facesse ribrezzo allacciare contatti con gente del genere. Il particolare “bella ragazza” non gli era però sfuggito e gli aveva solleticato una certa curiosità di verificare, anche se da precedenti esperienze e conoscenze non aveva dubbi riguardo l’avvenenza di questa incensurata protetta del Cazzarola e in maniera lontana, per quanto non scevra da subdoli intenti, già pregustava qualcosa di allettante, magari nella più cauta attenzione a non strafare né a lasciare sulla preda eventuali desideri di ritorsione, che poi il suo qui presente ex amico o qualunque cosa fosse per lei avrebbe poi ritorto contro di lui; con molta circospezione e un’audacia pianificate non si sarebbe comunque astenuto dal provarci.
Il Cinese, dopo averlo salutato, se n’era andato attraverso il cortile e ColuiIlQuale lo osservò sparire nella strada principale, poi rientrò nel magazzino, dove Wanda gli chiese dove avesse messo il suo giovane amico e ColuiIlQuale la guardò senza rispondere, quindi farfugliò un arrivederci corredato da un sorriso di circostanza e se ne uscì dal negozio da dove era venuto, per la porta principale.
Per ColuiIlQuale stanare la tipa da quel posto non rappresentava il problema più grosso, il più sarebbe venuto dopo perché avrebbe dovuto farsi riconoscere da questa ragazza, tirando in ballo fisicamente la sua persona ma a tale riguardo si era già fatto un programmino, ancora in bozza e passibile di revisioni, un’idea che avrebbe potuto sfociare in qualcosa di interessante.
ColuiIlQuale + Questa (?) Ragazza = ???
Il fatto che la tipa si trovasse in un locale gestito da una pubblica amministrazione gli dava un certo spazio di manovra, tramite conoscenze giuste nella pubblica amministrazione non sarebbe stato difficile raggiungere la ragazza e farla accompagnare in un luogo idoneo, per cui per prima cosa si assicurò di avere a disposizione un’abitazione non di sua proprietà per la giornata stessa, cosa per la quale escluse immediatamente la negoziante quarantenne, che sebbene avesse ampia disponibilità di certi locali avrebbe fatto tesoro di una tale notizia al suo riguardo per tenerlo a bagnomaria ad uso dei suoi intrallazzi, come gli aveva già visto fare in danno di qualcun altro e contattò così un compare di burocrazia ingiungendogli un incontro immediato faccia a faccia.
In meno di mezz’ora tutta la cosa era già organizzata, un funzionario del Comune di Monza sarebbe andato subito presso l’appartamento dov’era alloggiata Fernanda – persona di cui ColuiIlQuale non aveva conoscenza – e se avesse riscontrato la presenza, non autorizzata, di qualcun altro oltre alla ex prostituta questa persona sarebbe stata trasferita immediatamente in un appartamento o altra abitazione “sicura” dove ColuiIlQuale l’avrebbe potuta incontrare da solo a sola. Il divertimento consisteva nel fatto che essendo la fruizione di quell’alloggio comunale da parte di Mina non autorizzato, l’azione del personale comunale sarebbe stata giustificata e nessuno avrebbe dovuto dare ulteriori spiegazioni circa il suo allontanamento, inoltre, essendo il personale comunale all’oscuro di tutta questa tresca non avrebbero fatto storie e soprattutto non avrebbero avuto sospetti di alcun tipo, nel caso qualcuno avesse piantato grane gli agganci in loco di ColuiIlQuale o chi per lui avrebbero provveduto. La legge è sempre legale.
Questa casa è protetta (?)
Era da poco passata la mezza quando nell’alloggio di Fernanda suonò il campanello, Mina andò a vedere chi fosse dalla porta finestra della terrazza, lasciando Fernanda a finire di rassettare la cucina dal breve spuntino che avevano consumato chiamandolo pranzo, era stato un momento di tranquillità come Fernanda non aveva provato da tempo. Mina se ne tornò di corsa presso di lei abbastanza allarmata dicendo che c’erano i ghisa e che volevano entrare. Fernanda le disse di calmarsi perché non avrebbero fatto altro che un breve controllo, non sarebbe accaduto proprio nulla. Fernanda andò ad aprire il cancello e il portone e in breve due vigili urbani entrarono nell’appartamento chiedendo i documenti a Fernanda, per identificare gli occupanti dell’alloggio, si giustificarono e poi li chiesero anche a Mina e qui cominciarono a venire fuori i problemi. Uno di loro aveva con sé alcuni documenti, fra i quali Fernanda riconobbe certe carte che aveva firmato presso i servizi sociali per avere a disposizione un posto dove stare, e dall’esame di questi documenti i due vigili urbani cominciarono a chiedere che cosa ci facesse Mina in quel posto, cominciarono a dire che non aveva il diritto di starci e che la dovevano accompagnare presso gli uffici dell’amministrazione comunale, e che questo era un ordine che avevano ricevuto.
– Ma se ho il diritto di abitare qui avrò anche il diritto di frequentare le persone che voglio – si giustificò Fernanda in un tentativo di difesa di Mina.
Prima che la cosa cominciasse a degenerare, perché Fernanda si rivelò essere molto più combattiva di quello che sembrava, Mina disse bonariamente che avrebbe seguito i vigili urbani e se ne sarebbe andata con loro. Fernanda, con gli occhi rossi per le lacrime incipienti si trattenne dal domandargli davanti a quelli che cosa avrebbe fatto e dove se ne sarebbe andata, dal momento che era arrivata lì praticamente in fuga da qualcuno, la qual cosa avrebbe messo in sospetto i tutori dell’amministrazione. Inoltre, questa improvvisata della polizia municipale l’aveva messa in allarme per i suoi appuntamenti notturni col Brando, il quale rappresentava praticamente la sua fonte di reddito e se i ghisa avessero scoperto la cosa, magari informati dai vicini, i quali non erano inquilini dell’istituzione ma privati cittadini, avrebbero potuto cacciare anche lei.
Servizi Sociali
– Prenda le sue cose e ci segua – fu l’ordine perentorio di uno di questi; poi, quasi per scusarsi della rudezza aggiunse –, per favore.
Colte così alla sprovvista le due giovani donne non tentarono alcuna difesa ulteriore, Fernanda si contorceva le mani dall’esasperazione del senso di colpa che provava per non avere alcuna possibilità di difendere eventuali suoi ospiti, Mina la rassicurò che non sarebbe successo nulla di grave, che tutto si sarebbe spianato, che le avrebbe telefonato e le avrebbe fatto sapere, magari tramite Guenda. Si scambiarono un bacio di saluto sotto gli sguardi dei ghisa che aspettavano sulla porta quindi Mina scese in strada e salì in macchina con loro. Fernanda osservò dal terrazzo la macchina della polizia municipale allontanarsi con Mina a bordo, e la casa ripiombò nella protezione.
Presso gli uffici dei servizi sociali del Comune di Monza qualcuno la stava attendendo, qualcuno che si premurava di rassicurarla, che le sorrideva e le faceva strada verso il suo ufficio, che si dimostrava galante verso di lei, e qui Mina avrebbe dovuto intuire qualcosa ma quando si è nel flusso degli eventi è sempre molto difficile. Questo tipo, che disse di chiamarsi Cerutti e che di galante nel suo metro e sessanta di flaccida pinguedine aveva ben poco, cominciò a parlargli senza spiegargli concretamente alcunché; Mina frastornata dall’increscioso evento, perché mai in vita sua era stata trasportata su un’auto della polizia sia in servizio che non, lo ascoltava senza capire nulla né dove volesse andare a parare questo chiacchierone, riguardo al quale aveva già notato che le aveva sbirciato le chiappe cogliendolo di sorpresa mentre si era voltata a chiedergli spiegazioni cui il pingue impiegato aveva risposto in maniera evasiva lasciando cadere gli occhi sui suoi seni con la naturalezza di chi sta guardando distrattamente fuori dalla finestra, tutto quello che era riuscita ad intuire era che qualcuno si era preoccupato per la sua incolumità e desiderava farla condurre in un luogo veramente sicuro. Questa affermazione circa tutti i riguardi verso la sua persona instillarono qualche dubbio nella mente di Mina ma in maniera così confusa che non si risolveva a prendere decisioni.
Certo sapeva di non essere in arresto, sapeva che avrebbe potuto prendere su e andarsene quando voleva ma temeva di mettere in moto dei dubbi sulla sua persona e indagini sul suo passato, cosa che, adesso ci pensava, aveva in un certo qual modo fomentato andando a rintanarsi in casa di una del giro, per cui se ne stette buona a sentire la predica nell’ufficio dell’impiegato comunale Cerutti, la cui conclusione fu che una delle assistenti sociali l’avrebbe accompagnata da una persona che l’attendeva per ragguagliarla di ogni cosa e per tranquillizzarla circa il trattamento non proprio urbano che i vigili urbani le avevano riservato.
Una certa rabbia le montava dentro, dalla sera prima veniva trattata come un pacco da spostare qui e là e la cosa non le andava proprio ma non aveva appigli per ribellarsi apertamente, d’altronde queste erano tutte persone tranquille, magari un po’ guardone, tipo il Cerutti, ma agivano nell’ambito dell’amministrazione pubblica, mentre ciò da cui se ne stava scappando dal giorno prima agiva contro la sua persona, sebbene non la sentisse come una minaccia così pericolosa da dovere architettare piani pazzeschi e coinvolgere addirittura persone di città vicine. Si rassegnò a questa cosa aspettando in quell’ufficio che questa assistente sociale la venisse a prelevare per uscire da questa situazione incresciosa, la qual cosa le solleticava una certa rabbia, mai in vita sua aveva pensato di diventare oggetto dei servizi sociali. Si dette però una calmata, perché non avrebbe potuto strillare qualcosa che non poteva dire, non avrebbe potuto giustificare in nessun modo la sua presenza in quell’appartamento, né gli eventi che ve l’avevano condotta, al contrario così facendo avrebbe attirato inutili attenzioni sulla sua vita. L’attesa fu abbastanza breve, nel giro di una quindicina di minuti una donna dai modi gentili entrò, salutò il Cerutti e le disse di seguirla. Il Cerutti si alzò in piedi per stringerle la mano e congedarla ma Mina si allontanò salutandolo con una specie di ciao-ciao con la manina e se ne andò al seguito della ragazza appena entrata che la condusse fuori verso una macchina parcheggiata che recava le insegne del Comune di Monza.
Chinese Mask
Che tutta la mossa, partita dal suo prelievo fisico presso la casa protetta ove risiedeva attualmente Fernanda, fosse una specie di copertura Mina ne aveva una quasi certezza, ma neanche lontanamente avrebbe mai immaginato che la regia, la pianificazione originale fossero opera del Cinese. Di congetture circa colui o coloro che si stavano interessando alla sua persona ne aveva già passate in rassegna fin dal momento in cui era salita in macchina con i ghisa e la più plausibile le pareva l’ipotesi del professor Trifarro, poi però, ripensandoci si era convinta che il precario di filosofia moderna non avrebbe mai avuto la possibilità di mettere in moto apparati amministrativi, gente in uniforme, personale di un altro comune con automezzi a disposizione e tutto il resto, quindi l’aveva scartata.
Nell’ufficio di quel Cerutti aveva immaginato l’interessamento dei suoi genitori ma era certa che fossero all’oscuro delle sue destinazioni dal giorno precedente e inoltre non li avvisava quasi mai su dove aveva intenzione di andare, solo sporadicamente, su cortesi pressioni da parte loro, diceva vagamente «Vado qui con la tale», oppure «Vado là con i tali» ma senza mai dare troppe indicazioni che d’altronde i suoi vecchi avrebbero faticato ad interpretare, una generazione di differenza nel tempo presente mette senza scampo fuori dal mondo dei giovani. Aveva avuto l’idea di questionare il Cerutti ma le aveva fatto un po’ ribrezzo quella sua maniera di palparla con gli occhi e aveva desiderato che quella maledetta assistente del cavolo si facesse viva quanto prima per portarla dovunque a patto di toglierla dalla presenza di quel tizio.
Poi la tipa era arrivata, gentile, certo, educata, senz’altro, sorridente, quanto uno spot del dentifricio, per cui l’impressione che quella era caso mai più viscida del Cerutti prese immediatamente corpo nella sua immaginazione e ancora si vietò di chiedere qualcosa, e poi magari era una psicologa e avrebbe cominciato a farle domande del cavolo per capire cose che non avrebbe capito mai neanche se avesse campato nove vite come i gatti. Mina detestava di essere capita, che cosa c’è da capire in una persona? Che cos’è? Un meccanismo che si smonta? Un nuovo programma per il computer? Un gioco di società? Tutti vogliono capire e poi per prima cosa le guardano il culo, poi le tette, poi la faccia e se ne vengono fuori a dire delle stronzate che camminano con le loro gambe oppure delle banalità che capisci subito che ti stanno sondando per vedere se sei una che la dà, tutti trasgressivi e tutti al contempo moralisti bacchettoni, certi commenti non aveva bisogno di sentirli di persona, li leggeva stampati sulla faccia di quelli che la incontravano, non tutti per fortuna, Germano non era così ma era un po’ imbranato.
Inutile dire che aveva fin dall’inizio meditato di sottrarsi a questo trasloco umano ma sentiva di dovere affrontare troppi avversari e troppo ottusi, Cerutti in testa, per poter pensare di riuscire a soddisfare le loro certe/sicure richieste di delucidazioni complicate da un burocratismo di basso livello che esprimeva la fisionomia del guardone amministrativo, e inoltre una curiosità sotterranea alla sua consapevolezza la spingeva a desiderare di vedere un esito a questo sballottamento.
L’assistente sociale disse di chiamarsi Ada e mentre la conduceva non si sa dove le sorrideva e cercava di mostrarsi gentile, Mina sorrideva di contraccambio senza sapere cosa dire, situazione d’altronde ovvia, la polizia ti preleva da un posto e qualcuno che non conosci ti trasporta in un altro, cose del genere accadono solo nei film e se ti ci trovi dentro in una specie di surrealtà non hai nemmeno il copione per dire le battute giuste, sei totalmente fuori dal mondo, che cosa resta da dire? Per fortuna la tipa parlava e si dava le risposte, pensò che in un passato neanche troppo remoto doveva avere avuto degli antenati in comune con Guenda, poi venne la domanda che temeva, perché tutti fanno i gentili, i discreti, i riservati e rispettosi dell’altrui esistenza, poi quando meno te l’aspetti ti buttano là la versione morbosa della loro interpretazione riguardo l’altrui défaillance.
Gessica
– Certo che la Fernanda sta cercando di uscire da una brutta situazione… – buttò là Ada distraendosi un istante dalla guida per guardarla.
– Sì? – chiese curiosa Mina – E quale situazione?
– Non gliene ne ha parlato?
– No, abbiamo parlato di vestiti e cose del genere?
– Beh… deve sapere…
No, questa non l’avrebbe sopportata per cui troncò decisa con una domanda:
– Posso sapere dov’è che mi sta portando?
– Da una persona che la sta aspettando, qualcuno che sa che una come lei non deve stare in compagnia di certa gente.
Ma guarda te, pensò Mina, l’assistente sociale viene fuori finalmente, Fernanda le era parsa simpatica, un po’ pericolosa nelle sue stranezze però con un certo carattere a modo suo, anche se un dubbio lontano se l’era fatto venire circa quelle telefonate che le aveva sentito fare nel cuore della notte, perché l’appartamento aveva le pareti sottili e le porte che parevano di carta. Che l’avesse venduta? Non sarebbero venuti i ghisa a prelevarla, no, Fernanda se l’immaginava a posto, beh… per quello che avrebbe potuto con i trascorsi che si ritrovava.
– E posso sapere chi è questo qualcuno? È una persona che conosco?
– Non sono in grado di dirle chi conosce oppure no ma di certo è una persona gentile e a modo, adesso la vedrà.
La macchina rallentò, avevano percorso solo qualche chilometro e si trovavano nella periferia di Monza in direzione di Milano in quello che si poteva definire un residuato di campagna urbanizzato disordinatamente. La casa nel cui accesso stavano svoltando era un villino modesto ma dall’aspetto garbato e pulito, il giardino in ordine e un breve vialetto che conduceva ad una rimessa con un portone in legno dipinto di verde separata dall’abitazione ad un piano rialzato con un interrato che già dall’esterno si indovinava attrezzato a tavernetta, in quello stile anni settanta – ottanta o giù di lì. Tutt’intorno una recinzione nascosta da una siepe fitta alta almeno due metri, un posto intimo, pensò Mina.
La porta di ingresso della piccola villa era riparata da un patio modesto sorretto da colonne di cemento armato e coperto di coppi come il resto del tetto. La porta si aprì ed uscì un signore distinto, sorridente, alto più di lei, snello e abbigliato con una camicia bianca dalle maniche rimboccate su un paio di pantaloni blu, che non erano jeans e non erano di lino. Ada scese per andare incontro a questo signore, Mina la lasciò passare avanti per capire qualcosa di ciò che stava accadendo, chi fosse questo tizio e che cosa avesse mai in comune con la sua vita. Ada la presentò:
– Questo è ColuiIlQuale – e qui lasciamo il pronome fittizio inventato dalla Voce Narrante.
Mina non conosceva fisicamente e personalmente ColuiIlQuale ma il suo nome non gli era estraneo, benché poco famigliare.
– Lei è Mina Calludole, suppongo – disse ColuiIlQuale.
– Sono io, a cosa debbo? – disse Mina ostinando la sua non conoscenza del tipo in una finzione che manteneva come uno scudo a pararsi da intrusioni ulteriori nella sua esistenza.
– SSSì… – disse ColuiIlQuale grattandosi la testa – effettivamente c’è qualcosa da spiegare. Cosa ne dice di entrare e metterci comodi per chiarire tutto? Vuole entrare anche lei? – Disse rivolto all’assistente sociale.
– La ringrazio ma devo rientrare, il mio turno sta per finire e poi può spiegare tutto lei, io non sono al corrente di nulla – e gli allungò la mano per salutarlo.
Ada risalì in macchina e riprese la via per Monza, ColuiIlQuale e Mina restarono un istante a guardare la macchina che usciva dal vialetto poi si guardarono in faccia e ColuiIlQuale le fece strada verso l’ingresso facendola entrare per prima. L’interno era arredato con gusto, forse con troppo gusto, Mina avrebbe dovuto subodorare ma gli eventi l’avevano superata e la sua immaginazione stava all’inseguimento. C’era fresco all’interno, forse c’era un impianto di condizionamento in funzione ma non se ne sentiva il ronzio.
villino
– Ha già pranzato? – le chiese ColuiIlQuale.
– Sì, qualcosa da Fernanda – disse Mina presumendo che questo tizio la conoscesse.
E invece le rispose:
– Chi è Fernanda? – mentì cortesemente ColuiIlQuale.
– La persona presso cui sono stata prelevata e portata qui, presumo su sua iniziativa.
– Ah… sì, l’appartamento dei servizi sociali. Comunque non conosco chi lo abita, non mi occupo di queste cose. Lei sta meglio qui.
– E cosa glielo fa pensare?
– Si fidi di me, ora provvederemo a farla rientrare a casa sua o a farla riaccompagnare da qualcuno. Posso fare molte cose ma non posso abusare dei mezzi e del personale di un municipio, è già molto che l’abbiano accompagnata qui. Si metta comoda, ora provvediamo.
ColuiIlQuale andò verso il telefono fisso facendo allo stesso tempo segno a Mina di approfittare del bagno o della cucina nel caso ne avesse bisogno:
– Faccia come se fosse a casa sua.
– E se io non volessi rientrare a casa mia?
– Beh… in questo caso mi dia un’alternativa – ColuiIlQuale posò il telefono.
Mina non seppe cosa rispondere, questo tizio le appariva gentile e non le aveva neanche guardato il culo, lo aveva tenuto d’occhio fin da quando l’aveva visto sbucare dalla porta della casa e ora la guardava dritto negli occhi ed il suo era un bello sguardo, il volto glabro e ben rasato, la capigliatura grigia e folta, nessuna traccia di pinguedine, probabilmente faceva del tennis o roba del genere, non pareva il tipo da palestra.
– Chi è che li ha mandati da me? I vigili urbani, intendo… solo una persona oltre a Fernanda sapeva che ero là.
– Poche cose succedono a questo mondo senza che si sappiano e prima o poi si sapranno anche quelle – disse ColuiIlQuale «”quale”» profeta in patria.
– Detto così suona preoccupante. Ho già sentito il suo nome, prima che Ada lo dicesse presentandoci, voglio dire. Come mai una persona così importante si occupa di me?
– Diciamo che lei ha qualcuno a cui sta molto a cuore, una specie di angelo protettore.
Mina fece rotare gli occhi e il capo accompagnandosi con una smorfia della bocca, poi disse:
– Di nuovo tutta sta gente che vuole proteggermi… beh… lo vuole sapere? Anche Fernanda ha qualcuno che la protegge e farebbe meglio a non incontrarlo mai più.
– Niente di tutto questo, lei qui è al sicuro più che in ogni altro posto.
E forse era vero, non si va a turbare la quiete di una persona come ColuiIlQuale e forse nessuno era a conoscenza della sua presenza in quel villino, in qualche modo la sua copertura continuava ma non era ancora riuscita a farsi dire chi lo avesse messo sulle sue tracce e dubitava di riuscirci, perché con un tipo abituato a trattare e a parlare la cosa poteva anche riuscire difficile. Non sapeva dove farsi portare, dove farsi accompagnare. A casa dei suoi era un’idea da scartare, il Cazzarola sapeva dove abitava, Germano, Sandro e Claudio erano a Genova e non li avrebbe disturbati, anzi per precauzione aveva spento il telefono, Guenda nemmeno a parlarne, avrebbe fatto dei telegiornali incredibili, altri colleghi dell’università erano al mare o in vacanza oppure non ne era in sufficiente confidenza da poterli disturbare per una cosa del tipo «Puoi ospitarmi per un giorno o due? Sai, sono inseguita da un pappone strozzino spacciatore di droga», non praticabile. Prese tempo e si sedette su di una poltrona.
Nell’ambiente c’era un buon odore, un odore che non era profumo ma che dava una sensazione di cose buone, indefinite e indefinibili, come lo sono gli odori in genere, in special modo quelli che si sentono come se fosse la prima volta, la casa era accogliente, discretamente silenziosa, nonostante la strada di grande passaggio a meno di cinquanta metri, le finestre erano chiuse, di certo l’aria condizionata era in funzione. ColuiIlQuale le sorrise e andò verso la cucina tornando con una bottiglia di vino in mano e un paio di bicchieri, la bottiglia appena tratta dal frigorifero era lievemente appannata per la condensa. ColuiIlQuale stappò con un piccolo botto, era un frizzantino non troppo secco che Mina gustò con piacere. Per qualche istante nessuno dei due parlò, ColuiIlQuale tornò in cucina e se ne venne con un piatto in ciascuna mano su cui stavano alcuni pomodori ripieni di qualche salsa e un po’ di pollo freddo. Mina sorrise per cortesia e un po’ per imbarazzo, ringraziò e sbocconcellò un pomodoro sporgendosi in avanti per evitare di macchiarsi i vestiti. Osservò ColuiIlQuale, che si era allontanato da lei e ora guardava fuori dalla finestra nel giardino sorseggiando quel frizzantino dal bicchiere a calice con una naturalezza e una disinvoltura che nei suoi coetanei non avrebbe potuto riscontrare. Poi lui si voltò e le sorrise affabilmente senza dire nulla, guardò nuovamente fuori dalla finestra per un istante e poi si mosse verso di lei chiedendole:
– Ha preso una decisione?
La sua voce era calda e suadente, come se uscisse da un amplificatore a valvole, con quei bassi lievemente ronzanti e pieni e modulazioni morbide e gradevoli nelle tonalità medie. Mina lo fissò senza parlare, si guardava intorno, quel posto le piaceva, era davvero accogliente e la frescura dell’aria condizionata le rafforzava l’idea di essere al di fuori di tutti i pericoli e separata da tutte le brutture che aveva visto e sentito nel corso della sua giovane vita. Quell’uomo maturo aveva all’incirca l’età di suo padre, forse qualche anno in meno ma dimostrava una certa classe e belle maniere. Osservò le sue mani, bianche e curate, le dita sottili di chi non fa lavori manuali, il portamento sicuro e i modi affabili. Si scoprì a pensare che non faceva l’amore con Germano da una decina di giorni, che non è esattamente la castità ma un po’ di voglia se la sentiva e questo pensiero in presenza di quell’uomo la fece sentire strana, non a disagio ma come un po’ scoperta davanti a lui. Improvvisamente le parve che fosse passato un tempo incredibile dall’ultima domanda che il tipo le aveva rivolto e pensò a qualcosa da rispondere in fretta:
– Le sto portando via molto tempo? Non vorrei diventarle un peso.
– Non si preoccupi, abbiamo tutto il tempo, decida quello che vuole e me ne metta a parte – la sua cortesia le pareva sempre nuova ogni volta che lo ascoltava parlare, in qualche modo la colpiva con le sue belle maniere. La sua espressione era sicura di sé e rasserenante.
– Posso andare in bagno?
– Certamente.
Si alzò dalla poltrona e gli passò davanti sorridendo, per passare tra lui e il divano dovette avvicinarglisi abbastanza, a una distanza di rispetto minimo ma sufficiente a farle pervenire l’odore di lui, e le piacque.
Nel bagno scoprì di non avere grandi cose da fare, aveva fatto la doccia a casa di Fernanda poco prima che i ghisa la venissero a prelevare e non era passato molto tempo, era stata una scusa, si era inventata quella piccola necessità per trovarsi da sola per un istante dopo tutta la sequenza forzata di frequentazioni che durava dalla sera precedente senza interruzioni ma non riuscì a trovare se stessa, contrariamente a quanto si era immaginato. Pensò che la sua libertà stava subendo delle ingiuste intrusioni, che nessuno aveva il diritto di dirle di fare questo e fare quello, andare lì o andare là, e i ghisa che l’erano venuta a prelevare, e il tipo grassoccio dagli occhi al Bostik® e l’assistente sociale che più che altro pareva un inquirente pubblico, insomma, cominciava a sentirsi pressata nella sua vita dall’azione di qualcuno che voleva farle credere di volerle bene e tutto ‘sto bene si concretizzava in qualcosa che le riusciva totalmente sgradito.
Si guardò nello specchio, aprì il rubinetto, tirò l’acqua nello sciacquone, fece quel minimo di rumori che giustificassero la sua presenza lì e poi si guardò ancora nello specchio domandandosi se avrebbe fatto l’amore con quell’uomo, senza rispondersi immediatamente. Si aggiustò i capelli con le mani, trucco non ne portava e non necessitava di restauri, si controllò i vestiti, era in ordine. Cancellò tutti i pensieri negativi che le erano passati per la mente in quei pochi minuti che era rimasta da sola in bagno. Quando riapparve sulla soglia del salotto ColuiIlQuale la guardò con uno sguardo che le parve dolcissimo e autoritario nello stesso tempo, quando lei si avvicinò lui si alzò in piedi e le parve un gesto di galanteria dissimulato perché le sorrise e poi si diresse verso la cucina ritornando poco dopo con una piccola caraffa di sangria e due thumblers serrati a fatica fra le dita aperte di una mano a mo’ di vassoio.
– Ce la prendiamo comoda allora.
Disse ColuiIlQuale sedendosi accanto a lei, che ora aveva scelto il divano, e riempì i due bicchieri con fermezza sorridendole, poi posò la caraffa su di un vassoio di cristallo rotondo al centro di un tavolinetto fra la poltrona e il divano, le passò uno dei bicchieri e si rilassò contro lo schienale. Mina guardò un attimo nel bicchiere pensosa e poi disse:
– Senta, io le sto facendo perdere un sacco di tempo, ma vorrei sapere chi o cosa l’ha spinta a tirarmi fuori da quel posto.
– Gliel’ho detto, qualcuno che si preoccupa di lei, qualcuno che le vuole bene. E poi trovarla non è stata tutta quella fatica che crede, magari non si sa esattamente cosa succede tutti i giorni in quegli appartamenti ma a grandi linee certe cose si sanno e mi creda… lei è più al sicuro qui, deve solo decidere dove vuole andare, ma con calma – e sorseggiò dal bicchiere un po’ di quel vino alla frutta.
Sangria
Mina non rispose e sorseggiò anche lei, era fresco e dolce, non troppo alcolico, la fece sentire bene ma quella omertà circa questo angelo custode la preoccupava. Ripensò a quell’affermazione «a grandi linee certe cose si sanno» e le venne in mente il Brando con la Fernanda e i loro traffici ma si convinse che quella tresca non era ancora fra le informative dell’amministrazione comunale di Monza o di ColuiIlQuale, magari la moglie del Gavani qualcosa aveva intuito ma senza dettagli specifici.
– Lo so cosa sta pensando. Lei sta pensando che siccome non le dico chi mi ha mandato da lei posso essere dalla parte sbagliata della sua vita. Non è così. Una persona della mia posizione deve muoversi con cautela e lasciare meno informazioni possibili sul suo conto, questo non le riuscirà difficile da capire.
– In effetti… – si lasciò sfuggire Mina, che fissava davanti a sé lasciando trascorrere una pausa di silenzio che non osava riempire con altre interrogazioni.
Per qualche istante nessuno dei due disse nulla, Mina sorseggiò la sua sangria in silenzio, poi si voltò verso di lui, che le stava alla destra e lo guardò nelle labbra e poi in quegli occhi così calmi e sicuri di sé, ColuiIlQuale le si avvicinò:
– C’è qualcosa che non va?
Mina aveva lo sguardo fisso sul suo volto, colmo di un’espressione calma e disarmata ad un tempo, commise l’ingenuità di schiudere le labbra e dare un tono languido al modo in cui lo guardava. Il suo respiro lievemente alcolico odorava di sangria, la sua faccia era ad un palmo dalla sua, posò il bicchiere e le prese il suo appoggiando anche quello sul tavolinetto senza staccare gli occhi dai suoi, le afferrò la mano e senza che Mina ne fosse pienamente avvertita nel suo essere lasciò che le loro labbra si toccassero. Prima dolcemente, poi una certa passione prese il sopravvento e si abbracciarono continuando a baciarsi. Mina si era rilassata completamente a quell’abbraccio e si sentì sollevare di peso per essere trasportata in un altro locale della stanza ma non aprì gli occhi e lasciò che i suoi sensi gioissero di ogni contatto e di ogni carezza che le braccia di ColuiIlQuale le prodigavano. Il materasso era fresco, solido e confortevole, si spogliò guardando ColuiIlQuale negli occhi, impaziente per il desiderio. Lui si tolse i vestiti in un lampo e subito le fu sopra.
La stanza era in penombra, fresca e silenziosa, ColuiIlQuale si voltò ad osservarla, nuda, scarmigliata, indifesa e bellissima. Ogni particolare del suo corpo armonizzava con ogni altra e quel viso, ora adombrato in una specie di sonno, lo aveva colpito davvero quando poco prima lo aveva osservato da vicino in quella maniera sensuale e disarmante, si convinse che ci dovesse essere un’intesa speciale fra loro, qualcosa che li aveva fatti cadere uno tra le braccia dell’altra così piacevolmente e in così poco tempo da lasciare senza fiato e senza programmi, d’improvviso si scoprì a pensare a quella ragazza in una maniera che non aveva mai provato per nessun altra. Non era amore, ovvio, alla sua età era già vaccinato da un pezzo e non era solo sesso, quello lo avrebbe potuto ottenere a buon mercato dalle colleghe della Wanda o in altre occasioni più divertenti e intriganti, no, c’era di più, molto di più. Quelle sensualità vera e autentica che le aveva regalato in quel primo rapporto con lei lo aveva colpito nel profondo, era come se avesse fatto l’amore con un’amica di sua figlia diciassettenne, come se avesse infranto un tabù restando impunito e pieno di gioia, era come se avesse raggiunto il segreto femminile, il talamo assoluto, questa giovane donna in così poco tempo lo aveva affascinato come nessuna mai prima, e di bonazze ne aveva passate il trescone. Mina in realtà non dormiva e si voltò lentamente verso di lui aprendo dolcemente gli occhi in un sorriso soddisfatto, malizioso, infantile e aggraziato tutto in una volta, lui le prese la mano e si voltò verso di lei, che lo accarezzò sui capelli e poi sul volto per poi abbracciarlo e baciarlo sulle guance, sul collo, sul petto non molto villoso e neanche tanto muscoloso.
ColuiIlQuale incassò queste cortesie quasi in deliquio, intimamente si spanzava dal ridere, ripensò al Cazzarola che aveva chiesto il suo aiuto e lui glielo stava dando, che diamine; pensò che il Cinese poteva attaccarsi al tram, col cavolo che gliel’avrebbe resa. La situazione si era fatta davvero intrigante ed eccitante, ColuiIlQuale era conscio del fatto che la ragazza mai e poi mai si sarebbe lasciata sfuggire qualcosa del loro incontro, lui era a conoscenza di molti dettagli (detratti quelli che erano a conoscenza esclusiva del Cinese), anche se incompleti, ed era praticamente certo che la pregressa promiscuità con il Cazzarola l’avrebbe trattenuta dal fare confidenze pericolose a persone inopportune, benché egli non avesse un quadro molto esatto di questi precedenti. A volte la mente genera bizzarre convinzioni.
Depositato come opera originale presso la S.I.A.E. – O.L.A.F. Deposito n° 2010001634 del 12/04/2010
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Questo romanzo, ambientato fra Milano e Genova nel luglio del 2001, è un’opera di fantasia. I personaggi, i luoghi nominati e gli eventi che vi si svolgono sono inventati, gli eventi e le persone eventualmente reali, che fanno da sfondo alla narrazione come ai personaggi, sono tratti da fatti di cronaca riportati dai notiziari o dai quotidiani e liberamente interpretati a fini creativi e immaginari. Ogni altro e qualunque riferimento a persone, luoghi, cose, eventi realmente esistiti o esistenti è puramente casuale e/o esclusivamente funzionale ai fini immaginari della narrazione. Ogni deduzione o interpretazione storica, filosofica o letteraria è meramente funzionale alla narrazione romanzesca quale opera di fantasia.
Una storia italiana
Capitolo XXIV°
(24)
Milano
Venerdì, 20 Luglio 2001
Alle otto di mattina dello stesso venerdì il Cinese era già in piedi, lavato, sbarbato e pronto per una giornata critica. Il primo impegno era verificare la presenza a Milano di ColuiIlQuale e libero da impegni gravosi, perché quello in città ci viveva ma non ci stava mica spesso, frequenti spostamenti per lavoro, convegni, l’incarico a Roma, le sedute alla Regione, qualche incontro in Municipio, perché in una città come quella si decidono cose importanti e danarose, e poi la possibilità che fosse in vacanza, perché la stagione era quella ma siccome le attività ufficiali fanno vacanze ufficiali era certo che in ferie ci sarebbe andato in agosto, come i coatti.
Ferragosto …
Il modo per aggirare lo schermo dell’ossequio e del rispetto per giungere o fare giungere le sue intenzioni fino a lui pensava di averlo trovato. Non tramite uno dei suoi, che avrebbe lasciato una traccia per la pula come la bava di una lumaca e quelli l’avrebbero seguita in entrambi i sensi, congiungendo lui e ColuiIlQuale in una connessione troppo difficile da giustificare. Il suo giro di affari gli consentiva di mettere in azione insospettabili cittadini, ovviamente incensurati, che avevano abbandonato nelle sue mani il grosso dei loro averi e soprattutto una fetta della loro esistenza che il Walter, senza strafare, utilizzava a profitto dei suoi affari. La cosa che i suoi sgherri faticavano a capire era la sua ritrosia alla violenza, quando essi avrebbero agito d’istinto e con la forza lui mediava sempre una soluzione che tratteneva nella sua sfera di influenza il soggetto acquisito con l’inganno dopo l’accaparramento dei suoi averi; senza sfruttarlo troppo, senza mai minacciarlo apertamente, prima o poi la persona gli sarebbe tornata utile. Una cosa che certi delinquenti tendono a non capire è che il denaro è un’invenzione degli umani e se togli di mezzo questi o li spaventi troppo sparisce anche quello, oppure emerge all’evidenza come qualcosa di ingombrante che attira l’attenzione.
La temperanza del delinquente era un ossimoro che gli si attagliava alla perfezione, così si era ritrovato ad avere un piccolo serraglio di esistenze che gestiva a distanza, lasciando loro credere di avere autonomia e di potersela sbrogliare con lui prima o poi, di potersi impadronire nuovamente della loro vita ma non si rendevano conto di avergli messo in mano troppe informazioni sulla loro esistenza e troppe dipendenze dalle sue finanze e si scoprivano a dovere eseguire cose che non avrebbero mai immaginato di dover fare. Però l’abilità del Cinese gliele faceva apparire come piccole deviazioni dalla vita ordinaria chiedendo loro commissioni apparentemente semplici e molto spesso legittime o legali – per coloro che non conoscevano i retroscena -, come consegnare una somma di denaro, fare qualche commissione presso una banca sotto il loro nome, ritirare un pacco, fare un’ambasciata, contattare qualcuno di importante, perché tutti questi intrappolati nella rete di affari del Cinese avevano una cosa in comune, quella di appartenere ad una classe sociale media o elevata ma avevano commesso l’errore di fare qualcosa di troppo grande per le loro possibilità, tentando per conseguenza di rimediare all’errore rivolgendosi alle persone sbagliate e di nascosto, così si ritrovavano isolati e con discrete somme da dover restituire.
Gli ordinari strozzini al confronto con il Cazzarola sembravano dei trogloditi, offendevano, minacciavano, strillavano in faccia ai loro debitori per far valere la loro superiorità e il loro credito; il Walter aveva imparato dalle banche, che chiamano i debitori clienti, i debiti che cominciano a scricchiolare sofferenze, le possibilità di rientro “titoli”, ecc., ecc., con il vantaggio (suo) che dalle sue grinfie, una volta contratto il debito non avrebbero potuto filarsela per andare da un’altra banca o da un altro strozzino, primo perché strozzino lo era già lui, quindi non potevano scendere più in basso, e poi perché riusciva ad intortarli così bene, ad imbozzolarli a tal punto che questi quasi lo ammiravano e lui non tirava mai troppo il guinzaglio, si mostrava o appariva per interposta persona di quando in quando a rammentare loro che non era il caso di prendere iniziative avventate, il proprietario dei loro soldi era lui, e lui lasciava loro corda a sufficienza per illudersi ma non per liberarsene. Ogni tanto ne mollava qualcuno, a caro prezzo e un po’ a malincuore, perché la gestione di troppa gente e di troppe cose prima o poi ti mette in difficoltà e può essere scoperta, mentre lasciando qualche “cliente” alla sua esistenza, dopo averlo spennato a sufficienza, si poteva contare sul suo silenzio e in qualche caso sulla sua pubblicità, quando non anche su una occasionale collaborazione. In rare occasioni qualcuno degli affrancati era tornato a chiedergli qualche favore, al Cinese rideva il cuore; com’erano commoventi.
Il dott. Qualcosa era la persona adatta per un’ambasciata particolare, il tipico soggetto che riassume la pedanza lamentosa dei burocrati e dei politici e un’insospettabile intelligenza sulla gente e il modo di trattare con loro, che però non aveva funzionato con il Cinese, che partiva da un’esperienza molto più subdola e collaudata nonostante la giovane età, nonché priva degli scrupoli che il dott. Qualcosa esibiva come medaglie sul petto a garantirsi amicizie e conoscenze che non aveva tirato in ballo a trarlo dal precipizio in cui era caduto e di cui provava tanta vergogna che a malapena ne aveva parlato con la sua consorte e di comunella avevano deciso di tenere tutto coperto perché sennò si perde il credito della fiducia, presso le banche in special modo, e poi chissà mai cosa diranno i parenti. Per il Walter la reputazione era una gran bella cosa, un’arma a doppio taglio.
Il dott. Qualcosa, che non era un medico ma un broker – laureato in economia e commercio -, aveva intrapreso anni addietro un’attività finanziaria in cui trattava compravendite di proprietà e di piccole e medie aziende in una giungla di assetti e riassetti finanziari di varie spa, srl, snc, non escluse alcune coop spregiudicate che della coop avevano solo il nome, mediava trattative con assicurazioni, con banche e con altri broker, fidando troppo sull’onestà degli imprenditori, alcuni dei quali gliel’avevano infilato in quel posto lasciandolo scoperto di una somma considerevole e si era rivolto al Cinese su consiglio di qualcuno che il Walter teneva ben piazzato ad ascoltare gli orientamenti del mercato, strettamente locale, perché al Cazzarola del brokeraggio propriamente detto, quello legale se mai ne esiste uno, non gliene fregava punto, a lui interessavano gli sghei e i loro proprietari, se indebitati ancora meglio, perché interveniva con la sua liquidità e si impadroniva dell’impresa per interposta persona, lasciando il proprietario allo scoperto con la faccia al vento delle leggi e dei regolamenti sulla finanza e manovrando nell’oscuro per i propri interessi su aziende decotte in cui lui non appariva a nessun livello, oppure faceva intraprendere al titolare azioni da lui finanziate sotto la copertura di una ditta con partita Iva regolare.
Il dott. Qualcosa era riuscito a trarsi dalla sua vicenda, poiché la somma in gioco era ancora trattabile ma aveva esposto troppo della sua esistenza nei confronti del Cazzarola, che lo aveva sì mollato alla sua vita di sempre ma lo richiamava ogni tanto al suo servizio nel nome del bell’aiuto che gli aveva fornito quando era in difficoltà, ma più che altro sulla base di alcune conoscenze circa la sua vita privata o certe sue iniziative in affari che non avrebbero escluso l’interessamento della polizia, tuttavia il dott. Qualcosa si sentiva di dovergli riconoscenza. Dettaglio non insignificante, il dott. Qualcosa aveva influenti contatti con il mondo della politica ed era nella cerchia delle amicizie di ColuiIlQuale, sebbene il Walter non ne conoscesse bene il grado di intimità, ma il dott. Qualcosa non era un millantatore e se diceva una cosa normalmente la garantiva o riusciva a portarla a compimento.
Lucio, che fra i suoi manovali e tagliatori di teste era uno dei pochi a parlare un italiano perfetto, senza parolacce e senza intercalare ossessive espressioni locali, aveva una faccia decente che si combinava anche con un presentabile modo di abbigliarsi, sembrava quasi una persona perbene, e il Walter lo aveva spedito presso gli uffici dell’attività del dott. Qualcosa ad esporre in modi garbati le necessità del Cazzarola e l’urgenza di questi di avere un colloquio con il broker. Il dott. Qualcosa in questi casi si mostrava sempre imbarazzato, si capiva a cento metri di distanza che ne avrebbe fatto volentieri a meno, i suoi gesti diventavano impacciati, ripetitivi e distratti; dopo una breve indecisione, di cui gli si leggeva sulla faccia tutta la sorpresa che lo aveva colto nel vedersi davanti un pezzo del suo passato non remoto che se ne veniva bellamente ad inficiare il suo presente, prendeva mestamente la decisione di accondiscendere alla richiesta mimando una distrazione che serviva più che altro ad ingannare se stesso, come se ciò che si apprestava ad intraprendere fosse già parte delle sue programmazioni giornaliere e in questi casi fingeva sempre di dover lasciare a mezzo questioni di media importanza, come se avesse contemporaneamente paura di scontentare il Cinese tramite il suo messo e di abbandonare il suo posto di lavoro dando l’idea ai collaboratori di non essere pienamente il responsabile delle sue attività ed ogni volta perdeva qualche minuto a fingere di organizzare qualcosa che a giudizio di chi lo osservava esisteva solo nella sua fantasia, la sua attenzione era già proiettata nel confronto con il suo ex creditore e ricattatore a cercare di indovinare che cosa gli avrebbe mai chiesto questa volta ingegnandosi ad immaginare motivi di rifiuto e di rinuncia a quei contatti già sapendo in partenza che non li avrebbe messi in atto.
Era incredibile la prontezza con la quale si andava a rintanare nel suo ufficio non appena vedeva arrivare questi fantasmi direttamente dalla sua esperienza di strozzinaggio passivo, capiva immediatamente che la massima riservatezza era d’obbligo e inventava prontamente per sé stesso un motivo per andare nel suo ufficio da solo o di sgomberarlo dai presenti se già c’era in compagnia di qualcuno. Lucio era un tipo che a chi non lo conosceva non dava adito a sospetti di alcun tipo ma la sensibilità della gente supera certi limiti.
L’ambasciata era stata breve e lo sgherro del Cazzarola se n’era uscito appena a metà del balletto delle indecisioni del dott. Qualcosa che preludevano al suo assentarsi dall’ufficio per recarsi al cospetto del Walter, tramite percorsi separati.
Il quartier generale delle operazioni che aveva in mente il Cinese era stato da lui predisposto nell’ampio retrobottega di un negozio la cui proprietà era da poco entrata nel vortice ubiquo delle sue attività; luoghi sempre diversi per i suoi progetti, che si attuavano in modo apparentemente confuso e in ambienti spartani ma sempre ben congegnati, pochi discorsi chiari tenuti in fretta durante incontri in posti apparentemente improvvisati per cogliere più opportunità allo stesso tempo.
La decisione di iniziare in quell’attività commerciale ciò che aveva pianificato nella notte l’aveva presa la mattina stessa, arrivare all’improvviso presso i suoi clienti aveva sperimentato essere una buona tattica per tenerli badati e compressi, e soprattutto per non dare modo a questi di organizzare qualcosa ai suoi danni, le tecnologie degli ultimi tempi lo avevano allertato, le cosiddette registrazioni ambientali andavano evitate con tutti gli accorgimenti. Alle otto e tre quarti il Cazzarola era sul posto, qualcosa da chiarire con una donna molto matura, il possessore del negozio del quale non era detto lo sarebbe rimasta a lungo, e poi si era rintanato in quel retrobottega a fare qualche telefonata, usando il cordless di una linea fissa che aveva trovato nei locali.
Le nove di mattina rappresentavano l’inizio ufficiale di quella giornata impegnativa, prima di quell’ora sono in attività solo i muscolari, qualche nuova intorno o dopo a quell’ora sarebbe arrivata di certo. Il negozio era aperto e la donna era indaffarata nella bottega, un paio di clienti erano entrati, il Walter li aveva sbirciati con una punta di sospetto, perché le precauzioni non sono mai troppe, parevano autentici clienti, ma chi poteva esserne veramente certo? Non che il Walter avesse paura di affrontare degli imprevisti, che nel suo retropensiero aveva in qualche maniera messi già in conto nella complessa estensione delle sue attività, ma gli sconosciuti gli solleticavano sempre dei sospetti, si scopriva ad osservarli di nascosto cercando di intravedere nel loro atteggiamento i sintomi di una doppiezza che avrebbe potuto nascondere gli interessi della Madama, il suo sguardo cercava sempre di spingersi più in là delle apparenze, ad esaminare dettagli, gesti comportamenti; quei pochi che erano entrati nel negozio avevano superato il suo scrutinio, ma sempre con il beneficio di un dubbio interessato.
Lucio aveva preceduto il dott. Qualcosa nei pressi del negozio dove il Cinese stava già da un po’ e gli era andato appresso quando lo aveva visto arrivare prendendolo sottobraccio con un sorriso, gesto a cui il dott. Qualcosa aveva fatto fatica a non esprimersi in un salto di paura quando se lo era trovato praticamente addosso all’improvviso, come se Lucio gli fosse sbucato da sotto il marciapiede, e lo aveva seguito buono buono cercando di non apparire troppo terrorizzato fino all’ingresso nella strada laterale da dove si accedeva al retro senza passare per il negozio. Il dott. Qualcosa sapeva che non aveva nulla da temere, che non gli sarebbe stato torto un capello, era sempre stato rispettato fisicamente ma tutti gli incubi che aveva avuto a causa del Cinese e i rapporti di sottomissione che, da parte sua, aveva intrattenuto con lui lo tenevano in ansia ogni volta che veniva richiamato in questo mondo parallelo a quello legale, di cui conosceva ampie estensioni a causa del suo lavoro, e non solo dal momento in cui si era corrotto entrando nel giro del Walter. Non si sentiva mai a suo agio davanti a queste persone, nella sua attività ufficiale c’erano dei limiti, delle convenienze, con il Cazzarola, al contrario, poteva verificarsi di tutto e inoltre, dal momento che non era stupido, conosceva l’interesse di questi soggetti al traffico di certe sostanze e a questo riguardo non c’era mai distanza, che potesse mettere fra sé e il Cinese, bastante a farlo sentire tranquillo.
Lucio lo condusse con sé con modi affabili verso l’ingresso posteriore dell’attività commerciale eletta a sede temporanea del business giornaliero del Walter, il quale faceva come se fosse stato a casa sua. La proprietaria, se ne stava per gli affari suoi, una donna eccessivamente matura che della passata bellezza aveva rimasto solo l’appariscenza di una capigliatura florida ma patentemente colorata in una tonalità di biondo talmente naturale e giovanile che faceva contrasto nella complessione, con le efelidi che avevano cominciato a fare la loro comparsa sul volto e sulle sue mani, dalle unghie dipinte in un antico rosso ciliegia, che faceva molto “suocera”, se non direttamente “nonna”. Da una cinquantina di metri di distanza la si sarebbe potuta scambiare per una trentenne, ma la maturità eccessiva si notava, però Ahmed, che l’aveva vista di nascosto la prima volta che il Cinese l’aveva incontrata, gli aveva piantato gli occhi sul sedere, lasciandoceli infissi per quel tanto che era bastato a Rico per notare la scena da poco lontano e prenderlo poi per i fondelli.
Il Walter sapeva che il dott. Qualcosa era già preparato per la bisogna, non era mai in ritardo e non avanzava mai scuse eccessive, una persona precisa, però il Cinese stava aspettando conferme che alla spicciolata cominciavano ad arrivare. Prima Urfeo, che gli telefonò intorno alle nove per dargli la notizia che Mina stava proprio a quell’indirizzo di Monza. L’aveva vista affacciarsi sul balcone fra quei pini argentati e guardarsi intorno assonnata e con un aspetto un po’ stralunato e aveva chiamato il suo capo secondo gli ordini ricevuti, senza fare nomi. Una telefonata tipo:
– Sì, è qui, appartamento al primo piano.
– Resta sul posto – era stata la risposta del Cinese.
Fine delle comunicazioni.
Dal retro del negozio il Cazzarola vide entrare il dott. Qualcosa in compagnia di Lucio, si guardava intorno augurandosi di non incontrare qualcuno di sua conoscenza, precauzione già presa dal Walter, che aveva ingiunto alla sua nuova cliente di non farsi vedere nel retro per una mezz’oretta almeno e questi ordini risulta che non erano mai stati disobbediti da alcuno almeno fino ad allora, i clienti del Cinese capivano al volo la situazione ma per precauzione fece stare Lucio presso la porta che conduceva al negozio e fece accomodare il dott. Qualcosa alla scrivania dell’improvvisato ufficio della proprietaria, un vecchio tavolo di legno da burocrate con cassetti su ambo i lati e col piano di formica verde, ingombro di carte e cianfrusaglia amministrativa, incastrato fra masse del materiale oggetto del commercio di quell’esercizio; gli sorrise un buon giorno che il dott. Qualcosa ricambiò e poi andò ad affacciarsi alla porta del retro sul vicolo, telefono alla mano. Mancava ancora qualche dettaglio per iniziare l’azione.
L’Attilio telefonò intorno alle nove e un quarto e comunicò, senza fare nomi, che il prof. Trifarro quel giorno avrebbe presenziato ad un convegno di filosofia all’università di Trieste, che non è esattamente un quartiere di Milano, spedito là al posto di un professore propriamente detto e ci sarebbe restato qualche giorno, poi precisò:
– Mi risulta che anche il suo gonzo l’è föra d’i bàl, l’è andà al gi-òt – e rise sommessamente della sua battuta dialettale.
– Questa è ancora meglio.
– … e in compagnia di altri. Te salüdi.
– Notizia affidabile?
– Me l’ha fatto sapere l’avvocato – e rise di nuovo sottovoce. L’avvocato, nel gergo dell’Attilio era il Sapienza, che non essendo ancora laureato ed essendo per lo più al servizio delle loro iniziative non esattamente specchiate veniva così definito per il loro personale ludibrio.
– Per-fet-to – sillabò lentamente il Cinese e lasciando un attimo di pausa aggiunse – Ci si vede – E chiuse la comunicazione.
Bene, si disse mentalmente il Cinese, si può iniziare. Andò verso la porta che comunicava con il negozio per sincerarsi di non essere disturbato e a dare un’occhiata per vedere cosa stava facendo la donna e se c’era gente ma nessun cliente era nella bottega in quel momento e la tipa leggeva il giornale, dimezzata nelle sue funzioni e temporaneamente nella proprietà del suo esercizio, che non sarebbe stata facile da recuperare, anche dopo la fine dell’incursione odierna del Walter. La guatò per un brevissimo istante autoconvincendosi che se la sarebbe manipolata a meraviglia, lei e tutte le sue proprietà, la tipa parve ignorarlo e senza degnarlo di uno sguardo alzò il giornale che stava leggendo ficcandovi la testa fra le pagine a mostrare verso di lui l’ultimo foglio del quotidiano dov’era raffigurata una foto della scultura che rappresenta la donna impudica, la quale tentava di richiamare l’attenzione di nuovi visitatori al museo del Castello Sforzesco in una pubblicità curata da qualche associazione culturale o dal municipio stesso. Le cose vagamente anomali sono sempre un ottimo spot pubblicitario.
Rise fra sé per la distrazione che la sua nuova attempata cliente pareva dimostrare, ora poteva dedicare tutta la sua attenzione al suo quasi ex cliente, che in seguito a sua convocazione se ne stava su quella seggiola sgangherata dietro la scrivania a guardarsi intorno fingendo di ignorarlo, annoiato ma costantemente sulla brocca come un passero che ha intuito un pericolo. Il Walter gli andò vicino sorridendo e il dott. Qualcosa vedendolo arrivare tutto interessato a lui si agitò lievemente come se stesse cercando una posizione più comoda, che non gli sarebbe servita a gran ché; la predica sarebbe stata per lui breve e disagevole in ogni modo.
– Va tutto bene con la sua attività?
Chinese mask
Il cinese gli dava del lei, come con certi altri clienti che riteneva gli fruttassero di più lasciandoli nell’illusione di un rispetto. Con quelli che si prendevano confidenza con lui dandogli del tu soprassedeva ricorrendo ad altri mezzi per far capire loro la situazione, il rispetto per la sua persona non passava attraverso certe formalità cerimoniose, lui guardava al sodo e al modo migliore e meno difficile per ottenerlo. Il dott. Qualcosa tentò di cadere dalle nuvole iniziando una minifilippica sullo stato della sua azienda, cercando di evitare di parlare in maniera negativa del Walter, che lo lasciò sfogare un minuto o due e poi buttò là:
– So che lei è in buoni rapporti con ColuiIlQuale…
Il dott. Qualcosa non riuscì a mascherare l’agitazione che lo prese a sentire quel nome, capì immediatamente che lo si voleva tirare in ballo per le sue conoscenze e si irrigidì sulla sedia guardando fisso il Cazzarola prima di dire a mezza voce e con un sorriso imbarazzato dipinto in faccia:
– Oh…, beh…, sì…, ma non si disturbano quelle persone, vede…
– Lei è troppo preoccupato, dott. Qualcosa, si calmi, non c’è nulla di cui preoccuparsi, perché deve sapere che lo conosco anch’io. – Il Cinese fece una pausa per osservare che effetto avrebbe fatto questa notizia in un tipo come quello.
E qualche effetto lo fece, il dott. Qualcosa cominciò a guardarsi intorno come se il mondo gli stesse crollando addosso, come se gli avessero rivelato una verità impronunciabile, quando il Walter invece aveva sufficienti indizi per sospettare che il dott. Qualcosa sapesse certi dettagli, forse non in maniera completa ma pur essendo un pavido non era uno sciocco. Nella loro differenza di età – il dott. Qualcosa era oltre la quarantina – non si evinceva mai la sensazione che questa dovesse rappresentare uno schermo o una difficoltà, il Cinese, che non aveva ancora venticinque anni, guardava in faccia i suoi clienti e leggeva direttamente in questi le possibilità di profitto, il tutto dietro ad una gentilezza e un’eleganza quasi da damerino. Lo lasciò calmare o fingere di essere agitato e poi continuò.
– Ha ragione dott. Qualcosa, non si disturbano quelle persone, è per questo che l’ho chiamata qui stamattina, lei dovrebbe contattarlo a nome mio… c’è un’urgenza da risolvere che riguarda una persona che si trova in un guaio e sono certo che ColuiIlQuale può essere di un aiuto determinante.
Il dott. Qualcosa pareva essersi calmato, il tono di voce del Cinese era del più suadente, ora lo osservava in silenzio, sguardo fisso su di lui.
– Ho sempre potuto contare sulla sua riservatezza come ne sono certo che ci posso contare oggi. Lei sa che lui sia a Milano, dott. Qualcosa?
– Sì, presumo di sì, anzi… ne sono certo, avrei dovuto vederlo questa mattina ma sono stato io a disimpegnarmi per altre cose della mia attività…
– Bene, allora lo cerchi e gli dica cha ha cambiato opinione e che ha bisogno di vederlo questa mattina, anzi, adesso
– Per cosa?
– Una mia amica si trova in un guaio, sa c’è gente poco affidabile a questo mondo. Adesso si trova in compagnia di qualcuno che appartiene ad un tipo di persone da cui la voglio trarre in salvo e non posso rivolgermi alla polizia, la metterei in pericolo. Lui non dovrebbe fare gran ché, certamente non di persona, gli sarà sufficiente fare intervenire qualcuno di sua conoscenza o di sua fiducia e farla uscire da un luogo dove si trova adesso e poi farla accompagnare da me, lui sa chi sono e che belle e brave ragazze frequento di solito. Non voglio che accada alcunché di male.
– Si tratta di una donna?
– Sì, ed è anche un gran bella figliola.
Il dott. Qualcosa parve concentrarsi su un’eventuale decisione da prendere, ma non aveva a disposizione che una sola risposta, qualunque altra il Cinese gliel’avrebbe bocciata mostrandogli qualche fantasma della sua vita ora proprietà della sua conoscenza illecita. Il dott. Qualcosa capì al volo e forse il fatto che c’era una ragazza di mezzo l’Edipo inafferrabile lo aiutò a togliere le reticenze residue. Scosse il capo affermativamente e disse:
– E dove sarebbe questo posto?
– Lei gli faccia avere questo indirizzo, gli spieghi sommariamente ciò che le ho detto e gli dica di trovarsi là fra un paio d’ore.
E gli mostrò un biglietto con un indirizzo di una strada di Milano scritto in stampatello, il dott. Qualcosa allungò gentilmente una mano per prenderlo ma il Cinese gli disse:
– Non mi dica che uno come lei non riesce a tenere a memoria un indirizzo. Se c’è qualche difficoltà mi contatti tramite quel numero di telefono che conosce. Vada e mi faccia sapere al più presto.
Il dott. Qualcosa lo guardò un istante e poi si alzò per uscire. Il Cinese lo accompagnò verso la serranda che dava nel vicolo sul retro e lo congedò con un sorriso che di gentile non aveva nulla e che al dott. Qualcosa suonava come una minaccia, la doppia faccia del Cinese.
Quando il dott. Qualcosa scomparve nella strada principale il Walter richiamò Lucio e insieme uscirono anche loro nel vicolo, dove stava parcheggiata la Golf GTI® senza farsi vedere dalla tipa del negozio.
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Una storia italiana
Capitolo XXIII°
(23)
Milano
Venerdì, 20 Luglio 2001
La giornata che i tre studenti avevano improvvisata a Genova il Cinese non l’aveva lasciata passare senza che le sue mire sulla ragazza e le tresche connesse e conseguenti continuassero il loro corso con il suo avvallo e la sua supervisione; occorreva ammetterlo, il tipo vedeva in grande e agiva per conseguenza, esondando spesso e volentieri nella megalomania e altrettanto frequentemente nel Codice Penale.
Scoprire dove si era rintanata Mina sarebbe esagerato dire che fu per lui un gioco, perché si dovette impegnare discretamente e dare buon fondo ai suoi agganci di qualunque natura, molto spesso di natura sordida e questo fu uno di quei casi. Nella sua mente, avvezza ad avere a che fare con tossici di ogni tipo e di ogni età, si era immediatamente formata l’opinione che la ragazza avrebbe potuto trovare aiuto solo in ambito underground, per usare un termine desueto ma che rende un po’ l’idea, o comunque under-qualsiasicosa che “lui” avrebbe scovato. Il Cinese conosceva bene gli atteggiamenti umani, specie quelli deviati o devianti, e sapeva come sfruttarli e foraggiarli ma in questo contesto quello che gli serviva stava ancora più in basso nella scala sociale, così in basso che forse nemmeno i servizi informativi della Forza Costituita sapevano penetrarvi a sufficienza per acquisire informazioni adatte a compiere un quadro d’insieme delle soperchierie che tipi come lui mettevano in moto, quel tipo di soperchierie che i bravi cittadini avrebbero orrore solo a sentire nominare, quel mondo subumano in cui egli aveva uno speciale accesso era un mondo fatto di esseri senza riferimenti, senza coscienza, un mondo di gente disponibile a parecchio, anche se non a tutto, un mondo di gente che vive fra sé e solo fra sé, chiuso agli altri esseri umani, che li ignorano e/o se li conoscono non sanno con quale tipo di persone hanno a che fare.
La cosa interessante di queste tipologie esistenziali era che stavano – e stanno – tutte in connessione, in coabitazione, in relazione fra loro, e questo è il mondo dopo tutto, poiché una volta che sei nato non ti puoi più nascondere, in modo tale che sapendo tirare i fili giusti si può ottenere conoscenza di cose, fatti e persone altrimenti irraggiungibili, il tutto dettato in larga parte dal bisogno, p.e. di particolari materie che il Cazzarola trattava all’ingrosso, ma non ultima la mancanza di un interesse vero nella vita, di un desiderio che faccia sorgere il rispetto di se stessi e per conseguenza di quello altrui e non esclusa la chiara imbecillità o la semplice supponenza. Il Cinese aveva modo di giungere in contatto con soggetti di questa risma, non in prima persona ovviamente, ma aveva orecchie ben piazzate un po’ qui e un po’ là e con tutti i favori che aveva elargito e la neve che aveva spalato nel corso della sua esistenza non aveva neanche bisogno di affaticarsi troppo, qualche telefonata alla persona giusta – in gergo perché quando due persone parlano al telefono non è detto che ci siano solo le loro orecchie in ascolto – poteva dare buoni frutti, con un po’ di fortuna.
Rico e Ahmed lo avevano informato della buca che aveva dato Bonbon, e lo avevano altresì informato di avere subodorato qualcosa in un locale dark, dove Rico era entrato a verificare cosa ci fosse andato a fare il loro aggancio in compagnia della sua squinzia, che non lo conosceva e avrebbe perciò potuto farsi vedere da Bonbon senza suscitare sospetti inutili in persone al di fuori della vicenda, o magari solo apparentemente. Bonbon aveva praticamente fatto un salto sulla sedia quando lo aveva visto entrare e continuava a fingere la sua attenzione verso la sua amica mentre la sua testa e i suoi occhi cercavano di tenerlo alla larga dal suo tavolo. Fatica superflua, Rico non avrebbe mai osato interloquire Bonbon in un pubblico locale, pena severe punizioni da parte del Cinese, «”»understatement«”» prima di tutto, o quasi, per cui si era limitato ad ordinare una birra al banco e scolarsela lentamente dandosi un’occhiata intorno nel tentativo di trovare qualcosa che doveva esserci, del legame che doveva necessariamente unire in quel locale Bonbon con quella ragazza che il suo capo desiderava tanto incontrare, ma nulla gli venne in soccorso a dargli sospetti concreti.
Quando uscì dal Sole Nero Ahmed gli chiese come mai era stato via tanto, che poi non era così tanto, giusto il tempo di bersi una birra con calma, gli chiese se aveva trovato qualcosa e Rico disse seccato che non aveva riscontrato nulla, però aveva il sospetto che il loro pollo non gliela raccontasse giusta, anche se non sapeva dire cosa né come, e forse, dopo tutto erano solo sue congetture; occorreva informare il Cinese.
Il Walter apprese la notizia senza emozioni, come sua abitudine l’autocontrollo era uno dei suoi atteggiamenti tipici, non si regge un giro come quello senza una buona dose di sangue freddo; ascoltò quanto Rico e Ahmed avevano da comunicargli, che fu un semplice «Sono Rico. Serata a vuoto. Il pollo è al Sole Nero.», a cui il Walter si limitò a rispondere «Ok, ci vediamo domani», praticamente una telefonata di quindici parole in tutto, escluso il «Pronto» del Cinese che rispondeva alla chiamata.
La calma esteriore con cui aveva appreso la notizia non corrispondeva però al suo stato d’animo interiore, non era il tipo da sopportare uno smacco, specie da qualcuno che riteneva di avere da sempre sotto la sua mano, una donna che aveva creata lui, che aveva introdotta nel suo mondo, cui aveva lasciato percepire un buon pacchetto di cose sulla sua esistenza, vero che la donna non avrebbe mai raccontato nulla sul suo conto senza per conseguenza sputtanare anche se stessa, ma la perdita di controllo su una delle sue creature lo rendeva sempre inquieto, al limite della ferocia. Cominciò a farsi chiara l’idea che Mina era stata messa sull’avviso da qualcosa o da qualcuno e il primo colpevole a questo riguardo l’aveva già individuato: il professore dell’università, quel tipo che era andato a parlare con lui, quel bel soggetto di rapinatore mancato doveva avere messo in guardia la ragazza e il suo gonzo e di certo qualcun altro dei loro amici. Nell’attesa di elaborare un piano di ricerca della sua creatura occorreva mettere a punto un piano secondario, rendere innocuo il professore circa le sue intenzioni.
La violenza era decisamente fuori luogo, troppo rumorosa e poi quel tipo non pareva il soggetto che si spaventa facilmente, sì magari ingenuo al punto di credere di potere intavolare una trattativa con uno come lui da pari a pari – che fesso – ma certamente in grado di tenere testa a molte minacce sentendosi una specie di eroe, non ultima l’ipotesi che il professorino si sarebbe rivolto alla polizia segnalando quanto basta per mettere momentaneamente in crisi il suo business.
L’Attilio poche ore prima gli aveva garantito di interessarsi alla faccenda ma in quel momento cominciò a sentire una certa premura. Poi c’era la vicenda che gli aveva narrato il Sapienza, quindi anche il ganzo di Mina era a conoscenza di qualcosa e forse erano nascosti insieme da qualche parte a coccolarsi a vicenda narrandosi l’un l’altro quanto lui fosse cattivo e malvagio, cosa che certo lei non pensava quando se la spassavano nel monolocale che aveva allora a sua disposizione, quando a volte tiravano righe di coca che parevano segnaletica stradale orizzontale, quando nel letto c’erano altre persone oltre a loro intente a fare le medesime cose in condivisione, quando la portava con sé ad incontrare persone facoltose, perché Mina faceva veramente colpo, da adolescente appariva come una donna matura e al tempo come una gentile ragazzina, e per quanto scafata oltre certi limiti certuni restavano incantati a guardarla e la cosa gli tornava comoda per gli affari, quel tanto di distrazione che gli consentiva di apparire simpatico, gentile, affascinante e un po’ – solo un po’ – trasgressivo; in sua compagnia riusciva ad allontanare dalla sua persona il sospetto di una relazione con la delinquenza, nonostante certuni gli chiedessero palesemente favori e sostanze che avrebbero messo in moto un paio di stazioni di polizia, carabinieri e finanza ciascuna per le rispettive competenze, era il bel mondo dorato; di fuori.
Illiria…
Allontanare un soggetto come il prof. Trifarro non rappresentava un ostacolo insormontabile, la precarietà della sua posizione, nota al Cazzarola già da tempo così come i suoi trascorsi adolescenziali, lo rendeva una pedina facilmente maneggiabile, alla di lui insaputa ovviamente, c’era solo l’imbarazzo della scelta per i potenti da scomodare, che – il Walter ci avrebbe giurato – lo avrebbero fatto anche con un certo piacere, dato che erano notorie certe sue tendenze rinnovatrici e progressiste, certi suoi punti di vista da una prospettiva politica troppo audace e anticonformista, cose queste che marcano indelebilmente una persona nei confronti del potere, che come è risaputo tende a rimanere tale, Potere, appunto.
Sebbene in regime di democrazia sia opportuno agire con molta riservatezza e cautela – e riguardo a questo il Cinese si sentiva praticamente in una botte di ferro – occorreva prospettare la cosa in maniera plausibile al soggetto da manovrare perché se avesse mangiato la foglia avrebbe potuto inscenare la tipica rimostranza del complotto e fare un po’ di casino in facoltà, per quanto le possibilità che le sue rimostranze, nel caso, trovassero audience erano molto scarse, sempre in virtù della citata precarietà e nessuno è più solo di un precario davanti al Potere che non è mai nelle precise mani di qualcuno ma infiltrato nelle pieghe della Società e inestricabilmente avvinghiato agli interessi della stessa, i quali troppo sovente cozzano contro quelli dell’individuo; sempre in regime democratico, si intende.
Le sue conoscenze presso le dirigenze delle università milanesi stavano pressoché a zero ma aveva modo di allungare le sue intenzioni anche dentro quell’ambiente e per interposta persona forse perfino a quell’ora di notte. Sentì che l’appoggio verbale che l’Attilio gli aveva dato poco prima non bastava più per i suoi piani, sapeva che non era conveniente smuovere troppo le consuetudini ma era ugualmente sicuro che l’Attilio era di certo ancora in circolazione per le sue brave nottate e in effetti quando rispose al telefono si udiva un lieve sottofondo di musica. Questo genere di cose non si discutono al telefono e il Walter si limitò a farsi dire dov’era per raggiungerlo e parlarne con lui di persona; gran bella cosa avere favori da scambiare come le figurine.
Già attizzato per il fatto di avere perso una serata di svago dopo le fatiche di una normale giornata di soperchierie per seguire con attenzione il meccanismo che aveva fatto mettere in moto dai suoi scagnozzi dietro una sua ideazione, ora la sua mente funzionava a pieni giri in un turbinio di congetture, pianificazioni, riscontri e confronti, coincidenze e connessioni per fare combaciare l’estromissione di Trifarro con il ritrovamento di Mina, perché su questo punto era certo, l’avrebbe scovata al più tardi entro quel giorno appena iniziato ma molto più probabilmente entro mattina.
Si vestì per uscire, era appena mezzanotte e mezza e la notte era ancora giovane, i peggiori figuri della società escono spesso col buio, quelli che amano perdersi nella notte, dilungarsi in discussioni inutili su argomenti superficiali con conoscenti che credono amici e che li venderanno o li sputtaneranno alla prima occasione, che di solito avviene prima dell’alba, quelli che vanno nei locali costosi e alla moda con i soldi contati per il biglietto perché credono che quello sia il vero mondo e sono meno di una comparsa in un colossal gigantesco e al meglio delle loro possibilità avranno qualche occasione di fare valere la loro esistenza ai danni di qualcun altro, quelli che cercano lo sballo e farebbero meglio a non trovarlo perché è sempre roba da ricchi, i quali possono permettersi l’eventuale disintossicazione in una clinica svizzera al riparo da sguardi indiscreti e chiacchiere inopportune, mentre questi dovranno pietire un centro di rieducazione nel pubblico ludibrio e fare ammenda davanti a telecamere affamate di casi umani, quelli in fuga da qualcosa da cui non possono sfuggire perché è dentro di loro però amano perdersi nel buio e nelle distrazioni per uscire da se stessi, come se fosse possibile, quelli che vogliono farsi, quelli che la vogliono vendere per arrotondare o per sfamarsi, quelli che non lo sanno neanche loro però vogliono stare nella notte perché lo fanno tutti, questo circo di anime in movimento rappresentava per il Cinese il suo teatro di battaglia, il suo campo di lavoro. Poche persone come lui saprebbero mettere capo a qualcosa di così magmatico ed eterogeneo, pochi saprebbero orientarsi nei movimenti della Milano notturna, pochissimi saprebbero trovare dei riferimenti, certo non affidabili ma che cosa è veramente affidabile? L’importante è trovare ciò che si cerca e nella mente del Cazzarola c’erano già sufficientemente chiari i punti di inizio di questa caccia notturna.
Queste iniziative il Walter le attuava in solitudine, gli scagnozzi gli servivano per la manovalanza e la routine ordinaria ma quando c’era da pianificare qualcosa di difficile non voleva nessuno con sé, per non condividere segreti e sentirsi scoperto con qualcuno e per non dover sopportare gli errori di qualcuno “altro” da lui, compartimenti stagni era il suo motto, tutto faceva capo nella sua mente. Trovava piacere a guidare di notte, nelle strade semideserte delle zone più prossime al centro o quelle desolate della periferia, si sentiva sicuro di sé e senza limiti nel suo orizzonte esistenziale, le difficoltà lo eccitavano. L’Attilio lo stava aspettando fuori dal locale da cui aveva risposto alla sua chiamata e appena vide la sua macchina gli si fece incontro a piedi, da solo. Il Walter era certo che là dentro aveva compagnia con cui spassarsela e questa riservatezza che gli dedicava ogni volta che lo incontrava per eccezionali ragioni di interesse comune glielo faceva apprezzare sempre di più, mai mettere in mezzo sconosciuti e se possibile nemmeno conoscenti, una regola tacita che l’Attilio aveva appreso senza che nessuno gliela avesse detta. Il Walter rallentò e accostò al marciapiede, Attilio salì in macchina.
– Qualcosa di urgente presumo, non capita spesso che ci contattiamo a quest’ora per affari.
– Sai bene che non è mai conveniente smuovere troppo le abitudini, si potrebbe essere notati, però quel problema di cui ti ho parlato questa sera… dovresti aiutarmi a risolverlo entro domani, possibilmente entro domani mattina.
BUSINESS
– Precisami i dettagli.
– Quel tizio, quel Trifarro… sta ostacolando una mia iniziativa, come ti ho detto è un professore universitario e…
– Poteri grossi, non so se ho i calibri giusti sotto mano…
– Beh… direi che è abbordabile, non è ancora un vero professore universitario, è un precario che insegna alla facoltà di lettere e filosofia, alla Statale, non dovrebbe essere troppo intrigante smuoverlo dal suo posto, anche in maniera non definitiva, mi basta che si allontani da Milano per una distanza sufficiente a fare in modo che non sia troppo tra i piedi. Hai qualche aggancio che possa fare al caso?
– È possibile…
Buon inizio, pensò il Cinese, perché in questo ambiente nessuno dà mai nulla per scontato, il possibilismo non è solo una tattica è realismo, a differenza dell’ambiente del crimine propriamente detto dove spesso il dilettantismo tende a strafare nella certezza di qualcosa che non è nel potere di nessuno. L’Attilio fece una pausa in cui il Walter non frappose alcun commento, già si aspettava la continuazione.
– …e … per quella storia di quella proprietà da acquisire…
– È a buon punto… tieni pronto il tuo cliente.
– Com’è che si chiama già, questo quasi professore precario?
– Trifarro, Fosco Trifarro. Insegna alla facoltà di lettere e filosofia, in Via Festa del Perdono…
– Lo so dov’è la facoltà di filosofia della Statale, domattina mi metto in azione… ehi, per questa storia mi toccherà alzarmi prima domani, non che tu mi abbia rovinato la serata ma questa fretta…
Il Cinese lo interruppe.
– Quando ti serve qualcosa – e qui il Cinese fece una pausa che accoppiava l’imprecisato e non detto “qualunque” al qualcosa in una coppia di pronomi indefiniti che fra «intenditori» definiscono – puoi sempre chiamarmi. Divertiti e vedi di non fare tardi domani mattina, conto sul tuo supporto.
– Ci si vede.
L’Attilio scese dalla macchina e si diresse verso l’entrata del locale scomparendo nella calda luce di un ingresso che pur non promettendo sollazzi iperbolici lasciava intendere un interno raffinato per serate semi-romantiche.
Il Walter mise in moto e ripartì senza avere bene in mente dove dovesse dirigersi come primo obiettivo, la vicenda Trifarro pareva sulla via della risoluzione, ora bisognava scovare Mina e bisognava farlo adesso che la pista era ancora calda. Quasi certamente si era incontrata con i suoi colleghi da qualche parte, perché Rico e Ahmed non avevano segnalato la presenza di Germano a quella festa. Ovvio, il professorino li aveva informati e allertati, e questo era un fatto ma in una metropoli come Milano era ancora un fatto poco significativo. Cercò nei suoi ricordi dei bei tempi con Mina qualche cosa che potesse fornirgli un suggerimento, un indizio, una conoscenza comune. Un sacco di cose gli tornavano a galla nella memoria ma nulla che gli fosse utile per la sua ricerca immediata. Certamente non era a casa sua, non era il tipo che si va a rintanare dai genitori. Nonostante questi l’avessero tratta dalle sue grinfie la ragazza aveva mantenuto quell’istinto di ribellione che gli faceva evitare le troppo strette confidenze parentali, sicuramente era grata ai suoi per averla tratta dalla sua influenza ma in qualche maniera la sua ricerca di autonomia si riagganciava con i trascorsi che avevano avuto insieme, non si sarebbe liberata facilmente di lui.
Esclusi i locali assiduamente frequentati dagli studenti, dove non sarebbe andata, sempre in conseguenza dei consigli del professorino, restava una larghissima schiera di posti. Si sovvenne di un’amica di lei, una tale Guendalina, che una volta avevano accompagnato a casa insieme e questa pareva essere molto intima con Mina, pensò di fare un giro da quelle parti, giusto per vedere se notava la sua macchina o qualcos’altro di anomalo, ma si ricordò che la tipa abitava in una parte della città che avrebbe richiesto un largo giro e un allontanamento da certi locali che intendeva verificare in questa sua perlustrazione notturna e poi magari non abitava più lì. La telefonata di Rico gli risuonò nella testa: «L’abbiamo lasciato al Sole Nero». Conosceva questo locale solo di nome, troppo di basso rango per ciò che riteneva il minimo adatto al suo livello ma nella media degli spostamenti in una grande città non era troppo distante. Se Rico e Ahmed ci erano andati forse c’era modo di verificare qualche coincidenza che loro non avevano notato. Non aveva idea di cosa ci fosse andato a fare Bonbon ma qualche legame poteva esserci, magari anche casuale. Gli studenti tendono a ritrovarsi più o meno negli stessi posti e se derogano da qualcuno di questi lo fanno in compagnia e c’è sempre qualcuno di loro che li imita se il posto vale la pena.
Nei pressi del Sole Nero regnava una calma totale, solo un brusio musicale fuoriusciva smorzato dall’ingresso illuminato dalle insegne al neon delle varie marche di birra, il locale era ancora aperto, di sicuro poca gente all’interno. Lasciò la macchina da qualche parte nelle vicinanze e si avviò all’entrata. Quelle scenografie da film hollywoodiano lo disgustavano abbastanza, gettò un’occhiata ai vari Dracula immortalati nell’ingresso e sbirciò oltre la vetrata della porta che separava quella specie di foyer dal locale vero e proprio, qualche coppia seduta ai tavoli e un gruppetto di trentenni vestiti di nero che facevano combriccola per conto loro, al banco parevano essere intenti alla chiusura del locale, pulizie, rassettamenti, riordino di bicchieri, ecc.
Quando entrò nessuno degli avventori si voltò a guardarlo, d’altronde la musica era a volume discretamente alto e nessun rumore oltre a quella avrebbe potuto distrarre la loro attenzione, l’unica che si voltò fu una delle cameriere, in corsetto nero con un vistoso trucco che lo fissò negli occhi da lontano appena entrato. Si avvicinò al banco e chiese a quella tipa se aveva visto una ragazza che stava cercando da una mezz’ora almeno e che gli aveva dato appuntamento in quel posto e gli diede una sommaria descrizione di Guendalina, per quello che ne poteva ricordare dall’ultima volta che l’aveva vista, puntando molto sulla descrizione della loquacità, che, nel caso si fosse fatta vedere in quei paraggi avrebbe sicuramente lasciato traccia nelle memorie dei presenti. La tipa ci pensò un po’ su poi parve inalberare un’espressione che lasciava intendere un “No” quando uno dei suoi colleghi che stava giusto di fianco a lei intervenne garrulo a segnalare che la descrizione che aveva dato poteva assomigliare a una ragazza che era stata lì fino a circa un’ora prima o poco più e che era in compagnia di altre persone, mi pare quattro ragazzi e un’altra ragazza, «Molto bella!», ci tenne a precisare. Il Cinese smorzò un sorriso interiore mantenendo la sua tipica faccia di bronzo. La cameriera guardò seria il suo collega, quasi con astio, al Cazzarola parve di percepire, ma non ne capì il motivo. Per giustificare la sua presenza e darsi un’aria di dabbenaggine assunse un’espressione da coglione stanco e ordinò una birra dicendo con una faccia rassegnata:
– Serata a vuoto stasera.
Si sedette a sorseggiare la sua birra guardandosi intorno come se fosse arrivato in città direttamente dalla campagna. Mina era stata lì, ora bastava agganciare Guendalina alle sue frequentazioni e qualcosa sarebbe saltato fuori, compito non di facile attuazione all’una di notte ma le risorse non gli mancavano e in un caso del genere era disposto anche a tirare giù dal letto qualcuno. Rico e Ahmed non avrebbero potuto andare oltre, conoscevano Mina ma non Guendalina, gli avevano comunque fornito una traccia sufficiente. Mantenendo il suo aspetto da pirla per gli astanti si congratulò intimamente con sé stesso, stava sulla pista giusta. La cameriera che aveva inquisito venne da presso a pulire il banco del bar senza degnarlo di uno sguardo, lui la osservò senza farsi notare e notò nei particolari quel trucco così appariscente tutto sul nero; quelle tipe così decise in una visione tutta particolare della vita lo mettevano un po’ a disagio, non aveva mai frequentato gente del genere, tipo punk, goth, heavy metal, tutti quegli atteggiamenti lo ripugnavano. La ragazza stava pulendo il lavello con del detersivo liquido per inox di colore bianco e ne versò due righe vicine e parallele sulla superficie lucida dell’acciaio guardandolo di sottecchi negli occhi prima di strofinarle con una spugna e pulire ben bene l’acquaio del bancone. Il Walter la osservava senza vederla tutto intento a congetturare la continuazione del suo pedinamento notturno, si fece una rassegna mentale delle persone che potevano essere in relazione con Guendalina per ottenere aggiornamenti sulle sue frequentazioni attuali, perché era convinto che se si era rintanata da qualche parte lo aveva fatto con l’aiuto della sua vecchia amica del liceo, le donne si sa, fanno sorellanza.
due righe
Si sorprese a ricordare certi dettagli salaci sulle abitudini giovanili dell’amica di Mina, di cui non aveva testimonianze dirette ma solo dei “si dice”, che nel suo ambiente valgono quasi quanto una deroga notarile, nel suo ambiente il “si dice”, che di solito non è proprio così infantile ma molto più trasversale e obliquo alle interpretazioni, è un metodo di intendersi fra compari; beh, stando a questi “si dice” della recente adolescenza di Guendalina la tipa non sarebbe stata troppo lontana dagli atteggiamenti che Mina teneva con lui, arrivando un po’ oltre e sfiorando il peripato senza conoscerlo tanto a fondo q.b. per restarvi invischiata a vita. Una tipa dalle larghe frequentazioni insomma, cosa che rendeva facile e difficile allo stesso tempo il reperimento di appigli sulla sua vita recente, c’era sicuramente un sacco di gente che poteva averla incontrata negli ultimi tempi e fare una cernita sensata e a colpo sicuro era un impegno non da poco.
Pensò di contattare qualche pappone stanziale ma di recente questa era diventata un’attività per extracomunitari, quasi in esclusiva, nessuno dei locali si adattava più a fare questo genere di attività, però qualche nostalgico resisteva ancora e normalmente questi avevano una conoscenza dei luoghi e delle persone che rasentava l’ampiezza degli archivi della polizia, la concorrenza va battuta in anticipo con la controinformazione, che serve tra l’altro all’allargamento del giro di affari. Forse Guendalina non si era allontanata troppo dalle sue abitudini, pur restando in un ambito borghese, magari qualche rimpatriata con gli amici dei vecchi tempi ogni tanto se la faceva, perché quella gli aveva dato la sensazione di essere una che non si pente di nulla, un tipo tosto, a modo suo, restando attenta a non fare il passo oltre il limite del non ritorno. «Sì», meditò fra sé, «Una capatina nel posto giusto può valerne la pena». Pagò la birra ed uscì dal locale. La cameriera se ne era andata a fare altre cose nella sala, il barista, garrulo quanto il collega cameriere, gli augurò un gotico e caloroso “buona nottata”.
Detestava entrare in quei bar di quartiere o di periferia con i neon, il bigliardo, i tavolini del tressette, e la Gazzetta dello Sport tutta sgualcita e le pagine spaiate, ma era un sacrificio da affrontare quella notte, i pappa non vanno nei locali di rango. Il posto era uno di quelli aperti tutta la notte, che non si capisce perché lo facciano, dato che dopo mezzanotte o l’una non c’è più nessuno e capita solo qualche nottambulo di passaggio, però il Cinese era informato a sufficienza per capire che dietro a certe attività lecite, che apparentemente sembrano sopravvivere o lavorare in perdita, si cela spesso un ritorno illecito sotto qualunque aspetto possa tornare comodo o propizio al gestore e questo era uno di quei casi, in certe occasioni ne aveva tratto profitto pure lui, senza scomodare il padrone si intende, solo così di passaggio per le sue trattative e i suoi affari, quel genere di posti dove se ti sai presentare non ti fanno troppe domande nel caso ti serva qualcosa di extra, un divertimento particolare, una puntatina a qualche tavolo sul retro, tanto improvvisato da scomparire in un amen nel caso di un avventore sospetto, dove se ti serve urgentemente del denaro lo trovi praticamente subito e in contanti, il problema è restituirlo alle loro condizioni; insomma, il Walter stava andando in parenti. Del barista conosceva solo il soprannome tanto che dubitava che lo avessero mai battezzato o che fosse mai stato bambino, il tipo era rustico ma sveglio, perché se non sei così non duri a fare quella vita, taciturno quanto basta per farti capire che sta zitto solo per non esprimere a parole che è meglio che con lui non sgarri, il tipo che quando ti serve qualcosa è come se ti chiedesse «Ma sei proprio sicuro di volerlo?».
Parcheggiò la macchina poco distante dalla vetrina illuminata di quella luce vagamente verdina dei neon, dalla vetrina si vedeva tutto l’interno ma non era una casa di vetro, parecchie opacità si nascondevano là dentro, anche se non c’era nessuno come in quel momento. Anzi no, qualcuno c’era, oltre al barista, Ginone, che sapeva non essere l’accrescitivo del suo nome di battesimo ma per lui bastava, mica stavano all’anagrafe. Di fronte al bancone, svaccato su una sedia con un braccio sul tavolo e l’altro gesticolante a tenere viva una conversazione col Ginone intento a mettere a posto tazzine da caffè sulla macchina dell’espresso perché stiano in caldo, c’era il Vasco, un quarantenne taurino dall’aspetto bonario che non era mai il caso di stuzzicare troppo perché la sua bonomia lasciava spesso il posto ad espressioni sanguigne e minacce meneghine che riuscivano capite anche ai forestieri, ed era altresì in grado di attuarle. Pure del Vasco sapeva solo che lo chiamavano il Vasco, che poteva anche essere il suo nome ma a lui non gliene fregava punto e lo aveva conosciuto qualche anno addietro per uno scambio di prestazioni professionali, sulle quali non è il caso di dilungarsi, lasciandogli un buon ricordo (?), sì insomma, nel senso che entrambi erano rimasti soddisfatti della collaborazione e avevano mantenuto qualche raro occasionale contatto di lavoro, se così si può definire.
Al Vasco piacevano i giovani rampanti e il Walter, che lui chiamava confidenzialmente Bel Fiùlin; sebbene sapesse che si chiamava Walter, fingendo di non essere a conoscenza del fatto che i suoi stretti lo chiamavano il Cinese perché meno si dice e meglio è ma forse il Vasco sapeva di più, anche se non si nasce imparati a quarant’anni si sa già abbastanza del proprio mestiere e si continua a farlo perché si ignora di saperlo. Il Walter accettava queste confidenze, un po’ a denti stretti forse ma senza fare troppo lo schizzinoso perché la puzza sotto al naso non ti fa una buona pubblicità in certi ambienti e sorrideva sempre a questo modo particolare che aveva il Vasco di rivolgersi a lui. Il Vasco si accorse che qualcuno era entrato e disse secco:
– Ohi, Bel Fiùlin…
Il Cinese sorrise e fece un gesto di saluto verso il barista che rispose alzando il mento con una certa noia in un saluto che non andava oltre il cenno di averlo notato, poi senza parlare fece un gesto al Vasco per richiamarlo fuori, Ginone aveva voltato le spalle, un gesto tipico, del genere «Qualunque cosa succeda non è affar mio». Vasco si alzò dalla scranna lentamente e apparentemente con fatica e seguì il Walter fuori dal bar, in strada nessuno in giro, nella luce gialla dei lampioni camminarono per una decina di metri in silenzio senza una direzione precisa, poi il Vasco disse:
– Tutto bene?
– Tutto bene – rispose il Walter.
Lampioni gialli
Si fermarono entrambi, il Vasco lo guardava aspettandosi una domanda, perché era ovvio che il Bel fiùlin non era arrivato fin lì per farsi una gita e questi lo guardò sorridendo chiedendogli:
– Tu hai mai avuto a che fare con una certa Guendalina? Una che forse chiamano Guenda, sul soprannome sto tirando a indovinare, una che certo non fa la vita ma deve avere trafficato nel ramo, una chiacchierona, carina ma logorroica…
– Logoché?
– Sì, una che parla troppo, che non sta mai zitta, che ha tendenza a combinare piccoli casini, piccoli intrallazzi di cui spesso non viene a capo…
– Fammi pensare, quanti anni ha?
– Dovrebbe essere sui ventitré o giù di lì…
– Roba ancora molto ricercata – e rise fra sé pensando ad una risposta.
Il Cinese si guardò in giro, il posto non era dei migliori, palazzoni di periferia e lampioni gialli. Il Vasco lo guardò in faccia, sapeva che ad una richiesta non si risponde con una domanda, non con uno con cui si è già lavorato.
– Sai – disse il Vasco – oggi come oggi ce n’è pochi del posto che fanno questa attività, ormai è tutto in mano agli stranieri, però c’è una tizia che ho visto in compagnia del Giangi e di cui lui mi ha detto che non è riuscita a tirarla dentro e che gli sta guastando una delle sue, una certa Fernanda… anche quella una locale ma ormai fuori dal giro, sembra che si sia fatta convincere dai servizi sociali di non so dove…
– Dove sta ‘sta Fernanda? – irruppe il Cinese, lasciandosi forse un po’ troppo andare.
– Aspetta che faccio una telefonata – e si allontanò dandogli le spalle mentre si frugava in tasca a cercare il telefonino.
Il Cinese fremeva dentro di sé, sentiva di essere sulla strada giusta, avrebbe voluto avere davanti a sé questo Giangi per fargli domande in prima persona ma avrebbe derogato da una delle sue regole, mai esporsi troppo. Si manteneva calmo e distaccato e si impose di non esprimersi con richieste irruenti come aveva fatto adesso, la frenesia ti frega sempre e ti scopre davanti agli altri. Il Vasco parlava meneghino nel suo telefono, a bassa voce, non si capiva nulla nonostante il silenzio dell’ora notturna, poi si voltò e disse:
– Sembra proprio che l’amica di questa Fernanda si chiami Guenda, ci vuoi parlare te?
Il Cinese prese il telefono del Vasco e senza preamboli disse:
– Dovrei rintracciare questa Guenda, dov’è che sta questa Fernanda?
Una voce rauca in un palese accento dialettale del nord rispose:
– Quella ***** s’è rifugiata dai servizi sociali di Monza, ma so dov’è e potrei raggiungerla adesso o anche telefonargli ma voglio fare le cose per bene perché quella deve tornare a lavorare per me…
– La persona che ti ha chiamato mi conosce bene e può garantirti che ti posso rendere il favore, dovresti chiamarla adesso e riuscire a farti dire se con lei in questo momento c’è un’altra ragazza, che dovrebbe chiamarsi forse Guenda, magari in compagnia di un’altra tipa, una gran ******, il tipo super-**** – il Cazzarola non amava usare il turpiloquio ma con certi soggetti fa molto folclore e comunella –, ti passo di nuovo il Vasco, magari ti chiarisce qualcosa – e ripassò il telefono al pappone taurino.
Il Vasco ridette le spalle al Cinese e riprese a mormorare meneghino nel suo telefono portatile, una breve conversazione, poi voltandosi chiuse la chiamata e disse:
– La chiama lui, dice che in un modo o nell’altro la mette in trappola però questa cosa va resa, al Giangi gli devo rispetto.
– Ci siamo mai ciulati a vicenda?
– No – rise il Vasco
Passeggiarono su e giù per qualche minuto, gli argomenti in comune erano carenti, fra gente di quella risma non esistono i “ti ricordi” perché potrebbe ricordarseli anche la polizia, il campionato di calcio in luglio è in vacanza da un paio di mesi, così scambiarono qualche battuta sul Tour de France, in maniera goliardica senza troppa convinzione perché a nessuno dei due fregava gran ché, il Cinese meditava che avrebbe dovuto lasciare un aggancio per mettersi in pari con questo Giangi e con il Vasco pure e gli lasciò il numero di telefono di un suo galoppino dicendogli di farsi vivo quando lo avesse ritenuto opportuno. Il Vasco sorrise e annotò il numero su un pezzo di carta invece che nella rubrica del telefonino. Piccole manie di qualcuno che tende a lasciare deviazioni, mai troppe informazioni in un posto solo. Poi il telefono che il Vasco aveva in mano trillò, piano piano, suoneria al minimo, appena udibile e rispose sottovoce. Poi voltandosi con il telefono in mano, da cui si capiva che la comunicazione era ancora aperta, disse al Cinese:
– Questa Guenda non c’è lì, però c’è una tipa che sta Fernanda dice che è proprio una bella tösa e sembra che stia scappando da qualcuno, anche se non ha voluto dire come si chiama.
– Fatti dare l’indirizzo – suggerì a mezza voce il Cinese.
Il Vasco tirò fuori di nuovo il taccuino su cui aveva segnato quel numero e appoggiandosi su una macchina parcheggiata scrisse qualcosa e poi passò il foglietto al Walter, che gongolava intimamente. Il Vasco aggiunse:
– Sembra che sia un appartamento dei servizi sociali di Monza.
– Quando chiami quel numero che ti ho dato chiama anche per conto di questo Giangi – e sorrise al Vasco frugandosi nelle tasche.
– Ma cosa hanno fatto ‘ste due?
– Nulla di pericoloso, tranquillo – lo rassicurò il Walter.
Poi il Cinese allungò un quintetto di Caravaggi al Vasco, che stava ancora trafficando col telefono, dicendogli:
– Ti offendi se ti offro da bere?
«Un» Caravaggio
– Il denaro non mi offende mai – sorrise il Vasco.
– Sei stato di grande aiuto – sorrise di ricambio, e si avviò verso la sua Golf GTI® scomparendo felicemente da quei paraggi popolani.
Scovare Mina e scacciare il professorino erano state cose forse non facilissime da mettere in moto o perseguire ma attuabili da qualcuno come lui fornito di conoscenze e iniziativa, ora veniva il difficile: tirare fuori Mina da quel posto senza fare ricorso a mezzi rumorosi; inoltre a Monza, che è quasi un’estensione di Milano benché faccia comune per conto suo, non si sentiva coperto come nei quartieri della metropoli e non aveva agganci diretti, punti di riferimento e poi non conosceva il posto dove si era andata a ficcare quella ragazza. Aveva l’indirizzo, il Vasco gli aveva detto che era un appartamento dei servizi sociali di Monza ma questo dettaglio gli faceva sospettare un andirivieni di personale comunale e gente in uniforme, tipo ghisa o caramba, non riusciva a prospettarsi una visione del posto e delle persone in maniera sufficiente a decidere per un’azione seduta stante, in primo luogo per non fare casino e in secondo luogo per non spaventare la ragazza, che gli serviva domata e tranquilla, quasi come se avesse deciso in maniera autonoma di darsi nuovamente a lui.
L’Attilio lo aveva già scomodato e non poteva rompergli l’anima di nuovo, sennò gli avrebbe chiesto se lo aveva scambiato per il suo maggiordomo, la ripetitività mette in cattiva luce, gli affari devono fluire con apparente naturalezza, muovendo le pedine giuste senza che queste si sentano tirate in ballo o troppo invischiate in altrui vicende. Un’idea vaga ce l’aveva ma questa coinvolgeva una persona molto importante che osando parecchio avrebbe anche potuto disturbare personalmente, col rischio di ottenere l’effetto contrario a quello desiderato, perché, sebbene questo tipo fosse nella sua lista di clienti di favori le sue prestazioni gli pervenivano filtrate da uno schermo di ossequioso rispetto e deferenza, a certi livelli non si “trasgredisce”, lo si fa ugualmente ma in maniera più ipocrita, perché più cresce l’importanza della persona più decresce la vergogna per l’errore, a certi livelli non si sniffa la bamba, non si scopa di nascosto, queste cose si fanno ugualmente ma non si nominano, è come se qualcuno portasse loro un cesto di ciliegie e questi se le pappano disinvoltamente, nella maniera più naturale, quasi annoiati. Non è più lo sballo dei cazzoni, non è la depravazione, che a quel livello praticamente non esiste, nessuno l’ha mai vista, nessuno può dire nulla, tutto diventa come l’ambrosia degli dei, o un sacrificio dovuto; gli dei non ringraziano nemmeno.
Più ci pensava e più si convinceva che avrebbe dovuto giungere al livello superiore dei suoi contatti, quello che lui stesso non aveva mai avvicinato di persona, oh certo lui sapeva nomi e cognomi, indirizzi, amici e tutto il resto per via delle attenzioni particolari di cui gli perveniva richiesta ma quel tipo di conoscenze bisogna fare come se non esistesse. Ora però, dal suo punto di vista era giunto il momento di un ritorno di favori e alle due e mezza del mattino la cosa non era proprio di immediata attuazione e se si fosse rivolto ai tramiti soliti questi avrebbero subodorato qualcosa di losco e lo avrebbero messo nella lista nera, avrebbe perso una bella fetta dei suoi intrallazzi, quelli che rendono attuabili le coperture e certi canali di contatto per agevolazioni non esattamente legali, lo avrebbero trasformato direttamente in un delinquentello di periferia.
Non si perse d’animo, la classe non gli mancava, l’esperienza nemmeno. Cercò di immaginarsi che cosa potesse essere intento a fare questo influente personaggio a quell’ora antelucana di un venerdì mattina e l’unico suggerimento che si produsse fu di immaginarselo nel suo bell’appartamento del centro con la famigliola riunita in casa e la mogliettina che dorme al suo fianco e lui a ronfare beato per riposarsi degli eccessi di cui nessuno dei suoi famigli avrebbe mai subodorato alcunché. Nel suo fantasticare si ricordò che una volta lo aveva incontrato di persona e si erano salutati con freddi sorrisi e stretta di mano quasi fossero stati nel foyer della Scala ad spettare l’inizio di un secondo atto qualunque quando invece erano nell’appartamento di una che gestiva un giro di accompagnatrici di rango, che lui per sé definiva etere in affari, quel tipo di donne con cui puoi intavolare una conversazione sull’idealismo soggettivo e continuare la chiacchierata svestiti e comodamente distesi a congiungere i genitali, previa consegna di un congruo contributo alla causa della tenutaria.
Quante di queste scene affollavano il suo cervello? Tante, ma forse non troppo disturbanti, perché da quella roba traeva gli spunti per le sue azioni, su quelle macerie esistenziali costruiva il suo futuro, la sua scalata sociale, oh, non che mirasse a posti in vista, nulla a che fare con «il» Potere, come gli pareva che ne avesse l’intenzione l’Attilio, no, a lui bastava la perpetuazione del suo status con incremento continuo di pecunia, quel palcoscenico di cui teneva traccia mnemonica e che sfruttava a suo vantaggio era per lui uno spettacolo e una fonte di guadagno, il suo potere era del più infido, si muoveva dietro le quinte di tutto ciò come un regista quando lo credevano un operaio, il suo in fondo, era il vero potere, dare alla gente ciò che vuole e che nessun altro può dargli. Però tutto questo aveva un limite, il potere, quello vero, non si fa turlupinare, qui doveva giocare una mano difficile, ColuiIlQuale non si tira per la manica, non osava nemmeno parlare di costui, nessuno lo nominava mai nel suo giro, principalmente perché non molti ne erano a conoscenza, e per sé aveva forgiato questo pronome artefatto che indicava un piedistallo su cui è posato qualcosa o qualcuno che non deve essere violato ma che sa perfettamente, e qui interveniva la parte migliore del Cinese, la parte da cui proviene il divertimento extra, il Cinese sapeva distinguere gli uomini dai bamboccioni e trarne gli opportuni profitti.
Per intanto un’iniziativa andava presa, c’erano tutte le premesse e gli indizi per la presenza di Mina in quell’appartamento monzese ma gli scrupoli andavano soddisfatti e occorreva verificare. Scartati Rico e Ahmed, poiché qui i tagliatori di teste erano fuori luogo e avrebbero messo in allarme i residenti, pensò di spedire sul posto Urfeo, che conosceva Mina di vista e non faceva mai storie. Pensò che a quell’ora lo avrebbe tirato giù dal letto invece la voce di Urfeo emergeva da un sottofondo di posate sbatacchiate, chiacchiericcio rumoroso, risate e musica, probabilmente una festa; Rico e Ahmed lo avevano sganciato dall’appostamento quando Bonbon se n’era uscito da solo senza avere dato l’informazione richiesta.
– Ti secca andare fino a Monza? – gli aveva chiesto il Cinese.
– Insomma – aveva risposto mogio l’Urfeo.
Nella breve pausa che seguì il Walter si frugò in tasca a recuperare il biglietto con l’indirizzo e glielo dettò vietandogli di scriverselo ma quello rispose che se lo sarebbe ricordato senza problemi e aggiunse:
– Cosa dovrei fare in ‘sto posto?
– In un appartamento a quell’indirizzo ci dovrebbe essere quella bonarda della Mina, devi solo verificare che ci sia e poi farmi sapere, nient’altro.
– D’accordo.
Il cinese chiuse la conversazione con un minimo di preoccupazione, un nome e un indirizzo gettati nel regno del Grande Orecchio non erano una buona cosa ma si tranquillizzò convincendosi che intorno a ciò non c’era alcun sospetto plausibile, nessun traffico di alcunché.
Si diresse a casa, quella bella del centro, per riposarsi. Quel mattino l’Attilio non sarebbe stato il solo ad alzarsi presto, c’erano un sacco di cose da pianificare e persone da contattare, si convinse che l’aggancio politico per un’azione in un ambiente pubblico come un locale a disposizione di un municipio era l’opzione migliore, quella gente non avrebbe sospettato nulla se Mina l’avesse tirata fuori uno dell’amministrazione, a insaputa dello stesso.
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Questo romanzo, ambientato fra Milano e Genova nel luglio del 2001, è un’opera di fantasia. I personaggi, i luoghi nominati e gli eventi che vi si svolgono sono inventati, gli eventi e le persone eventualmente reali, che fanno da sfondo alla narrazione come ai personaggi, sono tratti da fatti di cronaca riportati dai notiziari o dai quotidiani e liberamente interpretati a fini creativi e immaginari. Ogni altro e qualunque riferimento a persone, luoghi, cose, eventi realmente esistiti o esistenti è puramente casuale e/o esclusivamente funzionale ai fini immaginari della narrazione. Ogni deduzione o interpretazione storica, filosofica o letteraria è meramente funzionale alla narrazione romanzesca quale opera di fantasia.
Una storia italiana
Capitolo XXII°
(22)
Genova
Venerdì, 20 Luglio 2001
Germano non si è voltato a vedere cosa è successo dietro di lui, ha capito che quel piccolo gruppo di dimostranti ha svolto un’azione di ostacolo per la sua cattura da parte delle FFOO, ha fatto in tempo a rialzarsi prima che gli agenti gli mettessero le mani addosso dopo essere caduto in seguito a qualcosa che lo aveva colpito alle gambe da dietro e ha preso a correre nonostante un dolore ad un polpaccio ed ha corso finché aveva fiato, finché non aveva la certezza che nessun rumore sospetto gli segnalasse la corsa di qualcuno dietro di lui, poi in parte sopraffatto dalla stanchezza e in parte resosi conto che le persone che incrociava lo guardavano strano per via della sua andatura ha deciso di fermarsi per darsi un’occhiata alle spalle, dove ha potuto verificare che tutto ciò che è accaduto poco prima ai suoi danni è rimasto focalizzato nell’incrocio di Via Casaregis con Via Invrea, non ci sono agenti al suo inseguimento ma la cosa non lo tranquillizza, anzi è davvero inquieto. Vorrebbe avere vicino a sé i suoi colleghi, vorrebbe farsi un’opinione del perché con Sandro e Claudio ma nel momento della fuga si è accorto che loro stavano prendendo la direzione opposta ed ora sono separati dalla distanza di una protesta e dalla minaccia di un cretino che non ha capito nulla.
Ora gli torna alla mente ciò che Sandro voleva fargli intendere in Piazza Alimonda, ora capisce cosa voleva quel tipo grassoccio che strillava poco fa dietro di loro, e attraverso vaghe reminiscenze offuscate dal sonno mancato di una notte di viaggio ricorda di averlo notato la mattina stessa, anche se dire che lo riconosce per quel tale è una sussunzione derivata dall’atteggiamento di Sandro e dagli eventi conseguenti, se dovesse descrivere quel tipo non saprebbe da che parte cominciare, tranne che per la corporatura che non identificherebbe proprio nessuno. Tutti questi ragionamenti caotici, tutti questi tentativi di capire, che sono una conseguenza forzata dalla fuga da qualcosa che non si aspettava proprio e che non riesce ad agganciare ad alcunché di sensato, vengono spostati lontano nella sua attenzione nel tentativo di associare un evento al rumore di due scoppi improvvisi in quella piazza da cui sono corsi via.
Tutto si è svolto in maniera così caotica che non riesce a isolare l’evento nella sua mente, probabilmente perché non ha visto o notato nulla, o forse la sua attenzione non è riuscita a catturare dettagli con sufficiente chiarezza. Si sente disgustato e depresso, oltre che in una relativa ansia per la sua incolumità, ma per quest’ultimo punto pensa che con tutta la gente che in questi giorni è in movimento in questa città sarebbe davvero da paranoici preoccuparsi sul serio dell’eventualità che la sua persona venga segnalata e ricercata dalle forze dell’ordine. In fondo alla strada, due o trecento metri davanti a lui, le case finiscono e capisce di essere in prossimità del mare, la frustrazione dell’inseguimento e la testimonianza degli eventi della giornata che ancora turbinano nella sua testa lo inducono in una melanconia rabbiosa e struggente al tempo stesso. Non ha nessuna violenza da reprimere, nessun moto di vendetta vuole prendere corpo in lui, ma nessuna particella del suo cervello è disposta ad accettare e dimenticare. Sa che gli passerà ma sarà una persona diversa, il segno rimarrà e sarà parte di lui e della sua vita.
Nonostante i movimenti di protesta più pericolosi fossero ragionevolmente lontani, sebbene inclusi nella medesima città di Genova, Germano non si sentiva davvero fuori da tutto ciò; la cosa appariva perfettamente comprensibile, un ordinario studente di lettere e filosofia che non ha mai avuto a che fare con le forze dell’ordine e che si trova improvvisamente a dovervi sfuggire si sente davvero sbalzato dalla sua realtà ordinaria. Nel raggiungere il lungomare si domandava come fare ad uscire da Genova, separato dai suoi amici e dalle stazioni ferroviarie, che stavano nella parte della città che aveva appena lasciato e che certamente era ancora occupata dagli scontri. Queste urgenze immediate gli richiamarono alla mente le cose della sua vita presente, quella specie di fuga da Milano, Mina ospitata in casa di chissàchi a nascondersi da quel tizio e la mancanza di lei, che nell’arco della giornata non gli era pesata per l’incalzare degli eventi ma che ora in quel sentimento pervasivo di malinconia si distendeva come un velo uniforme su ogni cosa che gli passava per la mente. Non si erano sentiti neanche per telefono, e dire che il telefonino lo usavano spesso e volentieri entrambi e già questo fatto, detratta la metà di responsabilità che gli competeva per non avere telefonato lui per primo, cominciava ad indisporlo, ora però era più necessario contattare Sandro e Claudio.
Stava per mettere mano alla sua tracolla per prendere il telefono e chiamare uno dei due quando si ricordò di averlo disattivato la mattina prima di abbioccarsi su quella sedia a ridosso della vetrina del bar e da allora non lo aveva riacceso, questo in parte lo riconciliò con Mina. Tirò fuori il telefono e lo accese riscontrando una chiamata senza risposta dal numero che l’apparecchio gli segnalava essere quello di Claudio e ricambiò la chiamata, rattristato dal fatto che non c’erano state chiamate dal numero di Mina. La voce di Dott. Cynicus gli apparve diversa e non per il mezzo attraverso il quale si stavano parlando; c’era un timbro differente che non riusciva ad identificare e in lontano sottofondo si udivano rumori del tipo di quelli che aveva udito per tutta la giornata.
– Perché non hai risposto?
– Mi ero dimenticato di accenderlo. Dove siete?
– Siamo ancora bloccati nella zona di Via Tolemaide, c’è ancora battaglia qui ma pare che ci siano pallidi tentativi di cessare la protesta, sono tutti sparsi e disorganizzati e il corteo dei Disobbedienti sta arretrando verso il punto da cui sono partiti. Come facciamo a ritrovarci?
– Considerato ciò che è successo poco fa è meglio se non ci ritroviamo. Voi andate alla macchina, che non dovrebbe essere troppo lontana da lì, io me ne torno con altri mezzi.
– Con quali? La stazione è da queste parti.
– Da quelle parti non ho intenzione di tornarci e comunque se quel tizio o chi per lui sta cercando tre persone stare separati potrebbe essere d’aiuto, inoltre ci puoi giurare che le stazioni pulluleranno di polizia. Non preoccupatevi per me, torno a casa per conto mio.
– Hai dimenticato cosa ti aspetta a Milano?
– Ormai non so più che cosa è peggio, comunque prenderò delle precauzioni. Fatemi sapere quando siete fuori da qui. Sandro è con te?
– Sì.
– Mi mancate…
– … Mina ha chiamato?
– No. La chiamerò io tra un po’.
– Ci sentiamo più tardi.
Germano ripose il telefono e cercò di guardare lontano nell’orizzonte del mare ma dallo sbocco di Via Casaregis su Corso Italia la vista del mare è bloccata da una serie di costruzioni basse, anche se effettivamente la passeggiata del lungomare vi passa davanti; sulla sinistra quelle casupole terminavano e si vedeva lo spazio aperto, attraversò il corso e vi si diresse. Alla fine di quei fabbricati si apriva una piccola insenatura occupata quasi interamente da piccole imbarcazioni disposte sulla spiaggia come autoveicoli in un parcheggio, qualcuno, isolato, prendeva il sole nello spazio fra le barche e la battigia, Germano si fermò sulla passeggiata del lungomare e scrutò nella lontananza del mare senza alcuno scopo, come si può guardare qualcosa che non si può abbracciare completamente, la si guarda e basta. Un senso di solitudine lo pervase ma non era un sentimento negativo, era piuttosto una consapevolezza del presente, un momento di pausa per se stesso dopo la puzza dei lacrimogeni e le scene di violenza, nonché il pericolo scampato.
Per un breve momento sentì che in quella luce calda del tardo pomeriggio estivo poteva lavare via le brutte sensazioni provate in quella giornata e guardare agli eventi con un distacco più logico ma non meno pervasivo, la realtà dopotutto restava intera tale e quale, e comunque fu solo il pensiero di un istante, come se con la fantasia avesse per un momento sentito di poter colorare quell’immagine in bianco e nero che la società italiana si ostina a dare di se stessa, un bianco e nero alleviato solo dal grigio del cemento, che non mancava nemmeno attorno a lui in quell’istante. Si rammentò della lezione di Trifarro della mattina precedente in Largo Richini a Milano e pensò che è difficile cambiare veramente le cose perché ciascuno vive una località temporale che considera come assoluta e vede nelle reminiscenze della sua gioventù il bel tempo che fu, «com’erano belli i miei tempi», che in termini generali è una cosa assurda e ridicola, fra molti anni i giovani di oggi ricorderanno questi tempi cementificati e inquinati come il più bel periodo della loro vita e tutto andrà avanti come sempre, cioè praticamente a rotoli, una consapevolezza della realtà è davvero difficile e comunque impraticabile, stante la concorrenza di qualche miliardo di diverse percezioni della medesima realtà; la civiltà avanzata (?) perde l’aggancio con la poesia delle cose della natura, l’arte in qualche maniera muore. Essere o non essere rimane un sofisma, quando sei assediato da tutto ciò quello che resta è non essere, oppure essere molto limitatamente. Forse, pensò Germano, anche per la coscienza vale la legge della termodinamica che prevede il necessario logoramento nella funzionalità, ma questo non era il suo campo e rimpianse di non avere al suo fianco Sandro, che aveva fatto scuole tecniche e che avrebbe potuto controbattere o illuminarlo.
Demone di Maxwell
Protrasse quel momento più indefinitamente che poté senza curarsi di nulla, lasciò che la malinconia venisse rimpiazzata dal presente materiale, non che fosse una tregua della stessa ma piuttosto una specie di convivenza patteggiata con il presente finché le incombenze del duplice problema gli fecero notare la necessità di una decisione abbastanza immediata: in qualche maniera occorreva tornare alle grane di Milano evitando le grane genovesi. Non era la sconfitta dello stato d’animo ma una presa di distanza, un voler guardare oltre restando conscio di ogni cosa, certamente non la migliore situazione mentale per sfuggire a qualcosa e ripararsi contemporaneamente da un’altra; è in questa molteplicità di situazioni che è più facile commettere errori. Ripercorse a ritroso la passeggiata del lungo mare fino a quegli edifici bassi, che si percepivano di utilizzo balneare o marittimo e si fermò ad un chiosco per mangiare qualcosa e riposarsi un poco. All’interno del chiosco un televisore trasmetteva un notiziario con le immagini che egli aveva visto in prima persona in Piazza Alimonda, erano solo le sei e mezza forse le sette e già il circuito mediatico si era impadronito della faccenda.
Quando la notizia lo raggiunse egli connetté i due scoppi con il nome di quel ragazzo, e ugualmente l’inutilità della sua presenza in quella piazza, cosa che d’altronde non avrebbe aggiunto o tolto nulla alla sopraffazione che sentiva dentro di sé. Un nome, che cos’è un nome? Abbiamo bisogno della carta di identità per dire chi siamo? Per la burocrazia certamente, per lo spettacolo pure, con gli strascichi delle interviste e dei commenti che non diranno mai veramente com’era quel ragazzo né cosa pensava né cosa gli piaceva, sulla bocca di qualcun altro si diventa tutti degli oggetti, degli argomenti, dei ragionamenti che vivono di sé stessi e che nulla hanno a che spartire con la vita vera, la quale dei commenti se ne infischia. I giornalisti riassumono in un servizio o in un articolo ciò che colpisce la loro fantasia e ciò che pensano colpisca anche la gente che li legge o li guarda in TV, un sommario di esistenza, un bignamino delle vite altrui, oppure in gergo professionale un coccodrillo, nome molto azzeccato, per via delle lacrime che questo animale verserebbe dopo essersi rimpinzato della sua prole (ciò che in fondo non è neppure vero). Si narra che certi giornalisti tengano già pronti in un cassetto, oggi come oggi forse nel computer, i “coccodrilli” delle personalità più prossime al fatale trapasso, vuoi per l’età, vuoi per informazioni circa il loro stato di salute, vuoi semplicemente perché antipatici e quindi metterli fra i quasi trapassati o trapassanti è una piccola ripicca non divulgabile verso qualcuno di cui non possono parlare male.
chiosco bar
Un tipo loquace sbocconcellava una focaccia salata restando appoggiato al banco inframmezzando masticazione e commenti in genovese tenendo gli occhi sul teleschermo. La tenutaria del chiosco annuiva annoiata e quando troppo pressata rilasciava dei commenti neutri che non propendevano per nessuno e che davano l’idea dell’atteggiamento di una badante o di un’assistente sociale, che d’altronde è la funzione principale di ogni gestore di locale di mescita, ascoltare confessioni, pareri, commenti, opinioni senza dare troppo ragione, solo quanto basta a ché il cliente torni e quanto basta per non mettersi in lite con gli altri clienti, la maggiore difficoltà del barista e anche la maggior fatica. Nel caso l’espressione barista suonava un po’ altisonante, come può chiamarsi il gestore di un chiosco? Un facente funzioni di barista? Di solito prende il nome dall’oggetto principale del suo commercio ma questa donna non aveva in vendita alcunché di così tipico da poterla identificare in una categoria precisa. La donna guardò Germano mentre in sottofondo il cliente ciarliero continuava il suo soliloquio fissando il teleschermo credendo di avere audience e gli chiese cosa poteva servirgli. Germano guardò la focaccia che aveva in mano il tipo alla sua sinistra e disse qualcosa come «Una roba come quella e una Fanta®», mantenendo un’espressione distaccata, quasi da duro, appoggiato al banco con una mano sotto al mento.
Le donne a volte ti stupiscono, ti mettono davanti un tuo sé in maniera differente, insospettabile e un’ironia che sembra arrivare da molto lontano ma che viaggia molto terra terra. Quella gli rispose:
– Œh… una roba come quella – e disse “una roba come quella” imitando o cercando di imitare la sua voce e la sua intonazione, preceduta da un “Eeh” che pareva pronunciato con un “œ” dal suono chiuso e dall’intonazione canzonatoria mentre lo fissava con un’espressione di una cordialità sopraffacente ma dalle sfumature navigate.
Ci fu un attimo di pausa in cui Germano parve indeciso se cogliere il buon umore della tipa, almeno per formalità di cortesia, o perseverare nello stato malinconico che aveva fondati motivi per non lasciarsi rallegrare e si limitò a sollevare un angolo della bocca per abbozzare un sorriso. La donna mantenne il suo sguardo allegro su di lui fissandolo fugacemente sugli estremi dei lobi frontali per poi sortire un improvviso:
– Ti senti la testa pesante?
– Non l’ho mai pesata.
La donna sorrise continuando le sue faccende guardandolo fra un’operazione e l’altra con un sorrisetto malizioso di cui Germano non capiva la perseveranza né la congruità, la guardò in faccia, era una donna di circa trentacinque anni, ma agghindata per il servizio ne dimostrava una decina di più; formosa quanto basta per dare un senso alla sua professione senza che la sua taglia degenerasse in obesità, un tipo dall’aspetto simpatico e dalla faccia curiosa nell’espressione. Probabilmente aveva notato la cupezza di Germano e come poche donne sanno fare lo aveva preso dal lato scherzoso, perché uno della sua età è sempre sensibile a questo atteggiamento. Germano la guardò di nuovo nella modificazione intervenuta da questa sua risposta e alzò nuovamente un lato della sua bocca per abbozzare un sorriso senza che il suo atteggiamento generale abbandonasse una palese nota di tristezza. Il tipo al suo fianco ora taceva e azzannava mordacemente gli ultimi brandelli della sua focaccia, occhi incollati alla TV. Germano guardò il soggetto al suo fianco e poi guardò la donna che non gli aveva staccato gli occhi di dosso mentre si era chinata a reperire un barattolo di Fanta® da uno degli sportelli del frigorifero sotto al piano di lavoro, il posto non era grande ed ogni cosa era praticamente a portata di mano. Nell’attesa di essere servito della focaccia Germano si voltò a guardare i paraggi all’intorno del chiosco; nulla di interessante né di romantico, un classico ex paesaggio italiano arricchito di cemento e imbellettato per dare un senso all’eventuale definizione di lungomare, poiché in effetti era “lungo il mare” anche se questo si trovava un cento o duecento metri oltre queste casupole sparse. La donna gli chiese:
– Non ti interessa la TV?
TV
A Germano quel tu confidenziale pareva un po’ fuori luogo ma non vi diede peso, il tipo pareva simpatico per davvero e chissà, magari aveva un fratello della sua età e in qualche maniera si sentiva in confidenza con i suoi coetanei, o forse era il suo modo di fare, spiccio e di buon umore. Germano buttò un’occhiata distratta alla TV poi si voltò di nuovo a guardarsi all’intorno, quindi sbirciandola come da sotto in su disse:
– Quello che c’era da vedere l’ho già visto.
Il notiziario era finit0 e la TV aveva cambiato argomento, il tipo aveva terminato di mangiare e si stava scolando in fretta i resti di una birra, poi posò energicamente il bicchiere emettendo un “Ahhh” sonoro e soddisfatto, pose sul banco una banconota da diecimila lire e si alzò in piedi aspettando il resto, che la donna gli porse prontamente, quindi se ne andò borbottando un “Ci vediamo”, cliente abituale evidentemente, pensò Germano.
TV
La strada del lungomare, che in quel punto si chiama Corso Italia, era piuttosto trafficata, il via vai quasi continuo di un venerdì pomeriggio forse incrementato dai vari divieti che la presenza degli otto aveva imposto per cui molti cittadini dovevano sobbarcarsi gite improvvisate in paraggi della città che in condizioni ordinarie non avrebbero preso in considerazione.
Germano guardava quei veicoli pensando che certamente ciascuna di quelle persone si stava recando al proprio domicilio o al ricovero alternativo imposto dagli otto sunnominati nel caso fossero cittadini residenti della zona interdetta. La stanchezza della giornata, trascorsa quasi totalmente in piedi e in stato di allerta, cominciava a pesargli e in una specie di sogno-desiderio si immaginò a casa sua intento a farsi una doccia prima di mettersi a tavola ma l’immagine della tranquillità del suo trantran di studente era offuscato dalla protesta che aveva visto e vissuto quel giorno. Desiderava non essere lì e al contempo non desiderava essere a casa, tutto ciò che era accaduto dalla sera precedente in poi, nonostante vi fosse stata la sua partecipazione attiva nelle decisioni, sfuggiva al suo controllo, alla sua volontà.
Sì, aveva desiderato di essere presente alla protesta contro il G8, ne aveva parlato anche la mattina precedente con i suoi colleghi ma il fatto di essere stato praticamente scalzato da Milano, e in fretta e furia, il fatto di ritrovarsi ad avere un nemico in una persona che non conosceva, e che allo stato di fatto neanche aveva mai visto, il fatto che Mina fosse al tempo in pericolo e in qualche modo all’origine del pericolo, il fatto che dalla protesta fosse emerso un panzone presuntuoso che pretendeva di domare la rivolta facendo arrestare tre estranei, tutto questo lo faceva sentire come un oggetto in balia di qualcosa che stava molto al di sopra della sua persona; non era il caso di tirare in ballo il destino, che ha sempre una connotazione superstiziosa, o la fatalità, che suona sempre arrendevole, niente di tutto questo ma percepiva al presente una scansione rimarchevole fra le sue aspettative e la realizzazione delle stesse, non che si aspettasse di essere esaudito in ogni suo desiderio, piuttosto di essere semplicemente parte attiva della sua vita quando questa pareva aver preso l’autonoma decisione di volersene andare a zonzo per conto suo e senza preavviso, non era il miglior presupposto per un filosofo o aspirante tale.
Senza che lui se ne fosse accorto la donna lo sbirciava di sguincio di quando in quando, intenta alle sue faccende di gestione del chiosco, il suo aspetto assorto e al contempo distratto gli davano un’aura di innocenza quasi infantile, era praticamente sopraffatto dalla stanchezza e spaesato. Quando la donna gli presentò la focaccia che aveva ordinato Germano gli chiese:
– Sa mica se c’è un pullman a quest’ora che vada fino a Piacenza?
Germano dimenticò la confidenza che lei si era presa nei suoi confronti rivolgendoglisi direttamente col tu, sebbene tenesse un atteggiamento simpatico su cui poteva accondiscendere. Evitò di citare Milano, un minimo di precauzione era necessaria e Piacenza rappresentava già un buon passo verso casa.
– A quest’ora nessun pullman fa un percorso così lungo, devi prendere il treno oppure aspettare domani mattina.
La donna gli rispose guardandolo in faccia sporgendosi un poco verso di lui con le braccia divaricate e le mani appoggiate sul bancone e il viso proteso in avanti; sotto al peso della sua persona le sue mani apparivano energiche e probabilmente lo erano per davvero.
– La stazione è dall’altra parte della città e non ho voglia di scarpinare fin là, pensavo che qui avrei potuto trovare una fermata di qualche autobus di linea.
– E in effetti ci sono ma a quest’ora arrivi a dir molto fino a Camogli o al massimo a Sestri Levante
Fermata autobus
La donna continuava a guardarlo, Germano si sentì leggermente in imbarazzo, qualcosa nel suo sguardo pareva leggergli dentro, poi quella disse:
– Non hai l’aspetto di un rivoltoso, però scommetto che sei scappato dalla protesta che c’è stata fino ad ora dalle parti della zona rossa.
Germano la guardò un po’ di traverso, questa confidenza cominciava a pesargli e la corporatura della donna poteva vantare parentele sospette, nulla di personale contro le persone pingui ma un precedente recente lo metteva in guardia dai ciarloni e dai simpaticoni sovrappeso. Il tipo però pareva innocuo, sebbene piuttosto maliziosa e dopo tutto non aveva neanche chiamato la polizia. Ora lo guardava sorridendo di una tranquillità che pareva distante anni luce da connessioni ambigue. Germano la guardò senza rispondere, si sentiva in imbarazzo ad opporre un ottuso silenzio a quella simpatia ma di raccontare ciò che aveva visto non ne aveva voglia e parlare gli appariva come un’attività superflua e faticosa.
– Puoi fare l’autostop fino a La Spezia e poi fino a Parma.
– Un giro troppo lungo, fra tre ore sarà buio e non voglio essere per strada a fare l’autostop, di notte ci puoi giurare che non ti carica nessuno.
– Almeno sarai arrivato fino a La Spezia…
L’idea non pareva peregrina, per intanto allontanarsi da Genova era già qualcosa.
La donna cambiò tono di voce e disse in un tono confidenziale:
– Con quello che hanno da fare in centro non staranno sottilizzare per un autostoppista e poi ci sono molti turisti in questa stagione, puoi sembrare uno di loro… anche se sei bianco come un lenzuolo…
In effetti Germano non aveva ancora visto il mare quell’anno, per via degli impegni di studio, e questo rilievo del suo stato di abbronzatura e le sue necessità di abbandonare Genova così evidenziate, sebbene non rassicuranti, non sollevarono sospetti sulla genuinità della simpatia un po’ ficcanaso di quella donna, però gli parve più prudente stornare l’argomento.
– Non sono mica in fuga da qualcosa, è solo che ho necessità di arrivare a casa, possibilmente entro stanotte. Su una cosa ha ragione, non sono affatto abbronzato, e le dirò di più… la cosa non mi preoccupa.
La donna rise, neanche lei era abbronzata, evidentemente la gestione del chiosco la teneva impegnata per tutto il giorno. Un paio di persone si avvicinarono per ordinare qualcosa e la donna lasciò Germano alle sue decisioni che si risolsero nell’opzione autostop, immaginandosi già a sbirciare lontano per notare le macchine della polizia, ma voleva andarsene in quel momento ad ogni costo.
Sul lungomare il traffico non era diminuito e le probabilità di trovare un passaggio erano buone, però il lungomare non è ancora la strada statale, che incrocia qualche chilometro più avanti e Germano già preventivava diversi cambi di veicolo, ammesso che ne trovasse. La fortuna si concretizzò in un camper guidato da un tipo dall’accento meridionale i cui famigli o congiunti, che non vide, se ne stavano tranquillamente nel van e che lo tradusse senza troppe inquisizioni fino a Rapallo, dove Germano, sentendosi ormai sulla via di casa senza nessuno alle spalle optò per la soluzione ferroviaria, prendendo il primo treno per Firenze e poi uno per Milano, avendo cura di fermarsi prima in una città vicina. E fu così che scese a Melegnano per evitare di arrivare in una stazione della metropoli dove temeva di incontrare un altro tipo di problemi in maniera inaspettata e affrontò la non modica cifra di un centomila per arrivare in taxi fino a Milano, combattuto nell’indecisione di andare a casa sua o riparare temporaneamente in casa di qualche collega, cosa che alle tre e mezza di notte non era facilmente attuabile.
Tutto il viaggio, che per le coincidenze e la percorrenza non era stato proprio breve né agevole, era stato da lui vissuto nell’appagamento di un ritorno a casa e nonostante gli imbrogli in corso il ritorno a Milano gli appariva come una bella cosa. Il desiderio del ritorno a casa era stato offuscato da un fatterello che aveva attivato lo stato di allarme che presumeva di essersi lasciato alle spalle abbandonando Genova, accaduto nell’uscire dalla stazione di Melegnano, dove aveva casualmente ascoltato un paio di tizi, che dall’aspetto parevano commessi viaggiatori o agenti commerciali di qualunque cosa possa essere venduta o pubblicizzata, i quali borbottando fra loro ad alta voce lo avevano involontariamente informato che la polizia pareva essere sulle tracce di tre rivoltosi che avevano recato devastazioni a Genova e che questi sarebbero di origine italiana, più precisamente del nord Italia, la qual cosa aveva messo in moto nella sua mente una ricerca di connessioni fra la sua esistenza e la possibilità reale di tale diceria. Ma il nord Italia non è esattamente un quartiere per cui non gli diede peso, al confronto con il suo ritorno al buio in Milano questo problema appariva veramente trascurabile, da queste parti c’erano certamente altri tizi che stavano sulle tracce di qualcuno che gli stava a cuore, non escluso lui stesso come cointeressato.
Questa involontaria informativa lo aveva comunque richiamato a più reali necessità e aveva in larga parte annullato la buona sensazione di essere più o meno a casa richiamandolo ad urgenze che non erano ancora trascorse e di cui non era riuscito ad avere aggiornamenti. A qualunque tentativo di chiamata che aveva fatto dal trasbordo del van fino ad un’ora telefonabile il cellulare di Mina ripeteva ossessivamente “il numero da lei chiamato non è al momento raggiungibile, ecc. ecc., ecc.”, evidentemente lo aveva spento, come aveva fatto lui a Genova del resto, nulla da recriminare quindi, però le preoccupazioni tendevano al rialzo. Gli unici con cui aveva parlato erano Sandro e Claudio, con i quali non era riuscito a concordare gran ché per via di esagerate precauzioni che i due erano intenzionati a mettere in pratica, neanche fossero dei clandestini in un paese sconosciuto, esasperavano parecchio la vicenda e ne erano consapevoli, lo intuiva dai loro modi nei suoi confronti, che apprezzava per via della dimostrata amicizia ma certamente loro a quest’ora erano già a casa a ronfare della grossa, agevolati dal viaggio in macchina e per conseguenza dalla brevità dello stesso. Non se la sentiva di disturbarli, specie a un’ora del mattino che per via della luce cade ancora nel dominio della notte, primo per evitare di rammemorare gli eventi che avevano vissuto il giorno precedente e secondo perché, riguardo alle vicende di Mina, non aveva sostanzialmente nulla da comunicare loro o su cui chiedere un’opinione, si sentiva come se non la vedesse da molto, molto tempo, con la curiosità e il timore di aggiornamenti sgradevoli, e certamente molti imprevisti collaterali.
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Questo romanzo, ambientato fra Milano e Genova nel luglio del 2001, è un’opera di fantasia. I personaggi, i luoghi nominati e gli eventi che vi si svolgono sono inventati, gli eventi e le persone eventualmente reali, che fanno da sfondo alla narrazione come ai personaggi, sono tratti da fatti di cronaca riportati dai notiziari o dai quotidiani e liberamente interpretati a fini creativi e immaginari. Ogni altro e qualunque riferimento a persone, luoghi, cose, eventi realmente esistiti o esistenti è puramente casuale e/o esclusivamente funzionale ai fini immaginari della narrazione. Ogni deduzione o interpretazione storica, filosofica o letteraria è meramente funzionale alla narrazione romanzesca quale opera di fantasia.
Una storia italiana
Capitolo XXI°
(21)
Genova
Venerdì, 20 Luglio 2001
Non fu necessario arrivare in Piazza Da Novi per entrare nel vivo della manifestazione, dalle parti di Piazza Tommaseo c’era già sommossa.
Dall’assembramento, quello autorizzato, che si era dato appuntamento in Piazza Da Novi, luogo in cui ragazzi vestiti di nero si erano dati una primaria organizzazione alla devastazione fornendosi – volendo parafrasare un gergo da verbale di polizia – di materiale lapideo adatto ad essere lanciato e di pali e strutture da usare come armi e come strumenti di sfondamento per vetrine di negozi, qualcuno se ne era uscito a protestare e a cercare di affrontare questi sconosciuti che stavano guastando la loro attività, ma questi parevano inafferrabili, nonostante la vicinanza di un plotone di FFOO in tenuta antisommossa che guardavano immobili da qualche centinaio di metri di distanza, e soprattutto questi – i rivoltosi – non avevano alcuna voglia di dialettica, mascherati con passamontagna o coperti dal cappuccio di felpe scure oppure con il volto parato da una fascia a coprire la fisionomia ed eventualmente offrire un labile riparo per i lacrimogeni.
Non c’era un vero e proprio luogo di sommossa, il tutto era scaturito da una carica delle FFOO in piazza Da Novi, una carica a casaccio che aveva coinvolto principalmente manifestanti autorizzati per quel luogo e a cui si erano sottratti i riottosi propriamente detti disperdendosi nelle strade laterali fino a confluire in parte e disordinatamente in Piazza Tommaseo, inseguiti dalle FFOO lungo Corso Buenos Aires e Corso Torino senza vere o pianificate intenzioni di porre un fine particolare alle loro scorribande. I corsi e tutti i luoghi circostanti avevano assunto un aspetto surreale, i lacrimogeni producevano una nebbiolina azzurrognola che stagnava fra gli edifici e pareva ostinare fatica a dissolversi, il cielo fra i caseggiati era solcato dalle striature dei lacrimogeni stessi lanciati dagli agenti delle FFOO verso i manifestanti che si muovevano in maniera apparentemente disorganizzata sbandando nelle laterali per ricomporsi casualmente in altri luoghi e ricominciare la demolizione di bancomat, vetrine, strutture e ogni cosa potesse essere divelta, abbattuta, sfondata, incendiata; le sagome degli agenti delle FFOO formavano una schiera scura e minacciosa sullo sfondo, i loro caschi di protezione rilucevano al di sopra degli scudi di plexiglas, la loro presenza era anacronistica in un luogo di civile abitazione e nessun cittadino si sarebbe avvicinato a chiedere soccorso o informarsi per la propria incolumità, ogni regola civile instaurata fra la popolazione pareva non valere più.
Alcuni cassonetti per l’immondizia erano stati trascinati al centro della strada e poi ribaltati, qualcuno si industriava a cercare di incendiarne il contenuto ma la probabile presenza di materiale umido invece che un incendio aveva prodotto un fumogeno improvvisato, un gruppo di ragazzi stava cercando di rovesciare una Peugeot 205® e dopo pochi sforzi, data la mole non imponente del mezzo, fu dapprima adagiata su di un fianco e poi ribaltata con le ruote all’aria, uno dei giovani, con in mano un irriconoscibile oggetto metallico, ebbe cura di spaccare i vetri della macchina con una flemma e una accuratezza da sistema industriale. Da un lato della piazza alcuni agenti delle FFOO si stavano accanendo contro qualcuno che era rimasto isolato, si vedevano i manganelli alzarsi e abbassarsi a convergere con violenza sulla vittima circondata, che stava probabilmente a terra ma che non era possibile vedere dato il nugolo di uomini che gli stava attorno; schianti di materiali diversi, scoppi delle cartucce per il lancio dei lacrimogeni, grida da una parte e dall’altra, scambi di invettive e provocazioni erano tutto ciò che si udiva e si vedeva fra la nebbia artificiale dei lacrimogeni.
Qualche curioso arrivava ad affacciarsi sulla piazza in motoretta con la morosa al seguito sul sellino posteriore, sbirciavano di qua e di là a cercare i dettagli più pericolosi da poter raccontare agli amici, scrutavano i segni della devastazione con moderata bramosia ma soprattutto con la prudenza necessaria per non restare coinvolti, qualcuno forse tentava di attraversare la zona per motivi di lavoro o di normale esistenza, alcuni residenti guardavano dalle terrazze o dalle finestre, una vecchia strillava improperi all’indirizzo di alcuni che si stavano accanendo contro una vetrina armati di ciò che doveva essere il palo di un segnale stradale, uno di questi la notò e voltandosi verso di lei gli fece il gesto del dito a cui la vecchia non fece una piega continuando a strillare le sue ragioni in un italiano corretto sfumato di educazione borghese che stonava con la situazione, qualcuno scattava fotografie dalla finestra di casa, alcuni passanti, perché qualcuno dei “normali” a zonzo c’è sempre, osservavano imperterriti la distruzione di un negozio, a distanza di sicurezza.
I distruttori paiono discretamente organizzati, guanti di cuoio per pararsi le mani, occhialini da nuoto che servivano per riparo da eventuali schegge di vetro nell’esercizio della devastazione e anche per i lacrimogeni.
Sandro, Claudio e Germano si trovarono nel mezzo della situazione senza che l’avessero cercata punto, era la sommossa che era andata loro incontro e si scopersero inadatti ad affrontare qualcosa che non avevano mai preso in considerazione; sì, avevano partecipato a qualche corteo di protesta organizzato da studenti ma nelle loro poche precedenti esperienze il tutto si era sempre svolto in maniera pacifica e non violenta, ora tutto questo sconquasso non sapevano a cosa attribuirlo ma nelle menti di qualcuno fra loro passò l’idea che se i grandi della terra si riuniscono, riuniscono anche la protesta e la rivolta che inevitabilmente la loro grandezza ha messo in moto, ciascuno singolarmente per la propria parte; nessuno a questo mondo è amato da tutti, specie se impone il suo volere.
Se ne stavano immobili a lato della battaglia, perché ormai di questo si trattava, senza sapere che cosa fare; prendere posizione in una situazione già degenerata, senza sapere bene per merito o colpa di chi, non è consigliabile a nessuno eppoi non era possibile distinguere alcun raggruppamento particolare, il viale che si apriva da Piazza Tommaseo era ampio e gli scontri si svolgevano con movimenti longitudinali alla direzione della strada, avanzamenti dell’una e dell’altra parte, con evidente guadagno di terreno da parte degli uomini schierati in tenuta antisommossa ma con incerti arresti dell’una e dell’altra parte per scambi balistici di oggetti di natura la più disparata con predominanza dei lacrimogeni d’ordinanza per parte delle FFOO, ma non solo quelli. Ogni tanto qualche agente raccoglieva un oggetto lanciato contro la loro formazione e lo rispediva contro i protestanti, in genere i lanci erano corti, senza convinzione, più che altro sfoghi rabbiosi e imprecisi. Di quando in quando dallo sbandato schieramento dei riottosi qualcuno scattava di corsa contro la formazione degli agenti e gridava qualcosa di incomprensibile o di cui si capivano soltanto le volgarità da stadio italiano, se esisteva un piano di protesta o qualcosa da cui ciò aveva tratto l’inizio questo era ormai perduto in un antefatto dimenticato e inutile al presente incalzante, detratta la presenza degli otto potenti.
Gli agenti non parevano intenzionati a porre termine alla faccenda, anche perché la cosa si era estesa, aveva preso campo e anche se erano in numero di un centinaio o forse più non sarebbero stati in grado di arginare alcunché, si limitavano ad avanzare compatti e scatenare delle cariche a raggio ridotto, senza scompattarsi o frantumare lo schieramento, agivano quasi come centurie romane, facendo assegnamento sul gruppo senza allontanarsi mai da una ipotetica zona di pertinenza del plotone, considerata come area d’azione sicura. Ogni tanto qualcuno dei protestanti osava troppo e restava intrappolato in questa formazione che si allargava in una corsa all’inseguimento aprendo le maglie dello schieramento fino ad inglobare qualcuno di quelli che si erano spinti troppo avanti per potersi garantire una via di fuga e allora per il malcapitato erano legnate, i tonfa si agitavano nell’aria e ripiombavano su chiunque non fosse parte dello schieramento delle FFOO, non di rado però venivano prese a casaccio persone che con la devastazione non c’entravano per nulla ma essendo parte del panorama di sommossa agli occhi degli agenti non faceva alcuna differenza.
Nella Piazza Tommaseo le cose si stavano svolgendo in maniera diversa; alcuni giovani vestiti di nero se la stavano prendendo imperterriti contro qualunque cosa recasse l’emblema della globalizzazione o ne suscitasse l’immagine nella loro fantasia.
Sandro, Claudio e Germano erano arretrati dal viale dov’erano in corso gli scontri e si erano fermati nella piazza, convinti di essere fuori dalle violenze ma anche in quel luogo qualcuno si stava dando da fare e senza la concorrenza delle forze dell’ordine. Un giovane, longilineo, non eccessivamente alto e dall’abbigliamento informe di colore scuro insisteva la sua violenza contro una vetrina che recava l’insegna di un’agenzia o di un ufficio ma nessuno avrebbe potuto giurare la connessione delle attività che vi si svolgevano – in tempo di “pace” – con la mondializzazione del potere economico e il potere degli otto sunnominati, tuttavia continuava con perseveranza l’opera già iniziata da alcuni suoi colleghi che gli avevano lasciato posto per dedicarsi ad altre demolizioni, così che il tipo esagitato era rimasto momentaneamente lontano dagli altri, non proprio isolato ma quella ventina di metri che lo rendeva oltre che un possibile bersaglio delle FFOO, che comunque non erano nella piazza, anche una specie di anacronismo, in tempi normali nessuno prende a randellate una vetrina di propria iniziativa supponendo di fare qualcosa di costruttivo; la cosa era però oltre ogni normale considerazione.
I tre senza avvedersene si vennero a trovare a qualche metro di distanza dal tipo, che non li aveva visti avvicinarsi e si industriava a fracassare, poi d’improvviso il suo campo visivo inglobò qualcosa che lo mise in agitazione e si voltò di scatto verso Dott. Cynicus, il primo che vide e il più vicino, alzando contro di lui un palo di ferro lungo circa un metro che doveva pesare troppo per l’esile figura ribelle e si capiva che non lo padroneggiava molto bene, il Cusani alzò le braccia facendo una smorfia che doveva sembrare un sorriso ma quello insisteva con il pesante arnese alzato sopra la sua spalla destra e brandito a due mani come una mazza da baseball di dimensioni spropositate, si capiva che data la pesantezza dell’oggetto non avrebbe avuto velocità sufficiente a colpire nessuno dei tre ma avrebbe sempre potuto scagliarlo per cui Dott. Cynicus insistette con la diplomazia: «Calma, calma, non siamo poliziotti». «Qu’est ce que vous voulez?» Dall’intonazione acuta della voce e dall’esilità della fisionomia Dott. Cynicus capì che si trattava di una ragazza.
Indossava un passamontagna nero che sembrava più che altro una grossa calza di lana nera in cui erano stati fatti i buchi per gli occhi e per la bocca, e sia gli occhi che la bocca si indovinavano femminili; al venti di luglio e con la temperatura già al di sopra dei trenta gradi non doveva essere un indumento comodo. Dott. Cynicus mise avanti le mani per mettere in chiaro che non volevano nulla da lei e si sbilanciò a dire nella sua lingua «Calme toi! Calme toi! Je ne suis pas un flic, mes amis eux non plus» indicando con un gesto della mano Sandro e Germano che guardavano da sopra le sue spalle, «Qu’est ce que vous voulez?», insistette la ragazza sempre brandendo il suo palo di ferro a cui ormai più che altro stava aggrappata piuttosto che in atteggiamento aggressivo in conseguenza dell’evidente sforzo che aveva richiesta la demolizione. «Rien, rien, calme toi!» continuò il Cusani «Mais si tu me permette de te poser une question… pourquoi est ce que tu fais ça?».
La ragazza parve indecisa, continuava a tenersi aggrappata a quel palo che si capiva essere l’unico arnese pesante mai usato in vita sua, pur non essendo visibile il suo volto dal suo atteggiamento trapelava l’indecisione, si capiva che era preparata alla protesta, alla violenza, alla battaglia, ma una richiesta di dialettica la stava spiazzando. «Qu’est ce que vous voulez? Cette entreprise … cet entrepôt … est-ce votre agence?» Insistette ancora la ragazza alludendo alla vetrina sfondata con un gesto del capo senza distrarre l’attenzione dai tre e da eventuali loro mosse. Sandro si era ficcato le mani in tasca e osservava la scena da dietro Dott. Cynicus con la testa leggermente inclinata dal lato di visuale libero dalla sagoma del Cusani, Germano si era spostato di fianco dal lato opposto, così che formavano un piccolo schieramento e nessuno dei tre aveva un’espressione agguerrita o anche solo adirata, parevano spaesati, fuori da ogni logica da loro conosciuta.
La ragazza se ne accorse e parve mollare un po’ della sua rabbia ribelle, non che si potesse intavolare un invito a cena per discuterne con calma però il palo di ferro parve rabbonirsi e inclinarsi in una posizione meno minacciosa e pur restando molto o del tutto sulle sue sembrò assumere l’atteggiamento di qualcuno che qualcosa da rispondere ce l’ha e ci tiene a faro sapere. «Non, mais y a-t-il une raison? Pourquoi faites-vous cela?» insistette il Cusani con la sua richiesta. La ragazza lasciò cadere il palo sul selciato, tenendolo però da un capo con l’evidente intenzione di non mollarlo sul posto e di riutilizzarlo per altre distruzioni, il tonfo metallico che fece l’oggetto la disse tutta sulla sua stanchezza, e non era ancora mezzogiorno, la giornata di protesta si prospettava lunga e il tipo ostinato.
Poi fece un mezzo passo verso di loro puntando il dito della mano sinistra guantata da un pellame da lavoro di colore diverso da quello della mano destra che ancora reggeva un estremo dell’improprio oggetto metallico e iniziò una specie di filippica «Parce que ces sont les images d’un pouvoir globalisé qui ne représente personne et enlève quelque chose a tous, parce que il faut casser cet faux rêve, oui, faux rêve, parce que c’est un rêve a personne, parce que tout ça s’empare du temps a nous, du temps de la vie… de la vie qui nous appartienne e pas seulement de notre travail, ils nous volent la vie. Ils nous font croire vrai quelque chose qui est parfaitement inutile pour tous mais c’est leur but de le faire croire important, indispensable. Ils ont renversé le miroir de la vie. Dans ce monde renversé, le vrai c’est un moment du faux…», «Cela pourrait être vrai même dans le monde du “vrai”…» la interruppe Germano senza spostarsi dalla sua posizione a fianco di Dott. Cynicus, il quale si era voltato a guardarlo distrattamente, concentrato su ciò che stava dicendo la ragazza che alla controbattuta di Germano si era fermata un momento a considerare i tre sospendendo la sua orazione, indecisa se continuare o smettere per un eventuale sospetto di essere presa per i fondelli, fu un breve istante di indecisione che parve estendersi in un tempo elastico indefinibile.
Sandro ascoltava ma non sentendosi tranquillo in mezzo al trambusto si voltava spesso di qua e di là e il suo sguardo si era incagliato sulla sagoma di in tizio grassottello e già al limite degli enta verso gli anta, il tipo che avevano notato al bar a fare domande loquaci sulla loro presenza in città e una lontana paranoia cominciava a prendere forma in lui ma non la necessaria consapevolezza, per quanto… Il soggetto, da una distanza di una trentina di metri che rappresentavano il giusto vantaggio per una eventuale fuga in considerazione delle sue forme pingui, pareva osservarli con una attenzione che aveva del morboso professionale, pareva bramare qualcosa nelle loro persone, qualcosa di poco piacevole, per loro, ma di istituzionalmente redditizio per gli imperscrutabili motivi che istigavano la sua presenza nei disordini in corso, un tipo difficilmente inquadrabile in un contesto di logica sociale ma facilmente sospettabile di giuridiche curiosità su incarico di personaggi inquadrati nell’organizzazione dello stato informativo.
Dott. Cynicus e Germano non se ne erano avveduti, erano presi dalla discussione con la ragazza, la quale, constatata la maggioranza attenta alle sue perorazioni, si era nuovamente lanciata, indirizzandosi stavolta a Germano, che l’aveva interrotta e sempre con il suo indice sinistro puntato ci diede dentro nuovamente «… parce que tout ça est faux, faux et accablant, c’est seulement de l’exploitation, ses moyens sont aussi ses buts et personne ne se rend compte qu’il en est l’outil lui meme de tout ça. Nous ne voulons pas que nôtre vie soit déplacée dans un “an autre monde” commercial impossible à atteindre et insatiable, ou l’être est satisfait uniquement par l’avoir et tout doit nécessairement passer par les mains et sous le control unilatéral de cet mirage commercial. Ils nous font croire à une hausse de la richesse continue et incessant dans un future insaisissable ou la limite de la survie est déplacée de plus en plus en haut et rende la vie insupportable dans un élan au surplus qui rende toujours insuffisante la limite de l’existence. Si le masses exploitées avaient vraiment un marge, une possibilité de choix, ils pourraient choisir différemment, ils pourraient déclencher une crise du système pour un changement mais il n’y a pas de choix, tout est tenu sous le control de la globalisation. Même pas le temps il ne nous appartient plus désormais, ils nous veulent vendre une fausse conscience du temps, comme production dans le travail et comme sujets méprisable, le client, l’acheteur… un sujet complètement passive et inutile pour soi-même…», la ragazza ebbe un incertezza nell’atteggiamento, i motivi non mancavano, la demolizione e il vandalismo su strutture pubbliche o private si chiama “atti contro il patrimonio” in termini più o meno burocratici e il codice penale vi associa un soggiorno in galera previo processo; la giovane ne era certamente consapevole e la situazione poteva evolvere pericolosamente per la sua libertà.
Alcuni dei suoi compari avevano notato il piccolo assembramento e guardavano verso di loro, o almeno pareva che guardassero, mascherati com’erano con passamontagna e cappucci di felpe scure. Poi vi fu la certezza, guardavano proprio verso di loro e quattro o cinque presero a muoversi verso la ragazza e i tre milanesi, la loro andatura era minacciosa e ciò che brandivano, pure. In pochi secondi furono attorno alla ragazza e fronteggiavano Claudio Germano e Sandro. Dott. Cynicus non si scompose e ribatté alla ragazza «Vos raisons peuvent être justes et même correctes, mais ce que vous faites est le revers de la médaille, vous êtes leur excuse pour continuer à faire avancer les choses. Vous ne pourrez jamais faire voir aux gens une réalité différente de cette façon, ils ne voient que votre violence, ce qui, je crois comprendre, n’est pas le but de votre lutte…”. “…ici vous avez tort, la violence est le but de notre présence ici, ce n’est que par la violence que nous pouvons obtenir un changement, ils ne peuvent rien comprendre d’autre, il n’y a pas moyen de dialoguer, ou vous êtes dans leur système, alors vous êtes un client et une sorte d’esclave pour eux, ou vous êtes hors du système et alors vous n’avez pas d’autres moyens que la violence et la destruction, je me’n fiche de tout cela, j’en ai assez de leur marché de choses inutiles..».
I compari della ragazza parevano indecisi, ascoltavano senza intervenire, forse non parlavano francese e non lo capivano, si intuiva che volevano trarre d’impaccio la ragazza ma il dialogo, sebbene urlato più che parlato, soprattutto da parte della giovane che si era infervorata, li aveva spiazzati; brandivano, è vero, oggetti pericolosi ma restavano immobili come in attesa di un cenno dalla giovane donna, poi uno di essi disse «What’s going on…», la ragazza comprese ma non rispose nella medesima lingua, ancora esaltata dalla tirata che aveva fatto contro Sandro, Claudio e Germano li additò ai suoi soci con un’espressione sullo steso tono «…ces sont des petits voyous, des petits salopards bourgeoises qui viennent ici a voir de prés quelque chose de quoi se vanter chez eux…», qualcuno dei nuovi arrivati parve non comprendere e si sentì in dovere di allarmarsi e minacciare i tre milanesi alzando una specie di randello metallico che non si capiva bene da dove fosse stato demolito ma che nel caso di scontro serviva più che bene allo scopo di violenza, poi disse «What do you want?», Dott. Cynicus non si scompose e ribatté «Have you come to serve and protect?», «…go away…», disse rivolto a loro un altro da dietro un cappuccio di felpa invernale tirato sul capo e attorno alla testa e fasciato da una kefiah a coprire la fisionomia facciale, un altro ancora si era voltato verso la vetrina e osservava il lavoro di demolizione iniziato poco prima da loro o altri loro soci e continuato dalla ragazza, parve soddisfatto e senza guardare i tre milanesi disse agli altri «We must move from here…».
Per qualche istante nessuno parlò, nella piazza regnava un silenzio irreale infranto solo dai colpi della demolizione di vetrine attuata da altri tizi nero vestiti; molti genovesi, o probabilmente tali, osservavano senza parlare, qualcuno scattava fotografie, forse erano giornalisti, la scena era surreale e irrazionale, nessuno trovava qualcosa da dire o motivo di opporsi, improvvisamente la ragazza e gli altri arrivati in suo soccorso si mossero di passo veloce verso corso Torino e nell’atto di lanciarsi all’inseguimento dei suoi soci la giovane donna gridò ai tre milanesi: «Cons!». Sandro gettò un’occhiata al gruppetto in fuga verso il corso poi si ricordò del tipo che li osservava da lontano, era ancora là e li guardava da distanza di sicurezza, provò a domandarsi che cosa potesse avere capito o interpretato di ciò che si erano detti loro e la ragazza ma la domanda non trovò una risposta e soprattutto non glie ne importava, avrebbe voluto indicare a Germano e Dott. Cynicus la presenza di quel tale ma in quel guazzabuglio incomprensibile i semplici e ordinari pensieri razionali o anche solo banali tendevano a sfuggirgli.
Senza che alcun grido fosse stato lanciato tutti i tipi vestiti di nero che si erano adoperati alla devastazione della piazza presero la medesima direzione verso il corso e verso il mare, che da lì doveva distare un chilometro all’incirca, dalle laterali giungevano rumori di scoppi e grida lontane, la protesta stava dilagando e pareva non esservi nessun freno e nemmeno un senso, Sandro Germano e Claudio si guardarono senza parlare e senza sapere cosa fare né che direzione prendere, indecisione quest’ultima sottolineata dalla scarsa conoscenza della città, sapevano che a ovest da dove si trovavano in quel momento c’era il centro storico, la zona rossa, sapevano che in Via Tolemaide doveva transitare un altro corteo e qualcosa volevano protestare anche loro, magari anche solo come aggiunti, come aggregati disomogenei ma tutto pareva così improvvisato e inafferrabile che qualunque direzione ne valeva un’altra. Da Corso Torino giungevano i rumori di una battaglia, Dott. Cynicus fece un cenno del capo in quella direzione come ad invitare i suoi amici a seguirlo in un’esplorazione dello stato di battaglia urbana, Germano e Sandro parvero indecisi, senza parlare si avviarono lentamente nella direzione da cui venivano gli scoppi delle cartucce per i lacrimogeni e le grida dei manifestanti, Sandro si voltò a verificare se il tipo cicciotello se ne stesse ancora di sentinella e non lo reperì al posto dove lo aveva notato poc’anzi, però non si era allontanato di molto e nonostante la distanza pareva osservarli con perseveranza e quasi ostinazione ma forse era tutta un’impressione.
Disorientati e interdetti i tre amici e studenti cercano di barcamenarsi nel parapiglia che sembra non avere un’origine e nemmeno una via di fuga. Passano le ore, con alternanza di spostamenti e nella totale assenza di qualcosa di assimilabile alla possibilità di fruire di un ristorante o di un locale aperto, e verso la metà del pomeriggio i tre si ritrovano in una piazza, una specie di crocevia ampio e aperto su altre strade. La battaglia non si è mai fermata e i rumori della rivolta non hanno mai cessato
Due colpi secchi, distanziati di uno o due secondi circa l’uno dall’altro sovrastano all’improvviso il tumulto, i presenti si guardano intorno cercando di capirne l’origine, ma già il fatto che si siano fermati o stiano cercando di capire la fonte di quei botti voltandosi di qua e di là lascia percepire che hanno già intuito la causa di questi due scoppi. C’è come un momento di incertezza generale, un attimo di silenzio pare azzittire o attutire ogni rumore nella piazza, i manifestanti si guardano l’un l’altro, qualcuno corre ma il luogo non pare consentire fughe.
Germano è fermo sotto gli alberi nell’aiuola a una ventina di metri da Via Caffa, si guarda intorno come smarrito, Claudio e Sandro sono di fianco a lui. Non se ne sono avveduti, ma quel tipo grassoccio che li aveva apostrofati al bar la mattina stessa e che poi li aveva praticamente pedinati fino a Piazza Tommaseo ora li sta additando a qualcuno degli agenti che si trovano ad una distanza che per loro tre non può definirsi di sicurezza, un inseguimento ben condotto potrebbe portare alla cattura e ad un arresto con tutti gli strascichi delle spiegazioni da dare, delle prese per il culo, gli sfottimenti, le ramanzine, le minacce… non è proprio roba per loro ma non sono attenti al momento, tranne Sandro che ha notato il tipo confabulare con gli agenti e additare loro tre a un paio di questi che ancora indossano le maschere antigas. Indovinare quale tipo di discorso sta intavolando quel soggetto è un esercizio difficile ma il suo sguardo incollato alternativamente sui tre milanesi e coadiuvato da un indice grassoccio sollevato al termine del suo braccio sinistro indicatore e dei milanesi e del soggetto non lascia dubbi su una delazione in corso che nel caso dei tre transfughi da Milano.
È quasi superumana l’indifferenza con cui questo indicatore riesce a condurre la sua attività, tralasciata la perseveranza di avere pedinato i suoi soggetti fin dalla mattina, ostinazione che ci si aspetterebbe comunque da un soggetto del genere, ciò che ora stupisce è la totale indifferenza alla situazione; i tre milanesi non hanno avuto parte attiva nella rivolta si sono limitati ad essere presenti, ciò che nella sua mente rappresenta una minaccia alla Società o forse un possibile guiderdone in virtù della sua attività, qualunque ne sia la consistenza, vuoi semplice denaro, un vantaggio sociale (?), una contravvenzione annullata, un’amicizia altolocata da vantare nascostamente con gli amici, o qualsiasi altra cosa possa desiderare una persona del genere.
Indicateur
Sandro, che già dalla mattina aveva inquadrato il tipo in una categoria di gente da cui stare alla larga, si avvede della stranezza dell’atteggiamento tenuto da colui che li sta indicando e non gli ci vuole molto a mettere insieme il quadro della situazione, chiama Claudio e Germano per nome, sono lì a fianco a lui e appellarli per nome di battesimo suona pleonastico e formale in maniera assurda ma vuole la loro completa attenzione e dice loro che è meglio allontanarsi perché qualcuno li sta segnalando a vista agli agenti.
Germano lo guarda con un’espressione strana, un’espressione muta che sottintende la domanda “Di cosa stai parlando?”, si guarda intorno senza capire, non ha notato minimamente ciò che ha visto Sandro, è come disarmato nei confronti del presente che ha davanti. Dott. Cynicus pare annichilito, poi si volta verso Sandro, che lo sta guardando aspettandosi da lui tutta l’attenzione che l’anomalia che quel delatore sta mettendo in moto meriterebbe ma che non riesce ad ottenere. Ora il tipo grassoccio sembra fare lo gnorri e guardare altrove ma un agente di fianco a lui sta parlando in un walky-talky mentre li fissa con malsimulata indifferenza, Sandro sente che bisogna prendere la decisione di allontanarsi perché si sta focalizzando su di loro una situazione pericolosa, prende un istante di tempo, afferra per un braccio Claudio, lascia trascorrere un momento di pausa poi si volta di nuovo verso Claudio e gli dice «Dobbiamo andarcene, quel tipo di stamattina ci sta segnalando agli agenti», Germano pare aver capito ma non ancora del tutto, «Per cosa?», gli chiede. «Per cosa non lo so, ma ci ha additato a qualcuno di loro ed è meglio se ci allontaniamo».
In effetti la loro posizione è pericolosa, si trovano fuori dalla massa dei manifestanti, in uno spazio non occupato da nessuno e che viene mantenuto sia dalle FFO che dai dimostranti come distanza di sicurezza. La protesta non è affatto cessata, le urla contro le forze dell’ordine sono caso mai aumentate. Dallo schieramento delle FFOO non viene segno di reazione ma si percepisce la tensione, le facce sono tese, quasi tutti gli agenti si sono tolte le maschere antigas e le loro espressioni sono cupe di rabbia non repressa. Sandro afferra Claudio e Germano per un braccio e cerca di condurli verso la massa dei manifestanti per confondersi in mezzo a loro e lasciare la zona. Non si è accorto che quel tizio si è spostato dallo schieramento degli agenti mentre lui parlava con i suoi amici e ora li tiene d’occhio da una diversa posizione che egli non può individuare e con un diverso percorso si appresta ad aggirare i manifestanti per vedere dove andranno.
Sandro guida i suoi amici verso i manifestanti, che non si curano di loro e li lasciano passare continuando le loro invettive verso le FFOO. Si dirigono su Via Invrea verso Corso Torino, nessuno parla, si guardano intorno ma è come se non vedessero, stanno camminando a passo moderato, dietro di loro le urla giungono lentamente più smorzate, si sentono fuori dalla bolgia, in qualche modo sicuri anche se in una città a loro sconosciuta. Nessuno ha voglia di pianificare alcunché, stanno camminando ma non sanno veramente verso dove, la loro macchina è parcheggiata ad un chilometro o poco più in linea d’aria, potrebbero raggiungerla e ripartire per Milano ma pesa su di loro tutta la stanchezza della giornata passata a spostarsi da un luogo poco sicuro ad un altro luogo poco sicuro nel pieno di una rivolta.
Nell’atto di attraversare Via Casaregis, che è una delle parallele fra Via Caffa e Corso Torino, un cellulare delle FFOO viene loro incontro, lo notano ma sostanzialmente non lo vedono, si sentono fuori dalla protesta. Di fronte a loro, dall’altro lato dell’incrocio con Via Casaregis il furgone si ferma e due agenti scendono, dietro di loro si sente una voce maschile stridula ed eccitata che dice «Sono loro, sono loro». Il furgone si è fermato su Via Invrea prima dell’incrocio con Via Casaregis e i due agenti sembrano guardare nella direzione di Sandro, Claudio e Germano, che non capiscono immediatamente, il grido che hanno udito da dietro le spalle pareva loro che provenisse dai manifestanti, ora lontani su Via Invrea all’incrocio con Piazza Alimonda, poi Sandro si volta e vede quel tizio grassoccio dietro di loro ad una decina di metri che fa cenni in direzione dei due agenti che sono scesi dal mezzo, sono in tenuta antisommossa ma non hanno il casco né il berretto, Sandro Claudio e Germano stanno attraversando l’incrocio con Via Casaregis e gli agenti li stanno aspettando su Via Invrea alla fine dell’intersezione stradale.
uomo in fuga
L’aspetto di Germano, Sandro e Claudio è così rassicurante che i due agenti partono di corsa nella loro direzione senza curarsi di chiedere supporto ad altri colleghi eventualmente presenti sul mezzo, Germano è il più vicino e i gendarmi dirigono verso di lui, Sandro gli grida «Scappa Germano, stanno venendo verso di noi», Germano si volta verso i gendarmi in corsa che sono già a meno di una decina di metri e scappa su Via Casaregis in direzione sud, Dott. Cynicus ha capito subito ed ha anticipato la fuga raggiungendo Sandro dirigendosi insieme a lui verso Via Tolemaide e paiono avere possibilità di raggiungerla e seminare gli inseguitori, che infatti dirigono sul loro amico. Germano invece non è stato lesto a sufficienza, gli agenti lo hanno raggiunto, uno di loro gli ha lanciato il manganello contro le gambe facendolo cadere ed ora gli sono addosso ma non si sono accorti di avere di fronte un gruppo di dimostranti che sta giusto venendo verso di loro, una frangia di qualche corteo che si è staccata dalla formazione iniziale a seguito degli scontri della giornata, i quali dopo un’esitazione iniziale, in cui tutti i membri di questo gruppo isolato di manifestanti si guardano l’un l’altro quasi chiedendosi muti cosa fare, partono in blocco in soccorso di Germano cogliendo l’occasione di trovare in minoranza coloro che hanno affrontato per tutta la giornata, sono una decina, troppi per due soli agenti, che mollano sull’asfalto Germano, il quale si rialza e prende la corsa in direzione del mare correndo senza voltarsi, i manifestanti affrontano i due agenti con grida e insulti e questi se ne tornano di corsa verso il furgone accompagnati da un salva di improperi, fischi e sfottimenti per il tentativo non riuscito, poi svoltato l’angolo e notato il mezzo prendono il largo anche loro.
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Questo romanzo, ambientato fra Milano e Genova nel luglio del 2001, è un’opera di fantasia. I personaggi, i luoghi nominati e gli eventi che vi si svolgono sono inventati, gli eventi e le persone eventualmente reali, che fanno da sfondo alla narrazione come ai personaggi, sono tratti da fatti di cronaca riportati dai notiziari o dai quotidiani e liberamente interpretati a fini creativi e immaginari. Ogni altro e qualunque riferimento a persone, luoghi, cose, eventi realmente esistiti o esistenti è puramente casuale e/o esclusivamente funzionale ai fini immaginari della narrazione. Ogni deduzione o interpretazione storica, filosofica o letteraria è meramente funzionale alla narrazione romanzesca quale opera di fantasia.
Una storia italiana
Capitolo XX°
(20)
Genova
Venerdì, 20 Luglio 2001
La decisione di svicolare dal casello più prossimo alla città di Genova deviando sul paese di Voltri con un giro più ampio si rivelò indovinata a metà. Giunti nell’abitato di Voltri e acquistato un quotidiano per avere aggiornamenti sulla situazione si resero conto di trovarsi dalla parte opposta della zona di Genova in cui si svolgevano le manifestazioni, Voltri si trova infatti a una dozzina di chilometri a ovest di Genova, la quale è disposta in maniera tale da avere la parte storica, quella asserragliata nella così designata zona rossa, distesa sulla zona orientale del golfo portuale, quella con il Palazzo Ducale, i vicoletti, i carrugi, la parte più antica insomma. Si procurarono uno stradario di Genova e cercarono un percorso che li conducesse il più vicino possibile allo stadio Carlini, che pareva essere il luogo di assembramento per l’inizio del corteo di protesta che parve loro più interessante, riservandosi di variare il programma a seconda di ciò che avrebbero riscontrato sul posto. Nessuno di loro tre, infatti, apparteneva ad organizzazioni, associazioni o formazioni schierate di qualunque tipo, la loro era una semplice adesione di supporto in pura linea di principio, coartata da necessità e situazioni che non avevano previsto, incentivata forse da una ricerca di logica, come un’indagine filosofica “sul campo“, ciò in special modo da parte del Cusani.
L’idea dell’autobus venne scartata per la complessità della zona di Genova e la totale nescienza della toponomastica locale. Una sommaria occhiata allo stradario e alla piantina di Genova li convinse che la macchina di Sandro avrebbe servito egregiamente allo scopo facendo il giro più periferico della città nella zona residenziale, che appariva abbastanza tortuoso sulla mappa, per via di salite e discese, tornanti, curve, intersezioni, però era affrontabile e molto probabilmente non affollata di poliziotti.
Nel flusso del traffico mattutino Dott. Cynicus, di fianco a Sandro al posto di guida, cercava indicazioni sullo stradario, Germano, proteso in avanti e appoggiato allo schienale del sedile, offriva il suo supporto sbirciando sulla mappa e verificando direttamente sulla strada la corrispondenza; alla loro destra appariva e spariva il mare in un alternarsi di centri abitati, piccole marine, insenature addobbate a spiaggia in procinto di essere assediate da brutture cementizie.
Il tragitto era breve ma il caos mattutino lo rese difficoltoso; a Voltri regnava quella calma indaffarata dei luoghi turistici ma appena superata la zona balneabile e penetrata la vasta zona portuale il traffico si fece pesante, pareva di stare in un suburbio industriale di Mosca e il cielo estivo faceva contrasto con il paesaggio addomesticato ad utilizzo specifico, il sole era una semplice fonte di luce che produce illuminazione a scopo di mantenimento delle attività, come se il cielo fosse il coperchio sbagliato di un contenitore bizzarro.
A7
A Sampierdarena cominciarono a guardarsi attorno per cercare un percorso adatto e si trovarono nel groviglio di svincoli e deviazioni formato dalle derivazioni del casello terminale della A7, la Milano–Genova che avevano scartato inizialmente. Si guardarono in faccia ma nessuno fece il commento che tutti pensarono, riuscirono a districarsi e ritrovarsi in Piazza Di Negro, una specie di autostrada cittadina con un bel fronte marino rallegrato da una strada sopraelevata intersecata al di sotto da una serie di binari ferroviari e oltre, prima del mare, una cala portuale per giganti della navigazione all’interno del golfo portuale di Genova. Il panorama li distrasse, certe cose attraggono inesorabilmente, che siano belle oppure orribili, poi imboccarono Via Venezia in direzione delle colline e si resero conto di essere appena usciti dal limitare della zona gialla che avevano sfiorato deviando su Via Venezia da Piazza Di Negro e si sentirono direttamente ridicoli ma nuovamente nessuno fece commenti.
Ora il percorso si faceva tortuoso, percorse poche centinaia di metri la città di Genova, che dalle superstrade che avevano lasciato si intravedeva ad oriente, era scomparsa dietro una collina e stradario alla mano cercavano di districarsi fra contorte strade dai nomi di città, per lo più italiane, percorrendo zone residenziali di varia foggia, poi da Via Bologna sbucarono su Largo San Francesco da Paola e da quella posizione sopraelevata riuscirono a vedere nuovamente la città distesa sulle colline e protesa verso il mare nell’abbraccio del porto, poi nuovamente in discesa verso una valle che stando alla mappa andava a sfociare presso la stazione Principe poi nuovamente in salita attraverso tornanti e incroci e curve in una serie di salite e discese e cambi di direzione di cui avevano perso il conto e se avessero dovuto ripercorrerlo a ritroso non ne avrebbero trovato la traccia, fisso nella mente avevano l’obiettivo del cavalcavia denominato Via Terralba che avevano localizzato sullo stradario come punto di riferimento per avvicinarsi al punto di partenza del corteo, anche se non intendevano andare fino allo stadio Carlini, che si trovava a circa un chilometro dal cavalcavia di Via Terralba, si sarebbero aggregati lungo il tragitto del corteo oppure, in alternativa, avrebbero tentato di avvicinarsi alla zona recintata, dove sicuramente erano in programma altre manifestazioni di protesta, il programma non mancava di suggerimenti.
In Via Cellini parcheggiarono e si diressero a piedi verso quella che ritenevano la direzione di via Terralba, sbirciando nelle vetrine lungo la via l’esistenza di un bar, la traversata di Genova, ma soprattutto la notte quasi insonne, faceva loro desiderare una colazione decente completa di caffè che non avevano fatto a Voltri una volta usciti dall’autostrada nell’agitazione di dover giungere a destinazione all’interno di una zona strettamente sorvegliata, o quasi. Ora, compiuta questa prima parte della loro missione di protesta si sentivano rilassati, sebbene un po’ stanchi, tranne Sandro che appariva fresco come un bocciòlo, ma pronti per aggregarsi ad un corteo di loro gradimento. Erano le nove passate, non avrebbero mai immaginato di impiegare così tanto dal casello di Voltri alla destinazione ma avevano dovuto cambiare direzione più volte e anche rifare certi tratti a ritroso a riprendere la via giusta. La zona appariva tranquilla e si sentivano blandamente eccitati per la giornata che li attendeva, non che avessero grilli in capo per commettere chissà chè in danno di chissà chi, semplicemente la novità della protesta li aveva immedesimati in un ruolo per loro inedito e tendevano a sparlare di questo e di quello senza trattenersi troppo, i loro freni inibitori erano al riguardo un poco allentati, non erano agli schiamazzi, che non facevano parte del loro bagaglio comportamentale, ma l’eccitazione sobillava la parlantina più del normale.
Il bar aperto lo trovarono, nulla di più facile e banale in una zona della città esclusa dagli interessi di protesta e frequentata dal passaggio di persone dedite ai loro affari e ai loro interessi. Il locale non era ampio però aveva qualche tavolino a ridosso delle vetrine a cui stavano seduti alcuni avventori impegnati nella lettura dei quotidiani, sportivi nella migliore tradizione dei bar ma data l’occasione particolare anche quelli che riportano la cronaca nazionale con commenti ad alta voce sulla situazione attorno alla fortificazione del centro storico.
Germano, Sandro e Claudio si accostarono al banco per ordinare gettando un’occhiata ai tavoli nella speranza di trovare posto e rilassarsi un po’ prima di affrontare la città, al momento erano tutti occupati e coperti da giornali dispiegati a pieno tavolo a mo’ di tovaglia, ciascuno con un cliente intento a sbocconcellare una brioche o qualcosa di simile con la faccia piantata sul quotidiano; le urgenze della vita però generavano un certo ricambio cosicché molto presto qualcuno lasciò libero un tavolo e Claudio se ne appropriò richiamando gli altri due.
Un tizio sui quaranta seduto al tavolo vicino li notò sedersi, pareva il classico tipo molto spigliato, di quelli che non mancano mai in qualunque bar, quelli che ti possono attaccare un bottone su qualunque argomento, dal campionato di calcio allo sbarco sulla luna passando per tutti i luoghi comuni sulle donne, la politica, il tempo atmosferico e le condizioni di salute di sé e i propri parenti fino al terzo grado di parentela e forse anche oltre. La sua espressione era tipicamente gaia come se la felicità fosse la sua condizione perpetua e immutabile e la sua simpatia e fiducia fossero garantite da istituzioni plurisecolari, e su questo riguardo i tre avrebbero fatto meglio a porre attenzione, i servizi segreti della gioventù sguazzano in condizioni di protesta o forse di guerriglia urbana. Il tipo se ne venne fuori con una banalità sul calcio:
– Allora ragazzi, cosa fa la Sampdoria? – che non c’entrava con alcunché, tranne che con la città di Genova e gli eventuali tifosi non genoani.
I tre si guardarono in faccia cercando di individuare a chi fra loro tre fosse diretta la domanda e avvedendosi che era stata sganciata su di loro senza un bersaglio preciso come una bomba d’aereo della IIa guerra mondiale ebbero un attimo di indecisione, Claudio prese l’iniziativa affermando semplicemente che:
– Il campionato è finito due mesi fa e un posto a metà classifica della serie B non è qualcosa per cui vale la pena di esaltarsi, e comunque non tifo per la Sampdoria.
Sandro e Germano si guardarono in faccia, non avrebbero mai sospettato questo interesse e questa precisione di cronaca da parte di Dott. Cynicus verso il calcio e i suoi risultati. Durante la risposta di Claudio il tipo li squadrò rapidamente uno ad uno e un certa indecisione prese corpo sul suo volto, evidentemente non sapeva come classificarli, certamente non erano di Genova, questo l’aveva capito di sicuro dall’accento, forse gli parevano troppo educati per essere dei rivoltosi e abbigliati troppo decentemente, e la loro educazione e posatezza lo teneva sulle sue, per un istante parve come sopraffatto dalla sua uscita imprecisa, i tre lo guardavano con una certa espressione di stupore che sottolineava un’intima interrogazione sulle possibilità di prosieguo della conversazione da lui iniziata, constatato che alcun argomento pareva tenere insieme un interesse comune al dialogo. La pausa di silenzio non durò più di un paio di secondi che parvero minuti per la strana atmosfera che s’era instaurata fra i due tavoli poi il tipo fece una domanda più diretta insistendo su di una confidenza che alcuni soggetti ritengono d’obbligo nel dialogo fra vecchi e giovani, dove ovviamente i vecchi si sentono in diritto di una confidenza di cui i giovani farebbero volentieri a meno, non fosse altro che per la solita incongruenza e incompatibilità fra gli interessi di generazioni diverse:
– Allora ragazzi, si va a protestare o si va in spiaggia?
– Per adesso si fa colazione – intervenne Sandro che aveva fiutato qualche anomalia – poi si fa i turisti.
Qualcuno dei tre stava sicuramente pensando un vdvic (và [a] dà via i ciàp) ma essendo in trasferta in una città foresta e sotto possibile minaccia di “agenti”, radunati in gran numero in più di qualche angolo, se ne stettero in silenzio e si limitarono ad assecondare la risposta di Sandro quale portavoce senza fare commenti. Il tipo non parve intenzionato a demordere, pareva che volesse estrarre a forza qualche commento, qualche spunto, qualche giustificazione per inquadrarli in qualcosa che avrebbe soddisfatto una deplorevole bramosia di malafede e doppia personalità.
– Da qui l’unica strada per andare in centro è il ponte sopra la ferrovia di via Terralba o il sottopasso di via Torino, però non è giornata per visitare la città, se andate oltre potreste incontrare dei manifestanti e poi anche dei poliziotti in tenuta antisommossa…
– Vedremo di stare lontano dai guai – lo interruppe Sandro per chiudere la conversazione che stava diventando una specie di interrogatorio mediato.
Il tipo parve arrendersi, ripiegò il giornale sportivo che stava spulciando e lo lanciò con un debole gesto sul tavolo come a sottolineare la decisione di abbandonare il posto; cosa che fece alzandosi stancamente e salutando con un sorriso i tre e prese la direzione della porta dicendo un Buona Giornata al barista che non lo degnò di uno sguardo, nessun altro dei presenti lo prese in considerazione. Sandro lo osservò allontanarsi senza fare commenti, Germano e Claudio avevano addentato la loro colazione rilassati contro lo schienale delle rispettive sedie. Sandro osservava il tipo che li aveva apostrofati per attaccare discorso, se ne stava immobile sul marciapiede fuori dal bar e pareva indeciso sulla direzione da prendere, Sandro fece un cenno del capo a Claudio e Germano per indicare loro il soggetto e tutti e tre lo rimarcarono fuori dalle vetrine come se fosse un essere vivente in una gabbia di vetro, davvero un tipo strano, talmente strano che nessuno dei tre osò esprimere un commento o fare una critica anche solo goliardica, poi il soggetto prese la direzione di via Terralba con un passo che appariva svogliato o incerto, pareva che stesse cercando qualcosa senza sapere cosa.
Germano si rilassò contro lo schienale della sedia con i gomiti appoggiati ai braccioli, gettò uno sguardo ai suoi due amici prima di infilarsi gli occhiali da sole poi disse:
– Buonanotte. Svegliatemi quando è ora di andare via. E vedete di non lasciarmi qui da solo con il conto da pagare – e appoggiò la testa contro la vetrina che gli stava alle spalle.
– Potrebbe essere un’idea – rispose Sandro.
– Ehi, allora mangio un’altra brioche – rincarò Dott. Cynicus.
Germano sorrise da dietro gli occhiali poi assunse un aspetto quasi severo, si capiva che si stava impegnando a dormire per davvero, il cappuccino non lo aveva svegliato punto. Il rumore di sottofondo del bar già gli arrivava come se provenisse da venti metri di distanza in maniera uniforme senza una direzione definita, solo i “belin” che inframmezzavano la conversazione generale degli avventori eccedevano di quando in quando il livello sonoro come parole forestiere e perciò catturate più facilmente dal contesto generale, nel dormiveglia che si era impadronito di lui si accorse di pensare «Ecco cos’è l’Italia, fai appena duecento chilometri ed è come se fossi all’estero», poi altre cose strane e bizzarre popolarono la sua mente, la cadenza della parlata locale con quell’ascendere degli accenti fino a metà frase per poi ricadere come a rimbalzi lo cullava e si sentiva come condotto per strani vicoletti, stradine strette fiancheggiate da alti caseggiati e una fessura di cielo lassù come una fetta di azzurro, frasi incomprensibili di dialetto genovese stretto gli pareva provenissero da portoni, cortili, ingressi, negozi, scalinate, androni aggettanti su questi viottoli urbani che stava sognando di percorrere, bambini che si rincorrevano su e giù per le salite, donne affacciate o intente a stendere panni sui fili tesi fra una finestra e l’altra nell’armonia di un calore estivo umbratile e avvolgente, poi una voce ostinata che diceva EHI, EHI, una voce conosciuta e un tempo amica che ora stava distruggendo questo mondo fantastico, poi una manona che lo scuoteva per una spalla e infine la visione, reale, di due netturbini che parlavano in dialetto genovese appoggiati al banco del bar e la faccia di Sandro che lo sovrastava intento a scuoterlo per una spalla ridendo senza rumore accompagnato dall’uguale ilarità di Dott. Cynicus che lo osservava seduto di fronte. Con voce sonnolenta Germano rispose:
– Grazie per non avermi lascito il conto da pagare.
– Quello lo faremo a mezzogiorno quando andremo nel ristorante più caro della città – rispose Dott. Cynicus – per una colazione non valeva la pena.
Germano si stirò alzando le braccia ed emettendo un debole verso animale e ricomponendosi sulla sedia, poi chiese:
– Perché non mi avete lasciato dormire ancora un po’?
– Perché sono già le dieci passate, hai ronfato quasi un’ora e il barista aveva cominciato a guardarti strano, forse pensava che fossi fatto.
– Non mi sono mai fatto di nulla e nel contesto l’unica cosa che mi sono fatto è il suo cappuccino… parli bene tu che hai dormito della grossa fino a quando non abbiamo lasciato l’area di servizio…
– Mentre noi ricostruivamo il mondo – rincarò Dott. Cynicus.
– Che sarebbe? – inquisì curioso Sandro con un’espressione aggrottata che sottolineava voglia di sapere e ugualmente il dubbio di una presa per i fondelli.
– Grandi segreti sono stati scambiati questa notte – disse Germano ridendo di una voce ancora stanca del repentino risveglio – forse Dott. Cynicus ti metterà al corrente.
– E abbiamo perfino demolito…
– Beh, non proprio. Abbiamo cercato di contribuire con una piccola spallata.
Sandro guardava alternativamente Germano e Claudio cercando di capire chi dei due lo stesse pigliando in giro di più, poi Dott. Cynicus estrasse quel libello dalla piccola tracolla che aveva con sé e si dette un contegno sussiegoso sbirciando il Marzenit da sotto in su e ridendo in combutta con Germano poi buttò là:
– Segreto per segreto. Vogliamo sapere quale romanzo stai scrivendo… perché lo so che stai scrivendo un romanzo.
Sandro guardò entrambi con un’espressione inquisitrice, i suoi occhi neri parevano bucare le spesse lenti degli occhiali e la presbiopia sembrava sopraffatta da un desiderio di rivalsa verso i suoi due amici, poi riprese possesso della sua bonomia goliardica e disse con tono di superiorità:
– Cronache erotiche potrebbe essere il titolo.
– Ah – interviene Germano – sembra una roba molto commerciale, ma non pare una forma confidenziale, diariesca intendo….
– Di quale diario stiamo parlando?
– Questo lo chiariremo dopo, spiegaci che cosa sarebbero queste cronache erotiche…
– Beh, semplicemente questo, …ehi, vi espongo solo la trama, non pensate di poter sbirciare nei miei appunti. Beh la storia si svolge a Torino, dove un giovane, diciamo sui ventisei, ventisette anni, si dedica a rapporti erotici con donne sempre differenti e tiene una specie di diario su tutte le sue conquiste…
– Ehi, il diario pare una moda – interrompe Germano.
– Lascialo continuare – interviene Dott. Cynicus.
– Beh, dicevo tiene un diario su tutte queste avventure erotiche che avvengono esclusivamente nella città di Torino. Un giorno gli capita di rileggere questi appunti di vita e si convince che gli amplessi che ha avuto hanno tutti un riferimento con il demoniaco… non il “peccato”… insomma, come saprete Torino ha questa nomea di città del Diavolo, per certi edifici, certe strutture e tradizioni…
– Certa gente con la fissa, magari…
– Beh, però esiste questa relazione culturale col demoniaco nella città di Torino, ne è stato già scritto abbastanza in merito, il punto del romanzo non è però il demoniaco, non si parla del Demonio né dei suoi adepti o dei riti che questi mettono in piedi nascostamente, quanto dello strano effetto che la scoperta induce sul personaggio principale del romanzo e la nuova luce con cui inizia a considerare la sua vita e le sue relazioni, e qui mi fermo sennò mi copiate l’idea… e adesso fuori con i vostri segreti, perché avete la faccia di qualcuno che pretende di averne…
Germano guarda Dott. Cynicus sorridendo il quale a sua volta inalbera la sua espressione migliore e guardando Germano fa:
– Pare che anche Sandro denigri il diario, non apertamente come me ma preferisce parlare d’altro, metafore, invenzioni, oscure tradizioni, sesso, tutto tranne il personale… sono perfettamente d’accordo si “Je” c’est un autre alors il faut parler d’autre.
– Di quale diario stiamo parlando? – inquisì Sandro gentilmente.
– Di nessun diario a questo punto – intervenne Germano –, poiché pare una forma negata da tutti e usata ugualmente da tutti. Ti ricordi di quel segreto divulgabile di cui ci ha parlato Dott. Cynicus stanotte quando lo abbiamo accompagnato a casa? – Sandro accenna di sì con la testa – Ecco, è un finto diario, un diario della vita immaginaria di qualche sconosciuto personaggio, in pratica un finto diario, dove le cose narrate sono rigorosamente inventate…
– Non mi sembra un grosso segreto, dopo tutto, anche se in maniera blanda ci eravamo scambiata qualche opinione al riguardo, senza entrare in dettagli…
Il barista venne al loro tavolo, più che un’ordinazione pareva stesse verificando che tutto fosse a posto; i tre smisero di parlare e porsero la loro attenzione. Alla domanda se serviva qualcos’altro Germano rispose immediato:
– Un caffè.
– Uno anche per noi due e ce lo veniamo a prendere al banco. – E si alzarono tutti al seguito del barista.
L’interludio del caffè aveva posto fine alla discussione e richiamato i tre allo scopo per cui erano giunto a Genova. Fuori dal bar consultarono lo stradario e presero la direzione di Piazza Terralba e dell’omonimo cavalcavia che andava a sbucare su via Tolemaide, dove sarebbe passato il corteo a cui intendevano aggregarsi, per il momento di avvicinarsi al centro non ne avevano voglia e pareva loro che la zona assediata sarebbe stata maggiormente teatro di eventuali scontri per il tentativo di infrangere il limite delle barriere e poter vantare in tal modo una specie di successo. A dirla tutta il corteo che sarebbe passato da via Tolemaide non lo si prevedeva esattamente pacifico, era il corteo dei disobbedienti, un nome un programma, ma in virtù del fatto che la zona rossa era relativamente lontana non avevano ravvisato particolari problemi ad aggiungersi al corteo in quel punto. Poi eventualmente avrebbero proseguito autonomamente o con altri manifestanti, la gente che intendeva protestare non mancava. Camminavano chiacchierando e cazzeggiando diretti al luogo del rendez-vous non concordato, un tizio in compagnia di una donna molto anziana aveva suonato un campanello di un condomino e si era voltato verso la stessa a dire:
– Non c’è nessuno.
Dott. Cynicus s’infervorava facilmente per le cose dei BDdLC, forse non come Mario e Gianni ma era comunque un discreto segugio dei luoghi comuni, forse a volte un po’ eccessivamente. Si fermò sul marciapiede facendo un passo avanti e voltandosi di scatto a bloccare i suoi colleghi con un’espressione spiritata sul volto prese a dire con una certa enfasi:
– Ehi… “non c’è «nessuno»”….
– E a noi che ce ne frega – rispose Sandro gettando un’occhiata al tipo che aveva suonato il campanello ed ora se ne tornava verso una vettura parcheggiata a bordo strada in compagnia di una ultrasettantenne.
– Non hai capito, Non c’è … “Nessuno” … – insistette Dott. Cynicus separando “Non c’è” da “Nessuno”.
– Continuo a non capire –insistette a sua volta Sandro.
– Vuole dire – interruppe Germano – che se “Non c’è… Nessuno” allora c’è qualcuno.
Sandro si era fermato in mezzo al marciapiede e guardava alternativamente Claudio e Germano, poi, assumendo un’aria compita e severa disse:
– Occhéi, occhéi, ho capito, due negazioni affermano e quindi se non c’è nessuno allora c’è qualcuno, ma prima che vi montiate la testa vi rammento che demolire questo è pressoché impossibile, è un errore logico radicato nella nostra lingua e nulla e nessuno vi darà ragione al riguardo. Ora immaginate di rispondere ad uno psichiatra che vi domanda “Chi c’è?” in una stanza dove non c’è nessuno e voi rispondete “C’è Nessuno”, quello vi dirà che avete letto l’Odissea e vi siete montati la testa e magari pensa che vedete anche il Ciclope.
– Quindi?
– Ce ne freghiamo – concluse Germano.
Sandro rise sonoramente, Dott. Cynicus fece una delle sue smorfie verso Sandro che faceva finta di non avere visto ma rideva di nascosto. L’atmosfera era delle migliori e ciascuno dei tre si sentiva addosso la migliore energia che potesse desiderare, non che fossero esaltati ma vedevano il mondo davanti a loro come un immenso caleidoscopico, multiforme oggetto di interesse. A questo punto i loro sensi erano tesi alla ricerca di qualunque spunto potesse accendere la miccia dei BDdLC, ma il materiale mancava.
Piazza Terralba era al prossimo isolato e quando vi giunsero vi trovarono una calma talmente ordinaria che pensarono di avere sbagliato città, sapevano che a Piazza Novi doveva essere in corso una differente manifestazione e in linea d’aria era a sei settecento metri, una passeggiata. Attraversarono il cavalcavia e su via Tolemaide girarono a destra e poi imboccarono Via Montevideo per raggiungere Piazza Novi.
Depositato come opera originale presso la S.I.A.E. – O.L.A.F. Deposito n° 2010001634 del 12/04/2010
Tutti i diritti sono riservati. È vietata qualsiasi manipolazione e/o alterazione, totale o parziale, dei contenuti di questo testo, ivi inclusa la traduzione in altre lingue senza previa autorizzazione della proprietà letteraria. È vietata la riproduzione a stampa senza previa autorizzazione della proprietà letteraria. È vietato l’utilizzo diverso, totale o parziale dell’opera, da quanto consentito tramite l’acquisizione legale di una copia con autorizzazione scritta della proprietà letteraria all’uso e/o commercializzazione. È vietata la riproduzione totale o parziale del testo di questo scritto in siti web senza l’autorizzazione della proprietà letteraria.
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Questo romanzo, ambientato fra Milano e Genova nel luglio del 2001, è un’opera di fantasia. I personaggi, i luoghi nominati e gli eventi che vi si svolgono sono inventati, gli eventi e le persone eventualmente reali, che fanno da sfondo alla narrazione come ai personaggi, sono tratti da fatti di cronaca riportati dai notiziari o dai quotidiani e liberamente interpretati a fini creativi e immaginari. Ogni altro e qualunque riferimento a persone, luoghi, cose, eventi realmente esistiti o esistenti è puramente casuale e/o esclusivamente funzionale ai fini immaginari della narrazione. Ogni deduzione o interpretazione storica, filosofica o letteraria è meramente funzionale alla narrazione romanzesca quale opera di fantasia.
Una storia italiana
Capitolo XIX°
(19)
Luogo imprecisato fra Liguria e Piemonte
Venerdì, 20 Luglio 2001
La Ypsilon® di Sandro se ne stava ferma in un’area di sosta lungo l’autostrada A26 a forse sessanta –settanta chilometri da Voltri o forse meno, non importava loro di sapere dove fossero esattamente in quel momento; una specie di tattica di avvicinamento alla città di Genova era stata pianificata durante il tragitto ed erano giunti alla conclusione unanime che il momento migliore per giungere a Voltri, in considerazione della difficoltà di entrare a Genova o anche solo avvicinarvisi in qualità di non residenti, era il momento dell’alba, quel momento al contempo fosco e piacevole in cui le attenzioni si diluiscono in un involontario quanto inconsapevole buongiorno alla vita, qualunque siano le condizioni esistenziali che si stanno sperimentando e ciò unito al fatto che il momento successivo è quello dell’ora di punta, il periodo della giornata più caotico e trafficato per gli ordinari scopi umani tipo recarsi al lavoro, portare i figli all’asilo, fare la spesa, insomma, il normale industriarsi per il vivere in cui tutte le esistenze si mettono in moto alla stessa ora.
Era loro convinzione che se fossero arrivati nella città di Voltri in anticipo avrebbero dovuto aspettare il giorno girovagando o fermi in macchina, con il rischio di venire notati e inquisiti anticipatamente dalla pula. Entrando in città nel momento in cui la gente si mette in movimento sarebbero passati inosservati; Sandro, Germano e Dott. Cynicus erano certi di riuscire a intrufolarsi in un autobus diretto a Genova mescolandosi ai pendolari per poi raggiungere un corteo e unirsi la protesta. Mancando ancora più di un paio d’ore al sorgere del sole avevano deciso di fare una sosta e Sandro, fermato il veicolo, aveva reclinato il sedile e si era addormentato di botto chiedendo ai suoi colleghi di svegliarlo in tempo. Dott. Cynicus ci aveva provato a dormire ma non ci riusciva proprio, così era sceso dalla macchina e se ne stava sotto un lampione con in mano una specie di quadernetto o libello che attirava tutta la sua attenzione.
Autogrill di notte
Anche Germano ci aveva provato a dormire rovesciandosi su un fianco nei sedili posteriori ma non era riuscito a trovare una posizione sufficientemente comoda da fargli dimenticare il caldo e la sconvenienza della sistemazione che dopo solo pochi minuti gli aveva fatto percepire l’esistenza della spina dorsale, del collo, della forza di gravità e di altre cose che normalmente non notava e che in quel contesto parevano aver formato una congiura contro la sua tranquillità e il desiderio di riposo, così ci aveva rinunciato e accortosi dell’assenza di Dott. Cynicus si era alzato per verificare la sua presenza nei paraggi e lo aveva reperito sotto il lampione di cui sopra, concentrato sulle pagine di qualcosa che nella poca luce assomigliava a un libro ma poteva anche non esserlo.
Germano non è proprio il tipo che ti vede fare qualcosa e deve chiederti immediatamente e senza concederti scampo «Che cosa stai facendo?», la quale molto spesso è una domanda davvero noiosa che per certi versi ha autorizzato l’esistenza di risposte goliardiche e folcloristiche a sottolineare il desiderio di non essere disturbati, però nell’auto si sentiva scomodo e gli doleva la schiena per quel tentativo di dormire in quello spazio angusto, così scese per sgranchirsi e cominciò a camminare un po’ all’intorno. Sandro pareva dormire della grossa e non aveva mostrato segno di disturbo all’agitazione che aveva provocato Germano per riprendersi la posizione eretta reclinando in avanti il sedile che occupava Dott. Cynicus uscendo dalla macchina dallo sportello lato passeggero fra i due disponibili nella piccola vettura; ciò dovuto anche a tutta l’attenzione che Germano aveva impiegato a non chiudere la portiera sbattendola, l’aveva invece accostata e poi l’aveva spinta fino a sentire un click, che non garantiva una chiusura ma ne faceva mostra.
Sull’autostrada un blando traffico notturno costituito per lo più da autocarri manteneva un costante e monotono rumore, poche vetture parcheggiate, un certo numero di autocarri in sosta, l’edificio di un autogrill che dalla loro posizione potevano solo vedere dal retro presso le cui entrate di servizio erano ammassati cartoni vuoti, sacchi di immondizia, un paio di cassonetti che non parevano di alcuna azienda e non si capiva da chi sarebbero stati svuotati, un certo numero di bidoni per la separazione dell’immondizia di cui nessuno pareva prendersi cura per cui l’immondizia separatista si era riunificata sul selciato per l’esaurita capienza dei contenitori stessi senza che il medesimo nessuno si accorgesse della necessità di svuotarli, alcuni grossi split esterni dell’aria condizionata appesi al muro che contribuivano al rumore di sottofondo dell’autostrada, un paio di ventole che si potevano presumere come appartenenti ad un sistema per l’estrazione dell’aria da un locale di cucina o bar o qualcosa del genere e che contribuivano anch’esse per una quota di decibel di sottofondo, carrelli zincati per il trasporto delle merci all’interno dell’autogrill in un tentativo di allineamento non molto riuscito.
Il mondo autostradale visto dal retro non era gran ché; Germano camminò un po’ all’intorno cercando spunti di interesse che non esistevano, Dott. Cynicus si accorse della sua presenza e si distrasse dall’oggetto delle sue attenzioni individuandolo nella luce oscura, fosca e lattiginosa di alcuni lampioni che irradiavano quel retro di autogrill restando per un istante fisso ad osservarlo cercando di capire quali fossero le sue intenzioni. Germano pareva non avere intenzioni, praticamente bighellonava a passo lento e inconsapevolmente in circolo per l’ovvia intenzione di non allontanarsi dalla macchina, dove Sandro, addormentato, era praticamente alla mercé di qualunque malintenzionato, benché l’ora fosse molto tarda, per non dire inoltrata o pressoché mattiniera, e di gente a zonzo nemmeno l’ombra, fatta la tara di un paio di camionisti di lingua sconosciuta di cui si percepivano le altercazioni in sonorità est europee ma di cui non si vedeva sagoma o fisionomia, probabilmente erano nascosti fra un camion e l’altro ad una ventina di metri da loro e a giudicare dal tono di voce o erano sordi o litigavano di brutto, o forse erano semplicemente sbronzi.
Il Cusani gli fece segno di avvicinarsi con un ampio gesto del braccio e senza dire alcunché, Germano lo osservò un istante e poi si diresse verso di lui a passo lento, guardandosi intorno e frugando l’oscurità con gli occhi per vedere se riusciva a notare quei due che si sentivano parlare; curioso, notò il Tirlonza, come in mezzo a tutto il frastuono di un’autostrada la cosa che si nota di più sia la voce umana. Il Cusani lo guardava avvicinarsi, o meglio, aveva l’esatta sensazione che lo stesse guardando perché nella poca luce non poteva esserne certo e il lampione che gli stava proprio sopra la testa creava un’ombra ancora più scura sotto al riparo dell’arcata sopraccigliare, stava seduto sul cordolo che separava una corsia dell’area di sosta, l’ultima verso il confine dell’autostrada, oltre la quale c’era un po’ di area verde, che di verde non aveva gran ché ed era infiorata dal luccichio di molte lattine di alluminio che rilucevano debolmente i riflessi dei lampioni, e poi, oltre, una campagna boscosa e montuosa nel nero della notte. Arrivato a tiro di visuale notturna constatò che il Cusani sorrideva, ma non sembrava il suo solito sorriso, non il ghigno divertente di Dott. Cynicus, era un sorriso bonario, non proprio rassegnato e nemmeno stanco, piuttosto distante e disilluso; Germano lo avrebbe quasi definito un sorriso triste o forse era solo la sua impressione nell’ora particolare e il posto quasi assurdo in cui si trovavano. Si sedette di fianco a lui sul cordolo, per qualche istante nessuno dei due parlò, poi il Cusani disse:
– Dorme ancora? – facendo un cenno con capo verso la macchina di Sandro col medesimo dentro e addormentato.
– Come un sasso, beato lui. Dobbiamo aspettare ancora un paio d’ore almeno. Dormirei volentieri anch’io, ma non ci riesco in quella macchina.
La risposta di Germano non trovò replica da parte del Cusani, che lo ascoltò parlare guardandolo e poi in silenzio diresse il suo sguardo verso un punto indefinito nel bordello di asfalto, reti metalliche, autocarri, macchine, guardrail, insegne al neon, lampioni, segnali stradali, pareva che cercasse qualcosa dentro di sé in quell’oscurità addomesticata e motorizzata, poi si riprese e disse:
– Pensi che stiamo facendo la cosa giusta?
Il Cusani gli rivolse la domanda guardandolo e nel contempo, sempre accucciato sul cordolo, teneva le braccia appoggiate sulle ginocchia e protese diritte in avanti con le mani congiunte da quel libello o quaderno che Germano aveva notato anche da dentro la macchina. Germano osservò ciò che il Cusani teneva in mano, ma senza curiosità, più che altro un gesto oculare, senza alcun interesse particolare ma con attenzione sufficiente per vedere una penna o matita fra l’indice e il medio della sua mano destra, Claudio però lo notò, poi Germano disse:
– Riguardo a cosa?
– A tutto in generale.
Germano restò perplesso un momento, gli era capitato qualche altra volta di sentire il Cusani dare una risposta vaga e ombrosa di significati nascosti e non vi aveva dato peso, perché queste altre volte erano sempre inscritte in contesti affollati di altre persone o impegnati in discussioni, di qualunque tipo, serio o anche faceto, come i BDdLC per esempio, ma ora, in quella desolazione notturna la risposta del Cusani lo metteva in una nuova luce e dimensione che Germano non riusciva proprio ad inquadrare, era sempre lui, il solito Dott. Cynicus ma non era lui per quella nota malinconica che quel «Tutto in generale» così espresso lasciava trapelare. Germano non sapeva cosa rispondere e restò in silenzio, un silenzio che si prolungò per qualche secondo di troppo finché Dott. Cynicus, forse deluso dalla mancata risposta di Germano, proseguì a parlare come rispondendo a sé stesso.
– Non hai la sensazione che sia tutto inutile? Protestare voglio dire. Stiamo andando a ribellarci al G8, va bene, ci vengo volentieri e tutto il resto, ma c’è qualcosa al fondo di tutto che mi fa percepire questo nostro agitarsi, certamente non solo nostro ma qui sto alludendo a noi come generazione, come giovani, nuove leve della società – e fece una pausa come a cercare una prosecuzione o un significato nella sua mente, poi proseguì – …questo nostro agitarsi come superfluo o inutile, non per il significato di opporsi ad una globalità che detta legge sulle nostre vite senza alcuna responsabilità individuabile, quanto per una mancanza di significato da parte nostra come membri della società. Sai qual è il problema? Che il problema siamo noi, noi giovani intendo. Noi siamo il problema e ho la sensazione che andando a protestare metteremo in evidenza questo problema aumentandone la difficoltà. Di fronte alla società in generale, che guarderà al telegiornale la protesta, noi giovani saremo quelli da combattere, da addomesticare, da tenere a bada, gli scapestrati, i buoni a nulla. Non ci è concesso avere un’idea perché le nostre idee non sono già comprese nel mondo che gli adulti hanno predisposto, e agli adulti, o forse in considerazione del fatto che adulti lo siamo anche noi sarebbe meglio dire ai vecchi, ai vecchi, insomma, non gli fai cambiare idea, non la cambieranno mai. La questione non è politica, è sociale. Nessuno vuole che qualcosa cambi e in definitiva dovessi io in prima persona esprimere un’idea di cambiamento sarei con le spalle al muro, è una responsabilità troppo grave, ma resta il fatto che siamo come bestie allo zoo, il nostro destino è rinchiuso, deciso in qualche imperscrutabile maniera. Tutta la nostra società è impostata su persone che definire vecchie è ancora un inutile eufemismo, direi piuttosto che, indipendentemente dall’età, sono adagiate nel meccanismo globale, e il meccanismo è l’identità, anche individuale, in cui avviene ciò che si vorrebbe combattere. Tutto ciò è quantomeno bizzarro, ma di fatto inevitabile. La realtà è l’identità; qualunque essa sia avrà logica.
La questione così come posta dal Cusani colse totalmente impreparato il Tirlonza che prese un istante di tempo per dire qualcosa di conveniente; sebbene sentisse che le ragioni di Dott. Cynicus erano tutt’altro che campate in aria non aveva mai meditato sull’argomento né lo aveva mai osservato sotto la prospettiva propostagli dal Claudio e confessò la cosa con un certo candore:
– Non ho mai guardato la cosa da questo punto di vista e non so cosa risponderti esattamente. In qualche maniera penso che hai ragione, ma tutto quello che hai detto si inscrive in quello che tu stesso hai definito un contesto di società civile, dove le regole vengono da molto lontano e non è così facile sovvertire certe priorità o certi punti di forza che hanno un’estesa coesione e agganci e ragioni di essere che si intessono fra le esistenze degli individui. Non è difficile comprendere questo pensando solamente alla gerarchia di un’istituzione come l’università, che si regge su una base gerarchica fra giovani e non giovani, dovresti essere un genio incredibile per poter sovvertire una cosa simile e sicuramente non basterebbe.
– Non ho voglia di sovvertire nulla, mi accontenterei di trovare un senso. E questo che resti fra noi, perché un senso te lo possono anche trovare, contro ogni tuo desiderio.
Qui Germano tacque, una certa idea di dove volesse andare a parare con quest’uscita poteva anche avercela ma apparteneva a quel genere di cose che si pensano magari, ma non si dicono. Anche Dott. Cynicus tacque e per un po’ se ne restarono in silenzio ad ascoltare il rumore di un’area di sosta dell’autostrada. Germano non resistette alla tentazione di dare un’altra occhiata a quella specie di libro che Claudio teneva ancora fra le mani protese in avanti nella medesima posizione, Claudio se ne avvide e lo guardò dicendogli:
– È il segreto su cui Sandro voleva fare domande ma si è addormentato prima – e sorrise.
– È un segreto di cui puoi parlare o devo far finta di non avere notato nulla?
– Ne posso anche parlare, d’altronde non ci sono grandi segreti dentro, è una specie di diario che tengo un po’ per divertimento, o meglio scimmiottamento letterario, un po’ per sfogarmi, come ho fatto poco fa con te.
Dott. Cynicus accostò il diario o libello al volto ad una distanza di lettura possibile nella poca luce disponibile, lo sfogliò senza dire nulla cercando un punto particolare e poi disse a Germano:
– Ne vuoi leggere qualche brano?
– Se è troppo personale no.
– Non è troppo personale – e gli allungò il suo diario aperto ad un punto preciso aggiungendo – questo dovrebbe dare un’idea di cosa contiene.
Germano prese il libello o piccolo quaderno che Dott. Cynicus gli allungava e si immedesimò nella lettura sentendosi lievemente in imbarazzo, in genere non si legge il diario di nessuno né esiste qualcuno che ti inviti a leggerlo e la cosa gli pareva anormale e magari un po’ troppo al di sopra della confidenza generale che tenevano ordinariamente fra loro, ma forse non c’era davvero nulla di squisitamente personale. La calligrafia era ordinata e precisa ed era scritto nel senso verticale del quaderno in modo che le pagine affiancate formassero un’unica pagina di larghezza doppia, l’oggetto aveva un certo spessore, sembrava una versione particolare di quaderno, di dimensioni generali più piccole del solito, con la copertina semirigida foderata di un tipo di tela che nell’oscurità pareva grigia scura, un tipo di notes non comunemente reperibile. In margine a sinistra erano riportate voci, sempre le medesime per ogni giorno, e alla voce corrispondente era affiancata una descrizione di qualche riga. Passò qualche minuto prima che Germano facesse una inevitabile domanda:
– Questa cosa del suicidio non sarà mica una cosa seria…
– Solo scimmiottamento letterario come ti ho detto, vuole essere una cosa fra il serio e l’ironico, non riguarda me, anche se l’ho scritto io, è una proiezione di una realtà fittizia come pensata o immaginata da qualcun altro che non sono io, d’altronde sai che noia tenere un diario del tipo «Oggi ho fatto questo, oggi ho fatto quello e ho mangiato questo e quello e tizio mi ha fatto la linguaccia» e sai che due palle, come se a qualcuno glie ne fregasse davvero qualcosa. E poi deve essere una sensazione poco piacevole vedersi il passato scritto lì che ti guarda e ti dice «Guarda quant’eri scemo quando scrivevi ‘ste cazzate», anche se di cazzate lì dentro ne ho scritte parecchie come puoi notare, ma le considero come non appartenenti a me, è un burattino letterario che si esprime così – e indicò il diario che Germano teneva in mano.
– Se Sandro legge ‘sta roba stai fresco per un bel po’, ci sguazza dentro per un mese almeno.
– Non credo, non è quel tipo di persona, non è per nulla un buzzurro.
– Hai ragione – e si immedesimò nuovamente nella lettura, Claudio lo distrasse di nuovo.
– E poi so che scrive anche lui, non so cosa esattamente ma scrive. Un giorno compreremo un suo libro e gli chiederemo di autografarcelo.
Germano rise poi ricominciò a leggere. Passato ancora qualche minuto riattaccò con un’altra domanda:
– Sei sicuro di non essere depresso e che è solo un gioco letterario?
Dott. Cynicus lo guardò per un lungo istante, nella poca luce e nella vicinanza fisica vedeva i suoi occhi puntati su di lui come se cercasse di leggere qualcosa dentro la sua persona, poi disse:
– Ho una mezza idea che se mi fai questa domanda sei anche tu al di qua di questa situazione, sebbene io non sia in grado di definire alcuna situazione in particolare. Non credo che il punto sia essere depresso oppure no, benché questo rappresenti una possibilità, il punto è a cosa serve essere felici… felici… – e ripeté due volte la parola felici con una pausa fra la prima e la seconda guardando lontano nell’oscurità – …che detto così suona un po’ come essere la Vispa Teresa. Non è la felicità a rappresentare una condizione criticabile è la consapevolezza di sé stessi che complica tutto…
Germano lo osservò, Dott. Cynicus continuava a guardare lontano nella notte e Germano pensò che stava guardando lontano dentro sé stesso. Passò un momento di silenzio in cui il Cusani perseverava nella sua fissità meditabonda e Germano si sentì legittimato a proseguire la lettura, poi dopo un po’ richiuse il diario e lo diede al Cusani dicendogli:
– Non mi sento autorizzato a proseguire oltre, anche se è uno scimmiottamento letterario come hai detto è comunque una cosa personale, ti ringrazio comunque per la fiducia.
– La tua opinione generale?
– Mmh, un simpatico maniaco suicida – e rise di gusto.
– Non sono un maniaco suicida – disse Dott. Cynicus associandosi alle risate di Germano e aggiunse – non sono io quello descritto lì, è una finzione per descrivere uno stato d’animo ipotetico attraverso un personaggio immaginario.
Per un po’ continuarono a scambiarsi battute ironiche o goliardiche e a ridere di sé stessi in una ilarità genuina e rispettosa delle rispettive intimità, quando le risa vennero meno e la notte riacquistò il predominio con il suo monotono ronron autostradale restarono in silenzio entrambi, come svuotati di energia. Si guardarono in faccia senza parlare e ad entrambi parve evidente che ciascuno aveva una domanda, o forse più di una da porre all’altro riguardo alla loro fuga da Milano e alla preoccupazione per Mina, sebbene fossero praticamente certi di averla consegnata in buone mani. Dott. Cynicus interruppe il silenzio:
– Nessuna notizia da Mina, suppongo.
– È ancora presto, l’abbiamo abbandonata meno di quattro ore fa.
– Che idea ti sei fatto della situazione, se non sono indiscreto a chiedertelo. Intendo la sua frequentazione con quel tipo pericoloso e tutto il resto…
Germano guardò un punto inesistente lontano davanti a sé assumendo un’espressione di incertezza e di dubbio, poi disse:
– Non mi sono ancora fatto alcuna opinione, che diritto ho di giudicare il passato di qualcuno? Per me resta Mina come l’ho conosciuta e come la conoscete voi per le nostre frequentazioni comuni.
Dott. Cynicus fece un gesto di assenso con il capo come a sottolineare la sua approvazione e la sua solidarietà, poi aggiunse:
– Dovrai convenire però che la cosa ha assunto un aspetto pericoloso davvero. Non ho alcuna dimestichezza con quel genere di esperienze ma quella è gente che non ti molla tanto facilmente ed è sostenuta da altri tipi altrettanto morbosi e ossessionati.
– Questo è l’aspetto che mi preoccupa di più, noi viviamo in un mondo in qualche modo protetto, ma è una protezione blanda, nulla e nessuno ti mette davvero al riparo da certe difficoltà. In concreto non so cosa pensare e vi sono grato per l’amicizia che dimostrate, sia a me che a Mina.
Milano, stessa data
Qualcuno predica la certezza della pena e della giustizia ma la prima certezza, quella da cui eventualmente consegue una sedicente certezza della pena, è la certezza del crimine. Ecco, il crimine è una cosa certa, molto più della giustizia (non fosse altro per il fatto che per avere una giustizia occorre necessariamente un delitto, da cui conseguono le priorità), nonostante l’impegno che questa tenta di profondervi ed è un battaglia impari perché la giustizia arriva sempre, o quasi, seconda, a delitto compiuto e il crimine trova molte strade per giungere ai suoi scopi, gli interessi del crimine, per coloro che li perseguono, appaiono sempre più allettanti di quelli della giustizia e i suoi addetti sono fagocitati dalle mire di molteplici profitti, anche irrisori o totalmente inutili, che nulla e nessuno può davvero tenere totalmente sotto controllo.
Fu attraverso una serie di coincidenze assurde ma ostinate che certi inconsapevoli della società nel perseguimento della loro ordinaria esistenza fecero in modo di metterete in comunicazione la posizione di Mina con le mire del Cinese sulla medesima. Scopi secondari tramite i quali il Cinese ricevette notizia della presenza di Mina in un luogo protetto, e la definizione di luogo protetto lo fece sorridere non poco. È penoso notare come tutto ciò che gravita attorno ad un tossico o a qualcuno che si fa di qualunque cosa, prima o poi diventi notizia per i suoi fornitori, come se oltre al problema della dipendenza dovessero affrontare anche quello di una totale mancanza di privacy, quasi fossero degli oggetti e tutto questo tenendo conto del fatto che gli assidui del crimine in genere non tengono archivi o anagrafiche, agiscono a memoria.
Anche se aveva dovuto darsi da fare nel cuore della notte, anche se lo avevano distratto da cose più piacevoli o forse semplicemente tranquille – e la cosa lo faceva spesso arrabbiare perché segnalava un’imperfezione nei piani da lui predisposti -, anche se materialmente Mina non era ancora in sua presenza e si trovava in una situazione che lui non poteva gestire in prima persona, anche se il luogo protetto poteva effettivamente vantare una certo tipo di protezione, fatta la tara di tutti questi anche il Cinese sentiva che la donna non sarebbe andata più oltre nel suo tentativo di sfuggirgli, si trattava solamente di trovare il grimaldello sociale adatto a forzare quella situazione in suo favore e al riguardo le idee non gli mancavano, vantando egli certi crediti in termini di favori e forniture che benché pagate in moneta corrente avevano lasciato scoperte certe debolezze su cui avrebbe potuto fare leva per mettere in moto le persone più adatte per giungere ai suoi scopi.
Depositato come opera originale presso la S.I.A.E. – O.L.A.F. Deposito n° 2010001634 del 12/04/2010
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Questo romanzo, ambientato fra Milano e Genova nel luglio del 2001, è un’opera di fantasia. I personaggi, i luoghi nominati e gli eventi che vi si svolgono sono inventati, gli eventi e le persone eventualmente reali, che fanno da sfondo alla narrazione come ai personaggi, sono tratti da fatti di cronaca riportati dai notiziari o dai quotidiani e liberamente interpretati a fini creativi e immaginari. Ogni altro e qualunque riferimento a persone, luoghi, cose, eventi realmente esistiti o esistenti è puramente casuale e/o esclusivamente funzionale ai fini immaginari della narrazione. Ogni deduzione o interpretazione storica, filosofica o letteraria è meramente funzionale alla narrazione romanzesca quale opera di fantasia.
Una storia italiana
Capitolo XVIII°
(18)
Milano
Venerdì, 20 Luglio 2001
Il nuovo ospite pare sorpreso e indeciso, sorride continuamente all’indirizzo di Mina mentre parla con Fernanda e cerca di scrutare le forme di Mina nascostamente dalla sua **** di scorta, che non è così scema da non accorgersene, la strada le ha insegnato qualcosa nel caso che la sensibilità femminile non le sia di soccorso, ma è certa che Mina non le farà concorrenza, non con quel buzzurro danaroso, d’altronde Mina non pare abbisognare di fondi, anche se non è elegantemente vestita si capisce a occhio che la sua famiglia gli provvede ogni cosa, forse più di quello che le necessiterebbe e a giudizio di Fernanda la sua nuova amica ha carattere per destreggiarsi e tenersi a distanza, benché nel contesto abbisogni del suo aiuto. C’è un momento di silenzio, un vuoto di conversazione in cui nessuno dei tre osa prendere l’iniziativa e si guardano in faccia senza parlare per un lungo istante in cui il Gavani pare esagerare la sua indecisione osservando alternativamente Mina e Fernanda. Mina dice loro che è stanca e vorrebbe ritirarsi, Fernanda coglie l’occasione al volo e lo trascina in camera sua a chiudere una situazione che sta diventando quasi patetica. Mentre accompagna il suo anfitrione, che ancora torce il collo in direzione di Mina, si rivolge alla sua nuova amica indicandogli i due bagni e dicendogli di usare quello che preferisce se ne ha bisogno, quindi chiude la porta della sua stanza.
Per un po’ regna un silenzio totale, Mina entra in soggiorno e si guarda intorno, l’ora è abbastanza tarda, è l’una passata, ma non ha sonno. Osserva i mobili e le suppellettili che cercano di adornare ciò che dovrebbe apparire come un luogo dove si passa il tempo, il soggiorno appunto, ogni cosa pare acquistata in paesi e città differenti per scopi non congrui fra loro, il televisore non manca ed è l’unico oggetto che rappresenta una universalità da potersi accomunare a qualunque altro alloggio umano, il resto si tiene come può a fare mostra di servizio e morta lì; alle pareti ci sono alcuni poster, non molto grandi, fotografie di natura e animali. Sopra la porta di ingresso Mina nota qualcosa di anomalo per lo standard dell’abitazione e si avvicina a verificare, è una strana immagine in bianco e nero che non riesce a decifrare e sotto una scritta che recita: «Questa casa è protetta …o quasi.». Quella frase le provoca un lieve tuffo al cuore, sembra una minaccia ma non lo è, vuole solo essere ironica di qualcosa che Mina non capisce, anche se la raffigurazione le fa venire in mente qualcosa, qualcosa che la fa sorridere e sdrammatizza lievemente la sensazione di persecuzione che quella scritta le ha sobillato.
Dalla stanza di Fernanda provengono lievi brusii e leggeri rumori, per delicatezza Mina cerca di darsi un contegno e un distacco dalle vicende che avvengono nella stanza di Fernanda; accende il televisore a volume moderato quanto basta per non disturbare il condominio e per coprire le sonore intimità di Fernanda e Brando, che pare stiano parlando fitto fitto o trafficando intorno a qualcosa di cui non è affatto curiosa e anche se non si capisce nulla di ciò che si dicono o stanno facendo per educazione decide di mettere uno schermo sonoro fra sé e la riservatezza della sua nuova amica. Il soggiorno è separato in due ambientazioni dal divano, che è rivolto verso la porta finestra e al contempo verso la televisione, piazzata nell’angolo alla destra dell’ingresso, lo schienale del divano si presume che marchi una direttrice in linea retta fra l’ingresso e il reparto notte, che concretamente non ha divisioni dal resto dell’alloggio. Si siede in un cantuccio del divano, che non ha conosciuto tempi migliori, nel lato più lontano dalla TV e si rilassa contro lo schienale, telecomando alla mano, facendo uno zapping continuo e intervallato da momenti di interesse fra canali nazionali e TV private locali o nazionali, data l’ora le televendite non mancano, qualche vecchio film sulle reti a maggiore rilevanza nazionale, quelle le cui programmazioni vengono pubblicate sui quotidiani, un canale semiporno con tre tipe in topless che si rotolano senza scopo su una moquette e con allusioni in sovraschermo ad un numero telefonico da chiamare per assistenza erotica, un mago in giacca e cravatta che spergiura di poter risolvere ogni situazione e ogni problema, un canale a soggetto religioso obnubilato da un rado nevischio di cattivo segnale con quella musica tipo pirule-pirule-pirule-pirule che si pretende angelica (e sai che due che si fanno gli angeli), uno SPECIAL LUMBARD (un titolo praticamente in anglo-bergamasco), che sarebbe un approfondimento giornalistico (in replica si presume, data l’ora) di attività politiche locali emesso da una rete di cui non si capisce il nome tanto è intricato e arzigogolato il logo in basso a destra…
TV
Mina ha un sussulto, nulla di tragico o di pericoloso, ma scommetterebbe una cifra sul fatto che quel tizio dall’aspetto giovanile vestito da politico e con uguali atteggiamenti lo ha incontrato ancora, nel suo periodo anormale, per parafrasare la Fernanda, ma non ne è sicura perché tutto quello che è accaduto in quell’epoca è come avvolto nel desiderio di non essere ricordato, che non è il dimenticatoio, perché la memoria e dura a cancellarsi, specie per i brutti ricordi, ma è la zona fosca che Mina tiene alla larga dalla sua coscienza e che ogni tanto riaffiora nei suoi sogni, che allora si chiamano incubi. Mantiene quel canale per cercare di ricordare qualcosa inerente a quel volto e quella persona, che nella complessione le pare anche un bell’uomo ma che in ogni circostanza gli starebbe a non meno di un miglio di distanza. La pare di ricordare una specie di cerimonia (?) a cui aveva partecipato con il Walter, un luogo dove c’era molta gente, anzi no, un appartamento affollato, anzi… non ricorda, si sforza ma non ricorda. Con un lieve incremento di angoscia rammenta le frequentazioni del Walter, a cui in quell’epoca lei non dava alcuna importanza e alla luce della sua attuale consapevolezza le viene da rabbrividire nel ricordare quale schiera di differenti soggetti si rivolgesse al Cazzarola come se si fosse trattato di parlare ad un grand’uomo o ad una persona molto matura e influente, ed in effetti il Cazzarola dimostrava sempre qualche anno in più della sua reale età, sia per il portamento sia per la folta barba che si radeva regolarmente e che gli lasciava quell’ombra bluastra conferendogli un aspetto più macho, ma concretamente il Walter era un giovane come lei e tutto quel potere che vedeva fluire attraverso la sua persona le pareva quasi divino, sembrava un giovane dio a cui tutti si rivolgono.
Lui, il Cazzarola, pareva sempre dimesso, disponibile e gentile, o almeno così se lo ricordava per come lo vedeva allora, ma dalla deferenza che mostravano i suoi interlocutori doveva incutere loro un certo timore e nel contempo dovevano aspettarsi grandi cose, in cambio di altrettanto grandi favori. Nell’ingenuità della sua giovane età non ci pensava nemmeno ad osservare e cercare di capire in quale storia o situazione si stesse andando a cacciare, viveva sull’onda di emozioni dettate dall’istinto e dalla tarda adolescenza o prima maturità che presume di emanciparsi, ed ora, che si era fatta un’idea magari non esatta ma vicina a quanto poteva definirsi la realtà, ne provava orrore e ribrezzo, ma i momenti di intimità con il Walter certe volte ritornavano inesorabilmente a farsi desiderare nei momenti più impensati e con una brama che pareva afferrarla tutta.
Le viene da pensare a Germano, a dove sarà adesso e che opinione si starà facendo di lei, perché di queste cose a lui non glie ne ha mai parlato, lui non le ha mai chiesto nulla di morboso o di troppo personale riguardo alla sua esistenza prima di conoscerla, il loro è sempre stato un rapporto molto leggero, nel senso positivo e piacevole della parola, di quella leggerezza che fa rima con la levità della gioventù, anche se lei, intimamente si sente come se avesse molti più anni di lui, come se avesse vissuto altre vite di fronte alla sua genuinità, che a volte, non troppo di rado, sconfina nell’ingenuità, ma le piace per quello, per ciò che da lui non dovrà mai aspettarsi, per la sua schiettezza. Però sa che qualcosa si è incrinato, sa che l’emergere di quel Cazzarola nel suo presente ha inevitabilmente fatto crescere domande nella mente di Germano che prima non avrebbero mai avuto l’opportunità di formarsi e sa che per il rispetto che ha di lei non avrà il coraggio di parlargliene apertamente e in maniera franca, per capire e spiegarsi una volta per tutte e per ricominciare tutto come prima.
Questo è il vero problema, lo specchio della sua esistenza si è infranto, mostrando i due mondi che cercava di tenere separati e nascosti l’uno all’altro.
… specchio delle mie brame …
Come soprappensiero mantiene quel canale TV mentre pensa a tutto questo ed ora in quella trasmissione di politica locale un tipo dall’aspetto presuntuosamente ricercato, ma patentemente banale se non volgare, cerca di ampliare la discussione che sta presiedendo come moderatore e la telecamera allarga il campo ad inquadrare altri tipi vestiti da politici, di uguale portamento. Mina li osserva uno ad uno col timore di scoprire qualcuno del vecchio mondo che desiderava di avere seppellito pronto a saltare fuori per rovinarle il presente con pessime rammemorazioni delle sue esperienze adolescenziali, si rende conto di essere sciocca a pensare cose del genere, che nessuno di quelli vuole nulla da lei, che non deve pensarci perché quei pensieri non conducono da alcuna parte. Come per tentare di cancellare i ricordi riprende a fare zapping cambiando immediatamente canale da quello SPECIAL LUMBARD; MTV® le sembra più rassicurante, ma quei giovani, che vede agitarsi al suono di una musica che Trifarro potrebbe definire una replica di qualcosa che è passato inesorabilmente, le fanno venire malinconia, ha l’impressione di essere intenta ad osservare il video di una festa di molti anni fa, una rete privata pervasa da discreti disturbi manda in onda un programma di fitness con una tipa vestita da Jane Fonda che saltella di qua e di là da uno scalino che rappresenta l’unico ostacolo visibile nei pressi della sua persona e si ostina a scavalcarlo, salirlo, discenderlo, scimmiottarvi sopra con lievi contorcimenti del tronco che si pretendono sensuali ma si percepiscono isterici, Mina resta un momento imbalsamata a guardare quella tizia e pensa che si sta annoiando.
Nonostante le sue buone intenzioni i rumori provenienti dalla stanza di Fernanda sembrano sovrastare la televisione, pare che siano ai saluti o che abbiano risolto le loro vicende. La porta si apre e il Gavani si affaccia nel soggiorno parlando con Fernanda mentre guarda Mina con sguardo che definire concupiscente parrebbe ancora gentile e mentre Fernanda gli risponde, affacciandosi anche lei nel soggiorno, gli dardeggia di nuovo la lingua fra quelle labbra carnose che le ispirano qualcosa di suino. Mina sta bene attenta a non fare gesti di nessun tipo, anche se vorrebbe mollargli un vaffa, che non sarebbe proprio parte del suo vocabolario abituale ma anche lei ogni tanto s’incazza. Fernanda e il Brando si fermano davanti alla porta di ingresso per gli ultimi saluti, ora parlano sottovoce, sembrano due innamorati ma è solo gestione d’affari, da cui ciascuno crede di poter trarre il proprio vantaggio. Mina sente un debole sbaciucchiamento che immagina reciproco perché è voltata verso la televisione, poi la voce del Brando la richiama per i saluti dicendogli «Sei ancora qui? Ma non dovevi ritirarti?», e dice ritirarti come a volerla prendere vagamente per i fondelli, Mina sorride e voltandosi si limita ad un «Mi sono accorta che non avevo ancora sonno» e il Brando insiste coi saluti «Ciao Mina, speriamo di vederci da qualche parte», Mina pensa l’esatto contrario e risponde con un ciao alzando la mano libera dal telecomando. Il tipo esce trascinandosi la porta mentre Fernanda raggiante si fa da una parte, Mina la guarda senza dire nulla e Fernanda le fa boccacce di felicità strabuzzando gli occhi e ridendo senza rumore, perché il tipo è ancora per le scale. Poi si sente chiudersi il portone e allora Fernanda corre a sedersi di fianco a Mina come farebbe una bimba dicendo:
– Vediamo quanto gli ho scroccato – e si fruga fra i seni, che in relazione alla sua taglia media sono abbondanti, tirando fuori un mazzetto di banconote di vario importo, le conta rapidamente – duecentottantamila, questo è oro per me.
£ire#280’000#
Diconsi
£ire#Duecentottantamila#
– Beh, sarà antipatico ma è generoso.
– Queste due&ottanta mi sono costate un *******, che non è proprio ciò che mi piace fare di più.
Mina la guarda in silenzio e spera che non si daranno il bacio della buonanotte, poi si accorge di dover dire qualcosa per non fare la figura della scema davanti a Fernanda, che nonostante la sua situazione le dimostra di avere vissuto, certamente controvoglia, ma non senza combattere.
– Pensavo che quella cosa di infilare i soldi nel reggiseno la facessero solo nei film per i gonzi.
– No, cercano tutti di infilarsi lì o di infilarci qualcosa, per iniziare, poi cercano di infilartelo da qualche altra parte o di tirarti addosso a loro o venire loro addosso a te.
– Ma si chiama proprio così? Brando?
– Sì, i suoi genitori erano appassionati dell’attore americano, o meglio sua madre immagino, e gli hanno appioppato quel nome.
– Che sarebbe il cognome – precisa Mina – o almeno mi pare.
– Cosa intendi dire?
– Brando è il cognome e Marlon è il nome, per usare una metafora o un analogismo è come se lo avessero chiamato Peck invece di Gregory, tipo Peck Gavani.
– È proprio buffo, non ci avevo mai pensato – ride Fernanda.
– Senza contare che Brando nella nostra lingua suona abbastanza fallico.
– Stai parlando difficile – dice Fernanda –, non mi destreggio bene con queste cose cervellotiche, io mi sono fermata al diploma di ragioneria, e ancora mi domando come ho fatto ad arrivarci con la vita che facevo e i genitori che mi ritrovavo in casa. Sono rimasta con il desiderio di fare economia e commercio. Poi il commercio me lo hanno fatto fare, io ero la merce.
TV
Mina la guarda in silenzio e cerca di pensare a quale massa di porcherie debba essere sopravvissuta Fernanda e si chiede come abbia fatto a mantenere quella voglia di vivere, che magari nel contempo sarebbe opportuno definire sopravvivere, ma la buona disposizione alla vita sembra non mancarle.
Fernanda osserva i soldi che ha in mano, la sua espressione diventa all’improvviso malinconica, nessuna delle due sente di avere qualcosa di diretto da esprimere, guardano entrambe la televisione che ora è fissata su una televendita di paccottiglia che l’imbonitore definisce gioielli e tutto l’insieme, l’appartamento in cui si trovano, la vita di Fernanda la situazione di Mina sembrano loro fuori da ogni senso. Mina percepisce un momento di confidenza e osa domandarle:
– Ma come hai fatto a finire in una situazione del genere?
Fernanda non risponde subito, prende il telecomando e comincia a fare un po’ di zapping, guarda verso il televisore ma è come se non lo vedesse, è come se stesse guardando dentro di sé cercando qualcosa di lontano e inspiegabile. Passa un tempo indefinibile, in cui Mina la osserva e Fernanda a volte ricambia il suo sguardo come a chiedersi e a chiederle in silenzio se proprio desidera saperlo, poi dice:
– Ho visto e fatto cose talmente orribili che a volte penso non esista per me un inferno sufficientemente terribile, o una punizione adeguata.
Mina ha una certa idea di quello che si può fare per droga o sotto gli effetti della medesima, forse non ha fatto cose veramente orribili, ma molte cose del suo passato non ancora lontano vengono a galla nel suo presente a guastarle una bella giornata, una buona sensazione, un sentimento positivo, e tutto questo fatta la tara alla dedizione che molti simili sedicenti onesti e rispettosi del prossimo impiegano a rendere brutta la vita altrui. Poi, dopo una pausa ugualmente indefinibile le dice:
– Forse non eri in te, non ne sei responsabile direttamente.
– Non è così semplice, non è bianco o nero, buono o cattivo, ci sei dentro e non c’è un sopra e un sotto, un destra o sinistra, un alto o un basso, ci sei dentro e quella è la realtà, ci devi fare i conti e non la elimini.
– Adesso sei tu che parli difficile.
– Perché è veramente difficile, da non crederci. Tutto questo mondo ti mostra una cosa e ti frega negandotela.
Ora l’espressione di Fernanda non è nemmeno più il ricordo di quella smorfia di felicità infantile di quando ha chiuso l’uscio dietro al Gavani, ora è pensierosa e cupa e Mina si sente in colpa per averle suscitato dei brutti ricordi e le dice:
– Sono terribilmente dispiaciuta di averti suscitato il ricordo di cose che vuoi dimenticare.
– Oh, non è colpa tua, non avrei nessun problema a parlartene, anzi, sei molto più simpatica delle assistenti sociali o degli psicologi o psichiatri che hanno certificato per conto del Comune la necessità di dovermi alloggiare qui, sento ancora sulla pelle la freddezza di certuni e la curiosità di certune. Ma davvero?, ma davvero?, mi dicevano, come se mi invidiassero.
TV
Fernanda tace e fissa il televisore il cui volume è al minimo, riprende in mano il telecomando e ricomincia a fare zapping, come se potesse cambiare corso alla sua vita nella stessa maniera in cui si cambia canale.
Mina capisce che c’è qualcosa di non divulgabile, per lo meno non senza dolore, e cerca un silenzio improbabile, poiché il silenzio è già tale che fa rumore. Poi cerca nella sua mente qualcosa per tergiversare, ma Fernanda la anticipa.
– A quest’ora non c’è mai gran ché alla tele – e la spegne voltandosi verso Mina –. Sarai stanca, è molto tardi e io ti ho tenuto sveglia con i miei traffici di sussistenza.
Fernanda si alza in piedi e le dice che è ora di andare a letto. Anche Mina si alza, fa il giro del divano e si viene a trovare a un paio di metri dalla porta che dà sulle scale, sopra la quale c’è quell’immagine che l’ha incuriosita e le chiede:
– Che cos’è quella figura e chi ce l’ha messa?
Fernanda si volta a guardare e sorride.
– Qualcuno mi ha detto che è Santa Tösa – e dice Tösa con la dieresi, alla meneghina –, non so chi ce l’abbia messa, ma quando facevo la vita ogni tanti mi capitava di sentire qualcuno che la nominava, non so cosa rappresenti; una volta un’amica mi ha detto che sembra una con in mano un vibratore.
Mina ride mettendosi una mano davanti alla bocca, e sull’onda della spiegazione di Fernanda si sovviene del bassorilievo al Museo Sforzesco e cerca di dare a Fernanda un’interpretazione circa chi è, o dovrebbe essere, e le dice che forse deriva dall’assedio e dalla distruzione di Milano nel medioevo, o almeno questa pare l’interpretazione più accettata.
– In effetti non è vestita all’ultima moda – conclude Fernanda dirigendosi verso la sua stanza.
Mina la raggiunge, si guardano un istante si augurano la buonanotte. Fernanda apre la porta della sua stanza esita un momento ad entrare poi si volta verso Mina e le domanda?
– Scommetto che il Gavani ti ha fatto la linguetta…
Mina non parla ma fa cenno di sì col capo.
– Vecchio maiale, la prossima volta devo riuscire a scroccargli di più.
Mina sorride e pensa che Fernanda è davvero battagliera. Le due ragazze si salutano di nuovo e ciascuna entra nella sua stanza.
Nel silenzio della notte sente Fernanda che parla, probabilmente sta telefonando e pensa che la tipa ha una certa attività più che una vita sociale.
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Questo romanzo, ambientato fra Milano e Genova nel luglio del 2001, è un’opera di fantasia. I personaggi, i luoghi nominati e gli eventi che vi si svolgono sono inventati, gli eventi e le persone eventualmente reali, che fanno da sfondo alla narrazione come ai personaggi, sono tratti da fatti di cronaca riportati dai notiziari o dai quotidiani e liberamente interpretati a fini creativi e immaginari. Ogni altro e qualunque riferimento a persone, luoghi, cose, eventi realmente esistiti o esistenti è puramente casuale e/o esclusivamente funzionale ai fini immaginari della narrazione. Ogni deduzione o interpretazione storica, filosofica o letteraria è meramente funzionale alla narrazione romanzesca quale opera di fantasia.
Una storia italiana
Capitolo XVII°
(17)
Milano
Venerdì 20 Luglio 2001
Da Milano a Monza è un tragitto breve, quasi non si separano le due città, tranne che per un groviglio di svincoli e intersezioni di autostrade compreso nel triangolo Cinisello Balsamo, Sesto S. Giovanni e Monza che definisce una terra di nessuno dominata dal traffico, come tutta la cintura milanese del resto.
Nell’ora notturna il movimento di veicoli è scarso e nell’abitacolo della VW Polo®, nonostante una confidenza di lunga data c’è una certa tensione, che non è diffidenza, almeno non completamente o forse solo una minima frazione fra le molte cose che la lunga amicizia può mettere insieme; c’è da parte di Mina come una ritrosia a voler accettare qualcosa di imposto dalla controparte maschile, Cinese e Germano inclusi entrambi in un coacervo inestricabile di incomprensioni e fraintendimenti che cozzano nell’intima personalità della giovane donna, e un desiderio di liberarsi di tutto ciò, inclusa l’amicizia ficcanaso della sua amica, che, sì, le vuole bene e le sta facendo un favore, ma si comporta come se fosse sua madre o la sorella maggiore, per giunta la confidenza forzata con cui è stata messa a parte della situazione la rende in qualche modo autorizzata a fare domande sempre più ficcanti, al limite dell’ottusità e dell’indelicatezza, nel nome dei bei vecchi tempi, in cui anche lei di quando in quando tirava di coca e molto più spesso se la spassava senza freni. Mina pensa a tutta questa confidenza come una sorta di falsa o eccessiva amicizia nel nome di un tempo che ha già dimenticato, Cinese compreso, e che trova corpo nell’esuberanza di qualcuno che ha condiviso con lei alcuni di quei momenti e pretende di farglieli nascostamente rivivere come se fossero le storie più belle del mondo, di un mondo suffragato da una diversa ottusità ma di mano più spiccia e violenta.
Chinese Mask
Guendalina non è così indelicata da citare frasi del tipo «Ti ricordi quando…» per tirare in ballo trascorsi che entrambe cercano di tenere alla larga, però non è nemmeno così sensibile da evitare di fare domande che tirano in ballo gli stessi argomenti in maniera alternativa. Mina sa che i desideri del Cinese saranno difficili da domare, primo per la smisuratezza del suo ego e poi per la concretezza dei suoi affari nei confronti dei quali se il Walter ha intravisto nella sua persona un mezzo per incrementarli non demorderà affatto e ha i mezzi per perseverare oltre molti limiti. Mina cerca di stare in silenzio, per quanto le è possibile con la loquacità di Guendalina senza urtare la sua sensibilità, perché dopo tutto anche lei ne ha una; cerca di minimizzare e di presentare un’espressione di gratitudine, certamente non felice o gioiosa che sarebbe fuori luogo, ma di temporanea preoccupazione, come di un disagio che può essere annullato in breve tempo.
Il prodigarsi della sua amica è discretamente al di sopra del necessario, un po’ come se tentasse di esagerare la situazione per dargli maggiore importanza, e per estensione dare maggiore rilievo anche al suo aiuto; gli chiede come mai un vecchio fantasma del passato tenta di ritornare nella sua vita e insiste per sapere che cosa ha fatto per incitare quel tipo a farsi vivo nuovamente, ma nonostante le più accorate rassicurazioni circa l’assenza di ogni rapporto con quel Walter da quel lontano periodo del liceo, alla Guendalina non riesce a dargliela a bere, eh no, a lei non la si fa. «Credo che tu non me la racconti giusta», insiste la ex liceale al volante di quella VW Polo® blu petrolio ormai alla periferia di Monza, se mai si può parlare di periferia monzese distinta da periferia milanese, o da quella di Cinisello, Sesto e altri comuni.
«Qualcosa devi avergli fatto credere o intuire, magari per errore», insiste l’amica con il fare di una madre preoccupata e inquisitrice, a cui Mina replica con tutte le rassicurazioni del caso e giura sulla loro amicizia, che nel contesto non è proprio una grossa garanzia, sul fatto di non avere rivisto quel Walter da quel periodo che lei conosce né di averlo mai incontrato nemmeno per caso e nemmeno, aggiunge per sovrappiù, di avere pensato a lui con qualche desiderio di incontrarlo di nuovo, sebbene certe notti carenti di affetto o semplicemente sull’onda della sensibilità corporea abbia lasciato libero il pensiero, profondamente desiderato, di sentirsi piena di lui e avvolta dal suo corpo e dal suo odore, fino a sentirsi eccitata, perfino in presenza di Germano a fianco a lei, come se quell’esperienza le avesse lasciato un segno indelebile come un marchio di possesso. All’amica non se lo sogna nemmeno di farle una confidenza simile, con tutti gli strascichi personali e le confidenze che inevitabilmente farebbe alle altre amiche comuni, cui già deve fare mostra di intima repressione per quel trascorso della sua adolescenza, di cui certune, ne ha netta l’impressione, sono venute a conoscenza. Non hanno in coraggio di dirglielo apertamente ma certi doppi sensi la mettono sempre in allarme, certe volte ha l’impressione di essere tollerata, soprattutto da certune, pochissime per fortuna, bacchettone e bigotte che una volta il Cusani aveva definito demi-vierges, con quella sua tipica ironia scanzonata.
Ora sente che le mancano tutti i suoi amici, sente che qualunque cosa la leghi o l’abbia legata all’esistenza del Cazzarola è fuori da ogni logica relazionale, sa che la sua vita è inestricabilmente legata a Germano, Sandro, Claudio e tutti gli altri che la fanno sentire a posto senza chiedere nulla in cambio e senza emettere sentenze e tutto questo si lega e stride ad un tempo con l’industriarsi di Guendalina nei suoi confronti e che le fa provare contrastanti pensieri e sentimenti che la rendono l’amica troppo inquisitrice e allo stesso tempo necessaria per ciò che le ha accomunate nel passato, ma al di sopra o al di sotto di tutto ciò, non è ben chiaro in lei l’importanza o la priorità, resta il desiderio respinto controvoglia di quei momenti di pieno erotismo trascorsi con il Walter, della totale libertà dei sensi che provava con lui. Non è una questione di confronti, Germano è una persona dolcissima, è come se qualcosa più forte di lei avesse preso sede nella sua persona, qualcosa che è lei stessa ed è come fuori dal suo controllo. Non c’è in lei alcun legame materiale con l’esistenza del Cinese o con le sue attività, gli anni trascorsi hanno reciso ogni connessione e ogni relazione esistenziale, tranne quel profondo, irresistibile desiderio, che più che altro è un desiderio di desiderio, perché mai al mondo andrebbe ad incontrarsi materialmente con il Walter per rovinare tutta le rete di relazioni che ha così faticosamente messo insieme e che le rendono gradevole il presente e possibile il futuro, ma quando la sensazione del desiderio l’afferra diventa tutto così instabile e indeciso che ogni cosa, anche la meno opportuna, diventa vicina e il presente quasi si confonde.
Mina non ricorda di essere mai stata a Monza, né di esserci mai passata neanche per caso, Guendalina guida con sicurezza attraverso strade che lei non ha mai visto prima, nella notte tutto le sembra nuovo e strano, nota che la sua amica si sta dirigendo fuori da quello che lei avrebbe giurato essere il centro della città, verso una periferia edilizia che sembra la proiezione di quella milanese, lo stesso affollarsi di condomini, forse meno imponenti ma ugualmente anonimi, quasi fosse la periferia di una città dell’ex Unione Sovietica in misura minore, solamente un po’ più colorata e sottodimensionata. Poi svolta in una strada alberata che sebbene sia fuori dal centro è fiancheggiata da case un po’ datate, stile urbanizzazione degli anni cinquanta – sessanta, case con aspirazioni da villino o di piccoli riservati condomini da quattro o sei appartamenti ma con identiche pretenzioni di villino. Guendalina, che ha smesso di parlare da qualche minuto, più o meno da quando è entrata nella città di Monza, guarda con attenzione alle case sporgendosi in avanti verso il parabrezza a cercare una visuale più ampia per reperire il luogo che sta cercando, poi si volta verso Mina e gli dice:
– Siamo arrivati.
E lo dice con un sorriso che sottintende una liberazione e una soddisfazione che a Mina le paiono proprio fuori luogo, neanche stessero andando ad una festa.
La VW Polo® blu petrolio parcheggia davanti ad un piccolo condomino che, dal numero dei terrazzi disposti simmetricamente sull’asse dell’entrata Mina indovina essere suddiviso in numero di quattro appartamenti. Davanti all’ingresso c’è un piccolo giardino dove anche nel buio Mina vi riconosce quegli stupidi pini argentati che con la flora italica c’entrano come i cavoli a merenda. Scendono dalla macchina, nessuno per la strada, il luogo è prettamente residenziale e decisamente tranquillo. La strada è ampia e alberata su entrambi i lati di quelli che nell’oscurità sembrano tigli e oltre ogni fila di alberi del viale, verso ciascuno dei due lati prospicienti le abitazioni, c’è spazio sufficiente per parcheggiare. Guendalina si dirige verso il cancello di quel condomino e voltandosi verso Mina la invita a seguirla. Sulla colonnina dei campanelli ci sono solo due targhette riempite con cognomi, le altre sei, nonostante la palazzina sia da quattro appartamenti, sono bianche, o meglio, retroilluminate di giallo nell’oscurità. Guendalina pigia un campanello che non reca alcun nominativo, Mina vorrebbe sapere come ha fatto ad indovinare il pulsante giusto e si volta verso Guendalina la quale, quasi avesse indovinato quello che sta pensando, le spiega.
– Fernanda mi ha detto che non mettono mai i nomi sulle targhette dei campanelli per motivi di sicurezza e poi perché ogni locale è lasciato in uso per poco tempo e sarebbe fatica sprecata cambiare le targhette ogni volta, senza contare che in certi casi più persone condividono lo stesso appartamento.
Mina sorride per la spiegazione tecnica, non ha domande da fare, le sembra di stare per essere abbandonata in un orfanotrofio o un nosocomio o un altro ricovero pubblico per derelitti e nella sua esistenza non avrebbe mai immaginato di dovere provare una sensazione simile. Le viene alla mente l’odore di cucina delle mense di bassa qualità, dei locali affollati da persone sconosciute, di autorità che esigono un comportamento, di nostalgia per una vita normale. Guarda la piccola palazzina e si rinfranca un po’, non sembra così spaventosa. Guendalina non tenta una seconda scampanellata, pazientemente aspetta che una voce femminile gracchi qualcosa al citofono.
– Chi è a quest’ora?
– Sono Guendalina, posso salire un momento? Avrei un’emergenza.
La voce non risponde, il tiro del cancello fa scattare la serratura e un altro clack fa eco dal portone dell’edificio. Le due ragazze entrano nel piccolo giardino e poi nella palazzina, chiudono il portone e salgono le scale, nell’ingresso c’è uno strano odore, che non è di cucinato, o meglio non solo di cucinato, è un misto di odori dei differenti appartamenti che si mescola nella zona comune, un misto di odori di lavanderia, di ferro da stiro, di dormito, di cucina, di fumo di sigarette, di garage, il cui accesso Mina ha notato all’ingresso a lato della scala che sale centrale come se fosse un palazzo nobiliare ma l’ampiezza standard di un metro o poco più unitamente alla ringhiera metallica con il corrimano in plastica frena la fantasia ad un banale edificio popolare. L’alloggio a cui sono dirette è al primo piano, che sarebbe un piano rialzato in considerazione dei locali adibiti a garage e cantine che occupano il piano terra e che hanno un soffitto più basso. La porta è aperta, Guendalina bussa dolcemente, quasi in silenzio, una voce dolce e lievemente roca come di sigarette fumate dice gentilmente un «Avanti», Guendalina entra con Mina al seguito e si trovano al cospetto di una ragazza che sembra una loro coetanea ma che pare consumata dalla vita e dimostra una trentina d’anni, che non è certamente la vecchiaia ma è quell’età in cui si perde inesorabilmente lo smalto della gioventù, senza che ciò rappresenti un confine fisso e immutabile. Fernanda, questo è il nome che dice presentandosi a Mina che vede per la prima volta e a cui allunga una mano che Mina afferra gentilmente dicendo il suo nome.
Guendalina inizia a spiegare a Fernanda il motivo di questa visita notturna e Fernanda l’ascolta alternando lo sguardo sulla sua interlocutrice e su Mina, che tace ascoltando e guardando le due amiche in attesa di una soluzione o di un esito. Fernanda ha un aspetto gentile, è carina, sebbene non bellissima, di taglia media in tutto, dalla sua persona promana però qualcosa che Mina non riesce ad afferrare, vorrebbe chiederle quanti anni ha, perché il suo aspetto è contrastante, il suo fisico dimostra vent’anni ma l’espressione del suo volto ne dimostra dieci di più, c’è qualcosa nella sua fisionomia che pare consumarle la vitalità, è allegra apparentemente ma è un’allegria che suona sforzata, Mina non sa quali siano i problemi che l’abbiano condotta a questa situazione, e non può nemmeno ancora dire di quale situazione si tratti, però ha la sensazione netta che sia certamente qualcosa che si impone sulla sua esistenza contro la sua volontà. Guendalina le sta dicendo che lei, cioè Mina, avrebbe necessità di un posto dove stare per qualche giorno, lontano da Milano, le dice che ora non ha tempo di spiegarle tutto ma che poi Mina le potrà chiarire ogni cosa, dice che fino a lunedì al massimo sarebbe l’ideale e le chiede se ha dei problemi con l’Amministrazione Comunale che gestisce i locali. Fernanda sorride e guarda Mina dicendo:
– Nessun problema, anzi mi fa piacere, al momento sono qui da sola e gradirei davvero un po’ di compagnia. Per il posto non c’è problema, ci sono due letti liberi e una stanza a disposizione che nessuno attualmente occupa. Non credo che a qualcuno freghi qualcosa se ospito una persona per qualche giorno.
Fernanda dice tutto questo gesticolando all’intorno come ad indicare i locali e i letti non occupati, il ché sottolinea la sua disponibilità e la sua gentilezza, Mina però nota qualcosa di stonato che non sa spiegarsi e nemmeno giustificarsi ma sente, lontano dentro di sé in un luogo inafferrabile del suo essere, che questa persona si allaccia con il mondo da cui era uscita da adolescente e in cui non vorrebbe ritornare, che qualcosa potrebbe rimettersi in movimento contro ogni suo desiderio, almeno di quelli confessabili, non è la sensazione di un pericolo, nemmeno un presentimento o una premonizione, solo un lontanissimo timore di qualcosa che non riesce a definire o a collocare nell’immediato ed è talmente flebile che le passa di mente in un momento mentre Fernanda le fa strada, accompagnata da Guendalina, a mostrarle dove dormirà nei prossimi due o tre giorni e tutta questa sensazione si perde nella concentrazione di dover rispondere convenientemente sia a Fernanda che a Guendalina ed osserva le stanze e i letti, al momento sguarniti di corredi, e ascolta Fernanda spiegarle che le preparerà il letto in un momento, completo di lenzuola e volendo anche coperte, sebbene la stagione non le richieda.
Tre donne
Le tre ragazze sono ferme intorno alla soglia della camera dove dormirà Mina fino a lunedì, o fino a ché qualcosa non la venga a trarre da quel posto per sollevarla da ogni problema o per gettarla in un problema peggiore. Non si sente pessimista ma nella sua concezione della realtà e delle possibilità del Cazzarola sa che molte cose, e molto diverse tra loro, possono accadere senza che lei vi possa nulla e questo nascondiglio nel lungo periodo può rivelarsi un luogo inopportuno, se non altro perché è lontana dalle persone che le possono stare vicino. Ma è solo fino a lunedì e adesso è praticamente iniziato il venerdì, può sperare di tenere duro. Guendalina la guarda sorridente e ugualmente fa la sua amica Fernanda, con cui si abbraccia in un saluto femminile del tipo baci-baci-ci-vediamo-domani e si scambiano le guance a destra e a sinistra per un arrivederci affettuoso, poi è la volta di Mina per la medesima cerimonia, quindi Guendalina la guarda sorridente, come se il sorriso fosse l’unica espressione che riesce a far esprimere al suo volto nella circostanza e le dice di stare tranquilla, che è in buone mani e che domani pomeriggio tornerà a farle visita, quindi saluta nuovamente Fernanda, solo a voce questa volta, fa un cenno a Mina e si avvia verso l’ingresso per scomparire nelle scale, scendere in strada e tornarsene a Milano.
Mina si guarda intorno, cercando di accasarsi almeno temporaneamente ma le manca ogni cosa, ogni riferimento alla sua quotidianità. Il luogo è decisamente improvvisato, non che manchino mobili e suppellettili ma si capisce che è tutto messo insieme senza un’idea di domicilio nel senso privato e personale del termine, è come se venti persone differenti avessero contribuito ad arredare quel luogo portando ciascuno qualcosa senza nemmeno consultarsi preventivamente con gli altri diciannove e il risultato è una specie di scenografia di teatro, in cui si capisce che la roba è stata messa lì per scena e nessuno ci deve vivere per davvero. Mentre Fernanda va a reperire i lenzuoli Mina osserva il materasso, almeno è pulito, o così sembra; nella stanza, per creare un posto in più, due letti sono stati addossati a pareti opposte con un lato e guardano entrambi verso la porta–finestra le cui imposte sono abbassate e si capisce che conduce ad uno di quei terrazzi che ha visto dall’esterno. Nella stanza c’è caldo e odore di chiuso, il lampadario di carta emette una luce debole e diffusa in ogni direzione che crea un leggero riverbero. Ai piedi di ogni letto e a ciascun lato della finestra ci sono due piccoli armadi, graziosi forse, ma scompagnati e anche i letti sono di fatte diverse.
Per cercare di rendersi utile esce dalla stanza e va alla ricerca di Fernanda, non è una ricerca lunga, l’appartamento è modesto, due stanze da letto, una cucina e un soggiorno presso l’ingresso, dove Mina ha notato un’altra porta–finestra che certamente sbocca sul medesimo terrazzo, l’unico lusso è un doppio bagno, uno fra le due camere da letto e uno di fianco alla cucina che sembra aggiunto posteriormente alla costruzione, quando qualcuno ha preso la decisione di adibirlo all’uso attuale per farvi convivere, nel caso, più persone. La stanza da letto di Fernanda ha l’ingresso opposto alla sua, fra i due locali c’è un bagno, il più piccolo dei due, quasi certamente quello originale dell’appartamento, l’altro bagno è fra la camera di Fernanda e la cucina. Nella stanza di Fernanda ci sono altri due letti, ma uno è senza materasso, il ché incrementa l’idea di provvisorio, di disordine e di impersonale. Fernanda è nella sua stanza e sta trafficando dentro un armadio piuttosto grande, tutto l’arredo è scompagnato ma è funzionale. Sta in punta di piedi per arrivare ad un piano dell’armadio che sta un po’ sopra le possibilità della sua statura, Mina la vede in difficoltà e l’aiuta, intuendo ciò che vuole tirare fuori. Mina le porge ciò che entrambe hanno estratto da quel mobile, Fernanda si ferma a guardarla come se la vedesse ora per la prima volta e rimane come attratta e stupita, con un sorriso di meraviglia sul volto. Mina le chiede:
– Cosa c’è?
– Accidenti, sei proprio una ragazza carina.
In effetti lo è. È di statura superiore alla media femminile, le sue forme sono proporzionate e snelle, ma ciò che attira di più l’attenzione è il suo viso, di un ovale perfetto, il naso e le labbra esprimono incredibile gentilezza e i suoi occhi grigi paiono nascondere qualcosa di prezioso e inarrivabile, i capelli biondo scuro sono incurvati attorno a quell’ovale a racchiudersi in prossimità del mento, a rimarcare la forma che adornano. Mina ricambia la gentilezza:
– Anche tu sei un bel tipo – e lo dice osservando le forme ugualmente snelle di Fernanda ma più minute e lievemente tondeggianti, sovrastate da un viso che sarebbe più bello se non fosse velato da qualcosa che Mina percepisce ma non riesce a comprendere e che sente in qualche maniera minaccioso, ma non osa dirlo. Però le chiede:
– Come mai ti trovi qui? Sì, insomma, Guendalina mi ha spiegato che questo non è proprio un appartamento privato.
– Beh, pensavo che saresti stata tu a spiegarmi perché sei qui. Comunque per farla breve sono qui per tentare di riprendermi un po’ della mia esistenza precedente a certi problemi… sai… droga, prostituzione, ecc. – fra prostituzione ed ecc. fa una breve, appena percettibile pausa, durante la quale sbircia Mina come da sotto in su –. Ci sono un po’ di uomini cattivi che pensano che il mio corpo serva loro a produrre denaro e ho bisogno di starne alla larga. E tu?
– Più o meno gli stessi problemi, ma meno in grande. C’è solo un tizio che conoscevo tempo fa e che ora pare si sia messo in testa che sono una sua proprietà o qualcosa del genere e alcuni amici, insieme a Guendalina, mi hanno convinto a cambiare aria per un paio di giorni, sperando che qualcosa si appiani. Tu e Guenda come vi siete conosciute?
– Abbiamo alcune amiche comuni che frequentavamo in quello che io definisco per me come il periodo normale della mia esistenza, anche se i problemi che mi hanno portata a questa situazione hanno un’origine in quell’epoca, che non è mai stato un periodo dell’innocenza.
Mina tace per qualche istante. L’affermazione di Fernanda le crea l’impressione che quella frase voglia dire troppe cose senza spiegarne nessuna e non osa inquisirla per non sembrare indelicata. Le prende le lenzuola di mano e sorridendo le chiede di darle una mano a fare il letto. Per un poco si industriano attorno ad uno dei due giacigli, Mina sceglie quello più vicino alla porta, dove spera di trovare un po’ di refrigerio per l’eventuale movimento d’aria fra la porta della stanza e la porta–finestra del terrazzo. Dispiegano i lenzuoli, li tendono sul materasso, dopo avere spostato il letto un poco verso il centro della stanza a creare lo spazio per industriarvisi intorno. Di sottecchi Mina osserva di quando in quando Fernanda con la fissa in mente di quello che ha sentito da lei poco prima nella stanza vicina, cerca in lei un’immagine di prostituzione, tenta di immaginarsela agghindata in maniera appariscente con pose e atteggiamenti provocanti, ma Fernanda emana l’idea di una ragazza troppo dolce o forse solamente molto ingenua, che a volte sembrano sinonimi comportamentali e creano non pochi fraintendimenti, ma che comunque sottintendono un comportamento remissivo o in ogni modo non aggressivo e per esigere denaro da qualcuno per una prestazione un po’ di pelo sul cuore ci vuole, non è esattamente come fare la commessa in un negozio. La cosa la incuriosisce parecchio, vorrebbe sapere, farle domande, non per morbosità o qualcosa del genere ma per comprendere, farsi un’idea e se possibile ricambiare l’aiuto che le sta offrendo però sa che l’argomento è spinoso e non facilmente affrontabile. Tutte queste domande vengono però sopraffatte da un’urgenza a cui non ha pensato da quando è arrivata in questo posto e le chiede:
– Oltre a te c’è qualcun altro che frequenta questo appartamento?
Fernanda distende con cura il risvolto di un lenzuolo e senza guardarla risponde:
– Prima di mandare qui qualcuno avvisano, dopo tutto anch’io ho diritto ad una certa riservatezza e rispetto. Adesso è praticamente venerdì e di certo fino a lunedì non manderanno nessuno, senza contare che in estate i problemi personali sono sempre rinviabili. C’è qualche amico che capita qui a farmi visita con una certa frequenza, anzi, aspettavo qualcuno proprio stasera e dovrebbe arrivare qui a momenti.
– Il tuo ragazzo? – osa inquisire Mina.
Leon Belly – french painter 1827-1877 «Interior of a harem»
– Non esattamente, a dire la verità è il marito di qualcun’altra, un tipo sui trentacinque che mi ha conosciuto quando battevo – e dice battevo guardando Mina negli occhi come a cercare uno sguardo di commiserazione o di compatimento, che non reperisce. Mina la guarda seria, pensando a Fernanda come a quello che avrebbe potuto essere o diventare lei stessa se non avesse troncato con quel Cazzarola – e mi dice che vuole redimermi, o meglio, non me lo dice ma si comporta come se volesse aiutarmi quando invece ho la sensazione che mi usi come **** di scorta – e dice **** con la “c” gutturale dura invece della g più lassa del gergo del nord Italia, come a rimarcare l’oggettività del possesso –, dopo quella di sua moglie. Farei meglio a sbarazzarmi di lui e del suo perbenismo del ***** – il linguaggio di Fernanda diventa all’improvviso troppo spiccio e il suo volto assume un’aria che definire disillusa è ancora poco, è un misto di rassegnazione arrabbiata e impotenza repressa che non trova sfogo in altra maniera che nella rabbia di un turpiloquio diretto verso ciò che detesta – però mi fornisce un po’ di grana, praticamente sono la sua prostituta personale.
– Potresti mollarlo.
– In questo momento ho necessità di tutto quello che può tornarmi utile e i soldi che mi allunga non sono così pochi da potermi permettere di rifiutarli, al momento sono senza lavoro, aspetto un’imbeccata da quelli del Comune, ma i tempi sembrano lunghi.
Un campanello feroce emette un gracchiare rapido e sonoro, si capisce che qualcuno là fuori desidera entrare ed è consapevole dell’orario inconsueto ma sa che gli verrà aperto.
Fernanda issa un’espressione ironica con sfumature beffarde.
– Ecco il buon padre di famiglia che vuole la sua razione di scopate e pure di coccole. Dovrò presentarti, altrimenti se ti vede qui senza essere preavvisato penserà che sto tramando contro di lui.
Fernanda si avvia verso l’ingresso, pigia i pulsanti del cancello e del portone, nel silenzio della notte si sente un lontano doppio clack e di seguito il cancello e il portone che si chiudono. Mina è in piedi sulla porta che separa il soggiorno da quello che è il reparto notte ma in verità non c’è alcuna porta, solo un’apertura che immette nel disimpegno, Fernanda è in piedi vicino alla porta di ingresso aperta, si sentono i passi di qualcuno nelle scale e in breve un tipo dall’aspetto sportivo anche se non esattamente ricercato si fa sull’uscio e sorride a Fernanda, senza notare Mina, che lo osserva alla luce del disgusto che Fernanda le ha instillato con le sue spiegazioni; il tipo è sui trentacinque come annunciato da Fernanda, è ben rasato, sulla testa molti dei suoi capelli hanno dato forfait e il resto, molto corti, tentano di sopperire, il volto è gentile ma nasconde qualcosa di ingenuamente astuto, qualcosa che l’intuito femminile scova a prima vista, indossa una Fred Perry® nera su un paio di pantaloni grigi e ostenta un portachiavi con il marchio di una casa automobilistica dai modelli notoriamente costosi, scambia alcune effusioni a mo’ di saluto con Fernanda durante le quali si avvede di Mina e si drizza insospettito mantenendo il controllo sorridendo e chiede a Fernanda:
– E questa chi è?
– È un’amica che resterà qui per qualche giorno – dice Fernanda voltandosi verso Mina.
– Potresti presentarci – e senza aspettare l’introduzione di Fernanda allunga una mano verso Mina dicendo – molto lieto, Brando, Brando Gavani – e scodinzola la sua lingua fra le labbra carnose di un volto non cicciotello ma pienotto.
– Mina – risponde ingenuamente Mina dicendo il suo nome e scordando i motivi per cui è lì.