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Una storia italiana – Romanzo a puntate (06)

romanzo a puntate (06)

Copyright © Eric Bandini 2010

Depositato come opera originale presso la S.I.A.E. – O.L.A.F. Deposito n° 2010001634 del 12/04/2010


Tutti i diritti sono riservati. È vietata qualsiasi manipolazione e/o alterazione, totale o parziale, dei contenuti di questo testo, ivi inclusa la traduzione in altre lingue senza previa autorizzazione della proprietà letteraria. È vietata la riproduzione a stampa senza previa autorizzazione della proprietà letteraria. È vietato l’utilizzo diverso, totale o parziale dell’opera, da quanto consentito tramite l’acquisizione legale di una copia con autorizzazione scritta della proprietà letteraria all’uso e/o commercializzazione. È vietata la riproduzione totale o parziale del testo di questo scritto in siti web senza l’autorizzazione della proprietà letteraria.



All rights reserved. This book or any portion thereof may not be reproduced or used in any manner whatsoever without the express written permission of the author and selfpublisher as owner of this website as well as of literary rights and copyrights, except for the use of brief quotations in a book review or scholarly journal.


Questo romanzo, ambientato fra Milano e Genova nel luglio del 2001, è un’opera di fantasia. I personaggi, i luoghi nominati e gli eventi che vi si svolgono sono inventati, gli eventi e le persone eventualmente reali, che fanno da sfondo alla narrazione come ai personaggi, sono tratti da fatti di cronaca riportati dai notiziari o dai quotidiani e liberamente interpretati a fini creativi e immaginari. Ogni altro e qualunque riferimento a persone, luoghi, cose, eventi realmente esistiti o esistenti è puramente casuale e/o esclusivamente funzionale ai fini immaginari della narrazione. Ogni deduzione o interpretazione storica, filosofica o letteraria è meramente funzionale alla narrazione romanzesca quale opera di fantasia.


Una storia italiana

Capitolo VI°

(06)

Milano

Giovedì, 19 Luglio 2001

Visti dalla distanza di una generazione gli atteggiamenti e la mentalità di Trifarro avevano una lontana e collocabile origine nella sua gioventù, in un’adolescenza “anni settanta” a cavallo fra la trasgressione già decadente del rock, o anche dell’uso di droghe, da cui si era tenuto a debita distanza, e l’impegno sociale, e nel suo caso politico, in cui si era buttato a capofitto con tutta l’energia dei suoi anni migliori. Passati gli anni sessanta e la sbornia conseguente, di cui non era stato parte per momento di nascita, si era fatto l’opinione che i vegliardi non avevano mollato un centimetro del loro potere, a loro era bastato fare niente altro che aspettare l’azione della realtà da essi prodotta, come il mercato, la politica – quella politicata – le “regole sociali”, quelle stesse contro cui si scagliavano i giovani, il perbenismo e tutta l’impalcatura di moralità moralizzata, e irridersene delle colorate espressioni “artistiche” dei giovani e del ròc, anzi certuni si tuffavano nelle attività dei coetanei dei loro figli immaginando di essere come loro e ciò creava delle situazioni discretamente ridicole il cui spettacolo gettava nello sconforto il giovane Fosco, consapevole che tutto sarebbe stato vanificato in una omologazione collettiva, sbagliata non tanto per la partecipazione, che sarebbe di per sé equa e giusta, quanto per il solito atteggiamento al ribasso del vecchiume, l’impronta del fare per ottenere in maggior quantità, qualunque cosa significasse “quantità”, che fosse f***, denaro, potere, influenza sul prossimo o altro. Il giovane Fosco sentiva di doversi impegnare per qualcosa che ne valesse “davvero” la pena.

…anni settanta

Il periodo della sua adolescenza non mancò di fornirgli amicizie, connessioni ed esperienze adeguate alle sue esigenze, specie in una grande città come Milano, dove le proteste e i cortei completi di cariche della polizia non mancavano e alla cui partecipazione attiva si era rodato un po’ alla volta insieme ad alcuni coetanei con i quali condivideva, o credeva di condividere, molte delle sue convinzioni. Il desiderio di riconoscersi in una ideologia, in un simbolo, di identificare sostanzialmente la propria appartenenza senza necessità di una continua verifica spronava verso non so cosa molti di questi adolescenti, larga parte dei quali se avessero dovuto spiegare la propria scelta avrebbero balbettato non poco girando intorno a frasi fatte e a “sentito dire”. Fosco, con altri non numerosi, stava un passo più avanti di questi, per lui l’ideologia era un mezzo, non un fine o un club, la visione che aveva della realtà lo incitava a una intima ribellione che aveva trovato sfogo in un ideale, che intimamente non aveva mai abbandonato ma da cui si era ritratto a causa di errate interpretazioni in cui si era trovato coinvolto a sua insaputa, o magari in forma non del tutto consapevole. In un novembre nebbioso di quegli anni settanta, quando la nebbia era ancora ligia al suo nome, l’intraprendenza di alcuni suoi amici e conoscenti ipotizzò un intervento – così lo chiamarono – per “ripristinare la giustizia del popolo”, così si espresse l’ideatore dell’”intervento”, usando un vocabolario che definire frusto era già allora una descrizione appropriata.

Il Fosco qualcosa aveva intuito, forse dire “qualcosa” è sicuramente troppo, diciamo che il gergo usato poteva avergli già fornito indizi sulle intenzioni, anche se non sulla materia di “intervento”, tuttavia l’esuberanza dell’adolescenza ottunde in parte la lucidità quando si tratta di azioni e di partecipazione, a volte la paura di restare isolati prevale, cosicché il Fosco finì per trovarsi imbarcato in una missione che a mente fredda avrebbe evitato senza neanche dire forse, non per paura o conformismo o altro, quanto per una sua logica delle cose che lo istigava in maniera naturale a tenersi alla larga da gesti di violenza senza mezzi termini e fini a se stessi.

Reparto Celere

Un conto era affrontare i celerini nelle manifestazioni, altra cosa era affrontare persone civili o inermi, le quali anche se avevano combinato qualche c****** non spettava certo a lui ripristinare “la giustizia del popolo”. Tutta la cosa prese un suo tempo e lui insieme al “gruppo d’azione” – perché già si definivano così e il Fosco, a cui avrebbero dovuto fischiare le orecchie, si ostinava a non pensare male dopo tutto erano suoi amici che diamine – entrarono in un tunnel temporale la cui unica uscita pareva essere il compimento di questa loro impresa, l’ideale dell’azione entrava per dritto e per traverso quasi in ogni loro conversazione. Il fatto più strano era che nessuno aveva definito alcunché, Armando aveva parlato di un “intervento”, astrattamente, senza dare a vedere di avere qualche programma preciso in mente e tutta la combriccola, che nel concreto assommava a cinque amici che condividevano il medesimo ideale, che forse intendevano politico ma che in realtà non comprendevano (… e chi mai può comprendere “la vita”?) e si incontravano anche al di fuori dei tafferugli con la polizia e le proteste o altre attività che richiedevano più larga partecipazione di altri giovani o associazioni con cui erano in contatto per i motivi più disparati; la “cosa” si era messa in moto, non con entusiasmo, che sarebbe stato fuori luogo e ridicolo, ma con severo cipiglio di ribelli che si apprestano ad una azione con la “a” maiuscola.

Nella periferia della Milano di allora esistevano, o forse sopravvivevano assediate dalla cementificazione incombente, attività di commercio o di artigianato relegate in polverosi ambienti che parevano sopravvissuti ai bombardamenti degli Alleati, nei bassi di case di ringhiera che in larga parte non erano ancora diventate le abitazioni snob dei tempi attuali, o ambienti condominiali da proporre per la tutela alla Sovrintendenza ai Beni Architettonici. In quegli edifici intercomunicanti fra corti di vecchie cascine e carraie assediate da un’edilizia da immaginare in bianco e nero come nel vecchio intervallo arpeggiato della RAI, fra ringhiere di terrazzi aggettanti, androni carrabili, panni stesi su fili che connettevano edifici differenti, fragore di ragazzini e attività di adulti al lavoro in officine, laboratori artigiani nei pianterreni più improbabili e forse perfino introvabili, stante la difficoltà di accedervi, si potevano reperire le cose più disparate, a patto di esservi introdotti o di sapervisi introdurre nel modo appropriato. C’erano sostanzialmente tre maniere per entrare in quel mondo di periferia milanese. L’ignaro, tipo quello del parente in visita o del conoscente a cui si è dato appuntamento, poi c’era il cliente di qualcuna delle attività che solitamente erano persone dei dintorni, e infine il ficcanaso o anche il poliziotto, e quest’ultimo tipo di solito passava meno inosservato di chiunque altro.

Non è il caso di tirare in ballo organizzazioni dedite al crimine su vasta scala, semplicemente due mondi si fronteggiavano e il più debole dei due cercava di difendersi dagli intrusi, sopravviveva ancora quella tradizione tra il meneghino e il bertoldesco di tirare “bidoni” e caso mai di arrotondare con attività sgradite ai ghisa e i loro colleghi. Nulla di nuovo sotto al sole e il politically correct nessuno sapeva ancora cosa fosse. Non che l’arte della fregatura sia scomparsa ma ha perso quel suo fascino goliardico che gli derivava dal contatto diretto e dall’azione aperta. È però impossibile definire un sistema e qualcosa sfugge sempre, così occorre ammettere che in quel periodo non ancora invaso da apparecchi elettronici e computerizzati esistevano maniere per passare inosservati anche in un mondo che pretendeva di essere ermetico per propria difesa, o che forse non era poi così organizzato e coeso come si sarebbe tentati di immaginare. Tendenzialmente un adolescente avrebbe avuto discrete possibilità di passare senza farsi notare al vaglio dei residenti, in prima analisi per una persistente tendenza di quei tempi al machismo, che valutava i minorenni come una sottospecie o una razza inferiore come le donne e i bambini, e inoltre per l’assenza di uniformità e di aggregazione che non andasse oltre il proprio cortile e caseggiato, già la strada aperta rappresentava il limite delle colonne d’Ercole, praticamente un arcipelago di aggregazioni. È noto che il crimine affratella, oddìo, non nel senso ecumenico né sociale, diciamo che nelle cattive intenzioni è molto facile trovare punti in comune, momenti d’accordo. Poi commesso il fatto e spartito il bottino nemici come prima. Fino alla prossima occasione. La necessità può spianare qualche problema, e si può soprassedere se il compare vota o tifa per la sponda opposta, d’altronde nessuno, o quasi, sceglie i propri colleghi di lavoro.

Il Fosco e i suoi amici, identificati in Armando, Egisto, Terzo e Arturo non erano introdotti in alcun mondo della loro città, sperimentavano la loro voglia di sentirsi adulti negli anfratti lasciati liberi da adulti propriamente detti già occupanti spazi precisi della società, con vago sentore di eventuali pericoli e sconsiderati desideri di confrontarvisi; il cosmo della periferia di Milano era vasto a sufficienza per scatenare le fantasie di ragazzi come loro, che si muovevano per le loro esigenze senza alcun imbarazzo né alcun limite.

… tramonto sciroccoso…

Una sera di un giorno del novembre 1975, un tardo pomeriggio sciroccoso, una di quelle giornate in cui il cielo sembra dipinto direttamente da un impressionista, con tutte quelle nuvole in varie tonalità e il sole già basso all’orizzonte verso un tramonto policromo, Armando con la sua Vespa® 125 piombò di spinta a motore già spento nella bottega del Bartoli, detto Camisa per sconosciuti motivi. Il detto Camisa, alias Bartoli, al secolo Bartoli Virgilio di professione meccanico, non si era avveduto dell’Armando, né si era accorto del suo arrivo a causa del motore che l’Armando aveva spento prima di entrare e appena dentro a colpo d’occhio aveva intravisto il Camisa nello sgabuzzino adibito a bagno nell’angolo a sinistra del capannone, la cui porta era semiaperta, intento a riporre dietro la cassetta dello sciacquone a fianco della finestrella un oggetto nero di aspetto metallico le cui estremità emergevano dalla manona intrisa di morchia a formare una “L”. L’Armando fece finta di nulla e fischiò come aveva visto fare da altri clienti del Camisa per richiamare l’attenzione del meccanico, guardandosi all’intorno in tutte le direzioni tranne che in quella del bagno. Il Bartoli, avvedutosi della presenza di qualcuno, prima socchiuse la porta fra rapidi tramestii e poi abbandonò il piccolo locale nell’atto di aggiustarsi la tuta presentandosi nell’officina, al cui centro stava l’Armando ancora a cavallo della motoretta apostrofandolo.

– Ueh, c**** fischi, non sono mica il tuo cane, e poi se pretendi che metta di nuovo le mani in questo catorcio te lo puoi scordare…

Vespa 125

– E dai, non so perché ma non tiene il minimo e fatica ad andare in moto.

– Ma te non fai l’ITIS? Non ti intendi di meccanica? Non te la puoi aggiustare da te?

– Le ho provate tutte ma non sono riuscito. Ascolta, te la lascio qui, passo domani sera.

– Guarda che non lavoro mica gratis.

– Sì, lo so. Poi magari mi spieghi cos’è che non va in ‘sto coso.

– E allora mi faccio pagare doppio, prima per la riparazione e poi per la lezione. Dai cacciala là nell’angolo, vicino a quell’altro catorcio – disse il Bartoli indicando una Seicento famigliare che cozzava con le leggi dell’aerodinamica.

FIAT 600 multipla

L’Armando salutò con la mano uscendo senza aggiungere altro, sapeva che qualunque cosa avesse detto non avrebbe fatto altro che suscitare la goliardia del Camisa, che in fondo era un tipo divertente, ma lo era sicuramente di più quando l’oggetto dei suoi lazzi era qualcun altro. Però quell’oggetto nero che aveva visto maneggiare metteva ora il meccanico in una nuova e strana luce e sobillava tentazioni da non accondiscendere.

La sera stessa Armando si trovò con Fosco, Egisto, Arturo e Terzo. Il desiderio di comunicare loro la possibilità di impossessarsi di un ferro fu per lui incontenibile ma si trattenne dal fare nomi e indicare situazioni, si buttò invece a fantasticare sulla possibilità di “azioni” che avrebbero potuto compiere, come una cellula terroristica segreta se solo fossero stati in possesso di un’arma. Il Fosco non lo prese sul serio e anche Terzo insieme con Arturo espressero la loro contrarietà. Egisto non disse nulla, non si espresse e la cosa non fu rimarcata da nessuno. In mezzo alle fantasticherie l’Armando esprimeva frasi che parevano estratte da un volantino di una qualunque delle organizzazioni terroristiche in auge a quel periodo, vere o farlocche, brandendo esclamazioni “tipo”, già confezionate e diffuse dai quotidiani, definizioni generiche come “avanguardia”, “lotta”, “clandestinità”, “autofinanziamento”, “contropotere”. Citò un tizio che gestiva una piccola attività commerciale in un quartiere non distante, indicandolo come un possibile bersaglio per via dell’ostensione di simboli politici all’interno del suo negozio. Gli altri cercarono di dissuaderlo e di disilluderlo da erronee valutazioni, tutti tranne l’Egisto, che pareva sempre sul punto di dire qualcosa ma che poi si tratteneva dall’esprimere, non era neanche il caso di dire che fosse indeciso, non si capiva proprio che cosa avesse in mente. Il Fosco cercò di far capire all’Armando che, al di là del fatto che la violenza è sempre da evitare, cinque soggetti come loro sarebbero stati individuati subito, come cinque polli. Su questo fatto risero tutti d’accordo e la vicenda parve morta lì, la serata prese il solito andazzo da cazzeggio adolescenziale e il Fosco non ripensò più all’episodio.

Qualche giorno dopo, in uno di quei tipici pomeriggi brumosi e freddi, con quella nebbia soda di quei tempi là, l’Armando passa da casa del Fosco lì verso le cinque o un po’ prima, stava già facendo scuro.

La nebbia a Milano

– Dai, vieni con me. Ho la Vespa® in perfetto stato. Andiamo a fare un giretto.

– Ma è un freddo che pela.

– Mettiti qualcosa di pesante.

Il Fosco aveva notato che l’Armando aveva due caschi. Cosa del tutto anomala. Non esisteva allora alcun obbligo ad indossarlo, ed infatti quasi nessuno lo portava, tranne i fanatici con le Kawasaki®, le Honda®, o le moto da cross per fare le impennate davanti alle scuole mentre escono le ragazze. Infatti gliene chiese immediatamente spiegazione e l’Armando rispose che era per il freddo. Non del tutto convincente per Fosco ma plausibile, in effetti l’umidità faceva percepire una temperatura molto più bassa, quantunque per Fosco un berretto sarebbe bastato.

Armando ha una espressione nuova, non strana, ma nel suo sguardo c’è qualcosa che lo tiene leggermente al di sopra del suo standard di comportamento, non è agitato ma sembra più gestuale del solito, davanti alla motoretta gli fa:

– Dai, guida te.

Fosco non replica, è successo altre volte che Armando gli abbia fatto guidare la sua Vespa®, la cosa non rappresenta un problema, hanno preso insieme la patente “A” all’inizio di quell’anno, sebbene Fosco non sia ancora riuscito a convincere i suoi a fornirgli un mezzo simile. La patente se l’è pagata con fondi propri, sperando in un contributo genitoriale per una Lambretta® necessariamente usata, ma da quell’orecchio paiono proprio non volerci sentire, e inoltre le finanze sono quelle di una famiglia di operai, poco da scialare.

Si infilano il casco entrambi, Fosco si mette i guanti e poi scalcia con la messa in moto, Armando sale dietro e partono per quella che sembra una normale vasca per i Navigli e poi per il centro. Armando non dice niente, Fosco si dirige verso le vie più trafficate, giunti a Porta Ticinese Armando gli dice di voltare in Corso Gottardo, verso la periferia sud, Fosco non ha nulla in contrario, stanno solo girovagando a caso. Giunti su Via Meda svoltano su Viale Tibaldi e poi Armando lo instrada sempre più verso la periferia. Fosco pensa che Armando debba andare da qualche parte in particolare e lo asseconda senza fare domande.

Il percorso si fa sempre più desolato, la periferia dei casermoni, delle strade dei pendolari, distributori di benzina e capannoni, vecchie cascine assediate dall’industria. Non è ancora l’ora di punta, dell’uscita dalle fabbriche, c’è traffico modesto a scorrimento veloce. Passano davanti ad un distributore discretamente desolato, in quel momento non transita proprio nessuno sulla strada in cui si trovano, Armando fa segno a Fosco di fare inversione e di fermarsi, Fosco rallenta fa una manovra a “U” e si ferma al ciglio della strada dalla parte opposta, sente Armando scendere e trafficare al posteriore della Vespa® e poi risalire di botto indicando il distributore che è a cento metri davanti a loro e presso cui sono passati pochi minuti prima in direzione contraria. Fosco pensa che Armando voglia fare benzina e si dirige al distributore, quando sono nell’area di questo Armando gli dice di fermarsi un po’ più avanti delle pompe, Fosco non capisce ma obbedisce.

Armando scende rapido e deciso e va verso il gabbiotto del benzinaio dove c’è un tizio sui sessanta che si fa sulla porta. Fosco si volta e nota che Armando non si è tolto il casco, hanno entrambi caschi integrali, Armando tiene una mano dietro la schiena all’altezza della cinta, sotto al giaccone, quando il vecchio lo apostrofa dicendo qualcosa che Fosco non capisce Armando tira fuori un oggetto nero e opaco e lo punta contro il benzinaio, che non arretra, anzi, gli si fa incontro gridando in meneghino, Armando spara un colpo ad altezza d’uomo ma puntando volutamente fuori bersaglio, contro il terreno ingombro di macerie oltre una recinzione sbrindellata alle spalle del vecchio, che resta interdetto, arretra senza parlare verso il chiosco illuminato da un triste neon che pretende di vantare le coloriture dei poster pubblicitari sparsi dentro e sulle vetrine, ma il tutto è così tetro e triste e opacizzato dalla nebbia che a Fosco sembra la giusta scenografia per la c****** che sta facendo Armando.

Space Oddity – LP di David Bowie

Vorrebbe scappare ma significherebbe abbandonare un amico, però pensa che in seguito a questo lo abbandonerà comunque. Fosco si guarda intorno, il colpo di pistola potrebbe avere attirato l’attenzione di qualcuno, ma in vista non c’è nessuno, solo un autocarro vuoto passa rombando e sferragliando e Fosco si fa l’idea che potrebbe avere coperto il rumore dello sparo. Si volta verso il gabbiotto per vedere cosa succede, il vecchio è in ginocchio, Armando alle sue spalle gli lega le mani con qualcosa che ha trovato lì dentro, lo tiene sotto tiro con quell’arnese nero e lo vede frugare con la mano libera in un mobiletto dalle gambe rastremate stile anni sessanta che funge da scrivania e da banco. L’immagine di una persona col casco dentro quel capanno vetrato è completamente surreale, Space Oddity gli balena per un attimo nella mente ma è subito scacciata da una nausea cerebrale che annulla ogni distrazione piacevole. Fosco lo vede agire deciso e imperterrito e ha la sensazione che il tempo non passi mai, gli sembra che sia trascorsa un’eternità dacché Armando ha assalito il benzinaio, si chiede quanto tarderà ancora, comincia ad avere paura, quel tipo di paura che potrebbe anche indurre ad errori fatali, poi Armando dà una spinta all’anziano benzinaio che crolla inerme in avanti per via delle mani immobilizzate dietro la schiena quindi esce rapido e dopo essersi chinato un attimo a raccattare qualcosa da terra, corre verso Fosco che ha tenuto in moto la Vespa® e sta sgasando per tenere alti i giri, vuole che tutto finisca al più presto per dimenticare, il fatto e l’amico. Sente la Vespa molleggiare verso il basso, Armando è saltato a cavallo della motoretta e gli dà una botta sulla spalla gridando forte «Vai, vai!». Fosco gira tutta la manetta del gas e il motore della Vespa® arranca una fuga in direzione del centro di Milano.

Lire #10’000#, diconsi Lire =diecimila=

L’asfalto è viscido, snebbia leggermente e Fosco sa che la Vespa®, più di altri motocicli, non è molto affidabile in queste condizioni, specie se aggravati da una fretta non divulgabile. Armando dentro al casco grida cose incomprensibili in un tono di voce che ha il suono dell’esaltazione, Fosco vorrebbe girarsi e prenderlo a calci in culo fino a casa, ma vuole uscire da questa storia il prima possibile e con il minor strascico di conseguenze. La Vespa® strilla tutta la sua modesta potenza al massimo della sua velocità e Fosco si rende conto che è meglio rallentare per non dare nell’occhio, ormai sono a più di un chilometro dal luogo del misfatto. Armando gli dice di fermarsi, Fosco si ferma. Armando scende un istante per fare qualche operazione al retro della motoretta, la cosa non prende più di qualche secondo e quando sale, nel rimbalzo che fa la sospensione con il peso, gli dice forte all’altezza dell’orecchio ostacolato dalla parete del casco: «Avevo coperto la targa!», e poi ride forte come un pazzo sventolandogli davanti al naso un mazzetto di carte da diecimila lire col Michelangelo barbuto che così a occhio e croce assommeranno a un trecentomila. Fosco toglie una mano dal manubrio per respingere quell’ostensione del bottino, come se si trattasse di una cosa orrenda e immonda, sente Armando pronunciare la parola “autofinanziamento” frammezzo ad altre grida derivate da uno stato d’animo euforico che non garantisce alcuna impunità. Passano di fianco ad una gora, scoperta per un tratto, nudità di un paesaggio d’altri tempi, Fosco si ferma, si toglie il casco e lo butta nell’acqua, l’oggetto galleggia sulla capoccia e la corrente lo trascina immediatamente, poi si volta verso Armando gli chiede di togliersi il casco, che butta ugualmente nell’acqua, e quindi gli dice rude:

– Da qui io vado a casa a piedi, perché per colpa tua di certo stanno cercando due tizi in motoretta. Questa sera alle otto e mezzo fatti vedere da solo sotto casa tua, c’è qualcosa che dobbiamo chiarire una volta per sempre.

– Ehi, è andato tutto bene – dice Armando inseguendo Fosco a bordo della Vespa®.

– T’ho detto stasera alle otto e mezzo, cretino. Cavati dal c****. Hai fretta di finire in galera?

E liberandosi da un tentativo di stretta al braccio che Armando ha cercato di artigliare con la mano lasciando momentaneamente la manopola del gas si allontana a piedi verso casa, stizzito e rigido nel portamento. Armando gli passa di fianco lentamente a bordo della sua Vespa® guardandolo in silenzio e poi si allontana nella nebbia e nel buio lattiginoso dei lampioni di periferia.

Alle otto e mezzo Fosco è davanti all’abitazione di Armando, che non si fa attendere, scende puntuale e i due si incamminano in silenzio prendendo una direzione qualunque. Armando prova a rompere il ghiaccio e tenta un po’ di conversazione. Sa che Fosco è proprio arrabbiato ma pensa di poterlo tranquillizzare.

– Ci andiamo a fare una partitina a biliardo con gli altri?

Fosco non risponde, non lo guarda neanche e trova totalmente fuori luogo quella richiesta di sollazzo collettivo dopo un fatto di cronaca nera compiuto, e lo ritiene ancora più deprimente se pensa che è stato portato a termine con lo scopo di un ideale politico. Armando è fuori da ogni realtà, pensa Fosco, quindi chiede a Armando:

– Dove hai trovato quell’arnese?

Armando non risponde subito, vorrebbe mantenere una specie di segreto, non coinvolgere nessun altro, ma sa che Fosco la verità al riguardo se l’è guadagnata poche ore prima e qualcosa la deve dire.

– L’ho ciulata al Camisa.

– Chi, il meccanico?

– Sì.

– E come facevi a sapere che ce l’aveva?

– Qualche sera fa ho portato la Vespa® a fare riparare e sono entrato nella sua officina a motore spento, lui non mi ha sentito arrivare e io l’ho visto che tentava di nasconderla dietro la cassetta dello sciacquone, vicino alla finestra. La notte stessa sono andato là con Egisto e dal finestrotto del bagno siamo riusciti a fregargliela. È una semiautomatica, è brutta da vedere, troppo spigolosa, ma spara in ogni condizione.

– Ma che c**** di dettagli mi stai dando? Pensi che me ne freghi qualcosa? Hai ciulato una pistola, e già questo è una cosa terribile, per giunta hai ciulato una pistola di cui non conosci la provenienza. Potrebbe essere stata usata per altri crimini, per omicidi, o altre cose del genere. Sei proprio scemo. Di Egisto non me ne faccio meraviglia, non è mai stato un’aquila. Ma te ci dovevi pensare. Stai andando nella direzione sbagliata.

– Ma tutto quello che ci siamo detti, i nostri ideali, le nostre convinzioni, la ribellione al sistema…

– Il sistema ci inghiotte senza neanche masticarci, e la rivoluzione si fa dopo avere compiuto fino in fondo il proprio dovere, noi quale dovere abbiamo compiuto? Abbiamo sedici anni Armando, siamo dei ragazzi e se usi gli ideali per commettere dei crimini comuni non farai alcuna rivoluzione, alcuna ribellione. Non dovevi coinvolgermi, soprattutto senza dirmi niente.

– Pensavo che saresti stato d’accordo, non abbiamo mai litigato su nulla, abbiamo sempre diviso tutto.

– Nella consapevolezza, non nell’inganno. Adesso dove c**** l’hai messa quella pistola? Non pensare di tenertela, se ti scoprono trascineresti anche me.

– Non ti tradisco, stai tranquillo.

– Ma di che c**** parli… non è un film, non è un romanzo, la pula ci mette nulla fare quattro e quattr’otto…

Armando restò un istante in silenzio, pareva voler trattenere qualcosa, poi senza guardare Fosco disse:

– Questa sera, prima di venire qui, l’ho rimessa al suo posto, mi ha aiutato di nuovo Egisto. Il Camisa non dovrebbe accorgersene.

– Ah no, non se ne accorge che manca un colpo, sempre che tu non ti sia divertito a spararne altri…

– No, beh … insomma…

– L’Egisto ti ha dato una mano… una bella coppia, si… fate proprio un duo perfetto, non si capisce se siete scemi o se fate finta di essere intelligenti.

Passò qualche istante senza che nessuno dei due dicesse alcunché. Armando si sentiva in obbligo di recuperare l’amicizia del Fosco, un’amicizia di sempre, dai tempi della scuola elementare.

– Ti ricordi di Egisto alle elementari? Si metteva le dita nelle orecchie e poi se le infilava in bocca, e la maestra gli diceva «La merenda la facciamo durante l’intervallo, vero Egisto?», e lui manteneva sempre la stessa espressione, dubito che abbia mai capito il doppio senso.

Fosco non rise.

– Senti Armando, la nostra amicizia finisce qui, noi non ci frequenteremo più, o comunque non più come negli anni trascorsi, né con te, né con gli altri. Dì loro quello che ti pare, dopo tutto spetta a te, sei tu la causa. Ciao.

Fosco prese la strada di casa senza voltarsi. Formalmente la loro amicizia terminò per davvero, ma si frequentarono ancora, è impossibile troncare i legami esistenziali, la vita prima o poi ti rincorre e ti acchiappa, e nella vita di Fosco questo episodio è riaffiorato più volte in maniere insospettabili e non narrabili. Armando non è mai diventato un ribelle, si è accontentato del crimine, in cui eccelle tutt’ora, con riconoscimenti anche da parte dello Stato.

Qualche giorno dopo l’accaduto, in un trafiletto della cronaca locale milanese un giornalista che si firmava solo con le iniziali riportava del ritrovamento di una pistola semiautomatica in un terreno abbandonato nei pressi della tangenziale, l’unico dettaglio al riguardo indicava che tutti i particolari che potevano fare identificare l’oggetto erano stati alterati o danneggiati, anche la rigatura della canna e il percussore erano stati abrasi. Il Camisa evidentemente sapeva contare.

Prossimamente il settimo capitolo

Una storia italiana – Romanzo a puntate (05)

romanzo a puntate (05)

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Questo romanzo, ambientato fra Milano e Genova nel luglio del 2001, è un’opera di fantasia. I personaggi, i luoghi nominati e gli eventi che vi si svolgono sono inventati, gli eventi e le persone eventualmente reali, che fanno da sfondo alla narrazione come ai personaggi, sono tratti da fatti di cronaca riportati dai notiziari o dai quotidiani e liberamente interpretati a fini creativi e immaginari. Ogni altro e qualunque riferimento a persone, luoghi, cose, eventi realmente esistiti o esistenti è puramente casuale e/o esclusivamente funzionale ai fini immaginari della narrazione. Ogni deduzione o interpretazione storica, filosofica o letteraria è meramente funzionale alla narrazione romanzesca quale opera di fantasia.


Una storia italiana

Capitolo V°

(05)

Milano

Giovedì, 19 Luglio 2001

La cosa era ormai decisa, Germano sarebbe andato a conferire con il Sapienza, i BDdLC con l’aggiunto Dott. Cynicus lo stavano indottrinando rapidamente su ciò che avrebbe dovuto dire, su come comportarsi e cosa evitare, sulla localizzazione della biblioteca della facoltà di Giurisprudenza e sulla posizione del soggetto all’interno del locale, posizione pressoché fissa; occupava quasi sempre lo stesso tavolo e la stessa sedia, da cui la definizione di “ufficio”. Solo Sandro restava in silenzio, intento ad esprimere quello scetticismo di fondo che gli si leggeva costantemente in volto dal quale emergeva per esprimere battute pertinenti quando non anche ironiche, o magari solamente curiose, giusto per dimostrare di essere vivo e presente.

– Ma questo Cazzarola perché diavolo lo chiamano “il Cinese”? Il cognome pare lombardo, o comunque italico.

Chinese Mask

– Che importanza ha? – chiese Mario sbirciando Mina, quasi si aspettasse una spiegazione da lei.

– Potrebbe averne – rispose Mina con fare seccato, come se stesse parlando a dei bambini –, è uno che può permettersi molte cose al di sopra delle righe, quel genere di cose per le quali uno qualsiasi di noi dovrebbe dare lunghe e penose spiegazioni alla polizia. Comunque, perché lo chiamino così non l’ho mai saputo.

– Ah, bene – disse Germano – stiamo per pestare i piedi a qualcuno che potrebbe troncare le nostre semplici velleità culturali per tutelare i suoi loschi interessi. Perché per essere loschi sono loschi, vero? – e concluse girandosi verso Mina, la quale ebbe un moto di stizza e di sopportazione.

– Ehi, non ci stiamo mica rivolgendo a lui, non sappiamo neanche dov’è, dove vive e cosa fa, a parte Mina, che forse potrebbe illuminarci.

– No, è proprio fuori dalla mia vita attualmente e non ci voglio avere niente a che fare e soprattutto non sono sicura che stiamo facendo la cosa giusta. Quello è il tipo che è meglio non andare a stuzzicare.

– Germano non ha avuto allucinazioni o traveggole uditive, quello che ha sentito si allaccia a qualcosa della tua vita che tu hai confermato, qualcosa la dobbiamo fare.

– Potremmo andare alla polizia – disse ingenuamente Sandro.

– A dire cosa? Che un nostro collega ha sentito bisbigliare un altro nostro collega che citava un cinese? Sai che risate si fanno? E dimentichi un dettaglio molto importante. La polizia interviene a crimine commesso, non prima o preventivamente per arrestare qualcuno che ha intenzione di fare qualcosa per cui è previsto un soggiorno a spese dello Stato. Non è nemmeno il caso di tirare in ballo le capacità della polizia, o la sua funzionalità. È semplicemente una questione di diritto, non si arresta qualcuno per l’intenzione di commettere un crimine. La democrazia non ti mette al riparo da queste cose.

– Mario ha ragione – disse Gianni –, e poi non stiamo facendo nulla di pericoloso o di illegale. Germano adesso andrà a parlare con questo tizio alla facoltà di Giurisprudenza. Il Cazzanese non lo verrà neanche a sapere.

– Ma non so cosa chiedergli – sbottò Germano –, io non ho mai trafficato quella roba e quella gente. Quelli hanno un linguaggio e un immaginario tutto loro, mi sento come se dovessi discutere con il cane dei miei genitori.

– Ti preoccupi inutilmente. Come hai detto tu hanno un linguaggio di riferimento, ma non hanno nulla contro i potenziali clienti. Devi solo cercare di far parlare il Sapienza per capire se sa qualcosa, basta un accenno, una frase mozza, un’allusione. Non puoi pensare che quello si metta a snocciolare dettagli riguardo a tutto ciò che sa sul Wazzanese e sulla sua parentela fino al quarto grado. Devi solo capire se esiste un pericolo reale oppure no e a questo riguardo sei maturo a sufficienza per comprenderlo da te. Germano Tirlonza, vai e torna vincitore.

– Grazie per la fiducia – disse ironicamente Germano. Beh, allora vado. Aspettatemi qui.

Germano si incamminò verso l’ingresso della facoltà di Giurisprudenza, connessa con quella di Lettere e Filosofia, dove, nonostante l’attiguità degli immobili, non aveva mai messo piede, non sapeva neanche dove fosse la biblioteca della facoltà e le poche indicazioni di Dott. Cynicus più che altro lo avevano confuso. Varcato il portone di ingresso si ritrovò nell’androne che conduce alla corte circondata da colonnati. Incontrò un coetaneo e gli chiese indicazioni su dove trovare la biblioteca. Questo gli diede le indicazioni richieste e poi uscì su Via Del Perdono a passo svelto senza voltarsi. Si era appena incamminato verso lo scopo della sua esplorazione in una nuova facoltà quando due tizi dall’aria non troppo accademica lo raggiunsero e lo affiancarono chiedendogli se si stava dirigendo ai locali della biblioteca e se potevano seguirlo; evidentemente avevano udito il suo colloquio. Germano cercò di inquadrarli in una logica di pertinenza al luogo in cui si trovava, ma non gli riusciva di stabilire una connessione con alcuna delle attività che si svolgevano lì dentro. Potevano essere studenti, in effetti gli sembravano coetanei, ma se lo fossero stati avrebbero saputo come muoversi e sarebbero stati a conoscenza dell’ubicazione dei locali. Il fatto che due persone, tre compreso lui, si stessero dirigendo nello stesso momento alla biblioteca della facoltà di Giurisprudenza senza esservi mai andati prima e senza sapere dove fosse ubicata gli pareva una cosa davvero poco probabile, considerato anche il periodo dell’anno, e i loro comportamento era strano, lo seguivano a breve distanza scambiando sottovoce brevi frasi che non riusciva a capire, gli pareva che stessero litigando fra di loro ma non ne era sicuro; non si azzardò a rivolgere loro la parola.

Biblioteca

Si trovò davanti all’ingresso della biblioteca senza avere percezione del percorso che aveva compiuto per giungervi; a parte la distrazione procurata dai due intrusi tutta la sua attenzione era tesa a quello che avrebbe dovuto chiedere a questo soggetto, ed era nervoso non tanto per sé stesso, quanto per la sua ragazza. Era preoccupato, oltre che per una brutta figura facilmente rimediabile stante l’assurdità della situazione, per la possibilità di fallire nell’accertamento di ciò che aveva udito, perché era strasicuro di avere sentito quella frase e riteneva probabile una situazione imbarazzante o forse perfino pericolosa per Mina, ma ciò che sentiva mancargli era quella vaga eppure certa determinazione che hanno quelli che si muovono di sghimbescio attraverso le relazioni sociali, o almeno tale riteneva lo stato d’animo di quelli che sono consapevoli di stare sul confine del lecito, anche dal punto di vista umano oltre che legale. Nella biblioteca c’erano poche persone, un paio stavano uscendo; individuò pressoché immediatamente il soggetto. Sulla soglia dell’ingresso i suoi due accompagnatori involontari parvero indecisi, si misero a discutere sommessamente, consci forse di essere in un luogo in cui il silenzio non è solo auspicato, è direttamente richiesto. Questa volta litigavano per davvero ma in una strana maniera, come se si trovassero di fronte ad un ostacolo imprevisto che ciascuno dei due voleva affrontare alla propria maniera. Germano ne prese le distanze e cercò di attenersi allo scopo per cui si trovava lì. Dott. Cynicus era stato preciso al riguardo. Attraversò l’ingresso e si diresse al tavolo dov’era seduto il Sapienza. Pensò che forse avrebbe dovuto munirsi di un volume della biblioteca stessa giusto per darsi l’aspetto di qualcuno che è attinente al luogo, ma questo pensiero gli giunse troppo tardi, quando ormai il Sapienza aveva percepito il movimento di qualcuno e lo vide alzare il capo da un grosso tomo e fissarlo in volto mentre gli si avvicinava. Cercò di essere naturale, per quello che può essere naturale qualcuno che “vuole” essere naturale. L’approccio gli fu facilitato dal fatto che nei ristretti dintorni non c’era nessuno.

«La» Sapienza

– Hai d’accendere? – chiese Germano a bassa voce tastandosi la borsa che aveva a tracolla, come a sottolineare il possesso di sigarette che non aveva.

Il tipo prese il suo tempo, non che gli rispose dopo una settimana, ma prese quell’attimo di pausa in cui Germano si sentì osservato molto da vicino. Lo fissò in faccia con la tipica espressione di chi è intento a pensare a qualcos’altro, poi con un fare distratto, quasi come se stesse parlando a sé stesso disse la frase di rito come prevista da Dott. Cynicus.

– Sei sicuro di volere fumare?

Germano questa domanda se l’aspettava e non gli riuscì difficile essere naturale nel rispondere. Il momento gli parve davvero peculiare, sebbene non un’esperienza nuova. La sensazione simile al momento che precede un esame e il tempo si dilata sino ad apparire immobile, quel tempo in cui ti viene da cogliere milioni di dettagli tanto che ti pare stiano trascorrendo ore, giorni quando invece è solo un breve momento. Ciò che davvero lo colpì fu l’aspetto fisico del Sapienza. Lui si aspettava un persona dai tratti caratteristici delle persone cattive o almeno birbantelle, tipo Lucignolo o qualcosa del genere, come negli sceneggiati TV, dove i cattivi hanno tratti da cattivi, gli imbranati da imbranati e i drittoni sono sempre alti, belli e spesso anche ricchi e fanno l’amore come dei ricci, maschi e femmine indistintamente per la sopraggiunta parità dei sessi, mentre invece gli altri, quelli brutti sporchi e cattivi, scopano solamente. La faccia del Sapienza, di cui avrebbe tanto voluto sapere il nome anagrafico ma era una domanda talmente lontana e assurda nel contesto che gli ondeggiò nell’attenzione solo per un breve istante, era al contrario di una delicatezza forse non efebica ma diametralmente opposta ai canoni della cattiveria televisiva e la doppiezza – ne era certo per la previa informazione di Dott. Cynicus – con cui gli si espresse era così dissimulata che per un istante ebbe il dubbio di essersi sbagliato persona, ma la locuzione interrogativa circa la sicurezza da parte sua della disponibilità ad intossicarsi con tabacchi di Stato aveva indirettamente confermato le ipotesi di Dott. Cynicus: era una procedura.

Gli occhi castani del Sapienza non tradivano alcuna emozione, interrogavano; nell’ovale del suo volto, angoloso quanto basta per decidere un aspetto maschile, si inscrivevano e si mescolavano tratti mediterranei, caravaggeschi e nordici ad un tempo e vi si poteva leggere la fisionomia di un giovanetto nella rude e ingenua postura di uno scaltro popolano. Irrazionalmente cercò nella sua fisionomia qualche conferma del tratto d’unione con il losco Wazzanese, come se le frequentazioni sociali lasciassero una traccia, un’evidenza percepibile ad un livello di realtà, quelle domande volatili e assurde che chiedono ragione di qualcosa che ti sfugge senza averne gli elementi, ma come aveva già scritto il poeta tutto passa e quasi orma non lascia, e Germano abbandonò le questioni irrazionali per concentrarsi sulle necessità sue e di Mina. Poteva questo soggetto conoscere la ragazza, anche solo di vista? La sua ingenuità gli era d’ostacolo, non riuscì ad immaginare alcunché al riguardo, come in una partita di scacchi immaginò il suo interlocutore fantasticare le mosse che lui avrebbe intrapreso dietro quella maschera di perbenismo italico sentendosi vuoto di iniziativa, e con bovina obbedienza replicò alla richiesta con un sì, come addestrato da Dott. Cynicus, mimando quella naturalità che gli pareva proprio naturale.

Il Sapienza si alzò in piedi, raccolse il volume che stava consultando e una borsa con tracolla che aveva posato in terra e gli fece cenno col capo di seguirlo. Presso il banco amministrativo della biblioteca c’era un certo fermento, l’avvicinarsi dell’ora della pausa pranzo stava predisponendo i dipendenti ad una gratificazione di panza, e ad un allentamento dell’attenzione, vuoi per un calo di zuccheri; il Sapienza posò sul banco dell’accettazione il suo volumone abbondantemente maneggiato da precedenti generazioni di aspiranti avvocati, come ne testimoniavano i bordi consunti e logori della copertina rigida, una signora lo raccolse distrattamente e lo posò su uno scaffale dietro di lei. Vi fu uno scambio di segnali e ammiccamenti oculari fra l’addetta e il procacciatore di informazioni di dosi che il Germano interpretò come un accenno a tenergli in caldo il tomo per il prosieguo della sua erudizione, quindi il broker dell’informazione al doping, o metapusher, fu tutto per lui. Oltre la soglia dell’ingresso alla biblioteca stazionavano ancora i due soggetti che il Germano aveva poc’anzi abbandonato, per parte sua non infelicemente. Stavano ancora a litigare e sbirciarono il duo appena uscito, il Sapienza li guardò strano e gli chiese se li conosceva. Germano issò la più distanziata espressione di disinteresse che gli riuscì possibile di inscrivere nella sua fisionomia facciale.

– Si ritrovarono nell’androne prospiciente Via Del Perdono, senza che nessuno dei due avesse aperto bocca; Germano sapeva che nel giardino pubblico antistante, nel Largo Richini, c’erano i suoi colleghi ad attenderlo, insieme a Mina, e avvedutamente virò verso il cortile interno rallentando il passo percorsi pochi metri affinché il suo accompagnatore lo potesse superare e fare strada. Rallentarono l’andatura entrambi, quindi il Sapienza trasse di tasca un accendino e lo porse a Germano, che leggendo negli occhi del suo interlocutore lo stoppò con un gesto della mano sinistra aperta e distesa.

– Non è esattamente quello che cerco.

– Il mondo è pieno di tante cose, ma mi era sembrato che ti dovesse bastare un accendino.

Il Sapienza parlava come da dietro una maschera, non nel senso che tentava di nascondersi, ma rendeva piuttosto palese il fatto di essere a conoscenza dell’incomunicabilità di quanto Germano stava per profferire, era chiara la posizione dominante di chi è richiesto e può guatare nei confronti di chi chiede ed è costretto ad esporsi. In questo difficile equilibrio umano il vantaggio di molte precedenti esperienze rendeva sicuro di sé l’interlocutore di Germano e difficile la sua comunicativa. Era come in bilico su qualcosa di molto instabile. Questo non era il solito spacciatore da quattro soldi che si ferma ai semafori o lungo i viali e i corsi e si fa notare e arrestare nel giro di una settimana. Questo fiutava molto più lontano di quanto si potesse immaginare, e l’aveva capito anche uno come Germano, che in fatto di trasgressione non era una volpe. Camminavano a passo talmente lento che quasi erano fermi, la murata del chiostro si ergeva tutt’intorno, il sole a picco del mezzogiorno di luglio si ostinava in un’azzurrità da fine della scuola dei bei tempi spensierati; smorzati e lontani rumori di traffico giungevano da oltre il perimetro claustrale del cortile. Germano provò un forte senso di solitudine.

– A dirla tutta è altro quello che mi serve e mi piacerebbe sapere dove trovarlo.

– Ma se tu non fumi che cos’è che ti serve? – il tono era pacato, quasi suadente, pareva la lenta cautela del gatto che sta per acchiappare il passerotto.

… gatto

Germano sapeva di non dover nominare in maniera gretta o aggressiva parole o sostanze che potessero alludere a traffici illeciti di gratificanti impropri. Il fatto che lo avesse condotto nel suo luogo di affari significava che il suo volto non gli era sconosciuto e probabilmente non gli era sconosciuta la connessione della sua esistenza con quella di Mina. Ebbe la sensazione di essere disarmato, privo di ogni difesa di fronte a qualcosa che direttamente non lo interessava punto, ma restava intera la minaccia di questo Cazzarola nei confronti della sua ragazza e qualcosa la doveva fare o esprimere. L’espansione temporale che aveva sperimentato poc’anzi si era ristretta nel suo contrario, gli parve di essere privo di risorse temporali e incalzato ad una risposta immediata che non aveva la minima intenzione di palesarglisi, come nei sogni si tenta di inseguire qualcosa che sfugge inesorabilmente e senza possibilità di ritorno in un rallentamento dei propri passi e delle proprie forze che esaspera e getta nello sconforto fino ad estrarti dal sogno in una veglia incredula circondato dal buio della notte. In effetti Germano si sentì esattamente come appena sveglio nel cuore della notte, alla ricerca di riferimenti che lo ricollocassero nella realtà conosciuta. Si accorse che il Sapienza gli stava concedendo una finestra temporale molto ristretta, e se avesse sforato i tempi dimostrando indecisione i sospetti circa sue indagini personali in vicende non comunicabili avrebbe evidenziato i segni del suo desiderio di approfondire agganci con persone di cui non si fanno direttamente nomi, come il Cinese; cercò di condensare tutto ciò che voleva sapere in un’unica domanda che riassumesse e mettesse in congiunzione i due estremi della questione, Mina e il Cazzarola, senza sbilanciarsi in qualcosa di evidente o di personale.

– Mi servirebbe della roba per una festa.

– Mi piacciono le feste, che tipo di festa sarebbe?

– Una di quelle dove, sai com’è…

– No, non lo so com’è, spiegami.

Questa ritrosia bloccò lo slancio di Germano, gli giunse sentore di ostacolo imprevisto e prevenzione nei suoi confronti. Troppe richieste di spiegazioni da parte del suo interlocutore lo fecero sentire dietro uno steccato di sfiducia che, anche se ancora lontanamente e in embrione, cominciavano a dare una risposta alla sua escursione nella facoltà vicinale. Temporeggiò ulteriormente in attesa di sviluppi più consistenti.

– Non mi dire che non hai mai partecipato ad una festa, con un minimo di sballo, se capisci cosa intendo.

A Germano il calore della giornata giunse improvviso oltre la superficie dei sensi, come un’accentuazione dell’imbarazzo che stava sperimentando. Campane milanesi stormivano il mezzogiorno italico, campane di tutti i suoni e di tutte le tonalità, vicine, meno vicine e lontane; melodie e carillon campanilistici si mescolavano in una cacofonia indistinguibile a sancire la metà del giorno. In una diffrazione mentale gli parve di rincorrere un sé stesso avulso da una situazione irreale per i suoi standard, l’imbarazzo incrementò.

– Oh, certo; ho visto e ho partecipato a decine di feste, con o senza lo sballo. Posso chiederti per chi sarebbe la festa?

Il tono gli risultò ulteriormente inquisitorio. Era venuto per chiedere e veniva richiesto. Ma chi era costui? Uno pseudo-spacciatore o un informatore della polizia, o tutt’e due insieme? Si lasciò sfuggire qualcosa che avrebbe fatto meglio a tenere per sé.

– Mah, per un’amica… – Lapsus freudiano, pensò Germano mordendosi la lingua in senso figurato non appena la sua risposta aveva fatto il giro per rientrare dalle orecchie.

– Ah, interessante – fece il Sapienza, mostrando una morbosità velata e ironica che cominciava ad illuminare a sufficienza la poliedricità del suo atteggiamento.

Per un istante parve davvero interessato, per un rapidissimo momento il suo volto parve colorarsi della congiunzione di Mina col Cinese, o almeno così parve a Germano, ma di una parvenza che egli non capiva se gli proveniva da errori nei suoi recettori sensoriali o da una interpretazione indotta dalla sua presenza in quel posto e in quel momento a cercare la cosa specifica che gli pareva di essere intento a sospettare, o magari da interpretazioni sbagliate dell’aspirante avvocato. L’ingenuità gli venne fuori genuina, ma l’impressione esatta che si stava formando era che il Sapienza aveva fiutato in lui qualcosa di sbagliato.

– Interessante? …cosa?

– Sì, insomma, … le feste sono una gran bella cosa ma io non so proprio che cos’è che ti serve. Buon divertimento comunque. E… a proposito, non so neanche come ti chiami, ma non preoccuparti, non me ne frega niente.

E se ne andò verso Via Del Perdono con passo deciso dopo averlo salutato agitando in alto una mano con un sorriso di distacco che invitava a stare alla larga. Germano restò piantato lì nel chiostro della facoltà di Giurisprudenza a guardare il tipo che infilava l’androne e scompariva nell’ombra. Fattosene una ragione intraprese lo stesso percorso per raggiungere i BDdLC e Dott. Cynicus. Arrivato su Largo Richini si guardò attorno per vedere i suoi colleghi, ma non li trovò; si diresse alla facoltà e sulla striscia d’ombra antistante l’edificio vide il capannello che cercava raggruppato intorno a Trifarro. Sandro lo vide arrivare quando era ancora lontano e lo indicò agli altri, che si voltarono a verificare il verdetto; la sua camminata era davvero eloquente.

Quando li raggiunse erano tutti voltati verso di lui, Trifarro compreso, attorniato dai BDdLC, Dott. Cynicus e Mina. L’espressione di Trifarro pareva più atona del solito, perché in effetti non era il tipo da sdilinquirsi in smancerie e/o complimenti o frasi superflue su qualsivoglia argomento o inalberarsi per situazioni impreviste o sgradevoli, aveva sempre un distacco che pareva essere stato prodotto dalla tempra delle cose della vita, riguardo alle quali non è mai il caso di montarsi la testa. Germano notò questa posa, replicata nei suoi compagni in coloriture ed espressioni diverse, e intuì che l’assistente Trifarro Dott. Fosco doveva essere stato messo a parte della sua missione alla facoltà di Giurisprudenza e a giudicare dalle facce che lo accolsero pareva non essere necessario aggiornare i presenti sul risultato. Tuttavia la domanda fu posta.

– Allora?

– Nulla di fatto, … cioè…

– Che cosa ti ha detto quel tizio?

– Le previsioni del tempo, come aveva detto Dott. Cynicus.

– Che cosa?

– Sì, insomma, è caduto dalle nuvole, mi ha fiutato e poi mi ha evitato, … però è sospetto…

… dalle nuvole …

Trifarro ascoltava senza parlare e osservava alternativamente Germano e gli altri ragazzi, si capiva che stava meditando qualcosa, certamente con poco entusiasmo ma pareva propenso a buttarsi al soccorso di questi sprovveduti, che tentavano di inquisire un mondo tanto sotterraneo quanto pervasivo della realtà senza avere le necessarie conoscenze circa la pericolosità dei soggetti con cui tentavano di entrare in contatto. Quando Germano riferì di non avere citato il nome del Cinese, Trifarro scosse la testa con disapprovazione e compatimento, Germano non si interruppe e relazionò le sue impressioni circa l’atteggiamento del Sapienza, sottolineando il fatto che pur non avendo menzionato nomi quando aveva parlato genericamente di una “ragazza” il tipo aveva avuto una lieve alterazione espressiva, come se avesse voluto fargli nascostamente capire che lui sapeva chi era e di chi era amico, «Tutto qua», concluse Germano guardando Trifarro, come se si aspettasse un voto.

Per un istante nessuno disse nulla, poi Trifarro, alzando lo sguardo da terra e fissando Germano gli chiese qualcosa.

– Tu sei sicuro di avere udito ciò che i tuoi compagni mi hanno riferito?

Germano parve titubare, guardò i suoi colleghi e alternativamente Fosco Trifarro, e tutti capirono ciò che si stava domandando.

– Lo abbiamo messo a parte della cosa – disse Sandro –.

Germano parve pensarci un istante poi confermò senza parlare ciò a cui alludeva l’assistente con un gesto di assenso del capo. Ci fu una pausa indotta dall’aspetto serio e pensieroso di Trifarro, durante la quale Mina disse che forse non era il caso di preoccuparsi, che stavano esagerando e si stavano montando la testa per una situazione inesistente.

– Ma tu lo conosci sto’ Cazzarola, lo hai mai frequentato? Intendo il Cazzarola che risponde al soprannome del Cinese – disse Trifarro guardando in faccia la ragazza.

– Sì – rispose Mina.

– Allora temo che la situazione sia più reale di quello che pensi, non so quali siano i tuoi trascorsi nei suoi confronti – Trifarro era passato ad un tu che sottintendeva una coevità virtuale verso i ragazzi – ma se quel tipo si muove nella tua direzione è opportuno prendere delle precauzioni, perché quel tale che Germano è andato a inquisire è bifronte, e se possibile anche trifronte. Adesso questo Cinese sa che voi sapete, o comunque se non lo sa adesso lo saprà di certo entro breve tempo. Non si mantiene un mercato del genere senza agganci a largo raggio, e gli agganci sono bidirezionali, forse tridirezionali. In questo genere di cose l’entropia dell’informazione non è caotica, o almeno lo è solo apparentemente, in realtà il disegno che persegue finisce sempre contro l’individuo, incluse le fonti e il tramite di essa. È una merda che ti travolge.

– Ma lei come fa a conoscere il Sapienza?

– Alla mia età non si ha bisogno di conoscere direttamente cose o persone, è sufficiente fiutare le situazioni. Certe cose emergono all’evidenza praticamente da sé, senza bisogno di cercare o indagare, cosa che esula completamente dalla mia attività e dalle mie aspirazioni, anche quelle più recondite.

I ragazzi rimasero un poco sorpresi nel riscontrare questo lato di Trifarro così attento e perspicace verso un genere di persone e attività che ritenevano escluso dalle sue attenzioni; attenzioni che presumevano di leggergli in faccia nei suoi modi rigorosamente diretti alle materie di studio e attinenze necessarie a quanto accadeva in facoltà. Non che lo ritenessero una persona rigida o schematica al limite della pedanteria, ma di sicuro una persona concentrata sulle sue attività senza distrazioni. E ora questa esternazione circa il Sapienza, che molti conoscevano, magari solo per sentito dire, e il Cinese, che molti non conoscevano, ma che avrebbero dovuto, non fosse altro per poterne stare alla larga, illuminavano l’assistente Fosco Trifarro di una personalità affascinante agli occhi di questi giovani, o li induceva almeno ad una curiosità verso di lui per individuare ulteriori sfumature interessanti nella sua personalità, come se stessero scoprendo un mondo nuovo che avevano sempre avuto davanti e non avevano mai considerato. Trifarro si accorse che quei giovani si aspettavano qualcosa, lo guardavano attenti, come in procinto di porre una o più domande che non avevano chiare in testa o forse non avevano il coraggio di formulare. Si accorse che stava a lui indicare loro una maniera per trarsi d’impaccio o forse perfino di soccorrerli per quello che poteva essere nelle sue possibilità. La situazione era come eccitata, non concitata al punto di sovrapporre e accavallare interventi e domande, ma si percepiva una tensione che Fosco sentiva il dovere di allentare, perché una esagerata attenzione e considerazione di questo genere di eventi conduce sempre, o almeno spesso, a conclusioni e azioni sbagliate. Un pericolo esisteva, ed egli ne aveva conoscenze ed esperienze radicate nel suo passato.

– Non prendete nessuna iniziativa, lasciatemi un paio d’ore per parlare con qualcuno e poi vi farò sapere se è il caso di prendere decisioni al riguardo. Non sognatevi di potere andare a contattare soggetti di quella fatta impunemente; e dico impunemente sia da un punto di vista della pericolosità che aleggia sempre intorno a loro, sia dal punto di vista dell’illegalità sorvegliata dalla polizia. Credo di avere in memoria il numero di telefono di quasi tutti voi. Vi farò sapere entro le due.

Mina, che era la vittima attorno a cui ruotava tutto questo piccolo bailamme, aveva un’espressione che la si sarebbe potuta definire “neanche troppo interessata”; sì, ascoltava e interveniva, ma gli si leggeva in faccia un disinteresse discretamente celato, non proprio menefreghismo o atteggiamenti superficiali connessi, ma la sfumatura di un’espressione che pareva indicare l’intima domanda “Ma perché si agitano tanto?”, quantunque partecipasse alla discussione e intervenisse pure con opinioni sue. “In fondo – pensava Mina – è solo un ex”.

Prossimamente il sesto capitolo

Eric Bandini

Una storia italiana – Romanzo a puntate (04)

romanzo a puntate (04)

Copyright © Eric Bandini 2010

Depositato come opera originale presso la S.I.A.E. – O.L.A.F. Deposito n° 2010001634 del 12/04/2010


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Questo romanzo, ambientato fra Milano e Genova nel luglio del 2001, è un’opera di fantasia. I personaggi, i luoghi nominati e gli eventi che vi si svolgono sono inventati, gli eventi e le persone eventualmente reali, che fanno da sfondo alla narrazione come ai personaggi, sono tratti da fatti di cronaca riportati dai notiziari o dai quotidiani e liberamente interpretati a fini creativi e immaginari. Ogni altro e qualunque riferimento a persone, luoghi, cose, eventi realmente esistiti o esistenti è puramente casuale e/o esclusivamente funzionale ai fini immaginari della narrazione. Ogni deduzione o interpretazione storica, filosofica o letteraria è meramente funzionale alla narrazione romanzesca quale opera di fantasia.


Una storia italiana

Capitolo IV°

(04)

Milano

Giovedì, 19 Luglio 2001

Il sole si era alzato di almeno un paio d’ore e la temperatura di almeno un paio di gradi quando Trifarro pronunciò un noto motto che non suscitò alcuna ilarità. La fine della sua relazione li aveva lasciati in silenzio e secondo Trifarro era un buon indice, stavano meditando su ciò che avevano ascoltato; la controprova consisteva nella permanenza in loco ad orazione terminata e nella maggior parte degli sguardi rivolti a lui, come se si aspettassero ancora qualcosa, nonostante fossero seduti a gambe incrociate dalle nove e mezza circa. Il silenzio da parte sua cominciò a sgranchire qualcuno e in pochi attimi tutti furono in piedi a stirarsi come gatti appena svegli, e i jeans di Dott. Cynicus non avevano le borse alle ginocchia. Lo aveva visto armeggiare per sollevarli un poco nel sedersi e ora lo aveva guardato spianarseli nel rialzarsi, a lui quel giochetto non gli sarebbe riuscito neanche se lo avesse studiato per vent’anni. E la camicia non aveva una piega. Tutta questa perfezione doveva trovare uno scambio in una lacuna, ma chissà, forse si sbagliava. Il chiacchiericcio prese in breve il sopravvento, qualcuno chiese a Trifarro se intendeva andare a Genova per il G8 e lui rispose che sarebbe stata sua intenzione essere già sul posto nella giornata odierna, ma ci teneva ad esporre quella roba e ad averne un’opinione in contraccambio, di certo non immediatamente, sarebbe comunque partito per Genova quanto prima per essere parte della protesta per l’indomani almeno, senza precisare nulla al riguardo.

– Chi di voi ha intenzione di andarci? – chiese senza rivolgersi ad alcuno in particolare.

Qualche io e anch’io di provenienza sessuale mista si accavallarono, nessuno capì chi sarebbe andato e chi no, però un certo entusiasmo per la protesta contro il G8 pareva coinvolgerli.

– Non pensa che avremmo potuto ascoltare un po’ di musica? Giusto per entrare nello spirito del periodo – sorrise Irma rivolgendosi a Trifarro.

– Sarebbe stato inutile, la musica è finita. Quello che ci arriva è solo l’eco di un periodo terminato, che non ha prodotto invano, ma che ha prodotto troppo e in troppe direzioni per poter essere compreso.

– Cosa intende dire? – chiese Mario.

– Che la portata degli eventi significativi è dispersa dall’abbondanza degli elementi di contorno con cui sono stati prodotti e soprattutto dalla scala abnorme di produzione e diffusione che lo sminuiscono, e dal nostro punto di osservazione erroneamente ne semplificano la portata. Per fare un esempio molto semplice, la famosa frase di una nota canzone, “Shine on you crazy diamond”, genera un corto circuito logico che sembra andare oltre “Song of myself” di Walt Whitman, oppure oltre l’”E tu…” di Montale, ma nessuno si prenderà la briga di andare ad indagare quel testo o altri testi di quella specie perché secondo i canoni attuali della cultura quel fenomeno appartiene al folclore popolare e quindi inferiore; nessun professore universitario con uno stipendio adeguato all’opportunità di fregiarsi di tale titolo si degnerebbe di tenere lezioni al riguardo, se non per argomentazioni di tipo artistico, però succede sempre che davanti alla cultura l’arte è sempre una colpa. E infine può anche darsi che abbiano ragione i “Professori”, perché gli eventi degni di indagine sono talmente diluiti in una marea di cose superficiali che distillare qualcosa di interessante diventa un’attività non remunerativa. È come volere sfruttare una miniera in cui la ganga supera di gran lunga il limite di convenienza rispetto al minerale. Ma chissà, forse fra cinquant’anni qualcuno andrà a recuperare quel materiale come oggi alcuni vanno a reperire vecchie tradizioni locali per evitare che se ne perda la memoria, e magari allora perfino Gianni Pettenati finirà nell’enciclopedia del Rock.

Rock & Roll

– Chi è Gianni Pettenati?

– Non mi ricordo. Beh ragazzi, ci si vede. – Trifarro salutò e si incamminò verso il civico 3 di Via Del Perdono.

– Domani a Genova magari – rispose Dott. Cynicus fra i gesti di saluto di tutti gli altri.

Allontanandosi nel rispondere con un gesto ai saluti Trifarro lo squadrò in tralice con un sorriso di sorpresa che gli fece inclinare un poco il capo. Non avrebbe mai pensato che un quasi fighetto come Dott. Cynicus potesse desiderare di andarsi a stropicciare la camicia in una roba come la protesta del G8. Ebbe il dubbio che lo stesse pigliando per il culo, l’espressione però era verace. Fedora e Cesira lo rincorsero per chiedergli qualcosa accompagnandolo per un tratto.

Mina era intrappolata in una conversazione con Zaira e Argia. Germano ascoltava ad un paio di metri di distanza, in attesa di potere parlare con lei direttamente riguardo ad un certo cinese, sempre che riuscisse a trovare il coraggio di affrontare l’argomento. Bonbon si era avvicinato e si era intromesso nella discussione delle tre ragazze. Pareva terribilmente interessato alla festa della sera stessa, di cui Germano aveva scarsi dettagli. Germano osservava Mina e Bonbon chiedendosi che cosa li legasse ad un certo cinese. Mina gli pareva quella di sempre. Bonbon aveva un non so ché di subdolo, un lontano sentore di falso che emanava dal suo atteggiamento; eccessivamente infervorato rispetto ai suoi standard, quando aveva la parola si esprimeva a mitraglia e gesticolava come un ghisa in mezzo al traffico, quasi che fosse l’ospite e l’organizzatore della serata, quando invece, con tutta probabilità, si sarebbe più o meno imbucato, non come suo solito, poiché aveva buone relazioni con tutti, ma una certa tendenza a non volere restare indietro o escluso lo spingeva ad aggregarsi anche quando forse non esistevano i presupposti.

Gianni gli si avvicinò. Germano lo guardò in faccia e già gli venne da ridere. Conosceva quell’espressione. La tipica espressione da BDdLC. Si predispose al cazzeggio. Mario venne in supporto e Sandro non volle restare indietro.

– Fammi un’affermazione assoluta – gli chiese Gianni con fare imperioso.

– Per poter fare un’affermazione assoluta dovrei potere uscire dall’universo e non ho tutta questa fretta.

– Sembra che non abbiamo demolito – disse Gianni rivolto a Sandro e Mario.

– Che cosa intendevi dire con quell’affermazione? – chiese Sandro a Germano.

– Che se vi fosse una determinazione assoluta questa sarebbe esterna all’universo, al Tutto, e se vi fosse qualcosa di esterno al Tutto questo cesserebbe di essere Tutto. Inoltre le parole “determinazione” e “assoluto” insieme formano una specie di controsenso, non può esistere un assoluto determinabile, proprio perché assoluto, libero da ogni vincolo.

– Ecco un altro che conosce il latino.

– Non esattamente – sorrise Germano.

Si era avvicinato anche Dott. Cynicus, la riunione non era passata inosservata.

– Ehi, mi sono scordato di fare alcune domande a Trifarro.

– Su cosa?

– Sulla fine della storia. L’ha esposta come una specie di controsenso, non credo che basti dire che il Servo e il Signore cessano il loro rapporto idilliaco.

– La prossima settimana glielo potrai chiedere, sempre che non abbia la testa troppo malconcia per le randellate che prenderà a Genova. Avete letto i giornali? Sembra una città sotto assedio.

– Io ho intenzione di andarci – disse Sandro.

– Anch’io – rispose Dott. Cynicus – per cui è meglio che ci sbrighiamo, è quasi mezzogiorno, possiamo organizzarci per essere là domani mattina. Tu cosa fai? – chiese Dott. Cynicus a Germano.

– Questa sera sono al rimorchio – disse Germano accennando a Mina – ma non è detto che non possa essere là domani mattina. Teniamoci in contatto, poi vediamo, magari vengono anche loro – disse indicando le ragazze.

– Non mi sembrano molto per la quale, e poi le ragazze protestano diversamente.

Bonbon se n’era andato all’improvviso trotterellando attraverso il prato verso Via Chiaravalle con un gesto di saluto vago e impreciso. Zaira e Argia salutarono Mina, sorrisero verso i BDdLC in riunione e se ne andarono anche loro. Mina si avvicinò a Germano, che ancora sotto l’effetto del buon umore dei BDdLC e quindi vagamente euforico e distratto, e domandò a secco.

– Chi è il cinese?

Il volto di Mina assunse un’espressione rigida. Germano capì di avere detto qualcosa di strano, ma ormai era stato detto. Mina prese il suo tempo per replicare, poi tentò una distrazione.

– Chi ti ha parlato di quello lì? No, aspetta, lasciami indovinare. Quel vuoto a perdere di Bonbon.

– Non direttamente. Ho colto una conversazione fra lui e Laszlo, poco fa mentre Trifarro parlava. Sembra che questo cinese voglia vederti a tutti i costi. Chi è questo cinese?

– Uno che è meglio perdere che trovare, se è quello di cui si dice in giro – disse Dott. Cynicus – se ha deciso di “vederti” troverà la maniera.

I BDdLC erano lì con Mina e Germano, coinvolti senza volerlo nella loro conversazione. Germano aveva notato il particolare accento con cui era stata pronunciata la parola “vederti”, tentò di fantasticare su pericoli e situazioni di cui non aveva idea e non giunse ad alcun risultato.

Mina guardò torva Dott. Cynicus, che abbassò gli occhi e poi si guardò in giro come per distrarsi.

– Cosa vuole da te questo cinese? – insistette Germano con Mina.

– Non lo so – disse Mina stizzita.

La sua vita esposta, sebbene fra amici, gli dava una estrema sensazione di disagio. Certamente non conoscevano i dettagli dei suoi trascorsi col Cinese, ma una volta avuti dettagli sul tipo avrebbero fatto presto a fare due più due. Decise che non gliene fregava, decise che qualunque cosa fosse successa non sarebbe tornata da quel figuro per nessuna ragione. Meglio la loquace amicizia di questi, a qualsiasi condizione.

– Un modo per saperlo ci sarebbe – replicò Dott. Cynicus, che sebbene in vita sua non si fosse mai fatto neanche una canna – né mai aveva assunto -, sapeva dove trovare i rivenditori o gli indicatori per reperire certa merce, e sapeva anche chi fosse il Cinese, non fino al punto da poterlo collegare a Mina, ma quanto poteva bastare per attivarsi ad aiutare qualcuno che ne voleva stare alla larga tanto quanto lui stesso.

– E quale? – inquisì Mina decisamente alterata.

– Il Sapienza.

– Chi, quella doppia serpe? Da quelli che lo conoscono si sente dire solo che non è amico di nessuno, è inaffidabile, e forse anche introvabile – rispose Germano, che conosceva il mito del Sapienza per sentito dire, come molti di quelli delle facoltà nel raggio di un paio di chilometri da quella di legge.

– Trovabile lo è, il problema è un altro – si intromise Dott. Cynicus senza essere ascoltato, alludendo alla doppiezza del soggetto, come aveva appena ingenuamente alluso Germano senza essere certamente consapevole del fatto che l’informazione viaggia sempre nei due sensi.

– Però è dentro alle cose della roba, e quindi è al corrente quanto basta per ottenere informazioni, sempre che abbia voglia di dartele, quanto a trovarlo lascia fare a noi – disse Gianni.

– Non posso andare a parlarci, sarebbe ridicolo – disse Mina.

– Ci andrà Germano – replicò Dott. Cynicus – magari lo accompagniamo noi.

Che il Sapienza fosse un viscido era cosa risaputa, però molti lo tolleravano per la sua ubiquità sociale, un po’ di qua un po’ di là dalla legge senza mai strafare, senza mai deludere troppo, e cosa più importante senza dare nell’occhio. Il suo mito era nato all’università di Padova, facoltà di legge, dove aveva insultato un professore che, a suo dire, lo aveva preso di mira sminuendo le sue capacità, dicendogli di fronte a testimoni: «Io penso che lei sia un cretino», a cui l’offeso, vuoi per stanchezza, vuoi per una momentanea sottovalutazione del soggetto, vuoi perché anche lui immaginava il suo io scritto a lettere maiuscole e possibilmente cubitali, aveva abboccato come un paganello. Il professore aveva esatto delle scuse che il Sapienza – non si conosce la sua anagrafica, si sa solo che è già vecchiotto per l’università, è forse intorno ai venticinque anni, ma probabilmente oltre, quasi ai trenta – non aveva concesse e il vegliardo lo aveva minacciato di denuncia all’autorità costituita.

Promessa che tentò di mantenere, stante la più desolata assenza di scuse da parte del Sapienza, ma che fu anticipata da un’iniziativa interna proponendo un processo-lezione nello stile dell’arte declamatoria dell’antica Roma. Quando il Sapienza venne ad essere informato di dover affrontare un professore di diritto in un aula di quella stessa accademia in conseguenza di quella frase, cominciò a spavaldeggiare in facoltà, irridendo il suo insegnante e vantandosi di volersi difendere da solo – poiché la cosa si stava organizzando con accusa e difesa come in un vero processo –, rinunciando ad un patrocinio legale “vero e proprio” da parte di qualche studente-collega, ma rinunciò soprattutto alla possibilità di una riconciliazione pacifica per evitare la comparsata del processo-lezione; il suo giga-ego non voleva prendere in considerazione la possibilità di chiudere la vicenda offrendo all’insegnante qualcosa che assomigliasse a delle scuse da parte sua. Qualcuno tentò di richiamarlo alla cosiddetta ragione ma il tarlo della vanità doveva averlo bacato nel profondo perché non volle ascoltare nessuno.

Tuttavia essendo stato evitato il tribunale propriamente detto, colleghi del professore, come anche alcuni studenti, si adoperarono al meglio per inscenare quella specie di processo-lezione. Il giorno fatidico del processo-lezione arrivò e il Sapienza giunse all’arringa della sua stessa difesa, che, tralasciando il peana introduttivo sull’accanimento del tale professore contro le sue aspirazioni, così si può sintetizzare: «Il fatto che io abbia detto al professor ——- “Io penso che lei sia un cretino” non significa che egli lo sia. Magari egli è la persona più intelligente del mondo, io però penso che egli sia un cretino. A prescindere dal fatto che sarà capitato a chiunque di voi di dire “Penso che il tale sia un cretino”, il fatto che io pensi una cosa del genere del professor ——- non può costituire un reato, perché da ciò che recita quell’articolo del Codice di Procedura Penale, “assicurare il colpevole alla Giustizia per impedire che il reato venga reiterato e/o portato a conseguenze ulteriori”, si evince che il fatto che io “pensi” che il professor ——- sia un cretino, e il congiuntivo del verbo essere può essere confermato da testimoni, non può essere incluso in questa casistica, poiché nessuno potrà impedirmi di pensare che il professor ——- “sia” (enfasi su “sia”) un cretino, nemmeno se venissi rinchiuso in prigione, e vorrei sapere come farà questa Corte – mimica corporea ad includere l’uditorio del processo-lezione – ad impedirmi di portare a conseguenze ulteriori questo addebito di colpa di cui la controparte intende farmi carico. Questo è un “reato” di opinione ed è un fatto che non può costituire un reato». In conseguenza di questa bella tirata “la corte” assolse il Sapienza dall’accusa perché il fatto non costituisce reato, e da questa vicenda ne viene appunto il soprannome. La realtà delle cose andò però discretamente contro il destino del Sapienza, perché non si insulta un professore di diritto sul piano del diritto, nemmeno per imbastire un processo per mimare l’arte declamatoria dell’antica Roma.

Declamatoria nell’antica Roma

La sua carriera di studente, già di per sé non brillante, vuoi per la presunta (e non dimostrata) persecuzione del professor ——-, stando alle affermazioni del soggetto, vuoi per altri e più ordinari motivi, prese un andazzo negativo sotto tutti i punti di vista e per avere l’opportunità di terminare il suo percorso di studi, ormai discretamente fuori corso, dovette risolversi a cambiare facoltà e si trasferì a Milano, facoltà di Giurisprudenza, dove non brillava ugualmente, e dove i suoi trascorsi lo inseguivano nelle battute sardoniche di certi insegnanti che facevano sfoggio oltre misura di espressioni tipo “io penso che lei…” e poi aggiungevano una lunga pausa che poteva essere facilmente riempita con ciò che la fantasia si trovava a pensare per caso in quel momento, oppure alludevano più direttamente con il ritornello “non penserà mica che io sia un cretino”; insomma il successo del Sapienza gli si ritorse contro. Per aspera ad astra, e ritorno. Però la sua abilità di trafficone e di maneggione lo teneva a galla, aveva ancora speranze di terminare gli studi, ma soprattutto di destreggiarsi fra le necessità vagamente illegali dei suoi coetanei, attività per la quale, se si fosse sparsa la voce nell’ambiente sbagliato, avrebbe dovuto rinunciare agli studi, e forse non solo a quelli.

Ora, la facoltà di Giurisprudenza di Milano è giusto attaccata a quella di Lettere e Filosofia e Dott. Cynicus sa che il Sapienza è spesso in ufficio, così come lo sanno certi studenti dell’una o dell’altra facoltà, i miti sbagliati si diffondono più in fretta, non si sa perché ma è così.

– D’accordo, ma con quale scopo ci presentiamo? Non possiamo andare là a chiedergli «Ehi, cosa vuole il tuo amico dalla nostra collega?».

– Facciamo finta di cercare un po’ di bamba, no meglio un po’ di maria, insomma facciamo finta di avere bisogno di qualcosa che lui ci possa fornire e intanto proviamo a sondarlo.

– Potrebbe essere la tattica sbagliata. Non puoi presentarti da uno che “si dice” che spacci e chiedergli papale papale: «Ehi, hai un po’ di neve?», penserà che lavori per la pula o per la DIGOS. Esiste una procedura, e io so qual è. – Dott. Cynicus gongolò leggermente, non troppo, solo quanto bastava per attirare gli sguardi dei suoi colleghi-amici.

– Sentiamo – disse qualcuno.

– Quel tizio, quel Sapienza, sta sempre o quasi in biblioteca, intendo la biblioteca della facoltà di Giurisprudenza. Per essere studioso è studioso, e magari un giorno o l’altro diventerà pure avvocato, solo che tra lo studio di una sentenza e l’analisi di una normativa integra la sua sussistenza fornendo indicazioni di dosi. Badate, non ho detto che spaccia. Fornisce indicazioni di dosi. Funziona così. Tu ti presenti lì da lui, che è intento a studiare come Thomas Hobbes o come Baruch Spinoza, e gli chiedi se ha da accendere esibendo magari una sigaretta, lui ti dice che in biblioteca non si può fumare, cosa perfettamente esatta, sancita anche dai Vigili del Fuoco oltre che dai medici condotti, e allora tu gli chiedi se può uscire per fornirti d’accendere e lui con una faccia dalle mille espressioni che sembrano ispirate al racconto di Alì Babà e i quaranta ladroni ti dice, quasi fosse una formula di rito: «Sei sicuro di voler fumare?» oppure «Quanto vuoi fumare?», che tradotto significa “Posso procurarti di meglio” e tu devi rispondere “certamente” oppure “parecchio”, quindi lui si alza e ti accompagna nel cortile della facoltà, dove lontano da orecchie indiscrete senza mai citare la “merce” avvengono gli scambi di informazioni. Lui non chiede mai soldi, anche perché non vende direttamente la roba; lui ti dice dove andare e con chi parlare e ti indica personaggi sicuri, non gente di strada o loschi fantocci affamati di denaro, sono agganci insospettabili, per lo più gente di livello o luoghi che non penseresti mai, la cosa stupefacente è che non fa mai nomi e la gente trova sempre “quello di cui pensa di avere bisogno ma che farebbe meglio a non desiderare”, qualcuno certamente lo paga e non è difficile capire perché. Le università sono affollate di giovani che rappresentano una grossa potenziale clientela, specie se bene addestrati durante le medie superiori. Alcuni lo considerano un’istituzione, altri, quelli discretamente dipendenti, una tendenza. Il suo successo è determinato dal fatto che nessuno ormai vuole più farsi vedere a comprare losche bustine da un pusher di strada, almeno non quelli che hanno disponibilità di soldi. Qualcuno si chiede come faccia a non essere scoperto, l’unica cosa che posso dire al riguardo è che il Sapienza ha una memoria fotografica, ci puoi scommettere che le facce di tutti gli studenti che incontra nelle facoltà che frequenta gli rimangono impresse e se qualcuno con una faccia che non conosce gli si presenta davanti a fare strane affermazioni lui assume un’espressione tipo “sto cadendo dalle nuvole così bene che potrei darti anche le previsioni del tempo”.

Baruch Spinoza

Sandro intervenne.

– Non sarebbe meglio informarsi prima da Trifarro? Insegna in questa facoltà da anni, ci ha perfino studiato, si è laureato qui e conosce di sicuro le problematiche e le loro origini, intendo quelle umane, quelle con cui stiamo cercando di entrare in contatto; sono sicuro che esponendogli la cosa troverebbe maniera di intervenire in maniera positiva.

Nessuno gli rispose. Germano si rivolse a Mina con una domanda che lei si aspettava già da un po’.

– Ma tu con questo Cinese che cavolo c’entri? – Nella mente di Germano “il” cinese non era più anonimo, sebbene non lo conoscesse la definizione che lo identificava nominalmente aveva assunto una minacciosa iniziale maiuscola.

Gli sguardi dei BDdLC, Dott. Cynicus e Germano erano fissi su di lei in attesa di una risposta. Mina capì che qualcosa la doveva dire, quel mondo “normale” che le consentiva di divertirsi e la coccolava pure, quel mondo che le permetteva di pensare a tempi sbagliati come a qualcosa di remoto che non sarebbe più ritornato meritava una spiegazione, magari non completa, magari in parte omessa o travisata, ma qualcosa la doveva tirare fuori. Sandro, Mario, Gianni, Dott. Cynicus le avevano regalato dei momenti davvero divertenti e soprattutto Germano meritava una onesta risposta. Magari non troppo onesta. Beh, onesta quanto basta per evitare ulteriori domande.

– Lo conosco dai tempi del liceo. Si chiama Cazzarola, Walter Cazzarola. Non è di Milano, o almeno allora non lo era, cioè non abitava qui, dove viva adesso non lo so. Ci vedemmo per la prima volta in una discoteca di periferia, ci siamo frequentati per un periodo e poi fortunatamente ci siamo persi di vista e ora non ho la più pallida idea di cosa possa volere da me, ma so che è diventato un tipo pericoloso.

– La spiegazione parve bastare.

– Sentite – disse Dott. Cynicus –, se questa cosa è stata davvero attivata da questo Wazzarola è il caso di prendere iniziative prima che siano le iniziative a prendere Mina. Bonbon può essere umanamente un tipo scarso ma è attendibile, specie se colto di sorpresa. Lui non sa che Germano ha udito quella frase, adesso se vuoi che ti diamo una mano – disse rivolto a Mina – il vantaggio è nostro. Bisogna sapere quello che vuole il Cinese alias Walter, e il Sapienza potrebbe essere il mezzo per ottenere l’informazione, manca poco a mezzogiorno, se ci spicciamo possiamo questionarlo, a quest’ora è certamente ancora là – e indicò il civico 7 di Via Del Perdono.

Germano lo guardò con un’espressione strana stampata sulla faccia, consapevole di essere l’incaricato della missione. Si era sempre tenuto alla larga da questioni di questo tipo, non tanto per pavidità, quanto per una sorta di irrazionalità che aleggia sempre intorno agli attori di queste vicende discretamente losche, quella irrazionale consapevolezza di essere intenti a qualcosa di sbagliato ed erigerla contemporaneamente a scopo di vita, come se questi fossero intenti ad inchiappettare l’universo sperando, o forse nell’irrazionale certezza, che l’universo non se ne accorga. Che tipo di discorsi puoi intavolare con soggetti di questo tipo? Si domandava Germano, e la risposta era perfino banale: tattiche di fregatura molto più reale che virtuale, quei discorsi mitoparanoici basati su certezze assurde, sulla convinzione di supremazia o di impunità, che nella lunga prospettiva appaiono il miraggio della stessa cosa. Questi non mirano ad una conquista logica del senso dell’esistenza, caso mai sia perseguibile, questi mirano direttamente all’impunità, ai discorsi da telefilm di basso livello, dove i cattivi, inesorabilmente irrazionali all’inverosimile, inscenano il loro crimine basato sulla frase assurda: «Non avranno mai prove contro di noi». Tuttavia pensava anche che un tale soggetto non può essere consapevole della sua presunzione, e quindi la tattica di Dott. Cynicus poteva anche essere razionale, ma entrare nella mentalità contorta di un tipo di tale fatta, per una persona decente e consapevole di se stessa, comporta dei rischi, uno principalmente: l’esposizione delle proprie aspirazioni alla stramberia esistenziale di qualcuno che pensa di vincere contro l’universo, che pensa di essere impunito in eterno. Non per una errata convinzione circa l’esistenza di una punizione ultraterrena, che sarebbe ugualmente irrazionale, quanto per un’assurda affermazione del proprio ego al cospetto dell’immensità, come se la formica dicesse all’universo: «Ehi, non mi rompere le scatole!».

Prossimamente il quinto capitolo

Una storia italiana – Romanzo a puntate (03)

romanzo a puntate (03)

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Questo romanzo, ambientato fra Milano e Genova nel luglio del 2001, è un’opera di fantasia. I personaggi, i luoghi nominati e gli eventi che vi si svolgono sono inventati, gli eventi e le persone eventualmente reali, che fanno da sfondo alla narrazione come ai personaggi, sono tratti da fatti di cronaca riportati dai notiziari o dai quotidiani e liberamente interpretati a fini creativi e immaginari. Ogni altro e qualunque riferimento a persone, luoghi, cose, eventi realmente esistiti o esistenti è puramente casuale e/o esclusivamente funzionale ai fini immaginari della narrazione. Ogni deduzione o interpretazione storica, filosofica o letteraria è meramente funzionale alla narrazione romanzesca quale opera di fantasia.


Una storia italiana

Capitolo III°

(03)

Milano

Giovedì, 19 Luglio 2001

La casuale riunione s’era animata e più di qualcuno teneva banco sulle notizie del giorno circa il G8 di Genova, a cui alcuni fra di loro avevano in animo di presenziare per incrementare lo schieramento della protesta, cosicché il parlare di molti sovrastava l’ascoltare di pochi. Trifarro pareva distante, con un termine volgar folcloristico lo si sarebbe potuto definire scoglionato. Anche Trifarro aveva pianificato una sua partecipazione alla protesta di Genova, ma le difficoltà che l’amministrazione gli aveva creato lo avevano tenuto sulla corda fino all’ultimo nella speranza di poter esprimere alcune idee circa il suo modo di vedere le cose della storia, poi successe semplicemente quello che è nell’ordine delle cose, e come ebbe a dire un suo conoscente: «La storia ha una forma esatta e precisa, come quella di un sasso»; ciò che non può nemmeno essere messo in discussione, per quanto la storia sia una discussione continua. E ora, nell’incipiente calura della mattina di luglio, si trovava all’ombra degli alberi di Largo Richini in compagnia di studenti che si aspettavano da lui qualcosa per cui avevano rinunciato ad un allegro fine settimana estivo o forse, come egli stesso aveva in animo di fare, a qualcosa di più impegnativo ma non meno coinvolgente; non che fosse amareggiato, qualche piccola sconfitta personale non lo disturbava, ma gli pareva che qualcosa o qualcuno lo allontanasse sempre di più da un giusto senso delle cose e della vita, non tanto per una imposizione personale – l’arrivismo non era parte delle sue prerogative –, quanto per una nascosta istigazione alla omologazione che gli pareva di riscontrare e a cui non aveva il coraggio di opporre sufficiente resistenza, magari perché sarebbe stato perfettamente inutile.

Si domandò se avesse potuto semplicemente stampare la sua relazione al computer e distribuirla in maniera informale affinché quelli interessati se la fotocopiassero, ma nell’opposizione che la direzione aveva opposto alla sua intenzione una volta abbozzati con i sui superiori, anche solo sommariamente, gli argomenti di cui intendeva parlare, aveva intravisto qualcosa di segretamente ostile che non solo non riusciva a comprendere ma che gli metteva addosso un profondo disagio. A dire la verità nessuno gli aveva posto dei veti ma la sua posizione di precario lo teneva in uno strano equilibrio in cui cercava di non compromettere ipotesi di una carriera che per la sua età poteva già definirsi tardiva e uno sguardo non conciliante o un parere vagamente critico da parte dei titolari di cattedra o amministratori a pieno titolo lo mettevano in una condizione di introspezione eccessiva. Cosicché distribuire in forma stampata qualcosa nel cui riguardo aveva subodorato un certo antagonismo gli solleticava miriadi di sospetti sulla fiducia nel genere umano e nella bontà e disponibilità delle persone verso il prossimo, che d’altronde, come sapeva già dai tempi dell’asilo, è qualcosa che resta confinata nella mezz’ora di predicozzo domenicale presso le chiese di ogni ordine e grado.

I ragazzi intorno a lui sembravano intenzionati ad ascoltare qualcosa comunque, anzi, altri ne arrivavano. Dario, Fedora e Cesira si erano appena aggiunti all’assembramento; tutti intenti a parlare fra loro o a rivolgergli domande brevi da cui si aspettavano risposte altrettanto brevi, nella certezza che presto, in un modo o nell’altro, la relazione che Trifarro aveva in animo di tenere sarebbe stata espressa. Anche Laszlo era arrivato; Trifarro cominciò a convincersi che quattro chiacchiere in libertà all’ombra degli alberi in una bella giornata estiva lo avrebbero riconciliato con il mondo degli umani e alleviato di ombrosi sospetti, cosicché cominciò a guardarsi intorno per organizzare una lezione on the spot, tutta questa gioventù bene intenzionata non andava delusa. Alcuni avevano smesso di parlare fra loro e lo guardavano in attesa di indicazioni, attesa motivata da lui stesso per via delle aspettative che aveva creato proponendo come imminente qualcosa di cui aveva intenzione di parlare in qualità di assistente universitario. Cesira, tra gli ultimi sopraggiunti, chiese dove avrebbero tenuto la conferenza, mettendo un poco di enfasi burocratica nell’evocazione verbale di quel termine. Trifarro la guardò negli occhi con un’espressione neutra e distante che intendeva essere propedeutica alla decisione di sedersi sul prato e conversare su ciò di cui voleva parlare.

– Di che cosa ci parlerà? – incalzò Cesira.

– Del postmoderno e forse del ’68 – disse Trifarro guardandosi attorno per vedere come organizzarsi.

– E cosa sarebbe questo ’68? – chiese Pia.

– Qualunque cosa sia ho una mezza idea che non lo troverai sul Kamasutra – disse Gianni

– Scemo – fece eco una voce femminile dal mucchio.

– Sentite – disse Trifarro sedendosi sul prato – mettiamoci seduti qui e vediamo di non sprecare una giornata, visto che siamo rimasti a Milano.

I ragazzi cercarono di disporsi all’intorno in una specie di doppio semicircolo davanti a Trifarro; Bonbon maneggiò e trafficò per trarre da parte nella fila posteriore Laszlo, che era appena arrivato, ma questo pareva terribilmente incuriosito da ciò che Trifarro avrebbe detto e cercò di andare ad accomodarsi sul prato quasi di fianco a Trifarro, ma l’Oscuro, o anche lo Scuro dato l’incertezza sulla corretta dizione poiché i soprannomi di norma non vengono scritti, che non visto da alcuno dei presenti si era appena aggiunto all’assembramento, lo precedette con quel suo tipico modo di fare tra l’assente e il distratto che ti faceva notare la sua presenza solo quando te lo trovavi davanti come i gatti che non capisci mai da dove siano sbucati quando li vedi vicino a te, si spianò in posizione del loto esattamente alla destra di Trifarro; Zaira, Argia, Germano e alcuni altri subito a fianco in una progressione semicircolare che pareva un piccolo domino umano; così Laszlo senza ascoltare Bonbon lo assecondò senza volere sedendosi alle spalle di Germano che aveva trovato posto di fianco ad Argia. Bonbon si sedette alla destra di Laszlo. Germano si era accorto delle manovre di Bonbon e pensò che questi due avevano qualcosa di cui parlare, certamente Bonbon a Laszlo, non il contrario, poiché Laszlo aveva una innata abilità a stare alla larga dai problemi e a godersi ogni opportunità; non erano comunque fatti suoi.

lo stile dell’Oscuro, o lo Scuro; alias l’Alfeo

Zaira e Argia erano veramente due creature, in quel senso della sospensione dell’essere che contiene la parola “creatura” quando si vuole indicare leggerezza, gentilezza, ingenuità e innocenza. Si erano mutate e abbreviate reciprocamente i nomi in Zara per Zaira e Gìa per Argia, in un gioco soltanto loro e per loro stesse. Quelli che le conoscevano e le frequentavano non vi facevano caso per nulla e forse segretamente approvavano in loro quel desiderio esaudito di reciproca fiducia, alcuni le chiamavano con i nomi aggiornati, senza magari rendersi conto che la cosa non era esterna alle due ragazze, che non avevano alcun timore a chiamarsi con i nuovi nomi in presenza di altre persone che magari conoscevano i loro dati anagrafici reali; loro comunque rispondevano sempre allegramente ed ora osservavano Trifarro vagare con lo sguardo all’intorno com’era solito fare per cercare concentrazione ogni qualvolta doveva esprimersi davanti ad un uditorio. La cosa non appariva per nulla accademica; sedici ragazzi seduti su di un prato di fronte ad un assistente universitario in attesa di qualcosa che non aveva una classificazione e poteva essere condivisa solo in maniera informale li rendeva consapevoli magari non di una stramberia, ma di qualcosa che poteva essere o molto interessante o molto avvilente e alcuni fra loro si scambiavano furtive occhiate interrogative del tipo: «Siamo sicuri che ne valga la pena?»; per qualcuno il dubbio di avere rinunciato ad un fine settimana balneare per qualcosa di incerto restava ancora irrisolto. Trifarro trasse da una borsa a tracolla che aveva con sé un malloppetto di fogli in formato standard, in parte scritti a mano e inframmezzati da fotocopie frettolose di quelle che vengono con in bordi neri, orlati di post-it gialli e rosa a segnalare punti che riteneva salienti, li scorse frettolosamente in una caleidoscopica successione di variazioni espressive come a richiamare una intima epitome per un punto di inizio, poi Trifarro si schiarì la voce con qualche colpetto di tosse ed iniziò a parlare.

È conscio dell’evoluzione che questa convinzione ha sviluppato nel corso della sua esistenza, che nella stessa età dei suoi ascoltatori, e anche nel periodo del liceo e dell’adolescenza, ricorda di avere percepita dentro di sé senza averla ancora compresa, e cercato di sfogare indirizzandola verso l’impegno sociale ottenendo solo frustrazione e tentativi di isolamento. Ora, a quarantadue anni, vede chiaro a sufficienza per sentirsi vagamente voyeur di fronte a questi ragazzi, intelligenti sì, ma ancora sprovveduti di fronte alla concretezza della Vita, che ti stende molto, molto più spesso per offenderti che per scoparti, che non di rado ti scopa per offenderti e li osserva con uno sguardo che per se stesso avrebbe definito protettivo, per quanto può essere protettivo uno sguardo; più che altro si identifica in loro con un atteggiamento mentale che fatica sempre a trasformare in empatia. Irma si accende una Marlboro in una sequenza di mosse che, pur non studiate o premeditate, si riuniscono concettualmente nel big-bang del suo io e nell’esposizione di tutta la sua disponibilità positiva alla vita. Trifarro non ha mai fumato e benché pubblicamente disapprovato da un salutismo dilagante tanto utile quanto becero non l’approva né lo disapprova, per quanto una buona attenzione alle cose della salute sia auspicabile sotto molti punti di vista e trova ridicole quelle scritte sui pacchetti delle sigarette del tipo «Il fumo uccide», «Il fumo provoca malattie cardiovascolari», che scientificamente risultano dimostrate, ma che nell’ottica della vita umana appaiono socialmente o commercialmente comiche, ogni cosa al mondo è in grado di ucciderti se utilizzata nel modo sbagliato, senza tenere conto del fatto che non pochi salutisti fanno tendenzialmente cose spericolate o almeno pericolose per dimostrare di essere in salute, poi magari finiscono ugualmente in ospedale, solo che invece che in cardiologia finiscono magari in ortopedia. E comunque nessuno è mai morto sano come un pesce, e inoltre come si ripete nei testi propedeutici alla filosofia e alla logica, «Socrate è uomo», «Ogni uomo è mortale», quindi…

Irma si accende la sigaretta, espira il fumo in alto alzando la testa leggermente all’indietro e inarcando la schiena tenendo sempre i suoi occhi chiari puntati su di lui, poi si passa la Marlboro nella mano sinistra e riprende a scrivere tenendo il blocco degli appunti e la sigaretta con la mano sinistra, il volume del suo respiro descritto dal fumo azzurrino viene dilatato e disperso in alto da una debole brezza estiva, tiene una posizione del loto perfetta ma la sigaretta nella mano sinistra è fuori luogo per un simile immaginario; una polo attillata Q. B. esalta le sue forme, Fosco pensa che l’ovale del suo viso si accorda con il colore della sua maglietta e pensa anche che è un pensiero irrazionale, almeno per qualcuno che non si interessa di moda, come è il suo caso. I BDdLC sono momentaneamente scissi, Sandro e Mario in seconda fila, se così si può definire la posizione “campestre”, più o meno dietro Dario e Fedora, Gianni dietro ad Alfeo, che sa essere soprannominato lo Scuro, o l’Oscuro per via delle sue tendenze gotiche, ed in effetti anche oggi nella mattinata di luglio da almeno 28° all’ombra è regolarmente vestito di nero; non si volta a guardarlo perché Alfeo alias L’Oscuro/lo Scuro si trova immediatamente alla sua destra e se si voltasse a guardarlo direttamente o troppo spesso oltre a metterlo in imbarazzo lascerebbe pensare agli altri che Alfeo alias L’Oscuro/lo Scuro gli pare un tipo strano, il ché sarebbe ingiusto e non vero. Fosco non si abbassa mai ad usare soprannomi, a tale riguardo ha sempre in mente la leopardiana affermazione «i cui nomi strani è vanto saper», che descrive un popolino dedito a definirsi superficialmente e quasi mitologicamente, deve mantenere distanze professionali; però alcuni atteggiamenti lo intrigano, come i BDdLC, per esempio, di cui ha rilevato una momentanea separazione, Gianni da una parte, alla sua destra dietro allo Scuro, o l’Oscuro che dir si voglia, Sandro e Mario al centro in seconda fila e gli pare una novità, ma forse questa unità e compattezza non esistono, non si azzarda mai a intrufolarsi nelle loro discussioni o a lasciarsi agganciare in una delle loro tirate goliardiche, Sandro sa essere ficcante in senso logico e Gianni a tratti pare l’alter ego di Dott. Cynicus, niente di spaventoso ma i ruoli esigono distanze.

Trifarro nutre per Sandro una profonda ammirazione, che non ha il coraggio di esternare a causa dell’imparzialità che il ruolo gli impone, lo vede come immerso in un’aura ultraterrena, come se fosse lì per sbaglio oppure in missione segreta per conto di Hermes, il dio greco s’intende, il suo aspetto ha qualcosa di efebico e maturo ad un tempo, anche se non sempre è astuto come Hermes vorrebbe, i suoi capelli tagliati in una pettinatura stile anni cinquanta con la sommità del capo affollata di capelli assediata da una sfumatura sufficientemente alta da fare risaltare alcune ciocche spioventi sulla fronte si accordano perfettamente con i suoi lineamenti mediterranei ornati da lenti discretamente spesse, pare uscito da una foto di gruppo del dopoguerra. Argia e Zaira di quando in quando si scambiano domande e suggerimenti sottovoce, in quel flebile parolare di respiro e corde vocali mute da confessionale e si aggiornano vicendevolmente gli appunti fra sussurri e sospiri, sembrano due cherubini intenti a cazzeggiare di nascosto da Dio. Nota che hanno ciascuna un indumento dello stesso colore e il fatto non sembra casuale, lo ha già notato altre volte e la trova una cosa simpatica, per quanto vagamente sciocca. Fosco le guarda e gli paiono una unica unità umana, come quattro occhi che guardano da uno stesso volto, due bocche che si esprimono dallo stesso cervello, sono stupefacenti e ammalianti nella loro infantile gentilezza, ad osservarle le differenze fisiche sembrano scomparire, il differente colore dei capelli e degli occhi, la taglia corporea non esattamente uguale, Zaira è almeno cinque centimetri più alta, tutto scompare nella loro uniforme gentilezza verso il mondo. Germano sbircia in direzione di Mina, che non lo nota, anche perché coperta in parte da Fedora, che è sulla traiettoria dello sguardo di Germano, il quale si sbilancia un poco in avanti per aprire la visuale sulla sua ragazza. In quel preciso momento non sembra distratto, sembra diversamente attento, per usare un eufemismo politicamente corretto. Fosco però sa che non mancherà di approfondire quello che sta dicendo, magari aggiornandosi sugli appunti di qualcun altro.

Dott. Cynicus lo preoccupa, quella sicurezza che erige attorno a sé sembra più che altro una maschera proiettata contro lo sguardo degli altri a difesa di una sensibilità verso il mondo al limite del tollerabile, e in effetti, anche se è attento, lo sta guardando in una maniera peculiare e lontanamente estraniata e nei suoi occhi gli pare, magari con non poca fantasia, di leggere il messaggio «Sopportabilità esaurita. Attivare la vita di riserva», e questo a ventidue o magari ventitré anni, forse non ancora compiuti. Il suo aspetto sempre impeccabile pare nascondere una fragilità intima, non che sia costantemente “elegante” stile Via Montenapoleone, semplicemente non appare mai in disordine, e anche qui, seduto a gambe incrociate sul prato, riesce e sfoggiare una camicia dalle maniche rimboccate che sembra stirata da due minuti e ci puoi giurare che quando si alzerà i suoi jeans non avranno le borse alle ginocchia, sembreranno appena indossati. Fosco pensa che una cosa del genere deve richiedere un grosso sforzo umano. Bonbon e Laszlo parlano, non stanno ascoltando ciò che dice. Nulla di nuovo sotto al sole. Bonbon copierà gli appunti da Pia o Cesira, Laszlo… beh, Laszlo sembra che non abbia alcuna intenzione attiva al riguardo, a parte la distrazione di Bonbon, che gli parla ogni tre minuti, pare che lo stiano ascoltando come se si trattasse della televisione. Germano lo guarda, ma la sua attenzione sembra deviata da qualcosa, non è un atteggiamento normale in lui, ha come una specie di lieve, appena percettibile movimento compulsivo in direzione di Laszlo e Bonbon che sono seduti alla sinistra dietro di lui, forse lo stanno distraendo con le loro chiacchiere. Non ha idea di cosa si stiano dicendo; avendo avuto anch’egli la loro età, ed essendosene liberato come la serpe della sua vecchia pelle, potrebbe fantasticarci sopra, nulla di più inutile, la sua orazione deve procedere. Si domanda, in una forma retorico-fantastica della sua seconda attenzione, chi di essi lo tradirà, non è una cosa religiosa; è solamente vecchio a sufficienza per sospettare paranoiche intrusioni circa investigazioni dei servizi segreti civili e di fanatici politici a scopi denigratori nelle sue attività universitarie, e non solo. La sua domanda principale è «Sì, d’accordo, sono paranoico. Ma sono sufficientemente paranoico?». Qualcuno di questi ragazzi è probabilmente in contatto con la parte oscura della democrazia, e pensa che è anche inutile sapere chi. D’improvviso si sente ridicolo per avere evitato di stampare la sua relazione, su cui il suo uditorio sta prendendo appunti, con non poca meraviglia da parte sua dato che si tratta di una orazione molto informale per il quale nessuno chiederà opinioni o sviluppi individuali, certo non tutti, però si sente discretamente appagato dal punto di vista umano; e consapevole dell’adunata che ha organizzato qui all’aperto in Largo Richini si rende improvvisamente conto che ha esposto pubblicamente, vale a dire in senso proprio poiché sono in un giardino pubblico, ciò che in precedenza ha voluto evitare di diffondere per iscritto stampandolo al computer. Non ha nulla di cui rimproverarsi, si tratta solo di letteratura e opinioni in libertà ma statisticamente parlando è altamente probabile che almeno uno o forse due dei giovani che ha davanti sia cerebralmente molto più vecchio di lui stesso.

Alla citazione di Big Bill Broonzy qualcuno avanzò la richiesta di sentire un po’ di musica, un riflesso condizionato forse dalla necessità di una pausa o dalla stanchezza per la posizione scomoda. Seguirono commenti e mormorii, Trifarro chinò il capo da un lato per lasciare andare questo momento di distrazione, sapeva che in breve si sarebbero ricomposti autonomamente. Mentre alcune ragazze avevano alzato la testa dal blocco di appunti per scambiarsi qualche commento Germano, non coinvolto da nessuno e in parte distratto dalle battute, se ne stava con la testa fra le nuvole, un po’ perso in questa inedita novità di una specie di lezione all’aperto, sentiva le voci dei suoi compagni come in un sottofondo, una specie di colonna sonora e fra il blandi lazzi dell’intermezzo colse al volo alcune parole in parte smozzicate e incomprensibili ma a tratti bene udibili di cui però indovinava la voce, parole che non sembravano rivolte pubblicamente e che provenivano da dietro di lui; la voce pareva quella di Bonbon, il quale, approfittando della momentanea distrazione generale nel chiacchiericcio, chiedeva a Laszlo se poteva aiutarlo con un problema che gli era sorto improvvisamente quella stessa mattina. A Germano dei problemi di Bonbon non poteva fregargliene di meno, li aveva sentiti confabulare a mezza voce per tutta la tirata iniziale di Trifarro infischiandosene ma sentendosi un po’ disturbato, però incastrato com’era in mezzo a quel piccolo anfiteatro non aveva modo di allontanarsi o di distrarsi altrimenti. Cercò di darsi un contegno di indifferenza che non desse sospetto a Bonbon del fatto che di quello di cui stava parlando qualche brandello sconnesso da un senso compiuto arrivava anche alle sue orecchie, non sapeva nemmeno di cosa stessero parlando e a dirla tutta nemmeno voleva ascoltare e si sporse verso Argia chiedendo una banalità per darsi un tono, ma questo non bastò a distrarlo e captò, senza rendersene immediatamente conto, alcune parole che raggiunsero la sua attenzione in seconda battuta, essendo Gemano il tipo che non si interessa degli affari degli altri, anzi, quando troppo coinvolto si sente imbarazzato, però quelle parole, anche se in ritardo acuiscono la sua attenzione, sente il nome di Mina, che da almeno un anno o forse due considera la sua ragazza e dalla quale pare corrisposto, non esattamente la fidanzata ma qualcuno di speciale nella sua vita, e sente un nome singolare associato a quello della sua amica, sebbene disturbato dai rumori all’intorno e non è ben sicuro di ciò che sta udendo «…il Cinese vuole … la vuole incontrare … e a tutti i costi … … Mina … sì proprio Mina …» che desta completamente il suo interesse, la voce è quella di Bonbon, tarata su una nota di vago spavento, come se stesse rispondendo a qualcuno che gli chiede qualcosa di preoccupante mentre è intento a qualcosa che lo diverte o lo rilassa.

Germano anche senza guardarlo poteva immaginarselo non proprio calmo e freddo solo a sentirlo dal timbro di voce, il fatto stesso che non riuscisse controllarne pienamente il volume ne era un chiaro indice. Per Germano la parola “cinese” si associava inequivocabilmente con la Cina e tutto ciò che esce da quel paese, però il fatto che questo misterioso orientale volesse incontrarsi con la sua ragazza fece suonare un campanello nella sua testa. Riuscì a mantenersi calmo e a non voltarsi, gesto che sarebbe stato comunque superfluo, aveva già associato le voci alle persone; nessuno oltre a lui pareva avere colto quella frase, o comunque nessuno ne mostrava segno, tutti parevano interessati a Trifarro o a fare momentanea combriccola con il compagno che avevano di fianco nell’attesa che Fosco riprendesse a parlare. Guardò verso Mina, seduta a meno di tre metri da lui alla sinistra di Trifarro, dietro Fedora e Dott. Cynicus. L’ipotesi della gelosia pareva da scartare, da come l’aveva pronunciato Laszlo pareva più che altro una transazione, una vicenda burocratica, un vago rapporto sociale legato con vicende di Mina che non conosceva. Si domandò se fosse sicuro di ciò che aveva udito, ma si domandò soprattutto se la Mina che conosceva lui era la stessa che questo cinese voleva incontrare. Dal punto di vista dell’identità parevano non esservi dubbi, nessun altra persona fra le sue conoscenze si chiamava con quel nome, non che pretendesse di conoscere tutte le relazioni personali di Bonbon e Laszlo ma diverse frequentazioni in varie occasioni non avevano fatto emergere altra Mina all’infuori di quella con cui condivideva molti momenti da un paio d’anni a questa parte, ed ora lei, alla luce di questa frase captata, gli appariva in una prospettiva insolita e inaspettata.

Si voltò verso Argia e Zaira alla sua sinistra, che erano proprio davanti a Bonbon e Laszlo, ma queste parevano assorte nel loro pissipissi; scrutò rapidamente il loro atteggiamento ma non ne trasse alcuna indicazione. Dietro di lui Irma stava parlando con Mario e da ciò che dicevano concluse che non avevano udito ciò che gli stava facendo montare una vaga ma crescente preoccupazione. Da come si comportavano tutti intorno a lui pareva essere l’unico ad avere udito quella frase, ed anche l’unico apparentemente interessato, oltre a Mina, naturalmente. In due anni di stretti contatti, a tratti tanto stretti da compenetrarsi, Mina non gli aveva mai parlato di alcun cinese, né aveva mai palesato particolari interessi per l’oriente; né lei né la sua famiglia, che frequentava magari saltuariamente ma in cui non aveva riscontrato interessi o legami con l’estremo oriente. Argia con quella sua vocina dolce, ora col sonoro pieno delle corde vocali, gli chiese se quella sera stessa insieme a Mina avrebbe partecipato con loro ed altri ad una festa nella zona del Lorenteggio in casa di un tale del loro corso non attualmente presente. Richiamato alla realtà da una domanda proveniente da un umano si scollò di dosso immediatamente tutte le preoccupazioni inerenti Bonbon e Laszlo e disponendosi a rispondere ad Argia, con Zaira alla sinistra di lei che si sporgeva in avanti affabile e sorridente rivolta verso di lui ad ascoltare ciò che aveva da dire al riguardo, cadde momentaneamente dalle nuvole per riprendersi immediatamente e rispondere che la sua mondanità stava attualmente affidata interamente a Mina e se lei era informata della cosa e desiderava parteciparvi vi avrebbe partecipato anche lui. Gli pareva di rammentare al riguardo che Mina lo avesse già messo a parte del fatto per questo giovedì e che con tutta probabilità si sarebbero visti sul posto. Argia e Zaira sorrisero soddisfatte, Trifarro pareva avere ripreso la parola e l’uditorio si era zittito, la conferenza riprese.

La breve pausa aveva rilassato parecchie preoccupazioni e alimentato un certo interesse, l’attenzione pareva accresciuta. Fosco sentì di poter portare fino alla fine la sequenza di argomenti che si era preparato, gli sguardi dei giovani parlavano in questo senso, per un breve istante si sentì pervaso da un senso di entusiasmo, accentuato dall’isola di attenzione che aveva creato nel mezzo della vita milanese di tutti i giorni. La vita della città scorreva all’intorno e nulla e nessuno pareva intenzionato a distrarli. Un ragazzo, forse senegalese, si avvicinò per annusare la situazione e vedere se poteva vendere qualcosa della sua merce, ma comprese subito che avrebbe arrecato disturbo. Tuttavia non si allontanò immediatamente, si sedette sul prato per qualche istante ad ascoltare, più che altro in simbiosi con l’età dei ragazzi che Trifarro aveva davanti, ragazzi come lui, ma senza il problema immediato ed urgente di dovere riempire la pancia quanto basta per tirare avanti. Il tintinnare della sua paccottiglia aveva richiamato l’attenzione di alcuni di loro, che si erano voltati a guardare, ma senza fare commenti. Il giovane africano capì di essere un’appendice superflua. Fosco gli lesse sul volto qualcosa di malinconico quando si allontanò, le ragioni non mancavano. Nella sua visione laterale indovinò il capo di Dott. Cynicus voltato di profilo a seguire il dileguarsi di quel giovane africano.

Mario percepì una specie di sibilo in pretesa forma di musica, nel luogo aperto in cui si trovava non riuscì immediatamente a individuare la fonte e la cosa lo distraeva. Guardò verso i suoi compagni ma erano tutti o quasi attenti a Fosco e da nessuno di loro pareva provenire alcun sibilo o fischio sommesso, erano tutti nel pieno controllo della loro scheda audio, poi un leggero fruscio, sottolineato da una distrazione dello sguardo di Trifarro che fissava qualcosa un metro circa al di sopra di lui alle sue spalle, lo fece voltare per verificare. Un pensionato stazionava in contemplazione dell’assembramento e dalla bocca protrusa in forma di fischio gli usciva una melodia folcloristica del bel tempo che fu. Il vegliardo non pareva consapevole della fuoriuscita melodica in forma di soffio, poiché non era un fischio, o quanto meno aspirava ad esserlo senza realizzarsi completamente e il suo sguardo pareva dissociato dalle funzioni che la sua bocca stava compiendo. Mario avrebbe voluto chiedergli di smettere di fischiare, ma siccome, propriamente parlando, il soggetto non stava fischiando ma stava soffiando in variazioni tonali il suo respiro attraverso le labbra estruse a culo di gallina, ciò che pareva l’espressione di un disturbo più che una velleità artistica, ne avrebbe ricevuto una risposta sgradevole e si concentrò su ciò che Trifarro stava dicendo cercando di dimenticare la presenza alle sue spalle. Il pensionato andò ad appoggiarsi con una mano all’albero più vicino dandosi il contegno di chi sta pensando «Vediamo come va a finire!», poi però alcuni accenni all’Ulisse di Joyce gli risultarono poco interessanti, e forse anche il nome di Franz Kafka non gli rammentava alcunché di famoso, tolse quindi il disturbo, e sempre soffiando dalle labbra in forma di fischio quell’afflato di nenia dei bei tempi andati si allontanò con fare bighellone.

Prossimamente il quarto capitolo

Una storia italiana – Romanzo a puntate (02)

romanzo a puntate (02)

Copyright © Eric Bandini 2010

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Questo romanzo, ambientato fra Milano e Genova nel luglio del 2001, è un’opera di fantasia. I personaggi, i luoghi nominati e gli eventi che vi si svolgono sono inventati, gli eventi e le persone eventualmente reali, che fanno da sfondo alla narrazione come ai personaggi, sono tratti da fatti di cronaca riportati dai notiziari o dai quotidiani e liberamente interpretati a fini creativi e immaginari. Ogni altro e qualunque riferimento a persone, luoghi, cose, eventi realmente esistiti o esistenti è puramente casuale e/o esclusivamente funzionale ai fini immaginari della narrazione. Ogni deduzione o interpretazione storica, filosofica o letteraria è meramente funzionale alla narrazione romanzesca quale opera di fantasia.


Una storia italiana

Capitolo II°

(02)

Milano

Giovedì, 19 Luglio 2001

I Beati Demolitori dei Luoghi Comuni erano riuniti in sessione informale in attesa di notizie del prof. Trifarro, che avrebbe dovuto iniziare un fugace seminario su qualcosa che aveva anticipato come “Storia ipotetica”. Nessuno si era fatto vivo, né Trifarro né l’altro assistente, perché Trifarro di fatto non era un professore, e questi si stavano logorando le meningi per sport su una disquisizione colta al volo fra due passanti che, quotidiano alla mano, discutevano su di un avvenimento di cronaca. Ignorato il fatto di cronaca, di cui non sapevano nulla, né avrebbero potuto non avendo sottomano il giornale, uno di essi si era lanciato a dire che il sintagma “perdere la vita”, come captato al volo dai passanti, era un luogo comune irrazionale, da non usare in nessun caso, tranne che per le notizie in TV o sui quotidiani che necessitano di semplificazioni e frasi fatte.

Gustave Flaubert

La questione andava presa con le molle. Alcuni anni di studi universitari avevano insegnato loro che i luoghi comuni sono inestirpabili come la gramigna, riaffiorano sempre da qualche parte e occorreva una attenta disamina per vedere la questione in tutti i suoi aspetti.

Sandro, al secolo Sandro Marzenit, presidente pro tempore in assenza di Laszlo, vero decano e creatore dei Beati Demolitori dei Luoghi Comuni, osservava Mario e Gianni infervorarsi scherzosamente. Questa cosa dei Beati Demolitori dei Luoghi Comuni, o anche BDdLC, lo aveva incluso in questa enclave goliardica vagamente contro voglia. Sandro aveva un anno in più di loro, non solo di età, ma anche di studi. Aveva frequentato per una anno la facoltà di ingegneria, regolare con gli esami come un orologio svizzero e con ottimi voti, poi aveva deciso di cambiare facoltà, suscitando le ire del genitore, proprietario di una fabbrichètta nel varesotto, il quale, al manifestarsi delle di lui intenzioni lo aveva affrontato come un’oca infuriata gridandogli in faccia «Che cavolo me ne faccio di un fabbricante di parole? Qui mi serve un ingegnere, qui si costruisce, qui si fa della meccanica, non della letteratura». Sandro, che sembrava uscito da un tempo precedente e pareva la controfigura di uno studente universitario dell’immediato dopoguerra, nella sua fisionomia esile e con il volto adombrato da rotondi occhiali con lenti discretamente spesse, aveva tenuto duro, ma il genitore pareva non demordere. Poi intervenne la genitrice, a rammentare al suo vecchio che la meccanica sì, magari costruisce, ma il fatto di essere proprietario del futuro lavoro non rende ugualmente proprietari sull’individuo, e così il vecchio aveva demorso latentemente, continuando però a masticare amaro ficcando frecciatine e sarcastiche battute contro il prodotto dei suoi lombi non appena gliene si presentava l’occasione. A guardarlo, Sandro dava proprio l’idea di essere una creatura fuori luogo in un ambiente di produzione industriale, con i linguaggi spicci e sgangherati, con i calendari pornografici appesi negli spogliatoi e nelle officine, questo sì un luogo comune irrazionale e duro da sfatare. Che cacchio c’entrava la nudità femminile con un motovariatore o con una serie di flange, ingranaggi e alberi motore? Questo sarebbe stato un luogo comune da discutere, magari senza riuscire a demolirlo.

Mario si buttava sempre per primo su queste discussioni, ci si divertiva proprio.

– L’affermazione “perdere la vita” non esclude la possibilità di un ritorno per cercarla, e a Milano non si sono mai visti zombie in giro alla ricerca della loro vita precedente, sebbene alcune fisionomie bizzarre all’uscita di certi locali notturni o alcuni figuri della televisione ne lascino il sospetto.

Gianni rintuzzò la sua ipotesi.

– Se la vita l’hai persa non ce l’hai più, e quindi non puoi più tornare indietro a cercarla.

Mario non si arrese.

– “Perdere la vita” sottintende una perdita che non è ancora la morte, che in altro luogo comune si definisce “trovare la morte”, per cui se perdi la vita e trovi la morte allora sei morto, ma se hai solo perso la vita allora non è detto che tu sia anche morto.

Sandro troncò la questione.

– Perdere significa il contrario di vincere, e se hai perso, hai perso, la vittoria non torna. Sarà magari un luogo comune, ma il suo senso è logico: se hai perso la vita hai perso.

Si guardarono in faccia senza parlare. Il divertimento era durato poco questa volta, Laszlo non ne sarebbe stato soddisfatto. Si rilassarono sulla panchina guardando all’intorno la gente affrettarsi sui marciapiedi verso via del Perdono o sul vialetto di Largo Richini, dove erano seduti, alla ricerca di altri spunti per cazzeggiare ulteriormente sui LC (Luoghi Comuni).

Una ragazza passò a grandi falcate davanti a loro, intenta a parlare al telefono e ci tenne a fare sapere al mondo che «Assolutamente no!».

– Questo è ottimo – disse Gianni – chi comincia?

– Premesso che l’unico sinonimo della parola no è no – esordì Mario – la parola “assolutamente” che la precede è pleonastica. La parola “assolutamente” anteposta alla particella negativa “no”, sottintende che se il “no” non è assoluto potrebbe anche essere un sì, e ciò contraddice il carattere olofrastico della particella “no”, che significa sé stessa senza fare riferimento ad altri vocaboli, è una parola “valore”.

– Ma in qualsiasi discorso umano vi è un gradiente di valore. – intervenne Gianni – C’è il gradiente ipotetico “forse”, quello sicuro “certo” e quello “assoluto”, per esempio.

– Allora diciamo che è l’uso arrogante di volere determinare un assoluto, “Assolutamente no!”, a classificarlo come LC da evitare. Chi può permettersi di determinare un “Assolutamente sì!” o un “Assolutamente no!”? Per quello che ne so esiste una teoria della relatività, ma nessuna teoria dell’assolutità.

– Sì, ma tu stai guardando la cosa dal punto di vista del linguaggio, mentre invece va esaminata dal punto di vista del parlante, e allora la anteposizione di “Assolutamente” alla particella valore “No” è una specie di scudo a garantirsi da rivendicazioni in senso opposto, del tipo «Non cambierò mai opinione!».

– Premesso che alla lunga anche i sassi mutano, non sembra un atteggiamento lungimirante. Un semplice “No” dovrebbe bastare.

– Come tu sai, e specialmente in questo paese, i “No” significano sempre dei “può darsi di sì” e/o dei “può darsi di no”, e più precisamente significano dei no per molti e dei sì per qualcuno, per cui se tu metti un cartello davanti ad una porta con sopra scritto semplicemente «vietato entrare», molto presto qualcuno entrerà, e questo stato di cose si è trasferito nel linguaggio, per cui non è più sufficiente dire “No”, ma occorre dire “Assolutamente no”, sperando che conti.

– Ho una mezza idea che questa teoria squisitamente italica non sia poi così vera. Ho una certa convinzione che si stata importata dall’anglosassone “Absolutely no/yes”. Tesi molto difficile da dimostrare, ma non del tutto improbabile

– Intendi dire che possiamo scaricare la colpa di questo luogo comune sugli anglosassoni?

– Temi che staranno svegli a pensarci sopra o pensi che ci bombarderanno di “pizza e mandolino”?

– Stiamo deviando dall’argomento. Il punto sta sull’”assolutamente”, non sul no, che è di per sé totalmente esplicito. Assolutamente no, quindi assolutamente libero da ogni vincolo, absolutus, per l’appunto.

– Ecco qualcuno che conosce il latino.

– Quindi assoluto è pertinente con “no” e con “sì”, è una parola “valore”.

– Sì, ma fa assolutamente ribrezzo – enfasi su “assolutamente” prima di “ribrezzo” – l’assolutamente sì/no, non è nemmeno il caso di dire che è una forma colloquiale, ha sempre un suono alieno quando viene pronunciato. Forse non è troppo remota l’ipotesi anglosassone.

– Ehi, se diciamo che l’origine è anglosassone non facciamo altro che cambiare un LC in un altro, voglio dire, non demoliamo…

– Nessuno sta dicendo nulla riferito ad alcuno im particolare, stiamo parlando di parole. Tu non hai ancora afferrato lo statuto non scritto dei BDdLC.

– Resta aperta una questione, se la parola no e la parola sì, che hanno un valore finito, possono legarsi con l’assoluto, che ha un valore infinito.

– Questa è una non-domanda, non esiste un limite in tal senso.

– Ma un no assoluto è un no in eterno, e di eterno c’è solo l’eternità, non la sua negazione o la sua affermazione.

– Quindi non abbiamo demolito nulla.

– Assolutamente no.

– Cioè, abbiamo demolito sì o abbiamo demolito no?

– Direi che abbiamo demolito. Per dimostrarlo è sufficiente chiedere al prossimo che farà un’affermazione assoluta di provare l’affermazione e anche l’assoluto, anzi, specialmente quest’ultimo.

– Mmh, posta la questione in questi termini sembrerebbe più facile riuscire a mordersi un orecchio voltandosi di scatto … ma non mi sembra la soluzione finale…

– Ehi, guardate chi arriva…

Bonbon camminava verso di loro sul marciapiede antistante la facoltà di legge, pareva provenire da vicolo Santa Caterina, e a quell’ora sembrava proprio uno strano percorso, visto che condivideva un monolocale in tutt’altra direzione.

– Chissà che diaframma oggi… – disse a mezza voce qualcuno del BDdLC alludendo alla variabilità delle pupille di Bonbon, quando e se in assetto “assunzione” oppure “astinenza”.

– Mmh… a quest’ora direi un f4, nonostante il sole azteco.

Sole Azteco?

– Ogni volta che lo vedo mi si apre l’orizzonte. Se ce l’ha fatta lui ad arrivare così avanti nel corso universitario e in regola con gli esami e i crediti ce la posso fare anch’io.

– Sta venendo verso di noi.

Bonbon li aveva visti e si stava avvicinando con passo nervoso e celere, guardandosi intorno con scatti che parevano di sospetto ma che i tre avevano già identificato come una leggera nevrosi da astinenza. Si diresse verso il trio riunito sotto gli alberi vicino a via del Perdono. Questi avevano smesso di parlare e aspettavano che fosse a tiro di voce guardandolo avvicinarsi. Nessuno dei tre osava fare commenti che potessero essere uditi o interpretati da Bonbon, il quale dopo tutto era stato loro d’aiuto, specie nel primo anno accademico quando erano ancora delle matricole e cercavano di scambiarsi consigli ed esperienze e Bonbon pareva uno a posto.

Si fermò in piedi davanti a loro, seduti su di una panchina, e chiese se avessero visto Laszlo. Riposero di no e aggiunsero che lo aspettavano a momenti per la lezione prototipo di Trifarro, ma, aggiunsero, non ci avrebbero scommesso sulla sua presenza, data la sua tendenza a protrarre gli studi indefinitamente finché babbo paga. Secondo loro Lazlo esaudiva pienamente la teoria peterpanesca dell’eterno adolescente che ha trovato il paese di bengodi, il fuori corso più felice che avesse mai varcato l’ingresso della facoltà.

– È esattamente per questo che lo sto cercando – reiterò Bonbon – è nella condizione migliore per risolvere un sacco di problemi non accademici.

Il trio dei BDdLC non afferrò pienamente, ma intuì qualcosa, senza sapere bene cosa, qualcosa di congiungibile all’attività del doping, ma non fecero commenti. L’atteggiamento di Bonbon tentava di mascherare un’espressione che era a loro evidente, si guardava intorno stornando gli occhi di continuo per incomprensibili punti di interesse che pareva vedere solo lui. Sandro lo osservava di sottecchi senza parlare, il nistagmo nel suo sguardo era appena percepibile, ma comunque percepibile, anche dietro le lenti fotosensibili, che si erano oscurate discretamente alla luce di luglio, e anche i movimenti oculari, nei quali metteva un grosso impegno, ad un attento esame non mimetizzavano la situazione. Parve sul punto di allontanarsi verso la facoltà, poi come per un improvviso ripensamento si voltò verso di loro dicendo che la lezione obliqua di Trifarro aveva trovato degli ostacoli in amministrazione, il suo piano di lezione per una “Storia ipotetica” non aveva avuto l’avvallo della direzione né la disponibilità di un’aula, stante anche e soprattutto il periodo balneare, e non di lezioni. Detto questo farfugliò un «Ci vediamo fra dieci minuti» e prese la direzione del civico 7 di Via del Perdono.

La cosa era nell’aria, e non fu una sorpresa per i tre BDdLC. Non era stato dato un orario di lezione, né un’indicazione per l’aula o un luogo preciso. Nel frastuono del temporale pomeridiano del giorno precedente Trifarro aveva semplicemente detto “ci vediamo domattina”, alludendo alla pseudo-conferenza che già da qualche settimana annunciava come imminente, per quanto fuori da ogni canone accademico, quindi era scomparso tra fulmini e saette ed era uscito in strada sotto la pioggia scrosciante. Ora, domattina era stamattina, ma nessun Trifarro era in vista. La voce si era sparsa, il tamtam telefonico aveva raggiunto chiunque del corso potesse essere interessato e altri che semplicemente erano disposti ad ascoltare qualcosa di diverso dal solito. Sandro, Mario e Gianni, per cogenti interessi di comunità, si erano dati appuntamento in anticipo, ma presto altri sarebbero arrivati per questa non lezione, e tutto l’insieme si stava profilando una giornata da buttare. Eppure erano lì, presenti, e altri sarebbero arrivati. Non era la sconfinata fiducia in Trifarro, che dopo tutto era solo un assistente, impegnato e ben disposto certamente, ma solo una figura minore per quanto prodigo verso gli studenti.

C’era sotto traccia, da parte degli studenti, quell’atavica consapevolezza discretamente italica di preferire un subalterno al titolare. Non che i docenti non fossero degne persone, nessun dubbio su ciò, ma quando ti rivolgevi a loro ricavavi la sensazione che tu li stessi distraendo da qualcosa di molto, molto importante. Il Prof. Gabborio, per esempio, quando gli parlavi avevi l’impressione che stesse pensando qualcosa del tipo «Spicciati che ho un doppio di tennis!», e qualunque fosse la sua posizione geografica già te lo immaginavi con un piede fuori dalla porta con la borsa delle racchette in mano, e questo unito a un’espressione dello sguardo che pareva ti stesse nascondendo la compassione che aveva di te, come se ti avesse appena dato cappotto a ping pong o qualcosa del genere. Questa sensazione era emulata, quando non eguagliata, dal palese arrivismo di certi assistenti, in buona parte giustificato dalla precarietà della loro posizione che richiedeva, la precarietà, una quieta accondiscendenza verso i personaggi alfa della cultura, per cui il personale assistenziale imitava il distacco accademico limitando le posizioni geografiche di supremazia ai momenti di assenza del titolare, nella consapevolezza di agire in un territorio già marcato.

Precarietà

Germano e Dott. Cynicus comparvero all’angolo di via Sant’Antonio con via Chiaravalle, con loro c’erano Pia e Irma, formavano un piccolo branco disposto a coppie, Germano e Dott. Cynicus precedevano sul marciapiede Pia e Irma, ciascuno confabulava con chi aveva al fianco costeggiando il giardino di largo Richini verso via del Perdono. Gianni chiamò Germano per attirare la loro attenzione, quando si furono voltati verso di lui fece un gesto con la mano di avvicinarsi, scuotendo ripetutamente dall’alto verso il basso il palmo aperto con le dita riunite e distese. I quattro guardarono verso di lui, parvero esitare un istante come a valutare la congruità della deviazione, si guardarono in faccia un attimo e poi si diressero verso i BDdLC. Non era chiaro a chi dovesse essere indirizzato lo pseudo-corso di storia di Trifarro, ma lo si poteva considerare qualcosa a largo spettro di interesse, con la partecipazione, certamente non numerosa, di differenti studenti e di diversi corsi di studi, per cui Gianni aveva dato per scontato che i quattro si stessero recando in facoltà per qualcosa che probabilmente non vi avrebbe avuto luogo o comunque non là dentro e al contempo per informarsi di eventuali ulteriori notizie oltre a quelle nervose di Bonbon, giusto per non lasciare nulla di intentato davanti alla rinuncia di un fine settimana al mare in casa di amici per essere lì con l’intenzione di ascoltare un Trifarro che risultava tutt’ora introvabile. Certamente la mancanza di coordinate precise circa il luogo e l’ora ne aveva mandati in spiaggia parecchi, ma alcuni affezionati erano rimasti a Milano, contando sulla caparbietà di Fosco circa la sua attività di assistente e ricercatore; non risultava che avesse mai dato buca.

Giunti al cospetto dei BDdLC Pia chiese loro che cosa stessero facendo lì, e Mario rispose con una domanda chiedendo se avevano notizie di Fosco Trifarro perché da fonti certe, benché intossicate, sembrava che il meeting non fosse ancora ben definito. Germano e Dott. Cynicus si guadarono in faccia; dalla stessa direzione da cui erano appena giunti Germano vide, oltre la spalla di Dott. Cynicus, Mina e Zaira fare il loro stesso percorso e fece loro un gesto accompagnato da un verso di richiamo per attirare la loro attenzione e convocarle sul posto. L’assembramento divenne in breve sufficientemente popoloso per attivare differenti conversazioni e focalizzazioni e Gianni approfittò della presenza di Dott. Cynicus per aizzare i BDdLC, c’era pubblico per uno show, le migliori condizioni per la goliardia. Dott. Cynicus, il cui motto, almeno quello degli ultimi dieci giorni, era «single for ever», era una costola separata e volontariamente solitaria dei BDdLC. La presenza delle ragazze istigava, mancava un innesco, Dott. Cynicus era facilmente attivabile, ma occorreva trascinarlo su di un piano di discussione frontale, possibilmente con il gentil sesso. L’occasione la propose involontariamente Zaira, rispondendo ad una battuta.

– … secondo la logica delle relazioni … – Gianni colse al volo, e si intromise ad alta voce.

– Sentiamo qual’è la logica delle relazioni secondo Dott. Cynicus.

Più di una faccia si volse verso Dott. Cynicus, sbirciando Gianni di sottecchi, quasi a rimarcare la malizia con cui lo aveva tirato in ballo. Notoria la cavillosità arzigogolata dei BDdLC e dell’irredento Dott. Cynicus, l’uditorio si dispose ad ascoltare. Sebbene i BDdLC fossero una entità ristretta a pochi elementi, la loro attività era conosciuta, e non di rado consultata per semplice divertimento o anche per questioni serie legate allo studio, dopo tutto erano tutti studenti; in qualche modo il gioco andava oltre le intenzioni, nel bene come nel male, e Dott. Cynicus, così come i BDdLC, la maggior parte delle volte gigioneggiavano emulando in comico l’atteggiamento di emeriti insegnanti, ma non di rado creavano di sana pianta. Per qualche sconosciuto motivo Dott. Cynicus doveva avere in mente qualcosa di originale, perché fu colto in controtempo solo parzialmente, squadrò Gianni per un istante, prese il suo blocco per gli appunti e su un foglio bianco a tutta pagina scrisse qualcosa come “F” circa uguale a $ & Dm, ove $ & Dm stavano tra parentesi, più o meno così: ($ & Dm).

– Che sarebbe? – chiese Sandro.

– Sarebbe, in fantasia cinematografica, che la Fedeltà è circa uguale alla somma di $-denaro e Donna-è-mobile, per cui in assenza di costanti definibili, il circa (indice di Dott. Cynicus sul blocco appunti a indicare il segno “circa uguale”) equivale a qualsiasi circa, per qualsiasi condizione …

Sandro, memore delle scuole tecniche e dell’anno di ingegneria se ne venne fuori con un’affermazione nella sua caratteristica voce suadente e moderata colorata di intonazioni gentili quantunque non effeminate o bigotte.

– Mi pare di capire l’assenza di qualsiasi costante nella tua equazione di logica (scimmiottando un poco le tre parole “equazione di logica”), per cui se non attribuisci dei valori la cosa resta completamente oscura.

– Per avere una o più costanti occorrerebbe attribuire dei valori, nei quali l’unico ad essere valutato sarebbe l’essere umano. Che non mi sembra una cosa filosofica.

Dott. Cynicus finì la breve concione e si volse vero Gianni, a cui ora guardavano tutti in attesa di una replica, specialmente le ragazze, che normalmente si astenevano da questo tipo di discussione ma seguivano tutto con estrema attenzione e interesse; Gianni fece un’espressione buffa per trarsi d’impaccio, ammiccando di sguincio a Mario e Sandro per ottenere supporto, Mario guardò prima Pia e poi Irma cercando di attizzare una versione femminile circa l’esposizione di Dott. Cynicus, ma queste restarono salde sul mistero: la voce che ascolta.

Germano disse qualcosa ad alta voce.

– Ehi, arriva Trifarro, con Bonbon e Argia.

Da via del Perdono era sbucato il trio indicato da Germano. Bonbon e Argia ai lati di Trifarro intenti a parlare con lui.

Gianni notò, anche a circa quaranta metri di distanza, che Bonbon pareva più pimpante. Zaira fece un cenno di saluto verso Argia, non appena questa si volse nella loro direzione, e fu ricambiata da un sorriso.

Prossimamente il terzo capitolo

Una storia italiana – Romanzo a puntate (01)

romanzo a puntate (01)

Copyright © Eric Bandini 2010

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Questo romanzo, ambientato fra Milano e Genova nel luglio del 2001, è un’opera di fantasia. I personaggi, i luoghi nominati e gli eventi che vi si svolgono sono inventati, gli eventi e le persone eventualmente reali, che fanno da sfondo alla narrazione come ai personaggi, sono tratti da fatti di cronaca riportati dai notiziari o dai quotidiani e liberamente interpretati a fini creativi e immaginari. Ogni altro e qualunque riferimento a persone, luoghi, cose, eventi realmente esistiti o esistenti è puramente casuale e/o esclusivamente funzionale ai fini immaginari della narrazione. Ogni deduzione o interpretazione storica, filosofica o letteraria è meramente funzionale alla narrazione romanzesca quale opera di fantasia.


Una storia italiana

Capitolo I°

(01)

Milano

Giovedì, 19 Luglio 2001

Li aveva notati da lontano. Li aveva visti sghignazzare su qualcosa, o probabilmente su qualcuno del loro giro d’affari. Ahmed e Rico gli facevano sempre un’impressione stridente, i loro atteggiamenti appariscenti e volgari non si associavano proprio al desiderio di anonimato dei loro clienti. Ahmed, secco e dalle guance leggermente butterate, quando rideva mostrava i suoi denti accavallati in un ghigno equino circonfuso da un’aura di peluria nera tra la fine del naso e la fine del mento, delimitata ai lati dal deserto butterato delle guance. I suoi capelli ricci, molto più ricci di quelli di Rico, erano tagliati corti e contribuivano all’immagine di secchezza del soggetto, lasciando emergere la sua capa come un torrione roccioso privo di vegetazione, al contrario di Rico, il portoricano, la cui lunga capigliatura corvina ondeggiava intorno alla sua testa negli sgrullamenti indotti dalle risate. Il suo fisico, addestrato da ore di palestra, si distingueva per l’accentuata muscolosità da quello del nordafricano, che appariva come il più debole dei due; per chi non lo avesse mai visto con il coltello in mano.

Che cosa avesse spinto un portoricano ad emigrare in Lombardia era una domanda a cui Bonbon non sapeva trovare una risposta. Abbandonare un paese pieno di sole e di vita per finire a Milano, città della nebbia, era qualcosa sulla cui convenienza non riusciva a trovare indizi, ma tanto lui quanto Ahmed, nella mentalità di Bonbon erano inscritti a qualche livello nel ritratto generale dei terùn, nella tradizione e nel folclore locale; indifferentemente se nazionali o di importazione.

La nebbia a Milano

Gli restavano una trentina di metri per inventarsi una scusa. Quelli lo notarono. Rico diede di gomito ad Ahmed, che si voltò smettendo di ridere. Bonbon temeva come il demonio quell’espressione trasognata che Ahmed riusciva a mantenere anche nelle situazioni più critiche e disperate, era l’espressione di una innocente convinzione al crimine, l’idea di essere inafferrabile; anche se per la verità un paio di volte lo avevano già afferrato e aveva trascorso qualche anno in carcere a perfezionare il master in crimine applicato. Aveva giurato più volte davanti a sé stesso o davanti a qualcosa o qualcuno, di uscire da quella gabbia, ma ogni volta che ci provava sentiva irrefrenabile il richiamo della roba, e ricadeva in ciò che voleva evitare. Più che dalla dipendenza dalla roba era disgustato dal dover trafficare persone che avrebbe evitato, e peggio ancora, dal dover sottostare ai loro voleri; per penuria di pecunia più che altro, perché se hai soldi paghi, ti porti via la roba e chi s’è visto s’è visto. Ma Bonbon di soldi non ne aveva, e stava seriamente rischiando di mettere a repentaglio le sue possibilità di laurearsi, la “roba” gli sottraeva tutte le risorse, ma a scadenze dettate dall’astinenza si ripresentava davanti a quei figuri a pietire una dose con i soldi contati, se ne aveva, o per chiederla a credito, come gli era capitato l’ultima volta. Stranamente Ahmed e Rico gliel’avevano data ugualmente, ma dietro quella loro strisciante e rozza gentilezza non aveva faticato a percepire i prodromi di una trappola in cui era caduto, però l’urgenza di farsi una dose aveva annullato ogni difesa e ogni ragione. Ora stava qui ad abbisognare di un’altra dose e senza averne ugualmente i soldi. Bonbon era un tipo razionale, e si meravigliava di sé stesso davanti a sé stesso per queste scelte irragionevoli, ma al di sopra di ogni ragione aleggiava il desiderio di farsi una dose, fosse anche quella che porta alla morte.

– Ciao Bonbon – disse Rico con quella tipica suadenza stonata che ogni malavitoso ostende, convinto di essere per davvero una creatura gentile.

Ahmed aveva esposto quella temuta espressione, sembrava guatare inespressivo, come se di nulla gli importasse, a tutto fosse attento e da tutto fosse distratto in un’aura di delirante immediatezza dell’esistenza. Un atteggiamento serpigno, che non prevedeva ragionevolezza.

Bonbon non sapeva come iniziare a giustificarsi, poiché non poteva addurre altro che giustificazioni. Non solo non aveva i soldi per comprare una dose, ma non aveva neanche quelli per pagare la dose avuta in anticipo il giorno prima. La cosa gli appariva molto strana, anzi gli era apparsa strana fin dall’inizio. Gli spacciatori non danno mai dosi a credito. Ma la voglia di farsi aveva superato ogni ragionevole dubbio. Ora non capiva se doveva chiedere o ascoltare, spiegare o prendere ordini. Stranamente l’espressione erpetica di Ahmed si trasformò in un sorriso, da una delle sue tasche emerse una bustina di nylon un po’ panciuta, più grande delle solite argentate che parevano confezioni improvvisate di medicinali sfusi e che mostrava in trasparenza un’insolita abbondanza di contenuto rispetto alle confezioni standard. Gettò un’occhiata ai lati, per verificare la presenza di ficcanaso o di bargelli, poi rimettendo via ciò che aveva mostrato sorrise di nuovo verso Bonbon, che continuava a non comprendere.

– Ce l’hai le sessanta dell’altra volta? – Esordì Ahmed.

– No.

– E con che faccia ti presenti qui? chiese Rico, che dopo una breve pausa, ammiccando verso Ahmed, proseguì – Forse oggi è il tuo giorno fortunato. Ahmed ha una sorpresa per te.

– Ma non sarà proprio gratis – disse il nordafricano – Sei già in debito di sessanta, questa la puoi avere se ci combini un lavoretto – ed estrasse nuovamente di tasca la bustina mostrandola a Bonbon.

Bonbon sbuffò chinando il capo e guardando da un lato come per distrarsi. Questa proposta non era di sicuro farina del loro sacco. Sapeva per conto di chi lavoravano quei due. Pur avendo la fama di duri non erano all’altezza di condurre affari di grossa portata in prima persona, restavano nel piccolo cabotaggio della delinquenza, all’ombra di qualcuno più ingombrante di loro. Bonbon si faceva di roba da tempo sufficiente per sapere chi fosse il Cinese, il loro boss, che non era della Cina, ma originario di Gallarate e all’incirca suo coetaneo, come i due compari che si trovava di fronte. Con il Cinese non aveva alcuna confidenza ma lo aveva incontrato occasionalmente nell’ambiente delle università, avendo il giovane boss frequentato, o meglio tentato di frequentare, la facoltà di Legge, vicina a quella di Lettere e Filosofia. Il giovane boss aveva però capito che dalla legge non si estrae direttamente molta grana e non era propenso ad apprendistati con il necessario dispendio di umiltà, che non possedeva; per cui aveva abbandonato quasi subito per dedicarsi a tempo pieno all’intossicazione dei suoi coetanei, affare questo che gli rendeva molto e subito, magari con qualche rischio. Bonbon tentò di fantasticare sulle possibili richieste che i due mandarini gli avrebbero sottoposto per non essere colto di sorpresa, ma si scoprì desolatamente inerme per la pressante necessità di farsi, per cui si voltò verso Ahmed cercando di assumere l’espressione più conveniente possibile.

– C’è una ragazza che tu conosci, si chiama Mina. L’hai presente? Frequenta l’università insieme a te.

Bonbon tentò di progettare una momentanea smemoratezza, ma era come voler fuggire da sé stesso. La voglia di farsi e soddisfarsi lo resero immediatamente arrendevole, e come se si trattasse di chiacchiere fra comari buttò là una frase sperando che concludesse l’argomento.

– Sì, credo di avere capito chi dici.

Ma quasi immediatamente, Bonbon cominciò a sentire un profondo senso di disgusto serpeggiargli nel ventre, non sapeva ancora che cosa volessero questi due, ma il fatto che avessero tirato in ballo il nome di una persona di sua conoscenza significava che in qualche maniera avrebbe dovuto agire contro di essa per avere in cambio quella bustina tanto desiderata. Tentò di schermirsi.

– La conosco a malapena, ci frequentiamo raramente, non …

– Oh, non devi fare granché. Devi solo fargli capire che il Cinese desidera vederla.

– Non in cartolina, ma a quattr’occhi – aggiunse Rico.

– Anzi, devi fare in modo che il Cinese la incontri come per “caso”, che…

– Sei un tossico di bell’aspetto – interruppe Rico – non lo sembri neanche. Tu frequenti quasi tutti i ritrovi e le feste dei tuoi compagni di università. Lei ci va certamente, magari non sempre, e per certo insieme a quel gonzo con cui sta da un po’ di tempo. La devi solo agganciare…

– Sì, … nulla di violento, la devi solo attirare da parte, magari il Cinese sarà lì sul posto… come per caso…

– Niente pressioni, niente forzature…

Rico e Ahmed si rimpallavano la conversazione con un metodo studiato e collaudato per rimbambire l’oggetto delle loro attenzioni. Bonbon, con la voglia di farsi che aveva era già abbindolato a sufficienza; praticamente si stavano divertendo alle sue spalle.

Bonbon, dallo sguardo vagamente stranito, in una lontana retroguardia di sé stesso ormai definitivamente sconfitta, si domandava quali fossero i meccanismi che lo conducevano ad incontrare questi tizi nei posti più impensati e agli orari più inconsueti. Era convinto che nessuno avrebbe sospettato un’attività così assidua e regolare, quasi da ragionieri o burocrati dello spaccio, che li tirava fuori dal letto ad un orario insospettabile per degli addetti al crimine. Non erano neanche le otto e mezza del mattino e questi erano già operativi in una zona a dir poco inconsueta. Strani percorsi mentali o stradali lo conducevano a vedersi con questi tizi, quasi che sapessero in anticipo dove incontrarlo, e quasi fosse egli stesso teleguidato ad incontrarsi con loro, e concretamente lo era, per via della necessità di trovare sfogo alla sua dipendenza e gli capitava di seguire a posteriori come un automa le decisioni prese in autonomia dalla sua cervice dopata ma non ottusa. Come nell’attuale mattinata, in cui non ricordava di avere pianificato alcun incontro, eppure, spinto dalla voglia della roba si era avventurato a piedi in via Castelbarco, senza nemmeno sapere perché, una zona inconsueta, e questi gli erano fioriti davanti all’improvviso, come se fossero stati parte dell’arredo urbano riagganciando tutto il procedimento che lo legava ad essi, poi si sovvenne di essere stato lui il promotore dell’incontro, ma come se fosse un altro sé su cui non aveva alcun controllo. C’era una sorta di simbiosi che lo portava incontro a questi tizi, qualcosa da cui si sarebbe allontanato definitivamente più che volentieri, ma che stranamente lo teneva e lo spingeva a questi percorsi irrazionali, a questi incontri apparentemente senza appuntamenti concordati ma più concretamente gestiti dal lato narcotizzato del suo cerebro, quello più propenso all’oblio. Queste sue meditazioni erano però distratte dalla voglia di perbenismo, di segretezza del suo uso privato di sostanze, per quanto spesso ne avesse solo una illusione di riservatezza. Lampi di paranoia lo inducevano a sospettare dei suoi conoscenti, ad incontrarsi con i suoi fornitori in luoghi strambi e sempre diversi, o almeno a lui pareva. Poi a mente fredda, razionalizzando, arrivava alla conclusione che questi incontri avvenivano quasi sempre negli stessi luoghi, magari non assiduamente sempre gli stessi, ma c’era come un legame, una traccia, un sentiero che li accomunava fra loro. Questi colloqui per rifornirsi, solitamente brevissimi, mettevano alla prova la sua determinazione all’autocontrollo. L’idea di farsi vedere da persone conosciute a colloquio con Rico e Ahmed lo sobillava alla conclusione più rapida possibile per potersi riappropriare del suo perbenismo, del suo aspetto di laureando, di bravo studente.

La transazione si stava prolungando oltre il suo limite di resistenza, non che stesse per avere una crisi di agorafobia, ma il suo comune buon senso stava cedendo parecchio terreno. Il rispetto per Mina, la vittima indicatagli dai due pusher, stava scemando, sopraffatto dal desiderio di mettere le mani su quella bustina trasparente e panciuta che prometteva qualche giorno di tranquillità, di farsi e non pensare più a niente, fino alla prossima necessità, che in considerazione del suo stato di assuefazione non era molto lontana nel futuro, ma in quel momento riusciva a vedere solo la soddisfazione istantanea della sua astinenza.

Le voci di Rico e Ahmed gli si confondevano nella testa smorzando le labili resistenze della sua volontà. Non aveva capito bene che cosa avrebbe dovuto fare, ma sembrava tutto sommato una cosa non pericolosa. Se il Cinese voleva parlare con Mina, che cosa c’era di male o di strano? Tutto sommato avrebbe dovuto soltanto mettere in comunicazione due persone. «Quand’è che mi dà quella maledetta bustina?» La frase era diventata un ritornello nella sua testa. Rico stava citando il nome di un locale che tutti e tre conoscevano molto bene, Bonbon in qualità di cliente, Rico e Ahmed in qualità di fornitori mimetizzati da clienti. Forniture non in esclusiva comunque, la concorrenza era libera e molto agguerrita. Bonbon era sempre aggiornato e informato su questi locali e di tutti i ritrovi ad essi collegati. Li frequentava e se ne teneva al corrente, una volta vi aveva rimediato una pasticca gratis e la cosa gli era rimasta impressa nella mente e sperava o si illudeva di potere reperire qualcosina ad un prezzo speciale; le paste non era la roba, ma in qualche modo sopperivano. Tutta la concentrazione di Bonbon mulinava ostinatamente sulla voglia di farsi e ascoltava Rico e Ahmed con un’espressione fissa e stralunata che quelli conoscevano molto bene, in virtù di un certo esercizio della professione, magari interrotto da soggiorni non desiderati, per cui meditarono che il cliente era cotto a sufficienza e convinto di quanto avrebbe dovuto fare. Restava il problema di fargli capire esattamente il cosa ma a questo avrebbero provveduto in seconda battuta, una volta che Bonbon avesse raggiunto la tranquillità conseguente all’assunzione della roba.

– Allora lo farai? – Disse Ahmed.

Bonbon fece cenno di sì con la testa.

– Non ho sentito – incalzò Rico.

– Sì, sì – disse Bonbon.

Ahmed si voltò di scatto da un lato reprimendo un sorriso, poi trasse di tasca il piccolo involucro e lo porse a Bonbon, che cercò di artigliarlo immediatamente. Rico gli fermò la mano. Ahmed si guardò intorno. I gesti erano troppo espliciti e si trovavano all’aperto, in strada. Non c’era nessuno nei paraggi, ed erano anche riparati in parte da alcuni veicoli in sosta, ma le precauzioni non erano mai abbastanza. Di solito non tenevano la roba addosso, l’accusa di spaccio sarebbe stata immediata, ma oggi erano stati incaricati direttamente dal Cinese, che conosceva i suoi polli e non agiva mai a caso.

Rico trasse di tasca il cellulare e compose il numero di Bonbon e quando sentì il telefono trillare in qualcuna delle sue tasche chiuse la chiamata. Bonbon istintivamente aveva messo mano al suo cellulare nel momento in cui la suoneria aveva cessato. I due spacciatori avevano semplicemente voluto sincerarsi che il loro pollo non si fosse venduto il portatile per garantirsi una dose in un momento di crisi ma evidentemente l’oggetto gli serviva per davvero e non lo avrebbe scambiato, non ancora per lo meno.

– Ti chiamiamo noi – disse Ahmed allungandogli la bustina.

Bonbon era sorpreso e indeciso, non gli avevano chiesto soldi; sebbene gli ripugnasse coinvolgere carne fresca da condire con la “roba”, il fatto che si trattasse di un incarico mondano aveva allentato i rimorsi della sua coscienza inebetita. Però, però… ottenere per due volte la roba senza pagare… la voglia di farsi ebbe comunque il sopravvento. Afferrò la bustina e disse ai due che sarebbe restato in ascolto per quello che volevano. Ahmed lasciò la presa sul piccolo involucro reiterando la temuta espressione e Rico lo guardò truce di quello sguardo che parla di restituzioni.

Bonbon era come in trance, combattuto fra l’euforia di soddisfare la sua astinenza e la volontà, flebile, di rendersi conto di ciò in cui si stava cacciando. Tolta immediatamente dalla vista la roba, tentò il commiato per potersi gratificare in solitudine, ma lo sguardo dei due non gli aveva ancora dato il nulla osta.

– Ricordati che con questa fanno duecentocinquanta, se non rispondi al telefono.

Disse Ahmed, che quando inalberava la sua espressione da battaglia pareva che parlasse tramite un ventriloquo; i suoi muscoli facciali avevano dei movimenti appena percepibili attorno alle sue labbra. Bonbon dondolò un sì col capo, guardandoli entrambi da sotto in su, e si girò per andarsene.

Da via Castelbarco, dove si trovava, all’università c’è poco più di un chilometro, nei bagni della facoltà avrebbe trovato la necessaria intimità. Il lasso di tempo che intercorreva tra la fase di possesso e la fase di assunzione assomigliava per lui ad una felice sovreccitazione per la certezza acquisita di potersi dopare e affrontare le cose della vita dall’interno di un circolo chiuso, di cui per larghe estensioni della sua consapevolezza non si rendeva conto e non si capacitava di volerne uscire. Camminava a passo spedito verso via Del Perdono, il ricordo di Rico e Ahmed era già sfocato e lontano, tenuto alla debita distanza dalla bamba che aveva in tasca e di cui avrebbe tirato una piccola parte di lì a poco. Solo il nome di Mina continuava a ruzzolare di qua e di là nel suo cervello obnubilato, indebolendo a ondate cicliche quella sensazione di giusta felicità verso cui stava marciando. Mina non era per lui quella vaga conoscenza che aveva annunciato ai due emissari del Cinese, e certamente chi li aveva mandati aveva conoscenze e informazioni aggiornate e attendibili. Mina era ed era stata la compagna di molti corsi e lezioni alla facoltà di letteratura, un’amica loquace e gentile, insieme a Germano, uno fra i suoi compagni da un tempo che non datava addietro oltre l’anno, e altri della schiera mutevole della facoltà. Tra le frasi di Ahmed e Rico che ancora gli facevano blanda eco nella testa e lo scopo urgente verso cui marciava, fugaci immagini di momenti gioviali attraversavano la sua attenzione spingendo sempre più alla superficie della sua mente qualcosa legato a Mina, qualcosa di cui aveva udito parlare, ma a cui non aveva dato peso, qualcosa che tirava in ballo il Cinese e non riusciva a ricordare come, ma sapeva che se il destino di Mina si intrecciava con quello del trafficante i rapporti non dovevano essere idilliaci e il compito impartitogli per certo sconfinava nel malefico. D’improvviso si rammentò. Qualcosa gli ritornò alla mente. Di quei ricordi distratti che affollano la memoria e se ne stanno in un cantuccio pressoché ignorati, sopraffatti dalle urgenze e dall’incalzare dell’esistenza. Prima dell’università era stata la ragazza del Cinese, per uno strano giro di amicizie che conduce molti giovani dell’hinterland milanese a cercare il loro svago nella milanodabere, o da sniffare magari.

Era stato uno dei galoppini del Cinese di quel periodo a parlarne con lui come di una vanteria sessuale per interposta persona durante il primo anno, anzi durante i primi mesi, perché l’aspirante boss aveva mollato la facoltà di Legge dopo nemmeno tre mesi per interessi diversi e certi suoi sgherri reggevano per lui certi affarucci non direttamente in sede universitaria ma gravitando attorno al mondo studentesco nei locali e nei luoghi da questi frequentati; a quel tempo Bonbon era agli inizi della sua caduta nel vortice. Di quel colloquio, del tutto occasionale in un locale abbordabile anche da persone non danarose in cui Bonbon andava a cercare quella roba che lo intrappolava sempre più, sebbene non fosse ancora divenuto dipendente dalla bamba, conservava un nebuloso ricordo, sopraffatto dalle urgenze di una matricola in un nuovo universo e soprattutto da voglie inadeguate alle sue possibilità. Rammentava solo il modo in cui questo tizio, di cui non ricordava il nome, gliene aveva parlato, una mera fanfaronata sessuale che gli era stata sussurrata all’orecchio mentre quel tale ammiccava con un gesto del capo senza che la ragazza ne fosse consapevole o che li avesse minimamente notati; non era pensabile che una splendida ragazza come Mina fosse abbordabile da una mezza tacca di aspirante delinquente come quel tizio, Mina non se lo sarebbe filato punto, e per certo nemmeno sapeva che fossero presenti e loro ci tennero a non farsi notare per via di certe transazioni che non avvenivano mai al cospetto del Cinese ma che ugualmente non avvenivano senza una sua segreta benedizione, comunque a distanza di legge dalla sua presenza fisica.

Ora, che il Cinese fosse innamorato era una cosa talmente bizzarra da non essere nemmeno presa in considerazione. Probabilmente la voleva usare come esca per allargare il giro dei suoi affari senza esporsi in prima persona, e magari una degna trombata ogni tanto non avrebbe guastato. Questa ipotesi, avvalorata dal ricordo delle confidenze sessuali riguardo al Cinese, estendeva una sensazione triste e negativa sulla sua euforia di farsi e soddisfarsi. Una macchia nera fomentata dal suo perbenismo, che trovava eco nella rispettabile nomea di Mina, la cui famiglia l’aveva tratta in salvo in tempo da una pessima situazione adolescenziale aprendogli una prospettiva di istruzione e di tranquille trasgressioni ordinarie nel solco dell’ordinario. Bonbon attualmente conosceva bene sia la ragazza che la famiglia, la cui casa aveva frequentato occasionalmente per motivi di studio, e la richiesta di azioni nei loro confronti ampliava sempre più il senso di negatività intorno al suo bisogno e alla sua euforia fino a sentirsi in uno stato di merda, amplificato dalla consapevolezza, desiderata e respinta contemporaneamente, di esaudire il suo bisogno di endorfine. Il possesso della bamba – o qualsiasi altro eccitante illecito – in queste condizioni, lo faceva oscillare fra ondivaghe pulsioni che lo spingevano alternativamente fra il desiderio di allentare la morsa dell’astinenza e la repulsione della roba e di se stesso, come tossico e come dipendente, in cui la vibrante indecisione lo faceva propendere per il soddisfacimento pressante e coatto, che alla luce della transazione avuta con i due pusher lo faceva scendere in un inferno di indecisioni. A tratti pensava di telefonare a Rico per restituirgli la roba e pattuire un rifiuto della sua collaborazione, a tratti la memoria gli richiamava la felice sensazione del soddisfacimento, che in ragione della sua assuefazione era ormai soltanto un lontano ricordo.

In corso Italia, giunto all’incrocio con via S. Sofia, si guardò intorno tentando di percepire sé e il mondo e gli ci volle un po’ per riconoscere i luoghi, che ora gli si dimostravano ostili e inquietanti senza che in essi alcunché fosse mutato. Fiancheggiò il giardino ad un angolo dell’incrocio chiedendosi che avessero mai da verdeggiare quelle piante, radicate sotto un cielo così ottusamente azzurro. I casermoni di via S. Sofia, diseguali, ma compulsivi in una V prospettica gli parvero impedire ogni decisione che non fosse la coazione alla roba e una caduta conseguente davanti al sé stesso razionale. La precisa sensazione di essere cascato in una trappola toglieva senso ad ogni cosa e ad ogni pensiero. Cercava una fuga in avanti, ma il sorriso gelido dei suoi creditori lo inseguiva e lo raggiungeva. Fino ad allora la questione era stata una cosa privata, nel senso che riguardava solo lui, la sua decisione di farsi e tutto il resto, ora qualcosa o qualcuno si introduceva nella sua esistenza, con agganci a relazioni e fatti della sua vita che avrebbe desiderato mantenere in compartimenti stagni. Primo per una inclinazione al perbenismo, la facciata del bravo studente, poi per una tendenza alla reciprocità del rispetto, in attuazione della quale mirava sempre ad astenersi dall’essere causa di fatti negativi per il prossimo, anche di fatti che molti avrebbero ritenuto irrilevanti, e questo non tanto per un fondo di moralità, quanto per una illusoria aspettativa di riconoscenza e reciprocità di atteggiamenti. In buona sostanza Bonbon cercava di essere corretto con tutti nella prospettiva che questi tutti lo avrebbero ripagato con la stessa moneta, e perseverava in questo atteggiamento nonostante la vita e il prossimo lo avessero già preso a schiaffi precedentemente e più di una volta, a tratti anche sonoramente. Non era il caso di definirla una “filosofia”, non era il caso di tirare in ballo il karma, era più che altro una tattica passiva. Capitava però, che il lato negativo dell’Universo lo venisse a cercare nella sua tranquillità assuefatta, ed egli ne restava scosso e sorpreso, in una certa maniera ignaro, come se l’innocenza fosse la legge della sua vita e non vedeva le relazioni messe in atto da lui medesimo, alcune delle quali pericolose anche da un punto di vista legale, oltre che esistenziale. Oppure se le vedeva gli pervenivano offuscate dalla nebbia della roba e non si rendeva conto che presto o tardi qualcosa di negativo sarebbe affiorato.

Prossimamente il secondo capitolo

La notizia della mia morte (racconto breve)

La notizia della mia morte

Racconto breve di Eric Bandini

Eric Bandini © 2019

Altri articoli di Eric Bandini, su questo sito: ericbandini.com

La notizia della mia morte mi colse preparato. Non entusiasta, o forse non eccessivamente, ma con la distratta cognizione di avere appreso una curiosità inaspettata: «… toh… guarda!».

            Ancora prima di apprendere la novella ne avevo già individuato i segni premonitori sul volto e nel portamento del medico con cui stavo conferendo a seguito dell’ennesima visita, insomma la nuova era come nell’aria. Poi quella contrizione professionale che il medico ostentava prese la forma dell’esposto diretto, poiché in fondo l’esito, lo scopo, non poteva deviare da ciò.

            – Nelle sue condizioni le restano pochi mesi o forse poche settimane di vita…

            Il medico fece una pausa come per osservare l’effetto della sua uscita e io cercai di fare una faccia da poker evitando un sorriso che tentava di mostrarsi alla superficie del mio atteggiamento. Sono una persona educata, ciò che mi pone spesso nella condizione di apparire scemo, come usualmente il prossimo giudica le persone gentili. Trattenni il fiato per mascherare il mio atteggiamento che mi sforzavo di mantenere neutro il più possibile. Forse il medico si aspettava il dramma, il piagnisteo, la richiesta di eternità, di prolungamento in vita – proposta che poi venne da lui medesimo –, di rassicurazione di qualche ulteriore possibilità… di queste non ce n’erano, e nemmeno me ne aspettavo. Le mie regolari consultazioni con i luminari della medicina si accompagnavano da tempo ai miei problemi cardiaci, che negli ultimi tempi avevano richiesto un incremento di pastiglie, medicine e momenti di ossigeno da una bombola… il mio cuore non ce la faceva più, era ingrossato, le sue pareti – il muscolo – era assottigliato, molto assottigliato; tuttavia il professionista la sua proposta di allungamento della vita la fece.

            – La possiamo mettere in lista per un trapianto…

            Questa affermazione dovette avermi colpito come uno schiaffo e sulla mia faccia dev’essere scomparsa l’espressione da poker per lasciare il posto a qualcosa da decifrare, o almeno strana per il contesto. Il medico, dopo una pausa di cui forse studiava l’effetto nella mia espressione senza di fatto comprenderla, persistette.

            – Non è detto che lei vi abbia accesso o che accada subito…

            – No – mi affrettai a dire – nessun trapianto. No grazie!

            Sul volto del medico apparve una specie di disappunto, si era come sollevato sulla sedia per posizionarsi diversamente e si era ritratto leggermente all’indietro come se non si sentisse pienamente comodo; però, forse istigato dalla professione, replicò diversamente.

            – Perché no?

            A questo punto, e constatato il tempo residuo della mia esistenza, testé certificato e garantito, non me ne importava più un gran ché della mia usuale ritrosia ad esprimere opinioni, come ho sempre ritenuto fosse la caratteristica di una persona gentile. L’opinione è qualcosa che mi ha sempre messo in imbarazzo e spesse volte non te ne puoi sottrarre e contemporaneamente nella quasi totalità dei casi l’opinione stessa, qualunque essa sia e di qualsiasi argomento, cade nella stranezza o al meglio nell’anonimato della norma, che di fatto la rende tanto inutile quanto superflua. La gente semplifica, se la legge è uguale per tutti perché non lo dev’essere anche il corpo, la mente, il cervello, eccetera… Poi, siccome sono una persona gentile, e quindi uno scemo, risposi.

            – Perché mi sentirei come se dovessi mingere con il pisello di qualcun altro…

            Il medico fece una strana espressione, la mia uscita bizzarra doveva averlo sorpreso almeno un po’; alzò un sopracciglio, poi anche l’altro a stornare lo sguardo su di un punto impreciso della scrivania a cui sedeva, come se stesse considerando un fatto inedito e sorprendente. Poi, chinandosi in avanti e poggiando i gomiti sul piano della scrivania e intrecciando le dita in una posa serena, quasi a voler sottolineare un suggerimento confidenziale, disse qualcosa di banale.

            – Così lei morirà.

            Io a mia volta alzai un sopracciglio e poi anche l’altro fissando un punto inesistente sul soffitto, considerando e decidendo per me stesso, tenendo ugualmente conto della professione del mio interlocutore, per il quale la vita può anche essere vista come oggetto scientifico, che non gli avrei chiarito il fatto – che considero consistente e inalienabile – che per me un’iniezione è già uno stress, figurarsi un trapianto di cuore. Tuttavia non sapevo come replicare senza offenderlo; mi limitai ad allargare le braccia e alzare le spalle.

            Il tempo ha un limite, che a volte sembra correre sul filo del comico, il quale notoriamente è l’antitesi della tragedia. Certamente il medico aveva altri e probabilmente numerosi pazienti, e io, come per ciascuno di essi, avevo la mia quota della sua attenzione, ma non oltre. Così, anticipando il mio congedo, mi comunicò i medicinali che avrei dovuto inutilmente assumere e mentre mi forniva le ricette con le prescrizioni relative, mi disse qualcosa.

            – Se ci ripensa siamo qua…

            Che mi suonò all’ingrosso come la frase che i piazzaroli rivolgono ai loro clienti alla fine dell’acquisto, come a voler rimarcare il predominio della precarietà.

            – Non c’è pericolo – dissi io concludendo il colloquio.

            Anche se non mi sentivo molto bene non avrei insistito in quella conversazione. La sua proposta mi parve salomonica: trapianto o morte. Mi alzai, ringraziai – il medico va sempre ringraziato –, salutai e me ne andai.

            Questo fu nel mattino di un giorno della mia vita in vita – per quella in morte si rinvia ai gestori dell’altro mondo.

            Me ne tornai a casa. Tranquillo? Sereno? Beh… sereno forse non eccessivamente, il taxi che mi menava alla mia abitazione mi rammemorava insieme che io non guidavo più, non avevo più nemmeno il fiato per condurre un veicolo. Un tempo alle visite mi accompagnava mia moglie, ma questo è un altro argomento. Ero felice? Ero consapevole? Queste sono definizioni linguistiche e letterarie. Me ne tornai a casa, questo è quanto.

            Sono sposato. Non ho figli. Vivo in un appartamento al secondo piano di un condominio di cinque. A mia moglie non avevo detto nulla di questa visita, che a quanto pareva metteva una sbarra nel percorso a vista della mia esistenza; ciò benché ella conoscesse molto bene i miei problemi – e ritengo che ciascuno non debba affardellare il prossimo delle sue paturnie – dei quali certamente ne discuteva con il suo amante, della cui relazione avevo sempre finto l’ignoranza e recitato la conseguente inesistenza, perfino davanti all’evidenza.

            Così pranzai con la moglie, nel rado scambio delle solite banalità, con i suoi sorrisetti di premura per la mia malattia. Poi a fine pranzo esternò qualcosa con il sorriso stampato sulla sua espressione ipocrita.

            – Stasera viene l’Armando…

            Il suo amante segreto. Era una storia di vecchia data. Siamo coniugi – che mai ci si congiunge a fare? forse per burocrazia? tuttavia siamo coniugati; l’illusione dell’amore dev’essere un errore difficile da evitare – da una quindicina d’anni, io ne ho quarantaquattro, lei quaranta. Da quando mi accorsi dell’intrusione dell’Armando, facendo appello alla mia malattia e alla mia debolezza, per tramite di funamboliche e improvvisate spiegazioni,  avevo declinato costantemente ogni contatto sessuale con la moglie. L’idea di ficcare il mio personale pisello dove lo ficcava regolarmente qualcun altro, non anonimo, mi suonava come una cosa omo, o almeno una depravazione a distanza. Nemmeno baciavo più mia moglie, adducendo le scuse più pazze; pensare che avrei baciato dove baciava l’Armando mi faceva rizzare i capelli in testa, se l’avessi baciata mi sarei sentito come se avessi praticato una fellatio sul tipo.

            Tramite la sua relazione fisica con l’Armando (e molto probabilmente con altri, ciò va da sé…) il nostro rapporto era diventato platonico dietro lo schermo della mia malattia, nota da molto tempo; e non mi serve la divinazione per immaginare la donna-moglie che si giustifica con e in presenza delle sue amiche, le quali comprendono. Sono uno scemo.

            Che «Stasera venisse l’Armando» era una non-notizia, il tipo si presentava di frequente, diciamo con cadenza ebdomadaria o al più tardi quindicinale, e molto gentilmente si intratteneva sulla mia malattia, si informava, si preoccupava, consigliava con autentico interesse, «… perché vedi tu dovresti…», «… ha ragione l’Armando…», ingiungeva la donna; cioè mia moglie. Sono uno scemo.

            Così la notizia non gliela diedi, quei due avrebbero organizzato un futuro a mio discapito nelle loro peculiari convenienze. No, grazie.

            Terminato il pranzo la donna se ne andò a fare un sonnellino, non senza avermi esternato le sue premure.

            – Devo portarti la bombola?

            Quella dell’ossigeno.

            – … nel caso mi arrangio…

            La donna se ne andò a fare una breve nanna, a riposarsi delle prossime fatiche, quelle del pomeriggio con le amiche, della serata impegnativa – io sarei stato presente, almeno per parte della visita del tipo – con l’Armando. Decisi di fare due passi e scordarmi momentaneamente l’ossigeno, per quello che potevo; il mio cuore non mi avrebbe permesso oltre. Presi l’ascensore e arrivai all’ingresso dove incontrai l’architetto che abita al primo piano. «… buongiorno – buongiorno …»

            – Come va?

            La mia malattia è nota, come è nota la sua omosessualità, senza che nessuno ne faccia pettegolezzi; semplicemente lo si sa, così come si sa dell’Armando, eccetera…

            – Vado a prendermi un caffettino – disse l’architetto dirigendosi verso la porta di ingresso che dà direttamente sulla strada, dove negozi, bar, commerci e locali vari hanno le loro attività.

            A ripensarci adesso – vale a dire necessariamente non molto oltre l’adesso della notizia, in considerazione della scadenza a termine della mia vita in vita – la mia reazione mi pare abnorme. Solitamente non reagisco, non rispondo, non attizzo alla replica, non faccio battute. Sono uno scemo… tuttavia inconsapevolmente e momentaneamente mi sfuggì il controllo diretto della funzione vocale.

            – Se lo vada a prendere architetto… se lo vada a prendere… – dissi io con serena premura.

            L’ironia non mi appartiene, di norma preferisco passare per scemo, ovvero essere gentile, ma evidentemente la notizia doveva avere influito sulla mia persona in qualche maniera che io non potevo verificare.

            L’architetto proseguì per il brevissimo tratto fino all’uscio del condominio, poi si voltò e mi fissò un istante con uno sguardo interrogativo nel quale vi lessi il dubbio se la mia duplice affermazione contenesse anche un duplice significato. Poi scomparve in strada.

            Non sono né sono mai stato un tipo da provocazione o da battuta anche solo lontanamente goliardica – si aprirebbe qui l’opzione degli equivoci, ma a questo riguardo si rimanda alla paranoia, che com’è noto non è una malattia mentale; almeno fino a quando non accoltelli il vicino di casa perché pensi che ti abbia impiantato una radio nel cervello – la mia malattia non lo permette né lo avrebbe permesso, e nemmeno il mio cervello. Sono sempre stato un osservatore, forse non sempre attento, anzi certamente, come denota la mia coniugazione. Ho sempre evitato di fare commenti, lasciando che la mia debolezza fisica frapponesse uno schermo fra me e il mondo; schermo che non mi ha mai riparato veramente da alcunché. Questo schermo non-protettivo si costituiva come un filtro da cui osservavo e desumevo – necessariamente, in vita non c’è alternativa alla vita – senza mai esprimermi per davvero in opinioni attinenti a qualcosa a cui non si poteva fare attinenza. Sono uno scemo.

            Ora nella consapevolezza della notizia era come se mi sentissi sganciato, più libero, come fuori da tutto; sebbene privo di ogni potere, altrettanto che il mio fisico debilitato, il quale si faceva presente al mio cerebro come limite estensivo delle mie potenzialità in vita.

            Ero appena uscito dall’ascensore, avevo appena scambiato due parole, mi ero appena affacciato in strada e già sentivo l’ansito; il mio corpo reclamava qualcosa che esso stesso non poteva fornire più né poteva reclamare dal muscolo centrale, sovraccaricato di impegni che non poteva mantenere.

            Oltre la strada, dietro al condominio di fronte e oltre a tutti i commerci dabbasso sulla via c’è un giardino; piccolo, spelacchiato, con qualche albero che getta un po’ di ombra sulle poche panchine vandalizzate e consunte dal tempo. Addietro mia moglie mi accompagnava recitando la parte della donna devota e sollecita nei miei riguardi, per poi tornarsene al condomino della nostra congiunta residenza con qualche scusa e riapparire un poco più tardi a prelevarmi amorosamente; poi ho avuto conoscenza – taccio la fonte, che non è una fonte, per capire qualcosa non è sempre necessario che qualcuno ti faccia un disegno o ti mando una lettera anonima – che in quegli intermezzi avveniva qualche fugace intercorso. In merito a ciò – e curiosamente senza dover insistere oltre misura né fare sceneggiate lamentose – decisi ed ottenni di dormire in camere separate e soprattutto in materassi e biancheria distinti, semplicemente adducendo imprecisate ragioni di salute. La scusa della malattia ha questo potere. Per giunta ho necessità di fingere anche fuori casa. Una volta sono uscito con un bastone, non tanto per sorreggermi quanto per rammentare a me stesso di prendermela con calma. Il bastone agiva da catalizzatore rendendo evidente la mia debolezza e facendomi palese oggetto delle soperchierie, più di uno sconosciuto dal fare losco mi avvicinava per vedere di sorprendere la mia debolezza e accalappiare eventualmente, se non il mio portafogli, che ora lascio in casa, almeno la mia passività derivata dalla malattia. Ora il bastone lo lascio in casa. L’apparenza inganna; certi tizi si tengono a distanza. Sono uno scemo.

            Il giardino è il mio obiettivo. Ci vado quando dico che «…esco un po’…». Sostanzialmente negli ultimi anni non sono andato oltre né altrove, se non alle visite mediche e alle prestazioni connesse. Come ho detto all’inizio la moglie mi accompagnava, mi collocava e poi spesso se ne andava per i suoi intermezzi da cui tornava sorridente a prelevarmi; poi un giorno, di certo preferendo aspettare l’Armando – che io considero un nome plurimo – mi disse con trasporto confidenziale «Mi fido di te. Torna presto, mi raccomando…». E non mi accompagnò più, se non con il medesimo e fiducioso trasporto sentimentale dell’accorato suggerimento. Sono uno scemo.

            Fuori dal condominio guardai attentamente prima di attraversare, il mio passo non mi consente balzi improvvisi né una lunga autonomia, devo calcolare tutto. Attraverso. Di fronte al bar dove presumibilmente l’architetto è andato a prenderselo c’è una Bentley posteggiata nel box invalidi, e noto che ha, dietro al parabrezza, l’autorizzazione “invalidi”. Sono invalido? Non lo so; non ho mai chiesto. Non ho neanche la Bentley, che forse aiuta.

            Attracco in salvo sul marciapiede opposto; un gruppo di giovinastri mi nota, c’è qualcosa nel loro sguardo, la facile preda, il soggetto debole, la vittima che non si lagna perché non può, l’oggetto di facili battute.

            – Attento allo scalino, vecchio…

            – … ma vaffancoso… – dico io, in un grido soffocato dall’ansito, sorpreso dalla mia stessa voce che esce dalla mia bocca quasi senza la mia autorizzazione.

            Non sono volgare, non usualmente, sebbene conosca perfettamente il linguaggio scurrile; tuttavia la mia reattività stupisce me stesso presente a me stesso, e sono dubbioso circa l’esito della faccenda, non sono pratico di queste relazioni.

            – … vaffancosa? – chiede uno di quei giovinastri, mentre tutti e tre si fermano in mia presenza.

            E io dico qualcosa come mi viene.

            – … coso… lì … adesso non mi viene la parola…

            E dico questo in un filo di voce che quasi mi toglie il fiato, se la conversazione si prolunga avrò necessità dell’ossigeno.

            – … giro? – dice/chiede uno dei tre senza che si capisca se è una domanda o un’affermazione.

            – … mmh … giro … – dico io come fra me stesso – … mi pareva che ci stava una “u” nel mezzo.

            – Ehi vecchio… ci stai con la testa? – chiede uno di quei giovinastri.

            Poi fanno per allontanarsi, e mentre se ne vanno uno mi apostrofa.

            – Vatti a letto vecchio…

            Per adesso vado al giardino.

            Lo stradello che vi conduce è un vicolo che termina davanti a un piccolo spiazzo/parcheggio prospiciente la piccola area verde. Raggiungo una panchina e mi siedo.

            Nonostante mi trovi a meno di cento metri dall’ingresso del mio condominio mi pare di essere lontano, lontano… ma la vita mi insegue nel pensiero. Nella luce della notizia le cose mi appaiono come disposte davanti a me senza che io possa farci qualcosa, o specularci in una prospettiva che avrebbe l’estensione massima di qualche settimana, e le cose mi appaiono non so… comiche? Quando la mia malattia cominciò a farsi seria mio fratello iniziò a parlare di testamento; il mio ovviamente, a suo favore, va da sé.

            In concorrenza la moglie cominciò a fare allusioni testamentarie.

            Il testamento l’ho fatto, ma è disposto in modo tale che in relazione alla polpa attaccata all’osso o lo accettano così com’è o dovranno accapigliarsi per tramite di avvocati, che com’è noto non lavorano pro bono se non nei film americani e in casi molto particolari. Non ho la Bentley, ciò dice molto.

            La notizia aveva condotto con sé la ragionevole certezza che non sarei finito in un ospizio a rendere la mia eventuale lunga agonia l’equivalente dello stipendio di qualcun altro. La vita è sacra, o diversamente, business is business as usual.

            Nella tiepida permanenza in quel giardino il tempo mi divenne indistinto, molto più di quanto già non lo fosse, sebbene fonti accademiche mi avessero annunciato una scadenza temporale succintamente precisa. Su quel giardino stanno affacciati condomini che lo contornano come un alto recinto e avrei potuto facilmente immaginare, se non anche constatare, di essere osservato, scrutato. Mi era del tutto indifferente, mi sentivo come fuori da ogni cosa, quasi osservassi perfino il mio osservare e non mi importava più di nulla; ogni cosa mi appariva come l’esito di un teatrino da cui non potevo sottrarmi, solo il dolore che la mia malattia mi imponeva si faceva presente nel respiro senza abbandonarmi; quello non potevo ignorarlo.

            Le finestre dei condomini circostanti mi apparivano come occhi spenti di una molteplice belva sociale dagli infiniti e anonimi volti, le cui relazioni eventuali formavano cognizioni, immagini, deduzioni, circostanze… nonostante la notizia ero tutt’ora vivo e vivente e quella belva sociale nel cui seno ero nato e vissuto si proponeva alla mia attenzione nel tentativo, da parte mia, di individuarne le trappole e i pericoli.

            La cognizione di mia moglie e del suo presunto incognito atteggiamento mi istigava stranamente sospetti di buonismo preventivo, vale a dire fare qualcosa per evitare che altra gente dell’animale sociale pensassero male di lei (o loro), e immaginavo quell’impreciso e imprecisabile pronome lei/loro in un loro per loro stessi come essi “loro” pensavano di essere tanto quanto in un loro come acquisito dalla belva sociale, e giunsi alla temibile conclusione che per salvaguardare se stessi di fronte alla belva sociale non avrebbero esitato ad agire per il mio bene. Ospizio? Internamento? Trapianto coatto? Cure obbligatorie? Per un breve istante tutto mi parve possibile e plausibile, la belva sociale si pensa anche morale, ma al fondo la notizia mi confortava, con tutta probabilità avrebbero desistito lasciando che la natura facesse il suo corso, o molto più probabilmente se ne sarebbero fregati tranquillamente. Mi rasserenai.

            Queste mie elucubrazioni furono interrotte e distratte dal rumore di bambini che giocavano nel giardino sotto lo sguardo saltuariamente vigile di qualche genitore o parente che si affacciava di quando in quando dalle finestre dei condomini per controllare. La belva aveva altro a cui pensare, c’erano creature nuove da trasformare in salariati, o disoccupati, o precariati, o qualunque plurimo quindi anonimo ati generico, e io potevo finalmente considerarmi una specola inutile e superflua che sarebbe scomparsa di lì a poco.

            Tuttavia la vita è vivente, e stranamente la morte ne è necessariamente parte vivente. Curioso come il manicheismo becero riuscisse a dividere così infantilmente il bene/vita dal male/morte, più o meno come nella pubblicità; l’oggettività stessa che nel concetto generico separava i due opposti costituiva nel mio pensiero la forma di un mondo ingenuo che avrebbe potuto collocare babbo natale nella vita/bene come il demone malvagio nella morte/male. Tutti vogliono vivere, giusto; ma la vita a oltranza e contro ogni logica esistenziale e razionalmente positiva mi appariva come una bestemmia, e il concetto stesso di vita eterna non avrebbe potuto escludere le persone sgradevoli o anche malvagie, e già mi pareva di immaginare un me stesso nel mondo altro inseguito da altri importuni alla caccia di me e di ciò che da me essi importuni ritengono di poter estrarre.

            Ebbi una specie di intuizione, come un lampo di consapevolezza che attraversò la mia mente senza lasciarne traccia (…e d’altronde quali tracce lascia il pensiero? Sotto questo punto  di vista non siamo forse tutti paranoici?). L’impressione fu quella di essere dentro al palco di un teatro su cui incessantemente si alternano gli spettatori e gli attori scambiandosi di continuo ruolo fra spettatori e attori, senza soluzione di continuità. Ogni tanto qualcuno scompare (muore?), non si sa dove finisca. Nuovi corpi entrano nell’alternanza palco-platea in una rotazione che non ha forma, né tempo, né spazio, che non ha alcun senso rotatorio, il quale sarebbe “un senso”, ma un’unica continuità incessante e inafferrabile. Colui che tenta di descriverla si trova sul palco, colui che tenta di capirla si trova in platea, e se cerca di esprimerla si trova sul palco, così che la descrizione e la comprensione non coincidono mai.

            Mi rendo conto che non so più da quanto sono seduto lì e non ho orologio; ho lasciato in casa ogni ammennicolo tranne la chiave, e mi sento come in scena; cerco di capirmi e mi trovo in platea ad osservare me stesso che pensa alla chiave di casa. Lascio perdere… tanto tra non molto lascerò il teatro…

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Eric Bandini © 2019

V. Il Mito in Thomas Pynchon

Un saggio letterario di Eric Bandini – Copyright 2018

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Questo saggio è basato principalmente sul romanzo d’esordio di Thomas Pynchon («V.»), e di necessaria conseguenza anche sui due successivi, «L’incanto del lotto 49» e «L’arcobaleno della gravità», opere che nel loro insieme includono fra essi delle relazioni narrative e letterarie che rendono una prospettiva generale della concezione letteraria di Thomas Pynchon.

È riportato, dal poco che si sa dell’autore (che non è mai apparso in pubblico, l’unica sua foto reperibile in rete è di quando aveva sedici anni), che nel suo percorso formativo abbia seguito corsi di fisica, delle cui nozioni, in versione letteraria, si trovano abbondanti riferimenti nei suoi romanzi.

Copertina della versione italiana

Il suo primo romanzo, «V.», evoca la figura femminile senza che ne venga raggiunto il riconoscimento. «V.» è una donna, ed è ugualmente un mito, anche per sé stessa, poiché nessuno possiede la realtà, e questo “mito” prosegue ne «L’incanto del lotto 49» tramite le inquisizioni di Oedipa Maas, circa un lascito testamentario, le cui indagini la portano a strani colloqui col dott. Nefastis circa la termodinamica e il demone di Maxwell, sullo sfondo finale di una preconizzata asta di un fantomatico francobollo che dimostrerebbe il contro-mondo del Tristero (W.A.S.T.E.) quale sistema postale alternativo a quello ufficiale. Ciò che configura il mondo come un mondo unico, la cui unità e unicità diviene assoluta ne «L’arcobaleno della gravità», ambientato verso la fine della seconda guerra mondiale, quando le V1 e le V2 cadono su Londra, segnando il luogo unico in cui ciò che umanamente accade accade nello stesso.

Personalmente sono rimasto profondamente colpito da questi tre lavori, e queste poche righe qui sopra non sono nemmeno lontanamente descrittive dell’ampiezza narrativa dei primi tre lavori di Thomas Pynchon.

Il saggio «V. Il mito in Thomas Pynchon» descrive come dall’esterno dei tre lavori non tanto la trama, quanto la connessione con il mito quale significato perseguibile, e vale la pena di citare che anche la scienza è mito.

Senza la lettura di questi tre romanzi forse nemmeno mi sarei messo a scrivere.

Eric Bandini

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Copertina della versione in lingua inglese

Philip K. Dick – Umani e androidi

Philip K. Dick – Umani e Androidi

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Un saggio letterario di Eric Bandini          © 2017

      La fantascienza raggiunge i suoi limiti quando l’umano e il fantastico si confermano reciprocamente nel concetto e nel pensiero, che sono la stessa cosa e la cosa stessa.

      Gli androidi, per estensione e per concetti, appartengono all’umano quanto la possibilità del reciproco.

        Fantascienza? (di seguito anche “FS”)

      L’ingannevole termine “androide”, che include l’etimo greco di «andros» = uomo + «oeidos» = modello, pone l’oggetto “droide” come una entità tecnologica ed obbligatoriamente obbediente.

     Ma questa “obbedienza” deriva da un dispositivo funzionale che mette in comunicazione logica ed esistenza (l’umano è vivente, il droide è attivo nel suo essere vivente) in un reciproco di cui non esiste la soluzione.

        La disponibilità del droide (con questo termine si può alludere a qualsiasi dispositivo che la mente umana realizzi e metta in pratica nella vita “reale”, e al riguardo ogni e qualunque oggetto e/o concetto nella disponibilità del pensiero è di fatto un droide) ha una funzione logica all’interno del pensiero/concetto, lo pone come un oggetto nel mondo e sul cui controllo non è possibile alcuna assoluta certezza. Ciò è vero anche e soprattutto in termini logici e non solo FS.

        In questa prospettiva rientra in campo quella metafisica dallo sguardo mistico che la tecnologia aveva allontanato quasi come superstizione. Non è luogo cercare riferimenti teologici, benché Philp K. Dick ne faccia spesso citazione; il reale comprende l’irreale così come il razionale comprende l’irrazionale, e in ciò la FS può esprimere una visione immaginaria in cui l’automatismo del pensiero diviene il suo stesso ambiente pervaso dai dispositivi che esso ha creato: droidi, simulacri, androidi, eccetera.

      La funzione del pensiero forgia se stessa come dispositivo per i suoi stessi concetti. L’androide è insito nell’umano; il mondo universo ha, nel pensiero, una conformazione inevitabilmente antropocentrica.

     Nella vasta produzione di Philip K. Dick gli automatismi e i simulacri recano necessariamente il riflesso del pensiero in una lotta di razionalità che si impone sull’individuo come un potere assoluto. In questa lotta la possibilità/necessità di un altrove è un vuoto che si colma del mistico come del fantastico.

       Nel saggio (Philip K. Dick – Umani & Androidi – Eric Bandini © 2017) sono citate alcune delle molte opere scritte da Philip K. Dick in riferimento al rapporto Umani & Androidi, ma in particolare c’è un riferimento abbastanza dettagliato circa il romanzo «L’uomo nell’alto castello» (The Man In The High Castle) in cui diversamente viene usato come dispositivo-paradigma l’antico sistema cinese di divinazione chiamato I-Ching. L’operazione letteraria che Philp K. Dick mette in opera in questo romanzo sembra avere un corrispettivo “negativo” nel romanzo di Franz Kafka “Il castello”, precisando che in quell’opera di Kafka nessuno dei personaggi sale al Castello, nessuno vi può entrare; il motivo è implicito nel concetto: il Castello è la struttura stessa del pensiero che nessuno può abitare.

        Nel romanzo di Philip K. Dick, “L’uomo nell’alto castello”, il concetto è sostanzialmente invertito senza che il senso vada perduto. Abendsen è l’uomo nell’alto castello al di fuori della lotta del potere assoluto in cui è intrappolato e anche braccato a causa della sua opera letteraria, e lo spazio metafisico di quell’alto castello è ugualmente inesistente del Castello di Franz Kafka, egli, dietro sua ammissione, ha scritto la sua opera contro il regime come sotto dettatura dell’I-Ching, egli non perviene al Castello è “solo” l’uomo nell’alto castello, che è il vuoto del presente. Abendsen-Philip K. Dick è comunque fuori dal castello, qualunque sia la sua opera: «È la maledetta macchina da scrivere che lo ha fatto!», c’è un automatismo che anche Philip K. Dick subisce.

         Questo automatismo è il nostro stesso pensiero, questo mito è il presente che si colma delle nostre decisioni, droidi, androidi, simulacri… Umani & Androidi, dopo tutto…

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Eric Bandini, 02/03/2019

Miniassegni e chiacchiere da bar

Miniassegni e chiacchiere da bar

Eric Bandini, 12/09/2017

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Eric Bandini © 2017

Storie del tempo del “bar”, avrebbe potuto essere il titolo di questo articolo, che colloca la sua vicenda negli anni ’70 del secolo scorso, quando l’economia aveva ancora un aspetto economico, oggi come oggi ha per lo più un aspetto tecnologico, per quanto la contabilità continui ad esigere le sue vittime e i suoi persecutori.

Nell’Italia di allora prese forma uno strano aspetto monetario nella faccenda economica del paese, e la parola monetario si adatta alla perfezione all’argomento di cui qui. Dalla moneta ci si aspetta il tintinnare, la pesantezza nella tasca, la solidità metallica, laddove per qualche anno, più o meno dal 1975 al 1978, capitò una strana penuria di pezzi da 50 e da 100, e si precisa che la parola pezzi non vuole evocare luigi, napoleoni, franchi o talleri eccetera, con il loro contenuto aureo in alta percentuale, ma le monete a corso legale da 50 e 100 lire, la cui carenza lanciò nel paese la diffusione di assegni al portatore di piccolissimo taglio (50, 100, 150, 200 o anche 250 lire) emessi dalle banche di ogni parte della nazione.

Assegno circolare da 200 lire della Banca del Salento, con dettagli decorativi e numero di serie.

Nella mente e nella fantasia di un ragazzo con quei pezzi di carta non ci potevi giocare a flipper o ascoltare il juke-box , cose per le quali baristi e gestori di locali si erano organizzati accaparrando modeste quantità di quelle monete da usare come gettoni.

Il token monetario cartaceo si imponeva senza lacuna legge e senza alcuna regola, era un mezzo valutario che ricavava il suo consenso semplicemente dalla sua necessità, le monete non si trovavano, non c’erano più; venivano prodotte? Domanda non rispondibile dal cittadino qualunque, il quale vedeva rifilarsi questi pezzi di carta  che facevano volume nel portafogli senza alcuna ricchezza del possessore.

Il paese si domandava, la risposta pareva preventivata: «Colpa dell’inflazione!», e questa risposta non rispondeva. In termini inflattivi se c’è richiesta di moneta spicciola e questa non è reperibile sarà una specie di inflazione indotta; per capire il concetto è sufficiente pensare, estremizzando il problema, alla inflazione della Germania negli anni ’20, quando in quel paese le banconote recavano valori di miliardi. È evidente che nella inflazione estrema le monete metalliche non hanno più alcun senso, pare che andassero a fare la spesa con sporte piene di banconote. Se in Italia in quel periodo c’era richiesta e corrispondente carenza di monete il problema non era l’inflazione.

La gente, in modo popolare si interrogava, le risposte non erano esaurienti, ma curiosamente significative o evocative.

A livello di chiacchiere da bar qualcuno aveva ironicamente e comicamente lanciato il sospetto che le monete italiane venissero trafugate in Svizzera per essere usate come fondelli per gli orologi. Ipotesi assurda? Possibile, ma romanzesca. Questa diceria, che era sorta in una discussione “da bar”, intrigava ed evocava i fumetti. Qualcuno aveva fantasticato a piena fantasia un team di svizzeri stile Banda Bassotti che trafugavano furgoni carichi di monete da 50 e 100 lire.

Orologio elegante con quadrante argentato e cinturino in pelle nera.

Si presumeva, per il latore dell’idea, che le 50 lire andassero per gli orologi da donna e le 100 lire per quelli da uomo. A questo riguardo vale la pena di notare che le 50 lire recano su una faccia un tizio palestrato davanti ad un incudine, presumibilmente Vulcano, equivalente del greco Efesto, mentre le 100 lire la dea Minerva, equivalente ad Atena della Grecia classica; c’è attinenza? Non ha nessuna importanza, comunque era evidente che le monete da 50 e 100 lire avevano (e hanno ancora, chi può trovarne qualcuna in un vecchio cassetto può verificare) una lucentezza di acciaio super inox che altre monete di altri paesi non avevano.

Moneta da 50 lire italiana del 1992 con raffigurazione di un uomo nudo che batte su un'incudine.
Vulcano
Moneta da 100 lire italiane del 1965, con un'immagine di una figura femminile che tiene un bastone e una pianta di alloro.
Minerva

Nella carenza della moneta spicciola il rapporto economico del cittadino qualunque nella sua vita qualunque assumeva relazioni che esondavano nella trasgressione, con aspetti di trattativa tipo beduini al suk. Nella transazione di qualunque acquisto in cui fosse necessario un resto in moneta ci si vedeva rifilare, al posto delle monete, unitamente o in alternativa ai miniassegni, caramelle, cioccolatini, gettoni telefonici, o arrotondamenti per acquisti non necessari. La moneta metallica latitava.

Gettone telefonico in metallo con la scritta 'GETTONE TELEFONICO' e un'immagine di un telefono sul retro.

Nelle chiacchiere da bar qualcuno più malizioso aveva supposto un’ipotesi non esattamente peregrina, cioè che la carenza di moneta fosse una guida dell’inflazione. Assurdo? Può darsi, o forse certamente, ma in quel periodo speculare sulla svalutazione della lira era uno sport, e qualche giornalista aveva avanzato la teoria che se si fosse dovuto perseguire gli speculatori  sul ribasso della moneta nazionale non sarebbe stato necessario uscire dai confini del paese. D’altronde pare che qualche fabbrichetta avesse dovuto chiudere la produzione e dichiarare fallimento non per scarsità di domanda del loro prodotto, ma perché l’imprenditore si era improvvisato speculatore. Pareva un gioco facile. Si voltava una somma di denaro più o meno ingente in un’altra valuta, marchi, dollari, sterline, eccetera, e si aspettava che la lira svalutasse, poi si convertiva raccogliendo la differenza.

Di fatto resta che l’emissione di miniassegni pare assommasse ad un totale di circa 200 miliardi di lire, e considerando la deperibilità dell’oggetto (i miniassegni erano di carta di cellulosa, laddove le banconote sono di carta di cotone) questa deve avere distrutto molta moneta lasciando irriscuotibile una larga somma che le banche emettitrici hanno incamerato senza fare nulla.

Una curiosità: le monete da 5, 10 e 20 lire non mancavano, anche se sostanzialmente inutili.

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Eric Bandini, 12/09/2017