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Lettere filosofiche, 22 Agosto 2023

Eric Bandini

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Questo tempo, presente, è sempre stato presente e sempre sarà presente. Il presente non passa, è presente.

Solo il pensiero umano sorge nel suo presente soggettivo, allocando l’inizio, il passato, il suo sviluppo e la sua storia come una cronologia che si proietta in un futuro esistente solo concettualmente, e che è (e che concettualmente sarà) giudicato dal presente, che è sempre presente.

Il pensiero dimentica di essere sempre presente, di essere sempre sé stesso intento a pensare sé stesso come sé stesso nella sua cronologia, obliando di essere inesorabilmente nell’unico momento di tempo: il presente.

Gli Dei

In antico, ovvero agli albori del pensiero occidentale, l’umano si riteneva espressione subalterna del divino (gli dei) reclamando una inarrivabile parità, dei = umani, che mitologicamente aveva storicizzato le referenze divine in un assunto lirico esemplificato da Pindaro nell’affermazione: «da una sola mente traiamo il respiro». Convinzione che aveva derivato una sua continuità, non solo lirica ma anche nel culto degli eroi (di fatto “la” storia), e trasmesso nel linguaggio quei tropi divini e umani che costituivano la referenza significativa dell’essere ciò che si è. Essere in essere, ovvero, nel presente. Filosoficamente, e in estremissima sintesi: l’«essere».

Gli Dei & Gli Umani

Ma guardando (come) indietro in quel passato da noi stessi costituito (la storia; parola che inavvertitamente include ogni e qualunque concetto del pensiero, che sia parola, oggetto, evento, ambiente, tutto ciò che è pensato, è pensato e pensabile; è presente) codesta origine concettuale e storicizzata, per quanto (sommariamente) “avvenuta”, non è allocata in un tempo costituito come passato, poiché sarebbe irraggiungibile dal concetto/pensiero umano quale oggetto cristallizzato nella linea del tempo, ma è presente al concetto (presente [e questa non è una ripetizione]) come presenza assoluta del concetto/pensiero in esso pensiero che si pensa: il presente.

Prometeo dona il fuoco agli umani

Da ciò la necessità di doversi districare per e nella esistenza, cosa per la quale, in tempi mitologici, si era ipotizzato (mitologicamente) di dover incaricare qualcuno (Prometeo e Epimeteo, p. e.) a costituire in reificati concetti le cose come pensate, senza avvedersi che pensare le cose è già crearle. Il tempo non passa, resta: il tempo è uno: il presente. Che non è mai assente. Ciò in cui dilegua quel lirico attimo fuggente dissolto dalle antilogie che lo costituiscono, e dove i contrari significano nonostante le soggettive decisioni, e senza la cui contrarietà nessun senso avrebbe senso.

Nessuna sorte conosce la propria sorte, perché l’equilibrio è reso costantemente instabile dalla necessità del suo contrario, senza il quale non sarebbe (qui manca il complemento; essere non è oggetto di sé, esso essere è). La logica, quella disciplina razionale che dirime il decidere, non è quella esattezza che ci si attende dalla parola stessa; logica è sempre ricerca di logica, perché il presente non dà altri risultati che le decisioni soggettive, costantemente soggette alla logica del presente, che non passa.

La fonte “materna” da cui dei e umani traggono il respiro è l’atto inevitabile di esistere, in cui e per cui si rende forzatamente essere congrui con l’essere presente e assoluto. Ovvero, l’umano essere è ugualmente il divino confronto (scientificamente: la logica) il cui respiro è comune. Gli umani e gli dei sono lo stesso nello stesso, e che gli umani hanno elevato a cognizione superna (gli dei) per avere confronto razionale.

Non è importante che gli dei esistano oppure no, il fondamento è il concetto di confronto fra umano, nella sua sopravvivenza, e divino quale ambito assoluto in cui e da cui umano e divino, concettualmente, traggono le sorti nelle decisioni soggettive. La logica.

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Eric Bandini, 22/08/2023

Lettere filosofiche, 4 Luglio 2023

La scrittura come sopravvivenza

Eric Bandini, 04/07/2023

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Ogni e qualunque termine/significato è ed esiste nel suo negativo.

Assurdo?

No!

Nessun + (più) esiste senza il suo – (meno), nessun vuoto senza il pieno, che può così essere pieno di vuoto, eccetera.

Dissoluzione?

Nulla si è mai creato che non fosse già in via di dissoluzione, perché il presente non passa, resta, e tutto ciò che è nel presente diviene, ovvero «è» & «non è» insieme; non c’era, c’è, non c’è più, ma il presente indifferentemente insiste in sé stesso. È presente senza passare.

Nella incommensurabile produzione umana di oggetti e concetti nulla può essere definito come uno stato di fatto, perché il fatto subentra sempre allo stato come produzione di concetti/oggetti “fatti”. Il mondo non è mai «in sé», né mai si è fatto, si afferma e si nega insieme nell’attimo del presente che non ha consistenza alcuna, né tempo, né spazio, e non può essere evitato. L’adesso è sempre adesso. Il pensiero è come perso nei fatti da esso stesso concettualizzati e oggettificati.

Le parole «di un tempo» sono divenute referenti di quel tempo senza uscire dal presente, che è l’unico tempo, in cui facili affermazioni e contraddizioni si dissolvono lasciando l’ombra di significati che perseguono un’ambientazione e una scenografia non più attuali, ma presenti nella congerie caotica che il pensiero ha affastellato nel suo presente edificando passato/futuro/spazio in cui allocare elementi ritenuti conoscibili che sono tali (conoscibili) solo nella conoscibilità soggettiva. L’Universo non produce significati, solo la mente individuale, quale soggetto, pensa l’edificio/struttura che “ordina” senso e significato, perché è il pensiero stesso che ve li ha collocati creandoli.

In ciò i contrari si pagano il reciproco significato annullandosi a vicenda e restando in maniera eterea nei concetti/oggetti, tentando di compiersi soggettivamente in un significato indeciso per l’uno o l’altro senso entro la dissoluzione del presente, che include anche il pensante, e che nulla esclude, e che non contiene tutto, perché il “tutto” non esiste. L’instabile mutamento non è mai fermo né compiuto. È presente. È.

Quello che in termini greci erano il logos e il nous, in termini di presente, che è sempre adesso, è la logica, la quale non è mai un risultato, ma la lotta antilogica dei contrari per giungere ad un esito logico per il pensante, ciò che non è logica, ma solo esito, risultato, significato teso alla logica, la quale non ha esiti che non siano significati, risultati, eccetera, i quali, come le parole desuete, si dissolvono nell’avvenire in sé del pensiero che pensa e si pensa.

Quel rapporto fra logos e nous, da lungo tempo respinto nell’immaginario della mitologia come un mondo di favole, è sempre presente; è la lotta del pensiero per affermare sé stesso (nous) verso quel presente (logos) che tenta di afferrare in concetti/oggetti, non considerando di essere parte assoluta di quello stesso logos/presente il cui nous/pensiero non può fare altro che significare e/o cercare esiti, significati, logica, eccetera per confermare sé medesimo nello schema passato/futuro/spazio da sé stesso edificato.

Dissoluzione?

Il caos non esiste, l’Universo è perfetto in sé e con sé, solo l’umano cerca quell’ordine che è la sua stessa creazione spazio/tempo quale tentativo di mettere in ordine ciò in cui è compreso da sempre.

L’Universo non ha tempo né spazio; esso è.

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Eric Bandini.

Impatto zero!

Eric Bandini

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Locandina di film: Blade Runner

Si fa presto a dire «Impatto zero!», è un lampo: IMPATTO ZERO!, ma – senza entrare in dettagli tecnici – messo giù così, l’esposto «Impatto zero!» assomiglia molto ad un ossimoro, perché o 1) hai l’impatto, che non è zero, o 2) hai lo zero che è il non-impatto, per cui «Impatto zero!» non impatta e non azzera; o magari impatta?

Sorvolando sulla tecnologia, per la quale lo scrivente non è versato, si può provare a mettere giù la faccenda come una specie di esposto narrativo facendo uso di molta fantasia e creatività (letteraria), cose con le quali lo scrivente un po’ se la cava.

Immaginiamo, in purissimo e fantasiosissimo esempio narrativo, un pianeta della circonferenza alla sua equatore di circa 40’000 chilometri (diconsi =Quarantamila= Km circa [o magari un pochino di più]) orbitante intorno ad una stella di media grandezza, e immaginiamolo terzo nell’ordine delle orbite dei pianeti a partire dalla stella, magari insieme ad altri cinque o sei, sette? Una decina insomma, all’ingrosso.

Sistema immaginario di pianeti

Ora immaginiamo codesto pianeta abitato da creature in numero (crescente) di circa 8’000’000’000 (diconsi =Ottomiliardi=, qualcuno più, qualcuno meno), e immaginiamo codeste creature in dimensione, peso e corporatura assimilabili a quelle degli umani abitanti il pianeta sul quale lo scrivente è intento a redigere questa baggianata per i suoi uno o forse due lettori.

Immaginiamo ora che codeste creature (non noi altri qui su questo pianeta, ma quelle creature [immaginarie] sul pianeta immaginario di cui sopra, il quale non esiste, è purissima fantasia letteraria) producano quotidianamente e mediamente circa 500 grammi (diconsi =cinquecento= grammi, dicesi anche 1/2 Kg) di pupù. È poca? È tanta? Beh… in ogni caso non ho intenzione alcuna di verificare alla bilancia. E comunque è fantascienza, immaginazione.

Pianeta immaginario (da wallpaper)

A questo punto, quale sarebbe, in purissima e fantasticissima ipotesi, l’impatto pupulogico sul pianeta? (sempre quello immaginario, ovviamente) Sarebbe «Impatto zero?»

Come per la tecnologia non sono versato nemmeno per la matematica, ma chi vuole, ed è capace, può provare a moltiplicare il prodotto quotidiano pro-capite, ipotizzato in circa 1/2 Kg, per gli 8’000’000’000 di abitanti immaginari dell’immaginario pianeta, volgerli in quintali, poi in tonnellate/giorno, ed eventualmente calcolare in tonnellate/anno (di pupù). Qui per i conti mi fermo, già mi fuma la testa. Tuttavia resta la domanda: «È impatto zero?». Si sta ovviamente parlando (narrativamente e fantasticamente) di impatto pupulogico, fantascienza.

Pianeta immaginario (da wallpaper)

Pare tuttavia che il fantascientifico impatto pupulogico non sia proprio a zero, ma si può fantasticare circa le autorità (immaginarie, certo) dell’immaginario pianeta, le quali addivengano alla decisione di ridurre di una percentuale, putacaso (che orribile parola, e il controllo grammaticale me la passa… [al dizionario risulta dall’arcaico “putare”]) del 30% (dicesi =Trenta= percento) l’impatto pupulogico basandosi sugli scientifici e inappuntabili esiti della funzione ameba, o tubo digerente (vivente, è chiaro). Nel conteggio della funzione ameba la quantità di cibo ingerito è proporzionale alla produzione di pupù, così che per ridurre del 30% (dicesi =Trenta= percento) la produzione di pupù occorre ridurre di adeguata percentuale l’assunzione di nutrimento; di conseguenza le autorità di quel pianeta realizzeranno una legge che obbliga le creature loro soggette alla riduzione del 30% dell’esistenza in vita, garantendo così la riduzione dell’impatto pupulogico, per quanto lo =0= (dicesi =Zero=) agognato resti un miraggio, a meno che le autorità non dispongano di azzerare la produzione totale di pupù con riduzione del 100% (dicesi =cento= percento) dell’esistenza in vita, ottenendo così «Impatto zero!» e tanti saluti agli 8’000’000’000 (diconsi =Ottomiliardi=) di creature immaginarie.

Winsor McCay: What cities will rise

Nell’esposto di cui qui sopra non si è tenuto conto della produzione di pupù da parte degli altri esseri, viventi certo, di cui le creature (immaginare e fantastiche sopra citate) anche si nutrono, e/o anche viceversa, perché il rovescio della vita accade nella vita.

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Eric Bandini

21 Giugno 2023

e 99 centesimi

Eric Bandini, 16/05/2023

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This is not a copy

La cifra tonda fa paura, spaventa i mercati, dire =40,00= è qualcosa che turba la serenità del quid pro quo, meglio, molto meglio il quasi, =39,99=, anche se immediatamente e inesorabilmente suona come una presa per il culatello, che qui dovrebbe fare rima con fondello, ove è chiaro – per quanto sopra – che non si tratta di culinaria, perché tutti sappiamo che =39,99= fa quaranta, nonostante la matematica, la quale nel contesto – codesto di cui si sta parlando – è il quid pro quo tramite il quale il commerciante ottiene l’adescato quid tramite il quo alloccatorio ( per la doppia “c” si veda oltre).

Questa storia è vecchissima, ed era in voga nei paesi dove il contante aveva, e verosimilmente ha tutt’ora, delle suddivisioni centesimali, e/o folcloristico-esimali ove non provveduti per decine, ad alloccare (la doppia “c” formula un neologismo dal termine popolare «allocco») il cliente provvidenziale con un’esca centesimale, e 99 centesimi, per indurlo ad accaparrarsi il cammello, il turbante e il binocolo a tracolla, nel caso.

Questa tecnica era diffusa nel commercio al minuto negli anni ’60 (e anche molto prima), per esempio negli Stati Uniti, dove si allettava il passante shoppingoso per 99esimi tramite la merce in vetrina.

In Italia la cosa non funzionava (e/o forse non funzionava più, vedere qui di seguito); la Lira, negli anni ’60, era già abbondantemente svalutata da non avere più suddivisioni centesimali, e nemmeno esistevano più le Lire unarie in moneta, poiché erano già scomparse da un decennio abbondante, magari anche accaparrate dai numismatici.

Una Lira

Qualcuno ci provava comunque con qualcosa tipo =990= (Lire), ma non era proprio la stessa cosa, o volendo approssimare ancora di più alla moneta corrente disponibile, si tentava un =995= (lire), che suonava strano e sgaffo.

Poi, decenni dopo – quattro almeno – è arrivato l’Euro, e allora vai con i “99centesimi”, sai che novità. Così, restando alla vecchia novità dei 99 centesimi, capita che se per esempio compri un paio di braghe tipo cargo a =39,99= la cassiera che riceve le tue due banconote da venti ti restituisce il centesimino come un’elemosina, e tu sai, perfettamente, che se provi a dare un obolo di =1= (diconsi =uno) centesimi ad un mendicante, esso mendicante ti replicherà con parole poco simpatiche il suo ringraziamento, che serberai nel cuore come il sorriso della cassiera che ti ha rifilato il suo centesimino. Nel culatello probabilmente.

In merito a questo generico mercimonio avrei una domanda, in merito alla quale forse gli uno o magari due lettori di questo articolo hanno la risposta: se il mercato libero è obbligatorio, dov’è la libertà?

BÁINÁO (con vocione stereofonico)

Eric Bandini. 16/05/2023

Post scriptum: «Di fatto, una cosa obbligatoria.»

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Lettere filosofiche, 14 Maggio 2023

ovvero, scrivere e tentare di sopravvivere scrivendo, contro ogni speranza

Eric Bandini, 14/05/2023

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La questione del postmoderno è che «ti colloca» (questo “ti” è impersonale, per quanto soggettivo, poiché nessun soggetto può esimersi dall’essere soggetto [e oggetto {e soggetto…}]), necessariamente solo rispetto al passato (che è ciò che soggettivamente risulta acquisito [oggettivamente {soggettivamente…}]), ma che concettualmente è «in presenza» rispetto a ogni e qualunque tempo passato-futuro, poiché «tu» (V. sopra) sei presente.

Così accade che se cerchi di distrarti leggendo qualche fiction acconciata a narrativa, immediatamente il lessico colloca tanto il leggente (tu stesso [V. sopra { }]) quanto lo scrivente (il “tu” autore [V. sopra { }]), e parole un tempo usuali e fruibili, perfino dal “tu” stesso di “quel” tempo, se c’eri, suonano come di rimbalzo a sollecitare stantie locuzioni e memorie che, a pensarci nel presente (che è SEMPRE presente) erano già consumate al tempo (passato, che è presente come memoria nel presente [che è SEMPRE presente { }]) in cui erano in uso, per cui innocenti vocaboli come fanciulla, giovanotto, bellimbusto, eccetera, diventano fattori temporali di un presente che si presenta come passato benché non andato (come le parole di questo scritto) perché non se ne può andare, almeno per i soggetti percepenti il presente “presente”, ma la memoria non è “il” Tutto, essa memoria di fatto è l’oblio che tenta di trascendersi (vedasi lingue morte, civiltà scomparse, ere sconosciute [le quali per essere sconosciute se ne deve conoscere la sconoscibilità { }], eccetera).

Al tempo corrente termini come giovanotto, fanciulla, bellimbusto, eccetera, suonano più che altro come discriminazioni, piuttosto che come appellativi soggettivi (qui, nel caso, letterari); il postmoderno uni-forma nella indifferenza del significato e dei significati che si rimpallano indefinitamente il senso nella totale assenza di significato ultimo, che non esiste (ovvero, esiste soggettivamente nel «tu» soggettivo [V. sopra { }]), così che ogni e qualunque termine creato e deposto nel “suo proprio” presente invade il presente (che è sempre presente e non ha un “suo proprio”…) atteggiandosi a significato significante, ma il suo uso è defunto (inesorabilmente nel presente, che è il passato percepito [il presente non passa, è presente { }]), così come è defunto ogni e qualunque termine che viene deposto/aggiunto nel presente (che è sempre presente), da cui rimbalza al soggetto presente in vita come un ingombro non eludibile: ciò è il significato entro soggetto come oggetto di sé medesimo.

Da cui, ciò che è stato detto è detto, ciò che è stato fatto è fatto, ed è nel presente con tutto il suo ingombro concettuale, perché i significati non sono “in sé”, ma nel soggetto-oggetto pensante, sé medesimo incluso. L’Universo non significa, esso Uni-verso è.

Superfluo? La burocrazia (che è il pensiero umano all’opera su sé stesso [ove qui non si allude alla gestione della “cosa pubblica”, ma alle relazioni entro soggetti come oggetti/soggetti reciproci nel presente … }]) si nutre di questi eccessi significativi, li confeziona, li cataloga, li gestisce e quant’altro, e attende che l’umano li digerisca, come un concettuale tubo digerente, rimettendo nel presente quella stessa roba che gli è stata propinata senza scampo (nel presente, che è sempre presente [ { } ]) e che soggettivamente ha prodotto esso medesimo soggetto nel suo rapporto inevitabile soggetto/oggetto-di-sé-medesimo (nel presente, che è sempre presente [ { } ]).

Il presente non si presenta, il passato è adesso, nonostante la presenza, la quale è un’attesa soggettiva che aspetta l’esito del presente come un mondo dal quale debba provenire il senso/significato, il quale è adesso, eccetera (manca volutamente la parentesi chiusa come anche il punto finale

E allora, ogni e qualunque concetto, che è oggetto, che è concetto che eccetera…, rientra nello scenario come un prodotto ineliminabile, giovanotto, fanciulla, bellimbusto, traliccio, carovana, razzo, segnaletica, asciugacapelli, automobile, forno, pneumatico, frigorifero, semaforo, industria, palazzo, bomba atomica, jet, circo

manca volutamente il punto finale

manca volutamente il punto finale

manca volutamente il punto finale

Eric Bandini, 14/05/2023

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Giovanni Desperati. Una storia romanzata, ma vera.

Eric Bandini, 02/04/2023

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Giovanni Desperati (Jean de Speré) e consorte, Marie Louise Corne. (1929?)

Non è definita la sua natalità, Pisa oppure Pistoia (1898? 1890?…), ma certamente italiano Giovanni Desperati era un chimico e un incisore che si era dedicato con interesse (e pure con un certo profitto, quanto meno per sbarcare decentemente il lunario) alla falsificazione di francobolli; attività, questa, che in tempi di posta elettronica suona molto più che antiquata, ma che nei tempi gloriosi della posta e del francobollo aveva attività e pure concorrenza, cosa per la quale gli Stati emettitori dovevano cautelarsi, per quello che si poteva allora, con filigrane, fili di seta, scadenza di emissioni, eccetera.

Giovanni Desperati aveva un fratello che commerciava in francobolli (all’epoca in cui i francobolli avevano corso regolare, uso necessario per comunicazioni, eventualmente valore per collezionisti, e notoriamente importanza amministrativa e pecuniaria per lo Stato emettitore), la qual cosa facilitava il commercio – che nel caso dei falsi sarebbe più opportuno definire “smercio” -, e codesto fratello abitava a Parigi, dando così un’importanza multinazionale alla faccenda.

Tipi presunti falsificati da Giovanni Desperati

Non è chiaro il motivo, ma per definizione della storia occorre precisare che l’arte dell’incisione (la tecnica allora maggiormente usata per la produzione di francobolli) è una forma severa di espressione, ed è facile capire il perché; il disegnatore può “cancellare” e correggere, il pittore può togliere il colore e ripensare il dipinto, lo scultore può “correggersi” in corso d’opera, ma l’incisore non può di fatto ripensare ciò che ha già inciso, fermo restando che l’incisione è il negativo dell’opera finale. A corredo di quanto qui precedentemente in materia di arte incisoria vale la pena di rammentare come gli autori di bellissime opere di incisione (p.e. le banconote italiane in lire, e molto altro…) siano pressoché sconosciuti al pubblico in generale, per quanto la loro opera sia di molto pregio.

Non si conosce il motivo preciso, né una ragione specifica in merito, eppure Giovanni Desperati intraprese l’azione che di seguito viene romanzata su base di realtà; forse voleva “emergere” come incisore, forse voleva sbeffeggiare i collezionisti nonché le autorità emittenti le affrancature, non è chiaro, eppure agì.

Durante la guerra mondiale (la seconda…) Giovanni Desperati inviò per lettera in una busta diretta all’estero un quantitativo di francobolli di notevole valore collezionistico e in considerazione dello stato di guerra la censura bloccò la missiva contenente i “preziosi” francobolli e scoperto il mittente denunciò Giovanni Desperati per “esportazione di valuta”. Esattamente ciò che Giovanni Desperati stava cercando di ottenere, ovvero una riconosciuta abilità artistica e capacità creativa, solo che il “riconoscimento” doveva passare attraverso il corso della Giustizia, cosa che avvenne. Giovanni Desperati venne mandato a processo.

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Serie “immaginaria”, ma comunque, francobolli «noti» e riconosciuti come tipi realizzati da Giovanni Desperati.

Durante l’udienza in tribunale vennero convocati espertissimi periti di grido i quali, esaminati i francobolli incriminati, dichiararono «Autenticissime e verissime le affrancature in oggetto». L’impresa di Giovanni Desperati pareva compromessa, ma in una seconda udienza processuale Giovanni Desperati mostrò ai “periti di grido”, espertissimi e ineffabili intenditori, come quei francobolli incriminati avessero dei dettagli, noti a lui solo che li aveva creati, tali da poterli distinguere da quelli “veri e autentici”; per cui i periti così informati dei dettagli e nella necessaria e inevitabile necessità di dover verificare, dovettero riesaminare la faccenda, dovendo ammettere che le “da loro” presunte «Autenticissime e verissime affrancature in esaminando» , erano in “vero” dei falsi. Si poneva perciò la questione: “Giovanni Desperati era accusabile come falsario?”

Immagine di “falso” riconosciuto reperita nel web.

Nella vicissitudine, e non pago di ciò, Giovani Desperati insistette sulla questione (…da lui iniziata…), a clamore processuale in corso, fabbricando alcuni falsi e vendendoli a collezionisti che li acquistarono per veri, citando nuovamente il Desperati per falsificazione. Ma qui interviene il caso Pizzaballa, e/o (…narrativamente e romanzescamente, ma non solo…) si richiede una spiegazione razionale.

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L’introvabile Pizzaballa

Giovanni Desperati falsificava francobolli da collezione, ovvero “fuori corso legale”; detto diversamente, se oggi come oggi, 2023, A. D. MMXXIII, qualcuno falsificasse una banconota da diecimila Lire del 1970 (1970 A. D. MCMLXX), allo Stato Italiano nulla gliene importerebbe, sarebbe come falsificare le figurine dell’album dei calciatori di cinquant’anni fa.

Lire Diecimila, anni ’70

Per cui la denuncia di falsificazione di “valori fuori corso” non risultò essere reato e Giovanni Desperati ottenne quella fama e quella notorietà che aveva sollecitato con la sua impresa di “pubblica falsificazione”, e, a citazione di collezionisti, pure un «Catalogo Desperati», benché necessariamente impreciso e assolutamente mancante di precisazioni. Alla data odierna si è ancora incerti sulle possibili falsificazioni attuate dal toscano francesizzato, e non è affatto noto alcun “elenco” delle sue improvvisazioni filateliche.

Aix Les Bains – Ufficio Postale – 1929

Non sono chiari i motivi che lo indussero, forse molto prima di quanto qui sopra narrato (Giovanni Desperati morì nel 1957), a cambiare nazionalità e anche nome, andando a vivere in Francia nella città di Aix Les Bains sotto il nome di Jean De Speré (che non pare troppo fantasioso…); comunque la sua «fama» aveva rinomanza europea se – come viene riportato – le Poste del Belgio, in data non rilevabile, assegnarono a Giovanni Desperati una pensione perché la smettesse di falsificare le affrancature di quella amministrazione. E anche il Governo Britannico assegnò a Giovanni Desperati la somma di diecimila sterline (…a quel tempo – qualunque fosse il tempo e il momento nella vita di Giovanni Desperati – una “barca di soldi”…) a condizione che la smettesse di falsificare valori “antichi”.

Eric Bandini, 02/04/2023

Questa immagine-logo, che non è un francobollo, non è un falso, Eric Bandini lo ha realizzato, Eric Bandini lo espone.

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Eric Bandini

Assalto alla diligenza

23/03/2023

Eric Bandini

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Di norma, e in relazione al collaudato luogo comune, quando si parla di “assalto alla diligenza”, come ogni principale riferimento alla citata definizione, ci si riferisce ad un immaginario del tipo di quello qui di seguito riportato in IMMAGINE.

Locandina – Poster del film «Ombre rosse»
Immagine di dipinto americano

Ma più immaginifico ancora:

Redskins = Pellerossa

Dimenticando che il “Mondo Occidentale” ha origine nell’Occidente, cioè il luogo “Europa”, o anche continente europeo. L’America è stata una «scoperta» in ordine alla quale si credeva di avere scoperto gli “indiani”, i quali, cinematograficamente (… e non solo …) nulla avevano a che spartire con l’India e/o le Indie plurali come secoli addietro venivano riferite.

Volendo esemplificare con un riferimento «autentico» e “continentale”, ossia relativo al Continente Europa, si può citare la missiva che un postiglione della italica diligenza sulla tratta Via Emilia – Adriatica inviò il 5 maggio 1849 all’Intraprendete Generale delle Diligenze della Repubblica Romana, di seguito riportata come reperita e citata in un libro di francobolli e collezionismo di corrispondenza (autore Fulvio Apollonio – Vallecchi Editore – Copyright 1964).

«Illustrissimo signore (…l’Intraprendete Generale delle Diligenze della Repubblica Romana), alle ore 10 e mezza circa di ieri, quattro miglia in distanza da Imola e nel luogo nomato la Toscanella fummo aggrediti da 10 o 12, ma più sicuro il primo numero. Han manomesso cabriolet, cassaforte, imperiale, equipaggi, consegne in modo che il cabriolet resta colla semplice ossatura, avendo lacerato, fatto a pezzi e buttato a terra imbottite, tende ecc. Il copertone nel mezzo, a forza di pugnalate e colpi di coltello, ridotto a tale che in Imola bisognò metterci una varchetta sopra: merci e equipaggi tutto alla peggio rovinato e sconvolto in mezzo alla strada, le valige le aprivano a colpi di mazza e coltellate al coperchio, in modo che le riportammo sfrangiate, calci ai cappelli, peste scatole di donne, insomma erano tigri: ci hanno tenuto al tormento una buona ora, chi a terra chi coi fucili spianati, ora ci separavano e con tanto di coltelli minacciavano di scavarci la pancia, le donne mezze travagliate e noi con un batticuore del diavolo. Han tolto in contante del mio scudi 75, denari di corsa circa scudi 19, al Colonnello Curarini oltre 300 scudi in moneta, al dottor Savi più di scudi 200 in Bono, a chi poi 40 a chi 65 e a chi altra somma e orologi e posate d’argento rinvenute in baule e gioie e oggetti preziosi di donne e via. Però mi è riuscito di salvare quanto di era di v. pertinenza. Scrivo mezzo turbato. Se vi sono difficoltà per entrare in Roma, un avviso. Con rispetto, devotissimo servitore C. Merini».

A codesta nota l’Intraprendete Generale delle Diligenze della Repubblica Romana riscontra quanto segue.

«Al conduttore cittadino Merini, mi è pervenuta la Vostra lettera da Pesaro. Due righe per dirvi di continuare il viaggio per Roma passando per Porta Angelica, perché come vedrete il Ponte Molle non si può tragittare. Vi saluto. L’Intraprendente.»

Assalto alla diligenza «continentale», ovvero questo continente.

È vero che l’immaginario è impostato cinematograficamente, o anche fumettisticamente, vedere immagine di seguito.

Tex Willer ? Fonte non certa, ma immaginario collaudato.

Ma è oltremodo più vero che anche se non abbiamo gli “indiani” non ci siamo mai fatti mancare nulla.

O citando “quant’altro” (p. e. da «Storia d’Italia» 1976 Einaudi) si può riferire quanto segue.

È significativo che un intero capitolo della Relazione intorno alle condizioni dell’agricoltura del 1876 fosse dedicato alla Sicurezza campestre e che, ad esempio, il sottoprefetto di Cesena finisse col considerare normale il fatto che «turbe di ladri hanno infestato le campagne senza che loro potessero resistere i contadini o proprietari» e sottolineasse che, in certi luoghi, «il furto campestre è considerato quale un’industria lecita e presenta i caratteri direbbesi anche di una piccola questione sociale».

È vero, non c’erano Billy The Kid, Pat Garret eccetera; e nemmeno c’erano gli indiani, ma per il resto non mancava nulla, anzi molto è stato esportato a seguito della crisi agraria con l’emigrazione in massa. E a giudicare dalla cinematografia hollywoodiana, pare, anche con discreto successo. Fatta ovviamente la tara dei problemi giudiziari.

Eric Bandini

23/03/2023

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Giosuè Carducci e Mick Jagger

Articolo di Eric Bandini 19/03/2023

Copyright 2023

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Un accostamento inusuale, in termini “temporali” quasi contraddittorio, eppure leggendo l’ode del Carducci – sotto affiancata alla lirica di Mick Jagger (e Keith Richards) – viene facile un accostamento alla nota canzone degli «Stones», sebbene il diavolo non evochi simpatie né querimonie liriche, che sanno sempre di già detto e ridetto, perfino anche già cantato.

Giosuè Carducci – Mick Jagger

La distanza di centocinque anni fra i due testi resta evidente negli autori, piuttosto che nei due scritti, lasciando inalterato uno spirito di ribellione che non evoca Satana né davvero alcuna simpatia per Sua Maestà Satanica, specie dalla distanza temporale del giorno d’oggi, ove è facile affermare che il Rock è morto, o comunque intento a defungere quale autocelebrazione di sé medesim0, e anche la poesia defunge nelle rime baciatissime della pubblicità cantata alla TV.

Copertina di album: «Their Satanic Majesties Request»

Mono-Scopio

Tuttavia i testi “parlano”, qualcosa dicono, benché non evochino, e rammentando che entrambi gli scritti qui di seguito sono incompleti – specie il testo del Carducci – si rinvia alla fantasia del lettore eventuale, evidenziando come «Satana» sia una invenzione degli umani come delle loro procedure esistenziali.

Detto diversamente, e anche come già citato perfino “cinematograficamente”, nessuna buona intenzione resterà impunita.

Posta così la questione non è nemmeno il caso di accertare l’esistenza di Satana, esso esiste, è creazione degli umani; o rovesciando il concetto, se gli umani non fossero nell’universo, il Demonio che diavolo ci starebbe a fare?

Giosuè CarducciMick Jagger (and Keith Richards)
18631968
A SatanaSympathy for the devil
A te, de l’essere
Principio immenso,
Materia e spirito,
Ragione e senso;
 
Mentre ne’ calici
Il vin scintilla
Sí come l’anima
Ne la pupilla,

Mentre sorridono
La terra e il sole
E si ricambiano 
D’amor parole,
 
E corre un fremito
D’imene arcano
Da’ monti e palpita
Fecondo il piano;
 
A te disfrenasi
Il verso ardito,
Te invoco, o Satana,
Re del convito.
 
Via l’aspersorio
Prete, e il tuo metro!
No, prete, Satana
Non torna in dietro!
 
Vedi: la ruggine
Rode a Michele
Il brando mistico,
Ed il fedele
 
Spennato arcangelo
Cade nel vano.
Ghiacciato è il fulmine
A Geova in mano.
 
Meteore pallide,
Pianeti spenti,
Piovono gli angeli
Da i firmamenti.
 
Ne la materia
Che mai non dorme,
Re de i fenomeni,
Re de le forme,
 
Sol vive Satana.
Ei tien l’impero
Nel lampo tremulo
D’un occhio nero,
 
O ver che languido
Sfugga e resista,
Od acre ed umido
Pròvochi, insista.

………
segue


Please allow me to introduce myself
I’m a man of wealth and taste
I’ve been around for a long, long years
Stole million man’s soul an faith
And I was ‘round when Jesus Christ
Had his moment of doubt and pain
Made damn sure that Pilate
Washed his hands and sealed his fate
 
Pleased to meet you
Hope you guess my name
But what’s puzzling you
Is the nature of my game
 
Stuck around St. Petersburg
When I saw it was a time for a change
Killed Tsar and his ministers
Anastasia screamed in vain
I rode a tank
Held a general’s rank
When the blitzkrieg raged
And the bodies stank
 
Pleased to meet you
Hope you guess my name, oh yeah
Ah, what’s puzzling you
Is the nature of my game, oh yeah
 
I watched with glee
While your kings and queens
Fought for ten decades
For the gods they made
I shouted out
Who killed the Kennedys?
When after all
It was you and me
Let me please introduce myself
I’m a man of wealth and taste
And I laid traps for troubadours
Who get killed before they reached Bombay
 
Pleased to meet you
Hope you guessed my name, oh yeah
But what’s puzzling you
Is the nature of my game, oh yeah, get down, baby
 
Pleased to meet you
Hope you guessed my name, oh yeah
But what’s confusing you
Is just the nature of my game
Just as every cop is a criminal
And all the sinners saints
As heads is tails
Just call me Lucifer
‘Cause I’m in need of some restraint
So if you meet me
Have some courtesy
Have some sympathy, and some taste
Use all your well-learned politnesse
Or I’ll lay your soul to waste, mm yeah

………
segue
 

 
1863
1968
Beggar’s Banquet, l’album che contiene «Sympathy for the Devil»
Edizione dei “Decennali” del Carducci, che contiene «A Satana», e altre opere.

Eric Bandini, 19/03/2023

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Il Pifferaio Magico

o, “Il Pifferaio di Hamelin”

Una possibile interpretazione

Articolo di Eric Bandini – 23/07/2022

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Copyright: Eric Bandini – 2022

È nota la storia, favolesca, dei fratelli Grimm; una “storia” che lascia come insoddisfatti, perché i bambini, trascinati dal Pifferaio Magico, spariscono nelle entraglie cavernose di una montagna. Come di solito accade occorre partire da un “possibile” inizio, ed è perciò necessario un ultrabrevissimo sunto della già brevissima storia.

L’antefatto sarebbe il seguente. Un giovane suonatore di piffero entra nella città di Hamelin (oggi verosimilmente “Hameln”) e si dispone alla sua semplice attività. Notata dal borgomastro (il “sindaco”, in termini italiani), codesta attività suscita curiosità; il borgomastro-sindaco inquisisce il giovane e parlando lo informa dei gravi problemi che i ratti e i topi arrecano alla città. Il giovane “pifferaio” dice al borgomastro che lui, il “giovane pifferaio”, può liberare la città di Hamelin dal flagello dei topi, ma vuole un compenso di mille monete d’oro.

Banconota da 1’ooo Marchi (con i fratelli Grimm)

Il borgomastro accetta la prestazione e il relativo pagamento.

Il Pifferaio (Magico?) attua la sua opera derattizzante trascinando con sé tutti i topi della città di Hamelin-Hameln; poi torna per reclamare dal borgomastro-sindaco il guiderdone pattuito. Ma il borgomastro – sindaco dice chiaro e tondo che non lo pagherà. Il Pifferaio (Magico?) torna dopo qualche tempo a suonare il suo piffero nella città di Hamelin trascinando con sé tutti i bambini della città per farli “sparire” in una misteriosa apertura sulle pendici di una montagna non distante, la quale si richiude impedendo la ri-connessione della popolazione di Hamelin con i bambini.

James Elder Christie – Olio Su Tela

Alcuni antefatti “storici” si rendono indispensabili.

La città di Hamelin-Hameln si trova nel nord della Germania non molto distante sia dal Mare del Nord, sia dai Paesi Bassi (Olanda, Belgio, Lussemburgo), e nel basso medioevo (1200 – 1400 a. C.) era di fatto inclusa nella coalizione commerciale delle città anseatiche, una potente consorteria di commerci, di traffici navali e di scambi commerciali, e tale situazione avrà certamente lasciato degli strascichi e delle conseguenze nella concezione dei rapporti non solo commerciali, ma anche umani.

Area della Lega Anseatica intorno al 1400

I fratelli Grimm si collocano storicamente tra la fine del XVIII° secolo e la prima metà del XIX° secolo, momento storico dalla prospettiva del quale era già ampiamente possibile sovrapporre la consorteria anseatica con la riforma protestante per indurre a considerare il “valore” del denaro come un succedaneo dell’attività umana intesa come “lavoro” e “produttività”. Nella riforma protestante il lavoro dell’essere umano è uno strumento di accesso alla grazia divina, e il denaro costì ricavato ed ottenuto è una specie di gratifica nel seno della volontà divina, una specie di anticipazione della “salvezza eterna”; ma l’onestà e la parsimonia non andavano – e non vanno – affatto disgiunte dalla coerenza e dal rispetto dei “patti”; l’inganno e/o la ingiusta ricusazione, nella concezione protestante, si ritorcono contro l’attuatore della frode.

“Favolisticamente” parlando la diretta punizione del borgo di Hamelin come del borgomastro–sindaco non sarebbe, in termini letterari e/o logici, un esito reale e/o auspicabile in ordine ad un giudizio secolare, quanto lo sarebbe piuttosto (“favolisticamente” parlando”) la sottrazione del futuro della città di Hamelin come conseguenza dell’incongruo rifiuto al rispetto dei patti.

I bambini non sono l’oggetto della vendicativa reprimenda del “Pifferaio Magico”, ma rappresentano l’esito “favolistico” della inottemperanza da parte del borgomastro-sindaco; il “Pifferaio Magico” sottrae alla città di Hamelin il futuro della città stessa (i bambini), la quale – la città di Hamelin – nella persona del borgomastro-sindaco non ha rispettato i termini pattuiti ingannando lo stesso Pifferaio con una promessa non mantenuta.

È evidente che non è qui in gioco il valore pecuniario – le “mille monete d’oro” –, quanto il rispetto “commerciale” di un accordo i cui termini erano pattuiti e stabiliti. È altresì evidente che “il” denaro non è l’oggetto del contendere (il denaro non esiste “come oggetto” in sé e per sé…), ossia le mille monete d’oro, quanto piuttosto la negazione di quanto pattuito. Il mancato rispetto dell’accordo da parte del borgomastro-sindaco marca una assoluta incongruità relazionale entro la quale il vero e il falso diventano il medesimo nell’inganno, mostrando la presuntuosa e assoluta negazione del vero come del falso. Il “non-pagamento” corrisponde all’attestazione di “non-esistenza” dell’obbligo (che era stato pattuito), ma siccome il nulla è sempre qualcosa l’azione del “Pifferaio Magico” è come non-determinabile al di fuori dell’accordo-contratto, né lo è tanto meno da parte del borgomastro-sindaco. Il “Pifferaio Magico” asporta il futuro della città di Hamelin perché in essa città il futuro è soggetto all’irrazionalità decisionale. Indipendentemente dai bambini, i quali sono e rappresentano solo una metafora, senza nessun antagonismo con gli adulti né con i ratti.

I “bambini” e il “Pifferaio” sono la cosa stessa e la stessa cosa: la realtà innocente e inesorabile.

Édouard Manet, Il Pifferaio.

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Eric Bandini, 23/07/2022

I fratelli Karamazov

articolo di Eric Bandini © 2022

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Una rilettura

Dietro al “romanzo giallo” del parricidio, e la relativa analisi psicologica – come avanzata nel breve saggio di Sigmund Freud (sostanzialmente un piccolo inquisitore) –, dietro la sconclusionata “famigliarità” dei Karamazov (Smerdjakov incluso…), dietro i moltissimi personaggi e situazioni, dietro a tutto ciò, c’è un romanzo filosofico: la morte di Dio.

[Per coloro che, nel caso, si ponessero in allarme a seguito di una tale {vecchissima} affermazione, valga l’assunto che “nessuno muore”, o volendo interpretare le parole di un predecessore dell’attuale pontefice, Dio non è una “persona”, né “qualcosa” che soggiaccia a un destino.]

Ivan Karamazov non è il solo dei fratelli a dire, più volte e in differenti occasioni e contesti, «Tutto è permesso», che contrariamente al senso apparentemente intrinseco non è un “liberi tutti”, ed è l’esca di un inganno; quello stesso malinteso che induce Smerdjakov a uccidere il vecchio Karamazov (il quale è, “anche”, il suo […di Smerdjakov] padre illegittimo [notare come in questo articolo {letterariamente} si sia invertito il senso; notoriamente, in genere e per casi di “alto lignaggio”, è il figlio ad essere illegittimo…]) sulla base di un breve dialogo che Smerdjakov ha intrattenuto con Ivan Karamazov il quale ammicca al “tutto è permesso”, che, senza precisazioni né disposizioni, attiva la repressione del figlio-servo (Smerdjakov, “fratello illegittimo” dei «fratelli» Karamazov, il quale è, tra l’altro, il cuoco “personale” del vecchio Karamazov, allevato dal servo Grigorij [un servo del servo?]).

In tutto il romanzo il Signore Onnipotente è evocato con gran frequenza, ma l’unico che “appare” (… nel “romanzo”…) è il Demonio, una presenza del delirio di Ivan Karamazov che alla vigilia del processo e nelle torture del dubbio gli si presenta come un tranquillo signore di mezz’età e che insiste a colloquiare facendo presente a Ivan il sospetto (questo, “narrativamente” concreto) che quel dialogo sia la sua stessa mente; un corto circuito di razionalità implicito nella ricorsività dei riferimenti a cui quel “signore” cortese e anzianotto fa ricorso per “ingannare” Ivan. Un dialogo (… di fatto un monologo, Ivan è solo nella sua abitazione) che nel romanzo precede l’annuncio del suicidio di Smerdjakov, poco prima del processo a carico di Dmitrij Karamazov, accusato dell’omicidio del “padre”.

Nel romanzo l’assenza dell’Unico Dio è attestata dal Grande Inquisitore (una versione immaginaria, un “poema” di incoffessata aspirazione letteraria che Ivan Karamazov, il più colto dei tre fratelli [+ uno], narra al fratello minore Aleksej). In questo “poema” o racconto, Cristo torna sulla terra nel periodo del Grande Inquisitore, il quale, riconosciutolo, gli rinfaccia di ingannare la gente, di attivare “miracoli” senza costrutto logico o razionale, poiché il bene non è affare a disposizione del popolo, che a detta del Grande Inquisitore ha necessità di essere comandato, domato e tenuto nei limiti delle necessità, e condanna perciò Cristo ad essere crocifisso nuovamente e definitivamente senza possibilità di resurrezione.

L’uomo è solo; Dio è morto, nessun “sant’uomo” è santo a sufficienza, nemmeno se lo starec Zosima si inchina al “futuro” innocente Dmitrij, poiché non sarà lui ad accoppare il vecchio ma ne sarà accusato (lo starec [una sorta di eremita, o frate laico, che ha lasciato il mondo secolare] Zosima muore, e stranamente il suo corpo comincia a puzzare solo poche ore dopo il decesso; un fatto che sconvolge i partecipanti alla veglia; la realtà della vita non esce dalla vita reale).

Sostanzialmente Dmitrij è il/un povero Cristo, ed è rilevante come lo starec Zosima, presso il quale è convocata una riunione di famiglia dei Karamazov (Smerdjakov escluso), si inchini e si prostri fino a terra davanti a Dmitrij quando questi entra in ritardo nella stanza del sant’uomo ove sono riuniti i suoi famigli e alcuni frati, con Aleksej ancora in tonaca quale aspirante monaco.

L’inchino dello starec a Dmitrij non è un riconoscimento della “colpa” futura (l’omicidio del vecchio avverrà in seguito), ma è il riconoscimento del Cristo in Dmitrij nella impossibilità umana di sottrarsi al destino. Dmitrij è sempre descritto come un tipo manesco, insolente e arrogante, ma non “delinquente”; Dmitrij è uno dei tanti fra i tanti e che per le circostanze che lo coinvolgono si troverà a dover giustificare sé stesso per quel sé stesso che “sé stesso” ha dipinto nell’opinione dei cittadini: di fatto, un povero Cristo.

I numerosissimi personaggi del romanzo si volgono e rivolgono in sé con le loro relazioni e interessi che non escono dagli interessi e dalle relazioni che essi stessi hanno poste in atto alla ricerca di un esito che non può avvenire, perché il processo dell’esistenza è inarrestabile e inarrivabile.

Fedor Pavlovic Karamazov (il padre dei fratelli, Dmitrij, Ivan e Aleksej [+ uno: Smerdjakov]), il personaggio trainante del romanzo, è come inesistente; il suo uso e abuso dell’esistenza senza domande interiori, senza interrogativi su di sé, senza ricerca di moralità o correttezza, lo pone ai margini estremi della sua stessa esistenza, come un vuoto che fagocita il mondo che lo attornia e di cui ingloba la materialità della gozzoviglia nel cibo, nel bere, nelle donne, negli affari, nel denaro. Fedor Pavlovic Karamazov è come un buco, una voragine in cui un apparente “destino” (come evocato e invocato al processo contro Dmitrij) ingloba tutto ciò che lo riguarda.

“Realisticamente” (…è di un romanzo che si sta parlando…) nessuno merita di morire per mano assassina, ma della morte del vecchio nessuno dei personaggi ne sente la mancanza umana o la nostalgia della presenza, se non per il peso della responsabilità nei rispetti della giustizia e della legge come del diritto divino implicito nell’esistenza come astrazione in sé; ciò per cui, in maniera secolare, viene istituito il processo, ma lo strazio di Dmitrij – e anche di Ivan – non è una forma di affezione e di colpa conseguente, quanto di una responsabilità che non può essere deposta indipendentemente dalla incuranza e dalla protervia del vecchio: una vita è stata tolta.

Il tema freudiano della conquista della donna, nel romanzo la bella Grusen’ka, di cui è innamorato (?) Fedor Pavlovic come anche Dmitrij, e Katerina Ivanovna che senza forse è innamorata di Dmitrij, è superato “dalla donna” nel senso che l’azione non è “di conquista”, benché quella possa apparire come la romanzata teoria. Grusen’ka e Katerina Ivanovna costituiscono l’intreccio che “incastra” Dmitrij senza che nessuno lo abbia preconizzato o pianificato; di fatto Dmitrij si trova nelle tresche da lui stesso causate, così come le due donne sono la causa della rovina di Dmitrij senza che lo avessero desiderato né voluto. Non c’è una mano divina, né lo zampino del demonio, “c’è l’accadere di ciò che accade”, e per quanto la frase nel virgolettato precedente appaia ricorsiva e inconcludente, ciò che accade accade. La ricerca della “colpa” di ciò che accade appartiene al processo dell’accadere. In effetti «I buoni contadini tengono duro»: Dmitrij viene condannato. Ingiustamente. (Due ladroni furono crocifissi col Cristo, uno dei quali fu salvato. Ciò che porta la faccenda alla mera statistica: 50% di probabilità; indipendentemente dalla colpa)

{Incidentalmente si riporta come “il tema freudiano” sia disattivato dal romanzo medesimo nell’arringa del procuratore il quale afferma che “…altrove vi sono degli Amleto, qui in Russia vi sono dei Karamazov”, tirando in ballo, indirettamente e anticipatamente, uno degli elementi e riferimenti culturali della teorie di Sigmund Freud: Edipo e tutta l’edipologia}

Fedor Pavlovic Karamazov, il “padre”, non è il/un personaggio, è l’ambiente «storico» delle sue stesse decisioni, come annunciato nel “Libro I” Capitolo I del romanzo: Storia di una famiglia – Fedor Pavlovic Karamazov.

Fedor Pavlovic Karamazov è un’entità che trascende “la” famiglia così come “la” paternità trasferendo la sua genealogia su creature che rinnega, sfrutta, ripudia, tradisce, eccetera, esigendo sempre un ritorno per sé stesso. Non è il padre padrone, benché regga la cassa e la proprietà del proprio ambito domestico; di fatto non è nemmeno un padre, benché abbia procreato. Il tema del parricidio sfuma nell’inconsistenza relazionale di Fedor Pavlovic che diviene un’entità referenziale come privata della soggettività, poiché i suoi interessi non “vedono” oltre il suo stesso interesse, nel quale le persone, indifferentemente se famigli o estranei, vi appaiono come interesse. Fedor Pavlovic è un vuoto che fagocita ogni contatto privandolo dell’umanità che potrebbe trasmettere, recepire, sebbene percepisca l’ostilità che sobilla. Fedor Pavlovic viene a fondersi e confondersi con tutti i personaggi, i quali hanno il loro spessore relazionale, e hanno comunque la loro azione/reazione nel mondo centripeto della narrazione, che macina e mulina persone, comparse, eventi, accadimenti, in maniera apparentemente caotica ma funzionale allo svolgimento del narrato.

Il denaro non corrisposto (… o non “completamente” corrisposto) a Dmitrij, quale quota dell’eredità della madre (la prima moglie di Fedor Pavlovic), diviene il fattore scatenante in concomitanza con l’incauto malversamento di una somma consegnatagli (a Dmitrij) da Katerina Ivanovna a titolo di ambascia da trasferire ad altro intestatario, e che Dmitrij dissipa (… a metà) in gozzoviglia. In questa tresca Grusen’ka è già l’ago della situazione, in quanto bramata dal “babbo” Karamazov come dal figliolo Dmitrij, che vuole lasciare Katerina per Grusen’ka, ma le donne lo incastrano, pur senza alcun piano. In ciò Dmitrij, piuttosto che il “babbo”, diviene l’argomento del contendere fra le due donne. Il babbo Karamazov è sempre come fuori dai fatti in cui trascina sé stesso per mezzo del denaro e dei suoi interessi (Fedor Pavlovic accantona in una busta 3’000 rubli da riservare a Grusen’ka nel caso [improbabile] che si presenti; denaro che diventerà uno dei capi d’accusa, benché Dmitrij sia estraneo all’ammanco, o furto, tanto quanto all’omicidio), come delle brame di “piaceri”, della tavola, del bere, delle donne, degli affari; Fedor Pavlovic è indifferente a tutto e a tutti. Forse solo per lui vale l’affermazione “tutto è permesso”, poiché di fatto se lo permette da sé, con la sua arroganza.

La cittadina russa in cui codesti fatti si svolgono è un intreccio di esistenze che si confrontano necessariamente, e anche i dintorni e le città vicine, come Mokroe, dove Dmitrij, a seguito del fatto di sangue che egli stesso ha causato ferendo il servitore Grigorij per verificare se Grusen’ka fosse oppure no a casa del vecchio, si reca per gozzovigliare “un’ultima volta” nell’intenzione di uccidersi il giorno successivo. Ma a Mokroe, nell’albergo del meschino Trifon Borisyc, trova Grusen’ka in compagnia di un suo ex, e rappacificatosi con lei comincia una nuova baldoria che viene interrotta dalla giustizia al suo inseguimento.

Fedor Pavlovic Karamazov è stato ucciso, e tutte le tracce portano a Dmitrj, che viene raggiunto dalle guardie e dal procuratore. Prima di essere interrogato sul posto viene sottoposto a perquisizione minuziosa, durante la quale il suo abbigliamento e la sua persona vengono esposti come se fosse un interrogatorio del “povero” Cristo davanti a Pilato, ma non c’è nessun povero Cristo, non c’è più nessun Dio, né alcun giudice o giudizio che non sia l’azione del Grande Inquisitore, che sono gli umani stessi intenti ad inquisire ciò che essi stessi fanno.

Senza le pagine del “Grande Inquisitore” il romanzo perderebbe la coerenza letteraria e sarebbe solamente una storia come tante; la tensione che percorre tutta la narrazione è la ricerca inarrivabile della comprensione di ciò che si fa e che si vive; uno specchio deformato dai riflessi delle esistenze di tutti i personaggi e delle loro individualità che non costituiscono alcuno esito o scopo che non sia ciò che si è adesso.

L’argomento del parricidio è solo una notizia da telegiornale, un romanzo giallo, un telefilm. Qualunque sia l’evento l’essere umano è solo come un povero Cristo, tutto è permesso, perché Dio è morto. Argomento che doveva essere noto a Dostoevskji. O con le parole dei suoi personaggi: «Se Dio non esiste allora tutto è permesso». In base a ciò ogni umano è un povero Cristo, e nel lungo romanzo molti personaggi si sbattono per esistere, necessariamente entro e contro l’esistenza, propria come di altri (…personaggi [… è di un romanzo che si sta parlando…])

{Per il concetto della “morte di Dio” si rinvia, per il momento, ad altri scritti – anche dell’autore di questo articolo –, precisando che la nota affermazione è una concezione letteraria e filosofica dell’esistenza umana in sé, o interpretando liberamente Gorgia da Lentini «Se nulla è, allora tutto è», ma non è una liberazione: essere è obbligatoriamente decisione di essere, in cui l’essere soggettivo è l’esito e l’autore dell’esito. Un povero Cristo. Il Nulla è sempre qualcosa… «“è”» …}

Circa l’esegesi psicologica di Sigmund Freud e la sua (… di Sigmund Freud…) correlazione alla vita “vissuta” di Dostoevskji, le sue propensioni, i suoi problemi di epilessia, il gioco d’azzardo, come qualunque altra cosa faccia folclore e scalpore da notiziario TV per enucleare e scorticare pubblicamente il personaggio autore dei personaggi, si rinvia a Gustave Flaubert, il quale pianamente afferma: «Madame Bovary c’est moi». La creazione (qui letteraria…) non esce dal suo creatore, che nel caso non è Sigmund Freud.

…la vita, letterariamente parlando, è il romanzo di sé stessi, tutti gli altri inclusi… ∞

04/02/2022

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