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I fratelli Karamazov

articolo di Eric Bandini © 2022

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Una rilettura

Dietro al “romanzo giallo” del parricidio, e la relativa analisi psicologica – come avanzata nel breve saggio di Sigmund Freud (sostanzialmente un piccolo inquisitore) –, dietro la sconclusionata “famigliarità” dei Karamazov (Smerdjakov incluso…), dietro i moltissimi personaggi e situazioni, dietro a tutto ciò, c’è un romanzo filosofico: la morte di Dio.

[Per coloro che, nel caso, si ponessero in allarme a seguito di una tale {vecchissima} affermazione, valga l’assunto che “nessuno muore”, o volendo interpretare le parole di un predecessore dell’attuale pontefice, Dio non è una “persona”, né “qualcosa” che soggiaccia a un destino.]

Ivan Karamazov non è il solo dei fratelli a dire, più volte e in differenti occasioni e contesti, «Tutto è permesso», che contrariamente al senso apparentemente intrinseco non è un “liberi tutti”, ed è l’esca di un inganno; quello stesso malinteso che induce Smerdjakov a uccidere il vecchio Karamazov (il quale è, “anche”, il suo […di Smerdjakov] padre illegittimo [notare come in questo articolo {letterariamente} si sia invertito il senso; notoriamente, in genere e per casi di “alto lignaggio”, è il figlio ad essere illegittimo…]) sulla base di un breve dialogo che Smerdjakov ha intrattenuto con Ivan Karamazov il quale ammicca al “tutto è permesso”, che, senza precisazioni né disposizioni, attiva la repressione del figlio-servo (Smerdjakov, “fratello illegittimo” dei «fratelli» Karamazov, il quale è, tra l’altro, il cuoco “personale” del vecchio Karamazov, allevato dal servo Grigorij [un servo del servo?]).

In tutto il romanzo il Signore Onnipotente è evocato con gran frequenza, ma l’unico che “appare” (… nel “romanzo”…) è il Demonio, una presenza del delirio di Ivan Karamazov che alla vigilia del processo e nelle torture del dubbio gli si presenta come un tranquillo signore di mezz’età e che insiste a colloquiare facendo presente a Ivan il sospetto (questo, “narrativamente” concreto) che quel dialogo sia la sua stessa mente; un corto circuito di razionalità implicito nella ricorsività dei riferimenti a cui quel “signore” cortese e anzianotto fa ricorso per “ingannare” Ivan. Un dialogo (… di fatto un monologo, Ivan è solo nella sua abitazione) che nel romanzo precede l’annuncio del suicidio di Smerdjakov, poco prima del processo a carico di Dmitrij Karamazov, accusato dell’omicidio del “padre”.

Nel romanzo l’assenza dell’Unico Dio è attestata dal Grande Inquisitore (una versione immaginaria, un “poema” di incoffessata aspirazione letteraria che Ivan Karamazov, il più colto dei tre fratelli [+ uno], narra al fratello minore Aleksej). In questo “poema” o racconto, Cristo torna sulla terra nel periodo del Grande Inquisitore, il quale, riconosciutolo, gli rinfaccia di ingannare la gente, di attivare “miracoli” senza costrutto logico o razionale, poiché il bene non è affare a disposizione del popolo, che a detta del Grande Inquisitore ha necessità di essere comandato, domato e tenuto nei limiti delle necessità, e condanna perciò Cristo ad essere crocifisso nuovamente e definitivamente senza possibilità di resurrezione.

L’uomo è solo; Dio è morto, nessun “sant’uomo” è santo a sufficienza, nemmeno se lo starec Zosima si inchina al “futuro” innocente Dmitrij, poiché non sarà lui ad accoppare il vecchio ma ne sarà accusato (lo starec [una sorta di eremita, o frate laico, che ha lasciato il mondo secolare] Zosima muore, e stranamente il suo corpo comincia a puzzare solo poche ore dopo il decesso; un fatto che sconvolge i partecipanti alla veglia; la realtà della vita non esce dalla vita reale).

Sostanzialmente Dmitrij è il/un povero Cristo, ed è rilevante come lo starec Zosima, presso il quale è convocata una riunione di famiglia dei Karamazov (Smerdjakov escluso), si inchini e si prostri fino a terra davanti a Dmitrij quando questi entra in ritardo nella stanza del sant’uomo ove sono riuniti i suoi famigli e alcuni frati, con Aleksej ancora in tonaca quale aspirante monaco.

L’inchino dello starec a Dmitrij non è un riconoscimento della “colpa” futura (l’omicidio del vecchio avverrà in seguito), ma è il riconoscimento del Cristo in Dmitrij nella impossibilità umana di sottrarsi al destino. Dmitrij è sempre descritto come un tipo manesco, insolente e arrogante, ma non “delinquente”; Dmitrij è uno dei tanti fra i tanti e che per le circostanze che lo coinvolgono si troverà a dover giustificare sé stesso per quel sé stesso che “sé stesso” ha dipinto nell’opinione dei cittadini: di fatto, un povero Cristo.

I numerosissimi personaggi del romanzo si volgono e rivolgono in sé con le loro relazioni e interessi che non escono dagli interessi e dalle relazioni che essi stessi hanno poste in atto alla ricerca di un esito che non può avvenire, perché il processo dell’esistenza è inarrestabile e inarrivabile.

Fedor Pavlovic Karamazov (il padre dei fratelli, Dmitrij, Ivan e Aleksej [+ uno: Smerdjakov]), il personaggio trainante del romanzo, è come inesistente; il suo uso e abuso dell’esistenza senza domande interiori, senza interrogativi su di sé, senza ricerca di moralità o correttezza, lo pone ai margini estremi della sua stessa esistenza, come un vuoto che fagocita il mondo che lo attornia e di cui ingloba la materialità della gozzoviglia nel cibo, nel bere, nelle donne, negli affari, nel denaro. Fedor Pavlovic Karamazov è come un buco, una voragine in cui un apparente “destino” (come evocato e invocato al processo contro Dmitrij) ingloba tutto ciò che lo riguarda.

“Realisticamente” (…è di un romanzo che si sta parlando…) nessuno merita di morire per mano assassina, ma della morte del vecchio nessuno dei personaggi ne sente la mancanza umana o la nostalgia della presenza, se non per il peso della responsabilità nei rispetti della giustizia e della legge come del diritto divino implicito nell’esistenza come astrazione in sé; ciò per cui, in maniera secolare, viene istituito il processo, ma lo strazio di Dmitrij – e anche di Ivan – non è una forma di affezione e di colpa conseguente, quanto di una responsabilità che non può essere deposta indipendentemente dalla incuranza e dalla protervia del vecchio: una vita è stata tolta.

Il tema freudiano della conquista della donna, nel romanzo la bella Grusen’ka, di cui è innamorato (?) Fedor Pavlovic come anche Dmitrij, e Katerina Ivanovna che senza forse è innamorata di Dmitrij, è superato “dalla donna” nel senso che l’azione non è “di conquista”, benché quella possa apparire come la romanzata teoria. Grusen’ka e Katerina Ivanovna costituiscono l’intreccio che “incastra” Dmitrij senza che nessuno lo abbia preconizzato o pianificato; di fatto Dmitrij si trova nelle tresche da lui stesso causate, così come le due donne sono la causa della rovina di Dmitrij senza che lo avessero desiderato né voluto. Non c’è una mano divina, né lo zampino del demonio, “c’è l’accadere di ciò che accade”, e per quanto la frase nel virgolettato precedente appaia ricorsiva e inconcludente, ciò che accade accade. La ricerca della “colpa” di ciò che accade appartiene al processo dell’accadere. In effetti «I buoni contadini tengono duro»: Dmitrij viene condannato. Ingiustamente. (Due ladroni furono crocifissi col Cristo, uno dei quali fu salvato. Ciò che porta la faccenda alla mera statistica: 50% di probabilità; indipendentemente dalla colpa)

{Incidentalmente si riporta come “il tema freudiano” sia disattivato dal romanzo medesimo nell’arringa del procuratore il quale afferma che “…altrove vi sono degli Amleto, qui in Russia vi sono dei Karamazov”, tirando in ballo, indirettamente e anticipatamente, uno degli elementi e riferimenti culturali della teorie di Sigmund Freud: Edipo e tutta l’edipologia}

Fedor Pavlovic Karamazov, il “padre”, non è il/un personaggio, è l’ambiente «storico» delle sue stesse decisioni, come annunciato nel “Libro I” Capitolo I del romanzo: Storia di una famiglia – Fedor Pavlovic Karamazov.

Fedor Pavlovic Karamazov è un’entità che trascende “la” famiglia così come “la” paternità trasferendo la sua genealogia su creature che rinnega, sfrutta, ripudia, tradisce, eccetera, esigendo sempre un ritorno per sé stesso. Non è il padre padrone, benché regga la cassa e la proprietà del proprio ambito domestico; di fatto non è nemmeno un padre, benché abbia procreato. Il tema del parricidio sfuma nell’inconsistenza relazionale di Fedor Pavlovic che diviene un’entità referenziale come privata della soggettività, poiché i suoi interessi non “vedono” oltre il suo stesso interesse, nel quale le persone, indifferentemente se famigli o estranei, vi appaiono come interesse. Fedor Pavlovic è un vuoto che fagocita ogni contatto privandolo dell’umanità che potrebbe trasmettere, recepire, sebbene percepisca l’ostilità che sobilla. Fedor Pavlovic viene a fondersi e confondersi con tutti i personaggi, i quali hanno il loro spessore relazionale, e hanno comunque la loro azione/reazione nel mondo centripeto della narrazione, che macina e mulina persone, comparse, eventi, accadimenti, in maniera apparentemente caotica ma funzionale allo svolgimento del narrato.

Il denaro non corrisposto (… o non “completamente” corrisposto) a Dmitrij, quale quota dell’eredità della madre (la prima moglie di Fedor Pavlovic), diviene il fattore scatenante in concomitanza con l’incauto malversamento di una somma consegnatagli (a Dmitrij) da Katerina Ivanovna a titolo di ambascia da trasferire ad altro intestatario, e che Dmitrij dissipa (… a metà) in gozzoviglia. In questa tresca Grusen’ka è già l’ago della situazione, in quanto bramata dal “babbo” Karamazov come dal figliolo Dmitrij, che vuole lasciare Katerina per Grusen’ka, ma le donne lo incastrano, pur senza alcun piano. In ciò Dmitrij, piuttosto che il “babbo”, diviene l’argomento del contendere fra le due donne. Il babbo Karamazov è sempre come fuori dai fatti in cui trascina sé stesso per mezzo del denaro e dei suoi interessi (Fedor Pavlovic accantona in una busta 3’000 rubli da riservare a Grusen’ka nel caso [improbabile] che si presenti; denaro che diventerà uno dei capi d’accusa, benché Dmitrij sia estraneo all’ammanco, o furto, tanto quanto all’omicidio), come delle brame di “piaceri”, della tavola, del bere, delle donne, degli affari; Fedor Pavlovic è indifferente a tutto e a tutti. Forse solo per lui vale l’affermazione “tutto è permesso”, poiché di fatto se lo permette da sé, con la sua arroganza.

La cittadina russa in cui codesti fatti si svolgono è un intreccio di esistenze che si confrontano necessariamente, e anche i dintorni e le città vicine, come Mokroe, dove Dmitrij, a seguito del fatto di sangue che egli stesso ha causato ferendo il servitore Grigorij per verificare se Grusen’ka fosse oppure no a casa del vecchio, si reca per gozzovigliare “un’ultima volta” nell’intenzione di uccidersi il giorno successivo. Ma a Mokroe, nell’albergo del meschino Trifon Borisyc, trova Grusen’ka in compagnia di un suo ex, e rappacificatosi con lei comincia una nuova baldoria che viene interrotta dalla giustizia al suo inseguimento.

Fedor Pavlovic Karamazov è stato ucciso, e tutte le tracce portano a Dmitrj, che viene raggiunto dalle guardie e dal procuratore. Prima di essere interrogato sul posto viene sottoposto a perquisizione minuziosa, durante la quale il suo abbigliamento e la sua persona vengono esposti come se fosse un interrogatorio del “povero” Cristo davanti a Pilato, ma non c’è nessun povero Cristo, non c’è più nessun Dio, né alcun giudice o giudizio che non sia l’azione del Grande Inquisitore, che sono gli umani stessi intenti ad inquisire ciò che essi stessi fanno.

Senza le pagine del “Grande Inquisitore” il romanzo perderebbe la coerenza letteraria e sarebbe solamente una storia come tante; la tensione che percorre tutta la narrazione è la ricerca inarrivabile della comprensione di ciò che si fa e che si vive; uno specchio deformato dai riflessi delle esistenze di tutti i personaggi e delle loro individualità che non costituiscono alcuno esito o scopo che non sia ciò che si è adesso.

L’argomento del parricidio è solo una notizia da telegiornale, un romanzo giallo, un telefilm. Qualunque sia l’evento l’essere umano è solo come un povero Cristo, tutto è permesso, perché Dio è morto. Argomento che doveva essere noto a Dostoevskji. O con le parole dei suoi personaggi: «Se Dio non esiste allora tutto è permesso». In base a ciò ogni umano è un povero Cristo, e nel lungo romanzo molti personaggi si sbattono per esistere, necessariamente entro e contro l’esistenza, propria come di altri (…personaggi [… è di un romanzo che si sta parlando…])

{Per il concetto della “morte di Dio” si rinvia, per il momento, ad altri scritti – anche dell’autore di questo articolo –, precisando che la nota affermazione è una concezione letteraria e filosofica dell’esistenza umana in sé, o interpretando liberamente Gorgia da Lentini «Se nulla è, allora tutto è», ma non è una liberazione: essere è obbligatoriamente decisione di essere, in cui l’essere soggettivo è l’esito e l’autore dell’esito. Un povero Cristo. Il Nulla è sempre qualcosa… «“è”» …}

Circa l’esegesi psicologica di Sigmund Freud e la sua (… di Sigmund Freud…) correlazione alla vita “vissuta” di Dostoevskji, le sue propensioni, i suoi problemi di epilessia, il gioco d’azzardo, come qualunque altra cosa faccia folclore e scalpore da notiziario TV per enucleare e scorticare pubblicamente il personaggio autore dei personaggi, si rinvia a Gustave Flaubert, il quale pianamente afferma: «Madame Bovary c’est moi». La creazione (qui letteraria…) non esce dal suo creatore, che nel caso non è Sigmund Freud.

…la vita, letterariamente parlando, è il romanzo di sé stessi, tutti gli altri inclusi… ∞

04/02/2022

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Una storia italiana – Romanzo a puntate (45)

romanzo a puntate (45)

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Questo romanzo, ambientato fra Milano e Genova nel luglio del 2001, è un’opera di fantasia. I personaggi, i luoghi nominati e gli eventi che vi si svolgono sono inventati, gli eventi e le persone eventualmente reali, che fanno da sfondo alla narrazione come ai personaggi, sono tratti da fatti di cronaca riportati dai notiziari o dai quotidiani e liberamente interpretati a fini creativi e immaginari. Ogni altro e qualunque riferimento a persone, luoghi, cose, eventi realmente esistiti o esistenti è puramente casuale e/o esclusivamente funzionale ai fini immaginari della narrazione. Ogni deduzione o interpretazione storica, filosofica o letteraria è meramente funzionale alla narrazione romanzesca quale opera di fantasia.


Una storia italiana

Capitolo XLV°

(45)

Milano

Lunedì, 23 Luglio 2001

Lunedì mattina in facoltà non c’era movimento, però buona parte del gruppo che il giovedì della settimana precedente si era seduta sul prato di Largo Richini ad ascoltare opinioni in libertà di Trifarro era presente e c’era pure Fosco Trifarro, rientrato da Trieste il giorno prima e aveva un’espressione fra il rimbambito e l’irritato, non si capiva se era stanco per il viaggio del giorno prima o se era irritato per motivi suoi e che si poteva solo tirare ad indovinare quali potessero essere.

Illiria

Il precario si era reso disponibile in un’aula vuota senza chiedere niente a nessuno dell’amministrazione in cui avevano lentamente trovato posto alla spicciolata l’Oscuro alias lo Scuro, taciturno come al solito, Dott. Cynicus, che indossava occhiali da sole al chiuso ed era una cosa inedita per lui ma nessuno osò farglielo notare né lo stuzzicò con ironia a buon mercato. Poi Germano, che entrò quando già Dott. Cynicus e lo Scuro alias l’Oscuro erano già seduti e distanziati, Argia e Zaira, che entrarono in coppia sotto lo sguardo scrutatore di Germano che le sbirciava alternativamente prima una e poi l’altra come se volesse capire quali tracce avesse lasciato la frequentazione del Prof., ma desistette subito per la tristezza dell’argomento e perché non erano proprio affari suoi, anche se magari il Prof. avrebbe potuto eccedere un pochetto nella valutazione di qualche esame dell’Argia, ma tant’è così va il mondo, e anzi, guardando le cose al contrario si reputava fortunato a non avere incontrato un Prof. con gusti particolari e che a causa di ciò gli avesse messo gli occhi addosso, perché nel caso avrebbe preso brutti voti in sequenza.

Poi arrivò Sandro, che si sedette a fianco di Dott. Cynicus ma questi pareva non cagarlo proprio e se ne stava zitto dietro a quei Ray-Ban® a pera dalle classiche lenti verdi. Entrarono Mina, Cesira e Irma che parlottavano far di loro e si sedettero vicine continuando una conversazione che pareva escludere ognuno dei pochi presenti, visto che non li degnavano di uno sguardo. Germano ebbe un lieve sussulto, sentiva che sarebbe arrivata, la osservò cercando di non destare particolare attenzione poi desistette anche se lei per un istante sembrò cercare e incrociare il suo sguardo, un brevissimo momento in cui Germano si sentì sprofondare e poi lei e le altre ragazze continuarono la conversazione come se nulla fosse. Gianni e Mario non sarebbero venuti, di certo erano fuori Milano per sollazzi propri, Germano si accorse dell’assenza di Bonbon, non che si sentisse preoccupato per lui ma solitamente era sempre presente e in virtù delle sue propensioni l’ipotesi che avesse esagerato con qualcosa non era del tutto fuori luogo ma a tale scopo c’era il pronto soccorso, non sarebbero stati affari suoi.

L’atmosfera era strana, quella piacevole quasi spensieratezza del giovedì scorso era svanita irreparabilmente e senza che nessuno avesse osato minacciarla apertamente o evocarla in maniera sfrontata per farla evaporare nel nulla come accade ad ogni cosa fragile e lieve; qualcosa di strano accomunava i presenti senza che osassero farne menzione, ognuno pareva chiuso nel suo mondo, anzi di più, arroccato a difesa di qualcosa di sconosciuto. Nessuno dei presenti, di quelli che sapevano o potevano dire di essere a conoscenza di qualcosa di più, si perse troppo a considerare Mina, anzi nessuno se la filava punto e d’altronde che cosa era successo? Un falso allarme? Una presunzione da parte di Germano di avere capito qualcosa e di avere subodorato un sospetto che non avrebbe fatto altro che alimentare altri sospetti, su di lui magari? Il precario Trifarro Dott. Fosco fingeva indifferenza pure lui e non si sognò nemmeno di andare a chiedere aggiornamenti a Mina o ai suoi compagni, ora sparsi e indifferenti come non mai, tutta l’eccitazione che era stata messa in moto la settimana precedente era scomparsa, di più, annientata dalla realtà, ciascuno pareva volere apparire come il re di se stesso ma ad una più attenta osservazione ciascuno sembrava un cane bastonato, una realtà incomunicante e per molti versi incomunicabile li aveva raggiunti e avvolti, tranne lo Scuro alias l’Oscuro che non pareva mutato in nulla, vuoi perché nella sua solita scarsa loquacità c’era poco da variare. Sandro invece appariva eccessivamente garrulo agli occhi sospettosi di Germano e lo trovò losco come nessun altro al mondo; stuzzicava sovente Dott. Cynicus come se volesse estorcergli un certificato o un attestato di simpatia eterna mentre il Cusani pareva non filarselo punto e si ostinava a stare fisso dietro a quelle lenti a pera verdi o a girarsi lentamente come una civetta senza che si capisse chi o cosa stesse guardando; pareva una riunione di estranei, ma dopo tutto erano semplicemente studenti e non erano nemmeno in relazione di parentela, condizioni sufficienti per non sentirsi obbligati a nulla.

Copertiona di libro

Trifarro pareva concentrato su certi suoi fogli o appunti, non era ben chiaro lo scopo di questa seduta, auspicata ma non preventivata e organizzata improvvisamente in quel lunedì senza che nessuno avesse programmato o concordato nulla, eppure qualcuno s’era presentato e certuni avevano qualche domanda da porre ma non pareva esserci fretta da parte di nessuno, c’era nell’aria come l’attesa, o forse sarebbe stato meglio definirla speranza dell’arrivo di qualcun altro ma dalla porta nessuna si faceva più vivo da un po’ di minuti.

Germano si guardò all’intorno e constatò come, sia lui che i suoi colleghi, si fossero sparsi a distanze più o meno equivalenti gli uni dagli altri, come quando si entra in una sala d’attesa e nello spazio disponibile ci si pone alla maggiore distanza possibile da altri individui, per la propria e per l’altrui riservatezza, in virtù dell’abbondanza di posto; Germano però non ne vedeva i motivi, e per le frequentazioni reciproche, che non si potevano definire occasionali e per la recente serata al Sole Nero, dove la simpatia generale aveva trionfato, nonostante il finale imprevisto. Però in quel momento, lì in quell’aula, per il recente mutamento di Sandro nella sua opinione e per il ricordo delle telefonate a vuoto al cellulare di Mina fino al sabato sera – perché poi domenica aveva desistito in preda ad uno sconforto generale e una delusione verso il genere umano nel suo complesso -, per tutta l’agitazione provocata per scopi e motivi che non conosceva e forse non desiderava nemmeno conoscere, non si sarebbe accostato a nessuno dei suoi colleghi senza avere un motivo valido e una o più domande precise da porre e strettamente di ordine universitario e/o per motivi di studio.

Si domandò che cosa potessero avere percepito o intuito, o peggio ancora conosciuto in maniera maligna tramite il solito “si dice” quelli che non erano stati coinvolti direttamente come Claudio e Sandro, oppure l’Alfeo che era stato messo a parte solo di dettagli marginali, e pensò che la cosa non gli apparteneva più, era una questione che non faceva più parte della sua esistenza, benché se fosse stato possibile, se solo ne avesse fiutato la possibilità di un esito positivo, avrebbe cercato di rattoppare la sua relazione con Mina, poi a seguire magari anche con il resto del mondo, che aveva assunto un aspetto sinistro. Ripensò alla giornata trascorsa a Genova, in compagnia di un sospetto (ampiamente sospetto) informatore della polizia, rivide l’atteggiamento di Sandro, per tutto ciò che poteva ricordare di quella giornata, e per la plateale e pressoché sincera dimostrazione di amicizia nei suoi confronti e nei confronti di Claudio ebbe quasi orrore delle capacità umane di dissimulare, fingere, mentire, ingannare. Ripensò ai pericoli corsi, all’inseguimento subito per colpa di un madornale fraintendimento da parte di un collega del Sandro e pensò che essendo praticamente coinvolto anche lui la cosa, che era già passata nel suo personale dimenticatoio, sarebbe rimasta cosa morta anche per le forze dell’ordine e a dire la verità non gliene fregava nulla, non era più la questione di soprassedere o meno, era ormai una situazione di oblio reattivo, in cui cercava di dimenticare con rabbia qualcosa che non voleva andarsene dalla sua mente, perché avrebbe trascinato anche molte cose che aveva reputato degne di essere ricordate.

Ad un certo punto Trifarro si schiarì la voce, più che altro per richiamare l’attenzione, che fu immediata e totale da parte degli otto presenti, il suo sguardo vagò un po’ all’intorno e senza che lo dicesse apertamente notò la sparigliatura dei presenti, con una certa attenzione osservò Mina, Sandro e Germano per qualche istante escludendo momentaneamente gli altri dalla sua attenzione, considerò il Cusani per un momento ma lo schermo degli occhiali da sole fece deviare immediatamente il suo sguardo, poi abbassò gli occhi come se si fosse rassegnato a qualcosa che non avrebbe accettato ma su cui non aveva alcuna giurisdizione e su cui non avrebbe fatto commento alcuno, né avrebbe posto domande; la strana gita che gli avevano fatto fare a Trieste in quel fine settimana non solo gli aveva guastato pianificazioni che aveva in mente da tempo ma gli aveva fatto balenare più di un dubbio sulla pressante sollecitudine a cui era stato sottoposto per smuovere le sue chiappe da Milano e trasportarle in Illiria per sostituire un professore con cui non era nemmeno in particolari rapporti di collaborazione e per un convegno che sfiorava soltanto la sua specializzazione, per giunta al ritorno nessuno lo aveva contattato per chiedergli qualcosa, una relazione, un’opinione, un’impressione, nulla; era andato a Trieste, ci era restato come indicatogli e poi se n’era tornato a Milano come se avesse fatto una breve vacanza.

Il dubbio di avere pestato i calli di qualcuno e gli interessi relativi, probabilmente consistenti vista la pressione e la sollecitudine, era per lui quasi una certezza ed ora in presenza della Calludole provava strane e contrastanti impressioni, per non dire dell’ingenuità dei di lei colleghi che lo avevano messo in moto e che lui, altrettanto ingenuamente aveva aiutato. Ripensandoci però non aveva nulla da rimproverarsi, se si fosse ripresentata l’occasione probabilmente si sarebbe comportato alla stessa maniera e si convinse che con quella mentalità sarebbe diventato professore titolare soltanto qualora ci fosse stata una moria generale fra il corpo docente, cosa che non era il caso di preconizzare né di augurarsi. Sandro prese la parola per dire che c’erano domande circa ciò che aveva detto giovedì scorso in Largo Richini, Germano si voltò a considerarlo e il suo atteggiamento gli parve lievemente al di sopra del suo normale, percepiva un certo disagio nel modo in cui si era espresso e nell’atteggiamento generale che teneva nell’attesa della risposta da parte di Trifarro, ebbe la sensazione che fosse come lievemente agitato ma non essendoci alcuna peculiare situazione palesemente in atto si convinse che era solo una sua impressione, che nessun pungolo interiore stava costringendo il suo collega ad atteggiamenti incongrui, d’altronde se il soggetto era riuscito a conquistarsi la loro fiducia nonostante la sua doppiezza qualche risorsa extra doveva averla per tenere sotto controllo l’anima nera che albergava nella sua coscienza sdoppiata.

Locandina di film

Gli parve perfino di percepire un suono doppio nella sua voce, come nei film horror dove i mostri si esprimono con tonalità bivocali o multivocali, ma richiamò all’ordine la sua fantasia, aveva già sperimentato la difficoltà di fare venire alla luce la torbida realtà dei perfidi sentimenti e non si faceva illusioni in merito, anzi si persuase che nel prosieguo della sua esistenza, per intenderci l’esistenza personale del Sandro al secolo Sandro Marzenit, quella collaborazione segreta con le FFOO gli sarebbe stata ripagata in termini di carriera e di progresso nell’ambito di qualunque professione avesse avuto l’opportunità di intraprendere. Smorzò intimamente ogni pensiero di ripicca o rivalsa e si dispose ad ascoltare passivamente e perfino a contribuire con commenti e/o domande nel caso gliene venissero alla mente, ma senza troppo entusiasmo. Ebbe quasi un conato di vomito quando lo sentì tirare in ballo il “suo amico” Cusani, che si voltò verso di lui senza togliersi quei Ray-Ban® verdi con le lenti a pera con un’espressione immutata di passiva tristezza. Il Marzenit si rese conto di avere esagerato con la confidenza davanti a tutti e fece un sorriso di circostanza velato da un lieve imbarazzo nell’attesa che Trifarro riempisse quel vuoto immenso che aveva creato egli stesso nel magro uditorio. Trifarro si dispose a sentire le domande.

– Bene… sentiamo.

Ci fu una serie di piccoli scricchiolii e di aggiustamenti sulle rispettive scranne da parte di alcuni nel breve silenzio che seguì l’esordio di Trifarro, Sandro confabulò un po’ con Dott. Cynicus, dal cui breve conciliabolo Germano si fece l’idea che il Cusani non era a conoscenza dell’attività collaterale del “suo amico”, se era triste o stava sperimentando un momento di malinconia lo era per fatti suoi. Come sobillato o istigato e in un tono annoiato il Cusani quasi scusandosi per l’ardire di porre domande disse:

– Con tutto ciò che ha detto giovedì scorso non si è capito molto di specifico…

– Per esempio?

– Manca un senso di unità, senza contare altre cose che sarebbero da dettagliare.

– Riguardo al senso di unità potremmo aprire una discussione in merito e anzi ve ne parlerò direttamente, poi per il resto se ci sarà tempo vedremo.

Trifarro aprì una cartella da cui estrasse alcuni fogli e si dispose a rispondere alla domanda di Dott. Cynicus. Germano prese un blocco per appunti dalla sua tracolla posata a terra e nel farlo venne a trovarsi più o meno rivolto nella direzione di Mina, della cui presenza di lato alle sue spalle era sempre stato consapevole e allo stesso tempo in qualche modo distratto al solo pensiero e non si trattenne dal guardare verso di lei nel breve momento che il gesto di chinarsi a prelevare quegli oggetti gliene aveva offerto l’occasione, e i loro sguardi si incontrarono. Ebbe la certezza che la cosa non fu del tutto casuale, si convinse che anche lei cercò di non perdere l’occasione di incrociare il suo sguardo, fu quasi certo che nel campo visivo di Mina quell’occasione di guardarlo in volto era stata colta a bell’apposta e in quel breve istante, in cui mise tutta la sua arte di fingersi indifferente e trattenere la voglia di correre da lei a chiedergli di uscire di lì e ricominciare qualcosa di nuovo o dimenticare quello che era successo si sentì davvero triste, per se stesso, per Mina, per quel cretino di Sandro che faceva pure il simpatico, per Trifarro, che a causa loro era stato sbattuto fuori Milano come un appestato, o almeno questo era il dubbio che si era formato dalle notizie fornitegli il sabato mattina dall’Oscuro alias lo Scuro e dai commenti successivi, a cui – ora gli veniva in mente – Sandro aveva contribuito con la sua faccia simpatica da BDdLC. Si domandò se Mina fosse a conoscenza o se sospettasse questo genere di atteggiamenti in alcuni suoi colleghi e rifiutò di rispondersi, nella concezione che si era formato circa la situazione attuale più di qualcuno stava perfettamente rinchiuso nella sua esistenza a rincorre interessi propri e in certa parte contrastanti con quelli di certi altri e il resto viveva come in bambola, chi a inseguire un sogno gotico, chi a fuggire da un Cinese o chissà forse a rincorrerlo, chi a perseverare in lezioni amorose in alberghetti di basso rango…

Trifarro parlava, Germano prendeva appunti, annoiato, perso fra queste sue ubbie e tristezze, si sentiva come un meccanismo, senz’anima e senza scopo. Dopo una lunga tirata di Trifarro Alfeo pose un’altra domanda.

– Riguardo alla fine della storia, non credo che sia possibile affermare che termina con la fine della lotta fra il servo e il signore, di cose ne sono successe da quel momento in qua…

Georg Wilhelm Friedrich Hegel

Germano lo osservò parlare e la sua ingenuità in parte lo rasserenò e in parte lo inquietò; si convinse che la buona fede è il terreno di coltura per ogni gesto atroce, che la storia non finisce affatto, almeno fintanto che ci saranno dei pirla da maltrattare, da circuire, da convincere, subornare.

Trifarro aveva scartabellato un momento fra certi suoi appunti, più per un gesto nervoso che per consultarli per davvero, più per richiamare idee che aveva già chiare in mente e volesse avere una scusa per cercare un momento di concentrazione per individuare le parole giuste; si prese il suo tempo in un breve silenzio dopo avere abbandonato quei fogli sul tavolo che aveva davanti fissando per un istante un punto inesistente davanti a lui poi riprese a parlare per rispondere ad Alfeo.

Germano continuava a prendere appunti ed ascoltava cercando di dimenticare sé stesso sapendo che non è possibile, ma tentare di distrarsi è almeno attuabile, benché sentisse la presenza di Mina alle sue spalle e gli pesasse l’obbligo di doverla ignorare per convenienze personali e sociali. Improvvisamente desiderò di essere fuori da quell’aula, lontano da tutto e da tutti, desiderò che Trifarro dicesse che la conferenza era terminata e che nessuno avesse più domande da fare, desiderò che gli eventuali convenevoli di rito fossero già stati celebrati e/o scambiati in maniera indolore e frettolosa per potersene allontanare senza conseguenze e senza rimpianti, ma un rimpianto ce l’aveva. Non riusciva a darsi pace per il fatto di essere stato praticamente ignorato da Mina da quel giovedì sera che nella sua memoria pareva ormai un ricordo lontano e benché se ne stesse facendo una ragione, poiché certe cose capitano dappertutto e con una certa frequenza, non riusciva a darsi pace dell’improvvisa e totale distanza che la ragazza aveva messo fra lei e lui e questa domanda avrebbe cercato di porgliela prima di rientrare definitivamente nella sua personale esistenza.

Si domandava che cosa avesse potuto fare in suo danno che l’avesse fatta decidere a prendere le distanze da lui così all’improvviso, poi si rassicurava pensando che volesse soltanto restare per i fatti suoi per non scoprirsi troppo nei suoi confronti e per estensione anche nei confronti dei loro colleghi e amici (?), pensò che qualunque cosa fosse accaduta nella sua adolescenza a lui non sarebbe importato alcunché, che l’avrebbe accettata comunque come amica e come qualcosa di più di una semplice amica, nel ricordo della dolcezza che gli dimostrava nell’intimità e per la perspicacia e simpatia che gli dimostrava quando erano da soli o in compagnia. Poi questi ricordi e pensieri si affievolivano, perdevano quel convincimento e si tratteneva dal voltarsi per verificare una certa perfidia che, ci giurava, stesse covando da sempre in quella giovane e bella ragazza, che le aveva nascosto una discreta fetta di certi suoi trascorsi dei quali forse non gli avrebbe mai chiesto una confessione completa ma almeno una sommaria definizione ad uso e consumo della loro amicizia pensava di potersela meritare, e invece niente, quella s’era tenuta i suoi segreti, le sue paturnie e i suoi intrallazzi fregandosene di tutto e di tutti. Si stupiva di come potesse pensare queste cose mentre nel frattempo ascoltava Trifarro e perfino prendeva appunti, magari non con una continua attenzione ma sufficiente a non perdere il filo dell’argomento, come se cuore e cervello fossero per davvero due entità distinte e incomunicanti.

Trifarro giunse al termine delle spiegazioni richieste e pareva avere una certa fretta di togliere il disturbo, nessuno aveva più domande da porre e in considerazione dell’uditorio di otto persone la cosa non parve strana a Germano. Quando Trifarro cominciò a raccogliere i suoi appunti e a riordinare il tutto per rimetterlo nella borsa Germano pensò che avrebbe dovuto affrontare Mina per sapere, farsi un’idea, non proprio capire, perché era convinto che quella ormai non gli avrebbe fatto capire alcunché ma cercare di intuire una spiegazione gli sarebbe stato sufficiente, quanto ai colleghi ed amici (?), beh… non esistevano più i presupposti per una stretta confidenza e frequentazione, benché per certuni più ingenui e genuini provasse ancora una sincera amicizia. Gli dispiacque parecchio per Fosco Trifarro, che si era sbattuto per loro e probabilmente ci aveva anche rimesso una quantità di reputazione davanti a certi suoi colleghi e superiori ma non se la sentì di andargli a parlare per poi evitare argomenti riguardo ai quali non avrebbe saputo cosa dire di preciso e soprattutto cosa evitare di dire, chinò la testa e se ne andò.

Quando si voltò per dirigersi all’uscita, rialzando il capo vide Mina che stava attraversando la porta e affrettò il passo per raggiungerla e porre termine a questa tortura per lui sentimentale, mentre per lei forse si trattava d’altro. Gli altri erano già usciti tutti tranne Alfeo che era andato a parlare con Trifarro.

La raggiunse in Via Del Perdono, era da sola, Cesira e Irma se n’erano già andate, forse Mina prevedeva di dovergli parlare, forse le sue amiche avevano intuito, perché certe cose si capiscono e comunque le donne le intuiscono prima. Si era voltata e lo stava aspettando nella fetta d’ombra a ridosso dell’edificio della facoltà, sorrideva, anche lui cercò di sorridere ma il sorriso gli veniva male. Quando furono uno di fronte all’altra un improvviso silenzio e imbarazzo prese corpo nei loro atteggiamenti, Germano capì immediatamente che non ci sarebbe stato un seguito ma quello che non riusciva a capire era una strana luce negli occhi di Mina che ostentava una sicurezza e una nascosta baldanza che non gli aveva mai riscontrato, capì che un cambiamento era intervenuto e che lui non ne faceva parte. Le disse:

– Tutto bene spero.

– Tutto bene – come se non fosse successo nulla e si ritrovassero fuori dall’università come al solito dopo una tranquilla serata in famiglia o con gli amici (?).

Il silenzio prese di nuovo il sopravvento, Gemano era in imbarazzo, voleva chiederle qualcosa che gli consentisse di uscire dalla situazione nella migliore maniera possibile e allo stesso tempo gli permettesse di continuare a frequentare la facoltà senza doversi sentire strano nei suoi confronti, non in colpa o qualcosa del genere, poiché pensava di avere fatto quello che poteva, ma di potersi comportare nei suoi confronti senza rimpianti o senza dovere pensare a qualcosa di spiacevole che lo chiamasse in causa.

All’improvviso Mima disse:

– Guarda, c’è Sandro.

Germano si girò e vide Sandro che usciva dal portone, si voltò verso di loro, li vide e si girò di scatto dall’altra parte senza salutarli. Brutto segno pensò Germano, molto brutto, e peggio ancora Mina non gli fece notare che non li aveva salutati, anzi, se ne stava lì rilassata come se stesse aspettando un addio definitivo e tranquillo, che non si trattenne dal sollecitare.

– Beh… non poteva durare per sempre – disse Mina come se fosse proprietaria dell’eternità.

– Per sempre non rientra nel tempo – buttò lì Germano, senza alcuna aspettativa.

– Cosa vuoi dire?

– Che sarebbe sufficiente capire, nessuno chiede l’eternità.

Mina non disse nulla, cercò di baciarlo sulla guancia ma lui la prevenne e le allungò la mano per un saluto più formale e già distante.

FINE

Qualunque vita umana, per intricata o piena che sia, consiste in realtà di un solo momento: l’istante in cui l’uomo sa per sempre chi è.

Jorge Luis Borges

Una storia italiana – Romanzo a puntate (44)

romanzo a puntate (44)

Copyright © Eric Bandini 2010

Depositato come opera originale presso la S.I.A.E. – O.L.A.F. Deposito n° 2010001634 del 12/04/2010


Tutti i diritti sono riservati. È vietata qualsiasi manipolazione e/o alterazione, totale o parziale, dei contenuti di questo testo, ivi inclusa la traduzione in altre lingue senza previa autorizzazione della proprietà letteraria. È vietata la riproduzione a stampa senza previa autorizzazione della proprietà letteraria. È vietato l’utilizzo diverso, totale o parziale dell’opera, da quanto consentito tramite l’acquisizione legale di una copia con autorizzazione scritta della proprietà letteraria all’uso e/o commercializzazione. È vietata la riproduzione totale o parziale del testo di questo scritto in siti web senza l’autorizzazione della proprietà letteraria.



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Questo romanzo, ambientato fra Milano e Genova nel luglio del 2001, è un’opera di fantasia. I personaggi, i luoghi nominati e gli eventi che vi si svolgono sono inventati, gli eventi e le persone eventualmente reali, che fanno da sfondo alla narrazione come ai personaggi, sono tratti da fatti di cronaca riportati dai notiziari o dai quotidiani e liberamente interpretati a fini creativi e immaginari. Ogni altro e qualunque riferimento a persone, luoghi, cose, eventi realmente esistiti o esistenti è puramente casuale e/o esclusivamente funzionale ai fini immaginari della narrazione. Ogni deduzione o interpretazione storica, filosofica o letteraria è meramente funzionale alla narrazione romanzesca quale opera di fantasia.


Una storia italiana

Capitolo XLIV°

(44)

Milano

Domenica, 22 Luglio 2001

La domenica mattina al commissariato c’era un po’ di movimento, la notte aveva prodotto qualcosa e sia il dott. Gridero che il Comm. Bellosi erano in attività; il dott. Gridero era fuori sede nell’ufficio del Comm. Bellosi, dove stavano considerando i frutti del lavoro della sera precedente, quando due squadre del commissariato, in seguito a pedinamento di Urfeo da parte di alcuni collaboratori, avevano intercettato il tipo mentre cercava di vendere mezzo chilo di bamba a un terzetto di extracomunitari ad una prima analisi incensurati, che probabilmente cercavano di integrare il magro stipendio derivante da mansione di fatica con l’intossicamento di indigeni disposti a rifornirsi da loro.

Chinese Mask

Le loro convinzioni al riguardo erano vagamente contrastanti ma puntavano su una comune direzione, il Cazzarola, il quale era stato sotto osservazione da parte di Rino e di Aldo senza che nulla di rilevante venisse fuori, poi d’improvviso la chiamata da una pattuglia in borghese che segnalava Urfeo in uno stabile abitato quasi esclusivamente da extracomunitari, e il sospetto che quello stesse tentando qualcosa aveva messo in moto una vicina squadra di colleghi a supporto per un intervento che fu rapido e propizio. Troppo propizio per il dott. Gridero, che si sentiva come se qualcuno gliela avesse messa sul tavolo direttamente quella partita di coca, neanche esagerata per una città come Milano, dove mezzo chiletto di barella viene smerciata in un lampo nelle mani di uno spacciatore capace e anche il Comm. Bellosi, pur soddisfatto della prova dei suoi, nutriva una certa dose di sospetti; il Cazzarola era stato pedinabile e visibile per tutta la serata come non ricordava fosse mai successo prima in tutti i tentativi – recenti, perché pur essendo il Walter un sospettato di molte cose solo di recente era entrato nell’olimpo dei grandi desiderati dalla polizia -, senza che vi fossero enormità o prove concrete a suo danno, ma la sua presenza si percepiva un po’ qua e un po’ là dovunque si delinquesse con arte e perizia, ma su di lui non risultava mai nulla, però i poliziotti se le ricordano queste coincidenze e alla lunga qualcosa possono produrre.

Che il Cazzarola fosse informato delle mire che la polizia aveva su di lui questo, nella mente del dott. Gridero, era una certezza, un po’ meno per il Comm. Bellosi, il quale era restio ad accettare che qualcuno all’interno della Forza ponesse le sue informative a servizio della parte negativa e il dott. Gridero cercava di convincerlo dicendogli che in una circostanza come quella, in cui uno come il Cazzarola sa che gli si sta addosso, tentare di fare smerciare un pacchetto di bamba a uno dei suoi significa solo voler forzatamente dimostrare di essere estraneo a quelle attività, quindi una conferma in negativo. In una serata come quella precedente, durante la quale lui e alcuni dei suoi sgherri erano tenuti sotto sorveglianza, voler mettere in azione qualcuno a smerciare un discreto pacchetto di coca era come ordinare ad un soldato di attraversare le linee nemiche con un berretto a sonagli in testa e una lanterna in mano. Direttamente il Cinese voleva dire «Io non c’entro nulla», indirettamente diceva «Rodetevi quest’osso e finitela», e a dire la verità sia il dott. Gridero che il Bellosi ci stavano facendo un pensierino a terminare lì la faccenda. Nessuno dei due lo diceva apertamente ma forse lo pensavano entrambi, non per tranquillizzare mire di carriera che si sarebbero opacizzate nell’ostinazione a perseguire quel filone di indagini, quanto per non volere apparire come dei falchi ostinati e buttare scompiglio nell’ambiente, dove già si vociferava se non di coinvolgimenti – perché nessuno aveva mai fatto nomi né rilevato alcunché dal momento che non esisteva nemmeno nelle concrete informazioni di Gridero e Bellosi – almeno un incremento di pressioni indebitamente subite da qualcuno che forse, non al pari di loro, poteva ritenersi sputtanabile, vale a dire grossomodo a una mezza misura fra il ricattabile e il ridicolizzabile, perché con i mezzi moderni si può fare molto e in fretta per annerire l’esistenza di una o più persone, senza che questo avvenga nell’ambito della Giustizia, per la quale l’atto diviene “denuncia” e poi procedura, e a seguito di ciò informazione.

Gridero e Bellosi sapevano dove volevano arrivare con la loro inchiesta ma sapevano di non poterselo permettere, non in quel momento e non con i pochi indizi che avevano. L’Urfeo pareva non sapere nulla, né da dove provenisse la roba né perché mai la volesse vendere a degli extracomunitari che forse non conosceva nemmeno, o comunque non troppo bene. Alla domanda «Chi ti ha fornito quella roba» si era limitato a rispondere che «Era nel posto dove qualcuno mi aveva detto che fosse», e alla domanda «Chi è questo qualcuno?» aveva risposto «Uno che vedevo per la prima volta», però quando Gridero e Bellosi si bisbigliarono il soprannome del Cazzarola Walter, alias “il” Cinese, proprio il soprannome come se fosse stato un loro amico di infanzia, l’Urfeo aveva assunto l’aria di un gatto che muove le orecchie per intercettare qualche cosa che non riesce a capire bene ma che lo preoccupa.

Ovviamente ciò non costituiva alcuna prova e se avessero tentato di ostinarsi, di accanirsi contro di lui per estrargli quel nome dalla bizzarra onomatopea anagrafica il tipo si sarebbe intestardito in un cupo silenzio e uno sguardo ottuso quanto vacuo. Avevano interrogato anche gli extracomunitari, uno dei quali aveva detto «Non zapere chi portato roba, noi lavorare» e si era guardato intorno come a cercare una scusa in qualcosa che non riusciva a trovare, e uno degli altri due extracomunitari, interrogato a sua volta si era limitato ad aggiungere «Io non conosce quello, non zo cosa voleva da noi», e alla domanda come facessero ad avere quel pacchetto di milioni di lirette, che guarda caso potevano costituire un controvalore appropriato per la barella che l’Urfeo aveva recato con sé, avevano risposto «Noi tenere zoldi con noi. Noi non fare entrare in banca, loro paura di noi» e qui Gridero e Bellosi, senza tirare in ballo razzismi o preconcetti, pensarono che forse i bancari qualche ragione la potessero avere, poi però pensarono anche che il denaro non puzza e quando mai s’è vista una banca respingere versamenti magari non propriamente enormi ma comunque di una certa consistenza? Sui biglietti di banca non c’è mica scritto sopra frutto di rapina, la firma del Governatore della Banca d’Italia garantisce indistintamente su tutte le banconote, per cui ordinarono una perquisizione nell’alloggio dei tizi, abbastanza sovraffollato, dove speravano di trovare riscontri di versamenti bancari e conti correnti a loro nome per eventuali indizi ulteriori, ma furono delusi, o dicevano la verità o qualcuno aveva ripulito il posto da possibili agganci e se avevano un conto corrente presso un banca scoprire quale restava un lavoro abbastanza improbabile per qualcuno che muove principalmente contante e ha un nome straniero storpiabile in modificazioni improbabili, ciò che stava scritto sulla carta di identità o sul passaporto poteva essere scritto diversamente nelle anagrafiche di una banca. I vantaggi di un extracomunitario.

Alla domanda «Come fate ad avere tanti soldi in contanti?» avevano risposto quasi in coro «Risparmiare per nostre familie, poi mandare zoldi a casa», cosa magari anche vera ma dopo avere smerciato un bel po’ di bamba. Poi erano arrivati gli avvocati, quelli d’ufficio perché nessuno dei tre extracomunitari, né l’Urfeo, aveva accennato ad averne uno per conto suo, e le domande divennero ufficiali, così come le menzogne e siccome le due pattuglie erano intervenute all’oscuro di quanto stava accadendo, cioè senza vedere per davvero su cosa stavano intervenendo, c’era la concreta ipotesi che nessuno dei quattro, incluso l’Urfeo, si facesse anche un solo giorno di galera, perché la roba era stata trovata dopo, in seguito ad una perquisizione più accurata e siccome si trovavano nelle parti comuni di uno stabile poteva non essere una cosa facile appioppare le responsabilità competenti a ciascuno, fermo restando l’ostinazione degli extracomunitari che si aggrappavano al loro contante sperando di poter uscire in giornata con il loro malloppo pagando solo lo scotto di un affare non concluso, ma su questo il dott. Gridero fu irremovibile e comunque mezzo chilo di cocaina che si trova a meno di tre metri da dove si viene arrestati in concomitanza del possesso di un controvalore in lire equiparabile forse lascia qualche dubbio, ma tocca al delinquente dimostrarlo, sebbene questi dietro suggerimento dei legali avessero ritrattato in blocco le affermazioni precedentemente rilasciate e comunque non verbalizzate.

E così erano stati trattenuti tutti e quattro, senza che nessuno dei rappresentanti della Giustizia fosse soddisfatto del proprio operato, regnava un’incertezza generale e un’ombra di sconforto su tutti quanti. Il dott. Gridero aveva ordinato un’analisi dello stupefacente per verificare se era possibile identificare un’origine o l’appartenenza a tipologie precedentemente rinvenute, alcuni sottoposti del Bellosi furono inviati a perquisire l’abitazione di Urfeo ma già il dott. Gridero e il Comm. Bellosi pensavano ad altro facendosi poche illusioni, gli accertamenti sugli extracomunitari diedero qualche frutto; i precedenti, benché non molto importanti servirono a confermare l’arresto, cosa che fu utile anche a mettere al fresco l’Urfeo, però nessuno cantava vittoria, c’era il sentore di una imbeccata, ad arte e in perfetto orario. Il dott. Gridero sgranocchiò un Maalox® nervosamente, non riusciva a decidersi ad abbandonare il commissariato per tornare a casa o rientrare nel suo ufficio, dove presumeva di potere oramai rimettere piede in conseguenza di questa che sembrava la fine auspicata da tutti tranne che da lui e Bellosi e che metteva per il momento – e forse per molto tempo a venire – la parola fine su tutte le intenzioni che lui e Bellosi avevano cullato nella loro fantasia senza dirselo mai veramente, perché certe cose si pensano, forse si desiderano, ma desiderarle ad alta voce è non solo scorretto ma quasi un’infamia, i fatti devono accadere, non essere causati, non è solo etica, è una precauzione perché ci si può scottare con il fuoco che si è causato.

Il Romanzo Giallo – Libro primo

Qualche giornalista stava tentando di entrare nel commissariato, chi li avesse informati era cosa sulla quale il dott. Gridero avrebbe aperto volentieri un’indagine seria e meticolosa, degli agenti che avevano compiuto l’azione e l’arresto nessuno era ancora smontato dal servizio e quei pochi che erano usciti per rientrare a casa forse non sapevano nemmeno che cosa fosse successo, ma le cose si sanno, inevitabilmente, ne aveva le prove nella sua borsa, e le serbava in quella borsa che si trascinava oramai come il guscio di una lumaca, come se contenesse le cose più preziose o forse le più pericolose, quelle che non devono cadere in mano a nessuno, quando sono invece partite dalle mani sbagliate e dalle stesse possono essere ancora usate.

TV

Il senso di frustrazione che stavano sperimentando era aggravato dalle notizie della TV inerenti il G8. Nessuno osava fare commenti, anzi si eludeva l’argomento per evitare di dire cose che avrebbero richiesto molto tempo per essere dimenticate o digerite e i giornalisti alla porta vennero guardati con molto sospetto e tenuti alla larga il più a lungo possibile nel timore che esigessero un commento sui fatti di Genova, quando invece erano sul posto per avere ragguagli circa il reperimento di un mezzo chilo di cocaina durante un’azione della polizia nella notte.

Nessuno si sognò di farli entrare e il dott. Gridero domandò al Comm. Bellosi chi avesse divulgato la novella, perché nessuno di loro ne aveva né l’intenzione né l’interesse, essendo ancora orientati a proseguire le investigazioni per cercare di non mollare alcuni labili nessi; ed ora, svelati loro malgrado nelle intenzioni e nella congiuntura di una possibile posizione sfavorevole dell’opinione pubblica nei loro riguardi, si ritrovavano a dover fare buon viso a cattivo gioco per motivi diplomatici e convenienze di servizio, leggasi prossime conferenze stampa a svelare il grandioso rinvenimento di mezzo chilo di barella nella città di Milano dove un quantitativo simile lo si sniffa nel volgere di uno sbadiglio, con gli agenti in divisa che sotto al commento sonoro dello speaker TV indicano con il loro dito indice, solitamente protruso da una mano guantata, il luogo del misfatto, che a volte è una macchia di sangue, si sa, quello fa sempre notizia, a volte è un graffio sull’asfalto, che non fa molta audience ma è pur sempre una traccia del crimine, a volte è un androne di un palazzo di periferia, come nel caso attuale, dove erano intervenuti gli uomini del commissariato del Dott. Bellosi, e qui il probabile dito indice dell’agente incaricato di porgersi a servizio dell’informazione, sicuramente guantato perché fa molto professional, avrebbe indicato un sottoscala buio e umido malamente illuminato dove era stato trovato il pacchetto di cocaina imbustato in quel cellofan solito e involtolato da quell’adesivo marrone per pacchi, per la soddisfazione dell’utente televisivo che avrebbe visto i risultati tangibili di un’indagine conclusa.

TV

I sospetti sulla divulgazione pilotata di una tale notizia non vennero nemmeno espressi, il dott. Gridero e il Comm. Bellosi si guardarono in faccia e senza dirsi nulla pensarono la stessa cosa e non la dissero, Aldo che li osservava distrattamente se ne fece un’opinione personale, non distante da quella dei suoi superiori. Certo si sarebbero fatte indagini sui probabili e possibili acquirenti ficcanasando per bene nelle esistenze dei tre extracomunitari e dell’Urfeo, ma oramai non ci si faceva più illusioni e solo all’idea di mettere su quel grande tavolone della sala riunioni, dove solitamente si tenevano le conferenze stampa, quella busta con il mezzo-chiletto-di-sostanza-stupefacente, il dott. Gridero sentiva dei rigurgiti di sardonica ironia, già l’idea di apparecchiare le tavolate per offrire al pubblico il prodotto della repressione era discretamente bislacca, le immagini televisive non sono garanzia di alcunché, per giunta nel contesto avevano da mettere in mostra un pacchetto abbastanza insignificante e nemmeno un’arma, perché non ne erano state trovate, vero che potevano distendere a ventaglio le banconote degli extracomunitari a fare scenografia colorata con le belle incisioni delle banconote italiane ma restava una cosa per lui detestabile, doppiamente quando ci si voleva a tutti i costi appioppare un merito esibendo della merce, e triplamente quando per esibire questo merito qualcuno, leggasi lui stesso, se la stava praticamente pigliando in quel posto.

Un graduato venne incaricato di dare informazioni a quei due o tre giornalisti che si erano presentati già discretamente informati, uno degli agenti del commissariato, di propria iniziativa e forse per genuina curiosità, mentre apriva loro la porta provò a domandare come avessero fatto a sapere, perché lui stesso, che non era uscito dalla sede del commissariato dalla sera precedente, ne sapeva meno di loro e questi dissero semplicemente che avevano i loro informatori ed entrarono macchine fotografiche alla mano, predisposti a dirigersi nella sala riunioni con il tavolone scodellato della merce requisita e degli accessori criminosi. Invece il graduato li distrasse dal percorso che conoscevano e li condusse nel suo ufficio dove dette loro i ragguagli, minimi come disposto dal Comm. Bellosi, per farli andare in pace alle loro quotidiane divulgazioni professionali, ed evitare l’assalto conseguente ad un cenno di mistero. Invece la minimizzazione del fatto e dei risultati produsse la conseguente noia e insoddisfazione adatte a far desistere da ulteriori domande, benché la notizia fosse già sufficiente di per sé a finire stampata, per lo meno nella cronaca locale.

Un agente dei Servizi Civili entrò nel commissariato e chiese del dott. Gridero, le cui mire di conoscenza circa agganci delle loro indagini fra gli studenti della Statale di filosofia erano state accolte e riscontrate celermente. Il Comm. Bellosi andò a riceverlo per conto del magistrato e mentre lo faceva accomodare notò, fuori dalla finestra, dall’altro lato della strada, un giovane che guardava ostinatamente in direzione delle finestre e degli ingressi del posto di polizia, si fermò un istante a cercare di capire e poi si convinse che stava guardando proprio in quella direzione. In preda alla paranoia conseguente ad una specie di smacco e alla rabbia di un’azione che costituiva praticamente un fallimento, nel ricordo delle missive minacciose che giravano per gli uffici della Procura, ordinò ad uno degli agenti di andare a chiedere i documenti a quel tizio, di farlo entrare e fargli dire che cosa cercava in quei paraggi.

Quando l’agente uscì dal commissariato Germano capì immediatamente che ce l’aveva con lui e prima che quello attraversasse la strada se la filò pedalando via più veloce che poté, senza voltarsi per almeno tre o quattro isolati, svicolando a tutti i cantoni per fare perdere le proprie tracce, fino a quando senza fiato si era fermato in una strada di grande passaggio, benché di domenica mattina, e in un’ora discretamente mattiniera per un giorno di festa, di passaggio ce ne fosse poco, e cercava di raccogliere le idee. Aveva seguito quel tizio che era entrato al commissariato dopo che casualmente e da una certa distanza lo aveva notato parlare con Sandro ed ora che sapeva che faceva parte delle forze dell’ordine non sapeva più cosa pensare del suo collega, ora il mondo intero sembrava crollargli addosso, anche i suoi più fidati amici potevano essere infidi e doppieschi da non dire. Sandro, verso cui provava una stima incondizionata, o almeno l’aveva provata fino a poco prima, era in qualche modo al servizio della Forza.

TV

Ripensò alla giornata a Genova, a come si erano comportati tutti e tre insieme, cercò nel ricordo degli atteggiamenti che potessero dargli un’idea, una indicazione, una prova di una possibile doppiezza ma tutto ciò che ricordava di Sandro stava perfettamente nell’immagine che si era fatto di lui fino dall’inizio; eppure lo aveva visto con i suoi occhi, parlare a lungo con quel tale e poi salire nella sua Ypsilon Lancia e scomparire, e lui aveva seguito il tizio che aveva conferito con lui – benché a fatica e a distanza, perché in bicicletta per una passeggiata -, senza alcuno scopo, senza che cercasse di individuarne un motivo specifico, per curiosità e basta, e dopo un percorso nemmeno eccessivo e a blanda velocità, lo aveva visto posteggiare con calma e infilarsi nel commissariato, entrare e salutare come uno che ci va tutti i giorni e che è praticamente di casa e aveva tratto le inevitabili conclusioni. Ripensò al motivo che l’aveva fatto uscire di casa quella domenica mattina, all’instabile senso di frustrazione derivato dall’assenza di notizie di Mina dalla serata di giovedì e la cosa non gli piaceva per nulla. Era uscito di casa in bicicletta, per distrarsi, una domenica mattina soleggiata e pochissima gente per strada ma non aveva trovato alcun piacere a vedere una Milano un po’ detrafficata e quasi solitaria, tutti i pensieri più cupi gli vorticavano in testa e perfino il sole nel cielo pareva un oggetto appeso lassù, stupido e ottuso come un lampione.

Certo che in una metropoli della dimensione di Milano incappare in una scena che ti riguarda ci vuole della *****, o forse del ****, perché adesso sapeva e poteva prendere delle contromisure ma si rese conto che non gliene fregava alcunché, che andasse al diavolo il Sandro e la sua doppia personalità, Mina però gli mancava, caspita se gli mancava. Pensò di rientrare a casa, prendere la macchina e andare da qualche parte, o forse telefonare all’Oscuro alias lo Scuro, riguardo al quale sperava di poter ancora pensare qualcosa di decente; erano circa le nove e mezza, quasi aveva recuperato lo smacco della delusione causata dal Sandro quando da un alberghetto vide uscire mano nella mano Argia e il Prof. Gabborio, erano a circa settanta metri da lui ma li aveva riconosciuti comunque, pensò a quanto poteva essere piccola Milano in certi frangenti e soprattutto pensò alla fisionomia di Argia, che pareva camminare a fianco del professore con indifferenza. Li vide salire nella macchina del Gabborio, quella di lusso, quella che non usava mai per non farsi vedere da quelli della facoltà, vide la macchina partire e allontanarsi, restò lì fermo a cavallo della sua bicicletta senza sapere cosa pensare, una lunga domenica noiosa, tetra e senza amici lo stava aspettando e forse molte altre a venire.

Prossimamente il quarantacinquesimo (e ultimo) capitolo.

Una storia italiana – Romanzo a puntate (43)

romanzo a puntate (43)

Copyright © Eric Bandini 2010

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Questo romanzo, ambientato fra Milano e Genova nel luglio del 2001, è un’opera di fantasia. I personaggi, i luoghi nominati e gli eventi che vi si svolgono sono inventati, gli eventi e le persone eventualmente reali, che fanno da sfondo alla narrazione come ai personaggi, sono tratti da fatti di cronaca riportati dai notiziari o dai quotidiani e liberamente interpretati a fini creativi e immaginari. Ogni altro e qualunque riferimento a persone, luoghi, cose, eventi realmente esistiti o esistenti è puramente casuale e/o esclusivamente funzionale ai fini immaginari della narrazione. Ogni deduzione o interpretazione storica, filosofica o letteraria è meramente funzionale alla narrazione romanzesca quale opera di fantasia.


Una storia italiana

Capitolo XLIII°

(43)

Milano

Sabato, 21 Luglio 2001

Nelle convinzioni del Cinese non c’era mai stato posto per le moralità, i perbenismi, il rispetto delle norme sociali, delle leggi, per lui tutto ciò era il guazzabuglio in cui riusciva a trovare spazi e convenienze per il suo interesse, riusciva sempre ad intravedere lo spiraglio per far procedere il suo business e per mantenere una facciata decente per i moralismi, i perbenismi, ecc., per lui era solo questione di tattica e non di coscienza; se mai si fosse accorto di averne una se la sarebbe fatta togliere con un intervento chirurgico. Però da questo a pensare che fosse quel buzzurro che la Brigonzi riteneva ci correva parecchio, il Cazzarola era il tipo di persona capace di gettare negli occhi dei suoi avversari il fumo giusto per farsi ritenere il soggetto con cui si aspettavano di avere a che fare, tranne quando doveva fare la faccia feroce o doveva difendere a spada tratta il suo tornaconto, ché allora veniva fuori il Walter verosimile, quello che non ha proprio intenzione di pigliarsela in quel posto, specie se ciò deve avvenire in vece di qualcun altro e soprattutto con notevole calo degli affari.

Piazza Affari – Milano

La superiorità che poteva vantare sulla tenutaria del negozio di abbigliamento era abbastanza cospicua e dettata da molteplici relazioni di cui riusciva a vedere tutti gli estremi senza che le propaggini avessero sentore diretto del vertice. Certo non poteva incastrare la donna e aveva convenienze a non tirarla in ballo nel caso le cose volgessero al brutto, ma di sicuro la ducessa non lo avrebbe incastrato. Negli ultimi giorni molte cose si erano evolute e troppo in fretta ma aveva saputo mantenere informative sufficienti a subodorare la preparazione di un parapiglia generale movimentato da qualcuno della polizia, e anche se non gli era ben chiaro dove terminasse l’azione presuntuosa delle sue mire di intrallazzo focalizzate sulla sua ex e dove cominciassero le ******* combinate dall’Antonnomi sulla medesima, che nel contesto gli apparivano come l’unico elemento che avevano in mano i suoi nemici, era già preparato a stornare dalla sua persona e dagli affari relativi ogni nesso che conducesse a lui; e tutto questo in un’apparenza di calma e disinteresse che a qualunque osservatore parevamo genuini, così non modificò in nulla le sue abitudini, certo che se solo si fosse semplicemente defilato si sarebbe probabilmente ritrovato a dovere spiegare qualcosa di sgradevole in qualche ufficio della burocrazia all’opera, in ogni caso ospite di gente da cui si era sempre tenuto alla larga e con cui non voleva per nulla avere a che fare, tranne che per occasionali ungimenti a far filare liscio qualche cosa che richiedeva di essere oliata con qualche bustarella qui o là e il tutto sempre sotto l’imbeccata garantita da certe sue conoscenze per tramite di altre conoscenze, però mai di persona.

A volte se la rideva quando veniva a sapere di certi tizi beccati con le mani nel sacco; non tanto per il fatto che si fossero fatti beccare quanto per lo stupore della gente comune che si aspetta di vedere il crimine scoperto, messo alla luce e i responsabili in gattabuia, quelli, la gente comune, non avrebbero mai capito che il crimine perfetto è sempre quello che non viene scoperto, e questa nella sua filosofia, perché il tipo riteneva di averne una, non era una specie di tautologia, tipo il crimine per il crimine, ma era una profonda conoscenza e compartecipazione del substrato oscuro della società, della zona buia in cui non è possibile scendere se non mescolandosi inevitabilmente e inestricabilmente con la parte sbagliata, quella zona in cui il bene e il male sono semplicemente la convenienza e la non convenienza, senza mezzi termini e senza rispetto per alcunché, tranne che per la convenienza stessa.

Ragionamento un po’ difficile per molti o forse per tutti quelli che non si dedicano ad attività di delinquenza e pensano alle Istituzioni, alla Religione, alla Società come qualcosa di integro e funzionale al bene collettivo e non riescono – perché non possono per i motivi di cui sopra – vedere l’inestricabile intreccio fra il bene e il male nella semplice parola convenienza, così semplice e innocente; che male c’è nella convenienza? Nell’opinione del Cinese nulla di male. Se un membro delle forze dell’ordine ritiene che sia per lui conveniente ricevere una somma indebita per tenere coperto qualcosa, che male c’è? È solo convenienza. Se un amministratore ritiene di supportare un illecito tramite il suo potere perché ne avrà convenienza personale (molto personale), che male c’è? È solo convenienza. Se una curia qualunque di una qualunque diocesi decide di intrattenere affari con qualche praticone bene ammanicato o di stipulare remunerosi contratti con parti sociali o politiche in palese incongruità con la Società o la Politica, che male c’è? È solo convenienza, d’altronde lo ha già detto il Manzoni, chi manterrebbe la povera gente quando i signori fossero spazzati via? È solo convenienza, c’è bisogno di molti poveri per fare in modo che i signori si sentano utili al prossimo. È solo convenienza. Se qualcuno vuole comprare un po’ di bamba che male c’è? È solo convenienza, basta tenere tutto coperto, al più alto livello possibile, perché nessuno andrà a fare tintinnare le manette sotto al naso di quelli che contano, per lo stesso motivo, la convenienza; perché certuni sanno ma si guardano bene dal divulgarlo. Per lo stesso motivo, la convenienza. Però la convenienza termina dove inizia la sfrontatezza e a quel punto qualcosa bisogna dare in pasto a quegli idealisti della Giustizia. Nulla di più facile, un capro espiatorio si trova sempre, e il business continua come sempre, per lo stesso motivo, la convenienza.

Quel pomeriggio il Cinese aveva fatto le solite cose di un suo sabato pomeriggio standard, d’altronde aveva messo in piedi un sistema così complesso e così apparentemente smembrato e incomunicante fra le sue parti che la sola ipotesi che qualcuno riuscisse a mettere insieme i cocci e ricostruire il suo vaso di Pandora era talmente impensabile e impraticabile che il dubbio, pur essendo un’ipotesi, era tenuto in considerazione come ultima possibilità, però mica era tonto e non si cullava in alcuna certezza, semplicemente tirava le fila delle sue informative, e con abilità machiavellica gestiva il tutto per compartimenti stagni ma con intelligence centrale, la sua. Verso metà di quel pomeriggio ricevette una telefonata da uno dei suoi informatori più esterni, di quelli che manteneva curati a distanza tramite forniture particolari o più concretamente teneva legati per vincoli di strozzo o altre forme di legame di connivenza, perché aveva saputo distribuire incarichi a lui convenienti al riparo delle convenienze delle sue vittime, gran bella cosa la convenienza, se mai avesse avuto uno stemma araldico il suo motto sarebbe stato il classico do ut des, il motore della società umana.

bouc émissaire

La notizia che aveva ricevuto gli era piaciuta e si sentiva attizzato dalle prospettive che questa nuova pareva mettere in atto. Dunque Mina aveva cercato di lui, un’ottima cosa che capitava al momento giusto e che gli avrebbe dato la possibilità di essere altrove e in compagnia giustificatrice mentre il capro espiatorio veniva caricato delle sue colpe, dove l’aggettivo possessivo “sue” aveva un valore piuttosto ambiguo, e avrebbe avuto inoltre un’ultima possibilità di portare a compimento il piano che si era prefissato, perché poi anche lui sapeva che convenienza e insistenza magari fanno rima però non sono complementari, e insistere oltre ogni misura significa solo attirare l’attenzione di qualcuno, cosa che era già successa in buona parte per i meriti dell’Antonnomi, e questa se l’era legata al dito, prima o poi il politicante avrebbe subito uno sgambetto nella sua corsa al potere. Ora però voleva calarsi nella parte del vecchio amico della bèla fiöla con tutti i crismi e il rispetto delle norme sociali, perché sì, la vita vissuta fa gossip ma fa anche una certa invidia e sotto sotto si trovano sempre delle approvazioni, dei sostegni “morali”, dei tifosi, basta solo comportarsi in maniera civile. E quale occasione migliore di una serata galante a mostrare la sua sincera amicizia verso la ragazza? La sua risposta affermativa e la sua disponibilità all’incontro furono immediate e verso le sette e mezza o le otto come preventivato fra Evaristo e Mina vi fu la conferma telefonica del rendez-vous.

Con una certa preoccupazione Mina si recò presso il locale che aveva indicato a Evaristo come luogo dell’appuntamento, non era spaventata da un incontro con il Walter, quanto piuttosto da eventuali testimonianze che la riportassero ai suo amici e colleghi come una specie di traditrice dei comuni intenti, dopo che si erano sbattuti per lei e la sua tranquillità, e le sarebbe stato praticamente impossibile giustificare quell’incontro nella luce dei recenti “precedenti” conosciuti dai suoi compagni di studio. Quella fuga precipitosa da Milano, il pericolo paventato dell’incursione di questo Cinese nella sua vita, gli allarmismi causati da tutto ciò sarebbero parsi come una commedia, una finzione a tutelare certi suoi segreti interessi personali e nessuno avrebbe mai accettato pienamente alcuna giustificazione per quanto plausibile, ammesso che fosse riuscita a produrne una esternabile davanti a tutti loro. Però era quasi certa che a nessuno dei suoi conoscenti sarebbe mai venuto in mente di bazzicare un locale tanto costoso e snob e pieno di vecchiacci danarosi, però il timore che le coincidenze la sorpassassero nelle sue previsioni restava sempre in agguato nella sua mente; Milano è grande ma a volte non abbastanza.

Quando entrò in quel posto pensò a come avrebbe dovuto comportarsi nei confronti del Cazzarola e se il soggetto fosse già presente in loco; si avvicinò al banco del bar, in genere luogo di stazionamento dei maschi, con i loro bicchieri in mano e le loro ciance da pacche sulle spalle, il posto però era abbastanza raffinato e nonostante una discreta numerica presenza dei sunnominati vegliardi danarosi al bar c’era poca ressa, il locale era semipieno ma non affollato, gettò uno sguardo in sala e si fece l’idea di essere una delle poche abbondantemente sotto i trent’anni ma la serata era ancora agli inizi, di solito i suoi coetanei iniziano la serata quando per altri già la si definisce notte inoltrata ed è ora di prendere la pastiglia per la pressione e andare a nanna. Stava per ordinare qualcosa, perché sedersi da sola ad un tavolo le pareva una cosa fuori luogo, quando udì alle sue spalle una voce maschile conosciuta che non udiva più da tempo, provò un brivido di sorpresa e attese un istante prima di voltarsi, per dare l’impressione di non essere tesa, o magari di non esserlo troppo, ma sapeva che la voce che aveva parlato apparteneva a qualcuno che magari non ti legge nel pensiero ma il dubbio che lo possa fare ti sfiora la mente.

– Eccoti qua – disse la voce alle sue spalle.

Mina si voltò lentamente, quasi volesse fingere una casualità d’incontro. Non disse nulla e il Walter proseguì fingendo di giocare a carte scoperte:

– Dopo averti tanto cercata finalmente ti ritrovo.

Mina abbozzò un sorriso di circostanza, più per gli astanti che per il suo ospite. Si guardò intorno chiedendosi quanti e/o chi fra i presenti sarebbe stato in grado di identificare il Cinese per il soggetto che stava catalogato nei suoi ricordi, ma soprattutto quanti lo avrebbero riconosciuto per il tipo pericoloso da cui certuni, lei inclusa, cercavano di star alla larga. Poi si accorse che qualcosa la doveva dire, perché quell’incontro lo aveva organizzato lei.

– Ci sediamo?

– Certamente, seguimi.

Il Cazzarola fece strada nel locale e a quanto sembrava aveva già predisposto e riservato il tavolo più appartato che ci fosse; benché non separato dal resto della sala avrebbe consentito una tranquilla conversazione senza timori di intrusione da parte di altre persone, per quanto una certa lussuosità del posto sembrasse mettere al riparo da seccature. Quando si furono sistemati e non vi fu altra procedura a frapporsi tra le loro intenzioni il Walter esordì:

– Sembra che hai chiesto di vedermi, ma prima lasciami dire che sei sempre in splendida forma.

– Lasciamo da parte le banalità – rispose Mina – c’è qualcosa che devo chiarire con te.

– Sentiamo… – disse il Cazzarola sporgendosi leggermente in avanti con il più gradevole sorriso esposto a dimostrare il contrario della sua personalità.

– Che cosa vuoi da me? Che cosa cerchi?

– Di cosa stiamo parlando?

– Non stiamo tanto a girarci intorno, l’Antonnomi mi ha detto che è stato messo sulle mie tracce su tua disposizione.

L’Antonnomi, nella sua posizione

– Ehi calma… qui non si fanno nomi… – rispose deciso il Walter guardandosi intorno con una preoccupazione non eccessiva. Evidentemente aveva preso delle precauzioni anche in senso antispionistico perché recuperò subito la solita presenza di spirito – diciamo che un conoscente comune afferma delle cose e che tu gli credi.

– Dimostrami il contrario se non è vero.

Il Cazzarola fece spallucce e una lieve smorfia con le labbra ad indicare un certo disinteresse, Mina aggiunse:

– Che cosa vuoi da me? Voglio saperlo. È una domanda molto semplice che richiede una semplice risposta. Perché mi hai fatta cercare in una maniera così subdola? Se proprio vuoi saperlo questa volta hai scazzato, se ne sono accorti in troppi e io non voglio avere nulla a che fare con te, mai più.

Il Cinese si rilassò contro lo schienale della sedia, si guardò in giro. Mina conosceva questi suoi atteggiamenti, stava solo preparando la sua mossa, nel caso ne avesse una, però Mina sapeva che in qualche modo l’avrebbe stupita, perché questa era la sua arte e lei era pronta a non farsi intortare.

– Vedi, tu non hai mai capito l’importanza di certe cose, l’importanza delle persone, di certe opportunità o disponibilità…

A quest’ultima parola Mina ripensò alla sera precedente in casa dei finti satanisti, dove le opportunità parevano avere modo di concretizzarsi in maniera subdola, avrebbe voluto chiedergli se era stato lui a fare su la Guendalina per convincere lei a certe prestazioni ma pensò che le cose andavano affrontate una per volta e non voleva cadere nei tranelli del suo interlocutore, che aveva avuto modo di vedere attuati su altri. Il Cinese non era uno che parlava eccessivamente, più che altro ascoltava, e poi attaccava sulla base di ciò che aveva ascoltato, una serpe astuta. Così lo lasciò sfogare cercando di attuare la sua stessa tattica e se ne restò zitta aspettando i suoi commenti, e il Cinese continuò.

– Non immagini nemmeno l’importanza che avevi per me nei nostri vecchi tempi…

A questa Mina non resistette:

– Ah sì… certo… forse era per questo che mi portavi a casa di tizio e di caio per certe cosette affollate…

– Cosette affollate, buona questa… no vedi, tu semplifichi troppo, tu vedi un atteggiamento sotto l’aspetto della vita ordinaria mentre ciò che io vorrei proporti… perché è vero, ti ho fatta cercare… è qualcosa di più grandioso e importante, tu non puoi farmi credere che stai veramente impegnandoti negli studi e tutto il resto, sì magari sei brava e ottieni dei risultati ma il tuo posto non è là dentro. Non immagini nemmeno l’importanza che avevi in quei tempi perché non sei in grado di capire quanto la tua presenza al mio fianco sia stata fondamentale. La tua sola presenza in certe circostanze mi ha fruttato così tanto che non puoi immaginare, la tua capacità di capire, perché non puoi venirmi a dire che la cosa non ti piaceva e non stavi in mia compagnia di tua spontanea volontà, la tua capacità di agire come mediatrice involontaria è una risorsa straordinaria…

– E cosa pretendi? Che diventi una tua dipendente?

– Ecco, vedi? Tu butti tutto alle ortiche senza meditare. Pensa per esempio a quel tipo che hai nominato prima, come pensi che si costruiscano certe convenienze, certi legami…

– Sì, insomma ti serve una prostituta…

– …àrieccola – disse il Cinese scimmiottando un romanesco cinematografico – c’è qualcosa di più importante, di molto importante. Come credi che si formi il denaro, te lo sei mai chiesto? Come credi che si crei la ricchezza? Forse certuni la ereditano, forse altri l’accumulano con il lavoro, ma alla base è sempre un frutto di relazioni sociali, sono le persone che creano la ricchezza, che la manipolano, che la gestiscono. È così da sempre ma terminata l’epoca del rapporto diretto con la produzione e il lavoro si sono ampliate le possibilità di inserirsi nel business, e questo avviene tramite le persone e una persona come te sarebbe per me un’opportunità molto importante. Bada che non ti sto chiedendo di diventare una specie di fidanzata o come hai detto tu una dipendente, solo un libero rapporto di interesse reciproco. Tu non lo sai, ma mi hai fornito delle possibilità importanti, se tu ne fossi pienamente consapevole potremmo fare insieme un bel po’ di cose, basta volerlo, basta trovarlo conveniente per entrambi. Ci sono certi tipi che davanti ad una bellezza simile mollano parecchia della loro prudenza, non sto parlando di malaffare ma di semplici affari, e io sono uno che se ne intende.

Il Cinese smise di parlare e guardò sorridente la sua ex amica, quasi compiaciuto che non sapesse o sapesse solo una metà della tresca, quella che faceva capo a lui e non dei tentativi della Brigonzi, che aveva agito su di lei per fagocitarla ai suoi affari e detenere così sotto la sua mano un ulteriore controllo su certi personaggi, non senza pericoli per il business di entrambi, perché qualcosa era trapelato e c’era un po’ di movimento nell’aria. C’era una specie di gara all’accaparramento di esseri umani, perché è su questi e con questi che si crea il denaro, sì certo, la Zecca lo stampa, le banche lo manipolano, ma la cosa si fa interessante quando entra in circolo, allora le persone diventano il mezzo e il fine del denaro, dove il fine è di qualcuno e il mezzo rappresentato da tutti gli altri. Il Cinese era un artista in ciò, manipolare le persone, il suo vero business. Mina deviò il discorso:

– Sai, ieri sera ero in casa di gente strana, gente che mi ha fatto strane proposte e non so perché ma ho percepito la tua presenza dietro a tutto…

Il Cazzarola rise e poi disse:

– Ti stai sbagliando di grosso e tra poco verrà qui una persona a dimostrartelo, però ora voglio farti una domanda… pensaci bene prima di rispondere… ti ho mai spinta a fare qualcosa veramente e ostinatamente contro la tua volontà?

Mina rimase in silenzio e si accorse che questa domanda era abbastanza subdola. Ripensò alla sua adolescenza e rivide come in un rapido film alcune scene che avrebbe voluto dimenticare ma che restavano indelebilmente impresse nella sua memoria e capì che nessuno l’aveva veramente spinta a ciò, capì che nello slancio della sua giovane età si era lasciata coinvolgere volontariamente nella convinzione che quello fosse il mondo, e per molti versi lo era per davvero e certe volte, quando riusciva a nascondere davanti a se stessa il rimpianto di avere fatto certe scelte le affiorava il ricordo del sottile piacere di quella cosa che chiamano trasgressione e l’ebbrezza di certi momenti a tratti sopraffaceva l’orrore conseguente alle tirate di coca, quando passato l’effetto si sentiva terribilmente depressa e la realtà così deforme e inaccettabile che non vedeva l’ora di tirarne ancora, e poi ancora come se fosse l’unico scopo della sua vita. Però doveva ammetterlo, il Cinese aveva saputo tenerla a bada, senza farla cadere in quel gorgo senza fine da cui si esce a brandelli e la vita diventa un surrogato di quella brutta esperienza; aveva qualcosa in comune con quel coetaneo, qualcosa che non capiva e che contemporaneamente la terrorizzava e l’attraeva, ma non sapeva come definire questo stato d’animo. Mina era persa in queste strane e bizzarre rievocazioni del suo passato che le scorrevano davanti alla sua attenzione come un film e a malapena percepì il Cinese avvicinarsi a lei e sussurrare in maniera comprensibile ma bisbigliata:

– Sei una mia creatura, non puoi pretendere di svincolarti.

E allo stesso tempo vide avvicinarsi una donna dal fisico statuario, dalla strana capigliatura viola e dai lineamenti dolci e mediterranei, era talmente soprappensiero che non tentò nemmeno di metterla a fuoco, convinta che fosse una qualunque cliente del locale e quindi un’estranea, poi questa donna si sedette al loro tavolo e lei, quasi come se stesse uscendo da un sogno, la riconobbe.

– Tutto occhèi? – chiese Bruna rivolgendosi a Mina.

– Ehi, non la saluti? – chiese di rimbalzo il Cinese – Eppure vi conoscete.

Mina riprese contatto con la realtà ma era come se irrompesse in una scena nuova della quale non sapeva i precedenti. Bruna l’aveva ora riconosciuta ma non sapeva connetterla con il Cazzarola. Guardò la quasi quarantenne, la salutò e poi guardò il Walter aspettandosi una spiegazione. Il Cazzarola rise, poi disse:

– Scommetto che ti stai ponendo delle domande circa ieri sera…

Mina non disse nulla, pensò che il Cinese stesse per tramare qualcosa contro di lei e allo stesso tempo lo percepiva ammaliante e affascinante come un tempo, e in definitiva sette – otto anni di tempo a cavallo dei vent’anni anche se modificano la fisionomia non invecchiano per nulla e forse migliorano l’aspetto fisico. Il Cazzarola era per davvero un bell’uomo e per chi lo conosceva bene anche una bella faccia da culo, ma forse non lo conosceva abbastanza bene per sapere che lui ci teneva ad essere così.

Mina non riusciva a recuperare la parola e guardava Bruna e Walter senza esprimere alcunché, poi il Walter diede leggermente di gomito a Bruna, che le sedeva a fianco mentre Mina gli stava di fronte, e la trentottenne sorrise a Mina e le disse:

– Non mi dire che ieri sera ti sei spaventata…

Mina non rispose, era ancora intenta a cercare di capire ma difficilmente ci sarebbe riuscita. Bruna proseguì.

– Riguardo a cosa? – trovò il coraggio di rispondere Mina.

– Beh, riguardo a quei due tizi, non sono proprio rassicuranti e…

– A dire la verità – la interruppe Mina riprendendo una certa verve – mi ha spaventata di più la mia amica. Anzi, ex amica.

– Stai prendendo tutto troppo sul serio, era solo un gioco, uno scherzo. Sai quelli sono convinti di essere in qualche modo per davvero in contatto con l’oltretomba e ci marciano. Ci fanno anche un po’ di grana, sì insomma, un po’ è una burla e un po’ è un business, non sai mai quando scherzano o quando dicono per davvero, e di solito scherzano per davvero per cui la gente si spaventa…

Bruna sembrava rassicurante e continuava a parlarle a ruota libera; mentre l’ascoltava se la immaginava in quelle occasioni in cui l’aveva incontrata, i suoi modi un po’ esagerati per apparire come le coetanee di Mina ma tuttavia gentili anche se bizzarri, le particolari amicizie con Bonbon, a cui Mina non osava fare accenno, una certa intimità con Laszlo che aveva notato ma che non osava approfondire. Insomma, Bruna sotto sotto le piaceva come personaggio anche se tendeva ad evitarla perché non aveva mai capito bene che cosa ci venisse a fare una di quell’età alle feste di studenti universitari, però appena la vedeva insieme a Laszlo o a Bonbon smetteva di chiederselo, non erano affari suoi e poi era simpatica. Ad un tratto il Cinese mise una mano sulle spalle di Bruna, Mina capì che c’era qualcosa di particolare ma non osò chiedere, poi Bruna smise di parlare e il Walter disse a Bruna guardando Mina:

– Dille quanto hai messo insieme negli ultimi cinque o sei anni…

– Settecentosessantamilioni e spiccioli, per la maggior parte investiti in titoli di Stato, sai – disse Bruna guardando di sguincio il Cinese – è meglio andare sul sicuro. E poi mi sono fatta mancare poche cose, tranne forse il fatto che ultimamente ho dovuto abitare per un bel pezzo in uno stabile occupato, per fare scena… un suo consiglio – e additò il Cinese – e senza la sua protezione non ci avrei pensato nemmeno, ci bazzicano certi tizi là dentro, se penso a quella povera famiglia che ci vive da almeno un anno e mezzo…

£ire #760’000’000# & spiccioli.

Diconsi Lire#Settecentosessantamilioni&spiccioli#

Mina li guardava e continuava a non capire, o meglio capiva che avrebbe dovuto andarsene ma in qualche maniera non riusciva a trovare lo spunto per prendere la decisione, in primo luogo perché era venuta lì a fare delle domande e cercare delle risposte mentre questi la stavano tirando per le lunghe senza concludere alcunché, e lei continuava a rinviare certi argomenti che voleva affrontare tanto che ormai se li stava dimenticando, e poi sentiva di essere in qualche modo attratta da quelle persone, non sapeva dire il come né il perché ma tutto l’odio che pensava di provare nei confronti del Cazzarola stava scemando in un confuso stato d’animo nel quale il gentile aspetto di Bruna mitigava l’orrendo ricordo che aveva del Cazzarola e si accorse di essere rimasta lì molto più del tempo che aveva preventivato, si accorse che tutta la rabbia che aveva dentro le si era affievolita un po’ alla volta e ora le pareva di essere in compagnia di vecchie conoscenze con cui non sapeva come continuare la conversazione.

Mina uscì da quel locale ad un’ora troppo tarda per poter avere risolto i suoi problemi, mentre da qualche parte nella notte di Milano Urfeo stava operando uno scambio di merce per conto del Cinese, certo di essere lontano da sguardi inopportuni.

#?#

Prossimamente il quarantaquattresimo capitolo

Una storia italiana – Romanzo a puntate (42)

romanzo a puntate (42)

Copyright © Eric Bandini 2010

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Questo romanzo, ambientato fra Milano e Genova nel luglio del 2001, è un’opera di fantasia. I personaggi, i luoghi nominati e gli eventi che vi si svolgono sono inventati, gli eventi e le persone eventualmente reali, che fanno da sfondo alla narrazione come ai personaggi, sono tratti da fatti di cronaca riportati dai notiziari o dai quotidiani e liberamente interpretati a fini creativi e immaginari. Ogni altro e qualunque riferimento a persone, luoghi, cose, eventi realmente esistiti o esistenti è puramente casuale e/o esclusivamente funzionale ai fini immaginari della narrazione. Ogni deduzione o interpretazione storica, filosofica o letteraria è meramente funzionale alla narrazione romanzesca quale opera di fantasia.


Una storia italiana

Capitolo XLII°

(42)

Milano

Sabato, 21 Luglio 2001

Dopo avere abbandonato l’Antonnomi fuori dal parco Lambro, con pochi rimpianti e senza scene tragiche, Mina aveva vagato ancora per un po’ con la sua macchina prima di rientrare a casa, senza alcuno scopo preciso o meglio, senza che avesse la possibilità di formularne uno concreto. Per andare in centro era un’ora sconveniente, stante pure la stagione balneabile, e comunque non aveva impegni programmati, e poi, non ultima cosa, non se la sentiva di affrontare i problemi del !”suo” presente senza prima avere chiarito, per se stessa e per nessun altro, quale dovesse essere e se possibile come dovesse apparire agli altri il concetto e l’immagine che essa aveva di se stessa; provava un profondo senso di disagio e di sconforto che non sapeva arginare, quasi che la sua percezione di sé non le appartenesse più.

Ora aveva abbastanza chiaro in mente che qualcosa era stato organizzato ai suoi danni e sapeva anche da parte di chi ma non ne conosceva le ragioni, per lei il Cazzarola era un fossile della sua adolescenza che non avrebbe desiderato rivedere in nessuna circostanza però ora sentiva che per mettersi in pace con l’esistenza e trovare il coraggio di affrontare nuovamente persone e colleghi senza pensare di essere oggetto delle altrui calunnie – un pochino fondate forse – doveva trovare la maniera di risolversi ad un confronto con una parte del suo passato, per quanto non sapesse nemmeno lei che cosa inquisire, chiedere, analizzare, indagare in un soggetto obliquo e viscido come il Cinese; per certo non le incuteva alcun timore e insieme ad una rabbia profonda gli cresceva anche una curiosità che reputava legittima.

Una maniera per contattare quel tizio non riusciva proprio a farsela venire in mente, viste le cose dal suo lato le conoscenze erano tutte scadute in una degenerazione e un desiderio di dimenticare che avevano cancellato tutti i riferimenti possibili per un ritorno al passato, ma non la memoria di certe vicende che non aveva alcuna voglia di rivangare né di ripensare; come in una specie di tortura autoinflitta tentava di immaginarsi possibili motivi, circostanze, persone ormai dimenticate, luoghi frequentati che la potessero aiutare a rintracciare quel figuro senza che quello avesse possibilità di mettere in atto qualche trappola ai suoi danni, perché – e ciò rappresentava un suo timore non infondato – quel tizio poteva mettere in azione anche persone della sua cerchia attuale, e questo era quasi un fatto, benché non le riuscisse altro che di immaginarsi quel salame del Dabbono spenzolare dalle burattinesche mani del Walter, lui e nessun altro, per quanto anche sul Laszlo qualche ombra di dubbio le era fiorita.

In queste analisi di indagine a ritroso, a cercare spunti e idee per poter incontrare il Cazzarola in maniera non pericolosa per una ricaduta nel suo girone di malaffare, le affiorava alla mente di quando in quando il recente ricordo della delusione che la sua amica le aveva regalato in maniera subdola e mascherata da cosa ordinaria – per certo anche Guenda entrava nel gioco -, probabilmente, era sua debole convinzione, senza avere sentore del Cazzarola, perché questa era una delle specialità del soggetto: burattinare le persone e piegare la loro esistenza ai suoi interessi.

Arrivò a casa in un’ora sfalsata, troppo tardi per il momento del pranzo e troppo presto per l’eventuale daffare del pomeriggio; suo padre stava uscendo, si incontrarono nell’ingresso e sopportò la sua fessa melensaggine di buon paparino sbirciando la madre che guardava da un’altra parte con l’espressione del pesce in barile. Un bacino rapido sulla guancia del Gran Lavoratore per tenere bordone alla mammina e poi di corsa in camera sua, più che altro per togliersi dai piedi da quelle scene famigliari nelle quali si percepiva ormai come terzo – o forse quarto – incomodo e per il momento aveva deciso di evitarle ogni volta che poteva, si infilò un paio di pantofole, andò in bagno a darsi una rinfrescata, poi accertatasi della dipartita del genitore si presentò in cucina a reclamare qualcosa, qualunque cosa ci fosse di commestibile purché già pronto. L’espressione della genitrice era quella tipica, del genere c’è-qualcosa-che-non-va-ma-non-te-lo-chiedo-subito, Mina si accorse dell’espressione materna e si accorse che si prospettava una conversazione, di quelle tipicamente ziesche in cui il singolo e unico aspetto dell’argomento viene detto, controdetto, ridetto, ripetuto, replicato, confermato, ribadito e poi anche in senso inverso (ribadito, confermato, replicato, ripetuto, ridetto, controdetto, detto), e Mina non se la sentiva di starsene a parlare con sua madre come una vecchia zia, però aveva il sospetto che avesse lei qualcosa da comunicarle o da chiederle e senza sforzo presentiva il tentativo di sondaggio materno, nulla di preciso ma abbastanza facile da prevedere.

– Mi ha cercata qualcuno?

– Il tuo fessacchiotto… è venuto qui intorno alle nove e mezza… – disse la donna con un’espressione insieme complice e compiaciuta

– Per favore non chiamarlo così…

– Beh… un po’ fessacchiotto lo è.

– Mina finse di non sentire la reiterazione.

– E cosa voleva? Che cosa gli hai detto?

– Ti cercava e gli ho detto che eri uscita senza dire dove andavi. A proposito dove sei andata? – la madre di Mina assunse un atteggiamento di cauta e curiosa gentilezza vagamente distaccata, come se stesse parlando degli orari del treno o dei programmi della TV, non tanto per motivi di riservatezza, ché la donna se ne sbatteva abbastanza, quanto per paura di provocare una reazione da parte della figliola in una sua eventuale crisi di emancipazione mancata; riscontrato che la ragazza pareva non avere inteso la subdola allusione insistette – Ti sei vista di nuovo con quel tizio? E chi è?

– Senti mamma, io non ti ho chiesto nulla delle tue vicissitudini e il fatto che me le hai raccontate non significa che siamo intime confidenti delle reciproche magagne. Voglio solo sapere chi mi ha cercata. Germano è passato di qui, e mi pare di capire che devi averlo preso un po’ per i fondelli, poi? È passato qualcun altro?

– Guendalina, ti ha cercata; prima per telefono e poi è passata anche di persona ma non è salita. Ha chiesto se eri in casa e…

– Da ora in avanti per quella io non sarò mai in casa.

– Che cosa è successo? È una così brava ragazza, siete praticamente cresciute insieme…

– Senti mamma, rimettiamo le cose come stanno, sono figlia unica e non ho sorelle.

– Non vuoi dirmi che cosa è successo?

– Nulla che ti riguardi. Germano ti ha lasciato detto qualcosa?

– No, tu non c’eri, non riusciva a raggiungerti al telefono, voleva solo vederti. Se n’è andato praticamente subito, però a dire la verità mi era parso leggermente preoccupato quando è entrato… non è che si è accorto di qualcosa… eh?

– Di cosa avrebbe dovuto accorgersi?

La madre non rispose, Mina si pentì di essersi sfogata con la donna il giorno precedente; la cosa aggiungeva un motivo di tristezza alla peculiare situazione che si trovava a vivere. Se Germano aveva mostrato un’espressione preoccupata di certo ne aveva motivo, per come si erano lasciati giovedì notte, per le scarse e sbocconcellate notizie che aveva elargito a lui e ai suoi colleghi in seguito all’intercettazione di quella frase smozzicata dal Dabbono in Largo Richini durante l’orazione di Trifarro. Giustamente voleva essere messo a parte di qualcosa in cui era coinvolto insieme ad altri amici. Si sentì ottusa, stupida ed egoista a pensare per sé stessa calpestando le preoccupazioni degli altri ma ugualmente provava una rabbia sorda e indomabile nei confronti dell’inquisizione materna, del Cazzarola e di chiunque volesse sapere i fatti suoi e ricamarci sopra i propri commenti. Sentì che non era il momento di lasciarsi sopraffare dai sentimenti e di cercare di porre fine in prima persona al bailamme che le stava gravitando intorno. D’improvviso si rese conto che la sola presenza di sua madre le istigava un desiderio di violenza che forse avrebbe fatto fatica a reprimere e si alzò di scatto da tavola per evitare di scagliare qualche casalingo, giusto per il gusto di vedere qualcosa andare in frantumi.

– Non ho più fame – disse allontanandosi in direzione della sua camera – se mi cerca qualcuno io non sono in casa. Chiunque sia.

– Come vuoi – disse la donna sportasi dalla cucina ad osservarla allontanarsi nel corridoio.

In camera sua cercò inutilmente una distrazione che la allontanasse anche temporaneamente da quel senso di instabile e indomita indecisione che sentiva crescere come un senso di rabbia cieca che non avrebbe saputo verso chi o cosa indirizzare, le pareva di essere vittima di qualcosa di inspiegabile e allo stesso tempo se avesse dovuto dare spiegazioni avrebbe dovuto omettere parecchie cosucce, così che doveva ingannare se stessa prima di un eventuale o eventuali interlocutori altri; poi in un’analisi successiva si autoconvinceva di essere dalla parte del giusto e di soffrire i dubbi e le incursioni nella sua vita da parte di qualcuno o qualcosa che la voleva piegare, senza che riuscisse a formarsene un’identità precisa. Non si trattava più del Cazzarola, dell’Antonnomi, di sua madre, di Germano e i suoi colleghi, no, questa era una vicenda che doveva trovare uno sbocco logico, non in una conclusione o in una fine, perché la vita non si ferma, ma in un’evoluzione accettabile soprattutto per sé stessa e nessuno tranne lei poteva dare una svolta decisiva. L’aiuto dei colleghi e amici, il supporto di Trifarro, disinteressato e forse perfino premuroso, non avevano fatto altro che prolungare questa finta agonia esistenziale, questo teatrino delle convenienze segrete che si era concentrato sulla sua vita e i suoi conoscenti, senza che questi sapessero molte cose.

A dire la verità nemmeno lei aveva chiaro in mente l’origine e lo scopo di tutto ciò ma sentiva di essere l’unica persona in grado di trovare una via d’uscita, per le sue conoscenze adolescenziali e le vicende conseguenti, benché nemmeno lei avesse in mano elementi per determinare esattamente un chi, un come, un cosa e magari un dove che riuscissero a fare un po’ di luce sull’intera vicenda; su di un punto aveva raggiunto la decisione, avrebbe incontrato il Cazzarola, lo avrebbe affrontato, gli avrebbe chiesto che cosa pensava di avere a che fare – ancora dopo anni – con la sua esistenza, solo non sapeva come contattarlo. Prese in mano un libro per tentare una distrazione nella lettura ma si rese immediatamente conto che non riusciva a concentrarsi, che i pensieri fastidiosi che la tormentavano la circondavano anche durante la lettura e riprendevano possesso del centro delle sue attenzioni sovrapponendosi in maniera molesta alle parole che leggeva, così che si ritrovò a rileggere lo stesso paragrafo ripetute volte senza sapere cosa stava leggendo mentre la sua mente fantasticava rabbiosamente senza alcuno sbocco fintanto che le parole scritte le apparvero come un mero oggetto di distratta osservazione e allora rimise il libro dove lo aveva preso e si sedette in preda allo sconforto senza che la rabbia che provava fosse minimamente domata.

Diario Jacovitti

Fu la rabbia lo sprone a indurla a cercare fra le sue cose possibili riferimenti a qualcuno o qualcosa che potesse rimetterla in contatto con quel tipo; tenendo a bada la furia che le montava dentro per i cattivi ricordi che le sovvenivano frugò fra vecchi quaderni dell’età del liceo, fra vecchie (?) fotografie che teneva in un cassetto, diari di scuola di sei o sette anni prima, perché non li aveva mai buttati. Sperava di trovare un conoscente, un numero di telefono, benché in quel periodo i telefoni cellulari non fossero ancora molto diffusi ma le bastava poter individuare qualcuno che lei fosse in grado di raggiungere nel più breve tempo possibile e che la mettesse in contatto con il Cazzarola nel pomeriggio stesso. Voleva cercare di mettere una pietra sopra a tutto ciò in maniera da troncare ogni possibile ritorno del tipo nella sua vita, anche se il soggetto appariva per lei introvabile. Scorse rapidamente le pagine di diari e quaderni di appunti sentendosi sfumare in un sé di anni prima che quasi non riconosceva più, una versione di se stessa che in parte le faceva pena e in parte le faceva rabbia, ma soprattutto le evocava malinconici ricordi ai quali non pensava più da tempo, vicende che aveva dimenticato, tristi o allegre che fossero, che pallidamente riprendevano vita nella sua memoria e a tratti si imponevano come se fossero eventi vissuti il giorno prima per lasciarsi sopraffare da altre memorie ugualmente nostalgiche e refrattarie al suo presente. Era sempre lei stessa ma ora era una persona completamente diversa e quel flusso di reminiscenze la confondevano, in parte attenuavano la sua collera poi attraverso le medesime il rancore e il risentimento riconquistavano vigore ma erano trasformati, non proprio attenuati né giustificati ma visti attraverso una distorta forma di nostalgia assumevano sfumature più umane, per quanto non immuni da desiderio di azione e rivalsa.

Rivide i volti dei suoi compagni di liceo in fotografie di gruppo, rivide se stessa in compagnia di alcune amiche e amici del tempo, rivide Guenda in mezzo alle altre compagne di scuola e in quel suo volto allora adolescente non vi trovò traccia alcuna della perfidia che l’aveva condotta a produrle quello brutto tiro della sera prima, quasi si commosse ripensando ai momenti allegri che avevano trascorso insieme ma non si lasciò sopraffare dai sentimenti, Guenda era per lei caduta definitivamente nel dimenticatoio, dove sperava di buttarci anche il Cazzarola, e se fosse stato possibile magari con un bel calcione nel deretano. Scrutò attentamente le foto cercando di individuare i volti di quelli che lei sapeva, o almeno credeva, essere allora in contatto con il Cinese, cercando di cernere quelli che poteva essere in grado di rintracciare immediatamente e che secondo le sue stime avessero ancora possibili e probabili legami con il loro vecchio fornitore di mezzi di instupidimento. Si accorse che di quel gruppo di persone non era in grado di rintracciare nessuno, benché non fossero passati che pochi anni dalla fine del liceo, ciascuno aveva preso strade differenti e della sua classe nessuno frequentava la Statale di lettere e filosofia.

Si accorse di avere terminato il liceo come qualcuno che ha terminato un periodo di galera e vuole giustamente dimenticare brutti ricordi e persone che possono farteli ricordare, come se fosse stata in fuga da sé stessa, cosa che riconobbe in parte come vera. Sfogliando le pagine di uno di quei diari scorse a margine degli appunti giornalieri, scritto di traverso con una calligrafia non sua, il numero di telefono di un certo Noè, di cui rammentava che non era il suo vero nome ma un soprannome appioppatogli da altri coetanei e rammentava anche che il tipo bazzicava la corte del Cinese, benché da una certa distanza e con una certa autonomia, in effetti Noè ricordava essere l’abbreviazione di Noetico, Noè per gli amici più amici, e rammentando il tipo la cosa aveva un aspetto bifronte, di uno che capisce tutto al volo e di uno che è senza etica, in pratica un imitatore morale del Cinese ma senza la sua pericolosità. Se lo ricordava come un tipo simpatico e intrigante, anche se con lei ci provava sempre, cosa alla quale aveva fatto una certa abitudine, ma senza superare i limiti di una simpatia un poco aggressiva. Pensò che quello poteva essere il tipo giusto per quello che aveva in mente e che lo avrebbe rivisto volentieri, anche se quello per certo era a conoscenza delle sue trame giovanili con il Cazzarola, a quei tempi frequentatore di altro liceo, anzi, forse questa specie di connivenza poteva essere d’aiuto in una certa maniera, essendo a conoscenza di certe cose le spiegazioni si sarebbero probabilmente ridotte al minimo, certamente non i tentativi da parte sua ma da questo punto di vista sapeva come difendersi, e magari anche come attaccare.

Non era un numero di cellulare ma il numero di un telefono ordinario col prefisso di Milano, se lo appuntò su di un pezzo di carta, ripose i diari sperando di non doverci più ficcare il naso fino alla vecchiaia e accese il suo portatile, augurandosi di non essere infastidita da qualche chiamata di qualcuno al suo inseguimento mentre aveva il cellulare acceso per cui compose il numero più in fretta che poté.

Dall’altro capo del telefono una matura voce femminile rispose un timido pronto, Mina chiese di parlare con Evaristo, il vero nome di Noè-Noetico, al secolo Ganci Evaristo, Mina se lo ricordava, e come avrebbe potuto? Con tutte le volte che ci aveva provato…

Dopo qualche istante la voce di Evaristo rispose un pronto più deciso, Mina lo riconobbe e si presentò:

– Sono Mina, ti ricordi di me?

– Se è quella Mina che penso io come potrei scordarmela. Ci hai messo tanto a deciderti a chiamarmi.

– Senti… ho bisogno di parlarti…

– Giusto per evitare equivoci, sei Mina Calludole vero?

– Già, ex compagni di liceo.

– Beh, parlami e poi dammi appuntamento – Evaristo parve sorridere sommessamente vicino al microfono del telefono.

– Senti è una cosa seria, e…

– Ehi, ehi, tutto quello che vuoi ma niente fidanzamenti.

– Ma no che cosa hai capito, ho bisogno di parlarti di una cosa che riguarda una certa persona, una persona che tu conosci, però sarebbe meglio non parlarne al telefono.

– Quindi mi dai un appuntamento.

– Precisamente, dove ci vediamo?

– Piazzale Cadorna può andare?

– Va bene.

– D’accordo, in Piazzale Cadorna fuori dalla stazione della metro.

Piazzale Cadorna – Milano

– Fra quanto?

– Posso uscire anche adesso. Facciamo così, il primo che arriva aspetta.

– Non mi fai il bidone?

– Dopo che mi hai fatto aspettare tanto per questa telefonata sarebbe il minimo, ma non ti preoccupare, sarò sul posto nel minor tempo che posso, metro permettendo.

– D’accordo, allora esco subito anch’io. Ci vediamo là.


Evaristo fu di parola, era già sul posto che si guardava intorno quando Mina sbucò sul piazzale, appena la vide sorrise e le andò incontro. Al telefono certi imbarazzi non parevano evidenti ma di persona certe formalità si intromisero nell’antica confidenza. Evaristo, benché sempre propenso al buon umore, non si scostò molto dalle solite battute tipo «È da parecchio che non ci si vede», «Sei sempre la stessa, non sei cambiata affatto», quando Mina, che aveva visionato poco prima le foto dei tempi “gloriosi” del liceo, aveva riscontrato in sé stessa dei mutamenti fondamentali e anche in Evaristo aveva notato una fisionomia diversa, nonostante le sue fattezze fossero sostanzialmente simili. Poi vennero i discorsi un poco più seri.

– Di che cosa dovevi parlami?

– Potrebbe essere un discorso un po’ lungo, hai tempo?

– Tutto il tempo che vuoi. Andiamo nel giardino laggiù, vicino a Via San Nicolao.

L’idea piacque a Mina e si avviarono verso gli ippocastani sotto cui speravano di trovare una panchina nell’ombra, concorrenza dei turisti permettendo. Quando si furono spianati e le formalità furono sbrigate completamente e le banalità furono superate senza danni per nessuno dei due il volto di entrambi assunse un’espressione leggermente cupa, perché Evaristo aveva capito che c’era qualcosa di serio da sviscerare.

– Senti, devo chiederti una cosa ma tu devi promettermi di non farmi troppe domande, non perché non mi fidi di te, ma perché potrei non avere le risposte e inoltre è un argomento che ha dei risvolti un poco pericolosi.

– E riguarda te questo mistero?

– Per una parte, che sarebbe la parte che non conosco. Lo so che è un’affermazione stupida e infantile ma devo chiederti di mantenere il riserbo su ciò che sto per chiederti. Detesto quelle frasi da ragazzini tipo «Però non dirlo a nessuno», oppure «Mi raccomando, è un segreto», che poi non appena hai voltato le spalle senti già l’eco della divulgazione. Devi fidarti di me se ti dico che qualche pericolo potrebbe esserci e capirai perché quando te lo spiegherò.

– Senti, di cazzate ne avrò dette e anche fatte ma non mi sembra di essere mai stato un fanfarone, se c’è qualcosa che posso fare per te la farò, punto e basta. Il resto è per i gonzi.

– Ti ricordi quella volta che ci siamo visti in discoteca?

Locandina di film

– Una delle tante, e tu eri sempre o quasi nel giro di compagnie di quel delinquente, se non direttamente insieme a lui.

– Che tu ammiravi, se non ricordo male.

– È vero, ma non mi sono mai compromesso con quello là, almeno non tanto da restarci incollato.

– Lo so, è per questo che ti ho telefonato. Sapevo che tu lo avevi frequentato e speravo che mi potessi aiutare a rintracciarlo per parlargli di persona. Ti prego non guardarmi con quella faccia.

– Non sto facendo nessuna faccia.

– Beh, diciamo che ti leggo nel pensiero.

– Beh, allora dovresti legger qualcosa di diverso – disse Evaristo assumendo un’espressione da gattone che sta facendo le fusa.

– Dai, non fare lo scemo, sono in una specie di guaio e tu puoi darmi una mano.

– In che cosa?

– Devo mettermi in contatto con il Cazzarola.

Evaristo fece un’espressione molto seria poi disse:

– Guarda che quello adesso gioca con la seria A della delinquenza, se allora poteva considerarsi un tipo pericoloso adesso non è più questione di considerazioni, ora lo è per davvero.

– Se tu lo dovessi contattare sapresti fornirmi un numero di telefono per parlargli…

– Cosa credi che sia come prendere appuntamento dal dentista? Non si parla direttamente con lui, è più facile telefonare al Quirinale e chiedere di parlare al Presidente della Repubblica. Uno come lui si tiene a galla restando nell’ombra.

– Ma tu potresti trovare un contatto? Sono sicura che se gli fai sapere che l’ho cercato io si farà vivo.

– Cosa che sarebbe meglio evitare. In che guaio ti sei cacciata?

– Anche volendo non sarei in grado di spiegartelo però ho necessità di parlare con quel tipo.

– Che tu ne sia innamorata non ci credo nemmeno se me lo giuri.

– Ma cosa dici? Niente di tutto questo, voglio al contrario togliermelo dall’esistenza per il resto della vita e l’unica maniera può essere un confronto diretto, ci sono cose che devo sapere da lui e solo lui può rispondere alle mie domande.

Evaristo si guardò intorno come se cercasse di distrarsi da una richiesta poco conveniente per entrambi, poi si voltò verso Mina e le disse:

– Quando vorresti incontrarlo?

– Oggi stesso. Tu dovresti fargli sapere che questa sera ad una certa ora mi troverò in un certo locale e poi farmi avere la sua eventuale conferma. Come vedi non è necessario telefonargli direttamente e se lui lo saprà sono certa che si farà vivo.

– A costo di ripetermi… cosa che sarebbe meglio evitare, ma se proprio devi forse posso. Dammi il tuo numero di telefono.

– Il mio numero di telefono te lo do però ti avverto che lo terrò spento perché ci sono persone con cui non voglio parlare almeno fino a quando non avrò chiarito qualcosa. Facciamo così, tu contatti chi devi, prenditi il tuo tempo e poi questa sera sulle sette e mezza o le otto ti chiamo io e tu mi darai l’eventuale conferma o le necessarie variazioni che il soggetto avrà preteso.

Ci fu una breve pausa di silenzio imbarazzato; a nessuno dei due piaceva ricordare queste vecchie storie, neanche poi tanto vecchie considerata la loro età ma nessuno fra Mina e Evaristo voleva ripensarle per davvero e la conversazione aveva tirato in ballo cose di cui non avrebbero mai parlato con conoscenti e amici di ora, non per una presupposta facciata presentabile dietro cui ripararsi, quanto per evitare quel vago senso di nausea che certi ricordi fanno venire se tirati in ballo all’improvviso e senza nessun preallarme. Mina per trarsi da un senso di impaccio improvvisò una domanda che la incuriosiva per davvero e a cui non aveva mai avuto modo di trovare risposta.

– Non ho mai capito perché lo chiamano il Cinese – disse rivolta ad Evaristo come se stessero parlando di un soggetto estraneo ad entrambi, e che magari lo era anche ma tentava di non esserlo ad ogni occasione possibile.

– Credo che dipenda dal fatto che quello è il tipo che sta seduto sulla riva del fiume a guardare passare i cadaveri che qualcuno dei suoi sgherri butta nel fiume più a monte, dopo che glieli ha condotti o fatti condurre tramite le sue tresche, ma queste sono solo congetture e in fondo a chi gliene importa qualcosa del soprannome di colui che ti butta nella merda? È l’ultima delle preoccupazioni.

Evaristo sospirò e la guardò di sguincio, di quello sguardo tra il simpatico e il burbero. Mina sorrise, si accomodò diversamente sulla panchina, poi spiegò i dettagli necessari e senza perdere tempo ulteriore si alzò richiamando Evaristo che la seguì e insieme si diressero alla metro.

Prossimamente il quarantatreesimo capitolo

Una storia italiana – Romanzo a puntate (41)

romanzo a puntate (41)

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Questo romanzo, ambientato fra Milano e Genova nel luglio del 2001, è un’opera di fantasia. I personaggi, i luoghi nominati e gli eventi che vi si svolgono sono inventati, gli eventi e le persone eventualmente reali, che fanno da sfondo alla narrazione come ai personaggi, sono tratti da fatti di cronaca riportati dai notiziari o dai quotidiani e liberamente interpretati a fini creativi e immaginari. Ogni altro e qualunque riferimento a persone, luoghi, cose, eventi realmente esistiti o esistenti è puramente casuale e/o esclusivamente funzionale ai fini immaginari della narrazione. Ogni deduzione o interpretazione storica, filosofica o letteraria è meramente funzionale alla narrazione romanzesca quale opera di fantasia.


Una storia italiana

Capitolo XLI°

(41)

Milano

Sabato, 21 Luglio 2001

Il dott. Gridero non aveva trascorso una buona pausa pranzo, brutti presagi vorticavano nella sua immaginazione, in condizioni normali, ammesso che per uno della sua posizione la definizione “condizioni normali” possa avere un senso, avrebbe in qualche modo gustato quella passeggiata per recarsi in qualche posto a mangiare qualcosa e ritornare poi alle sue occupazioni, che d’altronde fino a quel momento non avevano mai avuto nulla di speciale né avevano suscitato particolari attenzioni, ora d’improvviso qualcuno e qualcosa di sconosciuto si interessavano a lui e a ciò che avrebbe eventualmente deciso o intrapreso, e si rese conto che la legge è uguale per tutti fintanto ché riguarda dei poveri disgraziati, poi, quando eminenti personaggi cominciano a presentire che potrebbero essere tirati in ballo a giustificare certe cosucce la legge diventa un po’ meno uguale, e non si era ancora parlato di galera, nessuno aveva mosso un dito contro alcuna persona né aveva fatto nomi, né erano state propalate notizie o accenni a persone autentiche, solo un’ordinaria routine di indagine aveva messo in allarme oscure trame e spionaggi che ancora non aveva capito da che parte arrivassero né verso cosa puntassero, l’unica cosa che gli risultava chiara era che nel bel mezzo della situazione ci stava proprio lui, e senza nessuna idea in testa riguardo a cosa, come, dove o chi potesse essere così interessato o minacciato da qualcosa che nemmeno lui aveva ancora capito, benché qualche lumicino gli si fosse acceso durante il colloquio con l’Antonnomi e in quella visita nell’atelier del Vanzi, che gli era costata una bella foto ricattatoria.

foto ricattatoria

L’allusione del Pattichepi l’aveva quasi steso, quella battuta sui suoi incarichi e competenze dimostrava che potevano ascoltare ciò che veniva detto nel suo ufficio, davvero una brutta situazione; sentì di avere urgenza di contattare il comm. Bellosi, se non altro per metterlo al corrente degli sviluppi e decidere qualcosa per pararsi da ulteriori interferenze. Non avrebbe potuto telefonargli subito, far trillare il cellulare di un poliziotto mentre è impegnato in una perquisizione più o meno abusiva non è un’astuzia da mettere in atto, ammesso che tenesse il telefono acceso e il solo pensiero di ritornare in ufficio gli dava un vago senso di nausea, decise di prendere un autobus o un taxi e recarsi al commissariato di appartenenza del Bellosi e chiedere ai suoi colleghi di rintracciarlo e farlo rientrare in sede appena possibile, loro forse avrebbero saputo come contattarlo e se ne era il caso.

Il commissariato era chiuso, gli uffici aperti al pubblico avevano terminato il loro orario e dovette mostrare il tesserino del tribunale e farsi riconoscere dal piantone, che pareva piuttosto dubbioso sulla convenienza di farlo entrare o meno, poi un graduato venne a sbirciare che cosa stava succedendo e risolse la situazione facendo accomodare il dott. Gridero nella differente calura della stazione di polizia, dove non c’era parvenza di aria condizionata. Qualcuno lo accompagnò presso l’ufficio del Bellosi, che era poco meno accogliente del suo ma ugualmente imbrattato di scartafacci, faldoni, cartelle, fogli sparsi ammucchiati dove possibile. Si tolse la giacca e si accomodò su una sedia davanti alla scrivania che doveva essere del commissario, si guardò intorno predisponendosi ad una certa attesa, un altro graduato venne a chiedergli se poteva essergli d’aiuto e il dott. Gridero gli disse che aveva urgenza di parlare con il Bellosi, questi gli rispose che aveva comunicato via radio che stava rientrando e che sarebbe stato lì a minuti, cosa che gli consentì un minimo di rilassamento.

L’informazione si rivelò esatta, non trascorsero che pochi minuti quando riconobbe la voce del commissario ed un’altra che gli parve quella di Aldo. Il Bellosi fu stupito di vederselo nel suo ufficio e il Vassura non di meno, avevano già in mente di recarsi dal dott. Gridero dopo avere depositato i magri frutti della loro perquisizione e invece se lo ritrovarono lì seduto con un’aria severa e uno sguardo cupo che chiedeva immediata riservatezza per comunicare qualcosa di veramente nuovo. Nessuno dei tre disse nulla, il Bellosi fece il giro della scrivania e si andò a sedere al suo tavolo, Aldo restò in piedi in un atteggiamento di defilata attenzione.

– È successo qualcosa? – chiese il comm. Bellosi.

Il dott. Gridero si guardò intorno, il commissario capì al volo.

– Qui possiamo parlare.

– Ne è sicuro? – insistette il magistrato.

– Abbastanza.

Il dott. Gridero fece una risatina smorta e disse:

– Discretamente realistica come risposta.

– Vuole che usciamo?

– No, tanto non c’è un gran ché da dire che non sia già stato detto e conosciuto.

– Si spieghi meglio.

– Il mio ufficio è intercettato… microfoni o qualcosa del genere. Qualcuno è a conoscenza di tutto ciò che ci siamo detto.

– Qualche sospetto l’avevamo, devo mandare qualcuno a bonificarlo?

– Non avrebbe senso, li faremmo solo divertire di più. Ciò che dobbiamo fare subito è capire se possiamo continuare, e non intendo se lo vogliamo, ma proprio se lo possiamo…

– In che senso?

– Nel senso più concreto che si possa immaginare. Abbiamo davvero qualcosa su cui lavorare? Perché a questo punto non è troppo fuori luogo l’ipotesi che ci possano usare per dirigerci dove vogliono, farci arrestare qualcuno che paghi per tutti o farci fare una figura di merda che ci metta fuori gioco per un bel po’ di tempo. Che cosa abbiamo in mano?

– Al momento nulla o quasi.

– Che cosa avete trovato nell’alloggio della Bonfanti?

– Cinque o sei grammi di cocaina, che in virtù dell’accessibilità praticamente aperta a chiunque in quel posto non significano nulla e forse non sono nemmeno della donna, erano stipati fra l’infisso di una finestra e il muro, se fosse stata roba sua non se la sarebbe messa in casa, con tutti i possibili nascondigli che ci sono in quell’edificio…

– Nient’altro?

– Riferimenti al Gaudenti e al Dabbono, che secondo me sono due pedine in mano alla donna.

– Da cosa lo deduce?

– Una sensazione, un’idea, e una reale connessione del Gaudenti con la Bonfanti e con il Dabbono. Secondo me il Dabbono è una mezza calzetta che viene utilizzato a seconda degli scopi, alternativamente dal Gaudenti e dalla Bonfanti, e in questa situazione non andiamo da nessuna parte, queste relazioni non ci connettono né con l’Antonnomi, né con il Cazzarola…

– Né con la Brigonzi. Siamo fermi al punto di partenza, però abbiamo una quasi certezza di traffico di stupefacenti…

– Insignificante, può averla fornita chiunque, anche se con i soggetti che abbiamo sott’occhio tutto sembra puntare sul Cinese.

– Che adesso sta facendo cosa?

– Rino non ci ha più chiamati, probabilmente è ancora sulle sue tracce, se lo avesse perduto me lo avrebbe fatto sapere. Non ci vuole dire come ha fatto ad accorgersi di essere sotto controllo?

Il dott. Gridero alzò le sopracciglia in una maniera sconsolata tirando un sospiro, poi disse:

– Se pensate che sia necessario…

– Potrebbe esserlo.

– Beh, non solo siamo spiati ma a dirla tutta anche minacciati.

– E da chi?

– Da qualcuno che difende persone importanti, e badate bene che nessuno di noi li ha mai nominati né tirati in ballo nemmeno per sbaglio, a parte l’Antonnomi, ma quello ci si è praticamente buttato.

– Chi è che l’ha minacciata?

– A questo livello non si parla di minacce, ma di consigli, informazioni, gentili suggerimenti…

– Da parte di chi?

– Lei non può non essere a conoscenza di quello studio legale, Brattagamo e Pattichepi, beh, quella coppia di legulei si è esposta nei miei confronti a tutela di qualcuno che sembra stiamo importunando.

Copertina di libro

– Di certo non stando addosso al Cinese o al Gaudenti.

– No, ma c’è un legame che conduce da questi a qualcosa di più complesso…

– La Brigonzi!

– E adesso vai a dimostrarlo… ci potete giurare che in questo momento sono già al “liberi tutti”, ognuno penserà per sé e i loro avvocati a coprirgli le spalle, poi fra un po’, calmate le acque tutto ricomincerà come prima, mi domando che cosa stiamo inseguendo e se abbia un senso…

– Oh… il senso ce l’ha ma non riusciamo ad afferrarlo completamente…

– Beh, per conoscerlo il senso lo conosciamo, ma non abbiamo alcun elemento certo…

– E se proviamo ad entrare nel serraglio della Brigonzi ci appendono per i piedi alla Madunina.

– E non siamo nemmeno sicuri di poter mollare perché se chiudiamo qui, vale a dire senza concludere alcunché, senza portare in giudizio nessuno, questi penseranno in eterno che li vogliano incastrare e non ci molleranno fintanto che non ci avranno sputtanato per bene, noi sappiamo qualcosa di loro che loro pensano di non conoscere fino in fondo, altrimenti non avrebbero mandato in avanscoperta i loro cani da difesa, a questo punto noi rappresentiamo comunque una minaccia per tutti quelli che si ritengono coinvolti, che di certo non sono né pochi, né spaventati, né sprovveduti. Cercheranno di tenerci sotto controllo, metteranno le nostre vite a soqquadro per cercare qualunque appiglio che ci dimostri come degli idioti, altereranno ogni possibile verità per farla apparire come una specie di accusa nei nostri confronti… Per la gente ordinaria gli avvocati servono a difendersi in tribunale o nelle cose della vita, per i ricchi e i potenti servono a pianificare l’evasione della legge o l’attuazione delle loro fantasie perverse…

– Sta fantasticando troppo dottò… – disse Aldo permettendosi di interromperlo.

Il dott. Gridero lo guardò con un tiepido sorriso poi disse:

– Sono vecchio abbastanza per sapere dove finisce la fantasia e dove comincia la realtà e poi in fondo nella vita non succede nulla che sia davvero impensabile, la realtà è un’affermazione della fantasia, una fra le tante possibili.

Locandina di film

Il dott. Gridero si alzò in piedi, pareva volesse cercare uno spazio per fare due passi ma la stanza era angusta e Aldo, in piedi vicino alla finestra, rappresentava un limite alla superficie calpestabile, se ne rese conto e finse di voler guardare fuori dalla finestra, da cui si vedeva un cortile interno senza troppe attrattive, invertì la direzione, camminò fino alla porta come se volesse uscire e invece fece marcia indietro di nuovo ripercorrendo in silenzio e per alcune volte lo stesso breve tragitto sotto gli sguardi un po’ imbarazzati di Aldo e del commissario, il quale interruppe la sua passeggiata in loco per chiedergli:

– Che cosa le hanno detto di preciso?

Il dott. Gridero senza smettere quel breve andirivieni gli rispose:

– Sembra che qualcuno stia per pagare per qualcosa che abbiamo messo in moto noi.

– Affermazione molto vaga, e comunque noi – e fece una pausa per sottolineare l’importanza di quel “noi” – non abbiamo tirato in ballo nessuno.

– È questo che non capite, non sto fantasticando, non mi sto inventando nulla. È tutto reale, è tutto in azione adesso. Immaginate lo sconquasso che può provocare una informazione sbagliata, uno scherzetto come quelli che mi hanno fatto pervenire – e indicò la borsa dove se ne stavano ancora immagazzinati il disegnino e la foto nel laboratorio del Vanzi – immaginate l’agitazione che può mettere in moto in qualcuno che ritiene di avere qualcosa da recriminare a sé stesso e non si sente per nulla tranquillo già di per sé perché non può dare spiegazioni, perché può avere qualcosa non dico da nascondere ma di poco divulgabile e si sente improvvisamente scoperto e accusato nascostamente da qualcuno a cui non può rispondere nulla perché non sa chi è, né cosa vuole…

Il Nulla – Immagine d’archivio.

– Non possiamo farci carico di queste responsabilità – disse il commissario.

– In termini giudiziari, ma in termini umani? Siamo sicuri che non coinvolgerà qualcuno che conosciamo e che non possiamo difendere? O ancora… siamo dalla parte giusta se permettiamo questo? Anche nei confronti di uno sconosciuto?

– Il mondo è questo dott. Gridero – disse serio il commissario – lo ha detto lei poco fa, la realtà è un’affermazione della fantasia e in questo contesto è molto difficile trovare delle responsabilità dirette in merito a ciò di cui sta parlando, ciascuno si fa un’immagine del mondo e della propria vita di cui gli altri non ne sono responsabili o non possono essere chiamati in causa, specie nella nostra professione, se ci mettessimo a valutare queste cose neanche i peggiori delinquenti verrebbero mai scoperti.

– Forse mi sto preoccupando troppo per nulla – disse il dott. Gridero sedendosi di nuovo – forse dobbiamo limitarci a fare ciò per cui siamo pagati senza porci troppe domande, se ci si può riuscire.

Aldo e il commissario Bellosi percepirono la tensione che stava animando il dott. Gridero e cercarono di allentarla un po’ deviando la conversazione.

– Dopo tutto qualcuno vuole che la giustizia sia questo, una mera esecuzione – disse il commissario quasi fra sé – le cose vanno avanti più o meno così da sempre.

– Si certo – soggiunse il dott. Gridero senza lasciarsi deviare dalle sue congetture – la società ha dato parvenza fisica al bene e al male mettendo la divisa a ciò che si ritiene il bene ma non dobbiamo dimenticare che è una convenzione. Mettendo un segno distintivo a ciò che si ritiene il bene e lasciando nel vago ciò che è il male si lasciano spazi sconfinati al comportamento malvagio, tutti i peggiori atteggiamenti criminali avvengono nella zona grigia tra quello che riconosciamo apertamente come il bene e il male; in buona sostanza se hai bisogno di imparare a memoria i dieci comandamenti per ricordarti di non rubare o non ammazzare non sei proprio a posto e anche sapendoli perfettamente a memoria ti restano spazi di manovra incredibili perché conta solo ciò che appare, è su questo che contano “quelli”. Noi siamo dietro a quel distintivo della legge, loro hanno a disposizione tutto il resto e ci sguazzano con perizia. Il Codice Penale può essere interpretato a rovescio per muoversi nel crimine, è impossibile definire tutti i crimini. L’omicidio perfetto può essere per esempio il suicidio e il furto perfetto un’estorsione che non lascia traccia.

– Ogni crimine lascia una traccia – suggerì il commissario.

– Non quelli che stiamo combattendo ora. La coca, e tutti i traffici correlati porteranno forse qualcuno in galera ma non sgomineremo alcun crimine organizzato, tutto ricomincerà da capo, sulle solite basi, che non saremo mai in grado di identificare.

Aldo e il commissario si guardarono un momento, capivano che il magistrato era troppo sotto pressione, che sentiva sulla propria attività un peso che non aveva mai portato prima e cercarono di distrarlo per quello che potevano.

– A proposito di quello studio che ha nominato – disse Aldo – un informatore mi ha fatto capire, badate che non lo ha detto me lo ha solo fatto capire, che uno dei loro giovani collaboratori, di cui ancora non conosco il nome, potrebbe essere in comunicazione con il Cazzarola…

– Tanto per semplificare le cose – ironizzò il dott. Gridero.

– … e ci sarebbe una certa collaborazione reciproca della quale i due avvocati potrebbero non esserne all’oscuro – terminò Aldo.

Il dott. Gridero guardò il commissario Bellosi come se si aspettasse una risposta o una decisione, poi visto che il commissario non fiatava perseverò nell’ironia:

– Ecco, vedete come stanno le cose? Sembra che… mi ha fatto capire…, badate che non ha detto… ha fatto capire che potrebbe… “essere”, eccetera, eccetera. Sig. Vassura lei è un tipo simpatico ma noi qui abbiamo bisogno di qualcosa di più.

probabilità

– Rino non ha ancora chiamato, per esempio. Siamo ancora sulle tracce del Cazzarola – intervenne il commissario Bellosi.

– Nessuna nuova buona nuova – aggiunse Aldo.

– Sì, buona per i merli – disse il dott. Gridero che ormai stava dilagando nel sardonico, e infatti si giustificò – scusate, questa non la dovevo dire ma oggi è proprio una brutta giornata. Forse è meglio che mettiamo i piedi per terra e facciamo il punto della situazione senza farci prendere la mano da congetture assurde.

Aldo prese una sedia e assecondò con immediatezza le intenzioni del dott. Gridero disponendosi ad ascoltare e contribuire se possibile.

– Dunque – disse il dott. Gridero dopo un lungo sospiro – tutto ciò che abbiamo sembra focalizzarsi su questo Cazzarola, che non ha precedenti.

– Però ne hanno alcuni dei suoi e i nostri colleghi possono raggiungerli con una certa facilità, magari non sempre e non in ogni occasione…

– Va bene, allora vediamo di non farcelo sfuggire, se quello ci combina qualcosa sotto al naso siamo fottuti, perché qui, anche se nessuno ci dice nulla tutti sanno a cosa stiamo dietro e ho un vago sospetto che anche questo tipo dal nome cazzuto non sia poi così male informato. Se sono veri tutti i sospetti che gravano su di lui c’è da domandarsi come ha fatto a farla franca fino ad oggi. Ah, a proposito sig. Vassura, veda di reperire qualche informazione in più su quel tizio che pare e che sembra, perché non vogliamo lasciare credere a quei legulei che siamo tonti; forse non condurrà a nulla ma in appropriata sede informale vorrei avere anch’io qualche asso da mettere sul tavolo.

Aldo e il commissario si guardarono in faccia, il dott. Gridero pareva avesse recuperato in fretta una certa animosità e voglia di intervenire e non lasciarsi sopraffare.

– Un’altra cosa… quel Gaudenti e quel Dabbono frequentano la Statale in Via Del Perdono, come quella Calludole, non sarebbe il caso di ficcanasare un po’ anche da quelle parti? Abbiamo degli informatori fra gli studenti o fra i professori?

– Non so, possiamo sentire da altri colleghi.

– Sì ma senza fare troppa pubblicità, trovate dei motivi che non richiamino ciò che stiamo indagando.

– Beh… se le cose stanno come dice lei sarà una cosa abbastanza improbabile tenere coperto ciò che stiamo indagando, se dobbiamo fare delle domande, e chiunque sia quel qualcuno a farle al posto nostro, quel qualcuno ci collegherà a tutto il resto…

Il commissario aveva ragione, muoversi senza essere notati era ormai una cosa inattuabile, c’era un’attenzione, anzi quasi una sorveglianza particolare sui loro movimenti e su ciò che si dicevano. Senza perdere la presenza in sé e la connessione a ciò di cui stava discutendo con il Bellosi e il Vassura, il dott. Gridero si immaginò improvvisamente promosso pretore in qualche centro a un’ora o due di aereo da Milano. Il commissario gli parlava e il Vassura ascoltava attentamente volgendo il capo ora verso di lui ora verso il suo diretto superiore e allargò i suoi timori sui collaboratori che si trovava davanti immaginandosi il gruppo del Bellosi smembrato in lontane e incomunicabili sedi distaccate, precedenti non ne mancavano, quei ragazzi erano troppo vispi e pronti di spirito per non essere invisi a qualcuno che detesta il buon umore, e nelle alte sfere una certa prontezza d’animo, dove non è il caso di tirare in ballo la felicità che è sempre sospetta e comunque un po’ fuori luogo in quella professione, la si vuole come prerogativa per sé, i sottoposti devono essere necessariamente ottusi, sotto-posti appunto.

– … trovo strano che Rino non si sia ancora fatto seminare – disse il commissario irrompendo con il sonoro nell’attenzione un po’ preoccupata e deviata del dott. Gridero – in altre occasioni il Cazzarola ha fatto perdere le sue tracce come voleva e senza darsi troppo daffare, vero è che non abbiamo mai calcato la mano, perché è incensurato, perché anche noi abbiamo sospetti di certi suoi agganci, eccetera, eccetera, … ho una certa idea che stia pianificando qualcosa, non è da scartare l’ipotesi che ha detto lei poco fa.

– Cioè? – chiese con curiosità il dott. Gridero.

– Che ci vogliano buttare un osso da spolpare e deviarci dal resto della ciccia.

– Non possiamo tirarci indietro, non a questo punto, e comunque c’è la possibilità che qualcuno compia un passo falso…

– Molto remota, comunque non molliamo.

– No – disse deciso il dott. Gridero.

Prossimamente il quarantaduesimo capitolo

Una storia italiana – Romanzo a puntate (40)

romanzo a puntate (40)

Copyright © Eric Bandini 2010

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Questo romanzo, ambientato fra Milano e Genova nel luglio del 2001, è un’opera di fantasia. I personaggi, i luoghi nominati e gli eventi che vi si svolgono sono inventati, gli eventi e le persone eventualmente reali, che fanno da sfondo alla narrazione come ai personaggi, sono tratti da fatti di cronaca riportati dai notiziari o dai quotidiani e liberamente interpretati a fini creativi e immaginari. Ogni altro e qualunque riferimento a persone, luoghi, cose, eventi realmente esistiti o esistenti è puramente casuale e/o esclusivamente funzionale ai fini immaginari della narrazione. Ogni deduzione o interpretazione storica, filosofica o letteraria è meramente funzionale alla narrazione romanzesca quale opera di fantasia.


Una storia italiana

Capitolo XL°

(40)

Milano

Sabato, 21 Luglio 2001

La Brigonzi da un paio di giorni era in crescente agitazione, qualsiasi cosa facesse, dicesse, pensasse o intraprendesse la lasciava insoddisfatta e la piantava a metà per dedicarsi a qualcos’altro che sul momento le pareva più rilassante, benché non avesse alcuna voglia di rilassarsi, ché anzi, si stizziva per un nonnulla con le persone che aveva intorno, per fortuna che il negozio in quel periodo non era molto frequentato altrimenti non si sarebbe fatta una buona pubblicità, perché la Wanda non era mica una che te lo mandava a dire e se le frullava per la testa qualcosa di scorbutico nei tuoi confronti, qualunque e chiunque fosse questo “tu” ipotetico, mollava ciò che aveva per il capo per tramite di quella sua bocca spiccia senza tanti complimenti e anche con un po’ di folclore, perché il meneghino lo conosceva bene, anche nelle sfumature colorite e sconvenienti.

fashion

Le sue ragazze ufficiali, quelle per cui pagava regolarmente tasse, contributi e tutte le seccature finanziarie al completo per una parvenza di commercio autentico, l’Angela e l’Aurelia per intenderci, le stavano a distanza quanto più potevano ma un negozio per quanto grande e per quanto suddiviso in reparti, uno per uomo e uno per donna, non è mica una metropoli e prima di sera ci si pesta i piedi infinite volte. Però le due ragazze avevano imparato ad aggirare o almeno ad ammorbidire questi suoi periodi e soprattutto avevano imparato ad evitare di parlarne perché la donna non era il tipo da confessioni quanto piuttosto quello che fa confessare e l’ultima cosa da fare era quella di andare a cercare il suo lato pietoso per farle dire cosa c’era che non andava. Una volta Angela agli inizi del suo impiego in quel negozio si era permessa di chiedergli cosa ci fosse che non andava, avendola notata pensierosa e cupa, e s’era beccata un “và [a] dà via i ciàp” secco come un fulmine che ti scoppia a meno di cento metri e da allora non s’era più piccata degli stati d’animo della sua datrice di lavoro e ci stava pure bene attenta a non farsi vedere strafottente, però le due commesse sapevano anche che erano periodi transitori, perché normalmente Wanda appariva e si comportava come una lady, benché tenesse bene nascosto un cuore da scaricatore di porto e un coraggio che si concretizzava in soluzioni di problemi ardui o addirittura impossibili, e considerate le attività che si sovrapponevano nella sua vita le occasioni per dare prova di superiori capacità amministrative e direttive non erano mancate e non mancavano tutt’ora, e per questo tutte le ragazze le portavano rispetto, e forse ne avevano anche un po’ paura, benché i privilegi che avevano in contraccambio, leggi pecunia, bei vestiti e serate in luoghi esclusivi, rappresentassero un buon stimolante agli affari e per il sopportamento del loro punto di riferimento.

In quel momento il negozio era chiuso, Angela e Aurelia se n’erano andate per la temporanea chiusura del mezzogiorno, Wanda aspettava le sue Lanze e aspettava anche un’altra persona, una certa Ambra Invernizzi, di cui aveva saputo che era caduta nel gorgo del Cazzarola e aveva saputo anche che la tipa, l’Ambra Invernizzi, era una tosta più o meno come lei, una abituata a sguazzare nelle rogne per tenere a galla un business più per orgoglio che per desiderio di autentica ricchezza e si aspettava alcune dritte per farsi un quadro il più possibile rispondente alla realtà, non che avesse intenzioni di agire direttamente contro qualcuno o contro qualcosa, il suo metodo era quello dell’ammorbidimento, dell’aggiramento, dello spostamento gentile, quasi impalpabile ma efficace, un metodo che la teneva a galla da anni e che non avrebbe deluso anche in queste nuove e inedite circostanze, si trattava solo di capire bene e quanto più esattamente possibile chi andava evitato, chi andava circuito, chi adulato, chi corrotto (perché poi una spintarella ci vuole sempre), chi spaventato (senza violenza beninteso, perché quella fa sempre rumore), chi offeso, chi perdonato, insomma, la Wanda nei suoi affari era un po’ l’Armageddon, il giudizio di fine di mondo, e chi doveva intendere intendeva, a volte con un po’ di insistenza ma poi tornava la serenità con il solito tran-tran che rendeva tutti, o quasi, felici e soddisfatti.

Lanzichenecchi

Questa volta però le cose gli apparivano ingarbugliate, c’erano dei riscontri che non gli tornavano, delle pedine nuove che non sapeva come inquadrare e delle pedine vecchie che facevano cose nuove di cui non riusciva a comprenderne gli scopi, aveva la sensazione che la situazione le stesse sfuggendo un po’ di mano, anche certuni dei clienti, quelli di notte per intenderci, le pareva avessero un’espressione insolita e come un’ombra di preoccupazione e si sentiva come in colpa per non potere dare le giusta felicità a qualcuno così disposto a fruire dei suoi servigi tramite le sue Lanze; sensazioni, dubbi, qualche certezza, e un concreto timore che qualcuno non bene accetto le avrebbe messo gambe all’aria il suo bel giro di affari; lontano lontano le pareva di sentire il rombo di una tempesta che si stava avvicinando, poi si faceva animo e si diceva che nessuno avrebbe avuto il coraggio di mettersi contro di lei, e soprattutto contro la sua stimabile – e per certi versi anche temibile – clientela, troppi santi sarebbero dovuti cadere per la gloria di un anonimo qualcuno e questo il mondo non lo avrebbe permesso.

L’Ambra Invernizzi aveva un discreto po’ di anni in più della Wanda, era praticamente in età da pensione; abbastanza, o anche molto in età da pensione, ma ci teneva ad un certo aspetto giovanile, benché certe parti del suo corpo cominciassero a spenzolare senza rimedio, però vista da dietro e da lontano mostrava ancora un discreto mandolino, seppure un poco irrigidito nel portamento, ma certi maschietti ogni tanto ci cascavano ancora e di quando in quando subiva degli abbozzi di intortamento a cui si prestava con un certo spirito e consapevole della sua età non si stupiva se certuni dopo averla esaminata dappresso si mostrassero imbarazzati nel cercare una scusa per defilarsi e certi altri si defilassero direttamente di corsa; tuttavia il suo fisico snello e la sua chioma leonina e fluente le consentivano ancora di classificarsi in quella categoria un po’ evanescente che di solito, un po’ per cortesia un po’ per civetteria, gli uomini definiscono una “piacente signora”, lasciando molto nel vago la piacenza per sottolineare la signora, termine che in Italia non definisce una giovane propriamente detta, per cui quando qualcuno le appioppava quell’epiteto formale e abbastanza televisivo si sentiva sempre d’un colpo tutti gli anni che la carta di identità indicava senza bisogno di interpretazioni.

L’Ambra si presentò all’appuntamento dal retro del negozio e la Wanda, che vi si era già piazzata in attesa della sua ospite e delle sue ragazze, le andò incontro. La loro non era una vera amicizia, ma molto concretamente una mera concordanza di interessi coadiuvata da una propensione alla complicità per coalizzarsi a propria difesa nei confronti di qualcuno, e i presupposti per le convenienze reciproche c’erano tutti. Nessuna delle due si perse in smancerie, lasciando i bacini-bacini e le smorfie alle giovani che sarebbero arrivate a momenti. La Brigonzi, a cui Ambra aveva anticipato qualcosina per telefono, volle sapere più dettagli possibili sulla presenza del Cazzarola nel suo esercizio la mattina del giorno precedente ma soprattutto voleva includerla nel suo piccolo esercito di Lanzichenecche per un’azione che non aveva ancora bene chiara in mente ma che avrebbe richiesto il supporto di e il ricorso a tutte le risorse disponibili.

Chinese Mask

Dopo poche frasi Wanda intuì che Ambra la mattina precedente non aveva avuto modo di captare granché del fatto che il Cazzarola bazzicasse i suoi affari in maniera così invadente, trasversale e misteriosa, tranne l’obbligo di intrattenerlo per il fatto che si era ritrovata a dovergli una certa sommetta, forse non tanto –etta; per cui detratta la contingenza degli interessi concreti del loro comune nemico, perché senza soldi nemmeno si cantano messe – e i soldi erano sempre argomento di questione -, la loro abilità consisteva nell’aggirare l’argomento pecunia per ripresentarlo da una posizione insospettabile e tipicamente femminile dalla cui prospettiva il contante conta relativamente. Senza per altro essere consapevole di questa loro complicità, il personaggio ambiguo che nel suo negozio si era incontrato con il Cinese e che Ambra aveva definito dott. Qualcosa, anche connesso con le segrete iniziative del Cazzarola non avrebbe condotto ad alcun risultato, anzi, la pavidità che l’Ambra aveva descritta alla Wanda riguardo al dott. Qualcosa avrebbe potuto complicare le vicende, non c’era nulla che potesse portare ad uno sbocco interessante, molto restava da verificare e alcune delle sue Lanze erano già arrivate. Solitamente Wanda lasciava corda al sonoro chiacchiericcio che si formava immediatamente quando più di due delle sue collaboratrici si ritrovavano insieme e Ambra, nonostante la differenza di età si mescolò volentieri e immediatamente alle ciarle.

Quando anche altre delle Lanzichenecche ebbero raggiunto il branco, e fu stimato sufficiente il numero delle presenze per ritenere valida la sessione, Wanda batté sonoramente le mani per richiamare all’ordine, e il silenzio fu immediato, tranne che per Ambra, la quale magari era anche un po’ sorda o forse più semplicemente non si riteneva una dipendente della Brigonzi, per cui continuava a chiacchierare con Jadranka guardandola dal basso in alto per la differenza di statura, poi la croata le suggerì il silenzio portandosi un indice alle labbra e Wanda impose il suo verbo in una parola:

– Novità?

Nessuna delle sue ragazze aveva autonomia d’azione, il vertice decisionale era lei e solo lei, a lei facevano capo le informazioni e poi emetteva le sue direttive. Le ragazze si guardarono in faccia un momento come a decidere chi avrebbe parlato per prima, poi Olga, guardandosi intorno come a non voler prevaricare nessuna delle sue amiche, disse:

– Penso di avere scoperto chi è quel tipo che ha agganciato l’Antonnomi, è un magistrato e…

L’Antonnomi nella sua posizione

– Roba vecchia, siamo già oltre, voglio sapere che cosa sta combinando il Cazzarola, perché è da quella posizione che possiamo temere qualcosa. Tu ne hai un’idea vero Ambra?

La Invernizzi, che nonostante l’età non era citrulla e sapeva da tempo che tipo di traffici intrattenesse la sua collega e non era per nulla scandalizzata anzi, non fosse stato per l’età avrebbe dato volentieri una mano all’incremento del business, si limitò a dire che aveva ragione e poi, come ricordandosene all’improvviso, aggiunse che dal display del cordless del suo negozio aveva accertato i numeri di telefono che aveva chiamato il Cazzarola, e porse un bigliettino alla matrona, la quale issò un’espressione soddisfatta e al tempo sorpresa artigliando l’informazione cartacea. Ancora le brillavano gli occhi quando disse, rivolta a nessuna in particolare e senza alzare lo sguardo, poiché era ancora intenta ad osservare i numeri scritti sul pezzo di carta come se stesse tentando di riconoscerne qualcuno:

– Dai nostri amici infernali? Novità? – disse buttando la domanda nel mucchio delle presenti e alzando poi il capo a scrutarle con cipiglio come a volere esprimere una severa necessità di risposta.

– Sì e no – rispose Simona.

– Spiegati.

– Il tentativo di agganciare la bella topolona è andato male, e adesso quella è una minaccia vagante.

– Questa mattina si è vista con l’Antonnomi – disse Bruna fra la diffidenza delle altre, che non l’avevano mai accettata pienamente, ma alla Brigonzi piaceva per la sua vasta ubiquità e il suo camaleontismo da perfetta opportunista, e soprattutto capiva le cose al volo, anzi di più, certe volte le anticipava.

– Ci fu un momento di silenzio, Wanda pareva pensosa e nessuna delle presenti osava interferire o interrompere le sue meditazioni, poi Wanda, come se stesse parlando a sé stessa disse:

– E l’incontro com’è andato?

– Mmh… non bene.

– Spiegati.

– Pare che la storia sia finita.

– Notizia certa?

– Da testimone oculare.

– Sarebbe stato meglio che fosse proseguita, avrebbe deviato un po’ di attenzione dalle nostre magagne. Non c’è nulla di meglio di una tresca sentimentale pulita per stornare certi sospetti, anche se non copre ogni cosa.

– Quindi Antonnomi lo teniamo coperto – chiese Maria.

– Come tutti i nostri clienti – precisò Wanda sbirciando Ambra come a volersi sincerare della sua omertà, della quale era certa di non avere bisogno di alcuna conferma, però ogni tanto è bene che l’occhio del padrone ingrassi un po’ il cavallo, poi proseguì:

– Sentite, qualcuno dobbiamo darlo in pasto a questi vogliosi della Giustizia e non sarà nessuno dei nostri clienti migliori, sarà quel buzzurro del Cazzarola.

Ci fu un brusio di eccitazione e di dubbio, le ragazze giovani e meno giovani, ché ormai si è tutti giovani poiché nessuno vuole essere vecchio – ammesso che basti la volontà –, cominciarono a parlare tra loro a mezza voce, brandelli di parole, accenni di dubbio smozzicati, timori rivelati in una tiepida imprecazione sommessa; Wanda le lasciò sfogare, e si apprestò a sentire le rimostranze. Le era chiaro fin dall’inizio che non avrebbe trovato consensi immediati perché lei un’idea di come muoversi se l’era già fatta, quel tipo spaventava e proprio per questo pensava di cogliere l’occasione per metterlo un po’ al suo posto e tenercelo accucciato per il maggior tempo possibile. Jadranka fu la prima a dissentire:

– Sei sicura? Quello conosce troppe cose.

– Beh… ne conosciamo anche noi e glielo faremo capire – e gettò una rapida occhiata a Bruna, che d’improvviso s’era ritrovata a giocare su due tavoli un gioco pericoloso e per certo non si sarebbe mai aspettata una simile decisione, il limite di certe convenienze stava per essere superato ed occorreva trovarsi nella posizione giusta, che è già un esercizio difficile, ma di certo la collocazione conveniente non è mai in mezzo al guado e allo scoperto di ogni parte in causa.

gioco d’azzardo

La Brigonzi, nel crescendo dei commenti di sottofondo aveva preso sottobraccio Bruna e con la voce più melliflua che poteva esprimere le chiese quasi sottovoce:

– Pensi che possiamo sganciare quel tipo e mollarlo in pasto alla polizia?

– Conosce i nostri contatti, i nostri amici infernali, e anche se non conosce tutti i dettagli non è il tipo a cui è necessario suggerire che due più due fa quattro, è con il suo aiuto che abbiamo tenuto d’occhio l’Antonnomi, è in contatto con Laszlo, forse non sa che sono qui e a fare cosa ma non gli ci vorrà molto a capirlo.

– È sufficiente che non sappia della nostra decisione, è sufficiente che ce ne stiamo buone per un po’, sono certa che non è su di noi che hanno piazzato la loro attenzione inizialmente, di sicuro vorrebbero includerci se potessero ma non gliene daremo l’opportunità, se vogliono qualcuno avranno il Cazzarola ma non i miei affari. Un’ultima cosa, cambia casa, quel posto non è più sicuro.

– Mi piace abitare in quel tugurio, sono praticamente la padrona, l’amministratrice – e sorrise a sé stessa, perché la Brigonzi era sempre poco propensa all’umorismo –, anche se è proprio un cesso di posto, comunque d’accordo, posso lasciarlo in ogni momento.

– E molla anche quel babbeo di studente, come si chiama…

– Bonbon, ma come fai a saperlo?

– Cocca, nella mia posizione sapere è tutto.

– Consideralo già mollato, e forse è meglio troncare anche con Laszlo, è troppo ammanicato con il Cinese.

– Stai cominciando a capire il senso del business, non c’è nessuna tra le mie ragazze che possa tenerti testa, anzi no, una c’è, Jadranka, quella è tosta davvero.

Bruna sbirciò la lungona lasciando cadere la conversazione, se Wanda aveva già deciso c’era poco da discutere, tranne i dettagli, e quelli seguirono.

– Dunque – richiamò all’ordine Wanda reclamando l’attenzione delle sue ragazze che si erano già distratte a chiacchierare –, come prima mossa vediamo di mettere un confine netto fra il Cazzarola, che tutte voi conoscete, e i nostri affari. In soldoni ciò significa che ogni riferimento che ci lega al tipo deve essere deviato sul tipo stesso in una specie di cortocircuito che conduca al Walter e a nessun altro, la nostra attività è ancora coperta, così pure i nostri clienti, perché quasi certamente non è su di noi che tutto è cominciato. Qualcuno vuole un capro espiatorio, noi glielo daremo. Dobbiamo fare molta attenzione perché qui nessuno è fesso, se ci girano intorno qualcosa hanno capito, l’importante è condurli ad un soggetto che faccia loro credere di avere chiuso la vicenda per potere continuare il nostro business, se vogliono scoprire un traffico di prostituzione gli daremo in pasto i papponi di periferia, tanto quelli sono sempre nel mirino, visto che praticano in strada, e il Cinese è uno dei loro amici preferiti, vero Jadranka?

bouc émissaire

– Vero! – disse la croata con fare serioso – però è anche vero che alcuni dei nostri clienti sono anche i suoi, per merci e forniture a volte differenti.

– Sì, d’accordo, ma non spetta a noi farglielo capire, altrimenti potrebbe fare su un casino, ci sarà tempo e modo, e molto presto, di fargli fischiare le orecchie. Esattamente per gli stessi differenti motivi.

– Non credo che ci sia tutto questo tempo, li abbiamo distratti con i disegnini e le minacce sataniche ma non ci staranno a pensare su in eterno, anzi, secondo me i nostri amici infernali – e Bruna fece una smorfia ridicola verso Wanda perché capisse dove voleva andare a parare – sono già scoperti, forse non direttamente indagati ma non possiamo più contare sul loro aiuto almeno per un po’, è vero che dobbiamo far calmare le acque ma non c’è tutto questo tempo e dobbiamo farlo da sole, o almeno senza il loro supporto, altrimenti ci scopriamo.

– Questo è vero – ammise Wanda facendo una pausa pensierosa – ma è anche vero che al momento di loro non abbiamo bisogno, tutto ciò che dobbiamo fare lo possiamo fare noi da sole e so anche da che parte farmi, grazie all’Ambra, che voi fino ad oggi non conoscevate – e la indicò con un cenno della mano – ma che ci può essere d’aiuto, anzi, già lo è stata – e rimirò il biglietto con i numeri di telefono che la vegliarda gli aveva dato poco prima.

Le ragazze guardarono la Invernizzi in silenzio senza sapere bene cosa pensare, essere ammesse a queste assemblee era una conquista inusuale, e una certa iniziazione – benché determinata dalla volontà totalitaria della Brigonzi – si era sempre rivelata necessaria, ciò che veniva detto fra di loro restava comprensibile solo per loro e per i loro interessi, ma se la Brigonzi aveva deciso di includerla doveva avere i suoi buoni motivi.

Jadranka prese la parola:

– Non so se possiamo permetterci tutta questa sicurezza.

– Cosa intendi dire? – inquisì la Brigonzi.

connection icon

– Che il nesso che il Cinese ha messo in moto, cioè la connessione fra noi e l’Antonnomi e che ci collega a lui, è ancora scoperto, visto che non siamo riuscite a isolare la sua bella topolona per giostrarcela a nostro vantaggio o sputtanarne la credibilità; tutto resta ancora da giocare.

– Direi piuttosto che tutto resta ancora da scoprire – rispose Wanda con determinazione – e noi non abbiamo dato alcun supporto alle sue decisioni, non sappiamo che cosa si sono detti l’Antonnomi e quel magistrato tutto d’un pezzo ma l’Antonnomi non deve avergli dato molto su cui lavorare mentre sulle attività del Cazzarola si aprono giustificati motivi di curiosità da parte della polizia. Noi non c’entriamo nulla con lui e lo abbandoniamo al suo destino, punto e basta.

– Non credo che sia così semplice – intervenne Claudia – abbiamo avuto degli scambi con lui e possiamo essere coinvolte.

– Chi ha dato ha dato e chi ha avuto ha avuto, e poi non credere che uno come il Cazzarola se ne vada a strombazzare tutti i suoi affari solo perché un magistrato vuole delle giustificazioni, non ne ha alcun motivo; per certi versi, anche se lo molliamo, le nostre convenienze sono anche le sue, ha tutto l’interesse a tenere coperto tutto ciò che può.

– Cosa diciamo ai nostri clienti se qualcuno ci cerca per delle seratine romantiche “in pubblico“? – chiese Claudia con una vocina innocente e un’enfasi esagerata sulle ultime due parole.

– Ditegli che siete impegnate per la zia, la nonna…

– Tutte quante insieme? – rispose Olga ridendo.

– Embè? Che ne sanno loro! Insomma ditegli quello che volete ma per un po’ niente tresche all’aperto e niente clienti in pubblico. E poi non sanno nulla di preciso, sanno di una o due di voi ma non hanno modo di dire se ci sia un business organizzato e la maggior parte di loro sono tutti talmente coglioni che neanche ci pensano ad una cosa del genere e il resto di loro sono così sposati che non parlerebbero mai al mondo. Riguardo a questo siamo state brave finora, si tratta solo di continuare con prudenza; almeno per un po’.

– Vorrà dire che me ne andrò in vacanza con il mio fidanzato – aggiunse Norma con una spensieratezza adolescenziale senza smettere di giocherellare con il crocifisso d’oro bianco che teneva al collo.

– Ecco, brave – aggiunse la Brigonzi – fatevi una vacanza… col fidanzato, col marito, col papà, con lo zio, con chi vi pare… ma per un po’ diradiamo i rapporti con i clienti. Dobbiamo scomparire temporaneamente e per il resto penso a tutto io, con l’aiuto di Bruna e di Jadranka.

Prossimamente il quarantunesimo capitolo

Una storia italiana – Romanzo a puntate (39)

romanzo a puntate (39)

Copyright © Eric Bandini 2010

Depositato come opera originale presso la S.I.A.E. – O.L.A.F. Deposito n° 2010001634 del 12/04/2010


Tutti i diritti sono riservati. È vietata qualsiasi manipolazione e/o alterazione, totale o parziale, dei contenuti di questo testo, ivi inclusa la traduzione in altre lingue senza previa autorizzazione della proprietà letteraria. È vietata la riproduzione a stampa senza previa autorizzazione della proprietà letteraria. È vietato l’utilizzo diverso, totale o parziale dell’opera, da quanto consentito tramite l’acquisizione legale di una copia con autorizzazione scritta della proprietà letteraria all’uso e/o commercializzazione. È vietata la riproduzione totale o parziale del testo di questo scritto in siti web senza l’autorizzazione della proprietà letteraria.



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Questo romanzo, ambientato fra Milano e Genova nel luglio del 2001, è un’opera di fantasia. I personaggi, i luoghi nominati e gli eventi che vi si svolgono sono inventati, gli eventi e le persone eventualmente reali, che fanno da sfondo alla narrazione come ai personaggi, sono tratti da fatti di cronaca riportati dai notiziari o dai quotidiani e liberamente interpretati a fini creativi e immaginari. Ogni altro e qualunque riferimento a persone, luoghi, cose, eventi realmente esistiti o esistenti è puramente casuale e/o esclusivamente funzionale ai fini immaginari della narrazione. Ogni deduzione o interpretazione storica, filosofica o letteraria è meramente funzionale alla narrazione romanzesca quale opera di fantasia.


Una storia italiana

Capitolo XXXIX°

(39)

Milano

Sabato, 21 Luglio 2001

Come da ordini del commissario Bellosi, Rino aveva lasciato i fidanzatini al loro destino e si era concentrato su Mefistotele. Con molta cautela e con una certa difficoltà – perché il soggetto era segnalato come uno piuttosto accorto e sospettoso -, rischiando di perderlo almeno un paio di volte per non avvicinarsi troppo e farsi così notare, poi verso Piazza San Babila, lungo Corso Venezia, lo aveva visto parcheggiare un centinaio di metri prima dell’incrocio con la piazza e in fretta e furia aveva a sua volta lasciato la macchina dove aveva potuto per avvicinarsi a piedi, rischiando di perderlo definitivamente se il soggetto avesse cambiato veicolo o fosse salito in macchina con qualcun altro, non ultima l’ipotesi della metro, che ha una fermata giusto all’angolo della piazza con Via Montenapoleone. Lo vide scomparire all’angolo di Corso Venezia con Piazza San Babila, verso il lato opposto alla chiesa che dà il nome alla piazza stessa e con molta apprensione si avvicinò più in fretta che poté, rallentando ad una andatura da pedone ordinario prima di svoltare a sua volta sotto al porticato dalle colonne lastricate di un marmo verdognolo e nell’ansia più dissimulata cercare il suo soggetto fra le persone in movimento e i colonnati dei palazzi moderni che circondano lo spiazzo.

Milano – zona Piazza San Babila, anni 60 (fonte WIKIMEDIA Italia)

La paura di essersi fatto seminare gli era diventata concreta, pensò a ritroso in quale momento aveva potuto dare sospetto di essere al suo inseguimento durante tutto il tragitto da Via Crescenzago, in quali istanti aveva avuto la sensazione di essersi avvicinato troppo, a quali incroci aveva svoltato troppo presto dietro alla sua macchina, poi riconobbe la sagoma del suo soggetto sotto il porticato sul lato destro della piazza rispetto alla sua posizione, vicino alla scala di accesso alla metro. La sua posizione era abbastanza buona, avrebbe potuto vedere se si fosse incontrato con qualcuno, e la possibilità c’era, il tipo se ne stava fermo guardandosi intorno, atteggiamento tipico.

Da Via Montenapoleone vide arrivare a piedi la Bonfanti, la vide svoltare sotto al porticato dove si trovava il suo soggetto e notò, nonostante la distanza, il sorriso che gli illuminò il volto quando lui la scorse, andarle incontro, abbracciarsi, baciarsi e guardarsi intorno come se stessero aspettando qualcun altro; la cosa si stava facendo interessante, il commissario Bellosi aveva intravisto qualcosa senza muoversi dall’ufficio. I due facevano coppia, questo era ormai fuori dubbio, sorridevano fra loro e per loro, come se fossero isolati dal resto del mondo quando invece si trovavano in una delle piazze più trafficate della città, cercò di non farsi prendere la mano da congetture di faciloneria e lasciarsi seminare dalla coppia, quelli però parevano intenti ad aspettare e la sua prudenza fu premiata quando vide salire dalla scala della metro – che si apriva sulla piazza giusto nella sua direzione -, un terzo soggetto, già noto anch’egli, guardare la coppia sotto al porticato vicino alla ringhiera della scala, salutarli con un gesto della mano come normali amici e ordinarie persone, mentre invece il terzetto testé riunentesi, benché incensurato tranne la Bonfanti – la quale aveva un precedente per resistenza a pubblico ufficiale durante la prima della serie delle rivolte agli sgomberi che aveva subito da parte della polizia e che lei aveva capitanato -, era una specie di associazione temporanea di delinquenza spicciola, ma forse non così minuta; ora le cose cominciavano a prendere un certo senso, magari incompleto e fondato su congetture però la presenza del Cazzarola insieme alla ribelle e a Mefistotele creava una congiunzione di eventi che potevano condurre da qualche parte; non spettava a lui trarre conclusioni, la cosa andava comunque segnalata e subito, come da preventiva richiesta del commissario Bellosi.

Carta dei tarocchi

Il commissario Bellosi si trovava nell’ufficio del dott. Gridero, con cui aveva pianificato l’organizzazione e i movimenti dei suoi agenti e insieme aspettavano conferme e notizie, l’azione aveva poche aspettative di riuscita, con gli scarsi elementi che avevano in mano non potevano sperare granché, però non avevano intenzione di mollare ed ogni conferma delle loro ipotesi, perfino in un attuale smacco, avrebbe potuto significare un passo avanti per qualche cosa di importante in un futuro non molto lontano se avessero saputo tenere le investigazioni ad un livello poco evidente, più che altro per la concorrenza interna perché i soggetti delle loro indagini apparivano in qualche maniera consapevoli di potere entrare in qualche indagine a qualunque titolo e apparentemente disinteressati della faccenda investigativa, troppo apparentemente. La telefonata di Rino incontrò una certa soddisfazione del commissario Bellosi e per estensione anche del dott. Gridero. Ora potevano fare qualche congettura in più e spostare le loro intenzioni in un terreno più concreto, ma non più sicuro.

– Pare che abbiamo elementi nuovi – esordì il commissario Bellosi, seduto davanti alla scrivania del dott. Gridero dopo avere risposto alla chiamata di Rino.

– Mi metta al corrente.

– Dunque… il Gaudenti Laszlo…

– Quello che voi chiamate Mefistotele – disse il dott. Gridero con un atteggiamento un po’ burbero.

Copertina di fumetto

– Devo lasciare un po’ di fantasia ai miei ragazzi, il lavoro a volte è pesante, ma lei come fa a saperlo?

– Vada avanti…

– Dunque il Gaudenti è in questo momento in compagnia della Bonfanti e del Cazzarola…

– Il Cinese – precisò il dott. Gridero – quindi?

– Le cose si fanno un po’ complicate e i nessi abbastanza labili, ma… – il commissario Bellosi fece una pausa portandosi il dito indice alle labbra come se volesse indicare silenzio mentre cercava di riordinare le idee – questo nesso sembra puntare sulle attività della Brigonzi, passando per quelle del Cazzarola, con l’ausilio di quegli pseudosatanisti…

– E per quali attività?

– Ci è noto da certi informatori, che non posso rivelare, che alcune delle brave ragazze che operano per la Brigonzi gli vengono dirottate o dalla coppia satanica Speddenno–Fernet o dallo studente fuori corso Laszlo Gaudenti. Su come agiscano i Fernet–Speddenno abbiamo poche informazioni, mentre sulle azioni del Gaudenti abbiamo fondati sospetti di tresche con forniture di droga, spaccio a vari livelli e sospette connessioni con il Cazzarola, che non siamo mai riusciti a dimostrare ma di cui abbiamo sempre fiutato l’intervento. Ora questo elemento nuovo, ma non troppo perché lo conoscevamo già, questo elemento nuovo della Bonfanti Bruna potrebbe rivelarsi il nostro punto di inizio, il punto debole da poter rivoltare come un calzino.

– Per esempio come?

– Sappiamo che abita in uno stabile occupato abusivamente, sappiamo che frequenta anche il Dino Dabbono, che lei ha interrogato recentemente senza particolari risultati… e che ora dovrebbe sentirsi la testa pesante, visto che la donna se la fa con un suo amico…

– Questi sono dettagli che in tribunale non hanno alcun senso – precisò il dott. Gridero per sottintendere che aveva capito l’allusione del commissario ma che non glie ne fregava nulla.

– Ma sono dettagli che forse possiamo usare a nostro vantaggio…

– Mmh, il forse è molto ipotetico.

– Va bene, comunque per cominciare si può perquisire l’alloggio della Bonfanti Bruna in qualsiasi momento e senza troppi complimenti, dato che ci abita abusivamente, sperando di trovare qualche nesso con ciò che più ci interessa, fargli sentire il fiato sul collo e vedere se ci porta a qualche traccia più sostanziosa.

– È un’ipotesi abbastanza blanda…

– Non abbiamo nient’altro e quelli – disse il commissario facendo un gesto verso il corridoio come a voler sottolineare oscure trame locali – si sono già fatti intendere, o magari ha intenzione di mollare?

– Non ancora – disse risoluto il dott. Gridero.

Il commissario Bellosi stava per proseguire con alcune pianificazioni che aveva già in mente di mettere in atto ma fu stoppato da una strana espressione del dott. Gridero, che si era rilassato contro lo schienale della poltrona della sua scrivania e pareva pensare a tutt’altra cosa, sembrava davvero distratto ma il commissario sapeva che lo stava ascoltando con un orecchio mentre con l’altro stava ascoltando una voce interna che alcuni chiamano quella della coscienza, dove non è proprio il caso di tirare in ballo le voci di Giovanna D’Arco; quando si va coscientemente e scientemente a influire sull’esistenza altrui, e di riflesso anche sulla propria – ché i riferimenti non mancavano – qualcosa nella mente può mettersi in movimento senza che sia particolarmente sollecitata.

– Sto dicendo qualcosa di sbagliato? – chiese il commissario Bellosi sporgendosi in avanti come a voler sottolineare una disponibilità a variazioni di programma.

– Mmh… no… – disse vagamente il dott. Gridero, che poi proseguì – mi chiedo, sì… mi sto chiedendo se non siamo troppo presuntuosi a volere a tutti i costi connettere cocaina con ipotetici trafficanti e rimestare in questa roba senza avere bene in mente quali possano essere gli sbocchi.

– Non capisco – disse il commissario – le missive anonime le avranno parlato chiaro, stiamo smuovendo qualcosa, è giusto che perseguiamo.

– Sì, sì, d’accordo, ma non le viene un sospetto, un dubbio, che sia tutto inutile? Ho come la sensazione che non stiamo combattendo un crimine ma uno stato di fatto della società civile, per gli stessi motivi che ha citato lei adesso. Quando mai un criminale propriamente detto ha modo e opportunità di fare una cosa del genere? Inviare missive paranoiche ad un magistrato nella sua sede? Non voglio nemmeno pensare a deviazioni caratteriali, o insanie mentali, questa mi pare una condizione generale che pervade tutto il sistema sociale, ho come la sensazione che stiamo per gridare che il re è nudo, quando tutti lo vedono nudo da sempre. Siamo davvero in condizione di esprimere una seria indagine o stiamo solo giocando in qualche modo contro noi stessi, intesi come esponenti e rappresentanti della società civile e dello Stato?

Copertina di libro (antico)

– Continuo a non capire – disse il commissario spostando un pochino più avanti la sedia su cui era seduto verso la scrivania del magistrato, come se volesse sottolineare una più profonda attenzione.

– Insomma, in questo paese le cose sono sempre equivoche, non è il caso ritirare in ballo i mulini a vento di Don Chisciotte ma semplicemente una certa consapevolezza della possibile inutilità della nostra azione. – il dott. Gridero sospirò, poi riprese – Forse è sempre stato così, qui si delinque in maniera trasversale, talmente obliqua che è molto difficile rinvenire motivazioni e moventi.

– Intende dire che molliamo?

– No, non molliamo ma non vogliamo nemmeno montarci la testa, dobbiamo cercare di capire le motivazioni, non solo i moventi. Sa cosa trovo strano? Che qui si delinque sfoggiando un’anima pura, si tiene il crimine compiuto come lontano da sé stessi e allo stesso tempo lo si ritiene giusto per se stessi.

– Cosa intende dire?

– Ho come la sensazione che tutto ciò che avviene, socialmente e culturalmente, sia compreso nella Commedia di Dante, il cui epiteto “divina” è un’aggiunta postuma. C’è una certa propensione a vedersi grandi o magnanimi nel crimine, e per giunta “già” celebrati e assurti all’intoccabilità di un oltremondo inarrivabile… e oserei dire intoccabile…

– Dottó, sta parlando del medioevo… – disse il commissario scimmiottando i suoi agenti per sdrammatizzare quello che riteneva un momento di depressione del magistrato.

Copertina di libro

– Il passato in qualche modo resta – proseguì mesto il Dott. Gridero -, mistificato, metabolizzato, ma non si cancella. Machiavelli ha generato la parola machiavellico, non è un caso. A volte ho l’impressione che stiamo a un “tutti contro tutti”, peggio che nel medioevo, è come se lo Stato fosse una inconcepibile astrazione, nessuno capirebbe frasi come «Lo Stato è la realtà dell’idea morale».

– Questa da dove l’ha pescata?

– Hegel, mi sembra, ma non ne sono sicuro. Siamo in qualche modo vittima dell’umanitarismo, il quale si giustifica solo in presenza della brutalità dell’uomo sull’uomo, così che la brutalità non potrà mai essere sconfitta perché è la dimostrazione vivente della bontà umanitaria. Borges, in un suo libro, Evaristo Carriego mi pare, parla en passant dell’umanitarismo e lo definisce disumano citando un film russo, che non conosco, dove si vuole dimostrare l’iniquità della guerra mediante la tremenda agonia di un cavallo ucciso a rivoltellate; da quelli che girano il film.

– Cosa intende dire?

– Che è difficile sapere qual è il confine, non è esclusa l’ipotesi che se premiamo troppo la mano possiamo essere noi, in una maniera che non conosciamo, a creare le condizioni del crimine, non le viene questo dubbio?

– Dimentica un dettaglio.

– Quale?

– Interveniamo sempre a crimine compiuto, non sulle intenzioni.

For Hire! – Disegno di Winsor McCay

– È un’affermazione che non conclude il discorso, e insisto, qui in Italia le cose sono diverse. Altrove, in un’altra ipotetica situazione ci può essere un uomo con una pistola in una ventiquattrore, qui abbiamo qualcuno che piazza microfoni, spedisce fotografie, disegnini, ma che in qualche subdola maniera non rinuncia alla violenza – il dott. Gridero si guardò intorno come se stesse cercando qualcosa nella stanza – e chissà, forse siamo anche spiati, …però non molliamo.

– Beh, qualche volta i microfoni li piazziamo pure noi, comunque… d’accordo dottó, non si preoccupi, non supereremo i limiti della legge – disse il commissario insistendo in una maniera un po’ comica di rivolgersi al suo superiore, dacché non era romano ma veneto.

– Sì, ma resta il dubbio dell’utilità di questa indagine, abbiamo una montagna di sospetti e sospettati, intrighi possibili, connessioni con persone anche importanti ma nulla di concreto.

– Però siamo certi di avere scomodato qualcuno e ce lo hanno fatto sapere. Ora dico di andare a ficcanasare in casa della Bonfanti, oggi stesso. Lascio Rino al seguito del Cinese, anche se credo che si farà seminare, perché quello è svelto davvero, e poi con Aldo vado all’abitazione abusiva della donna. Non c’è quasi nessuno in questo periodo e a quest’ora specialmente, abbiamo verificato… in due siamo più che sufficienti.

– Va bene – disse il dott. Gridero fingendo una resa per fare capire al poliziotto che avrebbe proseguito le indagini – se devo firmarvi qualcosa o farvi avere delle autorizzazioni fatemi sapere.

– Ah, riguardo all’Antonnomi, abbiamo fatto un po’ di ricerche, pare che da giovane fosse un ribelle di piazza.

– Ed ora è il maturo uomo tutto d’un pezzo, poi magari diventerà il pezzo di qualcos’altro. E unibus pluram. Vediamo di stare alla larga dalla politica, sennò ci fanno a fettine, con l’aiuto di quelli – e il dott. Gridero mimò il gesto verso il corridoio che aveva visto fare al commissario poco prima.

Posizione scomoda

– Inteso – disse il commissario, ed uscì di passo svelto.

In Piazza San Babila pareva in corso una piccola conferenza e Rino confermò telefonicamente la presenza in loco della Bonfanti, in compagnia del Cazzarola e del Gaudenti, così Aldo e il commissario si recarono allo stabile abbandonato dove aveva alloggio abusivamente la Bonfanti Bruna. Arrivarono nello spiazzo antistante, deserto e assolato, dai condomini intorno nessuno pareva curiosare, salirono le poche rampe di scale e si trovarono di fronte all’unica porta chiusa del piano, gli altri ambienti erano abbandonati e sapevano che solo una famiglia derelitta coabitava quell’edificio in maniera stabile, per il resto vagabondi e ospiti occasionali. L’idea era di non lasciare tracce della loro presenza, la serratura non pareva irresistibile e sia Aldo che il Bellosi furono sorpresi della sicurezza esistenziale della donna, loro mai al mondo avrebbero pensato di abitare in un luogo così infido al riparo di un uscio che non garantiva gran ché.


Il dott. Gridero nel frattempo era uscito dal suo ufficio e avvolto dalle sue ubbie camminava verso un intervallo prandiale senza alcun entusiasmo, quando nell’atrio fu raggiunto da una voce che subito non riconobbe ma che gli provocò un leggero sussulto quando la associò alla persona a cui apparteneva, anzi, alle persone, perché erano in due, l’avv. Brattagamo e l’avv. Pattichepi, che gli venivano appresso sorridenti, e quando mai s’è visto un legale apertamente minaccioso con intenti di violenza pratica? Si aspettava qualcosa di spiacevole – viste le informazioni sul duo che intersecavano da lontano le sue indagini -, ma non sapeva cosa e ne avrebbe fatto volentieri a meno ma la coppia di legulei pareva intenzionata ad esternarsi in qualunque maniera e di fuggire a gambe levate non era il caso, e comunque, qualora avesse sgamato quello che gli avrebbero voluto o dovuto comunicare gli sarebbe pervenuto in altra maniera. Si dispose così a tanta cortesia di facciata con altrettanta faccia di tolla, i «Buongiorno», i «Come va?», i «Tutto bene?», si sprecarono e terminarono in una sospensione dei convenevoli che era già un prodromo a qualcosa di difficile da dire, benché fosse certo che non avrebbero detto, ma avrebbero alluso. E allusero neanche poco.

– Pranziamo insieme? – chiese l’avv. Brattagamo con quel sorriso intrigante che a volte pareva una paresi tant’era fuori luogo, ma sorridere sempre è sinonimo di ottimismo e di sicurezza.

– Mah, veramente ho preso con me alcuni appunti che vorrei rivedere e… – si giustificò blandamente il dott. Gridero, consapevole che non avrebbero insistito e che nemmeno pensavano per davvero di sedersi a tavola con lui, infatti…

– Non avrà paura che ci prendano per colleghi in affari… – disse il Pattichepi con quel fare ruspante e differentemente ilare dal suo socio e compare.

Il dott. Gridero inarcò un sopracciglio, non tutti e due, non era il caso, uno bastava per intendersi ma i due parevano intenzionati a perseguire.

L’avv. Pattichepi, che dei due era di solito quello che giocava il ruolo dell’accomodante, con le sue battute in meneghino, il fare colloquiale e quasi confidenziale, lo prese sottobraccio e tutti e tre si avviarono verso l’uscita, con il Brattagamo un passo o due più indietro a fingere una distrazione conveniente e consentire una confidenza più stretta fra il magistrato e il Pattichepi, che nella sorpresa repressa del dott. Gridero gli sussurrava bonariamente:

– …non la voglio spaventare, poiché con lei sarebbe una cosa inutile, ma devo dirle in maniera del tutto confidenziale, che la sua ostinazione sta mettendo a rischio la carriera di qualcuno qui dentro, e non solo quella. Non è per interesse mio che glie lo dico ma…

– E per interesse di chi? – lo interruppe il dott. Gridero fermandosi di scatto e guardandolo faccia con un’espressione accigliata.

– Vede? Lei vuole sempre scovare qualcosa o qualcuno, lei è sempre sospettoso e sul chi va là, le cose vanno prese con più spirito, con più calma… – il Pattichepi smise di parlare, evidentemente non sapeva come proseguire un discorso che era stato interrotto troppo apertamente.

Copertina di libro

Il Brattagamo si era fermato due passi più in là e fingeva di non interessarsi alla discussione, il dott. Gridero gli gettò un’occhiata fintamente distratta e lo colse nell’atteggiamento tipico della dissimulazione malriuscita, poco ci mancava che si mettesse a fischiettare.

– Vi sfugge un dettaglio, signori – disse il dott. Gridero cercando di comprendere anche il Brattagamo, che perseguitava nella sua finta distrazione – non sono io che sto cercando qualcosa è questo qualcosa che si pone alla mia attenzione, e se omettessi il mio impegno…

– Lei non si deve giustificare con me, né con il mio collega – e tirato in ballo dal Pattichepi il Brattagamo finse di cadere dalle nuvole e si avvicinò con un’espressione curiosa del tipo «Che cosa sta succedendo qui? Voglio proprio vedere!» – lei sta smuovendo acque torbide che non daranno giovamento alcuno alla Giustizia.

– Pare che voi o chi per voi abbia già deciso un verdetto.

– Ecco ci risiamo – sbottò il Pattichepi sospirando un dissenso annoiato – vuole forse farmi credere che un magistrato non ha scelta nelle opportunità delle sue indagini? Che non può assolutamente escludere o includere a piacimento chi vuole e quando vuole? Che non può lasciare perdere una pista ritenendola cieca per opportune convenienze?

Il dott. Gridero si finse distratto per un istante, guardò a terra come a cercare qualcosa da dire che sul momento non gli veniva, osservò il collega del suo interlocutore, elegante e giovanile perfino nei suoi cinquanta passati, poi disse:

– Di minacce come queste…

– Minacce… minacce…! Santo cielo, lei non conosce altro linguaggio. Guardi che le sto facendo un favore, queste cose non si discutono, di solito avvengono e basta e lei proprio non vuole capire… non è per me o per la vuota parola Giustizia che le sto parlando, qualsiasi cosa facciamo qui dentro coinvolgiamo persone, la loro vita, i loro interessi, la loro riservatezza…

– Perché due bei tipi come voi, eleganti e intrescati, stanno lì a guardare per il sottile? Con chi crede di stare a parlare? Non sono nato ieri. Mi dica piuttosto, chi vi manda, chi vi ha incaricato di tenermi questo bel discorsetto?

– Questo bel discorsetto – e qui il Pattichepi con il dito indice della mano libera dalla borsa abbozzò un cerchio nell’aria – le viene fatto gratis e per sua convenienza e verrà negato a tal punto che noi non ci siamo nemmeno mai incontrati oggi.

Il dott. Gridero si guardò intorno, qualcuno era passato nei paraggi e probabilmente li aveva notati e se questi due si permettevano di promettere una futura menzogna su questo incontro le cose stavano ad un punto pericoloso, poi il Pattichepi continuò:

– Nessuno le sta chiedendo il suo aiuto, questo glielo specifico prima che lei si monti la testa…

– Si tranquillizzi, non sono il tipo…

– Staremo a vedere, ma non è per la sua persona che qualcuno si sta scomodando, non è una minaccia, dott. Gridero, la realtà non fa minacce, la realtà accade, faccia attenzione a ciò che accade o che farà accadere da oggi in avanti… e torno a ripeterlo, non è una minaccia e non è per me che sto parlando.

Poi, come se quel discorso non fosse mai avvenuto, entrambi i legulei tentarono di stringergli la mano con il più cordiale sorriso e la più squisita deferenza a cui Il dott. Gridero, sbattezzato, si sottrasse e li osservò allontanarsi restando sul posto come a volere riappropriarsi della sua presenza in sé e senza intromissioni, quindi uscì nella calura a cercare un luogo per pranzare.

Prossimamente il quarantesimo capitolo

Una storia italiana – Romanzo a puntate (38)

romanzo a puntate (38)

Copyright © Eric Bandini 2010

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Questo romanzo, ambientato fra Milano e Genova nel luglio del 2001, è un’opera di fantasia. I personaggi, i luoghi nominati e gli eventi che vi si svolgono sono inventati, gli eventi e le persone eventualmente reali, che fanno da sfondo alla narrazione come ai personaggi, sono tratti da fatti di cronaca riportati dai notiziari o dai quotidiani e liberamente interpretati a fini creativi e immaginari. Ogni altro e qualunque riferimento a persone, luoghi, cose, eventi realmente esistiti o esistenti è puramente casuale e/o esclusivamente funzionale ai fini immaginari della narrazione. Ogni deduzione o interpretazione storica, filosofica o letteraria è meramente funzionale alla narrazione romanzesca quale opera di fantasia.


Una storia italiana

Capitolo XXXVIII°

(38)

Milano

Sabato, 21 Luglio 2001

Sandro era in casa e c’era anche Dott. Cynicus, erano arrivati a Milano ad un’ora decente la sera prima ed avevano potuto riposare. Dott. Cynicus però non pareva del solito umore ironico e provocatorio, la giornata precedente aveva lasciato un segno nella sua sensibilità, Germano e Alfeo lo conoscevano abbastanza a fondo per capire alcuni suoi lati troppo esposti a certe difficoltà insensate dell’esistenza, perché sì, la vita è bella ma prima o poi t’accoppa, che non sarebbe neanche una tragedia, più che altro prima o poi ti butta nella merda; non è vero quello che ha detto il filosofo, che il mondo terminerà in una risata, è molto più probabile quello che ha detto il poeta, e cioè che termini in una scoreggia, o per usare parole sue “in un singulto”; se mai avrà termine. Sandro guardava distrattamente un notiziario che dava aggiornamenti sui «disordini» nella città di Genova.

TV

– Che bella definizione – disse Dott. Cynicus alludendo ai «disordini» senza rivolgersi a nessuno in particolare.

Nessuno gli rispose, ciascuno ebbe la sensazione che stesse parlando con se stesso e la politica, quella delle ciance confezionate, cioè l’aspetto telegenico e divulgativo del verbo del potere, era una roba che non trovava l’interesse di nessuno fra loro e nessun’altra forma pareva praticabile. Poi lo show continuava con le immagini delle cariche delle FFOO, i lacrimogeni, lungo un viale ed uno spiazzo prospiciente il mare davanti a Genova. Un certo disgusto prese possesso dei tre reduci che si scoprirono a guardarsi in faccia senza avere qualcosa da dirsi veramente; Alfeo continuava a guardare il notiziario in silenzio, poi Sandro chiese a Germano:

– Mina? L’hai vista? Vi siete parlati?

– Non la vedo dall’altra sera e il suo cellulare è spento, sono stato a casa sua e sua madre mi ha detto che questa mattina è uscita una mezz’ora prima che arrivassi e nient’altro.

Sandro e Dott. Cynicus si guardarono l’un l’altro dubbiosi. Alfeo, che pareva distratto, disse:

– Forse vuole restare un po’ da sola.

Sandro e Dott. Cynicus si scambiarono un’altra un’occhiata e Germano spiegò loro che aveva dato qualche ragguaglio all’Oscuro circa la bizzarra situazione. Alfeo smise di guardare la TV, Sandro la spense e per qualche minuto restarono in silenzio. Il monolocale di Sandro era confortevole, il paparino industrialotto nonostante le delusioni della sua progenie, al frutto dei suoi lombi non gli faceva mancare nulla, non che il collega di Germano potesse scialare però era abbastanza a proprio agio, con un alloggio tutto per sé e in una buona posizione, non troppo decentrata, tanto che se ne aveva voglia poteva raggiungere Piazza Duomo a piedi in meno di un quarto d’ora e per andare in facoltà certe volte non usava nemmeno la metro o l’autobus, si faceva una passeggiata.

– Non so cosa pensare di tutto quello che è scaturito attorno alla Calludole – sbottò Sandro guardando i suoi colleghi con una faccia dubbiosa.

– Qualcosa deve essere successo nella sua adolescenza – si intromise Dott. Cynicus – e non credo che abbiamo il diritto di ficcare il naso nelle sue faccende.

TV dei ragazzi

– Ma tu sei proprio sicuro che quelli che hai visto l’altra sera in macchina davanti al Sole Nero erano due pusher al servizio di quel tipo, del Cinese o come si chiama? – chiese Germano.

– Come della luce del giorno – e indicò con un gesto del capo il cielo azzurro fuori dalla finestra.

– E come fai a conoscerli? – interloquì ingenuamente Alfeo.

Dott. Cynicus guardò Germano e Sandro, il lato candido di Alfeo li divertiva ma non lo sfottevano per questo, poi gli rispose.

– Per fare un esempio che non c’entra nulla, è come quando vedi un operaio in tuta da lavoro in un Emporio Armani®, le due cose non stanno insieme, così magari noti una cosa, il giorno dopo ne noti un’altra, poi magari capita che vedi qualche conoscente in compagnia di gente incompatibile con le solite frequentazioni, probabilmente prima di un ritrovo, perché in quelle occasioni c’è sempre qualcuno che si rifornisce, insomma non è necessario fare delle autentiche indagini o comprare per davvero della bamba per capire da chi stare alla larga.

– Credo che questa mentalità non sia per tutti.

– In effetti no – rispose Dott. Cynicus – di certo non per Bonbon.

– Ehi, a proposito quello mi puzza parecchio e poi non è da lui che hai sentito nominare Mina giovedì scorso? – disse Sandro rivolgendosi a Germano.

– È vero, e ancora non me lo so spiegare.

– Non credo che sia necessario spiegarselo, è sufficiente capire – disse Dott. Cynicus.

– Che cosa?

– Che è uno in condizione di non poter negare un intrallazzo ai suoi fornitori.

– Quale tipo di intrallazzo?

– Questo è il punto, non lo sappiamo, e dubito che Mina voglia metterci al corrente, se ne avesse avuta voglia lo avrebbe già fatto.

– Ho come la sensazione di girare a vuoto come una trottola – disse Germano guardando un punto vuoto sulla parete alle spalle dei suoi colleghi – in qualche maniera ho fatto scaturire questa cosa e mi sento responsabile per quello che può accadere a Mina.

– Non credo che sia stato tu l’elemento scatenante, l’hai solo intercettata e forse, anzi, molto probabilmente, ne hai attenuato gli effetti insieme a noi e a Trifarro con i suoi consigli.

– Credo che sarei disposto a pagare per sapere con chi ha parlato e che cosa si sono detto lui e l’eventuale interlocutore giovedì scorso dopo che ci ha lasciati in Via Del Perdono – disse Dott. Cynicus guardando Sandro e Germano alternativamente.

Ci fu un momento di silenzio, ciascuno dei quattro pareva avere intenzione di distrarsi, di pensare ad altro, poi Sandro disse rivolgendosi a Germano:

– Se non ricordo male giovedì scorso hai detto che quello che hai sentito faceva parte di una conversazione fra Bonbon e Laszlo.

Copertina di fumetto

– Esatto – rispose Germano.

– Quindi c’è dentro anche lui.

– Non so perché ma la cosa non mi stupisce, quello è sempre troppo disinvolto, ha sempre l’aria di qualcuno che ti parla di una cosa per fartene intendere un’altra, distrarti, convincerti di qualcosa che non ti interessa…

– Ehi – intervenne Alfeo – avete mai notato che quando ci si ritrova da qualche parte e c’è pure Laszlo se capita che ci sia qualcuno che ha voglia di farsi di qualcosa lo tiene sempre in considerazione e quasi lo corteggia? Lui però non porta mai roba e nemmeno ne fa uso, è sempre pulito, però è sempre lì a fare il simpaticone con i soliti narcotizzati.

– Pare che io non abbia parlato invano – disse Dott. Cynicus.

– Ed è anche molto amico di Bonbon – aggiunse Sandro.

Germano deviò dall’argomento:

– Non vorrei sembrare insistente – disse Germano rivolgendosi al Cusani e guardando di sguincio l’Alfeo – ma tu come fai ad essere certo di questa connessione con quel tipo, sì, quel Cinese, o Cazzarola o come diavolo si chiama?

Il Cusani prese un attimo di tempo, guardò i suoi amici/colleghi e poi rispose.

– Quel tipo, non so quando esattamente, forse tre, quattro o forse cinque anni fa, perché ha più o meno i nostri anni, frequentava la Statale di Legge, ha mollato dopo pochi mesi sebbene non avesse particolari problemi con lo studio ma alcuni se lo ricordano e non perché era particolarmente simpatico o ché, ma semplicemente perché attorno a lui certa merce fioriva come d’incanto benché lui non ne avesse mai in tasca. Sono pochi quelli della Statale che sanno ancora attingere alle sue forniture, ma per certuni è un riferimento, benché il tipo non si esponga mai in prima persona.

– Intendi dire che passano dal Sapienza…

– Da lui e forse da qualcun altro.

– Da Laszlo, forse.

– Non sono aggiornato fino a questo punto, però…

– È una possibilità – disse Germano fissando il pavimento – ho quasi orrore a pensare al genere di interessi che possono essersi messi in azione intorno alla persona di Mina, benché non ne abbia un’idea, neanche una lontanamente definita.

– Trifarro potrebbe illuminarci – disse Sandro.

– È a Trieste – rispose non richiesto Alfeo.

Illiria

– Chi te lo ha detto?

– L’ho saputo ieri da qualcuno della facoltà.

– E cosa ci è andato a fare? Non doveva andare a Genova?

– Magari gli abbiamo rovinato i piani per il fine settimana.

– O forse qualcuno se l’è voluto togliere di torno per un po’ – disse Dott. Cynicus.

– Poteri grossi intendi?

– Non intendo nulla. Solo mi pare strano che giovedì parlasse di andare alla protesta contro il G8 a Genova e d’improvviso se ne va a Trieste… e a fare cosa? – chiese il Cusani ad Alfeo.

– Convegno di filosofia – rispose l’Oscuro alias lo Scuro.

Per un po’ parvero tutti e quattro disarmati di fronte a qualcosa che non erano capaci di afferrare e su cui non volevano costruire fantasie, perché la consistenza di stranezze e coincidenze era concreta ma non riuscivano a venire a capo di alcunché e non avevano nulla di certo su cui discutere o su cui pianificare. Alfeo prese un libro dalla scrivania di Sandro e lo sfogliò con una certa sufficienza, come se stesse pensando ad altro, i tre reduci se ne stettero zitti per un po’, poi Alfeo chiese:

– Che opinione vi siete fatti dell’orazione di Trifarro in Largo Richini giovedì mattina?

Lo considerarono per un istante come se la domanda li avesse colti in un momento di totale distrazione, Sandro in effetti stava sbadigliando, forse si era svegliato da non molto, Germano e Dott. Cynicus guardavano fuori dalla finestra con uno sguardo vacuo che pareva non ritenere nulla di ciò che stavano vedendo, poi Sandro, ripreso il possesso funzionale della mascella gli rispose.

– Una cosa piuttosto strana, forse un po’ bislacca però mi ha fatto venire in mente un po’ di domande da porgli e che gli porrò alla prima occasione.

– Del tipo?

– Del tipo che non ho capito dove volesse andare a parare né a cosa mirasse esattamente con quella che lui ha definito storia ipotetica.

– Da un certo punto di vista la storia è sempre ipotetica, intendo, se togli le date e i nomi, come se fossero dei risultati di calcio, quello che resta da interpretare è sempre soggetto a discussione – intervenne Dott. Cynicus.

– Va bene però ha mischiato troppe cose, la musica blues, la fine della storia, Nietzsche, Kafka, Joyce, per terminare al sessantotto…

Copertina di libro

– Quando era giovane e bello – ironizzò Sandro.

– Magari anche solo un bambino in quell’anno – sottolineò Germano.

– Pagherei per sapere con chi ha parlato e riguardo a cosa, lui e l’eventuale interlocutore giovedì scorso dopo che ci ha lasciati in Via Del Perdono – ripeté Dott. Cynicus deviando dalla logica della conversazione.

– Lo hai già detto, comunque è vero, si è dimostrato un tipo intrigante – aggiunse Sandro.

– E ha mantenuto la parola, poi ci ha chiamati per telefono per dirci di evitare certi posti. In effetti è vero, pure io sarei curioso di sapere con chi ha parlato.

– Questo però è meglio che non glielo chiediamo, la cosa va accettata così.

– Mi chiedo come sarebbe andata la giornata se il Trifarro avesse tenuto la sua pseudolezione in facoltà, regolarmente seduti e inquadrati in un’aula – chiese Germano senza rivolgersi a nessuno in particolare.

– Che molto probabilmente non avresti avuto modo di intercettare quella frasetta che ti ha messo in allarme, Laszlo e Bonbon si sarebbero parlati fuori dall’aula o in altro luogo appartato.

– … e mi chiedo pure se abbiamo offeso Mina in qualche maniera imponendogli i nostri soccorsi…

– Qualche probabilità c’è… – rispose Sandro – l’abbiamo messa allo scoperto senza che ne avesse avuto alcun preavviso.

– Forse è per questo che non si fa vedere.

– O forse i pericoli che gli stanno addosso l’hanno in qualche modo raggiunta.

– Che aria tirava in casa sua? Sua madre ti è parsa allarmata?

– No, aveva la solita superiorità della professoressa so-tutto-io-e-tu-sei-uno-stronzetto. Secondo me Mina non gli ha detto nulla, e io me ne sono guardato bene, anche perché mi sembra che non ne sappiamo molto.

– Potremmo telefonare a Guendalina e sentire se ha notizie – suggerì Alfeo.

Gli altri si guardarono in faccia, nessuno pareva aver voglia di contattare quella donna, poi Germano scuotendo il capo disse:

– Io non credo di aver voglia di sentire la sua voce, e soprattutto i suoi eventuali commenti e/o integrazioni superflue con eventuali domande che rispondono alle tue domande senza rispondere alcunché.

– Potrebbe telefonargli Alfeo – suggerì Sandro sorridendo un po’ maliziosamente.

– Sì – rincarò Dott. Cynicus – mi è sembrato di percepire un’intesa fra voi due giovedì sera.

Alfeo si dimostrò più pronto di quanto avessero potuto sospettare:

– Non so che cosa tu abbia percepito, forse avevi esagerato un po’ con il cabernet-sauvignon…

– Però in effetti è lei che l’ha accompagnata via, è a lei che l’abbiamo affidata…

– E non sappiamo dove l’ha portata.

– Di certo non era in pericolo, sua madre ha detto che stamattina è uscita di casa ad una certa ora, quindi ieri sera ci è rientrata, da qualunque posto in cui l’avesse eventualmente condotta la sua amica – precisò Germano.

– Quindi possiamo prendercela calma – concluse Sandro.

– E magari cazzeggiare un po’… – aggiunse Dott. Cynicus.

– Per esempio come?

– Beh, potremmo accendere la TV e sparare a qualche luogo comune.

TV

Sandro rise, prese il telecomando lo puntò ed emise un fumettistico “bang” accendendo la televisione. Ci fu un po’ di discussione per scegliere il canale più dozzinale e per giunta era anche mattina, gli show del litigio non erano mai in programma prima del pomeriggio, per cui si adattarono ad osservare educati presentatori dell’intrattenimento per l’intrattenimento, quegli approfondimenti che non vanno oltre il riassunto della sintesi della voce corrispondente in una qualunque enciclopedia, per quanto intrigante possa essere l’argomento. A Dott. Cynicus brillarono gli occhi quando sentì dire da uno degli ospiti della trasmissione che stavano osservando un’accoppiata di parole abbastanza interessante:

– … è un’unione illegittima…

– Ehi, questa può andare per un inizio – disse drizzandosi sulla schiena da dov’era seduto.

– Quale?

– L’unione illegittima.

– E dove starebbe il punto?

– È nata prima l’unione o prima la legge?

– Questa ce la devi spiegare – insistette Sandro.

– La definizione “unione illegittima” non esiste senza la presenza di entrambe le parole, per cui se due persone decidono di unirsi in quale punto sta la legge per poter definire l’illegittimità? Gli esseri umani si “uniscono” (e qui fece tornare in vita i coniglietti diabolici di Guenda sotto un’espressione contorta a mimare uno scemo autentico) da ché esiste il mondo, e la legge interviene sempre dopo a giudicare la liceità o l’illegalità della cosa…

«”» – «”»

– Ma se interviene vuol dire che esisteva già quando gli incriminati si sono accoppiati, altrimenti non avrebbe potuto rimarcare il fatto – precisò Sandro, che pareva in vena.

– Però se la legge l’hanno fatta gli umani vuol dire che è venuta dopo e che si è imposta anche retroattivamente e con arbitrio, e questa è la “morale” (di nuovo coniglietti e smorfia).

– Insomma, restiamo al vecchio e dozzinale quesito, se è nato prima l’uovo o prima la gallina – intervenne Alfeo.

– Pare di sì, comunque è legge, da cui…

La conversazione cadde momentaneamente, nessuno pareva avere nulla da aggiungere, la conclusione di Dott. Cynicus era stata troppo ambigua per il solito cazzeggio dei BDdLC, però non demorsero dall’osservazione della tele. Germano ascoltava senza partecipare, la compagnia dei colleghi lo aveva risollevato da certe tristezze del giorno precedente e dalle ubbie instillate dalla madre di Mina, però ancora gli riecheggiava nella testa quell’allusione alla Colonna del Diavolo e non riusciva a togliersela dalla mente e benché partecipe quale ascoltatore delle baggianate dei suoi amici aveva preso a rimuginare quella frase cercando di darvi un senso e anche se non lo aveva trovato appieno il dubbio aveva preso una sua vastità, perché la Sig.ra Calludole-mamma, per come l’aveva inquadrata fin dall’inizio della sua amicizia particolare con Mina, era una a cui piaceva fare ironia per davvero, nel senso che non si inventava mai nulla o quasi di quello che diceva, c’era sempre un fondo di verità a cui lei riusciva a dare una maligna sfumatura di maldicenza tentando di far ridere, che forse non era il suo scopo, perché a pensarci bene la donna rideva abbastanza di rado e per materie che a lui non avrebbero fatto ridere nemmeno dietro minaccia di violenza.

Resistette ad una voglia terribile di contattare Mina ad ogni costo, correre via dai suoi amici e andarla a cercare in qualunque posto gli venisse in mente ove lei potesse essere, a costo di diventare sciocco e patetico davanti a lei, senza nulla di preciso da chiederle tranne spiegazioni e giustificazioni che, si avvide immediatamente, erano la scusa migliore per fare terminare la loro amicizia. Riprese possesso della sua presenza in sé, per quanto filtrata da una spessa ombra di inquietudine, si dette un contegno per non dare sospetto agli altri circa certe sue paturnie, non ultima la possibilità di scatenare anche la loro ironia, perché questi simpaticoni, se avessero saputo dell’allusione della genitrice di Mina, ci avrebbero ricamato sopra un pochettino, magari senza raggiungere i vertici irraggiungibili della malignità della donna-materna ma comunque a sufficienza per una settimana almeno di sfottimenti.

Nell’oggi parevano di moda le coppie di parole e Sandro aveva estratto dalle tele un altro abbinamento interessante, Alfeo, che solitamente non partecipava a queste discussioni un po’ sgangherate, pareva divertirsi davvero.

TV

– Un extracomunitario clandestino, che orrenda maniera per definire un essere umano.

– Concordo – disse Dott. Cynicus – già sei extracomunitario, e questa definizione già ti pone fuori dalla comunità degli umani, benché il significato stretto alluda alla C.E.E., per giunta sei anche clandestino…

– Ci manca solo che cominci a piovere e hai scordato a casa l’ombrello…

– Ma chi le inventa queste definizioni? Devono avere una scuola, un addestramento particolare. Com’è anche quell’altra definizione? Ah sì! Il Centro di Permanenza Temporanea. Ma se è temporanea come fa a essere permanente? Perché ce li tengono un tempo lunghissimo.

– Sono definizioni tipiche nostrane. Non siamo noi il paese delle convergenze parallele?

– Forse anche Euclide sarebbe d’accordo, ma solo in una proiezione infinita…

– Come la permanenza temporanea…

Prossimamente il trentanovesimo capitolo

Una storia italiana – Romanzo a puntate (37)

romanzo a puntate (37)

Copyright © Eric Bandini 2010

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Questo romanzo, ambientato fra Milano e Genova nel luglio del 2001, è un’opera di fantasia. I personaggi, i luoghi nominati e gli eventi che vi si svolgono sono inventati, gli eventi e le persone eventualmente reali, che fanno da sfondo alla narrazione come ai personaggi, sono tratti da fatti di cronaca riportati dai notiziari o dai quotidiani e liberamente interpretati a fini creativi e immaginari. Ogni altro e qualunque riferimento a persone, luoghi, cose, eventi realmente esistiti o esistenti è puramente casuale e/o esclusivamente funzionale ai fini immaginari della narrazione. Ogni deduzione o interpretazione storica, filosofica o letteraria è meramente funzionale alla narrazione romanzesca quale opera di fantasia.


Una storia italiana

Capitolo XXXVII°

(37)

Milano

Sabato, 21 Luglio 2001

Nella volontà di una fuga dal suo presente Mina si era rifugiata in un voglia di shopping che non riusciva a concretizzare, parcheggiata la macchina passeggiava per il centro di Milano tentando di distrarsi dalle brutte sensazioni che aveva provato verso se stessa, il suo passato e certe persone che credeva amiche; sperava di sfuggire in avanti da ciò che pareva volerla legare al presente ma ogni vetrina che osservava, ogni prospettiva di strada verso cui tentava di gettare lo sguardo, la disinvoltura di certe persone sui marciapiedi, che osservava con un pizzico di invidia senza sapere neanche perché, la richiamavano alla presenza in sé e si sentiva vuota di ogni desiderio, pensò che se anche avesse comperato qualcosa che desiderava non avrebbe allentato minimamente quel senso di oppressione che non le dava scampo. Benché non ne avesse ritenuta un’immagine umanamente sontuosa pensava all’Antonnomi come all’unica persona con cui potesse parlare in quel momento, non per sfogarsi, poiché non gli avrebbe potuto raccontare alcunché delle sue vicende private, recenti o passate, ma giusto per fare due chiacchiere e cercare di ritrovare un po’ di sé stessa.

Tuttavia era riluttante a contattarlo, sì era stato carino e tutto il resto ma quella specie di fuga in quell’atelier con quel fico secco di stilista impettito che si muoveva come se avesse avuto un manico di scopa proprio in quel posto, quello strano colloquio con quello che gli era stato presentato come un magistrato, gli avevano aperto molti dubbi sulla sua sicurezza esistenziale, sì forse si era comportato da paraculo professionista, se l’era cavata con una bella figura, ma a pensarci bene gli appariva come il solito maschio pieno di scuse a scansare sue responsabilità, un debole che finge di essere un duro. Lo avrebbe rivisto volentieri ma pensò anche che avrebbe presto desiderato di non vederlo più, le pareva che non ci fosse nessuno al mondo in grado di gratificare il suo modo di vedere le cose della vita; certo lo sapeva che è più che altro un’utopia, un sogno irraggiungibile, che in un modo o nell’altro bisogna raggiungere un compromesso tra il proprio immaginario e il reale, ma le pareva di esserne così lontana e talmente isolata che provava quasi la sensazione di essere sotto assedio, non propriamente sola, poiché grazie alla sua bellezza qualche rompiscatole si faceva avanti nei casi e nei posti più impensati per delle avance troppo spesso insopportabili ma a volte anche divertenti, ora però l’immagine di sé che gli aveva reso la sua amica la sera prima l’aveva gettata in una tristezza da cui le pareva di non poterne uscire più, e per giunta il Cazzarola all’attacco non le dava certo una mano a dimenticare il passato.

L’Antonnomi

Non si rese conto di come le capitò ma si scoprì ad armeggiare col suo cellulare, lo accese e chiamò ColuiIlQuale, che nella sua considerazione nonostante i momenti di intimità del giorno precedente definiva per sé stessa freddamente come “l’Antonnomi”. Quando però udì la sua voce calda con quei bassi suadenti a valvole termoioniche, le sue considerazioni nei suoi confronti si ammorbidirono un pochino, senza abbassare la guardia di un certo sarcasmo in agguato. Lui le disse che aveva un paio d’ore libere e che gli sarebbe piaciuto molto incontrarla da qualche parte, dove lei avrebbe preferito, in un locale, in un giardino pubblico, giusto per stare un po’ in sua compagnia, perché, le spiegò, la domenica, cioè il giorno successivo, la trascorreva per tradizione con la sua famiglia e quella sera di sabato aveva degli impegni importanti che non poteva rimandare, però ci teneva a trascorrere un po’ di tempo con lei. Dopo avere ironizzato un poco sull’importanza che dedicava alla sua famigliola e sull’improrogabilità degli impegni serali del sabato accettò l’invito e gli disse che lo avrebbe incontrato a parco Sempione, da cui non era in quel momento troppo distante. La poca enfasi e l’ironia espressiva, benché blanda, avevano lievemente offeso l’Antonnomi il quale volle rassicurarsi che lei avesse davvero voglia di incontrarlo, e Mina troncò ogni ulteriore scemenza dicendogli di recarsi dove le aveva detto e che sarebbe stata con lui fintanto che egli avrebbe ritenuto di gratificarla con la sua presenza. L’Antonnomi emise un sorriso a bocca chiusa, o quello che tramite telefono poteva interpretarsi come tale poi però cambiò la destinazione dell’incontro dicendo che da parco Sempione in quel momento era troppo distante e le diede appuntamento a parco Lambro, che per lei sul momento era abbastanza fuori mano. Mina spense il telefono, proprio non aveva voglia di essere rintracciata dalla sua amica traditrice e tanto meno dai suoi colleghi, che in quel momento, sull’onda di uno stato di depressione, immaginava come perfidi chiacchieroni loquaci e ficcanaso.

Il mutamento del luogo di incontro da parco Sempione a parco Lambro non aveva soddisfatto Mina pienamente, le era rimasta un’ombra di sospetto che l’Antonnomi avesse voluto evitare luoghi molto affollati per non farsi vedere insieme a lei, per l’onorabilità della sua famigliola e dei suoi intrallazzi, benché avesse sentito dire in ambienti maschili che «La **** non guasta il galantuomo», però su questo bel pensierino nutriva una certa serie di ripugnanze femminili, confermate dai sotterfugi che il politicante pareva mettere in atto ad ogni passo. La solitudine però ebbe la meglio, voleva parlare con qualcuno, non perché avesse qualche cosa di specifico da dire o volesse mettere alla prova il suo fascino e l’esuberanza del suo fisico perfetto, quanto perché aveva bisogno di sentirsi confermata nel suo essere in rapporto con qualcosa di decente, o quanto meno affrontabile nell’ambito di relazioni umane che ora gli sembravano contorte e minacciose più di quanto mai avesse sperimentato nella sua ancora giovane vita; e lei ne aveva sperimentate per davvero.

Raggiunta la sua macchina prese la direzione di parco Lambro pensando che non le sembrava una destinazione romantica; quella zona di verde attraversata dal fiume omonimo dell’autentico significato di quella parola, che descrive un corso d’acqua con evocazioni di fauna e di flora correlate, manteneva solo l’aspetto esteriore di una canalizzazione idrica repellente che ha attraversato una zona densamente industrializzata e ne porta le conseguenze evidenti nell’aspetto e nell’odore della sua portata. La stagione però era bella e il parco abbastanza grande da potervi ricavare una scenografia personale per un appuntamento occasionale, nonostante il caldo estivo dell’ora mattutina avanzata. Non si aspettava grandi cose da questo incontro che già nelle premesse sanciva lo sfumare di una breve relazione nella fredda colloquialità del vivere comune, e vaghi sospetti sull’onestà e onorabilità dell’Antonnomi avevano già sbiadito parecchio la bella impressione del giorno precedente, quando tutto le era sembrato perfetto, lui così galante e educato e lei che in quella circostanza si era sentita per un breve momento «”»a posto«”» nel mondo. Ora, emerse le solite idiosincrasie della vita di tutti i giorni, se lo immaginava come avrebbe dovuto essere secondo le evidenze che le si manifestavano a mano a mano; fuori da quella villetta linda e pulita come la casetta di Heidi, il mondo le appariva sporco e lui non meno del mondo, però si sentiva sola, davvero sola, come non si era mai sentita in vita sua, nemmeno in certi periodi dei tempi delle sue esperienze con la bamba e le performance del Cazzarola, quando la sua giovane età le nascondeva il peggio del peggio dietro ad un velo di inconsapevolezza mascherato da voglia di vivere ad ogni costo e per ogni cosa, possibilmente proibita.

L’appuntamento con l’Antonnomi era all’incrocio fra Via Crescenzago e Via Sangro. A parco Lambro ci era stata un paio di volte, non rammentava nemmeno le occasioni né le persone che erano con lei, però ricordava quella specie di falsa frontiera fra civiltà industriale e la natura, con i capannoni e i magazzini che terminano all’improvviso e danno l’illusione che oltre la strada Crescenzago inizi un mondo verde e lussureggiante che si offre al di là di un confine netto con una visuale di piccole colline e alberi, quando sapeva benissimo che, per quanto grande rispetto all’idea del verde in Milano, quell’area era assediata dall’autostrada, dalla ferrovia, e oltre a ad essa altre urbanizzazioni industriali, villettopoli, aggregati di condomini–dormitorio e poca campagna inframmezzata da strutture della società tecnologica, dove è impossibile trovare uno scorcio di panorama che non sia inquinato da tralicci dell’alta tensione, segnali, cartelli pubblicitari, silos di varie fatte ma non di uso agricolo e strade di transito lungo le quali l’edificazione ha eretto un muro continuo di case, negozi, supermercati, pompe di benzina, gommisti, ciascuno con la pretesa di essere in evidenza in un monotono susseguirsi di insegne luminose, attrattive e distrazioni di vario tipo che fiancheggiano la direzione della strada come una scenografia che vuole occultare il verde della campagna.

L’idea che l’Antonnomi non volesse mostrarsi in sua compagnia si fece più reale ma non la scoraggiò, all’incrocio con Via Sangro lo vide sul marciapiede, rallentò e aspettò che gli dicesse dove lasciare la macchina, quando lo raggiunse ebbe l’impressione che fosse invecchiato di colpo, il fascino del giorno precedente si era trasformato in qualcosa di reale ed ora vedeva in lui una specie di coetaneo di suo padre, non che la cosa le ripugnasse ma provò un po’ di pena per lui, e di riflesso anche per sé.

Parcheggiò la macchina in Via Sangro e raggiunse l’Antonnomi con una corsetta felice, come in quei déjà-vu cinematografici pseudoromantici dove il lui e la lei si incontrano con una corsetta e si abbracciano in mezzo ad un campo di fiori, benché nel contesto i fiori non ci fossero e dietro a loro, riparato da una siepe, un parcheggio aziendale mostrasse la presenza industriosa della città con numerose vetture a segnalare attività produttive nell’edificio che delimitava uno dei lati dello spiazzo. L’Antonnomi non si mosse dalla sua posizione, che mantenne a piè fermo fino all’arrivo presso di lui della sua giovane e ormai ex concubina; sfoderava il sorriso più galante che poteva, però nonostante la voglia di intravedere qualcosa di positivo in quell’uomo, Mina vi percepì un velo di noia e di sopportazione e si sentì stupida per quell’entusiasmo che aveva espresso nell’approssimarsi a lui. Si abbracciarono ma non si baciarono, il decadimento relazionale era già evidente a entrambi, però tutti e due si dimostrarono gentili l’uno verso l’altro, per differenti e forse antitetiche motivazioni. Mina voleva dimenticare sé stessa per un po’, fosse anche solo per un’ora o due, l’Antonnomi voleva mantenere lo jus primae noctis sulla sua preda in spregio alle avvisaglie del Cinese il giorno precedente, benché consapevole che la prima notte della sua preda fosse avvenuta un certo numero di anni prima.

Era certo di avere preso tutte le precauzioni del caso, con il dovuto supporto e suggerimenti di collaboratori ai quali non aveva rivelato nulla ma richiesto semplicemente di coprire la sua assenza, e in quel posto poco frequentato avrebbe avuto modo di notare estranei e curiosi inopportuni, fidando sul fatto che il Cazzarola non lo avrebbe tampinato di persona, non era una cosa nello stile del soggetto. Fianco a fianco, vicini, Mina e l’Antonnomi presero la direzione di un vialetto che a poca distanza da Via Sangro si inoltra in parco Lambro, verso un boschetto folto a sufficienza da rendere l’idea di bosco ma razionalizzato al luogo comune del bosco delle favole per non spaventare l’utente medio tramite una natura autentica, spinosa, intricata e non comodamente passeggiabile.

Aldo aveva fermato la sua macchina lungo Via Crescenzago una cinquantina di metri prima dell’incrocio con Via Sangro quando aveva visto la vettura di Mina rallentare per confabulare con un tizio sulla cinquantina inoltrata fermo all’incrocio come un ghisa e poi vide passare un’altra macchina che veniva dietro quella della Calludole che l’aveva superata durante la breve sosta per poi girare lentamente in via Sangro, come se non fosse sicura della direzione da prendere. Per un momento temette di essere stato seminato e di avere preso la decisione sbagliata, poiché da quella distanza non era certo di avere riconosciuto il tipo e trascorse un paio di minuti nell’agitazione dovuta ad un eventuale smacco, poi riprese animo quando vide la sua sorvegliata arrivare di corsa e abbracciare il soggetto e allora si rallegrò con sé stesso, la cosa prendeva un certo interesse. Quando li vide entrare nel parco lungo il vialetto decise di non pedinarli, non c’era nessuno in giro e sarebbe stato notato, si rilassò contro lo schienale del posto di guida predisposto all’attesa, senza perdere di vista l’incrocio Crescenzago – Sangro.

Madama

Non passò un minuto che gli venne voglia di sgranchirsi le gambe, scese dalla macchina e si avviò verso l’incrocio per vedere dove aveva lasciata la macchina la sua osservata, era quasi in Via Sangro quando vide arrivare un tipo dal fare frettoloso che pareva intenzionato a dirigersi nel parco, da solo. Lo riconobbe, era il Gaudenti, noto alle forze dell’ordine, benché incensurato, per sue oscure attività collegate a fanatici del satanismo, al secolo Laszlo Gaudenti, che qualcuno del suo gruppo, in seguito a descrizioni delle sue attività congiunte, aveva soprannominato Mefistotele non riuscendo in ciò a coniugarvi aspirazioni da filosofo – ché lo si sapeva iscritto alla facoltà di lettere e filosofia della Statale – con certe propensioni al satanismo acclarate da segnalazioni e riscontri diversi. Finse di non vederlo, e per certo il soggetto non sapeva della sua appartenenza alla polizia, gli andò incontro distrattamente per fargli credere di essere diretto verso tutt’altre faccende, trasse di tasca il cellulare e si mise ad armeggiare con quell’oggetto senza guardare nella sua direzione aspettando che il tipo andasse oltre per capire cosa avrebbe fatto, ma già ne aveva il sospetto.

Laszlo scavalcò il guardrail sulla via Crescenzago e attraverso il prato prese grossomodo la direzione di Mina e dell’Antonnomi, costeggiando da lontano il vialetto come se non volesse essere notato, ad Aldo parve che avesse un oggetto in mano ma nel tentativo di dissimulare una perspicace attenzione nei suoi confronti non era riuscito a cogliere alcun dettaglio, l’unica cosa di cui era quasi certo era che non gli era parsa una rivoltella, per cui desistette da ulteriori elucubrazioni circa possibili responsabilità che avrebbero potuto essergli addebitate nel caso le cose prendessero una piega da thrilling. Mina e l’Antonnomi stavano scomparendo dentro il boschetto che pareva l’eco della canzone «Vieni c’è una strada nel bosco», col vialetto asfaltato, mentre Mefistotele si stava arrampicando sulla collinetta e Aldo lo vide scomparire sul declivio opposto immaginandolo acquattato dietro a qualche pianta a spiare i soggetti per conto di qualcuno. Si imponeva un aggiornamento con il commissario Bellosi perché la situazione si era fatta strabica e lui poteva seguire una sola direzione.

Copertina di fumetto

– Pensavo che non ci saremmo rivisti più – disse l’Antonnomi camminando lentamente sotto quell’ombra già afosa.

– Perché? – chiese Mina fingendo un’ingenuità quasi autentica.

– Mah, per come ci siamo lasciati ieri, quello strano incontro dal Vanzi, il colloquio con quel magistrato…

– A proposito, come si chiama? Non me lo ricordo più, è successo tutto così all’improvviso…

– Hai paura che si rifaccia vivo?

– No, ma visto che abbiamo fatto la pentola bisogna che teniamo bene stretto il coperchio.

– Hai ragione – sorrise fra sè l’Antonnomi – si chiama Gridero, dott. Romeo Febo Gridero.

– Che cosa pensi di me? – disse Mina svicolando dall’argomento per sorprenderlo.

– Che ti vedrei volentieri in qualsiasi occasione ma penso che non possa capitare spesso, la felicità è un’utopia. Secondo te che cos’è la felicità?

– È un prodotto secondario della funzione – rispose Mina come se fosse stata interrogata da un insegnante.

L’Antonnomi però la stupì un poco correggendo la sua affermazione, dopo avere tenuto in sospeso la conversazione lasciando che la sua amica si cullasse nella certezza di una bella risposta.

– La tua risposta è incompleta…

– Sentiamo la correzione…

– La felicità è un prodotto collaterale della funzione in un contesto di battaglia. Da qui l’errore fatale degli utopisti. Tutto quello che è successo ieri ci ha consentito di vivere qualche momento sereno in mezzo al bailamme da cui sono riuscito a trarti, non escluso il dott. Gridero, il quale per quanto si sfoghi di sostenere la parte che ritiene giusta contribuisce allo stato di battaglia.

Mina non rispose, non disse nulla, ebbe la sensazione che l’Antonnomi si stesse appuntando una medaglia sul petto da solo, o quanto meno stesse cercando di prospettarle una situazione meno sgradevole di quanto lei riteneva dovesse essere e inoltre, nella migliore tradizione del pensiero femminile, non riusciva a togliersi dalla testa che se aveva la Giustizia alle calcagna qualcosa la doveva avere combinata. Poi, siccome la risposta dell’Antonnomi glielo aveva rammentato, gli domandò:

– Chi è stato a chiederti di tirarmi fuori da quell’appartamento a Monza? Perché tu non potevi, da solo, sapere chi ero né dove fossi, non mi conoscevi, non sapevi nulla di me…

ksaM esenihC

L’Antonnomi non rispose subito, guardò avanti nel parco come se stesse cercando qualcosa o stesse scrutando un futuro migliore non ancor in vista, poi facendo appello ai toni bassi della sua voce a valvole termoioniche le chiese:

– Sei sicura di volerlo sapere? Potresti restare delusa, di me e forse anche di te stessa. È una situazione della quale non siamo padroni.

Mina non disse nulla e fu colpita dalla serietà con cui le aveva espresso quell’opinione dubbiosa su di loro e la loro breve congiuntura esistenziale. Nessuno dei due parlò per qualche minuto, camminavano fianco a fianco, troppo caldo per tenersi abbracciati, sarebbe stato per ciascuno come portare a spasso un termosifone e poi lo slancio del giorno prima si era placato, domande e dubbi si erano fatti concreti e Mina aveva la sensazione netta di essere in condizione di svantaggio per essere all’oscuro dei dettagli che l’avevano condotta fino a lui. Che non fosse una sua iniziativa ne era certa però non trovava motivazioni o sospetti per individuare l’elemento scatenante, le cose si erano svolte in fretta il giorno precedente e lei non aveva avuto modo di farsi un’idea neanche sommaria di ciò che si era trovata a sperimentare direttamente, la presenza di quell’uomo maturo, un po’ troppo forse ma galante e gentile, l’aveva colta di sorpresa in un momento in cui desiderava proprio ciò che le era capitato il pomeriggio scorso, poi le cose erano mutate all’improvviso e pur restando di un umore positivo non era riuscita a mantenere quell’ombra di dubbio sufficiente a fargli avere i giusti sospetti, ora, dopo le delusioni della sera precedente le si era spalancata una voragine di incertezze e aveva troppe domande a cui non riusciva a trovare risposta e le parve che la domanda principale, il punto di inizio, dovesse essere quello, almeno per cominciare a chiarire qualcosa.

– Penso che vorrei saperlo – disse Mina a bassa voce.

L’Antonnomi si fermò, la guardò intensamente soppesando ben bene i pro della sua bellezza e i contro delle minacce del Cinese, cercando di trarre la deduzione più conveniente alle sue propensioni scoperecce senza restare disarmato nei confronti del Cazzarola. Poi ispirandosi alla più seria teatralità, di cui era divenuto esperto nell’esercizio della sua ubiqua professione, si atteggiò alla migliore drammaticità e pathos tragico che poté e si espresse nella migliore performance della sua arte oratoria, fidando sul fatto che la giovane si sarebbe fatta abbindolare dalla descrizione delle circostanze, richiamando in gioco per cautela e ben mimetizzate nel discorso i suoi trascorsi non esattamente limpidi; insomma, un discorso del tipo siamo tutti e due nella stessa situazione, perché osteggiarci?

– Vedi – esordì l’Antonnomi spingendo il suo sguardo ancora più lontano a cercare un inesistente orizzonte migliore come per dare una maggiore profondità a ciò che stava per dire – nonostante la mia posizione non sono veramente quella limpida persona che credi – e qui, se avesse potuto leggerle nella mente sarebbe rimasto stupito – ho degli obblighi verso molte persone e non tutte presentabili, nulla di scandaloso o anche solo di illegale – Mina sorrise pensando al dott. Gridero ma l’Antonnomi finse di non avere inteso la sottile, inespressa ironia – però non posso fare davvero ciò che voglio e in qualsiasi momento. C’è un tale che mi ha chiesto di trarti da quel posto ed era una richiesta che non potevo rifiutare, sai com’è, ci si scambia favori, si fanno amicizie, sì insomma, la rete delle conoscenze…

– Chi è questo tizio?

– Un tale che si chiama Walter Cazzarola – disse l’Antonnomi omettendo la confidenza del soprannome.

Chinese Mask

Mina sgranò gli occhi e lo fissò con uno sguardo di terrore e ripugnanza, di nuovo il passato cercava di riappropriarsi del suo presente ma non si perse d’animo.

– E quale sarebbe stata l’idea? Sì, insomma, che programma aveva in mente?

– Per quello che ne so nulla di particolare, voleva soltanto tirarti fuori da quella che lui mi aveva descritto come una brutta situazione, ho dovuto mettere in azione qualcuno, cosa che mi costerà qualche favore da rendere, però…

– Non mi hai capito… intendevo dire cosa avresti dovuto fare se non fosse intervenuto l’intermezzo col magistrato…

– Non lo so, è una persona per bene, per come lo conosco…

– Ah, immagino, e magari tirate di coca insieme, anzi no, se ricordo bene il soggetto è lui che te la fornisce a pacchi, perché lui sta bene attento a non cascarci, non troppo comunque…

– Ma cosa dici, non faccio queste cose…

– Beh, se frequenti quella gente le farai, in un futuro non molto lontano le farai, sei già sulla strada giusta e in buona compagnia.

L’Antonnomi sapeva dei trascorsi di Mina, non dall’incontro con il Cazzarola nel negozio della Brigonzi durante il quale gli era stata fatta quella richiesta non rifiutabile, però appena aveva potuto aveva fatto fare rapide e abbastanza precise ricerche sulla ragazza, giusto per cautelarsi e prendere le misure opportune, senza scartare a priori l’idea di trombarsela ancora, e poi magari ancora, perché la cosa gli era piaciuta, e anche parecchio, però la professione, la famiglia, gli intrallazzi, le connivenze, le alleanze, insomma, le difficoltà di tenere tutto insieme gli avevano praticamente fatto scappare il giocattolo dalle mani, non era per timidezza che non gli aveva telefonato lui per primo e che aveva scelto quel luogo magari ameno ma non esattamente pieno di vita come si addice ad una grande città. A stento riuscì a trattenersi dal rinfacciarle le medesime cose delle quali era esperta pure lei, non per cortesia o galanteria ma solo per le mire di una eventuale ma attualmente poco possibile pacificazione e conseguente scopatina.

Mina era arrabbiata, non tanto con lui, che ormai considerava come un figuro qualunque, ma con qualcosa che era nella sua vita e di cui non riusciva a sbarazzarsi né sapeva come affrontare, si rendeva conto che troppi agganci riconducevano a vicende che trovavano attuazione in complicati e per lei offensivi compimenti del presente ma non sapeva come uscirne. Guardò l’Antonnomi, che ancora le parlava e lo osservava muovere le labbra e gesticolare come se fosse separata da lui tramite una barriera insonorizzata, voleva provare odio nei suoi confronti ma non vi riusciva, odiando lui avrebbe dovuto odiare anche sé stessa, poi con calma disse:

– Forse è meglio che ce ne ritorniamo ciascuno nella propria esistenza e mettiamo termine a questa cosa.

L’Antonnomi non disse nulla, chinò la testa, guardò per terra un istante e poi acconsentì con un cenno del capo, poi insieme ripresero in silenzio la direzione da dove erano venuti.

All’incrocio Via Crescenzago – Via Sangro le cose erano un po’ cambiate. In fretta e furia Aldo era stato sostituito da Rino, poiché per Mefistotele vederlo sempre lì nello stesso posto sarebbe stato sospetto; da almeno cinque minuti Rino teneva il cellulare incollato all’orecchio fingendo una telefonata un po’ agitata per fare scena, dando le spalle al parco da cui presto sarebbe ritornato il tipo che avrebbe dovuto pedinare. Il commissario Bellosi aveva dato ordine di lasciare perdere i due fidanzatini e concentrarsi sul satanista-filosofo, perché pareva promettere qualcosa di concreto.

Prossimamente il trentottesimo capitolo